<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="yes"?><rss version="2.0" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"><channel><title>Scienza in rete — ambiente + sostenibilità</title><link>https://www.scienzainrete.it/</link><description>Articoli della sezione ambiente + sostenibilità su Scienza in rete</description><generator>Hugo</generator><language>it-IT</language><lastBuildDate>Thu, 22 Oct 2026 15:54:00 +0200</lastBuildDate><item><title>Emissioni in stallo: impossibile restare sotto 1,5°C, dice l’UNEP</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c/</guid><pubDate>Thu, 22 Oct 2026 15:54:00 +0200</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Il nuovo Emission Gap Report dell&amp;amp;rsquo;UNEP dice molto chiaramente che è ormai andata perduta la possibilità di restare sotto 1,5°C medi globali rispetto ai livelli preindustriali. Potremmo tornarci al fine secolo, solo se riusciamo a limitare la temperatura di picco a 1,7-1,8°C. Per farlo serve, tra le altre cose, ridurre del 18% le attuali emissioni globali entro il 2030, cioè entro quattro anni. Per ora sono in stallo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La possibilità di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C per fine secolo con un superamento nullo o limitato (cioè entro 0,1°C) è andata perduta. Superare questa soglia è ormai inevitabile: lo scrive senza troppi giri di parole il nuovo <a href="https://www.unep.org/en/publications/report/emissions-gap-report-2026" rel="noopener">Emission Gap Report</a> 2026 appena uscito dell’UNEP. Quello che resta da fare è ridurre l&rsquo;entità e la durata dell&rsquo;<em>overshoot</em> (come già anticipato dal <a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/abbiamo-ormai-perso-le-speranze-restare-sotto-15c/jacopo-mengarelli/2026-09-04" rel="noopener">recente rapporto</a> speciale dello stesso ente sul tema) per provare a riportare la temperatura media globale a 1,5°C entro il 2100.</p>
<p>Il documento identifica nello scenario più ottimista un picco di riscaldamento tra 1,7 e 1,8°C verso metà secolo, per poi appunti ricominciare a calare e rientrare nel grado e mezzo. Ma per farlo serve obbligatoriamente tagliare le emissioni di gas serra rispetto al 2025 del 18% al 2030, del 45% al 2035 e del 69% al 2040, per arrivare allo zero netto al 2050. Resta questo un obiettivo molto ambizioso, che siamo riusciti a ritardare con anni di azione climatica troppo debole, complice anche la forte pressione proveniente dagli abnormi interessi economici delle industrie di gas, petrolio e carbone. Badare bene che ogni cinque anni di emissioni ai livelli attuali alzano il picco di circa 0,1°C. È il motivo per cui non si può rimandare l’azione. Ed è lo stesso motivo per cui non si può rinunciare alle soluzioni tecnologiche anche più incerte e costose: nel corso del secolo infatti andrebbero rimosse dall&rsquo;atmosfera circa 320 miliardi di tonnellate di CO₂.</p>
<p>Il mantra resta sempre quello: ogni frazione di grado e ogni anno in più sopra 1,5°C aumentano il rischio di cambiamenti irreversibili in calotte glaciali, permafrost, circolazione oceanica e coralli, con gravi conseguenze per salute e prosperità del genere umano.</p>
<p>Ci sono anche buone notizie, ma andiamo per gradi.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-1.png.webp 888w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="scenari unep" width="888" height="658" loading="lazy" decoding="async">
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<h2 id="comè-calcolato-lo-scenario-più-ottimista">Com’è calcolato lo scenario più ottimista</h2><p>L’UNEP spiega che il valore più ottimista di 1,7-1,8°C tiene in considerazione innanzitutto che i tagli alle emissioni cominciano nel 2025. Si simula in più un ritmo di diffusione delle tecnologie coerente con quello osservato finora e con i progetti già avviati. E nel lungo periodo il fabbisogno di bioenergia e il ricorso alla rimozione della CO₂ non devono compromettere biodiversità e sicurezza alimentare. Si cerca poi la fascia di picco più bassa per cui esistano prove scientifiche sufficienti e si cerca di includere “percorsi” climatici da più modelli indipendenti, così che le conclusioni non dipendano da un solo gruppo di ricerca. Il picco così ottenuto risulta più alto di 0,1-0,2°C rispetto agli scenari IPCC senza <em>overshoot</em> o con <em>overshoot</em> limitato, perché quelli presupponevano tagli già dal 2020. Partendo nel 2025 serve una riduzione media del 5,7% annuo, contro il 5% di allora.</p>
<p>Questa stima verrà ripetuta ogni anno per monitorare se l’azione climatica continuerà a slittare o meno.</p>
<p>Se si continuasse con le politiche attuali, il riscaldamento si fermerebbe a 2,8°C (che è comunque più basso di 3,2°C di qualche anno fa, ed è un bene che il massimo non sia schizzato in alto). Con la piena attuazione degli NDC si scenderebbe a 2,6°C, un risultato invece peggiore di quello dell&rsquo;anno scorso proprio per l&rsquo;uscita degli Stati Uniti dall&rsquo;Accordo di Parigi. Solo aggiungendo anche tutti i target di zero netto non contenuti negli NDC si arriverebbe a 2,1°C.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-2.png.webp 871w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="gradi previsti per fine secolo" width="871" height="625" loading="lazy" decoding="async">
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<h2 id="emissioni-in-stallo">Emissioni in stallo?</h2><p>Nel 2025 le emissioni globali di gas serra hanno toccato i 58,4 GtCO2e (miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente), praticamente invariate rispetto al 2024, con un calo di appena 0,1 Gt. La crescita delle fonti fossili è stata compensata dal calo di 0,5 Gt delle emissioni legate all&rsquo;uso del suolo, dovuto soprattutto a un minor numero di incendi. Purtroppo non si può capire se l’umanità abbia raggiunto o meno un picco emissivo, perché l&rsquo;incertezza dei dati è ancora ampia. Gli Stati Uniti governati da Donald Trump hanno registrato l&rsquo;aumento più consistente di emissioni, con 133 Mt (milioni di tonnellate) in più, a causa anche della domanda elettrica, in parte dovuta alla crescita dei data center, e di politiche che favoriscono il carbone rispetto alle fonti pulite. Tra quelli che hanno ridotto le proprie emissioni troviamo invece India, Russia e Unione europea. In ogni caso, su dieci anni il bilancio emissivo resta sfavorevole per il clima mondiale, perché a fronte di 63 paesi che le hanno ridotte, 124 le hanno aumentate. Con un protagonista assoluto che conferma la sua preponderante presenza: il G20, che genera ancora il 76% delle emissioni globali.</p>
<p>Di seguito un’immagine tratta dal rapporto che suddivide la variazione di emissioni per settori.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-3.png.webp 822w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="variazioni emissioni per settore" width="822" height="500" loading="lazy" decoding="async">
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<h2 id="rinnovabili-in-forte-crescita">Rinnovabili in forte crescita</h2><p>Nel 2025 per la prima volta le rinnovabili hanno superato il carbone nel mix elettrico mondiale, con il 33,8% contro il 33,0%. Attenzione: stiamo parlando di energia elettrica, non di energia in generale. Anche i trasporti mostrano segnali di cambiamento, con le auto elettriche che rappresentano circa un quarto delle vendite globali. Il fatto molto positivo è che dal 2015 la capacità rinnovabile è cresciuta tre volte più in fretta del previsto, e il solare sette volte. L’offerta di energia da carbone e petrolio è al contempo cresciuta meno del previsto. In più, l&rsquo;occupazione nelle energie pulite ha raggiunto circa 40 milioni di posti di lavoro.</p>
<p>Dall’altro lato della medaglia, la transizione per uscire dai combustibili fossili è in ritardo e i sussidi fossili continuano a crescere, arrivando a 920 miliardi di dollari nel 2024, e la deforestazione richiederebbe poi un&rsquo;accelerazione di oltre dieci volte rispetto alla riduzione attuale.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-4.png.webp" alt="progressi climatici fatti" width="630" height="702" loading="lazy" decoding="async">
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<h2 id="a-che-punto-sono-gli-ndc">A che punto sono gli NDC?</h2><p>Dal punto di vista degli impegni nazionali ufficiali, cioè gli NDC appunto, sono 124 i paesi che hanno presentato nuovi NDC, e che coprono circa tre quarti delle emissioni, contro i 57 a cui eravamo arrivati l&rsquo;anno scorso. Per il 2035 questi piani comportano tuttavia emissioni inferiori di appena 3,5-4 GtCO2e rispetto agli obiettivi fissati per il 2030. Rispetto ai livelli del 2025, i tagli previsti sono del 5-8% al 2030 e dell'11-15% al 2035. Tra i Paesi del G20, solo sei sono sulla buona strada per il 2030: Cina, India, Indonesia, Russia, Sudafrica e Turchia. Russia e Turchia, tuttavia, hanno fissato per il 2035 obiettivi meno stringenti delle politiche già in vigore. Argentina, Arabia Saudita e Stati Uniti non hanno alcun target per quell&rsquo;anno, mentre il Messico è l&rsquo;unico ad aver rafforzato l&rsquo;obiettivo per il 2030.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-5.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-5.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/emissioni-stallo-impossibile-restare-sotto-1-5-c-body-5.png.webp 838w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="emissioni per paesi" width="838" height="582" loading="lazy" decoding="async">
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<h2 id="quanto-ha-pesato-hormuz">Quanto ha pesato Hormuz?</h2><p>L&rsquo;effetto netto sulle emissioni del 2026 resta, per ora, indeterminabile, ci spiega il rapporto UNEP. Questo fondamentalmente perché il passaggio che la chiusura dello Stretto ha causato verso altri combustibili, il ritorno al carbone e l’aumento dei sussidi spostano le emissioni verso l&rsquo;alto; il calo della domanda e l&rsquo;accelerazione di rinnovabili ed elettrificazione verso il basso.</p>
<p>Prima di febbraio transitava da Hormuz circa il 25% del petrolio trasportato via mare e il 19% del gas naturale liquefatto scambiato nel mondo. L&rsquo;interruzione ha ridotto bruscamente l&rsquo;offerta e fatto salire i prezzi, colpendo soprattutto i Paesi importatori, l&rsquo;agricoltura e le piccole e medie imprese manifatturiere. Molti Stati asiatici hanno risposto con misure di contenimento della domanda, dallo smart working ai limiti per l&rsquo;aria condizionata; altri hanno ampliato i sussidi o tagliato le tasse sui carburanti.</p>
<p>Come osserva il documento, le crisi di approvvigionamento possono spingere di solito i Paesi a cercare fonti alternative e a consumare meno, ma possono anche dirottare risorse per gonfiare i sussidi alle importazioni fossili. Dopo l&rsquo;invasione russa dell&rsquo;Ucraina, l&rsquo;Unione europea ha tagliato i consumi di gas del 19% tra il 2022 e il 2024, e quasi il 30% di quel calo è venuto dal riscaldamento domestico, grazie a minori consumi e a un maggiore ricorso alle pompe di calore. Restando in Europa, il pacchetto REPowerEU ha anticipato di anni la svolta verso eolico e solare, riducendo al 28% la quota di fossili nella generazione elettrica, che rappresenta a oggi un minimo storico. Una parte del calo si deve però alla contrazione dell&rsquo;industria causata dall’aumento dei prezzi del gas, e diversi Paesi hanno come noto prorogato la chiusura – o riattivato – centrali a carbone. Solo in Europa comunque la tendenza alla riduzione è accelerata.</p>
<p>Dal punto di vista globale, un dato incoraggiante arriva dai numeri sugli investimenti: quelli in energia pulita fatti nel 2026 sono stimati in 2,2 trilioni di dollari, che sono quasi il doppio di quelli fossili.</p>
<h2 id="cosa-fare-in-soldoni">Cosa fare, in soldoni</h2><p>Gli appuntamenti più importanti che il rapporto identifica nel prossimo futuro per confermare l’ambizione climatica sono ovviamente la COP31 di Antalya a novembre 2026, e il secondo Global Stocktake previsto per il 2028 (e per cui i produttori di fossili <a href="https://www.afp.com/en/un-climate-panel-fails-agree-date-global-warming-update-envoy" rel="noopener">stanno</a> cercando di posticipare l’uscita del prossimo mega rapporto IPCC per arrivare al 2028 con i dati vecchi). In queste sedi, bisognerebbe fissare nuovi obiettivi climatici, tra cui: triplicare la capacità rinnovabile entro il 2035 e raggiungere almeno 4,5 volte il livello attuale nel 2040; ridurre l&rsquo;offerta di carbone, petrolio e gas di almeno il 55%, il 15% e il 5% entro il 2035, e del 75%, il 30% e il 35% entro il 2040; eliminare il carbone entro il 2040 dalla faccia della Terra; ridurre le emissioni di metano di almeno il 25% al 2035 e del 40% al 2040. Tutte le percentuali sono riferite rispetto al 2025.</p>
<p>Il rapporto invita inoltre a spendere soldi nella valutazione delle politiche climatiche, perché solo di una piccola parte di quelle adottate è stato studiato l’effetto sul clima. Cioè bisogna vedere quanto si riesca effettivamente a trasformare la politica economica in fisica.<br>
Le evidenze disponibili sono comunque incoraggianti: 63 grandi riduzioni di emissioni risultano collegate all&rsquo;introduzione o al rafforzamento di politiche climatiche, e oltre 220 valutazioni confermano un effetto causale. Per esempio, l’introduzione della carbon tax e di sistemi <em>cap-and-trade</em> portano a tagli medi delle emissioni del 5-13%.</p>
<h2 id="la-percezione-del-rischio-climatico-si-intreccia-con-altre-crisi">La percezione del rischio climatico si intreccia con altre crisi</h2><p>C’è un recente rapporto redatto dalla compagnia assicurativa AXA, il <em><a href="https://www-axa-com.cdn.prismic.io/www-axa-com/eMEnYiKwHj5OU0wX_axa_futurerisksreport_2026_va.pdf" rel="noopener">Future Risks Report</a></em>, e condotto tra maggio e giugno 2026, che restituisce elementi interessanti dal punto di vista della percezione del rischio climatico. Per altro, osservare le analisi delle realtà assicurative è interessante, dal momento che sta inevitabilmente <a href="https://www.quotidiano.net/economia/ultimaora/ivass-ad-aprile-imprese-con-7677d9f6" rel="noopener">crescendo</a> la domanda verso coperture assicurative per danni causati da eventi meteo-climatici distruttivi.<br>
Tra la popolazione generale il cambiamento climatico resta il primo rischio in tutte le fasce d&rsquo;età, collocandosi al centro di una “policrisi” trasversale che tocca anche intelligenza artificiale e rischi sociali: il 95% degli esperti (che per lo più sono dipendenti AXA) e il 94% dei cittadini intervistati ritiene che le crisi siano aumentate, e i rischi appaiono sempre più intrecciati. Le tensioni geopolitiche, legate alla chiusura dello Stretto di Hormuz e alla guerra in Ucraina, appunto, rafforzano le preoccupazioni sull&rsquo;energia: il 77% di chi la indica tra i rischi principali si sente personalmente vulnerabile.</p>
<p>Il timore principale riguarda la distruzione causata da eventi estremi (54% degli esperti, 48% dei cittadini), a fronte di una preparazione giudicata scarsa: solo il 13% degli esperti e il 30% della popolazione ritiene adeguata la risposta delle autorità. Si aggiunge una dimensione sociale e intergenerazionale, per cui solo il 24% pensa che le nuove generazioni staranno meglio (e il clima è tra le cause di questo pessimismo). In questo quadro, il 70% degli intervistati dichiara di aver vissuto almeno una crisi nell&rsquo;ultimo anno e il 46% pensa di doversi forse trasferire per rischi climatici o di sicurezza (percentuale che schizza al 72% in Africa).</p>
<p>Se quindi la politica ritiene che fare la transizione climatica sia una scelta non popolare, sbaglia di grosso, perché la percezione del rischio climatico è ben consolidata e in crescita rispetto anche a pochi lustri fa. Non ci sono motivi concreti per cui non si debba quindi accelerare la transizione e provare a stare comunque «ben al di sotto di 2°C».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ripristinare la natura: all’Italia non basta un elenco di misure</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ripristinare-natura-all-italia-basta-elenco-misure/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ripristinare-natura-all-italia-basta-elenco-misure/</guid><pubDate>Mon, 19 Oct 2026 17:05:00 +0200</pubDate><dc:creator>Giorgio Vacchiano</dc:creator><description>Il Piano italiano di ripristino della natura raccoglie oltre duemila misure, ma non dimostra ancora che siano sufficienti a raggiungere gli obiettivi europei. Un terzo è privo di stima finanziaria e le garanzie urbane sono state gravemente indebolite. Alcuni progetti ben definiti e un monitoraggio ambizioso convivono con queste lacune.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ripristinare-natura-all-italia-basta-elenco-misure-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ripristinare-natura-all-italia-basta-elenco-misure-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Tre sbarramenti alti fra un metro e mezzo e due metri interrompono l’alto corso del Mingardo, nel Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Incorporano gli attraversamenti di un acquedotto. Una scheda tra le oltre 2000 contenute dalla bozza definitiva del Piano nazionale di ripristino della natura propone di eliminarli nell’ambito dell’ammodernamento della rete idrica. Prima entreranno in funzione i nuovi attraversamenti, progettati per lasciare libero il corso d’acqua, poi saranno demolite le vecchie strutture. È un intervento ben definito nelle sue fasi, sebbene la descrizione non quantifichi quanti chilometri di fiume saranno riconnessi.</p>
<p>La distanza tra progetto plausibile e risultato ecologico verificabile attraversa tutto il Piano. Il documento nasce soprattutto da una raccolta di misure disponibili, ma il passaggio ancora da dimostrare è: quelle misure, collocate in quei luoghi e finanziate in quel modo, sono sufficienti a soddisfare i bisogni di ripristino? Alcune schede affrontano pressioni precise e indicano come intervenire; altre raccolgono attività ordinarie o intenzioni ancora poco definite. Per giudicarne l’efficacia occorre capire quanto ripristino produrranno insieme, in quali luoghi e con quali risorse. Il materiale pubblicato lascia aperta una parte rilevante di queste domande.</p>
<h2 id="obiettivi-europei-e-lacune-nazionali">Obiettivi europei e lacune nazionali</h2><p>Il Piano dà attuazione al <a href="https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2024/1991/oj/ita" rel="noopener">regolamento europeo sul ripristino della natura</a>, approvato nel 2024 e conosciuto come Nature Restoration Law. Il traguardo comune è mettere in campo misure su almeno il <a href="https://environment.ec.europa.eu/topics/nature-and-biodiversity/nature-restoration-regulation_en" rel="noopener">20% delle superfici terrestri e il 20% di quelle marine dell’Unione</a> entro il 2030, estendendole entro il 2050 a tutti gli ecosistemi che necessitano di ripristino. Sono obiettivi europei complessivi, da raggiungere attraverso impegni nazionali differenziati. Ripristinare significa aiutare un ecosistema degradato a recuperare biodiversità e funzionamento: consentire ai pesci di spostarsi, restituire spazio alle piene, ricostituire habitat o rendere nuovamente permeabile un suolo urbano.</p>
<p>Il documento italiano traduce questo mandato in capitoli dedicati agli habitat terrestri e marini, alle città, ai fiumi, agli impollinatori, all’agricoltura e alle foreste. Li precedono le parti su coordinamento, finanziamenti, benefici e monitoraggio. <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/ripristino-della-natura" rel="noopener">La bozza è stata trasmessa alla Commissione Europea il 25 settembre 2026</a>. Il percorso europeo di valutazione e la successiva attuazione richiederanno ancora integrazioni e decisioni.</p>
<p>Nell’elenco allegato si contano <a href="https://www.mase.gov.it/portale/il-piano-nazionale-di-ripristino-pnr-dell-italia" rel="noopener">2.078 schede identificative di misura</a>: interventi locali, disposizioni di tutela, programmi nazionali e attività di ricerca. Riunire attività disperse tra amministrazioni diverse può aiutare a coordinarle, ma il numero, da solo, dice poco sull’ambizione del Piano. Non corrisponde a 2.078 cantieri nuovi e neppure a 2.078 risultati ecologici già verificati.</p>
<p>Proprio qui emerge la debolezza principale. Il documento parte soprattutto dalle misure disponibili, mentre rimane difficile ricostruire il percorso inverso: quale degrado occorre ripristinare, in quali luoghi, e quali azioni sono sufficienti a farlo entro le scadenze? La mancanza di collegamento tra le singole misure e gli obiettivi strategici generali è evidente nella più grave delle omissioni:  nel capitolo 3 sono vuoti i campi di sintesi sulle superfici terrestri e marine da interessare con misure entro il 2030. Il Piano dichiara inoltre che circa il 33% delle misure è ancora privo di una stima di spesa. Il fabbisogno finanziario conosciuto è quindi incompleto.</p>
<p>Anche l’elenco delle schede rende difficile verificare il raggiungimento del risultato atteso (che, come detto, è esso stesso specificato in modo incompleto). Mancano campi strutturati e compilati in modo uniforme per condizioni iniziali, superficie, obiettivo ecologico misurabile, responsabile, scadenza e gestione successiva. Alcune informazioni compaiono nelle descrizioni, altre sono richiamate altrove. Questo non dimostra che manchino nei progetti originari; significa che chi legge il materiale pubblicato non può controllare facilmente se le azioni siano sufficienti, finanziate e concentrate dove servono.</p>
<p>Infine, manca spesso la garanzia che gli interventi previsti siano addizionali, cioè aggiuntivi rispetto al normale svolgersi degli eventi (e dei finanziamenti). Utilizzare programmi esistenti, dal PNRR alla <a href="https://agriculture.ec.europa.eu/cap-my-country/cap-strategic-plans/italy_en" rel="noopener">Politica agricola comune</a>, è ragionevole. Il Piano dovrebbe però distinguere ciò che è stato già realizzato, ciò che resta da attuare e ciò che sarà ampliato grazie alla nuova programmazione. Altrimenti anche una semplice ricognizione amministrativa rischia di apparire come un passo avanti concreto nel ripristino (spoiler: è una azione preliminare, ma di per sé non ancora incisiva).</p>
<h2 id="quali-interventi-producono-ripristino">Quali interventi producono ripristino</h2><p>Nelle foreste questa distinzione diventa particolarmente importante. La scheda nazionale sulle priorità per gli ecosistemi forestali (art. 12) comprende azioni-ombrello da svolgere su tutto il territorio nazionale, come il rilascio di legno morto, la conservazione di alberi destinati all’invecchiamento, la prevenzione degli incendi boschivi, l’eradicazione delle specie esotiche invasive, la rinaturalizzazione dei rimboschimenti e la diversificazione della struttura del bosco. Include però anche il mantenimento della gestione ordinaria del ceduo. Ora, il ceduo può essere compatibile con la conservazione e, in alcuni contesti, sostenere habitat e paesaggi di valore. Ma per attribuirgli un risultato generalizzato in termini di ripristino occorrerebbe precisare in quale situazione e sito questo miglioramento si potrebbe verificare, e con quali cambiamenti rispetto alla forma di gestione attuale: turni diversi, maggiore permanenza di alberi habitat, continuità dei microhabitat o ripristino di specie associate.</p>
<p>La scheda di una singola misura proposta per la Regione Lombardia mostra quanto si possa essere più precisi anche in poche righe. Prevede che nei boschi a uso commerciale siano lasciati indisturbati almeno dieci alberi habitat per ettaro e almeno 25 metri cubi per ettaro di legno morto, in piedi e a terra, costituito da fusti con diametro superiore a 30 centimetri. Queste soglie richiedono una calibrazione locale e una verifica delle condizioni iniziali, ma consentono almeno di riconoscere il risultato cercato e controllarne il raggiungimento.</p>
<p>In una scheda per le Marche, invece, il ripristino di determinate formazioni forestali viene affidato alla libera evoluzione. Gli eventuali interventi conservativi richiedono un progetto approvato dall’ente gestore e sono previsti controlli anche in cantiere. Le due misure illustrano scelte diverse, entrambe motivate da un obiettivo ecologico. È questa relazione che dovrebbe guidare tutto il capitolo forestale. Anche la prevenzione degli incendi, che comprende diradamenti, gestione del sottobosco e fuoco prescritto, richiede una localizzazione: vicino agli insediamenti e negli habitat più vulnerabili possono servire priorità differenti. La riduzione della vegetazione combustibile va valutata insieme alla conservazione delle strutture necessarie alla biodiversità.</p>
<p>In agricoltura, le otto schede del foglio dedicato agli agroecosistemi si appoggiano tutte alla PAC. Altre azioni pertinenti all’agricoltura compaiono altrove nell’elenco, perciò sarebbe inesatto dire che il Piano si esaurisca qui. Rimane però da dimostrare che il pacchetto nazionale e le adesioni degli agricoltori possano produrre il ripristino necessario. La corrispondenza tra un pagamento e una pratica potenzialmente favorevole non misura, da sola, l’aumento della biodiversità. Serve progettare misure addizionali, stabilire le priorità territoriali e quantificare i risultati attesi.</p>
<p>Per i fiumi spicca una cifra: 41 chilometri netti aggiuntivi a scorrimento libero entro il 2030, rispetto al 2020 e tenendo conto anche delle nuove barriere. È una previsione di ripristino della connettività, da non confondere con chilometri già rinaturalizzati. Il traguardo europeo è di almeno 25.000 chilometri; ma anche rispetto alla scala nazionale, l’ambizione appare modesta. In ogni caso, il documento non dimostra che 41 chilometri rappresentino il massimo tecnicamente realizzabile. La ricognizione delle barriere e la strategia nazionale sono ancora da completare, mentre progetti come quello del Mingardo indicano opportunità concrete.</p>
<p>La qualità del progetto conta anche quando l’intervento è piccolo. Nel mare di fronte a Porto Cesareo una scheda prevede cinque campi boe, accompagnati da una modifica del regolamento dell’area marina protetta per consentire la sosta soltanto agli ormeggi autorizzati. Prenotazioni digitali e dati georeferenziati sulla frequentazione dovrebbero aiutare la gestione. Il pregio sta nell’affrontare la pressione dell’ancoraggio sui fondali e i loro organismi insieme alle regole d’uso del mare. La promessa di azzerarne gli impatti resta da verificare attraverso controlli e monitoraggi biologici, ma il collegamento tra obiettivo e intervento è esplicito.</p>
<h2 id="le-garanzie-indebolite-per-le-città">Le garanzie indebolite per le città</h2><p>Nelle città, invece, la difficoltà riguarda anche le regole generali. Il riferimento europeo è l’obbligo di conservare, fino al 2030, la superficie nazionale totale di verde urbano e copertura arborea rispetto al 2024, seguita da obblighi di incremento. Per sapere se stiamo avanzando occorre prima stabilire su quale territorio misurare questi indicatori. Il capitolo 8 italiano precisa che l’uso attuale dell’intero territorio comunale serve a costruire il quadro conoscitivo e non costituisce la scelta metodologica finale. L’orientamento è passare alle porzioni effettivamente urbanizzate, ma al momento la scelta della superficie di riferimento è lasciata ai Comuni. In questo modo, un comune con colline boscate potrebbe continuare ad avere quartieri quasi privi di ombra: la media sul territorio amministrativo descrive male le condizioni di chi ci abita.</p>
<p>La versione attuale del Piano utilizza inoltre la possibilità di esclusione dagli obblighi di copertura verde per le zone che superano insieme il 45% di verde e il 10% di copertura arborea. La possibilità era già prevista nel regolamento del 2024, ma nella prima bozza l’Italia non intendeva avvalersene. Sul piano ecologico, superare queste soglie non assicura ancora una distribuzione adeguata del verde tra i quartieri.</p>
<p>Il depotenziamento della parte urbana è stato denunciato da <a href="https://altreconomia.it/altro-che-depavimentare-le-citta-il-governo-ha-asfaltato-il-piano-di-ripristino-della-natura/" rel="noopener">Paolo Pileri su <em>Altreconomia</em></a> il 13 ottobre, con particolare attenzione alle misure eliminate e al ruolo delle rappresentanze di Comuni e costruttori. Il confronto fra i testi mostra un cambiamento sostanziale nel rapporto con l’urbanistica. La <a href="https://partecipa.gov.it/processes/ConsultazionePianoRipristino" rel="noopener">bozza del 15 maggio</a> 2026 prospettava l’adeguamento degli strumenti urbanistici, salvaguardie fino al primo monitoraggio e compensazioni preventive con equivalenza ecologica. L’attuale capitolo 8 non ripropone quell’impianto con la stessa precisione e dichiara che il Piano non modifica direttamente il regime dei suoli né determina automaticamente obblighi di modifica degli strumenti vigenti. Questo lascia agli atti successivi il compito di rendere operative le scelte territoriali. Gli obblighi europei restano, ma il percorso per garantirne l’attuazione diventa meno stringente nel testo del Piano.</p>
<p>Le misure urbane migliori fanno vedere perché quel collegamento serva. La scheda sul <a href="https://www.conferenzastatocitta.gov.it/home/approfondimenti/tematiche-di-interesse/rigenerazione-urbana/fondo-per-il-contrasto-del-consumo-di-suolo/" rel="noopener">Fondo per il contrasto al consumo di suolo</a> prevede ripristino della permeabilità e della funzionalità dei suoli, vegetazione e gestione delle acque meteoriche. Richiede inoltre proprietà pubblica e una deliberazione comunale che destini definitivamente l’area a verde pubblico inedificabile. Il beneficio viene così associato a una tutela della sua permanenza.</p>
<p>Un’altra scheda proposta dall’ISPRA, dedicata alla gestione del verde urbano e alla protezione dei nidi, cerca di limitare abbattimenti, potature drastiche e sfalci ripariali, con particolare attenzione alla nidificazione. La formulazione è però troppo breve per informare in modo chiaro le decisioni. «Di norma vietati» e «escluse cause forza maggiore» non chiariscono come valutare un intervento necessario ma programmabile, chi debba documentarlo e quali alternative esaminare.</p>
<h2 id="misurare-gli-effetti-e-mantenerli-nel-tempo">Misurare gli effetti e mantenerli nel tempo</h2><p>Una via per migliorare il Piano è già contenuta nel capitolo sul monitoraggio. Sono previsti dati iniziali, indicatori, verifiche prima, durante e dopo gli interventi e la possibilità di correggere o sostituire le misure inefficaci. Per l’agricoltura è esplicito anche il confronto con aree di controllo. È una delle parti più promettenti, purché strumenti e risorse siano disponibili dall’inizio: senza conoscere le condizioni precedenti si rischia di perdere la possibilità di valutare ciò che verrà realizzato. Anche gli scenari climatici, richiamati nel documento, devono orientare più sistematicamente le scelte: un intervento progettato sulle sole condizioni attuali potrebbe perdere efficacia durante il ripristino.</p>
<p>Due schede sul Po rendono concreta questa impostazione. Una costruisce il riferimento ante operam su siti rappresentativi degli ambienti e degli interventi; l’altra studia la risposta della <a href="https://climatemediacenteritalia.substack.com/p/breaking-climate-1" rel="noopener">lanca di Gussola</a> all’abbassamento di un pennello di navigazione. Acque, sedimenti e comunità biologiche vengono osservati anche con DNA ambientale e telerilevamento; a Gussola si misurano inoltre gli scambi di gas serra. L’obiettivo è imparare dal progetto pilota per orientare quelli successivi. La durata del monitoraggio e il confronto con siti non interessati dai lavori restano aspetti da rendere più solidi.</p>
<p>Le competenze e le esperienze raccolte nel Piano offrono quindi una base utile. Per trasformarla in una strategia verificabile occorre rendere pubblico, per ogni obiettivo, il collegamento tra bisogno ecologico, luoghi prioritari, azioni finanziate e ripristino atteso, prevedendo interventi aggiuntivi quando quelli programmati non bastano. E occorre assicurare la gestione dopo il cantiere, quando una parte decisiva del ripristino deve ancora avvenire. Sul Mingardo questo significa verificare che, rimossi gli sbarramenti, il fiume torni davvero a collegare gli habitat. È solo con risultati di questo tipo, mantenuti nel tempo e sommati senza duplicazioni, che si potrà giudicare davvero il Piano nazionale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La COP17 di Yerevan sulla biodiversità alla prova dei risultati</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cop17-yerevan-biodiversita-prova-risultati/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cop17-yerevan-biodiversita-prova-risultati/</guid><pubDate>Sun, 18 Oct 2026 09:48:00 +0200</pubDate><dc:creator>Giorgio Vacchiano</dc:creator><category>ambiente</category><description>La COP17 della Convenzione ONU sulla diversità biologica si svolge a Yerevan, in Armenia, dal 19 al 30 ottobre 2026. La riunione sarà la prima revisione globale dei progressi collettivi nell’attuazione del Quadro di Kunming-Montreal, adottato nel 2022 con 23 obiettivi di conservazione della biodiversità al 2030. Il confronto decisivo sarà su come accelerare l’attuazione e garantire risorse adeguate, sulla qualità della protezione e sulla destinazione dei benefici economici dell’uso delle risorse genetiche. La cerimonia di apertura è prevista il 18 ottobre: ecco i dossier più importanti che saranno discussi nelle prossime due settimane.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cop17-yerevan-biodiversita-prova-risultati-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cop17-yerevan-biodiversita-prova-risultati-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 19 dicembre 2022, a Montreal, i governi di 196 Paesi hanno concordato 23 obiettivi per arrestare e invertire la perdita di biodiversità globale entro il 2030. A quattro anni dalla scadenza, il <a href="https://www.cbd.int/article/2026-global-report-reducing-threats" rel="noopener">rapporto di monitoraggio</a> dei primi 8 obiettivi della Convenzione per la Diversità Biologica offre un quadro netto: i Paesi hanno intrapreso azioni su tutti i 23 obiettivi, ma meno della metà dei target nazionali risulta in traiettoria.</p>
<p>Nella classificazione a semaforo della revisione, solo il Target 8, ridurre gli impatti del cambiamento climatico e dell’acidificazione degli oceani sulla biodiversità e rafforzarne la resilienza, è nella categoria verde; la maggior parte degli obiettivi resta nelle categorie che segnalano progressi insufficienti o lacune rilevanti. E meno dell’uno per cento dei rapporti nazionali espone i dati necessari per poter monitorare nel tempo la superficie degli ecosistemi naturali.</p>
<p>Dal 19 al 30 ottobre la <a href="https://www.cbd.int/conferences/2026" rel="noopener">COP17 della Convenzione sulla diversità biologica</a>, che si tiene a Yerevan, in Armenia, dovrà fare i conti con questa situazione, in occasione della prima revisione globale dei progressi collettivi sul Quadro di Kunming-Montreal. Il <a href="https://www.cbd.int/globalreview/report2026" rel="noopener">rapporto</a> State of Biodiversity Action, presentato il 15 ottobre, è il punto di partenza del confronto. Va letto tenendo separate due cose che spesso si confondono: la diffusione delle politiche e i risultati ecologici.</p>
<p>Sul primo fronte i numeri sono incoraggianti. Centosessantadue Paesi hanno già redatto il proprio rapporto, e 172 hanno comunicato almeno gli obiettivi nazionali. Per tutti i 23 obiettivi sono state avviate azioni, ma il livello di impegno è ancora lontano dal raggiungere gli obiettivi globali. Per esempio, l’obiettivo clima e resilienza degli ecosistemi è incluso nei piani di oltre l’80% dei Paesi, ma le relative misure sono state attuate pienamente solo nel 2% dei casi. L’impegno più noto è il 30×30: conservare efficacemente almeno il 30% delle terre e delle acque interne e il 30% dei mari e delle coste entro il 2030, e avviare il ripristino efficace di almeno il 30% degli ecosistemi degradati. Secondo il <a href="https://campaignfornature.org/report/30x30-global-assessment/" rel="noopener">30×30 Global Assessment 2026</a>, un’analisi indipendente coordinata da <em>Campaign for Nature,</em> oggi siamo intorno al 20% sulla terraferma e al 10% negli oceani. Anche se tutti gli impegni quantificati venissero mantenuti, nel 2030 arriveremmo a circa il 27% e il 12%. Il buco più grande, quindi, è in mare.</p>
<p>Ma il problema non è solo la percentuale di aree protette. Trasformare una promessa in una rete di aree protette vuol dire decidere dove intervenire, chi ne è responsabile e come garantire la loro gestione negli anni. La stessa analisi rileva che meno di venti Paesi dispongono di piani dettagliati per la realizzazione di questo obiettivo con costi, tempi, governance e finanziamenti. Conta anche che cosa si protegge. Tutelare pezzi isolati di foresta può lasciare irrisolto il problema della frammentazione ecologica, o impedire alle specie di spostarsi verso condizioni climatiche più adatte mentre il clima cambia. Un’area marina protetta senza regole effettive sulle pressioni che si dovrebbero ridurre rischia di esistere solo sulla mappa. Per giudicare il 30×30 bisognerà guardare quali ecosistemi entrano nella rete e come vengono governati: la semplice somma degli ettari lascia fuori metà della storia. E conta con chi si protegge. Il coinvolgimento delle comunità e il rispetto dei loro diritti sono spesso la condizione perché una gestione efficace duri nel tempo.</p>
<h2 id="undici-dollari-di-sussidi-alimentano-il-danno-contro-uno-che-conserva">Undici dollari di sussidi alimentano il danno, contro uno che conserva</h2><p>Il divario globale di finanziamento per la biodiversità <a href="https://www.cbd.int/financial/rmold.shtml" rel="noopener">è stato stimato</a> dalla Convenzione sulla Diversità Biologica in 700 miliardi di dollari all’anno. Il Target 19 prova a colmarne una parte, mobilitando almeno 200 miliardi l’anno entro il 2030. Di questi, i flussi internazionali dai Paesi sviluppati e da altri contributori volontari verso i Paesi in via di sviluppo dovrebbero raggiungere almeno 30 miliardi annui nel 2030, dopo un traguardo intermedio di 20 miliardi nel 2025.</p>
<p>Bisognerebbe anche trovare una soluzione per il fiume di denaro che si muove nella direzione sbagliata. Il <a href="https://www.cbd.int/gbf/targets/19%20su%20dati%202023" rel="noopener">rapporto UNEP</a> <em>State of Finance for Nature</em> 2026 stima 2.400 miliardi di dollari erogati ogni anno in sussidi pubblici dannosi per l’ambiente, contro 220 miliardi di finanziamenti per soluzioni basate sulla natura. Le due categorie non sono perfettamente sovrapponibili (le seconde includono interventi su clima, acqua e altri problemi ambientali, e non esauriscono la finanza per la biodiversità), ma l’ordine di grandezza è eloquente: per ogni dollaro che conserva e ripara gli ecosistemi, quasi undici continuano ad alimentarne il danno. Per questo il Target 18 chiede di ridurre gli incentivi dannosi di almeno 500 miliardi l’anno entro il 2030. La prima tappa, identificarli entro il 2025, non è stata raggiunta, e solo un quarto degli obiettivi nazionali è in linea con la traiettoria. Non sorprende: toccare un sussidio significa toccare redditi e interessi. Servono alternative praticabili e misure di accompagnamento per chi deve cambiare il proprio lavoro o ripensare un’attività imprenditoriale.</p>
<p>A Yerevan si discuterà in particolare del ruolo della <em>Global Environment Facility</em>, il meccanismo finanziario della Convenzione, e del <em>Global Biodiversity Framework Fund</em>, istituito al suo interno: quanto dotarli, come facilitarne l’accesso, se allargare la platea dei contributori. Sono domande meno astratte di quanto sembrino. Un finanziamento troppo lento o difficile da ottenere rischia di arrivare quando la capacità amministrativa si è dispersa, o quando la finestra per intervenire si è già chiusa.</p>
<p>Nei <a href="https://enb.iisd.org/cbd-subsidiary-body-scientific-technical-technological-advice-sbstta28-sbi7-summary" rel="noopener">negoziati preparatori di Nairobi</a> i Paesi latinoamericani e caraibici, India e Indonesia hanno chiesto risorse adeguate e prevedibili dai Paesi sviluppati, accesso più semplice ai fondi e condizioni agevolate. La parola chiave è prevedibili. Un’amministrazione che lavora sulla conservazione deve poter mantenere personale e competenze tra un finanziamento e il successivo.</p>
<h2 id="il-valore-dei-genomi">Il valore dei genomi</h2><p>Esiste un valore della biodiversità che è molto difficile vedere o anche solo immaginare: l’informazione contenuta nei genomi. Le sequenze genetiche alimentano la ricerca su farmaci, varietà agricole e processi industriali. Quando quell’informazione è digitale e scaricabile da una banca dati, chi la usa non ha bisogno di prelevare un campione nel Paese d’origine, e il filo che lega i profitti ai luoghi e alle comunità che custodiscono quelle risorse si spezza. Il <a href="https://www.cbd.int/article/cali-fund-launch-2025" rel="noopener">Cali Fund</a> nasce per riannodarlo.</p>
<p>Istituito da una decisione della COP16 e lanciato durante la sessione di Roma nel 2025, dovrebbe raccogliere contributi dalle grandi imprese che traggono benefici commerciali dall’informazione digitale sulle sequenze genetiche in settori come farmaceutica, cosmetica e biotecnologie. Almeno metà delle risorse è destinata ai bisogni indicati dai popoli indigeni e dalle comunità locali. Il 14 ottobre <a href="https://www.reuters.com/sustainability/land-use-biodiversity/midway-2030-deadline-countries-falling-far-short-promise-protect-nature--ecmii-2026-10-14/" rel="noopener">Reuters riportava</a> che il fondo aveva ricevuto contributi per appena 6.000 dollari. Lo snodo non è solo la volontà delle aziende, ma la fiducia in chi gestisce il denaro. A Nairobi il gruppo africano ha chiesto trasparenza e chiarezza sulla governance; i piccoli Stati insulari hanno chiesto dati distinti sulle assegnazioni a loro favore e a favore dei Paesi meno sviluppati, oltre alla verifica della quota riservata alle comunità indigene e locali. Con queste questioni ancora irrisolte sul tavolo, l’Unione europea sostiene la raccolta ma ha chiesto più tempo. L’Australia teme che alle imprese disposte a contribuire vengano inviati segnali scoraggianti, e il Giappone ha osservato che la disputa rischia di far sembrare il fondo afflitto da problemi strutturali.</p>
<p>Per convincere le aziende a versare, il fondo dovrebbe prima convincere i governi dei Paesi che ne beneficeranno. In parallelo alla COP17 si riuniranno per la sesta volta le Parti del <a href="https://www.cbd.int/conferences/2026/np-mop-06/documents" rel="noopener">Protocollo di Nagoya</a>, che regola l’accesso alle risorse genetiche fisiche (e alle conoscenze tradizionali associate) e la condivisione equa dei benefici. Non va confuso con il Cali Fund: quest’ultimo riguarda l’informazione digitale ed è stato istituito con una decisione separata della COP16. La <a href="https://www.cbd.int/doc/c/4db1/cc7a/24a64b57138ce3777acdbf19/sbi-07-07-add1-en.pdf" rel="noopener">valutazione preparata per Nairobi</a>, basata su informazioni relative a 142 Paesi aggiornate al 9 marzo 2026, mostra un sistema che cresce soprattutto nelle procedure. Centodieci Paesi (il 78%) hanno adottato misure legislative, amministrative o politiche in materia; sessantaquattro (il 45%) dichiarano di aver rilasciato permessi o equivalenti, anche se in qualche caso si tratta di semplici permessi di esportazione; trentaquattro (il 24%) hanno pubblicato certificati di conformità riconosciuti a livello internazionale, per un totale di 6.269. I benefici monetari dichiarati dall’entrata in vigore del Protocollo ammontano a circa 53 milioni di dollari, e l’82% è concentrato in tre Paesi: India, Costa Rica e Sudafrica. La cifra va presa con cautela, perché deriva dai dati numerici di soli 23 Paesi, talvolta aggregati tra risorse genetiche e conoscenze tradizionali, e non cattura i benefici non monetari come formazione, cooperazione e condivisione dei risultati. Due questioni negoziali rimangono aperte. La prima è il meccanismo multilaterale globale previsto dall’articolo 10. Dovrebbe affrontare casi in cui le risorse genetiche si trovano in più Paesi o non è possibile individuare o ottenere il consenso preventivo necessario per applicare il normale sistema bilaterale tra fornitore e utilizzatore. La seconda riguarda I casi in cui un regime internazionale specializzato, applicabile a una specifica risorsa genetica e a un determinato scopo, disciplini accesso e condivisione dei benefici per le Parti che ne fanno parte, secondo l’articolo 4(4) del Protocollo. Le parti hanno riconosciuto divergenze su questo punto nelle riunioni precedenti; l’obiettivo è evitare vuoti o sovrapposizioni tra regimi diversi.</p>
<h2 id="oltre-i-negoziati">Oltre i negoziati</h2><p>Dai negoziati, però, le decisioni devono tornare ai luoghi in cui si conserva e si usa la biodiversità. L’attuazione coinvolgerà città e amministrazioni locali, cooperazione scientifica, educazione e comunicazione. È a questi livelli che molti impegni incontrano scelte concrete sull’uso del suolo o sulla gestione degli ecosistemi. Conservare la biodiversità richiede che i ministeri delle finanze, dell’agricoltura e delle infrastrutture assumano responsabilità verificabili, e che le comunità possano partecipare alle decisioni che le riguardano. La cooperazione scientifica può sostenere questo lavoro rendendo disponibili metodi di rilievo e strumenti per interpretare i dati. Per le amministrazioni con meno risorse, l’accesso alle tecnologie deve accompagnarsi alla possibilità di utilizzarle e mantenerle. Sono condizioni necessarie per trasformare un sistema di rendicontazione in una base utile alle decisioni.</p>
<p><a href="https://enb.iisd.org/cbd-subsidiary-body-scientific-technical-technological-advice-sbstta28-sbi7-summary" rel="noopener">La proposta di Yerevan Pathway</a> prova a dare seguito alla revisione globale: completare piani e obiettivi nazionali, rafforzare risorse e cooperazione, coordinare le amministrazioni, migliorare partecipazione e dati. È una proposta negoziale, non una decisione già concordata. Il suo valore dipenderà dalle responsabilità, dalle scadenze e dai mezzi che i governi accetteranno di assumere. Anche in Italia potremo cercarne gli effetti nei bilanci e nelle decisioni di gestione. Un progetto di ripristino richiede di sapere chi continuerà a monitorarlo quando il finanziamento sarà terminato. Un corridoio ecologico richiede accordi tra amministrazioni e proprietari. Sono le stesse condizioni da cui dipende la possibilità di misurare i progressi.</p>
<p>Nei quattro anni rimasti, la revisione di Yerevan potrà aiutare a concentrare risorse e responsabilità dove servono, e a tornare sul terreno per verificare che cosa è cambiato.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Guerra e clima: l’ecocidio resta nel tempo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/guerra-clima-ecocidio-resta-tempo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/guerra-clima-ecocidio-resta-tempo/</guid><pubDate>Fri, 16 Oct 2026 08:06:00 +0200</pubDate><dc:creator>Enrico Bergianti</dc:creator><category>ambiente</category><description>Nel suo nuovo saggio &amp;amp;ldquo;Guerra e clima - L&amp;amp;rsquo;ecocidio che distrugge la Terra&amp;amp;rdquo; (Il Saggiatore), la giornalista Stefania Divertito firma un&amp;amp;rsquo;inchiesta sui danni ambientali dei conflitti e su come gli atti di guerra, che talvolta danno corpo a veri e propri ecocidi, continuino ad affamare, a far ammalare e a uccidere anche dopo la fine delle ostilità. Divertito parte dalla storia e dalle storie e realizza interviste esclusive, muovendosi tra scienza e geopolitica e mostrando come il diritto internazionale stia recependo una nuova sensibilità sull&amp;amp;rsquo;ambiente.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/guerra-clima-ecocidio-resta-tempo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/guerra-clima-ecocidio-resta-tempo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’impatto ambientale della guerra, a uno sguardo distratto, può sembrare un tema a tratti controverso. O perché appare come ovvio - della serie: la guerra porta distruzione, è palese che anche l’ambiente venga danneggiato e preoccuparsene è un esercizio di stile - o perché viene percepito, in una certa misura, come poco rispettoso, in termini di priorità, verso chi muore, chi resta ferito, chi perde persone care, chi perde la casa, chi perde tutto. </p>
<p>Per non incappare in questo ragionamento ci arrivano in soccorso le 212 pagine di <a href="https://www.ilsaggiatore.com/libro/guerra-e-clima" rel="noopener"><em>Guerra e clima. L’ecocidio che distrugge la Terra</em></a>, il nuovo libro della giornalista scientifica Stefania Divertito e pubblicato da Il Saggiatore. A due anni dall’uscita di <em>Uccidere la Natura. Come l’umanità distrugge e salva il Pianeta</em>, Divertito firma un’altra inchiesta a tema ambientale. Autrice attiva nel campo del giornalismo e della saggistica scientifica d’inchiesta, Divertito ha anche una riconosciuta esperienza in ambito politico e istituzionale: è stata portavoce del Ministro dell’Ambiente Sergio Costa e, contestualmente, capo ufficio stampa del Ministero dell’Ambiente durante la  XVIII legislatura. </p>
<p><em>Guerra e clima. L’ecocidio che distrugge la Terra</em> è un libro che si muove tra scienza, storia, diritto, istituzioni, geopolitica. È un saggio sul futuro e lo si capisce sin dalla dedica a Irene, la nipote dell’autrice, nominata anche nel finale del libro. È un libro sul presente, sulla drammatica attualità geopolitica, ma è un saggio che parte dal passato, tanto che Divertito porta subito chi legge in medias res parlando di un campo di battaglia sventrato a Verdun, in Francia, durante quella immane tragedia che è stata la Prima Guerra Mondiale. </p>
<p>Cosa ci dice il suolo di Verdun? Che un conflitto del passato ha conseguenze ancora visibili e concrete sul presente: basti pensare all’uso di napalm in Vietnam o di uranio impoverito nei Balcani e alle malattie che ne sono seguite. Il saggio si sviluppa attorno a una scaletta organizzata e coerente che va a fondo su cosa voglia dire parlare di danni climatici della guerra. Capiamo che le guerre di oggi non sono solo un dramma del presente, ma anche del futuro: una bomba sganciata oggi ha conseguenze immediate, drammatiche, assassine; ma continuerà ad averne a medio e lungo termine. Questo vale anche per la distruzione delle foreste, per gli sversamenti in mare, per la demolizione degli edifici, per l’avvelenamento del suolo, per la distruzione di centrali o di pozzi petroliferi. </p>
<p>Il saggio di Divertito è un saggio scientifico rigoroso: ci sono studi, dati, definizioni, dubbi. Divertito elenca molti dati, per esempio, sugli ecocidi in Ucraina e nella Striscia di Gaza: sono dati inevitabilmente incompleti, sia perché è difficile calcolarli sia perché le guerre sono in corso, e quindi offrono dati parziali, ma che sono certamente validi e danno un orizzonte di senso. </p>
<p>Divertito non dà mai per scontato l’intreccio tra i dati di oggi e gli scenari di domani, ma lo affronta dedicando un’intera sezione, di 30 pagine, ai numeri: come si calcola il danno ambientale di un conflitto, oggi e per il futuro? La risposta arriva da esperienze concrete e tuttora in corso, frutto del lavoro e della competenza di persone come Anna Berti Suman, Doug Weir e Lennard De Klerk, che Divertito intervista nel saggio. Divertito ha realizzato interviste esclusive, come quella a Borys Indichenko, Capo della Procura Specializzata per l&rsquo;Ambiente in Ucraina. All’interno di questa ampia sezione si torna a capire, con estrema chiarezza, perché il conteggio dei danni ambientali non è né ovvio né tantomeno irrispettoso.</p>
<p>Non è ovvio perché, oltre a stimolare le conoscenze che servono a studiare questo danno, il filone di studi sugli impatti ambientali delle guerra sta facendo nascere un diritto espressamente legato a questo tema; non è irrispettoso perché, come scrive Divertito, è stato proprio un rappresentante delle istituzioni di un paese aggredito - cioè Pavlo Kartashov, viceministro ucraino dell’Economia, dell’Ambiente e dell’Agricoltura  - a portare alla COP 30 di Belém, nel 2025, i dati che mostravano il peso dell’aggressione russa anche sull’ambiente del loro stato: «Un Paese aggredito, che avrebbe potuto fermarsi alle proprie vittime, decideva di contare anche il suolo, l’acqua, gli animali, ciò che la guerra distrugge senza che nessuno ne raccolga la voce, e allargava la definizione stessa del crimine che subiva». Solo considerando, erroneamente, <em>Homo sapiens</em> come una specie che non ha a nulla a che fare con l’ecosistema in cui vive e opera ci può essere una giustificazione nel considerare i crimini di guerra ambientali come semplici danni collaterali ai crimini di guerra più strettamente “umani”. Anche perché, come emerge chiaramente nel saggio, sono anche gli umani, anche quelli che per il momento sono sopravvissuti, a essere messi in pericolo dalle conseguenze degli ecocidi. </p>
<p>Un ecocidio non può riguardare l’ambiente ma esentare dai danni la nostra specie: riguarda entrambi, anzi, non c’è nessun “entrambi”, perché <em>Homo sapiens</em> è parte dell’ambiente. L’ipotesi-Gaia di James Lovelock e Lynn Margulis, elaborata alla fine degli anni Settanta, sostiene che la Terra è il sistema di cui tutti siamo ingranaggi insieme ai viventi e agli elementi che compongono ciò che esiste. Un’idea che eredita anche la tradizione di pensiero del XIX secolo e le visioni di grandi scienziati come Alexander Von Humboldt o Charles Darwin. Non si capisce perché, quindi, per la guerra questa idea sia messa in stand by, creando un doppio standard (come quello delle emissioni dei reparti delle difese di tutto il mondo che non sono conteggiate come emissioni dai report ufficiali) che appare inconciliabile non solo con la morale, ma anche con la scienza stessa.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il modello podolico: biodiversità e allevamento sostenibile</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/modello-podolico-biodiversita-allevamento-sostenibile/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/modello-podolico-biodiversita-allevamento-sostenibile/</guid><pubDate>Fri, 09 Oct 2026 08:00:00 +0200</pubDate><dc:creator>Claudia Pucci</dc:creator><description>L’allevamento estensivo del bovino podolico, diffuso nell’Appennino meridionale, mostra come benessere animale, qualità dei prodotti e biodiversità possano convivere. Una razza meno produttiva delle specializzate, ma capace di valorizzare pascoli e territori marginali: per questo tutelarla è una questione pubblica, non solo del singolo allevatore, e richiede una politica che protegga l’intero modello agroecologico che l’ha custodita. Vacca podolica con vitello. Riccardo Orl, CC BY-SA 4.0 , via Wikimedia Commons</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/modello-podolico-biodiversita-allevamento-sostenibile-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/modello-podolico-biodiversita-allevamento-sostenibile-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il crescente riconoscimento degli animali come esseri senzienti, insieme all’evoluzione delle politiche europee in materia di benessere animale e sostenibilità, ha reso necessaria una nuova valutazione dei modelli di allevamento tradizionali. In questo contesto, l’allevamento della razza podolica rappresenta un caso di studio particolarmente interessante.</p>
<p>Negli ultimi anni, il benessere economico ha permesso ai consumatori di favorire qualità e sicurezza del prodotto oltre a un maggiore rispetto per gli animali. Le scelte alimentari dei consumatori dipendono da vari fattori, tra cui il valore nutrizionale, la salubrità, l’aspetto, il gusto e la sicurezza degli alimenti e si registra un aumento della consapevolezza critica nei confronti dei cibi di origine animale, con particolare attenzione a ciò che gli animali allevati consumano.</p>
<h2 id="la-zootecnia-etologica">La zootecnia etologica</h2><p>La zootecnia etologica nasce quindi per promuovere metodi che rispettano agricoltura biologica, bisogni etologici degli animali ed equilibri ecologici. L’allevamento estensivo del bovino podolico, diffuso nelle zone appenniniche dell’Italia meridionale, rappresenta un esempio concreto di questo approccio. </p>
<p>L’utilizzo del pascolo consente agli animali di esprimere comportamenti naturali in ambienti simili a quelli selvatici. Tecniche come l’allattamento naturale e la mungitura manuale rispettano le esigenze degli animali, mentre le interazioni uomo-animale sono generalmente positive. </p>
<p>Come razza autoctona, il bovino podolico è ben adattato all’ambiente, dimostrando robustezza e longevità. Il modello di allevamento podolico valorizza i pascoli cespugliati e le risorse naturali, garantendo così alimenti senza sostanze chimiche sia nel loro nutrimento che nei prodotti finali come carne, latte e formaggi. La qualità del cibo, come affermato da <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/030691929290017R?via%3Dihub" rel="noopener">Alan Swinbank</a>, include aspetti intrinseci come gusto e sicurezza alimentare, ma anche le condizioni di produzione. In questo contesto, l’allevamento tradizionale offre eccellenti opportunità.</p>
<p>I prodotti derivati da questo sistema di allevamento si distinguono per caratteristiche organolettiche uniche e basso rischio di contaminazione da farmaci e pesticidi. Metodi che  rispondono alle crescenti richieste dei consumatori per prodotti più sicuri e sostenibili <a href="https://www.iris.unina.it/handle/11588/202373" rel="noopener">dal punto di vista ambientale ed etico</a>. </p>
<p>Dal punto di vista del consumatore, la qualità percepita abbraccia anche fattori non strettamente legati al prodotto, come il benessere degli animali e l’assenza di sostanze chimiche nocive. I bovini podolici che si nutrono al pascolo contribuiscono a un’esperienza alimentare più naturale. Tuttavia, l’irregolarità dei pascoli appenninici può influire sulla qualità del latte e della carne prodotta, che risulta più consistente e dal colore più scuro. Nonostante queste variabilità, i prodotti podolici presentano minor contenuto di grassi saturi e un elevato livello di acido linoleico coniugato, conosciuto per le sue proprietà benefiche.</p>
<h2 id="origini-e-diffusione">Origini e diffusione</h2><p>Le razze podoliche, originarie della regione ucraina della Podolia e poi diffusesi in gran parte dell’Europa orientale fino al Sud Italia, si dividono tra quelle ormai estinte e quelle attualmente a rischio di estinzione, con solo alcune ancora rilevanti. </p>
<p>Giunte in Italia probabilmente con le invasioni barbariche del 452 d.C. grazie alla loro adattabilità, resistenza alle malattie e rusticità, si diffusero inizialmente in tutto il paese. Tuttavia, le loro caratteristiche considerate poco moderne, come la bassa produzione di latte e le carni gustose ma dure, ne hanno limitato la diffusione a Campania, Puglia, Basilicata, Molise e Calabria. </p>
<p>Le razze italiane spiccano per il loro ruolo preminente e rappresentano una ricchezza viva del nostro patrimonio culturale, al pari di molti altri beni artistici e culturali. L’Italia detiene infatti il più significativo patrimonio in termini di varietà e capi allevati, grazie a un’attività di selezione e valorizzazione accurata, che attira l’interesse di altre nazioni europee impegnate nella riscoperta delle proprie antiche razze podoliche. </p>
<p>Un caso emblematico è quello del bue istriano, che in Croazia è visto non solo come un prezioso animale, ma anche quasi come emblema dell’identità nazionale.</p>
<h2 id="pascolo-e-transumanza">Pascolo e transumanza</h2><p>L’allevamento della podolica è principalmente estensivo, sfruttando prevalentemente i pascoli naturali e gli ampi spazi disponibili.<br>
La transumanza verticale è tipica dell’allevamento brado nelle aree interne della Calabria, con gli animali che si spostano dagli altipiani estivi ai pascoli invernali, adattandosi alla disponibilità di foraggio. Tuttavia, esistono anche forme di allevamento semistanziali, in cui gli animali pascolano da marzo a ottobre, trascorrendo l’inverno in strutture con alimentazione a base di fieni e cereali locali.</p>
<p>L’alimentazione si basa essenzialmente su risorse locali: prati naturali e coltivazioni erbacee della zona, con fieni ottenuti senza pesticidi o fertilizzanti chimici, eccetto quelli organici. Durante l’ingrasso, si usano anche paglia e fieno integrati con orzo, mais, frumento, avena e altri cereali.</p>
<p>Nella dieta dei bovini non si impiegano soia, lieviti o sottoprodotti industriali, a eccezione di quelli molitori come crusca. Non si utilizzano integratori minerali o vitaminici, e i concentrati sono ammessi solo se di provenienza garantita.</p>
<p>L’allevamento dei vitelloni da macello segue la linea vacca-vitello. Gli animali destinati al macello devono nascere nelle aziende stesse. Sebbene l’ingrasso possa avvenire in strutture diverse, gli animali devono provenire da allevamenti registrati al <a href="https://allevatoricalabria.it/" rel="noopener">Consorzio di valorizzazione della carne bovina podolica calabrese</a>. I vitelli vengono allattati fino a 7-8 mesi e apprendono gradualmente a nutrirsi di foraggi e alimenti solidi.</p>
<h2 id="biodiversità-da-difendere">Biodiversità da difendere</h2><p>La salvaguardia delle razze autoctone riveste un’importanza significativa all’interno della preservazione della biodiversità sia agricola che zootecnica. L’espansione degli schemi produttivi intensivi e delle razze selezionate principalmente per il loro rendimento ha, nel corso del Novecento, determinato un calo nel valore economico di molte razze locali. Tra queste, la razza podolica, che si distingue per una produttività inferiore rispetto alle razze più specializzate, ha risentito in modo particolare di questa tendenza.</p>
<p>Tuttavia, la conservazione di queste razze detiene un interesse che trascende l’aspetto meramente produttivo. Le razze autoctone rappresentano infatti un patrimonio genetico sviluppato in stretta correlazione con le specifiche condizioni ambientali delle loro aree di origine e possono offrire un sostegno strategico alla capacità futura dell’agricoltura di rispondere ai cambiamenti climatici e alle alterazioni degli ecosistemi.</p>
<h2 id="podolica-e-razze-specializzate">Podolica e razze specializzate</h2><p>L’analisi comparativa tra le principali razze bovine da carne offre una comprensione più approfondita del ruolo singolare della podolica nei sistemi produttivi italiani. Razze altamente specializzate come la limousine, la charolaise e la marchigiana sono state selezionate geneticamente per promuovere aspetti quali la precocità, la rapidità di accrescimento e l’elevata resa alla macellazione. Per esempio, la razza limousine fornisce una resa al macello tra il 62 e il 64 per cento del peso vivo con elevata fertilità, mentre la charolaise può superare una resa del 62 per cento.</p>
<p>In uno <a href="https://www.tandfonline.com/doi/full/10.4081/ijas.2014.3285" rel="noopener">studio</a> condotto in allevamenti intensivi del Veneto, i giovani tori charolaise hanno mostrato un incremento medio di circa 1,40 kg al giorno. Analogamente, la marchigiana eccelle in termini di precocità e capacità di crescita, presentando <a href="https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.4081/ijas.2008.259" rel="noopener">rese medie</a> attorno al 65-66 per cento.</p>
<p>Sono tratti che rendono queste razze estremamente competitive nei contesti di allevamento orientati a massimizzare la produzione di carne. La loro accelerata crescita e la rapidità con cui raggiungono il peso di macellazione incidono favorevolmente sulla produttività unitaria e sulla riduzione della durata del ciclo produttivo.Tuttavia, la redditività non è determinata esclusivamente dalla quantità di carne prodotta o dal rendimento della carcassa, ma richiede una gestione oculata dei costi di produzione e l’adozione di sistemi produttivi efficaci.</p>
<p>In questo contesto, l’analisi della podolica riveste particolare importanza. Questa razza, piuttosto che competere con le specializzate sul piano della massima produttività individuale, si distingue per l’efficace utilizzo di risorse foraggere che risultano inaccessibili ad altri sistemi produttivi. L’<a href="https://www.anabic.it/" rel="noopener">Associazione nazionale allevatori bovini italiani</a> da carne (ANABIC) sottolinea la rusticità e frugalità della podolica, evidenziando la sua capacità di sfruttare pascoli cespugliati, stoppie e foglie arboree, caratteristiche che la rendono idonea a territori marginali con risorse minime.</p>
<p>Pertanto, un confronto basato unicamente su fattori come l’incremento medio giornaliero, il peso finale o il rendimento al macello risulterebbe riduttivo in termini di efficienza economica della podolica. Nei contesti difficili, una razza con minore produttività individuale può risultare vantaggiosa se integrata in un modello gestionale che valorizza il pascolo e le risorse locali. <br>
La redditività va quindi misurata anche in relazione ai costi alimentari, alla capacità d’adattamento degli animali, alla fertilità delle fattrici, alla possibilità di utilizzare territori marginali e al valore aggiunto delle produzioni tradizionali.</p>
<p>La selezione genetica della podolica si è focalizzata sul miglioramento delle caratteristiche produttive senza comprometterne l’adattabilità agli ambienti ostili. L’obiettivo perseguito dall’ANABIC è sviluppare esemplari idonei all’allevamento brado o semibrado, capaci di produrre carne di elevata qualità senza perdere rusticità e longevità.</p>
<p>In quest’ottica, la redditività della podolica si articola secondo un paradigma differente rispetto all’allevamento intensivo: non solo maggior produzione per capo o rapidità di crescita, ma valorizzazione delle risorse territoriali marginali, contributo alla biodiversità zootecnica e sostenibilità dell’agricoltura in aree difficili. Il confronto con le razze specializzate non indica necessariamente una superiorità dell’uno o dell’altro modello produttivo, bensì pone in risalto le differenti funzioni economiche e territoriali sostenute dai diversi sistemi di allevamento.</p>
<h2 id="una-questione-pubblica">Una questione pubblica</h2><p>È dunque prioritario riconoscere la biodiversità zootecnica come parte integrante della biodiversità agricola complessiva. Il mantenimento delle razze locali assicura la conservazione di un pool genetico che si rivelerà fondamentale per la resilienza dei sistemi agricoli e la diversificazione delle strategie produttive. In quest’ottica, la protezione della razza podolica assume la connotazione di una questione di interesse pubblico, andando oltre il mero interesse privato del singolo allevatore.</p>
<p>Da una parte è fondamentale preservare la razza e le sue risorse genetiche, dall’altra è essenziale garantire la sostenibilità economica degli allevamenti che ne permettono la conservazione. La protezione può essere declinata su vari livelli, tra cui quello del benessere animale, seguito dalle normative europee e nazionali sugli allevamenti e della biodiversità zootecnica, attraverso la salvaguardia delle risorse genetiche locali. Elementi tutt’altro che trascurabili sono inoltre la valorizzazione agroalimentare, con l’accento sulle produzioni di qualità così come la salvaguardia delle aree rurali, mantenendo vive le attività agricole tradizionali.</p>
<p>In quest’ottica, l’allevatore non ha solo una funzione produttiva. Contribuisce alla salvaguardia di un patrimonio biologico e culturale e, conservando le pratiche di allevamento tradizionali, gestisce territori spesso a rischio economico e di abbandono.</p>
<p>La storia della razza podolica dimostra che la conservazione di una razza animale è intrinsecamente legata alla storia del contesto territoriale in cui si è evoluta. Pascolo, transumanza, allevamento estensivo, biodiversità, benessere animale e produzioni tradizionali formano un sistema unico. Il quadro normativo europeo e nazionale attuale riconosce legalmente molte di queste dimensioni: l’animale come essere senziente, la biodiversità agricola come bene da preservare, l’allevatore come custode di risorse genetiche e l’agricoltura come attività multifunzionale capace di produrre anche beni ambientali e territoriali.</p>
<p>La tutela giuridica della podolica dovrebbe quindi orientarsi non solo alla conservazione della razza come patrimonio genetico, ma alla protezione dell’intero modello agroecologico e culturale che ne ha garantito la sopravvivenza. La vera sfida è trasformare la tutela della podolica da semplice conservazione di una razza a una politica integrata di valorizzazione dell’animale, dell’allevatore, del territorio e della catena produttiva.</p>
<p>In questo scenario, la tradizione dell’allevamento podolico può sposarsi con nuove concezioni di sostenibilità, biodiversità e diritto degli animali, offrendo al diritto agrario contemporaneo un interessante spazio dove passato e innovazione possono convivere in dialogo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Tipping points e cambiamento climatico: non tutti sono negativi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/tipping-points-cambiamento-climatico-tutti-negativi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/tipping-points-cambiamento-climatico-tutti-negativi/</guid><pubDate>Fri, 02 Oct 2026 08:14:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefano Nespor</dc:creator><category>ambiente</category><description>Ci sono momenti in cui un’invenzione, un’idea o un cambiamento apparentemente circoscritto modificano in profondità il nostro modo di vedere il mondo. È accaduto con il telescopio di Galileo e, secoli dopo, con &amp;amp;ldquo;Primavera silenziosa&amp;amp;rdquo; di Rachel Carson. Sono tipping points, punti di svolta capaci di produrre conseguenze enormi e inattese. Oggi il termine evoca soprattutto le soglie critiche del cambiamento climatico. Ma esistono anche tipping points positivi: innovazioni tecnologiche, economiche e sociali che possono accelerare la transizione e contribuire a contrastare la crisi climatica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/tipping-points-cambiamento-climatico-tutti-negativi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/tipping-points-cambiamento-climatico-tutti-negativi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel 1608 un fabbricante di occhiali, l&rsquo;olandese Hans Lippershey, sovrappone due lenti e realizza il primo approssimativo modello di telescopio: lo strumento si diffonde in pochi mesi in tutta Europa. L’anno seguente Galileo ne comprende l’importanza, lo perfeziona e lo rende idoneo per esplorare il cielo (la vicenda è narrata da Massimo Bucciantini, <em>Il telescopio di Galileo. Una storia europea</em>, pubblicato da Einaudi nel 2012). L’invenzione dissolve in breve tempo un modo di vedere e concepire l’universo durato per migliaia di anni. Galileo spalanca la porta, non senza conflitti, su un nuovo mondo: la scienza, la letteratura, le religioni e, più in generale, il senso della presenza dell’essere umano nell’universo non saranno più come prima. </p>
<p>Facciamo un salto in avanti di oltre tre secoli. Nel 1962 è pubblicato un libro sui danni provocati dal DDT ad animali, esseri umani e ambiente, scritto da una solitaria esperta di biologia marina. In pochi mesi, <em>Primavera silenziosa</em> di Rachel Carson vende decine di migliaia di copie ed è tradotto immediatamente in molte lingue. Il libro non è solo un best seller di successo, ma, come il telescopio di Galileo, avvia un nuovo modo di vedere il mondo. Nel giro di pochi anni, infatti, scompare quel mondo che durava da secoli e secoli, nel quale la natura era oggetto di dominio e le risorse naturali, gli animali e le piante erano oggetto di sfruttamento da parte dell’essere umano. L’ambiente diviene un tema di primo piano nella vita quotidiana di milioni di persone, dapprima nei Paesi più ricchi o sviluppati, poi a livello globale.</p>
<p>Sono due dei molti <em>tipping points</em>, punti di svolta che, spesso sconosciuti e inizialmente ritenuti non rilevanti, hanno caratterizzato la nostra storia producendo effetti enormi e inaspettati. Il termine si è diffuso a seguito del libro <em>The Tipping Point: How Little Things Can Make a Big Difference</em> dello scrittore canadese Malcolm Gladwell, pubblicato nel 2000, che ha trattato i meccanismi sociali, culturali ed economici che fanno sì che idee, eventi o messaggi magari insignificanti in breve tempo si diffondano con imprevisti effetti globali. </p>
<p>Oggi si parla di <em>tipping points</em> con riferimento al cambiamento climatico. Distorcendone il significato originario, il termine indica soglie che, se superate, determinano conseguenze rapide e spesso irreversibili. Al tema dei <em>tipping points</em> ha dedicato particolare attenzione l’IPCC in molti rapporti: nel 2019, nel rapporto <a href="https://ipccitalia.cmcc.it/oceano-e-criosfera-in-un-clima-che-cambia/" rel="noopener"><em>Oceano e criosfera in un clima che cambia</em></a>, dove si tratta della fusione delle calotte glaciali e della modifica nelle correnti oceaniche; poi nel <a href="http://www.ipcc.ch/report/sixth-assessment-report-cycle/" rel="noopener">sesto rapporto di sintesi</a> dell’IPCC dell’agosto 2023, che offre un quadro delle conoscenze del cambiamento climatico, del suo impatto e dei rischi connessi avvertendo della probabilità di impatti improvvisi e irreversibili nel sistema climatico quando si raggiungono specifici <em>tipping points</em>; infine, nel settembre del 2026 si indica un <em>tipping point</em> nel superamento della soglia di 1,5° di aumento rispetto alla temperatura globale dell’epoca preindustriale (<a href="https://wedocs.unep.org/handle/20.500.11822/49857" rel="noopener"><em>Limiting Overshoot - Navigating exceedance of 1.5°C and pathways towards return</em></a>).</p>
<p>In precedenza, in occasione della COP 30 di Belem, è stato pubblicato il <a href="https://wwfes.awsassets.panda.org/downloads/gtp_summary_report_2025-v4-pages-lo-res--1-.pdf" rel="noopener"><em>Global Tipping Point Report 2025</em></a>, una sorta di manuale di tutti i <em>tipping points</em> all’orizzonte se non si adottano concrete misure per limitare il cambiamento climatico, al quale hanno contribuito 160 scienziati di 23 diversi Paesi.</p>
<p>Uno scenario poco rassicurante. Ma non inevitabile: nel cambiamento climatico non ci sono solo <em>tipping points</em> negativi.</p>
<p>I punti di svolta possono anche essere eventi tecnologici, sociali o economici che, una volta messi in moto, sviluppano effetti positivi non inizialmente previsti, come è accaduto con l’invenzione del telescopio o la diffusione del libro di Rachel Carson. Nel caso del cambiamento climatico, effetti idonei a limitare o a ridurre i danni esistenti. È ciò che sostiene Timothy Lenton, che insegna scienza della terra e cambiamento climatico all’Università di Exeter nel recente <em>Positive Tipping Points: How to Fix the Climate Crisis</em> (Oxford 2025). È il caso del fotovoltaico, la fonte di energia più a buon mercato in gran parte del mondo, che raddoppia la sua capacità ogni due anni, con costi che si riducono progressivamente. Oppure dei veicoli elettrici: il costo delle batterie è diminuito di oltre dieci volte negli ultimi anni, aumentando nel contempo la capacità di accumulazione. Altri <a href="https://www.exeter.ac.uk/research/tippingpoints/" rel="noopener"><em>tipping points</em> positivi</a> possono essere sviluppati nell’agricoltura, nella rigenerazione degli ecosistemi, nel trattamento dei rifiuti.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Le dighe non sono più quelle di una volta: la super-diga cinese</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/dighe-piu-quelle-volta-super-diga-cinese/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/dighe-piu-quelle-volta-super-diga-cinese/</guid><pubDate>Fri, 18 Sep 2026 07:03:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>La costruzione della super-diga cinese sul fiume Yarlung Tsangpo in Tibet è un modo per riflettere sull’inevitabilità delle grandi opere, anche quando dovrebbero servire ad alleggerire i danni all’ambiente. Ovviamente non c’è nulla di inevitabile. Non sta scritto da nessuna parte che per fare energia idroelettrica si debba per forza sterminare una riserva naturale, far sfollare milioni di persone e ridurre alla sete la popolazione a valle.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dighe-piu-quelle-volta-super-diga-cinese-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dighe-piu-quelle-volta-super-diga-cinese-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel luglio <a href="https://english.www.gov.cn/news/202507/19/content_WS687b6a8ac6d0868f4e8f4486.html" rel="noopener">2025</a> il primo ministro cinese Li Qiang ha inaugurato il cantiere di quella che diventerà la più <a href="https://www.theguardian.com/world/2025/jul/21/china-starts-building-world-biggest-hydropower-dam-yarlung-tsangpo-river-tibet" rel="noopener">grande</a> centrale idroelettrica del mondo, Medog, sul fiume Yarlung Tsangpo in Tibet, un progetto approvato da anni ma finanziato in via definitiva solo nel dicembre 2024. Il piano prevede cinque dighe a cascata nei pressi della città di Nyingchi, per una capacità produttiva stimata fino a 60/70 gigawatt: il triplo della potenza della diga cinese delle Tre Gole sul fiume Azzurro, finora primato mondiale. È prevista la <a href="https://www.reuters.com/world/asia-pacific/china-build-worlds-largest-hydropower-dam-tibet-2024-12-26/" rel="noopener">produzione</a> di 300 terawattora all’anno. Il <a href="https://openthemagazine.com/india/the-mother-of-all-mega-dams-india-can-no-longer-ignore-the-water-bomb-on-its-frontier" rel="noopener">complesso</a> di dighe e tunnel sarà costruito attorno alla &ldquo;Grande Ansa&rdquo; dello Yarlung Tsangpo.</p>
<h2 id="cosa-può-succedere-nei-paraggi">Cosa può succedere nei paraggi</h2><p>Secondo l&rsquo;analisi di Brahma Chellaney pubblicata su <a href="https://www.project-syndicate.org/commentary/china-himalayan-super-dam-dangerous-and-plan-lacks-transparency-by-brahma-chellaney-2026-08" rel="noopener"><em>Project Syndicate</em></a>, il progetto è tanto ambizioso quanto pericoloso, e la sua gestazione è avvenuta con una trasparenza minima verso i paesi a valle. A complicare il quadro c&rsquo;è anche la geologia del sito: il tratto scelto per la mega-diga si troverebbe in una delle aree sismicamente più <a href="https://e360.yale.edu/digest/yarlung-tsangpo-fault-line" rel="noopener">instabili</a> del pianeta, attraversato da una faglia attiva, una circostanza che quindi alimenta ulteriori dubbi sulla sicurezza a lungo termine dell&rsquo;opera. Il canyon, inoltre, è descritto da questo articolo su <a href="https://e360.yale.edu/features/china-tibet-yarlung-tsangpo-dam-india-water" rel="noopener"><em>Yale Environment</em></a> come un hotspot di biodiversità eccezionale: oltre 4500 specie vegetali, la foresta primaria più intatta della Cina, il cipresso più alto dell&rsquo;Asia (oltre 330 piedi, millenario) e la più ricca concentrazione al mondo di grandi carnivori (leopardi delle nevi, tigri del Bengala, orsi bruni tibetani, ecc.). Il progetto potrebbe anche alterare il flusso di sedimenti del fiume, con conseguenze sul delta del Brahmaputra-Gange in India e Bangladesh. L’India ha risposto con un progetto di diga sul suo territorio, che forse sarà anche peggio.</p>
<p>Il fiume <a href="https://www.mountlive.com/yarlung-tsangpo-il-fiume-piu-alto-della-terra/" rel="noopener">Yarlung Tsangpo</a> nasce dai ghiacciai tibetani a quasi 4700 metri di quota, dopo aver percorso quasi 3000 chilometri ed essersi tuffato in una delle gole più profonde del pianeta, attraversa il confine con l’India dove vi entra come Brahmaputra, appunto, per poi sfociare in Bangladesh. New Delhi teme che Pechino possa usare il controllo del bacino come leva politica ed economica, in una <a href="https://www.indiatoday.in/world/story/chinas-parliament-approves-proposal-to-build-dam-across-brahmaputra-1778207-2021-03-11" rel="noopener">regione</a> dove la diga permetterebbe di deviare fino a <a href="https://www.indiatoday.in/amp/environment/story/chinas-new-dam-arunachal-pradesh-yarlung-zangbo-indian-rivers-2776305-2025-08-25" rel="noopener">40 miliardi</a> di metri cubi d&rsquo;acqua, con possibili ripercussioni sull&rsquo;agricoltura delle pianure indiane. Pechino, dal canto suo, ha cercato di rassicurare il vicino affermando che il progetto non andrà a scapito dei paesi limitrofi, ma l&rsquo;assenza di un trattato bilaterale sulla condivisione delle acque transfrontaliere lascia il tema aperto.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/dighe-piu-quelle-volta-super-diga-cinese-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/dighe-piu-quelle-volta-super-diga-cinese-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/dighe-piu-quelle-volta-super-diga-cinese-body-1.png.webp 750w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="fiume tsangpo" width="750" height="533" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Valle del fiume Yarlung Tsangpo. Di <a href="https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=53976943" rel="noopener">牛糞, CC BY-SA 3.0</a></p>
<h2 id="gli-sfollati-e-gli-indigeni">Gli sfollati e gli indigeni</h2><p>Prendiamo il <a href="https://www.britannica.com/topic/Three-Gorges-Dam/History-and-controversy-of-the-Three-Gorges-Dam" rel="noopener">caso</a> della diga delle tre Gole. Questa svolge principalmente tre funzioni: consente la navigazione di navi mercantili oceaniche lungo il fiume, produce una grande quantità di energia idroelettrica e dovrebbe contribuire al controllo delle inondazioni. La sua costruzione è stata tuttavia accompagnata da numerose controversie, legate soprattutto al dislocamento di popolazioni, al degrado ambientale e alle possibili alterazioni del ciclo idrologico dello Yangtze. Nello specifico gli sfollati sarebbero stati almeno 1,2 milioni, che vivevano in quasi 500 tra città, cittadine e villaggi lungo il fiume.</p>
<p><a href="https://www.rfa.org/english/tibet/2024/12/27/tibet-china-approves-mega-dam-construction/" rel="noopener">Non ci sono stime</a>, men che meno del governo cinese, su quanti potrebbero essere gli sfollati per il complesso di Medog nello Yarlung Tsangpo. Questo <a href="https://documents.un.org/doc/undoc/gen/g25/023/71/pdf/g2502371.pdf" rel="noopener">documento</a> scritto dalla ONG <em>Society for Threatened Peoples</em> indirizzato al Consiglio per i Diritti Umani dell&rsquo;ONU (a febbraio 2025) sostiene che gli sfollati potrebbero essere circa 24mila, non molti rispetto alle Tre Gole, a cui però andrebbero aggiunti oltre 130 milioni di persone a valle in India e Bangladesh che subirebbero gravi interruzioni dei mezzi di sussistenza. Il testo, inoltre, accusa il governo cinese di violare le sue stesse leggi: nel 1985 infatti designò riserva naturale il Grand Canyon dello Yarlung Tsangpo. Infine, la Cina non avrebbe rispettato gli impegni presi con la <a href="https://www.un.org/development/desa/indigenouspeoples/wp-content/uploads/sites/19/2018/11/UNDRIP_E_web.pdf" rel="noopener">Dichiarazione ONU sui Diritti dei Popoli Indigeni</a>, non avendo adeguatamente informato o consultato né le comunità tibetane locali né i paesi a valle. E non avrebbe nemmeno condotto una valutazione d&rsquo;impatto ambientale pubblica.</p>
<p>Il discorso ovviamente non è se costruire o meno dighe per produrre energia rinnovabile, ma <em>quali</em> dighe costruire. Gli impatti sull’ambiente delle energie rinnovabili (compreso fotovoltaico ed eolico) sono enormemente inferiori rispetto alle energie fossili, ed è quasi una tautologia. Sta di fatto che ogni opera, pubblica o privata che sia, va realizzata nel rispetto di criteri ambientali e sociali che vanno a vantaggio di tutti.</p>
<h2 id="ma-davvero-la-terra-girerà-più-lentamente">Ma davvero la Terra girerà più lentamente?</h2><p>Alcuni potrebbero preoccuparsi per il probabile rallentamento della rotazione terrestre causato dalla diga cinese. Si tratta di un effetto infinitesimale. È spiegato dal principio della conservazione del momento angolare: spostando la massa verso “l’esterno” del corpo in rotazione, la velocità di rotazione si riduce (<a href="https://www.facebook.com/watch/?v=443385484636023" rel="noopener">spassosissima</a> la dimostrazione pratica che fece Margherita Hack con Piero Angela).</p>
<p>Nel <a href="https://www.sciencefocus.com/news/human-structures-slowing-earths-spin" rel="noopener">caso</a> della diga delle Tre Gole, che a pieno regime trattiene circa 40 miliardi di metri cubi d&rsquo;acqua, le stime indicano uno spostamento dei poli di circa due centimetri e un allungamento della durata del giorno di 0,06 microsecondi. Il terremoto del 2011 in Giappone che ha causato il disastro di Fukushima ha accelerato la rotazione terrestre di 1,8 milionesimi di secondo. Il giorno terrestre si allunga di 2 millesimi di secondo ogni secolo grazie all’attrazione gravitazionale della Luna. Eccetera eccetera. La diga del Yarlung Tsangpo allungherebbe il giorno di 30 miliardesimi di secondo.</p>
<p>Non si tratta di un fenomeno isolato o riferito a una sola infrastruttura. Sul <em>Scientific American</em> <a href="https://www.scientificamerican.com/article/earths-poles-have-shifted-because-of-water-dams/" rel="noopener">si legge</a> che la costruzione di 7000 dighe costruite tra il 1835 e il 2011 ha spostato i poli terrestri di circa un metro nel complesso e ha fatto scendere il livello globale dei mari di 21 millimetri. Lo spostamento non è avvenuto in modo lineare: tra il 1835 e il 1954 la costruzione di dighe soprattutto in Nord America ed Europa ha spinto il Polo Nord di circa 20 centimetri verso una direzione, mentre tra il 1954 e il 2011, con il boom delle grandi opere in Asia e Africa orientale, il polo si è spostato di altri 57 centimetri in direzione opposta.</p>
<p>Non è qualcosa che deve preoccuparci, quanto invece a preoccupare dovrebbe essere la causa. Si pensi anche, a maggior ragione, che la fusione dei ghiacciai in atto a causa del riscaldamento globale sta <a href="https://www.nasa.gov/missions/grace/nasa-funded-studies-explain-how-climate-is-changing-earths-rotation" rel="noopener">modificando</a> anch’essa il moto di rotazione terrestre. Non confondiamo quindi il dito con la Luna e concentriamoci sui problemi veri.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Le dighe non sono più quelle di una volta: ora c’è meno acqua</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/dighe-piu-quelle-volta-ora-c-meno-acqua/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/dighe-piu-quelle-volta-ora-c-meno-acqua/</guid><pubDate>Thu, 17 Sep 2026 07:20:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Le dighe, che ci servono anche per produrre energia idroelettrica, stanno vivendo periodi difficili a causa della siccità. E questo va tenuto di conto ora che i periodi siccitosi saranno verosimilmente sempre di più. Serve capire come eventualmente modificare la tecnologia e come sviluppare ancora la nostra capacità di accumulo energetico.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dighe-piu-quelle-volta-ora-c-meno-acqua-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dighe-piu-quelle-volta-ora-c-meno-acqua-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<h2 id="il-paradosso-della-siccità">Il paradosso della siccità</h2><p>Oltre che come metodo per produrre energia idroelettrica, le dighe sono spesso <a href="https://www.hydropower.org/blog/drought-management-the-functions-of-hydropower" rel="noopener">nate</a> come strumento di <a href="https://dgdighe.mit.gov.it/cat/Articolo/_storia_delle_dighe/prime_dighe" rel="noopener">difesa</a> contro la siccità: accumulano acqua nei periodi di abbondanza per renderla disponibile quando le piogge mancano e in più regolano il rischio di piene. Strumenti come il sistema di previsione dell&rsquo;impatto della siccità sulle risorse idriche sviluppato dal <a href="https://climate.copernicus.eu/drought-impact-water-resources-forecasting-tool" rel="noopener">servizio Copernicus</a> per il clima permettono oggi di anticipare questi fenomeni.</p>
<p>Questa è la distribuzione geografica della produzione di energia idroelettrica (ogni regione mostra anche la propria evoluzione temporale).</p>







<figure class="grafico-plot grafico-mappa not-prose" id="mappa-0">
  <p class="grafico-titolo">La Cina produce quasi un terzo dell&rsquo;energia idroelettrica del mondo</p>
  <p class="grafico-sottotitolo">Produzione di elettricità da fonte idroelettrica per paese, 2000-2024, in terawattora (TWh).</p>
  <p class="grafico-come">L&rsquo;area di ogni cerchio è proporzionale alla produzione del paese. Scegli l&rsquo;anno con il cursore e il paese dal menu o toccando il cerchio: sotto la mappa compare il suo andamento.</p>
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    <label>Anno <input type="range" step="1"> <output aria-hidden="true"></output></label>
    <label>Paese <select></select></label>
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  <div class="gp-contenitore">
    <div class="gp-area" role="img" aria-label="Mappa a simboli proporzionali: nel 2024 la Cina produce 1.354 TWh da fonte idroelettrica, seguita da Brasile (413), Canada (343) e Stati Uniti (237); l&#39;Italia 53." aria-describedby="mappa-0-descrizione"></div>
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    <div class="gp-testa"></div>
    <div class="gp-serie" aria-hidden="true"></div>
    <div class="gp-annuncio sr-only" aria-live="polite"></div>
  </div>
  <figcaption><span>Fonte: <a href="https://ourworldindata.org/grapher/electricity-mix?source=hydro&amp;metric=generation&amp;frequency=annual" rel="noopener">Ember (2026), elaborazione di Our World in Data</a></span><span>Restano fuori Gibilterra e quattro territori francesi d&rsquo;oltremare, tutti sotto 1 TWh; nel 2024 mancano i dati di 16 paesi o territori, tutti sotto 1 TWh.</span></figcaption>
  <details>
    <summary>Descrizione e dati della mappa</summary>
    <p id="mappa-0-descrizione">Mappa del mondo con un cerchio per paese, di area proporzionale ai terawattora prodotti da fonte idroelettrica; un cursore sceglie l&rsquo;anno dal 2000 al 2024 e un menu il paese, di cui sotto la mappa compare la serie nel tempo. Nel 2024 i paesi della mappa producono 4.419 TWh. I maggiori produttori sono Cina (1.354), Brasile (413), Canada (343), Stati Uniti (237), Russia (211), India (157) e Norvegia (140). L&rsquo;Italia passa da 45,4 TWh nel 2021 a 28,4 nel 2022, poi risale a 40,5 nel 2023 e 53,1 nel 2024. La produzione è concentrata in Asia orientale e nelle Americhe; in Africa i valori restano bassi.</p>
    <p class="gp-scarica">
      <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dighe-piu-quelle-volta-ora-c-meno-acqua-idroelettrico-paesi.csv" download>Scarica i dati di «La Cina produce quasi un terzo dell'energia idroelettrica del mondo» (CSV)</a>
      <button type="button" class="gp-link" data-esporta="svg" hidden>Mappa in SVG</button>
      <button type="button" class="gp-link" data-esporta="png" hidden>Mappa in PNG</button>
    </p>
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<p>Il problema è che la stessa siccità che le dighe dovrebbero attenuare sta erodendo la loro capacità di produrre energia elettrica. In Italia la produzione idroelettrica nazionale è <a href="https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/la-relazione-sulla-situazione-energetica-nazionale-nel-2022_mase-luglio-2023-pdf" rel="noopener">crollata</a> del 36% dal 2021 al 2022 passando da oltre 47 terawattora a circa 30 terawattora, un anno che per l’ISAC del CNR è stato il <a href="https://droughtcentral.it/bollettino-italia/bollettino-dicembre-2022/" rel="noopener">peggiore</a> per la disponibilità d&rsquo;acqua dal 1800. Nell&rsquo;estate del 2022 il calo mensile della produzione idroelettrica rispetto all&rsquo;anno precedente ha toccato punte del 42%. In <a href="https://www.dw.com/en/drought-europe-electricity-supplies-danube/a-78269916" rel="noopener">Europa</a> la situazione è analoga: la siccità che ha colpito il Danubio ha interessato i molti paesi in cui il fiume scorre, che hanno risposto alla crisi in modo molto diverso. L’Ungheria ha poco accumulo ed è forse il paese messo peggio, in Serbia la siccità ha indebolito il raffreddamento delle centrali a carbone, così come quelle nucleari in Romania, la Slovacchia e l’Austria invece hanno retto meglio il colpo grazie alle pompe di raffreddamento, la Bulgaria ancora di più grazie a buoni sistemi di accumulo energetico.</p>
<p>Purtroppo, la produzione di energia idroelettrica dipende sempre di più da variabili climatiche che possono cambiare da un anno all’altro. Nel peggiore scenario IPCC (quello ancora peggiore, l’8.5, è ora stato eliminato) la siccità <a href="https://meetingorganizer.copernicus.org/EGU26/EGU26-16988.html?pdf" rel="noopener">causerebbe</a> perdite idroelettriche globali di 52-173 terawattora all’anno con cali del 28-49% (secondo quanto detto alla conferenza della <em>European Geosciences Union</em> <a href="https://www.egu26.eu/" rel="noopener">EGU 2026</a>). In Europa le perdite sarebbero minori (12-36 terawattora all’anno, -21-46%), ma variabili per paese: Francia, Spagna, Italia, Norvegia e Svezia soffrirebbero soprattutto di siccità lunghe; Ungheria e Svizzera di siccità frequenti; Moldavia, Lettonia e Grecia di siccità intense. Le centrali piccole e medie (cioè sotto i 100 megawattora) sosterrebbero circa il 56% delle perdite europee.</p>
<h2 id="e-quando-il-ghiacciaio-che-alimenta-la-diga-scompare">E quando il ghiacciaio che alimenta la diga scompare?</h2><p>Molte dighe alpine sono state progettate decenni fa contando su un apporto costante di acqua di fusione glaciale e su versanti stabilizzati dal permafrost. Con il ritiro accelerato dei ghiacciai, questo scenario sta cambiando: come racconta un <a href="https://www.rsi.ch/info/svizzera/I-ghiacciai-che-si-sciolgono-hanno-un-impatto-sulle-dighe--3226080.html" rel="noopener">reportage</a> della Radiotelevisione svizzera, lo scioglimento dei ghiacciai sta già avendo conseguenze dirette sulla stabilità e sulla gestione delle dighe elvetiche; si è arrivati anche a <a href="https://gazzettasvizzera.org/wp-content/uploads/PDF/2022-05.pdf" rel="noopener">proporre</a> di costruire nuove dighe nel bacino lasciato libero dal ghiacciaio del Trift.</p>
<p>A complicare le cose c’è un ulteriore fenomeno, nominato <a href="https://www.undrr.org/understanding-disaster-risk/terminology/hips/mh0607" rel="noopener">GLOF</a>, <em>Glacial Lake Outburst Flood</em>: un&rsquo;improvvisa rottura della barriera di ghiaccio o di detriti morenici che trattiene un lago glaciale, con conseguente rilascio di enormi volumi d&rsquo;acqua a valle. Come successo in Nepal. Gli eventi GLOF possono avere portate di picco estremamente elevate e il ritiro dei ghiacciai causato dal riscaldamento globale può favorire l&rsquo;espansione dei laghi glaciali e la perdita del sostegno della barriera di ghiaccio.</p>
<p>Resta comunque <a href="https://www.preventionweb.net/news/why-its-so-hard-predict-tragedy-nepals-glacier-collapse" rel="noopener">difficilissimo</a> prevedere per tempo simili tragedie, perché i collassi glaciali dipendono da un intreccio di fattori (temperatura, pressione idrostatica, instabilità dei versanti, …) che i modelli attuali faticano a cogliere con anticipo sufficiente. Per colmare questa lacuna sono nate anche piattaforme di monitoraggio dedicate come <a href="https://glacierdam.com/" rel="noopener">GlacierDam</a> (un&rsquo;organizzazione non-profit dedicata alla preservazione dei ghiacciai), che raccolgono e condividono dati sull&rsquo;evoluzione dei laghi glaciali nelle diverse catene montuose del mondo. Un caso di studio particolarmente istruttivo è quello del ghiacciaio Shisper nel Karakoram, dove una <a href="https://www.cambridge.org/core/journals/journal-of-glaciology/article/multiple-phases-of-icedammed-lake-formation-and-drainage-associated-with-a-surge-of-shisper-glacier-western-karakoram/EC032F0636796DB506AD584FA7E3961A" rel="noopener">ricerca</a> pubblicata sul <em>Journal of Glaciology</em> ha documentato come, in seguito a una fase di avanzata rapida del ghiacciaio, si siano formati e prosciugati più volte nel giro di pochi anni laghi glaciali effimeri, del tutto imprevedibili con gli strumenti tradizionali.</p>
<h2 id="le-concessioni-idroelettriche-in-italia">Le concessioni idroelettriche in Italia</h2><p>Nel nostro paese ci sono <a href="https://documenti.camera.it/leg19/resoconti/assemblea/html/sed0430/leg.19.sed0430.allegato_a.pdf" rel="noopener">quasi 5000</a> impianti idroelettrici. Il settore vale oltre 37 miliardi di euro di produzione e 19 miliardi di export, con una filiera che comprende circa 150 tecnologie diverse, per il 70% delle quali l&rsquo;Italia è tra i primi tre produttori europei. Ma l'86% delle concessioni idroelettriche è già scaduto o scadrà entro il 2029, un dato che da anni tiene bloccato ogni piano di investimento di lungo periodo, come specifica uno <a href="https://www.enel.com/it/media/esplora/ricerca-comunicati-stampa/press/2025/09/-studio-teha-enel-sul-ruolo-strategico-dellidroelettrico-per-garantire-sicurezza-energetica-e-sviluppo--fondamentale-superare-velocemente-lincertezza-normativa-il-project-financing--gi-disponibile-in-alternativa-esiste-la-quarta-via" rel="noopener">studio</a> Teha-Enel dello scorso anno.</p>
<p>Il <a href="https://www.milanofinanza.it/news/idroelettrico-pichetto-rilancia-con-i-rinnovi-di-contratti-le-concessioni-rimangano-in-mani-italiane-202502261532179842" rel="noopener">nodo</a> nasce dal 1999, quando il decreto Bersani stabilì che, allo scadere degli affidamenti esistenti, le concessioni dovessero essere riassegnate tramite gara pubblica; da allora, però, le scadenze sono state ripetutamente prorogate, aprendo un lungo <a href="https://www.camera.it/temiap/2019/09/17/OCD177-4133.pdf" rel="noopener">contenzioso</a> con la Commissione Europea. La legge annuale sulla concorrenza del 2021 (che era una condizione per incassare la terza rata da 18,5 miliardi di euro del Pnrr) impone ora un&rsquo;accelerazione sui bandi. Il modello <a href="https://www.qualenergia.it/articoli/idroelettrico-francia-possibile-soluzione-concessioni/" rel="noopener">francese</a>, che viene spesso indicato come una possibile soluzione al nodo delle concessioni, funziona così: lo Stato riscatta i contratti esistenti e mantiene la proprietà delle infrastrutture, gli operatori storici restano alla guida degli impianti, allo stesso tempo per rispettare le norme europee sulla concorrenza <em>Électricité de France</em> dovrà “aprire” il 40% della sua capacità flessibile ai concorrenti, mettendo a disposizione di terzi una capacità idroelettrica &ldquo;virtuale&rdquo; per 20 anni. La concorrenza così è assicurata sulla capacità produttiva &ldquo;virtuale&rdquo;, non sulla governance delle dighe stesse visto che la gestione fisica degli impianti non è ceduta al mercato.</p>
<p>In ogni caso una soluzione va trovata, tenendo conto anche del fatto che le vecchie dighe sono state concepite in un contesto storico e idrico che non è più quello attuale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Green Dressing: vestirsi senza chiudere gli occhi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/green-dressing-vestirsi-senza-chiudere-occhi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/green-dressing-vestirsi-senza-chiudere-occhi/</guid><pubDate>Fri, 11 Sep 2026 09:18:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>ambiente</category><description>Dai materiali alla produzione, dal consumo allo smaltimento: l’impatto della moda è un intreccio di questioni ambientali e sociali. In &amp;amp;ldquo;Green Dressing&amp;amp;rdquo; (il Mulino, 2026), la fashion designer Caterina Moro ne ricostruisce la complessità e mostra perché non esistono scelte a impatto zero ma, semmai, scelte più consapevoli e responsabili</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/green-dressing-vestirsi-senza-chiudere-occhi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/green-dressing-vestirsi-senza-chiudere-occhi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quanti abiti avete nell’armadio? Quante scarpe nella scarpiera, quante sciarpe nei cassetti?<br>
Contarli, magari controllando anche la loro composizione, è l’esercizio che Caterina Moro propone quasi all’inizio di <a href="https://www.mulino.it/isbn/9788815396235" rel="noopener"><em>Green Dressing</em></a> (il Mulino, 2026). Un punto di partenza per ragionare su un problema che è sia massiccio sia intricato: quello dell’impatto dell’industria della moda. Un impatto ambientale, legato a varie forme di inquinamento, al consumo di suolo e risorse; ma anche sociale, perché quello della moda è un sistema che non si sviluppa nello stesso modo in tutte le aree del pianeta e segna diseguaglianze profonde per la salute e i diritti delle persone. </p>
<h2 id="lelefante-nellarmadio">L&rsquo;elefante nell&rsquo;armadio</h2><p>Che l’industria della moda abbia un grave impatto ambientale e sociale è qualcosa che, tutto sommato, “si sa”, di cui è difficile essere del tutto inconsapevoli: vengono pubblicati report e articoli, ce ne parlano contenuti social; ce ne accorgiamo anche nei negozi, dove sempre più spesso abbiamo di fronte etichette che evidenziano un capo <em>green</em>, <em>organic</em>, <em>recycled</em>, e in parte anche quando, camminando per strada, ci imbattiamo in uno di quei grandi raccoglitori per gli abiti dismessi. Eppure, è tendenzialmente meno sentito rispetto ad altri gravi problemi ambientali e sociali; per Moro, però, è “un elefante nell’armadio”, perché «Il nostro rapporto con gli abiti non può non essere parte di un discorso sulla sostenibilità: rappresenta forse il punto centrale di tutta la riflessione».</p>
<p>Se - chi più chi meno - siamo comunque almeno vagamente consapevoli del problema, ben più difficile è riuscire ad avere un quadro d’insieme che permetta di mettere insieme i diversi pezzi del puzzle: quanto pesa effettivamente questa industria? Dove lo fa: nella scelta del materiale, nel suo smaltimento, nella produzione, nel trasporto? Vale la pena scegliere un tessuto piuttosto di un altro? Qual è il meno impattante? Quando, invece di buttare un abito nei rifiuti, lo getto nell’apposito raccoglitore, cosa avviene, e davvero aiuto a minimizzare quell’impatto? In che modo la politica, italiana ed europea, fa fronte a questo problema? </p>
<p>L’enorme pregio di <em>Green Dressing</em> è tendere un filo (è il caso di dirlo) per cucire insieme tutti questi aspetti. Fornire, appunto, il quadro d’insieme, partendo proprio dalle basi: come si articola il sistema moda – di cosa parliamo quando parliamo di fast fashion e ultra fast fashion, ma anche di haute couture e prêt-à-porter, che ne sono comunque parte integrante e come tale hanno il loro ruolo e il loro peso. Ma anche di come è cambiato il nostro rapporto con gli abiti, di come sia influenzato e a sua volta influenzi l’industria che li produce. Dalle basi, attraversa la realtà di questo sistema, dai materiali alla loro lavorazione, dal consumo a ciò che avviene agli abiti dismessi, fino all’intero quadro normativo, che al riguardo è, proprio in questo anni, in piena trasformazione a livello europeo e nei singoli diversi Stati (ed è di recente l’introduzione in Francia di una <a href="https://www.fanpage.it/stile-e-trend/moda/francia-contro-ultra-fast-fashion-tasse-fino-a-12-euro-su-ogni-capo-i-marchi-che-rischiano-il-malus/" rel="noopener">tassa per contrastare l’ultra fast fashion</a>).</p>
<h2 id="scelte-responsabili">Scelte responsabili</h2><p>Moro riesce ad affrontare la complessità del tema in modo chiaro, lineare e, non meno importante, basandosi sui dati – dati che restituiscono l’enormità del problema. Per fare solo qualche esempio: «Secondo alcune stime – ed è bene ricordare che sono stime approssimative, basate solo sul numero dei capi venduti, perché i brand non divulgano il numero dei capi prodotti -, il sistema moda immette sul mercato circa 100 miliardi di capi l’anno […] Per immettere sul mercato più di 100 miliardi di capi l’anno, e buttarne via 100 milioni di tonnellate , il sistema moda produce ogni anno tra il 2 e il 10% delle emissioni globali di gas serra (stima UNEP, United Nations Environmental Program) e consuma 215 miliardi di metri cubi d’acqua […] Circa il 30% delle microplastiche (stima IUCN, International Union for Conservation of Nature) presenti nei mari viene dal tessile: dalla produzione dei tessuti sintetici così come quelle rilasciate nei lavaggi casalinghi». E ancora, poco dopo: «Lavorare nel sistema moda comporta, a livello globale, criticità strutturali: la presenza, ancora oggi, di lavoro minorile e lavoro forzato, la compressione di salari e tempi di lavoro, limitazioni alla libertà di associazione e, soprattutto, rischi legati a salute e sicurezza sul luogo di lavoro, che includono sia la sicurezza fisica degli impianti tessili sia l’esposizione degli operai a condizioni di lavoro pericolose, specialmente a causa delle sostanze usate per la produzione e il trattamento dei tessuti». Vale la pena fare uno spoiler: queste criticità non rimangono relegate ai Paesi asiatici e nemmeno l’Italia ne è del tutto esente. </p>
<p>Può anche sembrare strano, o anche stonato, che Moro sia una fashion designer, una parte integrante di questo sistema così problematico. Ma sono proprio il suo lavoro e la sua formazione a garantire uno sguardo completo e informato – e la posizione personale dell’autrice è, quasi relegata, nelle ultime pagine del saggio: «il punto di partenza necessario per salvare il pianeta è smettere di considerarci separati dalla natura». </p>
<p><em>Green Dressing</em> è un riferimento eccezionale per chi questi problemi li conosce poco o nulla. Perché non sono problemi che si possano ignorare: vanno conosciuti, e vanno conosciuti nella loro complessità. Così come è un riferimento eccezionale per chi è almeno in parte già consapevole e, oltre a desiderare di approfondire, cerca di fare scelte quotidiane più sostenibili. Perché come sempre la responsabilità non è di un solo brand, di una sola industria: anche la moda è un sistema e, come scrive Moro, «Nessuno si sente mai pienamente responsabile, ma il sistema si regge su una catena in cui ciascun anello contribuisce a produrre un impatto reale e tangibile». Nel saggio, infatti, non ci sono eroi e dannati: ci sono pratiche e scelte che riguardano sia i produttori (tutti i produttori) sia i consumatori. Tanto che Moro evita il termine sostenibilità, «abusato, talvolta ambiguo, che può significare tutto e il contrario di tutto», preferendogli quello di responsabilità, «perché tutti – aziende, consumatori, governi – abbiamo delle responsabilità: verso gli altri esseri umani e verso il pianeta che ci ospita».</p>
<p>Mettiamolo subito in chiaro, comunque: non esistono un tessuto, un materiale, un abito, un brand, una tipologia di produzione o di riciclo – non esiste nulla che sia a impatto zero. È un concetto fondamentale, che non a caso in <em>Green Dressing</em> ricorre sottolineato più volte. Non c’è una soluzione magica, e proprio questo rende la sostenibilità, o responsabilità, così fondamentale per minimizzare l’impatto delle nostre scelte. E infatti questo non è un manuale d’istruzioni, non offre la risposta per chiudere la questione. Fornisce però gli strumenti per metterle in pratiche, quelle scelte responsabili – per noi consumatori, leggere un’etichetta, riflettere sui propri acquisti, usarli (perché sì, anche il modo in cui li usiamo ha un impatto non trascurabile: basta pensare all’energia richiesta per il lavaggio e a come le caratteristiche di quest’ultimo possano influenzare la durata dell’abito), smaltirli. Una cosa è certa: anche se non regala soluzioni salvifiche, alla fine di questo libro non comprerete più un abito nello stesso modo, né lo indosserete come prima.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Quanto pesa la macchina bellica sul clima</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/quanto-pesa-macchina-bellica-clima/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/quanto-pesa-macchina-bellica-clima/</guid><pubDate>Fri, 11 Sep 2026 09:17:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Le emissioni di gas serra legate al settore militare sono state a lungo escluse dagli inventari climatici ufficiali, nonostante eserciti, guerre e industria della difesa producano grandi quantità di CO₂ provenienti dal consumo di carburante, dalle basi militari, dalla produzione di armi e dalla distruzione degli ecosistemi. In più, gli effetti sul clima non terminano con i combattimenti, perché anche la ricostruzione dei territori distrutti provoca nuove emissioni. Come riporta il Bulletin of the Atomic Scientists, tra le altre cose, gli Stati Uniti hanno un impatto climatico militare significativo causato dall’enormità della loro industria bellica e delle fitte collaborazioni con aziende private. Tuttavia, la mancanza di trasparenza e la segretezza militare rendono difficile conoscere e misurare con precisione l’impatto delle guerre sul clima.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/quanto-pesa-macchina-bellica-clima-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/quanto-pesa-macchina-bellica-clima-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le emissioni di eserciti, operazioni militari e industria della difesa sono state a lungo solo parzialmente incluse negli inventari climatici nazionali. È questo il punto di partenza di tre articoli di approfondimento pubblicati ad agosto dal <em>Bulletin of the Atomic Scientists</em> (<a href="https://thebulletin.org/2026/08/mission-impossible-quantifying-military-emissions" rel="noopener">qui</a>, <a href="https://thebulletin.org/2026/08/the-us-militarys-fatal-stance-on-climate-change" rel="noopener">qui</a> e <a href="https://thebulletin.org/2026/08/the-defense-revolving-door-silicon-valley-edition" rel="noopener">qui</a>), firmati dalla politologa Neta C. Crawford e dal giornalista John Mecklin: ricostruire un’impronta climatica che rimane in larga parte fuori dai conteggi ufficiali.</p>
<h2 id="le-stime-delle-emissioni-del-settore-militare">Le stime delle emissioni del settore militare</h2><p>La radice del problema risale anche alla storia della diplomazia climatica. Durante la negoziazione del Protocollo di Kyoto, nel 1997, il Pentagono fece pressione affinché le emissioni militari statunitensi fossero escluse dai conteggi nazionali. Un <a href="https://www.jstor.org/stable/43995988?seq=2" rel="noopener">documento</a> dell’epoca definiva le forze armate statunitensi il maggiore consumatore di combustibili fossili del governo federale e sosteneva che persino una riduzione del 10% dei consumi avrebbe potuto mettere a rischio la sicurezza nazionale. Con Kyoto, gran parte delle emissioni militari rimase così fuori dagli inventari; con l’Accordo di Parigi del 2015 la rendicontazione è diventata volontaria. Il risultato, secondo Crawford, è che quasi nessun paese riporta sistematicamente alle Nazioni Unite l’intera impronta climatica delle proprie attività militari.</p>
<p>Le stime disponibili mostrano comunque che l’ordine di grandezza <a href="https://ceobs.org/wp-content/uploads/2025/11/141125-Briefing_-Accounting_for_the_Uncounted..pdf" rel="noopener">non è trascurabile</a>. Sulla base dei <a href="https://www.aqhelp.com/Documents/Signed/FINAL%20-%20Guide%20to%20GHG%20Mandatory%20Reporting%20and%20Tailoring%20Rules%20-%202019.pdf" rel="noopener">dati pubblici</a> del Dipartimento della Difesa statunitense, il Pentagono potrebbe aver emesso quasi 4 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente tra il 1975 e il 2024, con una media di circa 80 milioni di tonnellate l’anno. Ampliando lo sguardo all’industria della difesa per il resto del mondo, la stima che fa Crawford per il 2024 copre una forbice compresa tra 336 e 400 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. È un valore paragonabile alle emissioni complessive di paesi come l’Italia o l’Australia. Una stima del 2022 di Stuart Parkinson e Linsey Cottrell (riportata dal <em>Bulletin</em>), più ampia e meno conservativa, colloca invece il settore militare globale, industria compresa, tra il 3,3% e il 7% delle emissioni mondiali.</p>
<p>Questi numeri vanno letti come stime, non come un bilancio definitivo. La guerra produce infatti emissioni attraverso canali differenti: il consumo diretto di carburante da parte di aerei, navi e veicoli vari; l’energia utilizzata nelle basi; la produzione di armamenti e infrastrutture; tutte le attività della filiera industriale; la distruzione di foreste e altri ecosistemi; gli incendi e le fuoriuscite di combustibili fossili da impianti energetici; infine, ahinoi, anche la ricostruzione dopo la guerra ha il suo impatto.</p>
<h2 id="un-domino-globale">Un domino globale</h2><p>Gli effetti climatici della guerra diventano particolarmente evidenti quando si osservano i singoli conflitti. Un esempio storico è la guerra del <a href="https://www.edf.org/sites/default/files/10333_Measuring_Carbon_Emissions_from_Tropical_Deforestation--An_Overview.pdf#:~:text=Tropical%20deforestation%20contributes%20about%2020%25%20of%20annual,will%20be%20necessary%20to%20avoid%20dangerous%20climate." rel="noopener">Vietnam</a>. Gli Stati Uniti distrussero con prodotti chimici, bombardamenti e mezzi meccanici circa 417mila ettari di foreste tropicali e mangrovie nel Vietnam del Sud. Crawford stima che questa distruzione abbia prodotto tra 183 e 536 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Altri 5,6 milioni di ettari di foresta furono parzialmente distrutti. Se gli ecosistemi danneggiati non tornano a crescere, diminuisce o può scomparire fatalmente la loro capacità di assorbire carbonio.</p>
<p>Un altro caso è la <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0160412097001359?via%3Dihub" rel="noopener">Guerra del Golfo</a> del 1991. L’incendio dei pozzi petroliferi del Kuwait appiccati dalle truppe irachene contribuì, secondo le stime riportate da Crawford, a circa l’1,5% delle emissioni globali di quell’anno. È un esempio di come le emissioni di una guerra non derivino soltanto dal funzionamento ordinario delle forze armate, ma tutte le tipologie di danno inferto su territori e infrastrutture locali.</p>
<p>Più recentemente, il sabotaggio dei gasdotti <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-024-08396-8" rel="noopener">Nord Stream</a> nel 2022 liberò in atmosfera una quantità di metano equivalente stimata pari a quasi 14 milioni di tonnellate di CO₂,circa tre volte le emissioni annuali dell’Albania. Nel caso dell’Ucraina, inoltre, la ricostruzione è stimata in circa 741 milioni di tonnellate di CO₂ nei dieci anni successivi. La dimensione climatica del conflitto, dunque, non coincide con il periodo dei combattimenti: può iniziare prima, intensificarsi durante le operazioni e proseguire a lungo nella ricostruzione.</p>
<p>Crawford propone per questo di considerare il cambiamento climatico come “moltiplicatore di minacce” e viceversa: guerre, riarmo e competizione strategica possono diventare “moltiplicatori del cambiamento climatico”. L’aumento della spesa militare può innescare una catena di reazioni tra potenze e alleati, con maggiori acquisti di armi, nuove infrastrutture e più attività operative. Il <em>Bulletin</em> cita, sulla base dei dati <a href="https://www.sipri.org/sites/default/files/2026-04/2604_milex_2025.pdf" rel="noopener">SIPRI</a>, un aumento del 41% della spesa militare globale tra il 2016 e il 2025; nello stesso periodo la spesa militare tedesca è cresciuta del 118%, per dire. Nel 2025 la spesa militare globale è stata il 2,5% del PIL globale. E poi, la spesa militare cinese è aumentata del 62% tra il 2016 e il 2025, mentre quella di Taiwan è cresciuta del 59%. In questo conteso i programmi di modernizzazione statunitensi possono contribuire a spingere gli alleati a rafforzarsi e, a loro volta, alimentare le risposte degli avversari. Le decisioni strategiche di una potenza dominante, è la tesi di fondo, non possono che influenzare la dimensione complessiva del sistema militare globale.</p>
<h2 id="il-caso-degli-stati-uniti">Il caso degli Stati Uniti</h2><p>Gli Stati Uniti rappresentano un caso centrale perché combinano una grande macchina militare, una vasta rete di basi al di fuori del loro territorio e un settore industriale della difesa molto sviluppato. Le emissioni complessive del Dipartimento della Difesa sono oggi inferiori a quelle della Guerra fredda, anche perché le basi statunitensi all’estero sono diminuite da circa 2000 a circa 700. Il Pentagono ha inoltre ridotto l’uso del carbone e, dagli anni Duemila, ha cercato maggiore efficienza nei consumi di carburante e un maggiore ricorso alle energie rinnovabili. Ma il <em>Bulletin</em> sottolinea che questi miglioramenti sono stati perseguiti soprattutto per ragioni operative: ridurre il carburante necessario significa ridurre anche la vulnerabilità di forze che devono trasportarlo in aree di guerra.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/quanto-pesa-macchina-bellica-clima-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/quanto-pesa-macchina-bellica-clima-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/quanto-pesa-macchina-bellica-clima-body-1.png.webp 917w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="emissioni militari usa" width="917" height="706" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Stima delle emissioni del Dipartimento della Difesa USA</p>
<p>Una parte dell’impronta statunitense proviene anche dalle strutture del Dipartimento per l’Energia, che svolge anche funzioni militari: tra il 2010 e il 2024 ha emesso in media 2,8 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente all’anno. Ma rimane difficile stabilire quanto delle emissioni dei vari impianti contribuisca effettivamente alla capacità militare, perché non è sempre chiaro se le emissioni generate in queste strutture siano comprese nei rapporti annuali pertinenti.</p>
<p>Anche gli impianti legati alle armi nucleari emettono gas serra. Il <a href="https://www.sandia.gov/app/uploads/sites/165/2025/09/2024_ASER_NM.pdf" rel="noopener">Sandia National Laboratory</a> ha registrato più di 94mila tonnellate di CO₂ equivalente nel 2024. La struttura <a href="https://pantex.energy.gov/sites/default/files/Final_2024_Annual_Site_Environmental_Report.pdf" rel="noopener">Pantex</a>, in Texas, che assembla e testa armi nucleari, ha riportato per l’anno fiscale 2024 quasi 76mila tonnellate di CO₂ equivalente. Lo stabilimento <a href="https://doeic.science.energy.gov/ASER/aser2023/04%202023%20ASER_Ch%204%20FINAL.pdf" rel="noopener">Y-12</a>, che ricondiziona e produce componenti per armi nucleari, ha emesso 42mila tonnellate di CO₂ equivalente nel 2023.</p>
<p>Il trasporto aereo è uno dei nodi più importanti. Circa il 70% delle emissioni operative considerate dal Pentagono deriva dal consumo di carburante per aerei. La rilevanza dell’aviazione militare è resa evidente dal ritmo delle operazioni: nei primi 38 giorni dei combattimenti contro <a href="https://www.armed-services.senate.gov/imo/media/doc/cooper_statement.pdf" rel="noopener">l’Iran</a> nel 2026, gli Stati Uniti hanno effettuato più di 10.200 sortite, più di quelle condotte dagli Stati Uniti e dagli alleati in Afghanistan nell’intero 2021 (<em>sic</em>).</p>
<p>A tutte queste componenti si aggiunge l’industria militare in sé. Nel 2024, secondo SIPRI, sei delle prime dieci aziende mondiali di armamenti e 39 delle prime 100 erano statunitensi. Le imprese statunitensi rappresentavano inoltre il 42% del mercato globale delle esportazioni di armi nel 2025. A sostenere questo sistema ci sono anche quasi 25mila piccole imprese che avevano contratti con il Dipartimento della Difesa nel 2020, oltre a centinaia di altri produttori.</p>
<p>Per le prime 39 aziende statunitensi di armamenti, Crawford stima 6,6 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente di emissioni dallo <em>scope 1</em> (cioè l’energia consumata in loco o direttamente dall&rsquo;azienda) e dallo <em>scope 2</em> (cioè l’energia acquistata da un altro fornitore) nel 2024, sulla base dei dati pubblicamente disponibili per circa tre quarti di queste imprese. Poiché molte aziende non rendicontano lo <em>scope 3</em> (cioè le emissioni anche a monte e a valle), la stima della filiera complessiva è più difficile. Incorporando beni e servizi della catena di fornitura e ulteriore uso di energia, Crawford fa lievitare la stima per queste 39 principali società militari-industriali ad almeno 56,5 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente nel 2024.</p>
<h2 id="mancanza-di-trasparenza">Mancanza di trasparenza</h2><p>La difficoltà principale non è soltanto tecnica. È anche istituzionale. Le regole internazionali hanno storicamente lasciato alle attività militari uno spazio di rendicontazione diverso da quello riservato a molti altri settori economici, come detto. Un secondo problema riguarda i “confini” del sistema da misurare. Che cosa significa, esattamente, “emissioni militari”? Solo il carburante bruciato durante un’operazione? Anche l’elettricità delle basi? Gli impianti che producono armi? Le imprese private che lavorano per il Pentagono? La produzione dei materiali e dei componenti? La logistica? Le emissioni dei fornitori? E quelle generate dalla distruzione degli ecosistemi o dalla ricostruzione? Le risposte cambiano il risultato finale in modo sostanziale.</p>
<p>Come abbiamo visto, seguire poi l’intera filiera di materie prime, beni e servizi richiede dati che spesso non sono pubblicati. Alcune grandi aziende della difesa citate dal <em>Bulletin</em>, tra cui SpaceX, Mitre Corporation, The Aerospace Corporation, General Atomics e Sierra Nevada Corporation, non sembrano pubblicare dati sulle proprie emissioni.</p>
<p>Esiste poi un cortocircuito strategico probabilmente inevitabile: la trasparenza può entrare in conflitto con la segretezza militare. Rendere pubblici consumi, rotte, attività e infrastrutture può offrire informazioni sensibili. Ma l’assenza di dati crea l’effetto opposto sul piano climatico: impedisce di capire quanto pesa davvero il settore e quali riduzioni sarebbero realisticamente possibili.</p>
<p>Il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale aggiunge un ulteriore livello di complessità. Il Dipartimento della Difesa statunitense ha dichiarato di recente un <a href="https://www.war.gov/News/News-Stories/Article/Article/4497743/senior-dow-tech-official-says-department-ai-use-up-1775-in-past-year/" rel="noopener">aumento del 1,775%</a> nell’uso di sistemi AI nell’ultimo anno e ha stretto accordi con grandi aziende tecnologiche per applicazioni militari. Ecco quindi che una parte della domanda energetica associata alla difesa può propagarsi nel settore civile attraverso data center, infrastrutture e fornitori, rendendo particolarmente arduo separare nettamente il “militare” dal “civile”.</p>
<p>Negli Stati Uniti, la crescita di spesa militare è stata probabilmente esacerbata anche a causa del fenomeno delle “porte girevoli”, per cui funzionari statali passano presso appaltatori privati e viceversa, in una spirale ad alto rischio corruttivo, come scrive <a href="https://thebulletin.org/2026/08/the-defense-revolving-door-silicon-valley-edition/" rel="noopener">Mecklin</a> (nell’articolo c’è un bel grafico interattivo). Nell’ultimo decennio</p>
<blockquote>
<p>ex funzionari del Congresso hanno attraversato questa porta [girevole], finendo a lavorare non solo per i maggiori appaltatori della difesa […], ma anche per una nuova categoria di aziende high-tech – spesso attive nel campo dell’intelligenza artificiale e con sede nella Silicon Valley – che ha ampliato in modo aggressivo le proprie attività di fornitura e appalto con il Pentagono. E, per essere chiari, la porta girevole funziona in entrambe le direzioni: a volte importanti esponenti del settore privato passano a ricoprire incarichi governativi di grande influenza, che possono avere un impatto sulle sorti delle loro stesse aziende.</p></blockquote>
<p>Insomma, non è una bella idea farsi la guerra durante una crisi climatica pluridecennale, se non fosse ovvio già per conto proprio.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Terra dei Fuochi: quale scienza serve dopo la sentenza?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/terra-fuochi-quale-scienza-serve-dopo-sentenza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/terra-fuochi-quale-scienza-serve-dopo-sentenza/</guid><pubDate>Mon, 07 Sep 2026 07:10:00 +0100</pubDate><dc:creator>Fabrizio Bianchi</dc:creator><category>ambiente</category><description>La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sulla Terra dei Fuochi ha riconosciuto che le conoscenze accumulate nel tempo erano già sufficienti a imporre misure di protezione della popolazione. A più di un anno e mezzo dalla condanna dell’Italia, la questione non è quindi soltanto produrre nuove prove sui danni ambientali e sanitari, ma capire quale ricerca serva oggi: una sorveglianza continua e più fine sul territorio, capace di integrare ambiente e salute, individuare le popolazioni più esposte e verificare se gli interventi di prevenzione e risanamento stiano davvero riducendo i rischi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/terra-fuochi-quale-scienza-serve-dopo-sentenza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/terra-fuochi-quale-scienza-serve-dopo-sentenza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 30 gennaio 2025 la Corte europea dei diritti dell’uomo <a href="https://hudoc.echr.coe.int/eng?i=002-14431" rel="noopener">ha condannato</a> l’Italia per non avere protetto adeguatamente la popolazione della Terra dei Fuochi da un rischio ambientale e sanitario conosciuto da molti anni. È trascorso più di un anno e mezzo: poco rispetto alla lunga storia di questo territorio, ma più che sufficiente per chiedersi che cosa la sentenza possa cambiare anche nel modo di produrre e utilizzare le conoscenze su ambiente e salute.</p>
<p>Naturalmente la questione ha una portata che supera la vicenda giudiziaria. Nel suo ragionamento la Corte attribuisce grande importanza al patrimonio di conoscenze accumulato nel tempo. Non cerca la dimostrazione di un rapporto causale tra l’esposizione e la malattia di ciascun ricorrente, né individua uno studio epidemiologico decisivo, ma considera piuttosto la convergenza di indagini ambientali, epidemiologiche e sanitarie e si domanda se quanto era noto fosse sufficiente a rendere prevedibile il rischio e a richiedere misure efficaci di protezione.</p>
<p>È un passaggio importante anche per la scienza perché mette al centro almeno due domande chiave: quanto dobbiamo sapere per agire quando sono in gioco rischi gravi e persistenti per la salute? E quale ricerca serve quando le conoscenze disponibili sono già sufficienti a giustificare la prevenzione?</p>
<h2 id="molte-conoscenze-distribuite-in-modo-diseguale">Molte conoscenze, distribuite in modo diseguale</h2><p>Negli ultimi dieci anni la ricerca sulla Terra dei Fuochi è proseguita intensamente. Facendo una rassegna personale su PubMed, su 23 lavori pubblicati tra il 2014 e il 2026 su ambiente e salute nella Terra dei Fuochi (o sovra o sotto insiemi) emerge una distribuzione piuttosto istruttiva: soltanto 2 sono studi di epidemiologia di popolazione; 7 riguardano biomonitoraggio umano, epidemiologia clinica e biomarcatori; 10 studiano ambiente, alimenti, indicatori di esposizione e relazioni One Health; 4 sono rassegne o contributi di integrazione delle evidenze, percezione del rischio e policy.</p>
<p>È cresciuta soprattutto la capacità di descrivere ciò che avviene lungo la catena che collega contaminazione ed effetti biologici: metalli e altri contaminanti nelle matrici ambientali e alimentari, dose interna, biomarcatori, alterazioni molecolari, salute riproduttiva, microbioma. Alcuni lavori più recenti cercano opportunamente di integrare salute umana, animale e ambientale secondo una prospettiva One Health.</p>
<p>L’epidemiologia di popolazione ha avuto uno sviluppo molto più limitato. Questo non significa che manchino dati sulla salute. Una parte rilevante delle informazioni proviene dai sistemi istituzionali: mortalità, ricoveri, registri tumori, anomalie congenite, studi SENTIERI. Il risultato è però un patrimonio conoscitivo ricco ma al tempo stesso frammentato, prodotto con scale geografiche troppo ampie, periodi di osservazione e finalità eterogenei e, soprattutto, riferito a periodi non sufficientemente aggiornati.</p>
<p>Anche il quadro ambientale resta in evoluzione. Molte delle pressioni che hanno caratterizzato la Terra dei Fuochi non appartengono soltanto al passato: persistono siti contaminati, discariche e aree interessate da abbandono o gestione illecita dei rifiuti, mentre gli interventi di caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica procedono con tempi spesso molto lunghi. A ciò si aggiungono pressioni ambientali attuali, non necessariamente coincidenti con quelle che hanno originato la vicenda. Una geografia delle esposizioni così complessa rende ancora più necessario aggiornare e integrare la sorveglianza ambientale e sanitaria.</p>
<p>A questa persistenza e trasformazione delle pressioni ambientali corrisponde un quadro sanitario che continua a presentare segnali di attenzione, anch’essi distribuiti in modo molto eterogeneo. </p>
<h2 id="i-segnali-sanitari-persistono-ma-cambiano-da-luogo-a-luogo">I segnali sanitari persistono, ma cambiano da luogo a luogo</h2><p>Il <a href="https://epiprev.it/6115" rel="noopener">Sesto Rapporto SENTIERI</a>, pubblicato nel 2023 su dati di mortalità 2013-2017 e ospedalizzazione 2014-2018,  continua a rilevare nel Litorale Domizio-Flegreo e Agro Aversano eccessi per mortalità generale, tumori e diverse patologie considerate a priori di interesse per le pressioni ambientali presenti. Ma lo stesso rapporto sottolinea un limite fondamentale: un’area comprendente 77 comuni è troppo vasta ed eterogenea perché un unico indicatore epidemiologico possa descriverla adeguatamente. Da qui la raccomandazione di sviluppare sorveglianza a scala comunale e sub-comunale e studi integrati ambiente-salute. </p>
<p>L’<a href="https://epiprev.it/pubblicazioni/atlante-di-mortalita-della-regione-campania" rel="noopener">Atlante regionale della mortalità 2006-2014</a>, pubblicato su <em>Epidemiologia&amp;Prevenzione</em> nel 2020, aveva mostrato una distribuzione non omogenea degli eccessi.  La ASL Napoli 2 Nord presentava una mortalità generale significativamente superiore alla media campana in entrambi i sessi e diversi eccessi per cause specifiche; Caserta mostrava un profilo più selettivo.</p>
<p><a href="https://www.regione.campania.it/comunicazione/area-stampa/comunicati/22052026-comunicato-n-296-registro-tumori-pubblicati-dati-aggiornati-al-biennio-20222023" rel="noopener">Dati più recenti</a> della Regione Campania mostrano bene il problema della scala.  Nel Distretto 46 di Acerra, nel periodo 2020-2022, la mortalità per tutti i tumori non risulta complessivamente superiore a quella regionale, ma emergono eccessi rilevanti per alcune sedi: negli uomini, per esempio, i tassi sono più elevati per tumori della laringe, testa-collo e mieloma; nelle donne per laringe, testa-collo, stomaco, vescica e linfoma non Hodgkin. I piccoli numeri e gli ampi intervalli di confidenza impongono cautela, ma proprio questa instabilità mostra quanto servano osservazioni continuative e territorialmente dettagliate. </p>
<p>La “Terra dei Fuochi”, dunque, è un nome necessario per identificare un fenomeno storico, ambientale e sociale, ma comprende una popolazione non uniformemente esposta a rischi ambientali, con uno stato di salute eterogeneo, con un profilo di vulnerabilità molto complesso.</p>
<h2 id="comporre-il-puzzle">Comporre il puzzle</h2><p>La priorità scientifica diventa allora integrare conoscenze che oggi procedono ancora troppo spesso su binari paralleli, per comporre il percorso che dalle pressioni ambientali determina impatti sulla salute, passando attraverso la catena contaminazione-esposizione-effetti biologici precoci-malattia.</p>
<p>La ricerca recente ha prodotto molte tessere di questo puzzle, specie nella parte centrale della catena, ma ciò che ancora di fatica a vedere è l’immagine complessiva. Conoscere come cambia questa catena da un territorio all’altro, quali popolazioni sono maggiormente esposte, come evolvono nel tempo esposizioni e salute non è solo uno scopo di ricerca ma una componente fondamentale per la sanità pubblica: conoscere quale parte dei cambiamenti osservati possa essere messa in relazione con le trasformazioni ambientali e con gli interventi effettuati. </p>
<p>Questo richiede non solo più epidemiologia ma anche un&rsquo;epidemiologia diversa da quella utilizzata per documentare il danno: sorveglianza continuativa, scale territoriali più fini, integrazione con dati ambientali e biomonitoraggio, capacità di identificare gruppi vulnerabili e disuguaglianze. Richiede inoltre dati accessibili e sistemi informativi capaci di dialogare fra loro.</p>
<p>Nuovi studi sono sempre utili, ma occorre chiarire a quale domanda debbano rispondere. Questo approccio è necessario per evitare che vengono utilizzati per rinviare l’azione fino alla scomparsa di ogni incertezza, col rischio di prolungare quel tempo dell’attesa che ha caratterizzato la storia della Terra dei Fuochi.</p>
<p>Servono studi per stabilire dove intervenire prioritariamente, quali esposizioni ridurre e se gli interventi stanno funzionando, che siano cioè una parte integrante del sistema di prevenzione.</p>
<h2 id="dalla-documentazione-del-danno-alla-valutazione-degli-interventi">Dalla documentazione del danno alla valutazione degli interventi</h2><p>È forse questa una delle conseguenze scientificamente più interessanti della sentenza di Strasburgo. Le conoscenze disponibili hanno già avuto, nel ragionamento della Corte, una forza sufficiente a fondare un obbligo di protezione. I limiti conoscitivi mantengono tuttavia tutta la loro importanza per orientare quell’azione e valutarne i risultati.</p>
<p>Questa esigenza è anche della Sentenza: tra le misure indicate dalla Corte figura proprio l&rsquo;istituzione di un meccanismo indipendente di monitoraggio, insieme a una strategia complessiva e a una piattaforma pubblica di informazione. La questione diventa quindi anche quali indicatori utilizzare per verificare nel tempo l&rsquo;efficacia delle azioni intraprese.<br>
La domanda epidemiologica dovrebbe quindi evolvere per definire dove si concentra oggi il rischio, quali popolazioni sono maggiormente esposte, quali interventi producono maggiori benefici.</p>
<p>A domandarsi se le esposizioni ambientali a rischio stiano diminuendo e la salute stia migliorando sono sia gli epidemiologi sia le persone residenti.<br>
Il tempo trascorso dal gennaio 2025 conta anche per questo. La Corte ha riconosciuto che le conoscenze accumulate rendevano necessario proteggere la popolazione e ha indicato nel monitoraggio indipendente uno degli strumenti necessari. La sfida scientifica che ne deriva è costruire gli strumenti per sapere, negli anni che vengono, se quella protezione sta realmente avvenendo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il caldo sul lavoro è un’emergenza sanitaria in crescita</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/caldo-lavoro-emergenza-sanitaria-crescita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/caldo-lavoro-emergenza-sanitaria-crescita/</guid><pubDate>Fri, 04 Sep 2026 07:33:00 +0100</pubDate><category>clima</category><description>Il cambiamento climatico è anche una questione di salute e sicurezza sul lavoro: in Italia, nelle giornate di caldo estremo il rischio di morire per un infortunio aumenta del 61%, con agricoltura e costruzioni tra i settori più esposti. Le ordinanze regionali e gli strumenti previsionali hanno rafforzato la prevenzione, ma restano disuguaglianze, scarsa consapevolezza dei rischi e tutele insufficienti. E senza adeguate misure di adattamento, nei prossimi decenni gli infortuni legati al caldo sono destinati ad aumentare.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/caldo-lavoro-emergenza-sanitaria-crescita-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/caldo-lavoro-emergenza-sanitaria-crescita-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>È ampiamente condiviso come il cambiamento climatico si configuri come una reale emergenza sanitaria e una sfida epocale. Una riflessione su come tale emergenza sanitaria riguardi anche la salute e la sicurezza dei lavoratori è essenziale. Storicamente, la ricerca in ambito occupazionale ha consentito di identificare e caratterizzare rischi per la salute dei lavoratori dovuti a sostanze presenti anche negli ambienti di vita (solitamente a più bassi livelli di esposizione). Si pensi a come la grande maggioranza degli agenti cancerogeni siano stati identificati a partire dalla ricerca epidemiologica in campo occupazionale. Anche rispetto agli effetti sulla salute del cambiamento climatico, l’esposizione dei lavoratori ai fattori di rischio correlati è generalmente maggiore della popolazione generale in termini di frequenza, durata e intensità, rappresentando una sorta di evento sentinella, a sua volta mediato da condizioni sociali come la facilità di accesso ai servizi sanitari, le condizioni di deprivazione sociale ed il reddito. Certamente i lavoratori outdoor (ma non solo) rappresentano uno dei gruppi di popolazione più vulnerabili per la sussistenza di vincoli logistici, organizzativi e contrattuali al contrasto dell’esposizione. Il tema riguarda anche i lavoratori impegnati in ambienti confinati (indoor) non ventilati e non climatizzati, particolarmente se esposti anche a fonti di calore artificiali (ad es. forni, o macchinari che producono calore).</p>
<p>Il quadro concettuale complessivo per identificare come il cambiamento climatico possa influenzare la salute e la sicurezza occupazionale è stato ripetutamente sistematizzato, indicando una serie di linee di azione significative, fra cui l’aumento delle temperature ambientali combinate a elevati tassi di umidità, l’inquinamento atmosferico, l’incremento di esposizione a radiazioni ultraviolette, la frequenza di eventi meteorologici estremi, le malattie trasmesse da vettori e il rischio di esposizione ad agenti biologici e infine i rischi emergenti per la salute dei lavoratori correlati alla transizione industriale (produzione di energia solare ed eolica). Più recentemente, la letteratura ha evidenziato come gli effetti del cambiamento climatico sul lavoro non riguardino esclusivamente la salute fisica, ma coinvolgano anche dimensioni cognitive, psicologiche e organizzative, interagendo con fattori psicosociali che influenzano il benessere dei lavoratori.</p>
<p>In questo quadro d’insieme, il tema dell’esposizione al caldo dei lavoratori è certamente una priorità di ricerca e intervento e sono disponibili nel nostro Paese, una serie di risultati scientifici e di strumenti operativi di contrasto. Sul piano delle politiche di adattamento e degli interventi di prevenzione si deve segnalare come anche nel 2026, tutte le Regioni italiane (con l’eccezione di Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige) hanno emanato ordinanze per tutelare i lavoratori esposti al caldo estremo. Come <a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/lavorare-stanca-al-caldo-ammazza/luca-carra/2026-07-02/">già ricordato su questa rivista</a>, per tutti i provvedimenti, le mappe di rischio e l’indicatore di esposizione disponibile sul portale del progetto Worklimate (Inail-CNR) hanno rappresentato lo strumento di riferimento. In particolare, la sospensione delle attività lavorative entra in vigore in tutte le Regioni quando, alle ore 12:00, le mappe segnalano un livello di rischio alto per i lavoratori esposti al sole e impegnati in attività fisicamente intense. La fascia oraria di sospensione delle attività è in tutti i casi dalle 12:30 alle 16:00 e i settori occupazionali coinvolti sono generalmente l’agricoltura, l’edilizia e il florovivaismo, ma in specifici contesti regionali, il divieto è esteso al settore lapideo e delle cave, alla logistica e alle consegne urbane (includendo i “riders”), al settore dell’igiene ambientale. La piattaforma previsionale fornisce, informazioni utili a una gestione più efficace delle attività lavorative in tutte le condizioni operative, consentendo di adottare misure organizzative calibrate e proporzionate alle condizioni previste, secondo una logica di gradualità degli interventi, con l’obiettivo di tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori. Non si tratta di un approccio meramente teorico: importanti realtà aziendali, caratterizzate da una presenza capillare sul territorio, hanno adottato sistemi di intervento graduati in funzione del livello di rischio previsto, modulando conseguentemente le misure di prevenzione e protezione.</p>
<p>I provvedimenti regionali rappresentano un significativo paradigma di fondazione di interventi di politiche di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro sulla base dell’evidenza scientifica e in un quadro di flessibilità territoriale. A partire dalla pubblicazione di mappe territoriali di rischio come puro output di ricerca, si è innescata un’attività di normazione via via più diffusa che ha riconosciuto un riferimento tecnico unitario e scientificamente fondato pur mantenendo la specifica capacità di rispondere alle esigenze particolari dei territori, ampliando i settori tutelati e prevedendo strumenti più dettagliati di prevenzione. Le misure riguardano oltre due milioni di lavoratori, configurandosi come un modello prezioso di interazione fra ricerca scientifica e politiche sanitarie. </p>
<p>Tuttavia, è necessaria una riflessione sugli elementi di criticità tutt’ora aperti e sulle prospettive. Rimane la necessità di definire un framework nazionale che integri e uniformi le politiche territoriali, rafforzando al contempo l’attuazione delle misure organizzative e individuali per la protezione dei lavoratori, considerando che è necessario fare riferimento ad indicatori di rischio sanitario e non meramente meteoclimatici. Inoltre, è necessario determinare le condizioni per potere misurare l’effettiva applicazione dei provvedimenti di sospensione delle attività (soprattutto in agricoltura ed edilizia) previsti dalle ordinanze. Questo dato è necessario per affinare i modelli di stima degli effetti in termini di diminuzione degli infortuni di tali provvedimenti. Recentemente, un’analisi esplorativa ha mostrato una riduzione significativa del tasso di infortunio per il periodo estivo (1° luglio-31 agosto 2024) nelle Regioni che hanno emanato le ordinanze di contrasto all’esposizione occupazionale al caldo per il settore dell’edilizia, e con minore evidenza per il settore agricolo, probabilmente anche in relazione alla dimensione del lavoro atipico e poco tutelato contrattualmente presente in questo comparto. Si tratta di una grande questione perché non vi può essere alcun dubbio sul fatto che caporalato, irregolarità contrattuale e lavoro nero siano condizioni strutturali che incidono direttamente sulla sicurezza del lavoro ed anche sull’impatto sanitario del cambiamento climatico.</p>
<p>Accanto agli aspetti normativi e organizzativi, emerge inoltre il tema della consapevolezza del rischio. I risultati di una <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0925753526001360?via%3Dihub" rel="noopener">recente indagine</a> condotta nell’ambito del progetto <a href="http://www.worklimate.it" rel="noopener">Worklimate</a> mostrano infatti come, anche nei gruppi maggiormente esposti, la percezione del rischio non sempre si accompagni ad una adeguata conoscenza dei suoi effetti e delle corrette misure di prevenzione. Oltre un terzo dei lavoratori intervistati non era in grado di riconoscere i sintomi del colpo di calore e quasi la metà non conosceva le principali procedure di primo intervento; analogamente, risultavano poco conosciuti gli effetti del caldo sulla salute renale e mentale. Particolarmente critiche sono apparse le condizioni dei lavoratori più giovani, degli operai e degli occupati nelle micro e piccole imprese. Lo studio evidenzia inoltre un fenomeno di apparente familiarità con il rischio da caldo che può tradursi in una sopravvalutazione delle proprie conoscenze e in una minore propensione ad adottare comportamenti preventivi.</p>
<p>Dal punto di vista della produzione scientifica epidemiologica, sono disponibili risultati significativi. Due studi recenti pubblicati sulla rivista internazionale <em>Environmental Research</em> hanno mostrato per la prima volta nel nostro Paese l&rsquo;associazione tra <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0013935126009953" rel="noopener">esposizione a temperature elevate e infortuni occupazionali</a> con esito mortale e hanno stimato <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0013935126009758" rel="noopener">l&rsquo;impatto futuro degli infortuni correlati al caldo</a> in relazione a diversi scenari di cambiamento climatico e sviluppo socioeconomico e demografico. Pubblicati nello stesso numero della rivista, i due studi offrono un quadro epidemiologico coerente.</p>
<p>I risultati mostrano che nelle giornate caratterizzate da caldo estremo il rischio di decesso per infortunio è del 61% più alto rispetto alle giornate con temperature moderate. L’esercizio epidemiologico stima che, nel periodo considerato, circa 84 decessi nei luoghi di lavoro siano attribuibili all&rsquo;esposizione a calore estremo (circa 15 casi per anno). L&rsquo;associazione è più marcata nei settori dell&rsquo;agricoltura e delle costruzioni. Un aumento del rischio è stato osservato anche in alcune attività svolte al chiuso caratterizzate dalla produzione di calore, come la lavorazione dei metalli e la ristorazione. Sul piano demografico, i lavoratori stranieri, i più giovani (sotto i 35 anni) e i lavoratori con più di 60 anni mostrano stime di rischio più elevate, così come i lavoratori delle regioni del Sud Italia.</p>
<p>L’andamento degli infortuni caldo-correlati nei decenni futuri indica che, in assenza di misure di adattamento, il numero di infortuni attribuibili al caldo è atteso in aumento in tutti e tre gli scenari, con incrementi compresi tra circa 260 e circa 540 casi aggiuntivi all&rsquo;anno entro il decennio 2070-2079 a seconda dello scenario considerato. Questo incremento emerge nonostante la contrazione demografica prevista per la popolazione italiana, il che sottolinea il ruolo indipendente del cambiamento climatico come fattore di rischio occupazionale. Il settore agricolo mostra le frazioni attribuibili più elevate, circa tre volte superiori al valore medio nazionale, mentre l&rsquo;impatto è proiettato come più consistente nelle città del Nord e del Centro Italia, riflettendo la maggiore concentrazione di attività economiche in queste aree. Lo studio sottolinea la necessità di affiancare politiche complessive di mitigazione climatica alle misure preventive nei luoghi di lavoro.</p>
<p>I risultati dei due studi forniscono una base epidemiologica solida per orientare le politiche di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori. In questa prospettiva, la prevenzione del rischio da caldo richiede un approccio integrato che combini misure tecniche e organizzative, formazione efficace e sistemi di monitoraggio e sorveglianza della salute. La rimodulazione degli orari di lavoro, l’accesso ad acqua potabile e aree di ristoro, i programmi di acclimatazione e gli strumenti previsionali rappresentano interventi fondamentali, ma devono essere inseriti in strategie più ampie di promozione della salute e del benessere organizzativo. In un contesto di cambiamento climatico, la capacità di riconoscere precocemente condizioni di affaticamento fisico, riduzione delle capacità cognitive e segnali di disagio psicologico diventa parte integrante della tutela della salute e sicurezza dei lavoratori.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Abbiamo ormai perso le speranze per restare sotto 1, 5°C?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5/</guid><pubDate>Fri, 04 Sep 2026 07:32:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Ci vuole una certa pazienza a fare comunicazione climatica se bisogna continuare a ripetere ossessivamente quali sono le cose da fare per arrivare a zero emissioni nette e per adattarsi al clima che cambia. Questa volta la strigliata arriva dall’UNEP che ci dice che non è affatto detto che l’umanità riuscirà a restare sotto 1,5°C per fine secolo. Che serve usare tutte le tecnologie in campo, compresa la rimozione artificiale di CO 2 dall’atmosfera. Che serve – udite udite – darsi una mossa. Il nuovo rapporto identifica un pacchetto di azioni climatiche che devono servire per contenere il sorpasso di 1,5°C il più possibile e favorire un rientro veloce e sicuro.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>È uscito il 2 settembre un nuovo <a href="https://www.unep.org/news-and-stories/press-release/unep-world-set-cross-15degc-global-warming-can-still-limit-adapt-and" rel="noopener">report</a> dell’UNEP dal titolo <em>Limiting Overshoot: Navigating exceedance of 1.5°C and pathways towards return</em>. Il messaggio principale è che il superamento temporaneo di 1,5°C è ormai inevitabile date le traiettorie di emissioni e le politiche attuali. Ricordiamo sempre che stiamo parlando dell’aumento della temperatura media globale rispetto ai livelli preindustriali. La questione per i decisori politici non è più solo come evitare il sorpasso, ma come comprendere, prepararsi e navigare un futuro in cui le temperature globali superano il limite minimo sancito dall’Accordo di Parigi. L’altro messaggio importante è che ogni frazione di grado evitata riduce i rischi climatici, quindi di certo – come tutti quelli che si occupano di clima ripetono – non ha senso parlare di sconfitta o resa. Non è che sotto i 1,5°C c’è l’eden e sopra c’è l’inferno.</p>
<p>Nello scenario più ottimistico ritorna un numero che già da qualche anno avevamo iniziato a leggere: 1,8°C. Comunque sotto i 2°C, che sono l’altra famosa soglia, più “permissiva”, dell’Accordo di Parigi. Il rapporto delinea il percorso da intraprendere per ridurre i danni a barriere coralline, ghiacciai, evitare <em>tipping point</em>, assicurare sicurezza alimentare e idrica, salute, ridurre gli impatti nelle città, negli oceani, e via dicendo. Il percorso, appunto, è &ldquo;<em>overshoot, peak and decline</em>&rdquo; (superamento, picco, declino) e prevede tre fasi: risposta immediata, contenimento, resilienza di lungo periodo.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="percorso per contenere il sorpasso del 1,5°C" width="1654" height="2339" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>«Il report UNEP ci mette davanti a una dura realtà, quella del previsto sforamento di uno dei due obiettivi-limite dell&rsquo;Accordo di Parigi», ci ha detto Jacopo Bencini, Presidente di Italian Climate Network. «La notizia non arriva sicuramente a freddo, anzi, i dati confermano un trend già ampiamente anticipato e che conferma la potenza distruttiva dell&rsquo;inazione politica. A portarci sulla strada di 1,8°C sono infatti le politiche insufficienti dei governi e dei loro piani clima, gli NDC [gli obiettivi climatici ufficiali dei singoli paesi], ancora ampiamente inadatti (e spesso sottofinanziati a livello nazionale) rispetto alla sfida».</p>
<p>La noia mortale è il sentimento che chi parla di clima (e chi lo studia) prova nel ripetere ossessivamente le soluzioni da mettere in campo. Sono sempre quelle e servono sostanzialmente a ridurre le emissioni da un lato e adattarsi agli impatti climatici crescenti dall’altro. Come noto, NON sono una alternativa all’altra. Il report è categorico: mitigazione e adattamento sono fondamentalmente interconnessi e devono avanzare insieme in tutte le fasi. Non c&rsquo;è gerarchia netta tra le due. Una mitigazione debole aumenta gli impatti e rischia di dirottare fondi verso risposte di emergenza invece che verso l&rsquo;azione climatica, creando un circolo vizioso. Riduzioni rapide di CO₂, metano e altri gas serra restano la priorità immediata. Contemporaneamente, anche la mitigazione di maggior successo non eliminerà il bisogno di adattamento: 1,5°C non è considerato sicuro per la maggior parte di nazioni, comunità, ecosistemi e settori. Serve un adattamento &ldquo;trasformazionale&rdquo;, non incrementale.</p>
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</p>
<p>Ecco quindi che serve mettere in campo tutti gli strumenti necessari, e un ruolo dovrà averlo anche la rimozione di CO₂ dall’atmosfera, ma con limiti forti e una governance robusta, scrive l’UNEP. Messaggio alle multinazionali fossili: rimuovere gas serra dall’atmosfera NON serve per continuare a estrare gas, petrolio e carbone, che vanno eliminati in ogni caso. L’altro tema di cui non ci si deve dimenticare è che equità e giustizia devono essere al centro della transizione, perché ci sono paesi che hanno responsabilità storiche maggiori di altri (per essere concisi: l’occidente, il G20, noi, quelli ricchi) e che hanno il compito di aiutare il resto del mondo.</p>
<p>Il pacchetto d’azione dell’UNEP ci dice che dopo un certo periodo di “overshooting”, di superamento del 1,5°C, si potrà tornare sottosoglia, ma questo purtroppo non elimina molte delle perdite che si registreranno, che saranno irreversibili e permanenti comunque. Questo percorso si estende verosimilmente fino a fine secolo, con gli scenari più ottimistici che vedono un ritorno sotto 1,5°C entro qualche decennio.</p>
<blockquote>
<p>Anche in scenari in cui le emissioni nette negative di CO₂ raggiungano le 10 GtCO₂ [miliardi di tonnellate di anidride carbonica] all’anno, ovvero circa un quarto delle emissioni attuali di CO₂, il riscaldamento potrebbe ridursi solo di circa 0,05 °C per decennio. In altre parole, un decennio di riscaldamento globale al ritmo attuale di circa 0,25 °C per decennio potrebbe richiedere circa 50 anni per essere invertito, anche ipotizzando scenari ottimistici di CDR [<em>Carbon Dioxide Removal</em>, rimozione dell’anidride carbonica]. L’impiego attuale di queste tecnologie rimane ben al di sotto di tali livelli: nell’ultimo decennio, la rimozione durevole della CO₂ basata sul suolo ha raggiunto in media circa 2 GtCO₂ all’anno, mentre i nuovi metodi di CDR, che utilizzano tecnologie per catturare e stoccare il carbonio, hanno rimosso quantità pari a circa un millesimo di tale valore.</p></blockquote>
<p>Sia la possibilità che la velocità di tornare sotto i 1,5°C una volta superati dipende da vari fattori: la riduzione delle emissioni a breve termine, mantenimento nel tempo di basse emissioni, uso massimo sostenibile di rimozione di CO₂, risposta climatica del sistema Terra (e qui c’è più incertezza dovuta anche ai noti <em>tipping point</em>), capacità di <em>governance</em> globale (una volta arrivate le &ldquo;condizioni di picco&rdquo;, dice l’UNEP, lo spazio politico per costruire politiche climatiche si restringe), l&rsquo;entità del livello di picco raggiunto.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-3.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="unep tabella strategia" width="1454" height="1082" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-4.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-4.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/abbiamo-ormai-perso-speranze-restare-sotto-1-5-body-4.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="unep tabella strategia rimozione co2" width="1416" height="1111" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Immagini tratte dal rapporto UNEP e tradotte</p>
<p>Ciò non toglie che il superamento diventi da temporaneo a permanente. Dipende, appunto, da quanto decisamente agiremo. Oltre circa 1,8°C, il declino verso 1,5°C entro il ventunesimo secolo diventa sempre più difficile, perché la capacità naturale di rimozione e trattenimento del carbonio si degraderebbe e la competizione con altri obiettivi di sviluppo sostenibile limiterebbe la fattibilità di strategie di mitigazione ad alta intensità di suolo. In altre parole, se per ridurre le emissioni instauro una fantastica dittatura climatica, andrò a comprimere diritti sociali e civili, partecipazione politica, e così via. Per quanto riguarda poi i <em>tipping point</em>, evidenze crescenti indicano che un riscaldamento sostenuto sopra 1,5°C aumenta il rischio di innescarne uno o più (vedi calotte antartica occidentale e groenlandese, AMOC, foresta amazzonica, ecc.).</p>
<p>Conclude Bencini: «Sta ora sempre più alla società civile, alla scienza, ai partiti politici spingere i governi a non vedere quella del clima come una partita persa in partenza verso le prossime COP, piuttosto, a prendere i lati – se così possiamo dire – positivi del report, ossia il fatto che esiste ancora tecnicamente la possibilità di contenere il danno». Ecco perché, alla prossima COP31 di novembre ad Antalya in Turchia «si dovrà avviare al meglio il percorso che porta al secondo check-up climatico previsto per il 2028, probabilmente in quella che sarà la COP della Cina, dove i governi dovranno necessariamente proporre strumenti per blindare Parigi mentre agiscono, secondo schemi plurilaterali e per piccoli gruppi, al di fuori delle sale negoziali».</p>
<p>Nel report ci sono un paio di focus sui costi economici e sulle ripercussioni legali che è interessante leggere. Li riassumiamo qui sotto.</p>
<ul>
<li>Lo stress da calore riduce la produttività, soprattutto in agricoltura (le stime indicano una perduta al 2050 in Ghana dell’8,5%, in Sri Lanka del 6/8%, in Guinea-Bissau del 9,5%), colpendo più i lavoratori manuali che quelli d&rsquo;ufficio.</li>
<li>Cali di resa agricola e di disponibilità idrica si traducono in perdite economiche più ampie. In Argentina l’assenza di misure può portare a compromettere il 25% dell&rsquo;attuale superficie irrigata, causando perdite annuali per circa 837 milioni di dollari, danni ingenti sono previsti anche Ghana, Iraq, Pakistan, con impatti aggravati su Piccoli Stati Insulari (come la pesca alle Maldive).</li>
<li>Eventi estremi generano danni economici crescenti e a cascata su trasporti e reti (in Pakistan le alluvioni del 2022 hanno causato oltre 30 miliardi di dollari di danni).</li>
<li>Gli impatti climatici aumentano la povertà e colpiscono in modo sproporzionato i più poveri, spesso senza copertura sociale adeguata.</li>
</ul>
<p>Molto interessanti anche le implicazioni legali che si presenterebbero in caso di superamento di 1,5°C.</p>
<ul>
<li>Il quadro giuridico internazionale (UNFCCC, Accordo di Parigi, UNCLOS - la convenzione sul diritto del mare - e i vari obblighi consuetudinari) resta imperniato su 1,5°C e continuerà a guidare gli obblighi degli Stati anche in caso di superamento: un percorso di <em>overshoot</em> non sostituisce questo quadro legale, ne cambia solo le circostanze applicative.</li>
<li>In un <a href="https://www.icj-cij.org/case/187" rel="noopener">parere consultivo 2025</a>, la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) ha stabilito che 1,5°C è l&rsquo;obiettivo primario concordato dalle parti dell&rsquo;Accordo di Parigi, e che gli Stati devono esercitare una <em>due diligence</em> rigorosa nel preparare NDC coerenti con questo obiettivo. Il <a href="https://www.itlos.org/en/main/cases/list-of-cases/request-for-an-advisory-opinion-submitted-by-the-commission-of-small-island-states-on-climate-change-and-international-law-request-for-advisory-opinion-submitted-to-the-tribunal/" rel="noopener">Tribunale internazionale per il diritto del mare</a> ha analogamente legato gli obblighi di mitigazione alla soglia di 1,5°C e alle «migliori conoscenze scientifiche disponibili».</li>
<li>Gli Stati devono regolare rigorosamente le emissioni di gas serra, incluse quelle di attori privati; l&rsquo;ICJ ha identificato la produzione e il consumo di combustibili fossili, le licenze di esplorazione per idrocarburi e i sussidi alle fonti fossili come aree giuridiche dove l&rsquo;inazione può costituire un illecito internazionale.</li>
<li>La rimozione di carbonio è legalmente trattata come complementare alla mitigazione, non sostitutiva, e resta soggetta a vincoli su biodiversità, ambiente marino, diritti umani e interessi di altri Stati.</li>
<li>Gli obblighi di adattamento acquistano importanza crescente sotto <em>overshoot</em>: gli Stati devono pianificare e agire con <em>due diligence</em> e alla luce delle «migliori conoscenze scientifiche», anche per i danni che persistono dopo il declino delle temperature.</li>
<li>Gli Stati devono cooperare tramite finanza, trasferimento tecnologico, <em>capacity-building</em> e condivisione di dati scientifici, specie a beneficio degli Stati vulnerabili in via di sviluppo con minore accesso a informazioni tecniche.</li>
</ul>
<p>Anche dal punto di vista giuridico, quindi, sembra esserci una sostanziale certezza sul fatto che il diritto internazionale riconosca e tuteli gli obblighi della transizione ecologica e punisca i trasgressori. Non sarebbe male, già che ci siamo, che <a href="https://www.ibanet.org/ecocide-rome-statute" rel="noopener">l’ecocidio</a> diventi finalmente il quinto reato internazionale presso la Corte Penale Internazionale.</p>
<p>Ora, ai Master di comunicazione della scienza insegnano che non si deve terrorizzare il pubblico (non si deve dire al fumatore/fumatrice che se continuerà a fumare morirà molto probabilmente di cancro ai polmoni in atroci sofferenze), perché questo produce una risposta di rigetto. La psicologia ha indagato ormai i vari <em>bias</em> comunicativi a cui prestare attenzione: non dare la soluzione magica, non guardare solo il proprio cortile, non fidarsi della prima impressione, ecc. (ne avevamo parlato anche nei <a href="https://www.climatemediacenteritalia.it/okclima/" rel="noopener">corsi di formazione Ok!Clima</a>). Ecco, le soluzioni le abbiamo date (anche questo è un imperativo della comunicazione climatica), e le ricordiamo a ogni santo articolo di clima che scriviamo. Sfugge, tuttavia, come in presenza di questi scenari ci si possa ancora concedere il lusso di non spaventare troppo le persone tranquillizzandole che tanto andrà tutto bene. Non è così, l’abbiamo visto anche stavolta. E come ogni volta ricordiamo che le scelte politiche climatiche dei governi (e dei parlamenti) passano innanzitutto attraverso il nostro voto alle urne elettorali, attraverso la partecipazione politica attiva e attraverso l’adesione collettiva alle azioni di mitigazione e adattamento climatico.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Nepal, quando una montagna diventa un’alluvione</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/nepal-quando-montagna-diventa-alluvione/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/nepal-quando-montagna-diventa-alluvione/</guid><pubDate>Sun, 30 Aug 2026 10:04:00 +0100</pubDate><dc:creator>Giorgio Vacchiano</dc:creator><category>ambiente</category><description>Dal collasso di roccia e ghiaccio sul Langtang Lirung alla piena catastrofica: che cosa sappiamo, che cosa resta incerto e che ruolo può avere avuto il riscaldamento dell’alta montagna. E sopratutto cosa fare per capire meglio e anticipare immani catastrofi come questa. Ne scrive Giorgio Vacchiano.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/nepal-quando-montagna-diventa-alluvione-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/nepal-quando-montagna-diventa-alluvione-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il disastro che il 26 agosto 2026 ha colpito il Nepal e il Tibet non è stato una normale alluvione provocata semplicemente da precipitazioni estreme, e nemmeno, propriamente, il solo “crollo di un ghiacciaio”. Le evidenze disponibili indicano una catena di processi iniziata oltre cinquemila metri di quota con il cedimento congiunto di roccia e ghiaccio sul versante settentrionale del Langtang Lirung. La massa ha percorso rapidamente il versante, si è frammentata e trasformata, ha incorporato acqua e sedimenti ed è entrata nel sistema fluviale, generando una colata detritica e poi una piena catastrofica. È proprio la successione dei processi, più che ciascuno di essi preso separatamente, a spiegare la dimensione del disastro.</p>
<p>Le immagini satellitari e, ora, un video ripreso accidentalmente da un drone sul lato cinese della frontiera mostrano che non si è staccata soltanto una porzione di ghiaccio: ha ceduto anche parte della parete rocciosa che sosteneva il ghiaccio sovrastante. È quindi più corretto descrivere l’evento iniziale come una rock–ice avalanche, una valanga di roccia e ghiaccio. Le prime ricostruzioni indicano una zona di distacco attorno ai 5.100–5.200 metri di quota, larga alcune centinaia di metri; le stime del volume mobilizzato restano ancora preliminari e molto incerte, da alcune decine fino a 100-200 milioni di metri cubi considerando insieme roccia, ghiaccio e altro materiale coinvolto. Un segnale registrato dai sismografi è stato inizialmente interpretato come un terremoto, ma le analisi successive dell’<a href="https://www.usgs.gov/programs/landslide-hazards/science/2026-nepal-debris-avalanche-and-flash-flood" rel="noopener">US Geological Survey</a> hanno invece concluso che è stati prodotto dal collasso stesso, con un’energia equivalente a quella di un terremoto di magnitudo circa 5,2. </p>
<h2 id="roccia-e-ghiaccio-che-cadendo-si-trasformano">Roccia e ghiaccio che cadendo si trasformano</h2><p>Non bisogna immaginare un blocco che cade dalla montagna e arriva integro a valle. Una grande valanga di roccia e ghiaccio cambia continuamente caratteristiche mentre scende. Il materiale si frammenta; parte dell’energia meccanica viene dissipata sotto forma di calore; una frazione del ghiaccio può fondere rapidamente; il flusso incorpora detriti, sedimenti e acqua già presenti lungo il percorso. Quando raggiunge torrenti e fiumi può diventare una colata detritica molto più voluminosa della massa iniziale, modificare gli alvei, creare sbarramenti temporanei e, quando questi cedono, generare nuove onde di piena. Questi fenomeni vengono sempre più spesso studiati come <em>process chains</em> o <em>cascading hazards</em>: catene di processi in cui un primo disturbo ne innesca un secondo, che a sua volta ne genera o amplifica altri. È un modo più corretto di leggere il disastro rispetto a etichette separate come “frana”, “valanga” o “alluvione”, perché il rischio finale nasce proprio dal passaggio da un processo all’altro.</p>
<p>Esistono precedenti. Il 31 maggio 1970, sul Nevado Huascarán nelle Ande peruviane, un forte terremoto innescò il collasso di una gigantesca massa di roccia, neve e ghiaccio. La valanga si trasformò durante la discesa e seppellì Yungay e altri centri abitati. Le stime delle vittime direttamente associate alla valanga variano nelle diverse ricostruzioni, ma sono generalmente dell’ordine di 18.000-25.000 persone. È uno dei più grandi disastri di montagna documentati.</p>
<p>Un precedente ancora più vicino per dinamica e contesto è Chamoli, nell’Himalaya indiano, il 7 febbraio 2021. Circa 27 milioni di metri cubi di roccia e ghiaccio si staccarono dal Ronti Peak, precipitarono per quasi due chilometri e si trasformarono in una colata estremamente energetica incorporando acqua e sedimenti. L’evento distrusse infrastrutture idroelettriche e causò più di duecento morti e dispersi. La <a href="https://doi.org/10.1126/science.abh4455" rel="noopener">ricostruzione pubblicata su <em>Science</em> da Shugar e colleghi</a> è oggi uno dei riferimenti principali per comprendere come una valanga di roccia e ghiaccio possa evolvere in un evento idrologico e geomorfologico molto più esteso.</p>
<p>Un altro esempio recente viene proprio dal Nepal. Nell’agosto 2024, a Thame, nella regione dell’Everest, una valanga di roccia colpì un primo lago glaciale, provocando un’onda che contribuì alla rottura della sua diga; il flusso investì poi un secondo bacino, liberando complessivamente circa 459.000 metri cubi d’acqua. La <a href="https://www.icimod.org/press-release/everest-region-a-hotspot-of-cryosphere-linked-hazards-icimods-new-study-on-nepals-2024-thame-flood-confirms/" rel="noopener">ricostruzione ICIMOD dell’evento di Thame</a> è quasi un caso didattico di rischio a cascata: il processo iniziale non esaurisce il pericolo, ma può creare nuove condizioni di instabilità a valle.</p>
<p>Lo stesso problema si è ripresentato dopo l’evento del Langtang. I detriti hanno formato almeno un lago temporaneo alla confluenza di due corsi d’acqua. Le <a href="https://www.reuters.com/business/environment/risk-lake-burst-near-china-nepal-border-disaster-site-wanes-2026-08-29/" rel="noopener">osservazioni satellitari riportate il 29 agosto</a> indicavano che questo lago si stava progressivamente drenando, riducendo il rischio immediato di una rottura improvvisa. Un secondo specchio d’acqua, più grande e localizzato più vicino alla zona del collasso, superava però i 120.000 metri quadrati di superficie e aveva ancora profondità sconosciuta. </p>
<h2 id="è-stato-provocato-dal-cambiamento-climatico">È stato provocato dal cambiamento climatico?</h2><p>Sul cambiamento climatico bisogna essere precisi. Non abbiamo oggi elementi sufficienti per affermare che il riscaldamento globale abbia “causato” questo specifico collasso. Una conclusione del genere richiederebbe un’analisi di attribuzione e una conoscenza molto più dettagliata dello stato termico e meccanico della parete prima del cedimento. Possiamo però dire con molta sicurezza che il riscaldamento sta modificando rapidamente le condizioni fisiche dell’alta montagna himalayana: i ghiacciai arretrano e si assottigliano, cambia l’idrologia delle pareti rocciose e il permafrost si riscalda e degrada. Il fatto che un evento avvenga in un clima che si riscalda non dimostra che sia stato “causato” dal clima, ma neppure permette di ignorare le trasformazioni fisiche documentate nell’ambiente in cui si verifica.</p>
<p>Una <a href="https://www.nature.com/articles/s43017-025-00740-4" rel="noopener">review del 2025 su <em>Nature Reviews Earth &amp; Environment</em></a> mostra che tra il 1980 e il 2020 le aree montane hanno avuto globalmente un riscaldamento maggiore delle pianure, pur con forti differenze regionali. Per l’area tibetano-himalayana, <a href="https://doi.org/10.1007/s00382-016-3286-z" rel="noopener">lavori precedenti</a> hanno mostrato come feedback neve-albedo, vapore acqueo e radiazione possano contribuire all’amplificazione del riscaldamento con la quota. Una <a href="https://doi.org/10.1016/j.earscirev.2026.105449" rel="noopener">review pubblicata nel 2026 su <em>Earth-Science Reviews</em></a> sintetizza quasi 300 studi sull’Hindu Kush-Himalaya e mostra quanto rapidamente stia cambiando la criosfera regionale. Tra il 1980 e il 2020 la regione si è riscaldata in media di circa 0,2–0,3 °C per decennio, un ritmo prossimo al doppio della media globale; il bilancio di massa dei ghiacciai è stato fortemente negativo e, nell’Himalaya centrale e orientale, la copertura nevosa è diminuita di circa il 30% dal 1990. La stessa sintesi segnala un’intensificazione del disgelo del permafrost, che in alcuni siti raggiunge velocità dell’ordine di decine di centimetri l’anno. Questi valori non descrivono automaticamente il versante Nord del Langtang Lirung, ma indicano con chiarezza quanto rapidamente stiano cambiando le condizioni di fondo dell’alta montagna himalayana.</p>
<h2 id="il-ruolo-del-permafrost-che-si-degrada">Il ruolo del permafrost che si degrada</h2><p>Il permafrost è uno dei meccanismi da considerare. Non si tratta solo di un “collante”. Il ghiaccio che riempie alcune fratture può effettivamente aumentare la resistenza meccanica di una discontinuità rocciosa, e prove sperimentali mostrano che la resistenza delle fratture riempite di ghiaccio dipende fortemente dalla temperatura. Già <a href="https://doi.org/10.1002/ppp.378" rel="noopener">Davies, Hamza e Harris (2001)</a> hanno mostrato che il riscaldamento delle discontinuità ghiacciate può ridurne la stabilità. <a href="https://doi.org/10.1029/2006JF000547" rel="noopener">Gruber e Haeberli (2007)</a>sintetizzano i diversi meccanismi attraverso cui la degradazione del permafrost nelle pareti ripide può favorire instabilità, compresa la circolazione di acqua nelle fratture. Esperimenti successivi di <a href="https://doi.org/10.5194/tc-12-3333-2018" rel="noopener">Mamot e colleghi (2018)</a> hanno quantificato una forte diminuzione della resistenza al taglio delle fratture rocciose riempite di ghiaccio con l’aumento della temperatura verso il punto di fusione, e <a href="https://doi.org/10.5194/esurf-9-1125-2021" rel="noopener">modelli termo-meccanici più recenti</a> mostrano come il riscaldamento possa progressivamente avvicinare alcuni versanti a condizioni di instabilità.</p>
<p>Questo non significa che il permafrost “tenga insieme” ogni montagna, né che il suo disgelo determini automaticamente una frana. La stabilità di una parete dipende prima di tutto dalla struttura geologica, dalla geometria delle discontinuità, dallo stato di tensione e dall’idrologia. Inoltre il ghiaccio nelle fratture può avere effetti diversi: può aumentare la coesione, ma la segregazione del ghiaccio può anche allargare progressivamente le fratture. Il riscaldamento modifica contemporaneamente la resistenza del ghiaccio, la quantità di acqua liquida, le pressioni nelle fratture e la propagazione delle discontinuità. Per questo la letteratura più recente interpreta l’instabilità come il risultato di <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-024-56346-1" rel="noopener">processi termo-idro-meccanici accoppiati</a>, non di un unico meccanismo.</p>
<p>È altrettanto importante distinguere tra un fattore predisponente e l’innesco immediato. La degradazione del permafrost può indebolire una parete nel corso di anni o decenni; il collasso può poi essere innescato da una combinazione di fusione stagionale, infiltrazione d’acqua (come nel caso del collasso della Marmolada del 2022, che però coinvolse quasi esclusivamente la massa glaciale), precipitazioni, variazioni di pressione nelle fratture o semplice superamento progressivo della resistenza residua. Per Langtang, al momento, non sappiamo quale di questi meccanismi abbia fatto superare la soglia proprio il 26 agosto. </p>
<p>La relazione generale tra riscaldamento e instabilità delle pareti in permafrost è però ben documentata. Uno <a href="https://www.nature.com/articles/s41561-024-01390-9" rel="noopener">studio pubblicato su <em>Nature Geoscience</em> nel 2024</a> ha ricostruito un secolo di attività di crolli rocciosi nelle Alpi e trovato un aumento dell’attività associato al riscaldamento, particolarmente marcato dagli anni Ottanta. Un’altra <a href="https://www.nature.com/articles/s41467-024-54831-9" rel="noopener">analisi pubblicata su <em>Nature Communications</em></a>* *mostra che il permafrost montano europeo continua a riscaldarsi rapidamente, in alcuni siti a velocità superiori a 1 °C per decennio a dieci metri di profondità. Non sono studi sull’Himalaya e non possono quindi essere usati come attribuzione dell’evento nepalese, ma forniscono evidenze indipendenti dei meccanismi fisici che collegano il riscaldamento alla destabilizzazione di pareti rocciose fredde.</p>
<p>Un collasso di queste dimensioni probabilmente non poteva essere impedito fisicamente. Ma pericolo naturale e disastro non sono sinonimi. Il numero delle vittime dipende anche dall’esposizione delle persone e delle infrastrutture, dalla capacità di riconoscere rapidamente il fenomeno e dalla velocità con cui l’informazione raggiunge le comunità a valle.</p>
<h2 id="affrontare-il-rischio-e-giocare-danticipo">Affrontare il rischio e giocare d&rsquo;anticipo</h2><p>Il caso del Langtang mostra un limite dei sistemi tradizionali di allerta delle piene. Una piena dovuta a precipitazioni intense può essere anticipata osservando radar meteorologici, pluviometri e livelli dei fiumi. Una valanga di roccia e ghiaccio può invece iniziare sotto cielo sereno, con poco o nessun preavviso meteorologico, e muoversi nei primi chilometri a velocità di decine di metri al secondo. Servono quindi sistemi che integrino osservazioni satellitari frequenti, sensori sismici, monitoraggio delle deformazioni, radar e stazioni idrologiche automatiche. Il <a href="https://www.axios.com/2026/08/29/nepal-flood-cause-warning-alert-system" rel="noopener">problema dei sistemi di allerta per questi “blue-sky floods”</a> è emerso con particolare chiarezza: il sensore di livello lungo il sistema fluviale ha fornito un certo preavviso alle località più lontane, ma per quelle vicine alla sorgente il tempo disponibile è stato inevitabilmente molto breve.</p>
<p>Questa è forse la lezione scientifica più importante del disastro. Il riscaldamento globale non sta semplicemente facendo fondere i ghiacciai. Sta modificando sistemi di alta montagna nei quali roccia, ghiaccio, permafrost, acqua e sedimenti interagiscono. In questi ambienti un collasso può trasformarsi in valanga, la valanga in colata detritica, la colata in uno sbarramento temporaneo e la rottura dello sbarramento in una nuova piena. Comprendere il rischio climatico nelle montagne significa quindi osservare non soltanto i singoli pericoli, ma soprattutto le connessioni tra essi. Non possiamo stabilizzare ogni parete dell’Himalaya; possiamo però migliorare la capacità di riconoscere queste catene di processi e di far arrivare l’allarme a chi si trova a valle.</p>
<h4 id="riferimentiscientificiessenziali"><strong>Riferimenti scientifici essenziali</strong></h4><h4 id="davies-mcr-hamza-o-harris-c-2001-the-effect-of-rise-in-mean-annual-temperature-on-the-stability-of-rock-slopes-containing-ice-filled-discontinuities">• <a href="https://doi.org/10.1002/ppp.378" rel="noopener">Davies M.C.R., Hamza O., Harris C. (2001), The effect of rise in mean annual temperature on the stability of rock slopes containing ice-filled discontinuities.</a></h4><h4 id="gruber-s-haeberli-w-2007-permafrost-in-steep-bedrock-slopes-and-its-temperature-related-destabilization-following-climate-change">• <a href="https://doi.org/10.1029/2006JF000547" rel="noopener">Gruber S., Haeberli W. (2007), Permafrost in steep bedrock slopes and its temperature-related destabilization following climate change.</a></h4><h4 id="mamot-p-et-al-2018-a-temperature--and-stress-controlled-failure-criterion-for-ice-filled-permafrost-rock-joints">• <a href="https://doi.org/10.5194/tc-12-3333-2018" rel="noopener">Mamot P. et al. (2018), A temperature- and stress-controlled failure criterion for ice-filled permafrost rock joints.</a></h4><h4 id="mamot-p-et-al-2021-a-temperature-dependent-mechanical-model-to-assess-the-stability-of-degrading-permafrost-rock-slopes">• <a href="https://doi.org/10.5194/esurf-9-1125-2021" rel="noopener">Mamot P. et al. (2021), A temperature-dependent mechanical model to assess the stability of degrading permafrost rock slopes.</a></h4><h4 id="shugar-dh-et-al-2021-a-massive-rock-and-ice-avalanche-caused-the-2021-disaster-at-chamoli-indian-himalaya">• <a href="https://doi.org/10.1126/science.abh4455" rel="noopener">Shugar D.H. et al. (2021), A massive rock and ice avalanche caused the 2021 disaster at Chamoli, Indian Himalaya.</a></h4><h4 id="stoffel-m-et-al-2024-rockfall-from-an-increasingly-unstable-mountain-slope-driven-by-climate-warming">• <a href="https://www.nature.com/articles/s41561-024-01390-9" rel="noopener">Stoffel M. et al. (2024), Rockfall from an increasingly unstable mountain slope driven by climate warming.</a></h4><h4 id="enhanced-warming-of-european-mountain-permafrost-in-the-early-21st-century-nature-communications-2024">• <a href="https://www.nature.com/articles/s41467-024-54831-9" rel="noopener">Enhanced warming of European mountain permafrost in the early 21st century (Nature Communications, 2024).</a></h4><h4 id="liu-n-et-al-2024-the-stability-issue-of-fractured-rock-mass-slope-under-the-influences-of-freezethaw-cycle">• <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-024-56346-1" rel="noopener">Liu N. et al. (2024), The stability issue of fractured rock mass slope under the influences of freeze–thaw cycle.</a></h4><h4 id="pepin-n-et-al-2025-elevation-dependent-climate-change-in-mountain-environments-nature-reviews-earth--environment-6-772788">• <a href="https://www.nature.com/articles/s43017-025-00740-4" rel="noopener">Pepin N. et al. (2025), Elevation-dependent climate change in mountain environments. Nature Reviews Earth &amp; Environment 6, 772–788.</a></h4><h4 id="palazzi-e-filippi-l-von-hardenberg-j-2017-insights-into-elevation-dependent-warming-in-the-tibetan-plateau-himalayas-from-cmip5-model-simulations-climate-dynamics-48-39914008">• <a href="https://doi.org/10.1007/s00382-016-3286-z" rel="noopener">Palazzi E., Filippi L., von Hardenberg J. (2017), Insights into elevation-dependent warming in the Tibetan Plateau-Himalayas from CMIP5 model simulations. Climate Dynamics 48, 3991–4008.</a></h4><h4 id="cryospheric-changes-and-resultant-hazards-insights-from-the-hindukush-himalaya-system-2026-earth-science-reviews-276-105449">• <a href="https://doi.org/10.1016/j.earscirev.2026.105449" rel="noopener">Cryospheric changes and resultant hazards: Insights from the Hindukush-Himalaya system (2026). Earth-Science Reviews 276, 105449.</a></h4><h4 id="per-approfondire"><strong>Per approfondire</strong></h4><h4 id="usgs--2026-nepal-debris-avalanche-and-flash-flood">• <a href="https://www.usgs.gov/programs/landslide-hazards/science/2026-nepal-debris-avalanche-and-flash-flood" rel="noopener">USGS – 2026 Nepal Debris Avalanche and Flash Flood</a></h4><h4 id="icimod--comunicato-sullevento-e-sul-rischio-di-ulteriori-piene">• <a href="https://www.icimod.org/press-release/major-flash-flood-sweeps-through-nepals-rasuwa-district-raising-fears-of-further-downstream-flooding/" rel="noopener">ICIMOD – comunicato sull’evento e sul rischio di ulteriori piene</a></h4><h4 id="bbc-news--what-we-know-about-deadly-nepal-tibet-floods-con-interviste-agli-scienziati">• <a href="https://www.bbc.co.uk/news/articles/cd948kn02e5o" rel="noopener">BBC News – What we know about deadly Nepal-Tibet floods, con interviste agli scienziati</a></h4><h4 id="bbc-news--video-did-a-glacier-collapse-trigger-nepals-deadly-floods">• <a href="https://www.modernghana.com/videonews/bbc/1/706983" rel="noopener">BBC News – video: Did a glacier collapse trigger Nepal’s deadly floods?</a></h4><h4 id="cnn--probabile-video-del-momento-del-collasso">• <a href="https://edition.cnn.com/2026/08/28/world/video/glacier-collapse-langtang-lirung-peak-nepal-china-flood-hnk-vrtc-digvid" rel="noopener">CNN – probabile video del momento del collasso</a></h4><h4 id="nepalitimes--nuovo-video-da-drone-che-riprende-il-cedimento-in-diretta">• <a href="https://nepalitimes.com/nepal-avalanche-was-live-on-drone-camera" rel="noopener">Nepali Times – nuovo video da drone che riprende il cedimento in diretta</a></h4><h4 id="reuters--aggiornamento-sui-laghi-temporanei-e-sul-rischio-di-eventi-secondari">• <a href="https://www.reuters.com/business/environment/risk-lake-burst-near-china-nepal-border-disaster-site-wanes-2026-08-29/" rel="noopener">Reuters – aggiornamento sui laghi temporanei e sul rischio di eventi secondari</a></h4>]]></content:encoded></item><item><title>Quando nasce davvero l’ambientalismo?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/quando-nasce-davvero-ambientalismo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/quando-nasce-davvero-ambientalismo/</guid><pubDate>Wed, 26 Aug 2026 09:08:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefano Nespor</dc:creator><category>ambiente</category><description>&amp;amp;ldquo;Silent Spring&amp;amp;rdquo;, di Rachel Carson, è diventato nel 1962 il simbolo della nascita dell’ambientalismo moderno. Ma già prima una serie di esperienze aveva cominciato a mettere in discussione la fiducia illimitata nella crescita economica e nel progresso tecnologico. Le ripercorre Stefano Nespor: dal movimento antinucleare alla nascita della IUCN e del WWF, dall’Anno geofisico internazionale al primo romanzo ecologista. Esperienze in cui scienziati, intellettuali e associazioni contribuirono (spesso indipendentemente gli uni dagli altri) a costruire una nuova consapevolezza: la natura non era soltanto una risorsa da sfruttare, ma un patrimonio da conoscere e proteggere.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/quando-nasce-davvero-ambientalismo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/quando-nasce-davvero-ambientalismo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, entrambi i blocchi dei Paesi vincitori, i Paesi a economia di mercato e i Paesi socialisti, hanno posto in primo piano, anche se per diverse finalità, il medesimo obiettivo: la crescita economica e lo sviluppo. L’obiettivo per i primi era la realizzazione di un ordine economico internazionale basato sul libero mercato. Per i Paesi del blocco socialista era la realizzazione della futura società socialista. È stato un obiettivo che ha coinvolto governi e centri industriali e finanziari basato sulla fiducia nelle inesauribilità delle risorse naturali, nell’illimitata possibilità del progresso scientifico e dell’innovazione tecnologica. Nel blocco dei Paesi occidentali sono stati istituiti il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e il GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) che diverrà poi Organizzazione mondiale del commercio. </p>
<p>Era una situazione nella quale non sembrava esserci spazio per l’ambiente e la sua tutela.</p>
<p>Eppure, in meno di vent&rsquo;anni <em>Silent Spring</em> di Rachel Carson segna l’impetuosa nascita del movimento ambientalista: l’opinione pubblica, sia pur quella limitata agli stati industrializzati, diviene per la prima volta consapevole delle responsabilità dell’essere umano nel degradare l’ambiente e nel porre in pericolo la salute della collettività. Anche in Italia, ricorda Giorgio Nebbia, uno dei nostri più importanti ambientalisti, improvvisamente moltissime persone aprirono gli occhi sui pericoli a cui erano esposte nella loro vita e nella loro salute. Poi, nel dicembre del 1967 la Svezia propone l’organizzazione di una conferenza mondiale sul deterioramento dell’ambiente e nel dicembre dell’anno seguente l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approva la Conferenza sull’ambiente umano da tenersi nel 1972: un anno dopo la Conferenza è localizzata in Svezia, lo stato promotore dell’iniziativa. Da allora l’ambiente è divenuto l’oggetto di una grande quantità di discipline scientifiche, tra cui biologia, chimica, medicina, epidemiologia, scienze naturali, economia, e poi meteorologia e scienze climatiche; di discipline umanistiche, economiche, politiche, sociali e giuridiche. A livello internazionale c’è stata l’esplosione delle organizzazioni non governative, ONG (o NGO nel mondo anglosassone): operano attualmente nel settore dell’ambiente 560 organizzazioni non governative <a href="http://www.unenvironment.org/civil-society-engagement/accreditation/list-accredited-organizations" rel="noopener">riconosciute dalle Nazioni Unite</a>, oltre a molte altre che ancora non hanno il riconoscimento ufficiale. Erano 17 alla fine degli anni Sessanta.</p>
<p>Ma quali eventi hanno preparato il terreno per questo successo? Che cosa è successo tra la fine della guerra e la nascita ufficiale dell’ambientalismo segnata dalla pubblicazione del libro di Rachel Carson?</p>
<p>Come spesso accade, le origini di un movimento politico, artistico, filosofico o culturale sono il frutto di iniziative, eventi, momenti che hanno contribuito alla sua affermazione, anche se poi solo alcuni ne ricevono il merito o divengono il simbolo della loro nascita. Questo perché è difficile individuare i precisi momenti o gli specifici eventi che, talvolta inconsapevolmente, hanno svolto un ruolo. Questo vale anche per la storia dell’ambiente. </p>
<p>Infatti, mentre l’obiettivo era la crescita economica e l’ambiente era considerato al più come un contenitore di beni da sfruttare, proprio in quegli anni si avvia la storia moderna dell’ambiente e dell’ambientalismo (per riprendere il termine onnicomprensivo anglosassone <em>environmentalism</em>): una storia collettiva, costruita da iniziative che spesso hanno agito in modo indipendente le une dalle altre: scienziati di varie discipline, economisti, giuristi, associazioni e organizzazioni ambientaliste che coinvolgeranno in breve tempo organizzazioni internazionali, stati nazionali, centri di potere politico, accademico e militare.</p>
<p>Senza nessuna pretesa di completezza indico cinque di questi eventi.</p>
<h2 id="il-movimento-antinucleare">Il movimento antinucleare</h2><p>1946. Il movimento antinucleare: negli anni Settanta e Ottanta gli obiettivi della protesta contro l’utilizzo dell’energia nucleare saranno ripresi e raccolti dai movimenti ambientalisti (si veda per esempio Marco Giugni, <a href="https://doi.org/10.4000/qds.1400" rel="noopener"><em>Mobilitazioni su ambiente, pace e nucleare</em></a>).</p>
<p>L’origine del movimento è l’Emergency Committee of Atomic Scientists fondato da Albert Einstein e da Leó Szilárd con lo scopo di mettere in guardia l’opinione pubblica mondiale dei pericoli associati allo sviluppo delle armi nucleari. Il Comitato opera per alcuni anni producendo materiale promozionale e uno dei primi film girato per illustrare come poteva essere una guerra nucleare totale. I suoi obiettivi sono ripresi nel luglio del 1955 dal Manifesto con il quale Bertrand Russell e Albert Einstein (che sarebbe morto pochi mesi dopo), unitamente ad altri scienziati, si rivolgono all’opinione pubblica e avvertono dei pericoli connessi con il proliferare delle armi nucleari (il testo del Manifesto è <a href="https://lombardia.anpi.it/voghera/agenda/manifrusselleinstein.pdf" rel="noopener">disponibile qui</a>). Il Manifesto rappresenta un punto di svolta; gruppi e associazioni contro il nucleare cominciarono a formarsi quasi ovunque e organizzano le prime manifestazioni negli Stati Uniti, in Giappone, in India e in Europa. Nel 1958 è lanciata in Gran Bretagna la Campaign for Nuclear Disarmament (il cui simbolo è divenuto il noto segno della pace). Poi, nel 1961 un’organizzazione di donne, Women Strike for Peace, organizza una imponente manifestazione in 60 città, cui partecipano oltre 50.000 donne per la messa al bando delle armi nucleari: è la più grande manifestazione di donne del XX secolo.</p>
<p>Queste iniziative, scaturite dal Comitato e poi dal Manifesto, mettono in moto un rivolgimento del modo di concepire la funzione della scienza e il rapporto con il potere. Ai valori dello sviluppo industriale e dell’espansione dei consumi comincia a contrapporsi il rifiuto degli effetti negativi indotti dalle innovazioni tecnologiche e, più in generale, di scelte imposte dall’alto senza tenere conto degli interessi e della volontà dei destinatari. Si incrina anche la fiducia nel progresso che, attraverso le conoscenze acquisite nella chimica, nella fisica, nella medicina e poi nella biologia e nella genetica, aveva creato un mondo completamente diverso da quello esistente nel secolo precedente. Sono le premesse per l’affermarsi dell’ambiente e dell’ambientalismo.</p>
<p>In questo quadro un ruolo particolare spetta ad Albert Schweitzer, premio Nobel per la pace nel 1952: il 23 aprile 1957 Radio Oslo trasmette la sua <em>Dichiarazione di coscienza contro i test nucleari</em>, ripresa da oltre 140 emittenti in tutto il mondo. Schweitzer parla da medico e da teologo e fonda l’appello sul principio del rispetto per la vita (<em>Ehrfurcht vor dem Leben</em>): la vita umana, quella animale e quella vegetale sono un’unica realtà vulnerabile, e ciò che avvelena l’una avvelena le altre. È l’intuizione che oggi chiamiamo One Health. A dimostrazione del legame tra movimenti antinucleari e ambientalismo, Rachel Carson dedicherà proprio a Schweitzer <em>Silent Spring</em>, con l’esergo «l’uomo ha perduto la capacità di prevedere e prevenire: finirà per distruggere la terra». Il principio di precauzione entra così nella cultura ambientale per la via del movimento antinucleare.</p>
<h2 id="la-nascita-della-iucn">La nascita della IUCN</h2><p>Il 5 ottobre 1948 a Fontainebleau, in Francia, è costituito l’International Union for the Protection of Nature, IUCN. L’iniziativa è promossa dall’UNESCO, istituita nel novembre del 1945, l’organizzazione delle Nazioni Unite dedicata a sviluppare la cooperazione internazionale nell’educazione, nella scienza e nelle attività culturali, e soprattutto dal suo direttore generale dell’epoca, il biologo Julian Huxley. Alla riunione costitutiva, in rappresentanza del governo italiano, ha partecipato Michele de Tomasso del Ministero della pubblica istruzione, allora competente per le questioni ambientali. La IUCN, insieme all’UNESCO, organizza nel 1949 la prima Conferenza sulla protezione della natura: lì ha compilato il primo elenco delle specie in pericolo che ha condotto alla redazione nel 1964 della <a href="https://iucn.org/resources/conservation-tool/iucn-red-list-threatened-species" rel="noopener">Red List of Threatened Species</a>, oggi un punto di riferimento fondamentale per valutare il rischio di estinzione di oltre 40.000 specie (animali e piante).</p>
<p>La IUCN è oggi la più importante organizzazione internazionale in materia ambientale, presente in quasi 100 Stati, collabora con decine di agenzie statali e oltre 800 organizzazioni non governative; alle sue iniziative partecipano circa 15.000 scienziati ed esperti dei vari settori. Il principale obiettivo del lavoro dell&rsquo;IUCN è quello di «influenzare, incoraggiare e assistere le società del mondo al fine di conservare l&rsquo;integrità e la diversità della natura e di assicurare che qualsiasi utilizzo delle risorse naturali sia equo ed ecologicamente sostenibile».</p>
<h2 id="lanno-geofisico-internazionale">L&rsquo;Anno geofisico internazionale</h2><p>Nel marzo del 1950, in occasione di un convegno dell’International Council for Science (ICSU), un&rsquo;organizzazione internazionale non governativa costituita nel 1931 e dedicata alla cooperazione internazionale per l&rsquo;avanzamento della scienza, alcuni scienziati (non ne conosciamo il nome), propongono di avviare uno studio onnicomprensivo dell’ambiente del pianeta e della sua atmosfera utilizzando le conoscenze e le tecnologie sviluppate negli anni precedenti. La proposta è raccolta dagli scienziati di molti Stati e nel 1952 è costituito all’interno dell’ICSU il Comitato speciale per l’Anno geofisico internazionale (IGY è l’acronimo inglese) sotto la presidenza del geofisico britannico Sydney Chapman. Tra il luglio del 1957 e il dicembre del 1958 all’IGY partecipano oltre settanta Paesi, tra cui l’Italia, numerose associazioni scientifiche internazionali, 30.000 scienziati e 2.000 stazioni e osservatori dislocati su cinque continenti che studiano gli oceani, l’attività solare, il geomagnetismo, la glaciologia, la meteorologia (nell’archivio dell’Istituto Luce sono conservati alcuni filmati della Settimana Incom di <a href="https://patrimonio.archivioluce.com/luce-web/detail/IL5000033427/2/cronache-anno-geofisico-internazionale.html?startPage=0" rel="noopener"><em>Cronache dell’anno geofisico internazionale</em></a>, visibili anche su Youtube). È inoltre la prima iniziativa che, nel corso della guerra fredda, getta un ponte tra gli scienziati dei due blocchi, avviando un meccanismo di cooperazione in materia di ambiente che, tra alti e bassi, proseguirà nei decenni successivi. Sarà un ponte presto utilizzato dall’OCSE (OECD), l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che sarà allargato anche all’Unione Sovietica e ai paesi dell’Europa orientale. Il più importante risultato  sarà nel 1979 l’approvazione del primo accordo vincolante concernente la tutela dell’atmosfera: la Convenzione di Ginevra sulle piogge acide.</p>
<h2 id="il-primo-romanzo-ecologista">Il primo romanzo ecologista</h2><p>Nel 1956, poco prima dell’avvio dell’Anno geofisico internazionale, appare un romanzo che interseca due temi: i problemi e gli scontri della fine del periodo coloniale nell’Africa francese e insieme la protezione dell’ambiente e le responsabilità dell’essere umano per la conservazione della fauna selvaggia: <em>Les racines du ciel</em>. L’autore è Romain Gary (pseudonimo di Roman Kacev) nato in Lituania, a Vilnius e giunto in Francia con i genitori all’età di tredici anni. Partecipa attivamente alla Resistenza, combatte con De Gaulle e, dopo la fine della guerra, è ambasciatore negli Stati Uniti. Il libro racconta la storia di Morel, un cacciatore pentito che, nell’Africa francese durante gli ultimi anni del colonialismo, si propone di difendere gli elefanti. Non è un compito facile. Morel si scontra con i cacciatori, con i commercianti d’avorio e con le truppe dell’esercito francese inviate per difenderli. Ma non solo. Deve affrontare anche le popolazioni locali che vedono nell’elefante soltanto una grande massa di cibo e un’occasione di guadagnare vendendo l’avorio. E poi si scontra anche con i gruppi indipendentisti che si battono contro il colonialismo: essi vedono negli elefanti il simbolo dell’arretratezza e considerano chi vuole evitarne la caccia e l’estinzione in nome della tutela dell’ambiente un esponente di un nuovo, più insidioso dominio coloniale. </p>
<p>Il libro è considerato il primo romanzo ecologista, un romanzo politico dedicato alla lotta per difendere la natura e gli animali selvaggi che la popolano. Ha un grande successo: vince il premio Goncourt ed è oggetto nel 1958 di un film diretto da John Huston, con Trevor Howard e Juliette Gréco che vince un Oscar nel 1959. <em>Les racines du ciel</em> ha contribuito a salvare migliaia di elefanti e altre specie in pericolo e soprattutto, a diffondere la cultura e gli ideali dell’ambientalismo.</p>
<h2 id="la-nascita-del-wwf">La nascita del WWF</h2><p>Il 29 aprile 1961 è fondato il World Wildlife Fund, o WWF. A seguito di una serie di articoli pubblicati dal biologo Julian Huxley, primo direttore dell’UNESCO, sul quotidiano inglese <em>The Observer</em> sulla distruzione dell’habitat in Africa, emerse l’idea di creare un’organizzazione dedicata a iniziative per la conservazione della natura, subito appoggiata da Max Nicholson, direttore dell’agenzia britannica Nature Conservancy. Fu costituito un comitato diretto dallo stesso Nicholson per porre le basi per un’organizzazione mondiale dedicata alla raccolta di fondi per finanziare i movimenti conservazionisti. Il logo rappresenta un panda gigante perché: «Volevamo un animale bello, in pericolo, amato da molti nel mondo e riproducibile in bianco e nero per risparmiare sui costi di stampa». La missione del WWF è quella di «bloccare la degradazione dell’ambiente naturale del pianeta e di costruire un futuro in cui l’uomo vivrà in armonia con la natura». L’organizzazione è oggi presente in oltre cento Paesi e si dedica alla tutela delle specie e alla lotta alla crisi climatica, per promuovere un futuro sostenibile per il pianeta.</p>
<p>Nel 1961, l&rsquo;anno in cui è costituito il WWF, Rachel Carson sta intensamente lavorando al suo libro. Ha cominciato nel 1958, quando un esponente di un’associazione che si batte contro l’uso di pesticidi e del DDT sui campi (il Committee Against Mass Poisoning) le scrive per avere il suo sostegno. Rachel decide di approfondire l’argomento. Invierà nel gennaio del 1962 il testo di <em>Silent Spring</em> al <em>New Yorker</em>: sarà pubblicato prima a puntate, poi, alla fine del 1962, come libro. Il 1962 è divenuta la data ufficiale di nascita del movimento ambientalista.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il mare sempre più caldo cambia sotto i nostri occhi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/mare-sempre-piu-caldo-cambia-sotto-nostri-occhi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/mare-sempre-piu-caldo-cambia-sotto-nostri-occhi/</guid><pubDate>Thu, 20 Aug 2026 18:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>ambiente</category><description>Un nuovo studio di World Weather Attribution mostra che il cambiamento climatico di origine umana ha reso le recenti ondate di calore marine molto più intense e frequenti, e che il Mediterraneo è particolarmente vulnerabile. Tra gli effetti visibili figurano la diffusione di organismi gelatinosi, anche molto urticanti come la caravella portoghese (nella foto), nel quadro di una progressiva tropicalizzazione della fauna marina. Le conseguenze pesano anche sulla terraferma, con maggiore umidità, precipitazioni estreme e rischi sanitari. Le misure di adattamento possono limitare i danni, ma per contenere gli impatti è indispensabile ridurre le emissioni legate ai combustibili fossili.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/mare-sempre-piu-caldo-cambia-sotto-nostri-occhi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/mare-sempre-piu-caldo-cambia-sotto-nostri-occhi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Luglio 2026 è stato il mese più caldo mai registrato per gli oceani del pianeta (dato <a href="https://climate.copernicus.eu/copernicus-highest-july-global-ocean-surface-temperatures-exceptionally-hot-dry-conditions-fuel" rel="noopener">Copernicus</a> ). Sulle coste europee, e in particolare nel Mediterraneo occidentale, le temperature superficiali del mare hanno toccato record assoluti: fino a 6°C sopra la norma a giugno, con una boa al largo di Maiorca che ai primi di agosto ha misurato 33°C. Il Mediterraneo, a luglio, ha registrato una temperatura media di 27°C, la più alta mai osservata per questo mese.</p>
<p>Il 19 agosto <a href="https://www.worldweatherattribution.org/" rel="noopener">World Weather Attribution</a> (WWA), il consorzio internazionale che applica metodi di attribuzione rapida agli eventi estremi, ha pubblicato lo <a href="https://www.worldweatherattribution.org/climate-change-is-driving-unprecedented-european-ocean-temperatures-with-severe-impacts-for-marine-life/" rel="noopener">studio</a> più circostanziato finora realizzato sulle ondate di calore marine europee, quantificando il ruolo del cambiamento climatico di origine umana in questi eventi.</p>
<h2 id="lo-studio-di-attribuzione">Lo studio di attribuzione</h2><p>Il gruppo, che riunisce ricercatori di Svizzera, Svezia, Stati Uniti, Irlanda e Regno Unito, ha analizzato quattro regioni marine: il Mar Celtico, il Golfo di Biscaglia e la Penisola Iberica (BIP), il Mediterraneo occidentale e il Mediterraneo orientale. Il metodo è quello dell’attribuzione probabilistica: si confrontano le osservazioni con simulazioni di modelli climatici, per stimare quanto il riscaldamento antropico abbia reso più probabile e più intenso l’evento osservato.</p>
<p>Nelle due regioni mediterranee l’aumento di temperatura attribuibile al cambiamento climatico è di circa 2°C, un valore superiore al riscaldamento medio globale (1,4°C sopra i livelli preindustriali). Le osservazioni indicano un incremento di 3,1°C nel Mediterraneo occidentale e di 2,6°C in quello orientale per l’evento annuale più caldo di 14 giorni consecutivi, contro 1,5°C nel Golfo di Biscaglia e 1,2°C nel Mar Celtico.</p>
<p>Il tasso di riscaldamento è massimo in estate, ma anche i mesi di spalla, in particolare la primavera, mostrano un’anomalia superiore alla media globale. Senza il contributo umano, i picchi di temperatura registrati quest’anno nel Mediterraneo orientale, occidentale e nel Golfo di Biscaglia sarebbero stati “virtualmente impossibili”. Nel Mar Celtico, la regione meno colpita in termini relativi, si sarebbe trattato comunque di un evento atteso una volta al secolo.</p>
<p>Lo studio quantifica anche l’estensione delle ondate di calore marine vere e proprie (definite come superamento del 90° percentile della climatologia 1982-2011 per almeno cinque giorni consecutivi).</p>
<p>Nel Mediterraneo occidentale l’area interessata è passata dal 40% (in un ipotetico clima 1,4°C più freddo) all’80% di oggi; in quello orientale dal 9% al 70%. Con un ulteriore riscaldamento di 1,4°C, il livello atteso a fine secolo negli scenari correnti, gli autori stimano che eventi come quello del 2026 diventerebbero da 1,3 a 1,9°C più caldi di quanto osservato quest’anno.</p>
<h2 id="precedenti-la-serie-di-eventi-dal-2003-a-oggi">Precedenti: la serie di eventi dal 2003 a oggi</h2><p>L’ondata del 2026 si inserisce in una serie osservata dalla ricerca marina da oltre vent’anni, che ha un primo evento di riferimento nell’estate 2003. Gli studi di allora (<a href="https://www.eai.enea.it/archivio/ricerca-e-innovazione-per-la-sfida-spaziale/il-contributo-delle-osservazioni-satellitari-degli-oceani-al-monitoraggio-del-clima.html" rel="noopener">Marullo e Guarracino</a>, <a href="https://os.copernicus.org/articles/3/273/2007/" rel="noopener">Olita e colleghi</a>) documentarono un’anomalia superficiale di 2-3°C protratta per oltre un mese, con mortalità di massa di invertebrati bentonici e perdita di praterie di posidonia lungo le coste nordoccidentali, come mostrato dai <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/gcb.16301" rel="noopener">lavori</a> di Joaquim Garrabou e colleghi su <em>Global Change Biology</em>. Da allora si sono susseguiti gli eventi del 2012, 2015 e 2018, fino al 2022, che secondo l’analisi di Garrabou e un team internazionale (pubblicata su <a href="https://www.state-of-the-planet.net/" rel="noopener">Copernicus/State of the Planet</a>) ha stabilito il record di “attività” delle ondate di calore marine nel bacino, superando il 2003 per persistenza pur non raggiungendone i picchi massimi di intensità giornaliera. Un lavoro pubblicato su <em><a href="https://iopscience.iop.org/journal/1748-9326" rel="noopener">Environmental Research Letters</a></em> ha documentato come l’ondata del 2022 si sia prolungata fino al 2023, per un fenomeno di persistenza sotto la superficie dovuto al rimescolamento verticale indotto dal vento, che ha spinto le anomalie termiche in profondità nel bacino centrale.</p>
<h2 id="i-meccanismi-fisici-del-riscaldamento-mediterraneo">I meccanismi fisici del riscaldamento mediterraneo</h2><p>Le ondate di calore marine nel bacino sono tipicamente innescate da condizioni di cielo sereno, venti deboli e aria umida, che intrappolano calore in superficie riducendo la dispersione per evaporazione. Un articolo del 2026 su <em><a href="https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1029/2025GL120652" rel="noopener">Geophysical Research Letters</a></em>, firmato da Chaim Garfinkel e colleghi, ha individuato la causa atmosferica ricorrente: la presenza di creste subtropicali persistenti, che sopprimono il vento e alterano i flussi di calore latente, un pattern osservato negli anni 2003, 2018 e 2022.</p>
<p>Un altro filone di ricerca ha mostrato come le ondate di calore marine costiere possano amplificare fino a 3,5 volte l’esposizione delle regioni terrestri limitrofe a condizioni di caldo umido, trasformando episodi brevi di calura in terra in fasi prolungate di stress da calore, con temperature di bulbo bagnato superiori ai 25,5°C. In uno studio pubblicato su <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-025-32049-z" rel="noopener"><em>Scientific Reports</em></a> (Nature) nel dicembre 2025 al forzante dei gas serra è attribuito il 95% del rischio dell’evento compound (ondata di calore marina e terrestre) osservato nel 2022. Gli autori osservano che nel mondo controfattuale, senza aumento del forzante gas serra, il modello CESM1-LE stima una probabilità dell&rsquo;evento inferiore al 5%.</p>
<p>La spiegazione di fondo, richiamata da tempo nella letteratura (vedi <a href="https://www.mdpi.com/2072-4292/12/17/2687" rel="noopener">Pastor, Valiente e Khodayar</a> sui 38 anni di serie storiche), è che il Mediterraneo è un bacino semichiuso, poco profondo rispetto agli oceani aperti, con circolazione lenta e tempi di ricambio delle acque lunghi: caratteristiche che lo rendono un hotspot climatico, capace di rispondere più rapidamente alle variazioni dei flussi di calore atmosferici rispetto a bacini oceanici più grandi. A questo si aggiunge un’asimmetria interna al bacino: nel Mediterraneo occidentale le ondate di calore marine tendono a essere più intense e frequenti, guidate da forti anomalie positive di flusso di calore (più radiazione solare, meno dispersione per calore latente); in quello orientale sono in genere più lunghe, e più legate a una riduzione della radiazione infrarossa uscente. Lo studio WWA cattura questa differenza distinguendo le due sotto-regioni con trend e valori di attribuzione diversi.</p>
<h2 id="la-caravella-portoghese-sulle-coste-atlantiche-europee">La caravella portoghese sulle coste atlantiche europee</h2><p>Tra gli effetti <a href="https://www.ft.com/content/41c9e4c9-4d02-4ad5-b31f-afef9cd0346e?syn-25a6b1a6=1" rel="noopener">osservati quest’estate</a> c’è la comparsa massiccia, lungo le coste atlantiche europee, della caravella portoghese (<em>Physalia physalis</em>), un sifonoforo, cioè una colonia di individui specializzati che funziona come un unico organismo, spesso confuso con una medusa. Le sue punture sono dolorose e restano attive anche nei tentacoli separati dal corpo o negli esemplari spiaggiati morti. Sulle spiagge di San Sebastián, nei Paesi Baschi, un solo giorno di inizio agosto ha fatto registrare oltre 120 punture, con la chiusura delle tre spiagge principali della città; nel mese di luglio, nella sola regione basca, gli infortuni hanno superato quota 800. Sulla costa atlantica francese, dalla Gironda ai Paesi Baschi, le autorità hanno contato oltre 1.100 punture, con decine di spiagge chiuse temporaneamente. Segnalazioni sono arrivate anche dalle Asturie e dal Portogallo, dove l’Istituto per il mare e l’atmosfera (IPMA) ha rilevato avvistamenti crescenti su spiagge come Costa da Caparica e Carcavelos, rafforzando Gelavista, la piattaforma pubblica di monitoraggio delle specie gelatinose.</p>
<p>Secondo Elvire Antajan, ricercatrice di zooplancton dell’Istituto oceanografico francese, lungo la costa atlantica francese gli avvistamenti di caravella sono passati da un evento ogni sette-otto anni a un appuntamento ormai annuale. Gli esperti indicano una soglia critica intorno ai 24°C di temperatura superficiale, unita a venti favorevoli al trasporto verso costa, come condizione che rende possibili gli arrivi di massa. Gli stessi ricercatori citati nelle inchieste giornalistiche segnalano però che le cause di una singola fioritura restano complesse, e che la temperatura è solo uno dei fattori, insieme a correnti, venti e disponibilità di cibo. Non risulta, inoltre, una popolazione mediterranea permanente della specie: gli esemplari osservati nel Mediterraneo centrale tra febbraio e marzo 2026 sono legati a un afflusso episodico di acqua atlantica attraverso lo stretto di Gibilterra.</p>
<h2 id="le-fioriture-di-organismi-gelatinosi-nel-mediterraneo">Le fioriture di organismi gelatinosi nel Mediterraneo</h2><p>L’episodio della caravella si inserisce in un fenomeno più ampio e <a href="https://www.researchgate.net/publication/309209466_Ocean_Warming_310_Impacts_and_effects_of_ocean_warming_on_jellyfish" rel="noopener">documentato dalla letteratura scientifica</a>: l’espansione delle fioriture di organismi gelatinosi nei mari europei. Un lavoro su <em><a href="https://royalsocietypublishing.org/rsbl/article/6/5/688/48847/A-blooming-jellyfish-in-the-northeast-Atlantic-and" rel="noopener">Biology Letters</a></em>, basato su oltre cinquant’anni di dati, ha mostrato come inverni più caldi favoriscano l’ingresso attraverso lo stretto di Gibilterra della medusa <em>Pelagia noctiluca</em>, che raggiunge densità elevate lungo le coste spagnole quando le condizioni termiche sono favorevoli. Il fenomeno complessivo è stato descritto come “tropicalizzazione”: il riscaldamento del bacino favorisce l’ingresso e l’affermazione di specie gelatinose di origine tropicale, alcune aliene, in un contesto già indebolito da urbanizzazione costiera, eccesso di nutrienti e pesca eccessiva, che riduce le popolazioni di predatori naturali delle meduse come tonni e tartarughe marine. Riscaldamento, pesca e antropizzazione costiera agiscono insieme piuttosto che come cause isolate. La letteratura sulle specie aliene termofile documenta anche il caso di <em>Cassiopea andromeda</em>, medusa di origine indo-pacifica ormai insediata in diverse aree del Mediterraneo, per la quale un lavoro recente ha stimato una nicchia termica ottimale intorno ai 35,7°C e ha proiettato, negli scenari RCP 4.5 e 8.5 al 2050, un’espansione dell’habitat idoneo verso Ovest e verso Nord nel bacino.</p>
<p>Il quadro è coerente con quanto osservato dallo studio WWA sul fronte ittico: uno spostamento generale della fauna marina verso i poli, con specie temperate sostituite da quelle di origine più calda, e una ricomposizione delle comunità costiere con effetti ecologici, sanitari e turistici.</p>
<h2 id="altri-impatti-ecologici-e-sociali-delle-ondate-di-calore-marine">Altri impatti ecologici e sociali delle ondate di calore marine</h2><p>Le ondate di calore marine causano mortalità di massa di specie strutturanti degli ecosistemi bentonici, coralli, spugne, gorgonie, macroalghe, come sintetizzato dai <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/gcb.16301" rel="noopener">lavori</a> di Garrabou e colleghi, incluso uno studio pubblicato su <em><a href="http://www.nature.com/articles/s41598-026-35813-x" rel="noopener">Scientific Reports</a></em> (Nature) su una delle mortalità più gravi mai osservate tra i coralli gorgonacei del bacino. La perdita di queste specie si ripercuote lungo la catena trofica, fino a invertebrati, pesci, uccelli marini e mammiferi.</p>
<p>Lo studio WWA segnala altri effetti osservati quest’estate: nel Regno Unito i pescatori segnalano un <a href="https://www.gov.uk/guidance/mmo-updates-on-the-octopus-bloom" rel="noopener">aumento anomalo di polpi</a> nelle proprie acque dallo scorso aprile; si osserva uno spostamento verso Nord delle specie marine in cerca di acque più fresche, con implicazioni per la pesca costiera e l’acquacoltura; sono stati osservati delfini nutrirsi di meduse per la scarsità delle prede abituali come lo sgombro.</p>
<p>Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) <a href="https://www.ecdc.europa.eu/en/news-events/sustained-heatwaves-increase-risk-infectious-diseases-across-europe-ecdc-scales-action" rel="noopener">ha segnalato</a> un rischio crescente di malattie trasmesse dall’acqua, come la vibriosi, nei periodi di caldo prolungato.</p>
<p>Le temperature superficiali del mare più elevate aumentano inoltre l’umidità atmosferica sulle coste, con implicazioni per l’intensità delle piogge. Le <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2212094726000289" rel="noopener">alluvioni</a> di Valencia del 2024 sono citate dagli autori WWA come caso in cui le alte temperature del Mediterraneo hanno contribuito a un evento estremo sulla terraferma.</p>
<h2 id="proiezioni-e-misure-di-adattamento">Proiezioni e misure di adattamento</h2><p>Le proiezioni per un clima più caldo di ulteriori 1,4°C indicano temperature superiori alla soglia di tolleranza di molte specie marine oggi presenti nei nostri mari, con limiti stringenti alla capacità di adattamento. Le misure di adattamento (riduzione di altre pressioni sugli ecosistemi, protezione degli habitat, gestione della pesca e dell’acquacoltura, potenziamento dei sistemi di allerta precoce) possono aumentare la resilienza, ma non possono compensare da sole gli effetti del riscaldamento oceanico in corso.</p>
<p>Gli autori dello studio WWA indicano nella riduzione delle emissioni da combustibili fossili la condizione necessaria per limitare gli impatti su ecosistemi, pesca, produzione alimentare e turismo lungo le coste europee.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Cambiamenti climatici: l'adattamento non ostacoli la prevenzione</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cambiamenti-climatici-ladattamento-ostacoli-prevenzione/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cambiamenti-climatici-ladattamento-ostacoli-prevenzione/</guid><pubDate>Mon, 17 Aug 2026 11:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Fabrizio Bianchi</dc:creator><description>La retorica dell&amp;amp;rsquo;adattamento rischia di far coincidere il controllo degli effetti del cambiamento climatico con l&amp;amp;rsquo;intervento sulle sue cause. La sanità pubblica insegna che protezione e mitigazione non sono strategie alternative: senza la prevenzione primaria, ogni altra misura di tutela resta una rincorsa a un rischio destinato a crescere.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cambiamenti-climatici-ladattamento-ostacoli-prevenzione-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cambiamenti-climatici-ladattamento-ostacoli-prevenzione-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Dopo <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/caldo-estremo-cosa-si-intende-adattamento/">l&rsquo;intervento su Scienza in rete</a> dedicato ad argomentare che quello che oggi viene spesso definito “adattamento” ai cambiamenti climatici non coincide con l&rsquo;adattamento biologico della specie umana, ma piuttosto in strategie tecnologiche, urbanistiche e organizzative finalizzate a migliorare la convivenza con un ambiente sempre più ostile, ritengo utile compiere un ulteriore passo sul terreno della sanità pubblica.</p>
<h2 id="prevenzione-primaria-secondaria-e-terziaria-una-distinzione-utile">Prevenzione primaria, secondaria e terziaria: una distinzione utile</h2><p>Da oltre un secolo la medicina preventiva distingue tra prevenzione primaria, che interviene prima che il danno si produca riducendo o eliminando i fattori di rischio, prevenzione secondaria, finalizzata all&rsquo;individuazione e all&rsquo;intervento precoce, e prevenzione terziaria, che mira a ridurre le complicanze e le conseguenze delle malattie ormai manifeste.<br>
Applicando questa logica ai cambiamenti climatici emerge una distinzione tanto semplice quanto spesso trascurata.</p>
<p>La prevenzione più a monte (primaria) consiste nella riduzione delle emissioni di gas serra attraverso la decarbonizzazione, l&rsquo;efficienza energetica, la mobilità sostenibile e la progressiva sostituzione dei combustibili fossili, perché interviene direttamente sul processo che alimenta il riscaldamento globale.</p>
<p>I climatizzatori, i sistemi di allerta, i piani caldo, le città più verdi, i centri di raffrescamento e la protezione delle persone fragili agiscono invece a valle: sono indispensabili misure di controllo e contenimento degli effetti sanitari del cambiamento climatico. Salvano vite umane, riducono ricoveri e decessi durante le ondate di calore, ma non incidono sulle cause del problema. La differenza, oltre che teorica, ha conseguenze molto concrete.</p>
<h2 id="che-cosa-dicono-i-dati">Che cosa dicono i dati</h2><p>Gli esempi non mancano. Dopo la drammatica estate del 2003, che provocò oltre 70.000 morti in eccesso in Europa, molti Paesi hanno sviluppato sistemi di allerta e piani di prevenzione. Queste misure hanno ridotto la vulnerabilità della popolazione: uno studio pubblicato su <a href="https://www.nature.com/articles/s41591-024-03186-1" rel="noopener">Nature Medicine</a> ha stimato che, senza le misure di mitigazione intraprese dall&rsquo;inizio del secolo, la mortalità correlata al caldo nel 2023 sarebbe stata circa l'80 per cento più elevata. Eppure, nello stesso anno si stimano 47.690 morti correlate al caldo in Europa. Per il 2024, un <a href="https://www.nature.com/articles/s41591-025-03954-7" rel="noopener">successivo studio</a> ha stimato 62.775 decessi. Dunque, le misure di mitigazione funzionano ma sono costrette a rincorrere un rischio che continua ad aumentare.</p>
<p>Esistono, d&rsquo;altra parte, esempi molto concreti dell&rsquo;efficacia degli interventi sulle cause. Uno dei più evidenti è la progressiva riduzione dell&rsquo;uso del carbone. Secondo il <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2824%2901822-1/abstract" rel="noopener"><em>Lancet Countdown</em></a>, tra il 2010 e il 2022 le morti attribuibili all&rsquo;inquinamento atmosferico da combustibili fossili sono diminuite di circa il 6 per cento, in larga parte grazie alla riduzione dell&rsquo;inquinamento prodotto dalla combustione del carbone, evitando circa 160.000 morti ogni anno.</p>
<p>Il punto essenziale è che i benefici della mitigazione non appartengono soltanto a un futuro nel quale il riscaldamento globale sarà, auspicabilmente, rallentato, una parte importante si manifesta subito attraverso la riduzione dell&rsquo;inquinamento atmosferico. È il cosiddetto co-beneficio: la stessa azione produce un vantaggio climatico nel medio-lungo periodo e un beneficio sanitario in tempi brevi.</p>
<h2 id="adattamento-non-è-mitigazione">Adattamento non è mitigazione</h2><p>Nel linguaggio della sanità pubblica, gran parte di ciò che il dibattito climatico definisce “adattamento” può quindi essere meglio definito come “controllo degli effetti”, un sistema di pratiche che interviene a valle della catena causale che produce quei medesimi effetti.<br>
Adattamento e mitigazione non vanno dunque confusi né, al tempo stesso, considerati strategie alternative. La protezione delle persone più vulnerabili è indispensabile, perché il cambiamento climatico è già in atto e continuerà a produrre effetti sanitari per molti anni. </p>
<p>Ma è un grave errore confondere il controllo degli effetti con l&rsquo;intervento sulle cause.<br>
In sanità pubblica nessuno penserebbe di sostituire la lotta al tabagismo con il solo potenziamento delle cure per il tumore del polmone, né di ridurre l&rsquo;inquinamento atmosferico limitandosi a migliorare le terapie per l&rsquo;asma. Allo stesso modo, climatizzatori, piani caldo e città resilienti non possono diventare sostituti della riduzione della combustione delle fonti fossili e delle relative emissioni.</p>
<p>La tecnologia è certamente parte della risposta. Ma proprio la crescente dipendenza da sistemi tecnologici di protezione pone un&rsquo;altra questione: quanto può essere sostenibile una società che, invece di ridurre progressivamente il rischio alla fonte, deve costruire protezioni sempre più complesse contro un ambiente che continua a diventare più ostile? Più aumenta il riscaldamento, maggiore diventa il bisogno di raffrescamento, infrastrutture resilienti, sistemi di allerta e assistenza alle popolazioni vulnerabili. E aumenta contemporaneamente il rischio che tali protezioni siano distribuite in modo diseguale.</p>
<h2 id="un-rischio-culturale-prima-ancora-che-politico">Un rischio culturale, prima ancora che politico</h2><p>Siamo quindi di fronte a un rischio culturale prima ancora che politico. Parlare genericamente di “adattamento” può alimentare l&rsquo;illusione che riusciremo sempre a proteggerci dagli effetti del riscaldamento globale. La sanità pubblica insegna invece che, per quanto indispensabile sia il controllo degli effetti, la strategia più efficace rimane quella di intervenire il più possibile a monte della catena causale.</p>
<p>Diversamente dalla retorica corrente sull&rsquo;adattamento, lo sviluppo della cultura, il progresso della medicina e il controllo ambientale hanno modificato i meccanismi della selezione naturale nella specie <em>Homo sapiens</em>, riducendo la capacità di adattamento biologico autonomo nel lungo periodo e rendendo gli individui sempre più dipendenti dalla tecnologia. Questo scenario “circolare” configura una co-evoluzione uomo-macchina che bypassa i tempi dell&rsquo;adattamento biologico, creando una specie protetta ma sistemicamente fragile, la cui sopravvivenza è sempre più legata alla stabilità e alla disponibilità del sistema tecnologico.</p>
<p>In questo contesto si coglie il netto contrasto tra il cittadino occidentale, sempre più dipendente dalla tecnologia e biologicamente fragile, e le persone costrette a migrazioni estreme, provenienti da aree in cui la selezione naturale e la storia evolutiva hanno mantenuto attivi i naturali meccanismi di adattamento agli shock termici e alimentari.<br>
Come si può osservare anche dal vivo, la dipendenza strutturale dalla tecnologia alimenta quella deriva tecnocratica già lucidamente denunciata da Jürgen Habermas: un processo in cui la gestione del futuro viene progressivamente sottratta al dibattito democratico e affidata all&rsquo;imperativo tecnico, trasformando le scelte politiche in meri problemi di ottimizzazione.</p>
<p>Per concludere, siamo di fronte a un rischio culturale prima ancora che politico: parlare genericamente di “adattamento” può indurre a credere che riusciremo sempre a proteggerci dagli effetti del riscaldamento globale. Nella prospettiva One Health, la strategia più efficace consiste nel vedere la prevenzione primaria non come un&rsquo;opzione tra le altre, bensì come la condizione necessaria affinché ogni altra misura di tutela possa funzionare.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Cosa rischia l’Italia con la crisi climatica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-rischia-italia-crisi-climatica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-rischia-italia-crisi-climatica/</guid><pubDate>Fri, 07 Aug 2026 23:44:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Il caldo assillante di questi giorni e la siccità che ne consegue stanno fermando centrali elettriche in mezza Europa. È l&amp;amp;rsquo;anticipo, in scala ridotta, di un rischio climatico che un gruppo di economisti ambientali ha per la prima volta quantificato per i conti pubblici italiani.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cosa-rischia-italia-crisi-climatica-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cosa-rischia-italia-crisi-climatica-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Lunedì scorso, sul Danubio, vicino alla centrale nucleare romena di Cernavoda, è stata fatta esplodere una carica sul letto del fiume per far arrivare più acqua ai sistemi di raffreddamento, messi in crisi dalla siccità. In Francia EDF ha fermato nelle ultime settimane reattori a Chooz sulla Mosa, a Cattenom sulla Mosella, a Golfech sulla Garonna e a Bugey sul Rodano: nessun guasto, nessun problema di sicurezza, semplicemente l&rsquo;acqua dei fiumi è troppo calda o troppo poca per raffreddare gli impianti restando dentro i limiti ambientali. In Germania sul Reno, a causa dell&rsquo;abbassamento del livello dell&rsquo;acqua, le navi mercantili devono fermarsi o viaggiare scariche, spostando parte delle spedizioni sui TIR. In Italia il Po a Pontelagoscuro è sceso intorno ai 220 metri cubi al secondo, contro i 400 che servono a contrastare la risalita del cuneo salino, e i gestori hanno segnalato possibili riduzioni di produzione per le centrali termoelettriche di Chivasso e Sermide, che dal fiume prendono l&rsquo;acqua di raffreddamento.</p>
<p>Sono episodi diversi che raccontano la stessa cosa. Servizi vitali come l&rsquo;elettricità dipendono da una risorsa che il cambiamento climatico rende meno abbondante e più calda proprio nei giorni in cui la domanda di energia va al massimo, perché tutti accendono i condizionatori. Lo stesso vale per le rotaie che si deformano, per l&rsquo;asfalto che si ammorbidisce, per gli acquedotti che perdono pressione. Il rischio climatico ha smesso di essere una previsione ed è diventato un vincolo operativo quotidiano.</p>
<p>Di quanto stia diventando un problema centrale per un Paese fisicamente vulnerabile come l&rsquo;Italia parla il rapporto <a href="https://doi.org/10.5281/zenodo.21037593" rel="noopener"><em>Rischio climatico in Italia. Scenari, costi e opzioni di risposta</em></a>, firmato da Matteo Calcaterra, Carlo Carraro, Massimo Tavoni con altri ricercatori del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), Politecnico di Milano, Ca&rsquo; Foscari, Istituto Universitario Europeo e Università di Siena. Il punto di partenza degli autori è che gli impatti sono già in corso e che, a prescindere da quanto sapremo fare nella transizione energetica dei prossimi anni, peseranno in modo crescente per i decenni a venire.</p>
<h2 id="ci-scaldiamo-il-doppio-della-media">Ci scaldiamo il doppio della media</h2><p>L&rsquo;Europa si scalda a una velocità circa doppia rispetto alla media globale, e l&rsquo;Italia, per la sua posizione nel Mediterraneo, sta nella fascia più esposta del continente. Intorno al 2035 il riscaldamento medio italiano supera i 2 gradi rispetto all&rsquo;era preindustriale, in tutti gli scenari considerati, compreso il più virtuoso: fino a metà degli anni Trenta il clima è già scritto dalle emissioni passate, e le scelte di oggi decidono cosa accade dopo. La Pianura Padana, cuore produttivo del Paese, è già a 2-2,5 gradi in più.</p>
<p>Su questo sfondo si combinano tre fenomeni. Le ondate di calore, la cui severità annua è già quattro o cinque volte quella storica al 2030 e che al 2050 portano in Italia da 30 a 58 giornate aggiuntive all&rsquo;anno, con gli aumenti percentuali più forti nelle aree alpine e prealpine, cioè dove il caldo estremo prima non c&rsquo;era. La siccità cronica, che non è semplicemente pioggia che non cade: gli indici che misurano solo le precipitazioni danno per l&rsquo;Italia un segnale incerto, quelli che tengono conto anche dell&rsquo;acqua sottratta dall&rsquo;atmosfera più calda peggiorano nettamente. Al 2050 Sardegna e Basilicata risultano fra le aree più aride d&rsquo;Europa, ma anche Piemonte ed Emilia-Romagna vedono triplicare la severità della siccità. E gli incendi, che su un territorio più secco e più caldo diventano progressivamente meno gestibili, come si è visto quest&rsquo;anno in molte parti del mondo, e che la Commissione europea classifica fra i rischi critici per l&rsquo;Europa meridionale.</p>
<p>Nello stesso tempo la pioggia ordinaria cala, al Sud fino a un terzo, mentre quella estrema aumenta: in Marche e Lombardia la quantità massima d&rsquo;acqua che cade in cinque giorni arriva a raddoppiare. Non è un paradosso ma fisica elementare, perché l&rsquo;aria più calda trattiene più vapore e quando piove, piove tutto insieme, su terreni induriti che assorbono peggio. Vivere così significa alternare, nello stesso anno e spesso nello stesso territorio, le autobotti e le esondazioni. La robustezza di queste proiezioni è alta: sulla siccità 18 regioni su 20 mostrano un accordo fra i modelli pari o superiore al 90 per cento.</p>
<h2 id="gli-impatti-il-catalogo-è-questo">Gli impatti, il catalogo è questo</h2><p>I danni diretti annui alle infrastrutture italiane passano da circa 0,4 miliardi di euro del periodo storico a 2 miliardi entro il 2030 e a 5 entro il 2050; contando i servizi interrotti e le catene di fornitura spezzate, il costo totale al 2050 sta fra 11,5 e 18 miliardi l&rsquo;anno. Gli autori insistono su un punto: l&rsquo;adattamento delle infrastrutture non è un tema marginale di politica ambientale, è una priorità di investimento pubblico, di pianificazione territoriale e di politica industriale. Senza un salto di scala nella qualità dei dati, nella capacità progettuale e nella continuità amministrativa, avvertono, il Paese rischia di imboccare una traiettoria di regressione infrastrutturale difficile da invertire.</p>
<p>L&rsquo;agricoltura è colpita soprattutto attraverso l&rsquo;acqua, meno disponibile e soprattutto meno prevedibile: il caldo aumenta l&rsquo;evaporazione, riduce le riserve di neve che alimentano i fiumi in primavera e mette in competizione usi agricoli, civili, industriali ed energetici. A rischio sono le colture che fanno il valore dell&rsquo;agroalimentare italiano, mais, riso, olivo, vite, ortofrutta, con una perdita stimata al 2050 fra 12,5 e 30 miliardi di euro a seconda dello scenario. E non è solo questione di raccolti: nelle aree più esposte la terra si deprezza fino al 16 per cento entro fine secolo, ed è il patrimonio che gli agricoltori portano in banca come garanzia.</p>
<p>Il turismo, scrivono i ricercatori, non entra in una fase di declino lineare ma di riallocazione selettiva dei flussi e della redditività, in cui erosione costiera, calore, acqua ed ecosistemi diventano fattori economici centrali e non più sfondo ambientale. Negli scenari più caldi la domanda si contrae dell'8,9 per cento, con perdite dirette fino a 52 miliardi, la maggior parte delle spiagge è destinata a erodersi e il turismo montano invernale, che regge l&rsquo;economia di intere vallate, entra in crisi strutturale per mancanza di neve.</p>
<p>Sul lavoro l&rsquo;effetto è già misurabile: in Italia, dopo il terzo giorno consecutivo di ondata di calore, ogni giornata in più sopra i 30 gradi si associa a una riduzione di 0,56 punti percentuali nei tassi di occupazione provinciali. Non è una proiezione ma una relazione osservata nei dati, e riguarda chi lavora all&rsquo;aperto o in ambienti non climatizzati: edilizia, agricoltura, logistica, turismo, parte della manifattura. Sul fronte sanitario l&rsquo;Italia ha una delle esposizioni più alte al mondo alla mortalità legata alle temperature, con circa il 10 per cento dei decessi correlato a caldo o freddo, la quota più alta d&rsquo;Europa. Si obietta spesso che un clima più mite dovrebbe salvare vite riducendo i morti da freddo: la ricerca più recente, su 854 città europee, dice il contrario, perché l&rsquo;aumento dei decessi per calore supera sistematicamente quella riduzione, in tutti gli scenari.</p>
<p>La crisi climatica, inoltre, aumenta le disparità. La riduzione media del prodotto pro capite al 2050 è del 3,7 per cento, ma le regioni meridionali e le isole perdono fra il 5 e il 15 per cento mentre alcune aree alpine registrano perfino guadagni relativi: il divario Nord-Sud viene riaperto e allargato dal clima.</p>
<h2 id="il-clima-abbatte-il-pil-e-gonfia-il-debito-sovrano">Il clima abbatte il PIL e gonfia il debito sovrano</h2><p>Tutto questo ha chiari risvolti sul Prodotto interno lordo e sul debito. La Banca centrale europea ha già incorporato questi meccanismi nei propri scenari di stress: in quello chiamato &ldquo;Disastri e stagnazione politica&rdquo; una sequenza ravvicinata di ondate di calore, siccità e alluvioni in Europa porterebbe il PIL a contrarsi fino al 4,7 per cento entro il 2030, una magnitudo paragonabile alla crisi finanziaria del 2008.</p>
<p>Ci sono poi le ripercussioni sul credito. Oltre il 34 per cento dei prestiti bancari dell&rsquo;area euro alle imprese non finanziarie, più di 1.300 miliardi di euro, è destinato a settori ad alto rischio di scarsità idrica, e il 75 per cento delle esposizioni creditizie verso le imprese dipende in modo rilevante da almeno un servizio ecosistemico. Il rischio climatico, osservano i ricercatori, non è confinato a pochi comparti ma attraversa l&rsquo;economia come fattore di rischio finanziario sistemico. E in un Paese di piccole e medie imprese va aggiunto che proprio le PMI dei settori energivori o esposti al clima, manifattura, agricoltura, edilizia, hanno meno margini delle grandi per assorbire l&rsquo;aumento dei costi del carbonio o per investire in tecnologie pulite.</p>
<p>Sommati, questi danni si scaricano sul PIL. Al 2050 il prodotto interno lordo italiano risulta più basso, rispetto a un&rsquo;Italia senza cambiamento climatico, dell'1,6 per cento nell&rsquo;ipotesi più contenuta dello scenario favorevole e fino al 6 per cento nell&rsquo;ipotesi più severa di quello tendenziale. Il numero sembra piccolo, e non lo è, perché l&rsquo;Italia cresce poco: nello scenario tendenziale la crescita media prevista fra il 2025 e il 2050 è dello 0,61 per cento l&rsquo;anno, con i danni climatici scende allo 0,52. Il clima si mangia il 15 per cento della nostra crescita, e nelle ipotesi peggiori il 41 per cento.</p>
<p>La crescita che il clima si mangia</p>
<p>In un Paese che cresce poco, anche una perdita piccola in valore assoluto pesa moltissimo. Crescita media annua del PIL, 2025-2050</p>
<p>Senza danni climatici    Con danni climatici (stima centrale)    Con danni climatici (ipotesi sfavorevole)</p>
<p>1,11%</p>
<p>1,04%</p>
<p>0,93%</p>
<p>0,61%</p>
<p>0,52%</p>
<p>0,36%</p>
<p><strong>Scenario favorevole</strong> (SSP2-RCP4.5)<br>
la crescita si riduce del 6% (fino al 16%)</p>
<p><strong>Scenario tendenziale</strong> (SSP3-RCP7.0)<br>
la crescita si riduce del 15% (fino al 41%)</p>
<p>Lo stesso danno pesa in modo diversissimo a seconda di quanto un Paese cresce. Perdere un decimo di punto, per l&rsquo;Italia, significa perderne una fetta enorme in proporzione.</p>
<p>Fonte: Calcaterra, Cammeo, Borghesi, Carraro, Tavoni, <em>Rischio climatico in Italia</em>, 2026</p>
<p>Meno crescita significa meno gettito a parità di aliquote e un debito che pesa di più su un&rsquo;economia più piccola: secondo gli scenari controfattuali e realistici presi in considerazione, senza danni climatici il rapporto debito/PIL scenderebbe entro il 2050 dall&rsquo;attuale 140 per cento circa al 90-103 per cento. Includendo invece i danni climatici la discesa si ferma e la mediana resta fra il 115 e il 138 per cento, quasi dove siamo oggi. Trent&rsquo;anni di risanamento cancellati dal clima. E attenzione: negli scenari più estremi il rapporto debito/PIL potrebbe sfondare addirittura quota 200 per cento, mettendo a repentaglio l&rsquo;intero sistema, e con esso la stabilità economica e fiscale della popolazione.</p>
<p>Lo spread climatico</p>
<p>Quanto in più lo Stato paga sul proprio debito per effetto del solo rischio climatico, al 2050. Punti base di interesse aggiuntivo</p>
<p>Danni moderati    Danni elevati</p>
<p>+14,7 pb</p>
<p>+41,5 pb</p>
<p>+16,2 pb</p>
<p>+45,7 pb</p>
<p><strong>Scenario favorevole</strong> (SSP2-RCP4.5)</p>
<p><strong>Scenario tendenziale</strong> (SSP3-RCP7.0)</p>
<p><em>Passando da danni moderati a danni elevati il costo aggiuntivo non raddoppia: triplica.</em></p>
<p>Il punto base è un centesimo di punto percentuale. Per intenderci, lo spread fra titoli italiani e tedeschi oscilla in questi mesi intorno agli 80-85 punti base, e su un debito di oltre 3.000 miliardi ogni frazione di punto è denaro sottratto ogni anno a scuole, ospedali e strade.</p>
<p>Fonte: Calcaterra, Cammeo, Borghesi, Carraro, Tavoni, <em>Rischio climatico in Italia</em>, 2026</p>
<p>Carlo Carraro, rettore emerito di Ca&rsquo; Foscari e fra gli autori del rapporto, indica la conseguenza che riguarda tutti: quando cresce il costo del denaro per il debito pubblico, cresce a cascata quello di ogni finanziamento a famiglie e imprese. Un mutuo più caro, un prestito aziendale più caro. Il clima arriva anche in banca.</p>
<h2 id="quello-che-abbiamo-già-fatto-non-basta">Quello che abbiamo già fatto non basta</h2><p>Lo studio è un invito a cambiare marcia, anche se è anche giusto riconoscere che finora non siamo stati con le mani in mano. Fra il 1990 e il 2024 le emissioni italiane di gas serra sono scese di circa il 30 per cento, da 521 a 363 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, in linea con la dinamica europea, e nello stesso periodo il PIL dell&rsquo;Unione è cresciuto di oltre il 60 per cento. È un disaccoppiamento reale fra crescita ed emissioni, che in Italia si è tradotto in una riduzione dell&rsquo;intensità emissiva dell&rsquo;economia.</p>
<p>Il progresso però non è uniforme e negli ultimi anni è diventato volatile: nel 2024 le emissioni italiane sono calate del 3,6 per cento, nel 2025 sono tornate a crescere dello 0,3. Le rinnovabili hanno superato nel 2024 i 130 terawattora, il 49 per cento circa dell&rsquo;elettricità prodotta, ma fra il 2013 e il 2023 i consumi finali da fonti rinnovabili sono cresciuti del 9 per cento in Italia contro una media europea sopra il 38, e siamo al 19,6 per cento a fronte di un obiettivo 2030 quasi doppio. I trasporti restano il buco nero: unico settore in cui le emissioni sono aumentate rispetto al 1990, oggi valgono un quarto del totale nazionale e per oltre il 90 per cento arrivano dalla strada.</p>
<p>C&rsquo;è infine un nodo sociale che deciderà la praticabilità politica di tutto il resto. Dal 2028 il prezzo del carbonio del sistema ETS si estenderà ai carburanti delle nostre auto e al riscaldamento degli edifici, in un Paese dove 2,4 milioni di famiglie vivono in povertà energetica. Il Piano sociale per il clima destinerà all&rsquo;Italia 7,02 miliardi di euro: il modo in cui verranno spesi deciderà se la transizione sarà percepita come un progetto collettivo o come una tassa sui poveri.</p>
<h2 id="costa-più-far-finta-di-niente-che-difendersi">Costa più far finta di niente che difendersi</h2><p>Il rapporto, che si rivolge esplicitamente a chi decide, mette in fila le due principali voci di spesa: la mitigazione e l&rsquo;adattamento, entrambe necessarie. Per la <em>mitigazione</em>, ovvero la progressiva ma decisa riduzione delle emissioni climalteranti, il riferimento è il Piano nazionale integrato energia e clima (noto come PNIEC): 824,7 miliardi di euro di investimenti cumulati fra il 2024 e il 2030 nello scenario coerente con gli obiettivi, contro 650,3 nello scenario a politiche correnti, quindi un fabbisogno aggiuntivo di 174,4 miliardi in sei anni. Per <em>l&rsquo;adattamento</em> alle nuove condizioni idrogeologiche e meteo determinate dal clima che cambia, il riferimento è la stima pubblicata dalla Commissione europea nel gennaio 2026: 10,1 miliardi di euro l&rsquo;anno per l&rsquo;Italia, lo 0,4 per cento del PIL, seconda in valore assoluto solo alla Francia.</p>

<div class="tabella-scorre" role="region" aria-label="Tabella 1" tabindex="0">
<table>
  <thead>
    <tr>
      <th>Ambito</th>
      <th>Voce</th>
      <th style="text-align:right">Miliardi di €</th>
      <th>Orizzonte</th>
    </tr>
  </thead>
  <tbody>
    <tr>
      <td>Mitigazione</td>
      <td>Trasporti</td>
      <td style="text-align:right">528,8</td>
      <td>2024-2030</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Mitigazione</td>
      <td>Residenziale</td>
      <td style="text-align:right">93,6</td>
      <td>2024-2030</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Mitigazione</td>
      <td>Settore elettrico</td>
      <td style="text-align:right">81,8</td>
      <td>2024-2030</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Mitigazione</td>
      <td>Terziario</td>
      <td style="text-align:right">62,3</td>
      <td>2024-2030</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Mitigazione</td>
      <td>Reti elettriche e accumuli</td>
      <td style="text-align:right">42,0</td>
      <td>2024-2030</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Mitigazione</td>
      <td>Totale scenario PNIEC</td>
      <td style="text-align:right">824,7</td>
      <td>2024-2030</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Mitigazione</td>
      <td>di cui fabbisogno aggiuntivo</td>
      <td style="text-align:right">174,4</td>
      <td>2024-2030</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Adattamento</td>
      <td>Infrastrutture (alluvioni, trasporti, edifici)</td>
      <td style="text-align:right">4,53</td>
      <td>annuo</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Adattamento</td>
      <td>Ecosistemi (suolo, incendi, coste)</td>
      <td style="text-align:right">2,13</td>
      <td>annuo</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Adattamento</td>
      <td>Cibo (agricoltura, zootecnia, pesca)</td>
      <td style="text-align:right">1,85</td>
      <td>annuo</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Adattamento</td>
      <td>Salute (stress termico, acque reflue)</td>
      <td style="text-align:right">1,43</td>
      <td>annuo</td>
    </tr>
    <tr>
      <td>Adattamento</td>
      <td>Totale</td>
      <td style="text-align:right">10,11</td>
      <td>annuo</td>
    </tr>
  </tbody>
</table>
</div>
<p>Elaborazione dalla Tabella 5.1 del rapporto. Le due voci non sono sommabili: la mitigazione è un totale su sei anni, l&rsquo;adattamento un fabbisogno annuo.</p>
<p>Il divario da colmare è noto da anni: il 94 per cento dei comuni italiani è esposto a frane, alluvioni o erosione costiera, la messa in sicurezza del territorio richiederebbe fra 26 e 30 miliardi, le infrastrutture idriche oltre 60 miliardi per ridurre perdite di rete superiori al 40 per cento, cioè quasi metà dell&rsquo;acqua immessa negli acquedotti. Il problema è che la spesa pubblica italiana per gli eventi climatici è concentrata quasi tutta sulle emergenze, cioè sul dopo. Paghiamo i danni invece di evitarli, mentre secondo la Banca Mondiale ogni euro investito in prevenzione ne genera fra 4 e 7 di danni evitati, con stime che in certi casi arrivano a 10, e le soluzioni basate sulla natura, riforestazione, ripristino di zone umide, infrastrutture verdi, possono risultare fino a cinque volte più convenienti delle alternative puramente ingegneristiche.</p>
<p>Si aggiunga il buco assicurativo: circa il 95 per cento dei danni da eventi estremi in Italia non è coperto, contro un quarto della media europea. Di nuovo, il conto ricade su famiglie, imprese e finanza pubblica. E, come osserva il rapporto, «se il rischio non è adeguatamente “prezzato”, cioè incorporato nei costi sostenuti da famiglie e imprese, diventa più difficile orientare comportamenti e investimenti verso soluzioni più resilienti. Il risultato è un sistema che tende a reagire agli eventi, piuttosto che anticiparli».</p>
<p>Ricapitolando, da una parte servono 10 miliardi l&rsquo;anno di adattamento e 174 in sei anni di mitigazione/transizione, in larga misura investimenti destinati a produrre ritorni. Si potrebbe dire che la vera e più importante spesa in difesa deve essere questa. «Ritardare l&rsquo;azione significa aumentare il costo economico del riscaldamento globale», spiega Matteo Calcaterra del CMCC e primo autore del rapporto. Mitigazione e adattamento non sono soltanto strumenti di tutela ambientale ma leve di stabilità macroeconomica e finanziaria.</p>
<p>Il che rovescia il modo in cui di solito si discute di queste spese. Non sono un costo da sostenere quando i conti lo permettono: sono la condizione per la sicurezza fisica ed economica del Paese. Le soffocanti ondate di calore, gli incendi che si autoalimentano, le centrali ferme sui fiumi d&rsquo;Europa e il Po sotto la soglia di sicurezza sono fra i tanti segnali di allarme che ci manda il clima. Non chiediamoci per chi suona la campana. La campana suona per noi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Un piano per affrontare il caldo nelle scuole e come finanziarlo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/piano-affrontare-caldo-scuole-finanziarlo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/piano-affrontare-caldo-scuole-finanziarlo/</guid><pubDate>Thu, 06 Aug 2026 14:31:00 +0100</pubDate><dc:creator>Mario Borrata</dc:creator><category>ambiente</category><description>Finita la scuola, si smette di parlare del problema, che però permane, pronto a ripresentarsi l’anno successivo. Bisognerebbe partire da una mappatura termica degli edifici, introdurre protocolli comuni e realizzare interventi su schermature, climatizzazione e fotovoltaico. Le coperture possono arrivare dalle aste CO₂, dal Conto Termico e dai fondi europei.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/piano-affrontare-caldo-scuole-finanziarlo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/piano-affrontare-caldo-scuole-finanziarlo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Aule delle scuole che superano i 35 gradi, studenti affaticati, docenti costretti a lavorare con le finestre spalancate, dirigenti svenuti durante la maturità e piccoli ventilatori portati da casa. Esami affrontati in edifici che assorbono calore durante tutta la giornata e continuano a restituirlo anche quando fuori la temperatura comincia a diminuire.</p>
<p>Ogni estate assistiamo alle stesse immagini; poi termina la scuola, il problema scompare dal dibattito pubblico e tutto viene rinviato all’anno successivo.</p>
<p>Non siamo davanti a qualche edificio particolarmente sfortunato. Secondo il <a href="https://www.cittadinanzattiva.it/comunicati/17312-sicurezza-delle-scuole-presentato-il-xxiii-rapporto-di-cittadinanzattiva-la-richiesta-tre-miliardi-nella-prossima-legge-di-bilancio.html" rel="noopener">XXIII Rapporto sulla sicurezza delle scuole di Cittadinanzattiva</a>, soltanto 4.457 sedi scolastiche censite, pari al 7,42 per cento, risultano dotate di impianti di condizionamento. Il caldo è ormai un problema strutturale del patrimonio scolastico italiano, aggravato da edifici spesso datati, poco isolati e progettati per condizioni climatiche diverse da quelle che stiamo vivendo.</p>
<h2 id="tecnologie-e-interventi-contro-il-caldo-a-scuola">Tecnologie e interventi contro il caldo a scuola</h2><p>Le soluzioni, però, esistono. Disponiamo delle tecnologie necessarie e conosciamo gli interventi più efficaci. Quello che manca è un Piano nazionale per il comfort climatico delle scuole, accompagnato da risorse certe, criteri trasparenti, obiettivi misurabili e tempi di realizzazione verificabili. Non una nuova sequenza di bandi occasionali, ma una programmazione capace di partire dagli edifici che presentano le condizioni peggiori.</p>
<ul>
<li>Il primo passo dovrebbe essere una vera anagrafe termica degli edifici scolastici, integrata nell’Anagrafe nazionale dell’edilizia scolastica. Nelle aule occorre rilevare temperatura, umidità, concentrazione di anidride carbonica, qualità dell’aria, esposizione solare e numero di ore durante le quali vengono superate determinate soglie. Non è necessario dotare immediatamente ogni aula di apparecchiature costose: si può cominciare dalle aree climaticamente più esposte, dalle scuole che ospitano esami e attività estive e dagli edifici frequentati da studenti particolarmente fragili. Questi dati permetterebbero di assegnare i finanziamenti attraverso una graduatoria nazionale fondata sulle necessità reali. Oggi, nei bandi, rischia spesso di essere premiato l’ente locale che dispone degli uffici tecnici più attrezzati, non necessariamente la scuola nella situazione più critica. Una mappatura pubblica consentirebbe invece di conoscere le priorità, seguire gli interventi e verificare i risultati ottenuti.</li>
<li>Accanto alla mappatura serve un protocollo nazionale per le giornate più calde. Ministero dell’Istruzione, Ministero della Salute, INAIL e Istituto superiore di sanità dovrebbero stabilire quando sospendere le attività fisiche, aumentare le pause, trasferire una classe in un locale più fresco o dichiarare temporaneamente inutilizzabile un’aula. Le regole devono essere uguali in tutto il Paese e non dipendere dalla sensibilità del singolo dirigente o dalle risorse del singolo Comune. Il protocollo dovrebbe inoltre prevedere disponibilità costante di acqua, tutele specifiche per studenti e lavoratori fragili e procedure straordinarie per esami, corsi di recupero, centri estivi e attività che proseguono nei mesi più caldi. Non possiamo continuare a lasciare soli i dirigenti scolastici davanti a decisioni che riguardano salute, sicurezza e continuità delle attività didattiche.</li>
<li>Molti interventi possono essere realizzati rapidamente. Tende e schermature solari esterne, persiane, frangisole, pellicole selettive tecnicamente appropriate, ventilatori a soffitto, sistemi di ventilazione notturna controllata, coperture riflettenti, fontanelle e strutture ombreggianti possono ridurre il disagio nelle situazioni meno gravi. Occorre predisporre un programma di interventi leggeri, con costi standard e procedure semplificate per Comuni e Province.</li>
<li>Dove queste misure non bastano, bisogna installare impianti di climatizzazione ad alta efficienza. Non una corsa disordinata al singolo condizionatore, ma sistemi progettati sulle caratteristiche dell’edificio, preferibilmente attraverso pompe di calore capaci di garantire sia il riscaldamento invernale sia il raffrescamento estivo. La climatizzazione non può essere considerata un tabù, ma deve essere accompagnata da isolamento, schermature e produzione di energia rinnovabile: raffreddare un edificio che continua ad accumulare calore significa consumare di più senza rimuovere la causa del problema.</li>
<li>Molte scuole disperdono calore durante l’inverno e lo accumulano durante l’estate. Per questo bisogna intervenire sulle coperture, sulle pareti, sugli infissi e sulle superfici maggiormente esposte al sole. Le ristrutturazioni non possono più valutare soltanto il risparmio energetico invernale: devono considerare anche il comfort estivo, la ventilazione e la capacità dell’edificio di liberarsi del calore nelle ore notturne. Isolare correttamente una scuola significa migliorare le condizioni durante tutto l’anno e ridurre contemporaneamente i consumi. Il PNRR ha già finanziato miliardi di euro per la messa in sicurezza e la riqualificazione energetica delle scuole. Nei cantieri ancora tecnicamente modificabili, il comfort estivo dovrebbe essere inserito tra i parametri da verificare. Il PNRR, però, è ormai nella sua fase conclusiva e non può diventare l’alibi per rinviare una politica stabile: il nuovo Piano deve avere una copertura pluriennale e proseguire oltre la scadenza degli investimenti straordinari europei.</li>
</ul>
<h2 id="modificare-anche-gli-spazi-esterni">Modificare anche gli spazi esterni</h2><p>Anche gli spazi esterni devono cambiare. Molti cortili scolastici oggi sono distese di asfalto e cemento che assorbono calore durante il giorno e lo rilasciano verso gli edifici. Aumentare gli alberi e le superfici permeabili, creare zone ombreggiate, installare pergolati e utilizzare pavimentazioni meno assorbenti non significa soltanto rendere più belli gli spazi: significa ridurre concretamente la temperatura intorno alle scuole e restituire agli studenti cortili utilizzabili. Tetti, palestre, pensiline e parcheggi possono inoltre ospitare impianti fotovoltaici. Il maggiore fabbisogno di raffrescamento coincide spesso con le ore di maggiore produzione solare: una parte dell’energia necessaria potrebbe quindi essere prodotta direttamente dalle scuole. L’obiettivo non deve essere riempire gli edifici di apparecchiature, ma costruire un sistema integrato nel quale ombra, isolamento, ventilazione, climatizzazione efficiente e rinnovabili lavorino insieme.</p>
<h2 id="dove-trovare-la-copertura-finanziaria">Dove trovare la copertura finanziaria</h2><p>Resta la domanda decisiva: dove trovare i soldi? La risposta non può essere che le risorse non esistono. Nel 2025 l’Italia ha ricavato circa 2,59 miliardi di euro dalle <a href="https://www.cittadinanzattiva.it/comunicati/17312-sicurezza-delle-scuole-presentato-il-xxiii-rapporto-di-cittadinanzattiva-la-richiesta-tre-miliardi-nella-prossima-legge-di-bilancio.html" rel="noopener">aste europee</a> delle quote di emissione di CO₂. Destinarne ogni anno il 10 per cento a un Fondo nazionale per il comfort climatico delle scuole significherebbe disporre, prendendo come riferimento le entrate del 2025, di circa 259 milioni di euro l’anno e di oltre 750 milioni in un triennio, senza introdurre una nuova tassa. La quota dovrebbe essere definita con una norma di bilancio e coordinata con le destinazioni già previste per questi proventi.</p>
<p>A questo fondo si possono affiancare gli incentivi del <a href="https://www.gse.it/servizi-per-te/efficienza-energetica/conto-termico-3-0" rel="noopener">Conto Termico 3.0</a> gestito dal GSE. Per gli interventi nelle scuole il meccanismo può riconoscere, nei casi previsti, incentivi fino al 100 per cento dei costi ammissibili. Tra le misure finanziabili rientrano isolamento termico, sostituzione degli infissi, schermature solari, trasformazione in edifici a energia quasi zero, automazione degli impianti e pompe di calore. Il fondo nazionale dovrebbe coprire le spese non incentivate, anticipare le somme agli enti locali e finanziare gli interventi urgenti di minore importo.</p>
<p>Un terzo canale è rappresentato dai programmi regionali del <a href="https://www.europarl.europa.eu/ftu/pdf/it/FTU_3.1.2.pdf" rel="noopener">Fondo europeo di sviluppo regionale</a>. Nella programmazione 2021-2027 l’Italia dispone di risorse rilevanti per l’obiettivo dedicato a un’Europa più verde e a basse emissioni, che comprende anche l’efficienza energetica degli edifici pubblici. Governo e Regioni potrebbero concordare una riserva specifica per le scuole maggiormente esposte al caldo, sommando questi finanziamenti alle risorse ordinarie per l’edilizia scolastica.</p>
<p>Le coperture, dunque, possono essere costruite combinando una quota stabile delle aste sulle emissioni, gli incentivi del Conto Termico, i programmi europei e i finanziamenti ordinari. Serve però una cabina di regia nazionale, con costi standard, graduatorie basate sull’anagrafe termica e un portale pubblico nel quale seguire risorse assegnate, cantieri, tempi di conclusione e riduzione effettiva delle temperature.</p>
<h2 id="spostare-il-calendario-scolastico-non-basta">Spostare il calendario scolastico non basta</h2><p>Di fronte alle ondate di calore si torna spesso a discutere dell’anticipo della fine delle lezioni o della modifica del calendario scolastico. In situazioni emergenziali può essere necessario modificare orari e attività, ma spostare le date non raffredda gli edifici, non protegge chi sostiene gli esami, non risolve il problema dei corsi estivi e non prepara le scuole a un clima che sta già cambiando. Le soluzioni tecniche esistono e anche le possibili fonti di finanziamento esistono. La vera domanda è se vogliamo considerare il benessere di studenti e lavoratori una priorità nazionale oppure se, terminata l’ennesima estate, lasceremo che il caldo nelle scuole torni ancora una volta nel dimenticatoio.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Caldo estremo: che cosa si intende con "adattamento"?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/caldo-estremo-cosa-si-intende-adattamento/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/caldo-estremo-cosa-si-intende-adattamento/</guid><pubDate>Fri, 31 Jul 2026 08:53:00 +0100</pubDate><dc:creator>Fabrizio Bianchi</dc:creator><category>ambiente</category><description>Temperature record, ondate di calore sempre più letali, e continuiamo a ripeterci che «ci adatteremo». Ma quando si parla di adattamento bisogna fare una distinzione fondamentale, perché climatizzatori, città più verdi, sistemi di allerta e cambiamenti nelle abitudini non sono adattamento biologico. Sono strategie indispensabili di protezione da un ambiente che cambia a una velocità senza precedenti ma, mentre il clima si riscalda nell’arco di pochi decenni, l’evoluzione umana procede in migliaia di anni. Confondere questi due tempi rischia di trasformare una necessità politica e sociale urgente in una pericolosa rassicurazione.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/caldo-estremo-cosa-si-intende-adattamento-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/caldo-estremo-cosa-si-intende-adattamento-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le temperature record si susseguono, le notti tropicali diventano la norma, le città si trasformano in trappole di calore e gli ospedali registrano un aumento di accessi, ricoveri e decessi legati alle ondate di calore. Eppure, di fronte a questo scenario, una parola continua a essere ripetuta con sorprendente leggerezza: adattamento.</p>
<p>Viene spesso scritto o detto «tranquilli, ci adatteremo»: le città si adatteranno, l&rsquo;agricoltura si adatterà, le persone si adatteranno.</p>
<p>Ma a quale forma di adattamento si fa riferimento? Non si tratta di una mera disputa lessicale, bensì di una questione sostanziale: gran parte delle azioni presentate come adattamento ai cambiamenti climatici consiste in realtà in misure di difesa, compensazione o mitigazione degli effetti.</p>
<p>Il riferimento corrente - e spesso paternalistico - all’adattamento raramente riguarda quello genetico-evolutivo, mentre ci si riferisce all’adattamento tecnologico (condizionamento, edifici più freschi); adattamento urbanistico (verde urbano, città resilienti); adattamento comportamentale (orari di lavoro, abitudini); adattamento sanitario (sistemi di allerta per ondate di calore). </p>
<p>Dal punto di vista biologico, l&rsquo;essere umano possiede una certa plasticità fisiologica: può acclimatarsi in settimane o mesi a climi più caldi aumentando la sudorazione, modificando la circolazione periferica e altri meccanismi, ma questa acclimatazione ha limiti ben definiti e non ha niente a che vedere con l’adattamento evolutivo.</p>
<p>I climatizzatori rappresentano l&rsquo;esempio più evidente di fiducia tecnologica. Indubbiamente sono spesso indispensabili e salvano vite umane, soprattutto tra anziani e persone fragili, e non è in discussione la loro utilità durante le ondate di calore estreme. Tuttavia il loro utilizzo non rende il corpo umano più resistente alle alte temperature e, per contro, riduce artificialmente l&rsquo;esposizione al calore grazie a un crescente consumo di energia. A livello globale, il raffrescamento degli edifici <a href="https://www.iea.org/commentaries/keeping-cool-in-a-hotter-world-is-using-more-energy-making-efficiency-more-important-than-ever" rel="noopener">assorbe già circa il 10%</a> dell&rsquo;elettricità consumata nel mondo e la domanda è destinata ad aumentare rapidamente nei prossimi decenni.</p>
<p>Lo stesso vale per gli asfalti chiari, le pavimentazioni drenanti, i tetti riflettenti, le alberature, i parchi urbani e i corridoi verdi, tutti interventi importanti, spesso urgenti, che possono ridurre la temperatura locale, anche di alcuni gradi, e migliorare significativamente la qualità della vita. Ma anche in questo caso non stiamo adattando l&rsquo;essere umano al nuovo clima, bensì modificando l&rsquo;ambiente per renderlo meno ostile.</p>
<p>Persino la crescente fuga estiva dalle città verso aree collinari e montane rappresenta una strategia di protezione, non di adattamento. Ed è una strategia profondamente diseguale. Possono permettersela coloro che dispongono di risorse economiche, seconde case o flessibilità lavorativa, mentre restano nelle città più calde gli anziani soli, chi soffre di malattie croniche, chi vive in abitazioni inadeguate, chi lavora all&rsquo;aperto e chi non ha alternative: le stesse categorie più vulnerabili all’inquinamento e ai cambiamenti climatici.</p>
<p>L&rsquo;adattamento, quello vero, è un’altra cosa: in biologia è un processo evolutivo. Si realizza attraverso modificazioni che aumentano le probabilità di sopravvivenza e di riproduzione in un determinato ambiente. È il risultato della selezione naturale e richiede molte generazioni. Le differenze fisiologiche osservabili tra popolazioni umane adattate a climi tropicali, desertici o artici si sono sviluppate nell&rsquo;arco di migliaia di anni.</p>
<p>Qui emerge una contraddizione fondamentale del dibattito pubblico.</p>
<p>L&rsquo;Europa si è già riscaldata di oltre 2 °C rispetto all&rsquo;epoca preindustriale, una velocità circa doppia rispetto alla media globale. Secondo i dati più recenti del programma Copernicus, il continente europeo è oggi quello che <a href="https://climate.copernicus.eu/esotc/2025/why-europe-warming-so-quickly" rel="noopener">si riscalda più rapidamente</a> al mondo. Un cambiamento enorme, avvenuto nell&rsquo;arco di poche decine di anni, cioè di una o due generazioni umane.<br>
Ma l&rsquo;evoluzione biologica procede con tempi completamente diversi. Gli adattamenti che caratterizzano le popolazioni umane si sviluppano generalmente nel corso di centinaia o migliaia di generazioni, in tempi cioè dell&rsquo;ordine di migliaia o decine di migliaia di anni.</p>
<p>Il riscaldamento globale sta dunque avanzando molto più rapidamente della capacità biologica della nostra specie di adattarsi a esso.</p>
<p>I dati sanitari confermano che il problema è già grave e attuale, con oltre 47.000 decessi <a href="https://www.nature.com/articles/s41591-024-03186-1" rel="noopener">stimati in Europa</a> nel 2023 a causa delle alte temperature. L&rsquo;estate del 2024 è stata persino più letale, <a href="https://www.isglobal.org/en/-/62.700-muertes-asociadas-con-el-calor-del-verano-de-2024" rel="noopener">causando oltre 62.000 morti</a>. L&rsquo;ondata di calore che ha colpito l&rsquo;Europa occidentale tra il 22 e il 28 giugno 2026 ha causato un picco drammatico di mortalità. Solo la rete di monitoraggio EuroMOMO <a href="https://www.reuters.com/business/environment/europe-recorded-10000-excess-deaths-during-late-june-heatwave-data-show-2026-07-12/" rel="noopener">ha confermato</a> più di 10.000 morti in eccesso concentrate in pochissimi giorni, di cui oltre 9.000 riguardavano persone sopra i 65 anni.</p>
<p>Si tratta di numeri impressionanti, che continuano a colpire in modo sproporzionato anziani, persone affette da patologie croniche e soggetti socialmente e ambientalmente vulnerabili.</p>
<p>In questo contesto l&rsquo;Italia si è dotata nel dicembre 2023 del Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC), un documento atteso da anni e destinato a rappresentare il principale strumento di preparazione del Paese agli impatti climatici.</p>
<p>L&rsquo;approvazione del Piano è stata salutata come un passo avanti necessario, ma dalla sua preparazione e poi pubblicazione sono state innumerevoli le critiche che oggi, alla prova dei fatti, appaiono tutt&rsquo;altro che marginali. <em>Scienza in rete</em> ne ha <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/piano-nazionale-adattamento-cambiamenti-climatici-pnacc-unanalisi-giuridica/">parlato anche qui</a>.</p>
<p>La prima riguarda l&rsquo;assenza di risorse dedicate. Il Piano contiene centinaia di misure ma non dispone di un finanziamento specifico in grado di sostenerne l&rsquo;attuazione. Senza investimenti adeguati, il rischio è che molte azioni restino sulla carta.</p>
<p>La seconda riguarda la forte delega alle Regioni. Pur delineando un quadro strategico nazionale, il Piano trasferisce gran parte delle responsabilità operative alle amministrazioni regionali e locali. In assenza di un coordinamento forte e di strumenti vincolanti, il rischio è una geografia dell&rsquo;adattamento a velocità differenti, con territori più attrezzati e altri lasciati indietro.</p>
<p>La terza criticità riguarda la prevalenza di misure cosiddette &ldquo;soft&rdquo;: studi, monitoraggi, linee guida, attività formative e campagne informative. Tutte iniziative utili, ma spesso prive della capacità di incidere rapidamente sulla vulnerabilità concreta dei territori. Mentre aumentano le alluvioni, le siccità e le ondate di calore, continuano a mancare in molti casi gli interventi strutturali necessari per mettere in sicurezza città, infrastrutture e popolazioni.</p>
<p>A ciò si aggiungono osservazioni relative all&rsquo;utilizzo di dati e scenari in parte datati e alla limitata integrazione con altri strumenti strategici nazionali, a partire dalle politiche energetiche e territoriali.</p>
<figure>
<svg viewBox="0 0 680 800" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" role="img" style="width:100%;height:auto" aria-label="Tavola in tre parti: che cosa è adattamento biologico e che cosa no, i tempi a confronto, la mortalità per caldo in Europa">
<title>Caldo estremo: che cosa si intende con adattamento</title>
<desc>Tavola in tre parti: matrice che distingue cinque misure di protezione dall'acclimatazione fisiologica e dall'adattamento evolutivo; scala logaritmica dei tempi; dati di mortalità per caldo in Europa.</desc>
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<text class="gx-ts gx-dim" x="40" y="52">azione o processo</text>
<text class="gx-ts gx-dim" x="296" y="52" text-anchor="middle">che cosa modifica</text>
<text class="gx-ts gx-dim" x="430" y="52" text-anchor="middle">tempo richiesto</text>
<text class="gx-ts gx-dim" x="563" y="52" text-anchor="middle">è adattamento biologico</text>
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<text class="gx-ts" x="48" y="86">misure di protezione — modificano l'ambiente o l'esposizione</text>
<text class="gx-ts" x="40" y="116">climatizzazione</text>
<text class="gx-ts" x="296" y="116" text-anchor="middle">ambiente costruito</text>
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<text class="gx-ts" x="538" y="116">no</text>
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<text class="gx-ts" x="40" y="148">verde urbano e tetti chiari</text>
<text class="gx-ts" x="296" y="148" text-anchor="middle">ambiente urbano</text>
<text class="gx-ts" x="430" y="148" text-anchor="middle">anni, decenni</text>
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<text class="gx-ts" x="538" y="148">no</text>
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<text class="gx-ts" x="40" y="180">orari e abitudini</text>
<text class="gx-ts" x="296" y="180" text-anchor="middle">comportamento</text>
<text class="gx-ts" x="430" y="180" text-anchor="middle">mesi</text>
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<text class="gx-ts" x="40" y="212">sistemi di allerta</text>
<text class="gx-ts" x="296" y="212" text-anchor="middle">organizzazione</text>
<text class="gx-ts" x="430" y="212" text-anchor="middle">mesi</text>
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<text class="gx-ts" x="40" y="244">fuga estiva in quota</text>
<text class="gx-ts" x="296" y="244" text-anchor="middle">esposizione</text>
<text class="gx-ts" x="430" y="244" text-anchor="middle">giorni</text>
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<text class="gx-ts" x="48" y="278">risposte del corpo — modificano l'organismo</text>
<text class="gx-ts" x="40" y="308">acclimatazione fisiologica</text>
<text class="gx-ts" x="296" y="308" text-anchor="middle">fisiologia individuale</text>
<text class="gx-ts" x="430" y="308" text-anchor="middle">settimane, mesi</text>
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<text class="gx-ts" x="538" y="308">in parte</text>
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<text class="gx-ts" x="40" y="340">adattamento evolutivo</text>
<text class="gx-ts" x="296" y="340" text-anchor="middle">genoma di popolazione</text>
<text class="gx-ts" x="430" y="340" text-anchor="middle">millenni</text>
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<text class="gx-ts" x="538" y="340">sì</text>
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<text class="gx-ts gx-dim" x="40" y="374">la colonna di destra resta vuota per tutto ciò che il dibattito pubblico chiama adattamento</text>
<text class="gx-th" x="40" y="410">due orologi che non segnano la stessa ora</text>
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<text class="gx-ts" x="90" y="450">acclimatazione del corpo</text>
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<text class="gx-ts" x="270" y="484">riscaldamento dell'Europa, +2 °C sul preindustriale</text>
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<text class="gx-ts" x="630" y="518" text-anchor="end">adattamento evolutivo di una popolazione</text>
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<text class="gx-ts gx-dim" x="90" y="552" text-anchor="middle">0,1</text>
<text class="gx-ts gx-dim" x="180" y="552" text-anchor="middle">1</text>
<text class="gx-ts gx-dim" x="270" y="552" text-anchor="middle">10</text>
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<text class="gx-ts gx-dim" x="450" y="552" text-anchor="middle">1.000</text>
<text class="gx-ts gx-dim" x="540" y="552" text-anchor="middle">10.000</text>
<text class="gx-ts gx-dim" x="630" y="552" text-anchor="middle">100.000</text>
<text class="gx-ts gx-dim" x="40" y="552">anni</text>
<text class="gx-th" x="40" y="596">morti attribuite al caldo in Europa</text>
<rect x="200" y="608" width="288" height="16" fill="#D85A30"/>
<text class="gx-ts" x="40" y="620">estate 2023</text>
<text class="gx-ts" x="496" y="620">47.000</text>
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<text class="gx-ts" x="40" y="646">estate 2024</text>
<text class="gx-ts" x="588" y="646">62.000</text>
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<text class="gx-ts" x="40" y="680">22-28 giugno 2026</text>
<text class="gx-ts" x="269" y="680">10.000 in sette giorni, oltre 9.000 sopra i 65 anni</text>
<text class="gx-th" x="40" y="716">piano nazionale di adattamento, 2023: tre critiche</text>
<rect x="40" y="726" width="186" height="46" fill="none" class="gx-hair" rx="4"/>
<text class="gx-ts" x="52" y="746">nessun fondo dedicato</text>
<text class="gx-ts gx-dim" x="52" y="762">centinaia di misure sulla carta</text>
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<text class="gx-ts" x="250" y="746">delega alle regioni</text>
<text class="gx-ts gx-dim" x="250" y="762">attuazione a più velocità</text>
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<text class="gx-ts" x="448" y="746">prevalenza di misure soft</text>
<text class="gx-ts gx-dim" x="448" y="762">studi, linee guida, formazione</text>
</svg>
<figcaption>Fig. 1 — Quello che chiamiamo adattamento, in gran parte, non lo è: modifica l'ambiente o l'esposizione, non l'organismo. Le due sole voci che riguardano il corpo viaggiano su tempi incompatibili con quelli del riscaldamento europeo. Dati di mortalità: <em>Nature Medicine</em> (2023), ISGlobal (2024), EuroMOMO (giugno 2026).</figcaption>
</figure>
<p>Il rischio è che il termine &ldquo;adattamento&rdquo; finisca per alimentare un pericoloso equivoco: l&rsquo;idea che, in qualche modo, l&rsquo;essere umano riuscirà sempre ad abituarsi, un&rsquo;idea strettamente correlata con posizioni di negazionismo climatico. </p>
<p>La storia naturale dimostra che il vero adattamento biologico richiede il tempo profondo, mentre il cambiamento climatico antropogenico comprime i mutamenti in pochi decenni. Impiegare il termine adattamento per tranquillizzare l&rsquo;opinione pubblica è un abbaglio logico: <em>Homo sapiens</em> potrebbe evolversi per sopravvivere a un pianeta rovente nel corso delle ere, ma il riscaldamento globale corre ormai alla velocità della rivoluzione industriale. Il tempo biologico e il tempo climatico sono due orologi a velocità molto diversa, che già oggi non segnano la stessa ora.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Abbiamo un grosso problema con gli incendi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/abbiamo-grosso-problema-incendi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/abbiamo-grosso-problema-incendi/</guid><pubDate>Thu, 30 Jul 2026 12:38:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Gli incendi che stanno devastando il Mediterraneo nell&amp;amp;rsquo;estate 2026 confermano una tendenza ormai consolidata: il cambiamento climatico rende i roghi più probabili, intensi e difficili da controllare, aggravando gli effetti di una gestione del territorio spesso inadeguata e delle cause di origine umana. Oltre a distruggere ecosistemi e aumentare le emissioni di CO₂, il fumo degli incendi rappresenta una minaccia crescente per la salute, con impatti documentati sulla mortalità e su alcune malattie cardiovascolari, respiratorie e neurologiche. Prevenzione, gestione forestale e riduzione delle emissioni di gas serra restano le strategie chiave per contenere il rischio.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/abbiamo-grosso-problema-incendi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/abbiamo-grosso-problema-incendi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Dalla seconda metà di luglio 2026 l&rsquo;Europa mediterranea è stretta in una morsa di incendi che stanno costringendo centinaia di migliaia di persone a lasciare le proprie case. Al 29 luglio 2026 si stimano quasi 435mila ettari di suolo bruciato da inizio anno, 1400 incendi contati, quasi 18 milioni di tonnellate di CO₂ emesse (dati dell’<a href="https://joint-research-centre.ec.europa.eu/projects-and-activities/natural-and-man-made-hazards/forest-fires/current-wildfire-situation-europe_en" rel="noopener">European Forest Fire Information System</a>). Facciamo il punto su quanto sappiamo del legame tra fuoco, cambiamento climatico e salute umana.</p>
<h2 id="le-notizie-di-questi-giorni">Le notizie di questi giorni</h2><p>In Puglia un <a href="https://www.adnkronos.com/cronaca/incendi-gargano-peschici-vieste-ultime-notizie_2L7P4qCvlawAXiNu6Lym2o" rel="noopener">vasto incendio è divampato domenica 26 luglio nella zona di Peschici</a>, sul Gargano, nei pressi di Difesa di Manaccora, e si è esteso fino alla baia di Zaiana spinto dal vento. La Guardia costiera ha dovuto evacuare via mare centinaia di turisti dalle spiagge tra Peschici e Vieste; anche i comuni limitrofi, come Cagnano Varano, sono stati interessati dalle fiamme, con chiusure di strade statali e provinciali. Nella stessa giornata <a href="https://www.romatoday.it/cronaca/incendi-raccordo-roma-26-luglio-2026-cosa-e-successo.html" rel="noopener">Roma ha vissuto ore di caos</a>: una serie di roghi di sterpaglie divampati quasi in contemporanea, in particolare lungo via Laurentina, ha riempito di fumo denso il Grande Raccordo Anulare. Il tratto tra gli svincoli Laurentina e Pontina è stato chiuso per ore, mentre un secondo fronte ha interessato la zona dei Colli Albani e poi anche il tratto urbano dell&rsquo;A24.</p>
<p>In Grecia sono state <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/07/30/incendi-in-grecia-8.000-persone-evacuate-a-creta_49f8ef90-d6ff-4052-80b7-9f83890321fd.html" rel="noopener">evacuate</a> 8000 persone e il fumo impedisce di spegnere le fiamme. In Spagna le fiamme hanno colpito un&rsquo;area che va dalla Comunità di Madrid alla provincia di Ávila, fino a quella di Toledo, con un nuovo fronte aperto vicino a Valencia. In Francia il rogo che sta devastando la Gironda, nel sud-ovest, è tra i più gravi dal secondo dopoguerra e ha spinto il governo a mobilitare l&rsquo;esercito per proteggere Bordeaux. Il <a href="https://www.ilpost.it/2026/07/26/foto-incendi-francia-spagna/" rel="noopener">bilancio</a> complessivo di questi due Paesi supera i 300mila sfollati.</p>
<p>Eduardo Rojas Briales, docente della Universitat Politècnica de València, ha detto al <a href="https://sciencemediacentre.es/en/ministry-interior-has-declared-state-emergency-national-interest-community-madrid-and-province" rel="noopener">Science Media Center España</a> che l&rsquo;aggressività dei roghi che colpiscono Toledo, Madrid e Ávila «deriva dalla combinazione di due anni molto piovosi seguiti da un brusco stop delle precipitazioni a maggio, dall&rsquo;arrivo immediato di un&rsquo;estate calda e secca e da una vegetazione più incline a bruciare nelle zone meno piovose del Sistema Centrale». A questo si aggiunge, negli ultimi anni, «uno spostamento verso nord del controaliseo, il vento caldo e secco di origine tropicale, e una forte pressione edilizia che ha moltiplicato le costruzioni sparse nelle aree boschive, complicando i soccorsi». Secondo Víctor Resco de Dios, dell&rsquo;Universidad de Lleida, «l&rsquo;intensità delle stagioni degli incendi è cresciuta mediamente del 30-40% nelle ultime decadi, soprattutto a causa dell&rsquo;accumulo di biomassa dovuto all&rsquo;abbandono rurale e a un&rsquo;atmosfera resa più &ldquo;essiccante&rdquo; dalla combustione di combustibili fossili». Lo studioso ricorda che non è tanto il tipo di vegetazione, quanto la quantità di combustibile disponibile e la sua continuità spaziale: «il 70% di ciò che brucia in Spagna è macchia mediterranea, mentre le aree protette, proprio per la loro continuità vegetativa, bruciano sempre di più».</p>
<h2 id="cosa-si-fa-in-italia">Cosa si fa in Italia</h2><p>Nel 2025, più di un <a href="https://www.openpolis.it/piu-di-un-terzo-degli-incendi-dellunione-europea-e-divampato-in-italia/" rel="noopener">incendio</a> su tre di quelli scoppiati nell’Unione europea si è verificato in Italia. Secondo la <a href="https://iononrischio.protezionecivile.it/it/preparati/incendi-boschivi/cosa-sapere/" rel="noopener">Protezione Civile</a>, le cause di un incendio boschivo possono essere naturali (un fulmine, un&rsquo;eruzione vulcanica, …), ma si tratta di eventi rari. La maggior parte dei roghi nasce invece da comportamenti umani imprudenti o da azioni dolose contro il patrimonio boschivo; esistono anche incendi di origine accidentale o di causa non identificabile. Oltre ai danni economici diretti, un incendio boschivo produce conseguenze ecologiche di lungo periodo, dalla siccità alla desertificazione fino al dissesto idrogeologico.</p>
<p>Esistono anche modelli previsionali che alimentano un <a href="https://rischi.protezionecivile.gov.it/it/approfondimento/bollettino-di-previsione-nazionale-incendi-boschivi/" rel="noopener">bollettino</a> nazionale di suscettività all&rsquo;innesco, elaborato dal Dipartimento della Protezione Civile su base provinciale, a cui si affiancano bollettini regionali di dettaglio.</p>
<p>Per chi vuole approfondire, la Protezione Civile mette a disposizione una <a href="https://iononrischio.protezionecivile.it/static/c2828dd8a06a45e69e3be33238647783/sfogliabile-multirischio-inr.pdf" rel="noopener">guida pratica su cosa sapere e cosa fare in caso di incendio boschivo</a>.</p>
<p>Il <a href="https://gn.mase.gov.it/portale/incendi" rel="noopener">Ministero dell&rsquo;Ambiente e della Sicurezza Energetica</a> (MASE), attraverso la Direzione Generale Tutela Biodiversità e Mare, è responsabile della vigilanza sui piani antincendio degli enti gestori delle aree protette statali, del coordinamento con le Regioni per l&rsquo;integrazione di questi piani in quelli regionali e della gestione del Geoportale nazionale, che raccoglie i dati cartografici sui perimetri degli incendi, sui modelli di combustibile e sui fattori di rischio. Sarebbe inoltre previsto un aggiornamento del sistema con un progetto PNRR dedicato al monitoraggio territoriale integrato.</p>
<p>Segnaliamo anche che la Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale (SISEF) ha dedicato un <a href="https://sisef.org/2026/07/15/incendi-boschivi-lintelligenza-artificiale-per-comprendere-quella-naturale/" rel="noopener">recente contributo</a> della rubrica <em>#focusincendi</em> al ruolo dell&rsquo;intelligenza artificiale, sottolineando come questa può essere intesa come un supporto alla prevenzione, al monitoraggio e alle decisioni operative durante un incendio.</p>
<h2 id="il-cambiamento-climatico-aumenta-il-rischio-incendi">Il cambiamento climatico aumenta il rischio incendi</h2><p>Il clima più caldo sta <a href="https://science.nasa.gov/earth/explore/wildfires-and-climate-change/" rel="noopener">amplificando</a> l&rsquo;attività degli incendi, in particolare nelle foreste temperate e boreali dell&rsquo;emisfero settentrionale, riporta il portale tematico della NASA. Analizzando 21 anni di dati satellitari, gli scienziati hanno osservato che gli incendi estremi sono diventati più frequenti, più intensi e più estesi, con l&rsquo;aumento maggiore registrato nelle foreste di conifere del Nord America occidentale e in quelle boreali sempre del Nord America oltre che della Russia. Il fenomeno è favorito anche dalle temperature notturne più alte, che permettono al fuoco di restare attivo tutta la notte.</p>
<p>Inoltre, la stagione degli incendi si sta allungando: in diverse aree del pianeta – come Stati Uniti occidentali, Messico, Brasile e Africa orientale – dura oggi oltre un mese in più rispetto a 35 anni fa. Le emissioni di CO₂ legate agli incendi sono cresciute del 60% a livello globale tra il 2001 e il 2023, quasi triplicando nelle foreste boreali di Eurasia e Nord America; solo gli incendi canadesi del 2023 hanno rilasciato circa 640 milioni di tonnellate di carbonio. Negli Stati Uniti occidentali, ricorda ancora la NASA, il cambiamento climatico causa un netto aumento del cosiddetto <em>fire weather</em>, cioè il meteo che agevola lo sviluppo di probabili incendi.</p>
<p>Segnaliamo che l’Agenzia Spaziale Europea sta portando avanti il progetto <a href="https://climate.esa.int/en/projects/fire/" rel="noopener">FireCCI</a> per potenziale lo sviluppo del monitoraggio satellitare degli incendi.</p>
<p>Gli studi di attribuzione confermano queste tendenze, come ricorda la <a href="https://www.worldweatherattribution.org/wp-content/uploads/WWA_GuideIT_2412.pdf" rel="noopener">guida alla comunicazione del World Weather Attribution</a> (tradotta in italiano da <a href="https://www.climatemediacenteritalia.it/" rel="noopener"><em>Climate Media Center Italia</em></a>). Gli incendi della <em>black summer</em> 2019-2020 in Australia sono stati resi almeno il 30% più probabili dal riscaldamento globale; lungo la costa occidentale del Nord America gli incendi sono diventati più probabili e più estesi, con oltre 4 milioni di ettari bruciati tra il 1984 e il 2015 direttamente attribuibili ai cambiamenti climatici; gli incendi estremi del 2019 nel sud della Cina sono stati resi oltre sette volte più probabili. Nel complesso, gli scienziati attribuiscono con buona confidenza l&rsquo;aumento del <em>fire weather</em> (di nuovo lui) ai cambiamenti climatici in Sud Europa, Eurasia settentrionale, Stati Uniti e Australia, con segnali emergenti anche nel sud della Cina.</p>
<p>Il cambiamento climatico, da solo, ha allungato la stagione degli incendi di circa due settimane in media nel mondo, agendo soprattutto sulla disponibilità di combustibile secco. Ma la sua azione si somma a quella meno marcata – ma comunque presente e deplorevole – dell’aumento degli incendi per causa umana. Si pensi che secondo il Servizio Forestale statunitense, l'85% degli incendi negli USA nasce da negligenza o dolo umano.</p>
<h2 id="i-pirocumulonembi-nubi-dal-fuoco">I pirocumulonembi: nubi dal fuoco</h2><p>Nel <a href="https://www.metoffice.gov.uk/about-us/news-and-media/media-centre/corporate-news/2017/new-clouds-named-in-wmo-cloud-atlas" rel="noopener">2017</a> l’Organizzazione mondiale della meteorologia ha aggiornato il <a href="https://cloudatlas.wmo.int/en/explanatory-remarks-and-special-clouds-cumulonimbus.html" rel="noopener">portale</a> esplicativo sulla classificazione delle nubi introducendo il pirocumulonembo. Il nome ufficiale è <em><a href="https://cloudatlas.wmo.int/en/flammagenitus.html" rel="noopener">flammagenitus</a></em> e va aggiunto ai nomi già esistenti (per esempio: <em>Cumulonimbus calvus flammagenitus</em>). Si tratta di una nube temporalesca che non nasce dal normale riscaldamento del suolo, ma dal calore prodotto da un incendio boschivo (o più raramente da un&rsquo;eruzione vulcanica). Se il calore è sufficientemente intenso, la colonna di aria calda e fumo sale rapidamente e se c’è abbastanza vapore acqueo nell’ambiente circostante questo si raffredda e si condensa, creando una nube. Questa può evolvere fino a diventare un vero e proprio cumulonembo, cioè una nube temporalesca. Da qui possono crearsi <a href="https://www.rmets.org/metmatters/pyrocumulonimbus-clouds" rel="noopener">correnti d’aria fredda</a> discendente che possono trasportare braci dall’incendio, contribuendo a espandere il fuoco tramite focolai secondari. In più, come nelle normali condizioni temporalesche, possono anche generarsi fulmini: se c’è della vegetazione secca il gioco è fatto.</p>
<h2 id="gli-effetti-del-fumo-degli-incendi-sulla-salute">Gli effetti del fumo degli incendi sulla salute</h2><p>Uno <a href="https://www.thelancet.com/journals/lanplh/article/PIIS2542-5196%2825%2900174-3/fulltext" rel="noopener">studio</a> pubblicato su <em>The Lancet Planetary Health</em>, basato su oltre 95 milioni di decessi giornalieri registrati in Europa dal 2004, ha rilevato che il particolato fine (PM2.5) generato dagli incendi sarebbe associato a un aumento della mortalità generale, cardiovascolare e respiratoria, più marcato rispetto al PM2.5 proveniente da altre fonti. Usare le stime di rischio del particolato &ldquo;generico&rdquo; per calcolare l&rsquo;impatto di quello da incendio porterebbe quindi a sottostimare la mortalità attribuibita di circa il 93%.</p>
<p>Un&rsquo;altra <a href="https://pubs.acs.org/esthag/article-abstract/60/2/1965/5082109/Global-Wildland-Fire-Emissions-of-Full-Volatility" rel="noopener">ricerca</a>, pubblicata su <em>Environmental Science &amp; Technology</em>, ha ricostruito un inventario globale delle emissioni organiche degli incendi boschivi dal 1997 al 2023. Secondo il documento sembrerebbe che gli inventari tradizionali (che considerano solo gli aerosol organici primari e i composti organici volatili) trascurino una quota consistente di composti a volatilità intermedia e semi-volatile, con un contributo particolarmente rilevante da parte degli incendi nelle savane dell&rsquo;Africa subsahariana.</p>
<p>Un recentissimo <a href="https://jamanetwork.com/journals/jamanetworkopen/fullarticle/2852072" rel="noopener">studio</a> sul <em>JAMA Network Open</em> analizza quasi un milione di visite al pronto soccorso per emicranie o mal di testa avvenute tra il 2010 e il 2023 in due province canadesi durante il periodo di maggior rischio di incendi boschivi. Le analisi mostrerebbero che la presenza di PM2.5 provenienti dal fumo degli incendi è stata associata a un aumento delle visite al pronto soccorso per emicranie e cefalee. Robert Belvís (responsabile clinico dell&rsquo;Unità Cefalee e Nevralgie del Servizio di Neurologia dell&rsquo;Hospital de la Santa Creu i Sant Pau di Barcellona) ha dichiarato al <a href="https://sciencemediacentre.es/en/smoke-wildfires-associated-more-emergency-room-visits-migraines-and-headaches-according-study" rel="noopener">Science Media Center España</a>, che «l&rsquo;esposizione al fumo degli incendi era già stata valutata come fattore aggravante dell&rsquo;emicrania e di altre cefalee. Il fumo trasporta probabilmente particelle in grado di attivare il sistema trigeminovascolare, che è il principale sistema coinvolto nell&rsquo;attivazione del mal di testa». Con un aumento di «appena 5 micron al metro cubo nell&rsquo;esposizione al particolato, le visite al pronto soccorso aumentano del 6%». Si tratta «di uno studio caso-controllo, il che conferisce maggiore forza statistica al risultato finale rispetto a un semplice studio descrittivo».</p>
<h2 id="soluzioni">Soluzioni?</h2><p>La Protezione Civile italiana indica che la prevenzione passa da interventi selvicolturali e di manutenzione del bosco, uso sostenibile delle risorse, regolamentazione del turismo e monitoraggio attivo del territorio; Regioni e Province Autonome, tra l&rsquo;altro, sono tenute a predisporre piani di previsione, prevenzione e lotta attiva.</p>
<p>In particolare, tornando alle utili <a href="https://sciencemediacentre.es/interior-declara-la-emergencia-de-interes-nacional-en-la-comunidad-de-madrid-y-en-la-provincia-de" rel="noopener">dichiarazioni</a> del Science Media Center spagnolo, inevitabilmente molto attivo in questi giorni, Juli G. Pausas, del Centro de Investigaciones sobre Desertificación di Valencia, indica alcune strade: creare paesaggi a mosaico che alternino boschi e zone poco infiammabili, favorire incendi piccoli e a bassa intensità (anche tramite bruciature prescritte), incentivare il pascolo e la gestione della vegetazione nelle aree di interfaccia urbano-forestale, e limitare l&rsquo;espansione edilizia nelle zone rurali più esposte al rischio.</p>
<p>In aggiunta, come anche dicono gli esperti al <a href="https://www.sciencemediacentre.org/expert-reaction-to-wildfires-in-france-and-spain/" rel="noopener">Science Media Center britannico</a>, è particolarmente ovvio che per ridurre il rischio incendi serve continuare a tagliare sui combustibili fossili, visto che sono la causa principale del cambiamento climatico. E – altrettanto ovvio, ma evidentemente necessario ricordarlo – evitare di accendere fuochi dove non consentito (vedi <a href="https://www.pngp.it/regolamento-fruizione" rel="noopener">parchi</a>) e gettare cicche di sigarette o oggetti simili in giro. Non è solo una questione di buona educazione e pulizia.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Com'è stato il clima del 2025 in Italia e in Europa?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/stato-clima-2025-italia-europa/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/stato-clima-2025-italia-europa/</guid><pubDate>Fri, 24 Jul 2026 07:09:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Il 2025 è stato un anno caldo per l&amp;amp;rsquo;Italia e l&amp;amp;rsquo;Europa, che si inserisce nella tendenza di riscaldamento in atto ormai da anni. Ne risentono gli oceani e i ghiacci montani, che registrano record stagionali considerevoli. Allo stesso tempo le tecnologie &amp;amp;ldquo;pulite&amp;amp;rdquo; aumentano, anche se si potrebbe fare meglio: l&amp;amp;rsquo;inerzia climatica non deve demotivare.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/stato-clima-2025-italia-europa-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/stato-clima-2025-italia-europa-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<h2 id="in-italia-e-in-europa-ha-fatto-molto-caldo">In Italia e in Europa ha fatto molto caldo</h2><p>A livello globale, il 2025 si posiziona come il terzo anno più caldo mai registrato, dopo il 2024 e il 2023, considerando insieme le temperature medie di oceani e terre emerse; se si guardano solo le terre emerse, è invece il secondo più caldo di sempre, dopo il 2024 (che fu il primo anno in cui la temperatura media globale superò temporaneamente 1,5°C). Il servizio <a href="https://climate.copernicus.eu/sites/default/files/custom-uploads/ESOTC-2025/ESOTC-2025-report.pdf" rel="noopener">Copernicus Climate Change Service</a> indica per il 2025 un&rsquo;anomalia di temperatura media globale di 1,47°C rispetto al periodo preindustriale e di 0,59°C rispetto al trentennio climatologico 1991-2020. Di seguito le anomalie termiche italiane sovrapposte a quelle globali.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/stato-clima-2025-italia-europa-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/stato-clima-2025-italia-europa-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/stato-clima-2025-italia-europa-body-1.png.webp 747w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="anomalie termiche italia vs mondo" width="747" height="552" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Secondo il più recente <a href="https://www.snpambiente.it/pubblicazioni/report-snpa/il-clima-in-italia-nel-2025" rel="noopener">rapporto</a> sullo stato del clima del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) in <a href="https://www.snpambiente.it/notizie/snpa/mari-sempre-piu-caldi-nel-2025-secondo-valore-piu-alto-mai-registrato" rel="noopener">Italia</a> il quadro è simile: il 2025 risulta il quarto anno più caldo dall&rsquo;inizio delle rilevazioni, preceduto solo da 2024, 2022 e 2023, con un&rsquo;anomalia di 1,03°C rispetto al periodo 1991-2020 (circa tre decimi di grado in meno rispetto al picco del 2024). Il mese di giugno 2025 è secondo solo al record assoluto italiano del 2003, con un 3,23°C sopra la media storica.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/stato-clima-2025-italia-europa-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/stato-clima-2025-italia-europa-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/stato-clima-2025-italia-europa-body-2.png.webp 737w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="anomalie termiche italia nel 2025" width="737" height="571" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Anche i mari italiani hanno registrato un anno da record: la temperatura marina media annuale ha toccato i 20°C, con picchi oltre i 26°C in piena estate (26,64°C a luglio e 26,48°C ad agosto), superando di 1,18°C il riferimento del 1991-2020. Dal 1982 è il secondo valore più alto mai misurato. A livello europeo la temperatura superficiale del mare ha raggiunto invece il valore più alto mai registrato, con l'86% dell&rsquo;area (percentuale record) che è stata interessata da condizioni di “ondata di calore marina”.</p>
<h2 id="montagne-e-ghiacciai-in-crisi">Montagne e ghiacciai in crisi</h2><p>Sulla vetta del <a href="https://www.snpambiente.it/notizie/temperature-record-in-cima-al-monte-bianco-lanomalia-termica-arriva-in-quota" rel="noopener">Monte Bianco</a> (che è alto 4807 metri), storicamente una delle zone più fredde d&rsquo;Europa, le temperature hanno superato lo zero più volte nelle scorse settimane: il 18 giugno (+0,8°C), il 24 giugno con una media oraria massima di +2°C, e ancora il 25 e il 26 giugno. Un fenomeno che nel 2025 si era già manifestato a settembre, con temperature positive misurate in vetta, e con un lungo periodo di caldo anomalo tra il 10 e il 12 agosto e un massimo di temperatura oraria oltre i 5°C. Poco distante, sulla parete nord del <a href="https://www.arpa.vda.it/notizie/clima/temperature-record-in-cima-al-monte-bianco-lanomalia-termica-arriva-in-quota" rel="noopener">Cervino</a>, un temporale ha scaricato pioggia e grandine oltre i 4000 metri il 25 giugno scorso, con lo zero termico salito fino alla fascia tra i 4300 e i 4800 metri: le <a href="https://www.montagna.tv/276044/pioggia-oltre-i-4000-metri-sul-cervino-la-cascata-dacqua-corre-sulla-parete-nord/" rel="noopener">immagini</a> di cascate d&rsquo;acqua lungo pareti hanno suscitato un certo scalpore. Per altro, sempre per il 2026, Copernicus già <a href="https://climate.copernicus.eu/surface-air-temperature-june-2026" rel="noopener">ci dice</a> che questo giugno è stato il più caldo di sempre per l&rsquo;Europa occidentale (e il secondo più caldo a livello globale, con temperatura media di 16,54°C, cioè 1,39°C sopra la media del periodo pre-industriale).</p>
<p>A livello continentale, tutte le regioni glaciali monitorate da Copernicus hanno registrato una notevole perdita di massa nel corso del 2025. La Groenlandia da sola ha perso circa 139 miliardi di tonnellate di ghiaccio, mentre l&rsquo;estensione e la massa del manto nevoso globale di fine stagione sono risultate le terze più basse mai registrate.</p>
<h2 id="piogge-sempre-più-irregolari-e-risorsa-idrica-in-calo">Piogge sempre più irregolari e risorsa idrica in calo</h2><p>In Italia, le <a href="https://www.snpambiente.it/notizie/snpa/mari-sempre-piu-caldi-nel-2025-secondo-valore-piu-alto-mai-registrato" rel="noopener">precipitazioni</a> disegnano un paese diviso in due. Nel 2025 le piogge complessive sono rimaste vicine alla media climatologica 1991-2020, ma con una distribuzione molto disomogenea: al Nord sono aumentate del 7%, migliorando il quadro idrico dell&rsquo;area, mentre al Sud e nelle Isole sono diminuite del 5%. Questo squilibrio si riflette chiaramente sulla disponibilità di acqua: la risorsa idrica stimata a livello nazionale per il 2025 è di circa 128 miliardi di metri cubi, un valore inferiore alle medie storiche di oltre il 7%, del 4% rispetto al trentennio più recente e addirittura del 19% rispetto al 2024.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/stato-clima-2025-italia-europa-body-3.png.webp" alt="carenza di pioggia in italia a giugno" width="503" height="447" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Anomalie della precipitazione cumulata mensile di giugno 2025 espresse in percentuali, rispetto al valore normale 1991-2020</p>
<h2 id="linerzia-climatica-non-deve-demotivare-la-transizione">L’inerzia climatica non deve demotivare la transizione</h2><p>Il fatto che si stanno registrando record climatici è purtroppo del tutto normale, dal momento che abbiamo iniziato tardi a fare la transizione ecologica. Ancora non siamo neanche su una traiettoria che ci farebbe stare sotto i 2°C, anche se abbiamo scongiurato gli scenari peggiori. Per cui, vanno accolte come buone notizie la crescita di rinnovabili, mobilità elettrica, riforestazione e le altre importanti azioni di mitigazione climatica. Anche se si può fare molto di meglio.</p>
<p>A livello europeo, nel 2025 le fonti <a href="https://climate.copernicus.eu/esotc/2025/renewable-energy-resources" rel="noopener">rinnovabili</a> hanno coperto quasi la metà (46,4%) dell&rsquo;elettricità prodotta nel continente, con il solare che ha raggiunto un nuovo record di contributo, pari al 12,5%. Secondo le più recenti <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/news/emissioni-di-gas-serra-possibile-riduzione-del-55-entro-il-2030" rel="noopener">valutazioni</a> dell&rsquo;ISPRA, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione (ETS), la crescita delle rinnovabili e l&rsquo;innovazione industriale stanno contribuendo concretamente alla riduzione delle emissioni di gas serra in Italia.</p>
<p>Anche il mercato delle pompe di calore è tornato a crescere: i <a href="https://energy.ec.europa.eu/topics/energy-efficiency/heat-pumps_en" rel="noopener">dati europei preliminari</a> indicano nel 2025 un +11% di vendite rispetto al 2024 con 2,34 milioni di unità vendute nei 13 Stati membri che hanno già comunicato i dati; la Commissione europea sottolinea che la crescita è maggiore nei Paesi con incentivi stabili. Motivo per cui andrebbero rafforzati.</p>
<h2 id="i-veicoli-elettrici-continuano-a-crescere">I veicoli elettrici continuano a crescere</h2><p>Secondo <a href="https://www.eea.europa.eu/en/topics/in-depth/electric-vehicles" rel="noopener">l&rsquo;Agenzia europea dell&rsquo;ambiente</a> (EEA), le emissioni di gas serra delle auto elettriche sono già oggi inferiori del 17-30% rispetto a quelle di un&rsquo;auto a benzina o diesel equivalente, calcolate sull&rsquo;intero ciclo di vita del veicolo. Il margine di miglioramento è ancora ampio: con processi produttivi più efficienti e un mix elettrico sempre più pulito, le emissioni lungo il ciclo di vita di un&rsquo;auto elettrica tipica potrebbero ridursi di almeno il 73% entro il 2050 rispetto ai livelli attuali. Intanto la diffusione prosegue: le nuove immatricolazioni nel 2025 di <a href="https://www.acea.auto/pc-registrations/new-car-registrations-1-8-in-2025-battery-electric-17-4-market-share" rel="noopener">auto elettriche</a> in Europa sono arrivate a rappresentare il 17,4% del mercato secondo l&rsquo;Associazione europea dei costruttori di automobili (ACEA); nel 2024 la quota era del 13,6%, registrando quindi un aumento di quasi 4 punti percentuali in un anno. Considerando anche Regno Unito e Paesi EFTA (Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera), la quota sale al 19,5%. La quota continua sostanzialmente a crescere di anno in anno, anche se senza politiche settoriali efficaci, l&rsquo;Italia rischia di non raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati per il 2030.</p>
<h2 id="tante-foreste-ma-in-crisi">Tante foreste, ma in crisi</h2><p><a href="https://www.eea.europa.eu/en/topics/in-depth/forests-and-forestry" rel="noopener">L&rsquo;Agenzia europea dell&rsquo;ambiente</a> ricorda che le foreste coprono circa il 40% della superficie dell&rsquo;Unione europea e costituiscono il più grande ecosistema terrestre del continente. Oltre a ospitare una quota rilevante della biodiversità europea, svolgono un ruolo essenziale nel fornire servizi ecosistemici fondamentali: la regolazione del ciclo dell&rsquo;acqua, la protezione dal dissesto idrogeologico, la produzione di biomassa e legname e, appunto, l&rsquo;assorbimento di CO₂. Tra il 1990 e il 2022 le foreste europee hanno assorbito circa il 10% delle emissioni di gas serra dell&rsquo;Unione. Tuttavia, secondo il <a href="https://joint-research-centre.ec.europa.eu/jrc-news-and-updates/european-forest-carbon-sink-declining-can-we-reverse-trend-2025-07-30_en" rel="noopener">Joint Research Centre</a> (JRC), la loro capacità di assorbire carbonio è in progressivo calo: nel triennio 2020-2022 il serbatoio di assorbimento medio (in inglese <em>carbon sink</em>) è diminuito di circa il 27% rispetto alla media del periodo 2010-2014.</p>
<p>L’EEA e il JRC attribuiscono questa tendenza a una combinazione di fattori, tra cui l&rsquo;invecchiamento delle foreste, che ne rallenta la crescita, l&rsquo;aumento dei tagli forestali, compresi quelli effettuati per il recupero dei danni causati da eventi estremi, e gli effetti sempre più evidenti dei cambiamenti climatici. Siccità ricorrenti, ondate di calore, incendi boschivi, infestazioni di insetti e parassiti, oltre a tempeste e schianti da vento, stanno infatti riducendo la capacità delle foreste europee di immagazzinare carbonio.</p>
<p>Il noioso imperativo di ridurre le emissioni resta valido e quando si monitora l’Italia non ha senso farlo senza considerare anche il resto d’Europa; è il motivo per cui assieme a SNPA e ISPRA abbiamo letto i dati di Copernicus, EEA e JRC. Ovviamente la transizione deve continuare in tutto il mondo, ma i paesi occidentali hanno più capacità tecnologica e più responsabilità storiche per poterla e doverla fare. E per aiutare quelli poveri e in via di sviluppo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>ECHO: quando i cittadini diventano scienziati del suolo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/echo-quando-cittadini-diventano-scienziati-suolo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/echo-quando-cittadini-diventano-scienziati-suolo/</guid><pubDate>Wed, 22 Jul 2026 16:44:00 +0100</pubDate><dc:creator>Giorgia Mocilnik</dc:creator><category>ambiente</category><description>Il progetto europeo di citizen science ECHO coinvolge cittadini e studenti nella raccolta di dati sulla salute dei suoli, in un continente dove tra il 60 e il 70% dei terreni è già degradato. Con l&amp;amp;rsquo;aiuto della app EchoSoil, kit di campionamento, ambasciatori sul territorio e nuove piattaforme digitali, l&amp;amp;rsquo;obiettivo è costruire una mappa condivisa per proteggere l&amp;amp;rsquo;ecosistema che sta sotto i nostri piedi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/echo-quando-cittadini-diventano-scienziati-suolo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/echo-quando-cittadini-diventano-scienziati-suolo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il luogo più affollato del pianeta è nascosto <a href="https://in.boell.org/sites/default/files/soil_atlas_2015_1.pdf" rel="noopener">nei primi trenta centimetri di suolo</a>. Qui vive circa il 60% della biodiversità terrestre: batteri, funghi, lombrichi, nematodi e migliaia di altri organismi che contribuiscono alla fertilità del terreno, al ciclo dei nutrienti, alla produzione di cibo e alla capacità del suolo di immagazzinare carbonio.</p>
<p>Eppure, questo universo brulicante di vita passa spesso inosservato. Nell’immaginario comune il suolo coincide ancora con la superficie che calpestiamo o sulla quale costruiamo case e strade, dimenticando che è una vera e propria “pelle viva” del pianeta: filtra l’acqua, sostiene la crescita delle piante, regola il clima e mantiene in equilibrio gli ecosistemi. Proprio perché svolge queste funzioni lontano dai nostri occhi, il suo valore viene spesso sottovalutato.</p>
<h2 id="un-progetto-europeo-per-conoscere-e-proteggere-il-suolo">Un progetto europeo per conoscere e proteggere il suolo</h2><p>Secondo l’Osservatorio europeo del suolo (EUSO), tra il 60 e il 70% dei suoli europei è degradato. Da questa consapevolezza nasce <a href="https://echosoil.eu/" rel="noopener">ECHO (Engaging Citizens in Soil Science: The Road to Healthier Soils)</a>, un progetto europeo di citizen science che vuole cambiare il modo in cui guardiamo al suolo: non più una semplice superficie, ma un ecosistema vivo da conoscere, monitorare e proteggere. Attraverso l’osservazione diretta e l’esperienza sul campo, i partecipanti diventano protagonisti della ricerca e osservatori attivi di un patrimonio naturale troppo spesso ignorato. Finanziato da Horizon Europe e avviato nel 2023, ECHO è coordinato dalla Libera Università di Bolzano e riunisce 16 organizzazioni europee e scozzesi, tra cui università, istituti di ricerca, imprese e fondazioni.</p>
<p>L&rsquo;obiettivo di ECHO è duplice: raccogliere dati aggiornati sullo stato di salute dei suoli europei e, allo stesso tempo, aumentare la <a href="https://www.openaccessgovernment.org/article/citizen-science-initiatives-for-soil-literacy/178424/" rel="noopener">soil literacy</a>.</p>
<p>«I primi mesi del progetto sono stati focalizzati all&rsquo;analisi di oltre 60 iniziative esistenti di citizen science dedicate alla salute del suolo in Europa» spiega Tanja Mimmo, professoressa ordinaria di Chimica agraria alla Libera Università di Bolzano e coordinatrice di ECHO. «Questa revisione ci ha permesso di individuare gli approcci più efficaci per coinvolgere i cittadini, comprenderne gli effetti sulla ricerca e sulla società e sviluppare un modello più accessibile e standardizzato».</p>
<h2 id="come-diventare-cittadini-scienziati-del-suolo">Come diventare cittadini scienziati del suolo</h2><p>Chiunque può partecipare. Il primo passo è scaricare l&rsquo;app del progetto (si chiama EchoSoil, disponibile per <a href="https://apps.apple.com/it/app/echosoil/id6744526148" rel="noopener">iOs</a> e <a href="https://play.google.com/store/apps/details?id=com.ninvus.echo&amp;pcampaignid=web_share" rel="noopener">Android</a>) e richiedere un kit di campionamento attraverso la rete degli Ambasciatori (ECHO Ambassadors), volontari formati dagli esperti. Seguendo le istruzioni all’interno del kit, i partecipanti raccolgono un campione di suolo di 30 × 30 × 30 centimetri e ne osservano alcune caratteristiche direttamente sul campo. Il progetto si distingue da altre iniziative simili perché coinvolge i cittadini nel monitoraggio di otto indicatori della salute del suolo, definiti dalla <a href="https://www.openaccessgovernment.org/article/advancing-the-soil-deal-for-europe-through-cyberinfrastructure-and-citizen-science/178352/" rel="noopener">Missione europea <em>A Soil Deal for Europe</em></a>.</p>
<p>Grazie all&rsquo;app e al kit di campionamento è possibile raccogliere dati sul pH, sulla struttura e tessitura del terreno, sulla presenza di nutrienti, sulla sostanza organica, sulla copertura vegetale e forestale e sull&rsquo;eterogeneità del paesaggio circostante. I campioni vengono poi inviati dagli Ambassador ai laboratori, dove i ricercatori completano le analisi più complesse, come la determinazione dei metalli pesanti e lo studio della diversità microbica.</p>
<p>Tutti i dati raccolti confluiscono in <a href="https://echorepo.quanta-labs.com/explore" rel="noopener">ECHOREPO,</a> una piattaforma digitale open source e open access sviluppata nell&rsquo;ambito del progetto. Qui vengono integrati con informazioni provenienti da ricercatori e altre banche dati, organizzati secondo i principi FAIR <em>(Findable, Accessible, Interoperable, Reusable)</em> e resi interoperabili, così da poter essere facilmente riutilizzati.</p>
<p>L&rsquo;obiettivo è quello di superare la frammentazione delle informazioni e costruire un archivio comune e sostenibile nel tempo a supporto della ricerca scientifica, ma anche delle istituzioni, dei decisori politici, degli agricoltori e degli educatori impegnati nella tutela del suolo.</p>
<p>«Tra le sfide più grandi c’è quella di generare informazioni e colmare lacune conoscitive su larga scala, tenendo conto della diversità degli usi del territorio europeo, dei tipi di suolo, delle regioni biogeografiche e, soprattutto, delle esigenze dei diversi portatori di interesse» spiega ancora Mimmo. Per questo il team di ECHO punta a raccogliere dati in 16.500 siti distribuiti tra l&rsquo;Europa e la Scozia, coinvolgendo comunità locali con esperienze e conoscenze diverse. In Italia si contano 916 siti di campionamento e risultano ancora scoperte alcune regioni, come Valle d&rsquo;Aosta, Liguria, Veneto, Molise e Friuli-Venezia Giulia.</p>
<p>Nel frattempo, sono già state numerose le iniziative organizzate dagli Ambassador, dagli studenti e dai musei per promuovere il valore del suolo in tutto il Paese.</p>
<p>ECHO guarda anche alle nuove generazioni e alla capacità di raccontare il suolo attraverso linguaggi diversi. A questo fine è nato <a href="https://echosoil.eu/echo-soil-challenge-soil-stories" rel="noopener">Soil Stories</a>, un&rsquo;iniziativa con scadenza al 9 di novembre rivolta a scuole, insegnanti, educatori e agli ECHO Soil Ambassador. Un’occasione che invita studenti e studentesse a osservare il suolo, sperimentare sul campo e raccontare le proprie scoperte con disegni, fotografie, collage, video, podcast, musica o piccoli esperimenti scientifici.</p>
<p>Le attività possono prendere spunto dal kit di campionamento di ECHO o dal laboratorio didattico <a href="http://www.soilabforteens.eu/index.html" rel="noopener">SoiLab for Teens</a>, lasciando ampio spazio alla creatività e all&rsquo;interpretazione personale. Scaricabile gratuitamente dal sito del progetto, SoiLab for Teens trasforma il suolo da argomento teorico a esperienza concreta attraverso giochi, esperimenti e schede che promuovono un apprendimento partecipativo e interdisciplinare.</p>
<h2 id="le-minacce-al-suolo-e-la-strada-da-percorrere">Le minacce al suolo e la strada da percorrere</h2><p>Molte delle minacce che gravano sul suolo derivano dalle attività umane: dalla trasformazione di terreni agricoli e naturali in edifici e superfici impermeabili, ai sistemi di coltivazione intensivi che ne compromettono la salute. «Il suolo non dovrebbe mai essere lasciato spoglio: senza copertura vegetale è molto più vulnerabile al vento e alle piogge intense», osserva Tanja Mimmo.</p>
<p>Dopo la conclusione della raccolta dei dati, il progetto proseguirà fino all&rsquo;aprile 2027 con una fase dedicata al confronto sulle politiche per la salute del suolo. Tra gli appuntamenti previsti figura anche un workshop sulle policy, in programma a novembre 2026 durante la <a href="https://ferticovery.eu/events/european-mission-soil-week/" rel="noopener">European Mission Soil Week</a> di Dublino.</p>
<p>Parallelamente, i ricercatori vogliono capire se l&rsquo;esperienza diretta con ECHO possa lasciare un segno duraturo: creare un legame emotivo con il suolo, modificarne la percezione e incoraggiare l&rsquo;adozione di pratiche più sostenibili.</p>
<p>In fondo, l&rsquo;ambizione di ECHO è proprio questa: invitarci a guardare il suolo non come uno sfondo, ma come un ecosistema vivo di cui anche noi siamo parte. E per farlo non serve andare lontano: basta il terreno di un giardino, di uno spazio urbano o di un bosco a noi caro. Un modo per conoscere meglio anche questi suoli, dove oggi mancano ancora molte informazioni.</p>
<p><em>Al progetto oltre alla Libera Università di Bolzano-Bozen, partecipano il consorzio Re Soil Foundation, l’Università di Hohenheim, l’associazione FCiências.ID, l’Università di Lisbona, l’Università di Bologna, il James Hutton Institute, l’Università della Finlandia Orientale, l’American Farm School, l’Università Stefan Cel Mare Suceava e l’Università di Extremadura. Oltre alle imprese Solutopus, Plantpress, Quanta Labs e Ambienta e alla Fondazione Ibercivis.</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Transizione energetica: realtà tecnologica e promesse per il futuro</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/transizione-energetica-realta-tecnologica-promesse-futuro/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/transizione-energetica-realta-tecnologica-promesse-futuro/</guid><pubDate>Tue, 21 Jul 2026 06:52:00 +0100</pubDate><dc:creator>Marco Tannino</dc:creator><category>energia</category><description>La crisi energetica degli ultimi anni ha riportato al centro del dibattito non solo la decarbonizzazione, ma anche la sicurezza degli approvvigionamenti e la resilienza delle infrastrutture. I dati più recenti mostrano che la crescita delle fonti a basse emissioni sta ormai coprendo l&amp;amp;rsquo;aumento della domanda mondiale di elettricità, mentre il sistema energetico continua a dipendere in larga misura dai combustibili fossili. Ma quali tecnologie sono già mature, quali stanno emergendo e quali appartengono ancora al futuro?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/transizione-energetica-realta-tecnologica-promesse-futuro-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/transizione-energetica-realta-tecnologica-promesse-futuro-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina e l’acuirsi delle tensioni in Medio Oriente hanno rafforzato la consapevolezza che la questione energetica non riguarda soltanto la sostenibilità ambientale. Oggi, le questioni centrali riguardano la sicurezza degli approvvigionamenti e la resilienza delle infrastrutture. Sulla base dei dati pubblicati dai principali organismi internazionali del settore, questa analisi distingue le tecnologie mature, già impiegate su larga scala, dalle soluzioni ancora in fase di sviluppo e dalle prospettive più lontane, che rimangono per ora confinate all’ambito della ricerca. </p>
<h2 id="la-domanda-energetica-globale">La domanda energetica globale </h2><p>L’attuale sistema energetico si è sviluppato nel corso di oltre un secolo attorno ai combustibili fossili. Secondo il Global Energy Review 2026 dell’International Energy Agency, la domanda energetica globale è aumentata dell’1,3% nel 2025, pari a circa 8 exajoule. Petrolio, carbone e gas naturale hanno continuato a fornire oltre 500 EJ di energia primaria, pari a oltre l’80% della domanda energetica mondiale.</p>
<p>Un elemento nuovo riguarda la composizione della crescita. L’elettrificazione assume un ruolo sempre più importante. Nel 2025 la domanda elettrica mondiale è aumentata di circa 849 TWh (+2,8% rispetto al 2024), superando i 31.000 TWh. Si tratta di una crescita superiore a quella della domanda energetica totale, trainata da usi finali molto diversi negli edifici, nell&rsquo;industria, nei veicoli elettrici e nei data center. Questi ultimi, negli Stati Uniti, secondo l’IEA, hanno rappresentato circa la metà dell’aumento della domanda elettrica nel 2025.<br>
Ancora più rilevante è il modo in cui questa crescita è stata soddisfatta. Il <a href="https://ember-energy.org/latest-insights/global-electricity-review-2026/" rel="noopener">Global Electricity Review 2026</a> di Ember mostra che nel 2025 la produzione da fonti a basse emissioni è aumentata di circa 887 TWh, a fronte di un incremento della domanda elettrica di 849 TWh. Per la prima volta dal 2020, la generazione da combustibili fossili ha registrato una lieve diminuzione pari a 38 TWh (-0,2% rispetto al 2024). Si tratta di uno dei segnali più significativi emersi nel 2025: l&rsquo;aumento della produzione da fonti pulite è stato sufficiente a soddisfare l&rsquo;intera crescita della domanda mondiale di elettricità.</p>
<h2 id="le-tecnologie-mature-fotovoltaico-eolico-idroelettrico-geotermia-e-nucleare-da-fissione">Le tecnologie mature: fotovoltaico, eolico, idroelettrico, geotermia e nucleare da fissione </h2><p>Fotovoltaico, eolico, idroelettrico, geotermia e nucleare da fissione costituiscono oggi tecnologie mature, già operative su scala industriale e in grado di contribuire alla produzione di energia e alla riduzione delle emissioni. Il loro ruolo, tuttavia, è diverso per velocità di crescita, programmabilità, costi, disponibilità geografica e integrazione nel sistema elettrico. <br>
Il solare ha coperto da solo circa tre quarti dell’aumento della domanda elettrica mondiale. Secondo Ember, nel 2025 ha raggiunto una produzione di 2778 TWh, con un incremento di 636 TWh rispetto al 2024 (+30%). La capacità solare installata ha continuato a crescere rapidamente, con circa 647 GW di nuove installazioni nel 2025. Si tratta del maggiore aumento annuale mai registrato da una singola fonte elettrica. La Cina ha rappresentato oltre la metà dell’aumento globale sia della capacità sia della generazione solare. Va inoltre notato che nel 2025 il solare ha superato l’eolico a livello globale e si è avvicinato alla produzione nucleare con una generazione mondiale comparabile alla domanda elettrica complessiva dell’Unione Europea. </p>
<p>L’eolico ha registrato il secondo maggiore incremento tra le fonti elettriche, con una crescita di 205 TWh, pari a +8,2%. Insieme, solare ed eolico hanno aggiunto circa 841 TWh di generazione, una quantità quasi pari all’intero incremento della domanda elettrica mondiale. </p>
<p>L’idroelettrico rimane una delle principali fonti rinnovabili in termini di produzione elettrica, ma il suo margine di espansione è più limitato rispetto a solare ed eolico, perché molti siti favorevoli sono già stati sfruttati e i nuovi grandi impianti comportano spesso rilevanti impatti ambientali e sociali. Nel 2025 la produzione idroelettrica globale è rimasta sostanzialmente stabile, con forti differenze regionali: è aumentata in Cina e India, ma è diminuita in Brasile, in Turchia e in alcune aree europee.</p>
<p>La geotermia è una fonte rinnovabile programmabile, disponibile in modo continuo, ma fortemente vincolata alla disponibilità di risorse geologiche favorevoli. Il suo contributo alla produzione elettrica globale resta inferiore all’1%. </p>
<p>Anche il nucleare da fissione rientra tra le tecnologie mature a basse emissioni di carbonio. Per il 2025, l’International Energy Agency (IEA) ha registrato che la produzione nucleare mondiale ha raggiunto il livello più elevato di sempre. Il suo principale vantaggio operativo consiste nella capacità di produrre grandi quantità di elettricità in modo continuo, con elevati fattori di capacità. Rimangono però rilevanti i temi dei costi, dei tempi di costruzione, della gestione dei rifiuti radioattivi e dell’accettabilità sociale. </p>
<p>Accanto ai reattori convenzionali sono in sviluppo gli Small Modular Reactors (SMR) e gli Advanced Modular Reactors (AMR). Queste tecnologie puntano a una maggiore modularità, con componenti realizzati in fabbrica e assemblati in sito, e a potenze più contenute, generalmente comprese tra 10 e 300 MWe per unità (energia elettrica netta immessa in rete). </p>
<p>Gli SMR più maturi miniaturizzano la tecnologia ad acqua leggera oggi impiegata nei reattori convenzionali, con efficienze termiche dell&rsquo;ordine del 30–34% e un livello di maturità tecnologica generalmente compreso tra TRL 6 e TRL 8 (Technology Readiness Level, scala internazionale da 1 a 9 che misura il grado di sviluppo di una tecnologia). Gli AMR, ancora in una fase di sviluppo meno avanzata (TRL 5–6), comprendono diverse tecnologie di IV generazione, con l&rsquo;obiettivo di aumentare l&rsquo;efficienza, migliorare l&rsquo;utilizzo del combustibile e, in alcune configurazioni, favorire la chiusura del ciclo del combustibile, con possibili benefici nella gestione dei rifiuti radioattivi.</p>
<p>Secondo uno scenario elaborato dalla Nuclear Energy Agency (NEA) dell&rsquo;OCSE, entro il 2035 potrebbero essere installati fino a circa 21 GWe di piccoli reattori modulari nel mondo. Una capacità equivalente, in termini di potenza complessiva, a quella di circa venti reattori convenzionali della flotta francese, ma distribuita in numerosi moduli di dimensioni inferiori.</p>
<p>Questa prospettiva continua tuttavia a dividere il dibattito scientifico e politico. Tra i principali critici figura anche il Premio Nobel Giorgio Parisi, secondo il quale il ritorno al nucleare rischia di rappresentare una &ldquo;distrazione&rdquo; rispetto alle priorità energetiche immediate, quali il potenziamento delle reti elettriche e l&rsquo;accelerazione della diffusione delle fonti rinnovabili. Parallelamente, resta da verificare la competitività economica di questi sistemi e la loro capacità di rispettare tempi e costi previsti in fase di progetto. Secondo alcuni osservatori, i tempi necessari per una loro diffusione su larga scala potrebbero risultare poco compatibili con l&rsquo;urgenza della decarbonizzazione.</p>
<h2 id="accumulo-dellenergia-reti-e-costo-del-sistema">Accumulo dell’energia, reti e costo del sistema </h2><p>Fotovoltaico ed eolico producono quando la risorsa naturale è disponibile, non necessariamente quando la domanda è più elevata. Per questo motivo, i benefici associati a queste tecnologie dipendono anche dalla capacità di trasportare, accumulare e gestire in modo flessibile l&rsquo;energia prodotta. Reti elettriche, sistemi di accumulo e gestione della domanda diventano quindi elementi essenziali della transizione energetica.</p>
<p>Nel 2025 le batterie hanno registrato una forte espansione con un aumento di nuove installazioni di circa il 40%, raggiungendo quasi 110 GW. Una crescita favorita dal rapido calo dei costi, diminuiti del 20% nel 2024 e di un ulteriore 45% nel 2025.</p>
<p>Dove sono presenti condizioni geografiche favorevoli, anche il pompaggio idroelettrico rappresenta una soluzione per l’accumulo energetico di lunga durata. Si tratta di una tecnologia caratterizzata da una lunga vita operativa e da grandi capacità di stoccaggio.</p>
<p>Per applicazioni che richiedono tempi di accumulo ancora più lunghi può essere utilizzato l’idrogeno prodotto mediante elettrolisi. Tuttavia, la catena elettricità-idrogeno–elettricità presenta rendimenti molto inferiori rispetto all’accumulo elettrochimico diretto e richiede infrastrutture dedicate. Per questo motivo, il suo impiego appare vantaggioso nei settori difficili da elettrificare e nell&rsquo;accumulo stagionale, più che nel bilanciamento quotidiano delle reti.</p>
<h2 id="energia-da-fusione-una-prospettiva-di-lungo-periodo">Energia da fusione: una prospettiva di lungo periodo </h2><p>La fusione nucleare rimane una delle prospettive scientifiche più ambiziose nel campo dell&rsquo;energia. Attualmente, la ricerca globale si articola su due approcci principali: il confinamento magnetico e il confinamento inerziale. </p>
<p>Il principale programma internazionale di confinamento magnetico è il <a href="https://www.iter.org/" rel="noopener">progetto ITER</a>, in costruzione a Cadarache, nel sud della Francia. Il progetto coinvolge un consorzio internazionale di 35 Paesi e il suo obiettivo non è immettere elettricità nella rete, ma dimostrare la fattibilità scientifica della fusione a confinamento magnetico su larga scala.<br>
Un&rsquo;alternativa radicale è rappresentata dal confinamento inerziale, una tecnica che utilizza una potente batteria di laser per colpire e comprimere istantaneamente una minuscola sferetta di combustibile. Questo approccio ha registrato un&rsquo;accelerazione storica da quando gli scienziati del NIF (National Ignition Facility) negli Stati Uniti sono riusciti per la prima volta a produrre più energia di quanta ne fosse stata immessa dai laser per innescare la reazione. </p>
<p>Va detto comunque che malgrado i progressi scientifici, restano aperte molte sfide tecniche prima di vedere una centrale a fusione nucleare operativa. </p>
<h2 id="solare-spaziale-una-possibilità-ancora-lontana">Solare spaziale: una possibilità ancora lontana </h2><p>Un altro possibile sistema di produzione di energia futuribile è quello del solare spaziale, o Space-Based Solar Power, che prevede la produzione di energia tramite grandi impianti fotovoltaici collocati in orbita e la trasmissione verso la Terra dell’energia prodotta mediante microonde o laser. </p>
<p>Il vantaggio teorico consiste nella possibilità di raccogliere radiazione solare quasi continua, senza alternanza giorno-notte e senza i limiti meteorologici degli attuali impianti terrestri. La loro realizzazione richiederebbe il lancio e l’assemblaggio nello spazio di strutture enormi, la gestione della manutenzione orbitale ed elevate efficienze di trasmissione. Si tratta di progetti che al momento rimangono nell’ambito della ricerca. </p>
<h2 id="gli-investimenti">Gli investimenti </h2><p>I flussi di capitale mostrano quali soluzioni governi, imprese e mercati considerano oggi più rilevanti per soddisfare la crescita della domanda e rafforzare la sicurezza energetica. Per questo motivo, gli investimenti rappresentano uno degli indicatori più utili per comprendere la direzione della transizione energetica. Secondo il World Energy Investment 2026 dell’International Energy Agency, gli investimenti globali nel settore energetico dovrebbero raggiungere circa 3.400 miliardi di dollari nel 2026, con una crescita del 5% rispetto all’anno precedente.</p>
<p>Nel complesso, gli investimenti nelle tecnologie a basse emissioni risultano ormai quasi doppi rispetto a quelli destinati ai combustibili fossili e circa il 60% degli investimenti energetici mondiali è oggi legato al settore elettrico, riflettendo il ruolo crescente dell’elettrificazione nella trasformazione del sistema energetico. Questo cambiamento evidenzia il crescente peso delle tecnologie a basse emissioni e dell&rsquo;elettrificazione nelle strategie di investimento del settore energetico.</p>
<p>Nel 2026 gli investimenti nelle fonti rinnovabili sono stimati in circa 665 miliardi di dollari. Di questi, circa 365 miliardi riguardano il fotovoltaico. Parallelamente, assumono un’importanza crescente anche le infrastrutture di rete e i sistemi di accumulo. Gli investimenti nelle reti elettriche sono stimati intorno ai 550 miliardi di dollari, mentre circa 100 miliardi dovrebbero essere destinati ai sistemi di accumulo a batterie.</p>
<h2 id="cosa-dicono-i-dati">Cosa dicono i dati</h2><p>La transizione energetica è già visibile nel settore elettrico, dove la crescita del solare, dell&rsquo;eolico e delle altre fonti a basse emissioni è ormai sufficiente, in molti Paesi, a coprire gran parte dell&rsquo;aumento della domanda di elettricità, contribuendo a contenere il ricorso ai combustibili fossili. Tuttavia, la trasformazione del mix energetico mondiale è ancora lontana dall&rsquo;essere completata, poiché petrolio, carbone e gas naturale continuano a rappresentare oltre l'80% del consumo mondiale di energia primaria.</p>
<p>La transizione appare quindi come una complessa trasformazione di sistema, nella quale generazione a basse emissioni, reti, accumuli, elettrificazione e sicurezza degli approvvigionamenti devono procedere insieme. Un processo che richiede scelte pragmatiche, ingenti investimenti e una chiara definizione delle priorità.</p>
<p>Il prossimo decennio sarà decisivo per bilanciare il sostegno alle tecnologie già mature con la ricerca sulle soluzioni di lungo periodo, favorendo al tempo stesso il rapido dispiegamento delle tecnologie già disponibili, essenziali per accelerare la decarbonizzazione e la diversificazione delle fonti energetiche.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>ISPRA: quali sono le minacce principali per gli uccelli</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ispra-quali-minacce-principali-uccelli/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ispra-quali-minacce-principali-uccelli/</guid><pubDate>Mon, 20 Jul 2026 06:04:00 +0100</pubDate><dc:creator>Marco Mantovani</dc:creator><category>animali</category><description>Un’analisi condotta da ISPRA su 623 esemplari appartenenti a 21 specie, nell’arco di 17 anni, rivela che le morti dell’avifauna provocate dall’essere umano sono quasi il doppio di quelle dovute a cause naturali. Elettrocuzione, collisioni con infrastrutture energetiche e bracconaggio sono le cause principali. La localizzazione dei singoli individui - e quando possibile la causa delle loro morti - è stata consentita dagli strumenti di tracciamento satellitare, diventati nel tempo più piccoli, leggeri e meno costosi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ispra-quali-minacce-principali-uccelli-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ispra-quali-minacce-principali-uccelli-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Dalla gravina di Matera - un profondo canyon nel Parco della Murgia Materana - a Campobello di Mazara sono circa 700 chilometri, se si va via terra. Tra le due località c&rsquo;è anche lo stretto di Messina. Tra planate e volteggi, i chilometri diventano molti di più. È più o meno questo il percorso che ha fatto, in appena due settimane, una giovane femmina di capovaccaio, come raccontato dai suoi tracciati di monitoraggio. Rilasciata nell&rsquo;ambito del progetto LIFE Egyptian vulture, è morta dopo sette mesi di vita in libertà in Sicilia a causa di un&rsquo;infrastruttura elettrica.</p>
<p>Per molti esemplari di 21 specie, appartenenti a sei famiglie di uccelli, è probabile che la morte sia stata provocata, come per lei, dall&rsquo;essere umano.</p>
<h2 id="elettrocuzione-collisioni-con-pale-eoliche-bracconaggio">Elettrocuzione, collisioni con pale eoliche, bracconaggio</h2><p>Secondo una <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ispra-quali-minacce-principali-uccelli-allegato.pdf">relazione tecnica</a> del gennaio 2026, elaborata dall&rsquo;Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) per il Ministero dell&rsquo;Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), le morti dovute all&rsquo;uomo tra l&rsquo;avifauna italiana sono 1,9 volte più frequenti di quelle naturali. Elettrocuzione, collisioni con linee elettriche e pale eoliche, bracconaggio e bocconi avvelenati sono le cause più comuni per i decessi causati dall&rsquo;uomo.</p>
<p>Il documento, consultato tramite accesso civico, copre un periodo di più di 17 anni, da agosto 2008 a dicembre 2025, e riporta i dati relativi a 623 esemplari appartenenti a 21 specie di uccelli. Le cinque specie più rappresentate nello studio sono l&rsquo;ibis eremita (Geronticus eremita) con 347 individui, l&rsquo;aquila di Bonelli (Aquila fasciata) con 73, il grifone (Gyps fulvus) con 66, il nibbio reale (Milvus milvus) con 40 e infine il falco pellegrino (Falco peregrinus) con 20 individui. Tra le altre specie presenti nella relazione figurano il capovaccaio (Neophron percnopterus), la cicogna bianca (Ciconia ciconia) e il lanario (Falco biarmicus).</p>
<p>Stando ai ricercatori di ISPRA Alessandro Andreotti, Arianna Aradis e Pierpaolo Storino, tra gli autori del documento, la sfida principale dello studio «era quella di individuare e coinvolgere nel progetto i gruppi di ricerca italiani ed esteri impegnati in programmi di monitoraggio e conservazione dell&rsquo;avifauna e, successivamente, raccogliere e armonizzare dati provenienti da fonti diverse per costruire un database unificato, base indispensabile per le analisi».</p>
<p>Per realizzare il lavoro, sono stati coinvolti oltre quaranta ricercatori di gruppi di ricerca attivi in Italia e all&rsquo;estero nell&rsquo;ambito del monitoraggio e della conservazione dell&rsquo;avifauna, compresi numerosi progetti LIFE. «La grande disponibilità dei colleghi e la loro volontà di condividere dati ed esperienze hanno rappresentato un elemento fondamentale per il successo dell&rsquo;iniziativa», sottolineano i ricercatori.</p>
<p>Grazie a questo sforzo collaborativo, la mappatura dei ritrovamenti risulta ben distribuita sull&rsquo;intero territorio nazionale, consentendo così di rilevare le principali minacce per le specie lungo tutta la penisola e non solo in aree circoscritte. La localizzazione dei singoli individui - e in parte le cause delle loro morti - è stata possibile grazie agli strumenti di tracciamento satellitare, che sono diventati nel tempo più piccoli, leggeri e meno costosi.</p>
<p>Prima di questa tecnologia, spiegano i ricercatori, i dati venivano raccolti prevalentemente attraverso i centri di recupero della fauna selvatica (CRFS), con il risultato che «la problematica dell&rsquo;elettrocuzione è stata fortemente sottostimata, in quanto gli animali folgorati difficilmente sopravvivono e dunque non vengono consegnati ai CRFS».</p>
<p>Rinvenire i corpi degli uccelli è stato però solo il primo passo e la successiva identificazione delle cause della loro morte non è stata facile. In circa un terzo dei casi non è stato possibile stabilire il motivo del decesso e l&rsquo;analisi si è basata sui 508 casi in cui la morte era confermata o ritenuta molto probabile. Tra questi casi, la morte di 20 grifoni ha messo in luce una problematica meritevole di essere affrontata, secondo i ricercatori. Per questi individui, come si legge nel documento, «si è sospettato che il decesso fosse stato determinato dall&rsquo;assunzione di sostanze tossiche; tuttavia, non essendo stato possibile effettuare analisi diagnostiche di laboratorio, la causa di morte è stata classificata come sconosciuta». Per questo, i ricercatori raccomandano di rafforzare i sistemi di raccolta e analisi delle carcasse presso gli Istituti Zooprofilattici Sperimentali.</p>
<p>Quando i dati ci sono, però, il quadro che emerge è chiaro. L&rsquo;elettrocuzione è la causa di morte più frequente tra quelle accertate, responsabile di oltre un quarto dei decessi. Il fenomeno è distribuito in maniera omogenea in tutta Italia, data la capillarità della rete elettrica. Secondo la ricerca, però, la sua frequenza è maggiore in alcune zone come il sud della Sicilia, dove le rotte migratorie verso l&rsquo;Africa creano elevate concentrazioni di uccelli in spazi limitati. Tra le specie più colpite, la cicogna bianca, diffusa dalla Pianura Padana alle isole maggiori, spicca con il 70% dei casi di morte con causa accertata attribuibili a folgorazione, per quanto il campione sia contenuto. Numeri meno alti, ma ugualmente rilevanti, emergono per l&rsquo;aquila di Bonelli, classificata come «in pericolo» dalla <a href="https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/lista_rossa_uccelli-nidificanti_2021-pdf" rel="noopener">lista rossa italiana del 2021</a>, e il capovaccaio, classificato come «criticamente in pericolo» nello stesso documento. Per entrambe le specie, le percentuali, calcolate sulle morti documentate, si attestano rispettivamente al 31% (su 39 casi accertati per l&rsquo;aquila di Bonelli) e al 44 % (su 9 per il capovaccaio).</p>
<p>Per l&rsquo;ibis eremita, recentemente reintrodotto in Europa, che migra da Germania e Austria attraversando il nord Italia fino alla laguna di Orbetello in Toscana, i casi di elettrocuzione rappresentano il 27% delle morti con causa accertata. Se si considerano solo le morti di origine antropica, il valore sale al 44%. L&rsquo;espansione della rete elettrica negli ultimi anni e le proiezioni di crescita legate agli impianti di produzione di energia rinnovabile rappresentano, per i ricercatori, un importante segnale di allerta. Meno frequenti dell&rsquo;elettrocuzione sono le collisioni, con cavi sospesi, pale eoliche o veicoli. I dati mostrano che per i nibbi questo insieme di cause costituisce il 20% delle morti antropiche, per gli avvoltoi il 17% e per l&rsquo;ibis eremita il 12%.</p>
<p>I ricercatori nella nota tecnica sottolineano però che «la collisione contro le pale eoliche rappresenta un&rsquo;altra importante causa di mortalità la cui rilevanza è destinata ad accrescersi nei prossimi anni, vista la rapida diffusione che gli impianti per la produzione di energia eolica stanno avendo sia onshore che offshore». Oggi l&rsquo;eolico onshore, stando ai dati ISPRA, è la seconda causa di collisione, dietro i veicoli e davanti ai cavi elettrici.</p>
<h2 id="le-soluzioni-sono-nelle-raccomandazioni-delliucn">Le soluzioni sono nelle raccomandazioni dell&rsquo;IUCN</h2><p>Per ridurre sia l&rsquo;elettrocuzione sia le collisioni, le soluzioni presentate dalla relazione sono l&rsquo;applicazione delle <a href="https://portals.iucn.org/library/sites/library/files/documents/2022-043-En.pdf" rel="noopener">raccomandazioni dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN)</a> per la costruzione e la messa in sicurezza delle infrastrutture elettriche. Il documento, pubblicato nel 2022 con la partecipazione di esperti internazionali, elenca le principali soluzioni tecniche per affrontare queste minacce.</p>
<p>Per l&rsquo;elettrocuzione, l&rsquo;isolamento dei cavi con materiali come plastica, PVC e silicone, e l&rsquo;aggiunta di posatoi e dissuasori sui sostegni.</p>
<p>Per le collisioni, l&rsquo;installazione di segnalatori sui cavi e una pianificazione che tenga conto delle rotte degli uccelli.</p>
<p>L&rsquo;impatto di questi interventi può essere considerevole. Secondo ricerche citate nel documento, mettere in sicurezza tra il 13% e il 23% dei sostegni potrebbe ridurre la mortalità dell'82-99% nelle zone a rischio. Indicazioni analoghe esistevano in Italia già nel 2008, quando l&rsquo;Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, oggi confluito in ISPRA, aveva prodotto <a href="https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/linee_guida_linee_elettriche_avifauna_new-pdf" rel="noopener">linee guida</a> su incarico del Ministero dell&rsquo;Ambiente. Ma, spiegano i ricercatori, «il documento è stato poco utilizzato, probabilmente per una sottovalutazione di questa minaccia [elettrocuzione], non percepita nella sua gravità prima dell&rsquo;avvento della telemetria satellitare».</p>
<h2 id="il-peso-della-caccia-illegale-e-altre-cause">Il peso della caccia illegale e altre cause</h2><p>Per quanto riguarda gli abbattimenti illegali, la specie più colpita è l&rsquo;ibis eremita, per cui rappresentano il 41% delle morti di origine antropica. Tra i rapaci, le più colpite sono l&rsquo;aquila di Bonelli (24%) e gli avvoltoi - grifone, capovaccaio e gipeto - (8,6%). Per questo ultimo gruppo, tuttavia, la minaccia più frequente è l&rsquo;avvelenamento, responsabile del 43% delle morti di origine antropica. I ricercatori avvertono: «Lo studio ha messo in luce anche quanto siano diffuse le uccisioni illegali causate da atti di bracconaggio e dall&rsquo;uso di bocconi avvelenati. Anche in questo caso è necessario intervenire con urgenza promuovendo azioni coordinate volte a reprimere e prevenire questi comportamenti criminali».</p>
<p>Gli annegamenti in vasche artificiali sono invece la principale causa di morte provocata dall&rsquo;uomo per i nibbi (35% dei casi), una minaccia, in apparenza, meno rilevante per le altre specie esaminate. Il fenomeno è concentrato nel sud della penisola e nelle due isole maggiori, dove le condizioni di aridità spingono gli uccelli a cercare acqua nei bacini artificiali. Ma non è la sete a ucciderli. Secondo la relazione, queste strutture «talvolta possono rappresentare delle vere e proprie trappole per come sono configurate le sponde».</p>
<p>Tutti questi episodi hanno un denominatore comune: accadono principalmente lontano dai centri urbani e dagli impianti industriali.</p>
<p>I dati mostrano che le morti antropiche si concentrano in aree a urbanizzazione medio-bassa, dove gli uccelli sostano durante la migrazione o trascorrono la vita quotidiana, ma dove trovano anche insidie potenzialmente letali.</p>
<p>La giovane femmina di capovaccaio folgorata alla Vigilia di Natale non è l&rsquo;unica vittima di morte antropica tra gli esemplari monitorati della sua specie. Diego, un altro piccolo avvoltoio migratore, nato in cattività in Toscana presso il Centro Rapaci Minacciati e liberato in provincia di Matera nell&rsquo;ambito del progetto LIFE Egyptian vulture, ha subito la stessa sorte. Di lui ci raccontano i ricercatori ISPRA Arianna Aradis e Alessandro Andreotti: «Dopo essersi perfettamente ambientato in natura e aver compiuto impressionanti migrazioni ed erratismi che lo hanno portato a visitare numerosi paesi, dal Ciad all&rsquo;Austria, è morto nel suo quarto anno di vita, folgorato su un pilone di media tensione in Calabria, ai confini del Parco Nazionale del Pollino».</p>
<p>Per gli uccelli che vivono liberi o che verranno reintrodotti da progetti di conservazione, questo studio apre la strada per evitare le morti causate dall&rsquo;uomo.</p>
<p>«I risultati che abbiamo ottenuto», affermano i ricercatori ISPRA, «hanno evidenziato come sia prioritario avviare azioni organiche e coordinate per la messa in sicurezza delle linee elettriche, partendo dalle aree dove il rischio è più elevato e intervenendo progressivamente sull&rsquo;intero territorio nazionale».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Farmoplant, 38 anni dopo: memoria, salute e bonifiche ancora in cammino</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/farmoplant-38-anni-dopo-memoria-salute-bonifiche-ancora/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/farmoplant-38-anni-dopo-memoria-salute-bonifiche-ancora/</guid><pubDate>Sat, 18 Jul 2026 07:51:00 +0100</pubDate><description>L’esplosione del 17 luglio 1988 nello stabilimento di Massa resta un caso di riferimento per lo studio del rapporto tra inquinamento e malattie. I dati più recenti confermano un quadro sanitario dell’area ancora critico, mentre il risanamento dei terreni procede lentamente. Il progetto SINTESI prova ora a costruire un percorso condiviso tra istituzioni e cittadinanza.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/farmoplant-38-anni-dopo-memoria-salute-bonifiche-ancora-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/farmoplant-38-anni-dopo-memoria-salute-bonifiche-ancora-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ancora il ricordo di un disastro industriale, da tenere a mente, dopo quello di Seveso, per costruire conoscenze su ambiente e salute e conservare memoria di chi più ha sofferto e pagato, in quel momento e dopo, in uno dei luoghi dove l’ingiustizia ambientale ha lasciato il segno.<br>
Il 17 luglio 1988 due esplosioni all&rsquo;impianto di formulazione del biocida Rogor della Farmoplant di Massa provocarono una nube tossica che si diffuse ben oltre i confini dello stabilimento, segnando profondamente la memoria collettiva della popolazione di Massa Carrara. La Farmoplant aveva rilevato le attività dello stabilimento Montedison che produceva fertilizzanti azotati, chiuso nel 1972 per obsolescenza degli impianti, e riaperto nel 1976 per la produzione, tra gli altri, di Rogor (dimethoate), Mancozeb, Trifluralin, Cidial, Atrazina, Parathion. Alcuni di questi pesticidi saranno vietati negli anni ’90 per la loro tossicità su ambiente e persone. </p>
<p>Come descritto in un <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/farmoplant-massa-carrara-trentanni-fa-lesplosione/">articolo</a> in occasione del trentennale (<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/farmoplant-massa-carrara-trentanni-fa-lesplosione/">https://www.scienzainrete.it/articolo/farmoplant-di-massa-carrara-trenta&hellip;</a>) quell&rsquo;incidente non fu un evento isolato, ma l&rsquo;episodio più drammatico di una lunga storia di incidenti industriali, contaminazioni ambientali e conflitti sociali che avevano caratterizzato per anni la Zona Industriale Apuana. </p>
<p>A trentotto anni di distanza, molte delle domande poste allora restano aperte. Quanto hanno pesato sulla salute delle persone decenni di esposizioni industriali? Quanto è stato effettivamente risanato? E quali insegnamenti possiamo trarre da una delle vicende simbolo dell&rsquo;ambientalismo e della cittadinanza scientifica italiana? Proprio oggi che dopo anni di impasse sono riprese sia attività di studio sia interventi sul territorio. </p>
<h2 id="le-conoscenze-su-salute-e-ambiente">Le conoscenze su salute e ambiente</h2><p>Nel corso degli ultimi decenni numerosi studi epidemiologici hanno cercato di comprendere gli effetti sanitari associati alla lunga storia industriale dell&rsquo;area di Massa Carrara. I risultati del <a href="https://www.iss.it/-/health-equity-sentieri" rel="noopener">progetto SENTIERI</a> (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento) avevano già documentato fino al 2018 eccessi di mortalità e ospedalizzazione per diverse patologie, tra cui tumore del polmone, tumore della pleura e malattie cardiovascolari, oltre a una incidenza di mesotelioma pleurico circa 2,4 volte superiore alla media regionale negli uomini e 1,5 volte nelle donne, a testimonianza dell&rsquo;eredità lasciata dalle esposizioni ad amianto. </p>
<p>Le elaborazioni più recenti a cura dell&rsquo;Agenzia Regionale di sanità della Toscana confermano che il quadro sanitario dell&rsquo;area continua a richiedere molta attenzione. I dati del 2024 vengono confrontati con quelli della Regione nel suo insieme. La popolazione è più anziana rispetto alla media regionale: l&rsquo;indice di vecchiaia risulta superiore del 16 per cento a Massa e del 20 per cento a Carrara, mentre la natalità è inferiore rispettivamente del 12 per cento e dell'11 per cento. Anche la speranza di vita alla nascita presenta valori meno favorevoli rispetto alla Toscana: quasi un anno in meno a Massa e circa sette mesi in meno a Carrara. </p>
<p>Nel decennio 2013-2022 la mortalità per tutte le cause è risultata superiore del 10 per cento a Massa e del 9 per cento a Carrara rispetto alla media regionale. Gli eccessi più marcati riguardano le malattie cardiovascolari, con valori superiori del 17 per cento a Massa e del 18 per cento a Carrara. La mortalità per tumori mostra un eccesso del 9 per cento a Massa e del 6 per cento a Carrara, mentre per le malattie dell&rsquo;apparato digerente l&rsquo;aumento raggiunge il 9 per cento a Massa e il 17 per cento a Carrara. Le malattie respiratorie presentano un eccesso del 9 per cento nel comune di Massa. Tra le patologie tumorali emergono i tumori del colon-retto, con valori circa il 10 per cento superiori alla media regionale.</p>
<p>Anche i ricoveri ospedalieri mostrano criticità, seppure meno marcate rispetto alla mortalità. Gli eccessi più evidenti riguardano le malattie tumorali, con valori superiori del 7 per cento a Massa e del 12 per cento a Carrara. Particolarmente rilevanti risultano i ricoveri per tumore dello stomaco, che presentano un eccesso di circa il 21 per cento.</p>
<p>Un ulteriore elemento di criticità riguarda le malattie croniche: a Massa si osserva una prevalenza di insufficienza cardiaca superiore del 19 per cento rispetto ai riferimenti regionali. A Carrara emergono eccessi del 23 per cento per broncopneumopatia cronica ostruttiva e dell'11 per cento per cardiopatia ischemica. Più favorevole appare invece il quadro relativo agli esiti riproduttivi, con indicatori di basso peso alla nascita e prematurità sostanzialmente uguali alla media regionale.</p>
<p>Nel loro insieme questi dati confermano il quadro ricavato dagli studi precedenti e, sebbene non consentano ancora di attribuire direttamente gli eccessi osservati alle contaminazioni ambientali, descrivono un profilo sanitario che continua a distinguersi da quello regionale e che richiede approfondimenti. Grazie alle attività in corso con il progetto <a href="https://aress.regione.puglia.it/pnc-sin-sintesi" rel="noopener">SINTESI</a>, finanziato dal Ministero Salute nell’ambito del Piano Nazionale Salute, ambiente, biodiversità e clima (PNC) si stanno producendo nuove informazioni e elaborazioni più avanzate sul rapporto tra pressioni ambientali e salute. Si sta realizzando uno studio di coorte, approfondimenti sulla salute respiratoria dei bambini, un rafforzamento degli screening preventivi, interventi sugli stili di vita e contro l’abitudine al fumo. Importante anche la disponibilità di dati di monitoraggio ambientale aggiornati che permette di accettare la sfida di ricostruire con maggiore precisione il ruolo delle esposizioni ambientali e occupazionali che hanno interessato l&rsquo;area nel corso degli ultimi decenni.</p>
<h2 id="bonifiche-un-percorso-ancora-lungo">Bonifiche: un percorso ancora lungo. </h2><p>Se le conoscenze sulla salute crescono e si rafforzano, il risanamento ambientale continua a rappresentare uno delle principali criticità dell&rsquo;area. Il Sito di Interesse Nazionale (SIN) di Massa Carrara interessa una superficie di 116 ettari e comprende le principali aree industriali storicamente responsabili delle contaminazioni. I dati più recenti mostrano che, per quanto riguarda i terreni, il 53 per cento delle superfici risulta ancora classificato come potenzialmente contaminato, il 37 per cento dispone di un progetto di bonifica approvato, il 7,4 per cento è stato dichiarato non contaminato e solo il 2,6 per cento delle aree risulta effettivamente bonificato. Per le acque di falda è stato approvato un progetto di bonifica che interessa l&rsquo;intero perimetro del SIN, ma le attività sono tuttora in corso. </p>
<p>Questi numeri mostrano come, nonostante gli interventi realizzati, la fase di risanamento sia ancora lontana dal completamento. Come è stato più volte osservato, le risorse finora stanziate rappresentano un passo importante, ma risultano proporzionate soprattutto a interventi di messa in sicurezza e contenimento della contaminazione, mentre il recupero integrale delle matrici ambientali richiederebbe investimenti molto maggiori. </p>
<p>Il quadro appare ancora più ampio se si considera il Sito di Interesse Regionale (SIR), che interessa complessivamente oltre 3.300 ettari del territorio provinciale. Negli ultimi anni sono state realizzate attività di caratterizzazione ambientale senza precedenti: oltre 570 pozzi e piezometri censiti, 281 punti georeferenziati monitorati e più di 22.000 determinazioni analitiche effettuate sulle acque di falda. Queste indagini hanno consentito di ricostruire in modo molto più dettagliato la distribuzione degli inquinanti nel sottosuolo e nelle acque sotterranee.</p>
<p>Parallelamente sono stati stanziati circa 25,5 milioni di euro per accelerare gli interventi. Il progetto principale prevede quattro barriere idrauliche, una per ciascuno dei principali siti industriali sorgente di contaminazione, 18 pozzi di emungimento e il trattamento di circa 6.000 metri cubi di acqua al giorno presso il depuratore industriale Lavello 2. Si tratta di uno dei più importanti interventi di messa in sicurezza della falda realizzati in Toscana negli ultimi anni.<br>
Le nuove caratterizzazioni hanno inoltre individuato contaminazioni significative da cromo esavalente nell&rsquo;area ex Ferroleghe e da solventi clorurati nell&rsquo;area ex Farmoplant e in aree limitrofe, fornendo informazioni preziose per definire le priorità di intervento e per orientare le future attività di studio. </p>
<h2 id="dalla-memoria-alla-prevenzione">Dalla memoria alla prevenzione</h2><p>A trentotto anni dall&rsquo;esplosione della Farmoplant le autorità sanitarie e ambientali propongono, con il progetto SINTESI, di mettere al centro dei loro interventi l’attenzione alle diseguaglianze e la partecipazione pubblica. Dall’inizio del 2026 si sono mobilitati diversi attori sociali: cittadini, associazioni, sindacati, imprese, con l’obiettivo di produrre un documento di proposta partecipata, che parte dalla conoscenza del lavoro in corso e propone come si può andare avanti. La metodologia, messa a punto dalla Scuola Normale Superiore e dall’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) mette a frutto anni di esperienze in campo sociologico e antropologico a sostegno delle attività in aree ad alto rischio ambientale. </p>
<p>Non è facile superare diffidenze e pregiudizi, ma ci sono molti elementi per pensare che la collaborazione tra Istituzioni e cittadini può portare dei salti in avanti. </p>
<p>Uno dei nodi della discussione è naturalmente la comunicazione: come dove, quando fornire i dati sanitari e ambientali, e cosa fare dei risultati. Quindi si propone di istituzionalizzare una sede permanente di discussione e elaborazione, in cui sia anche possibile la formazione, coinvolgendo le scuole del territorio e rivolgendosi ai soggetti più fragili che non hanno accesso alle informazioni. </p>
<h2 id="il-ruolo-dei-cittadini">Il ruolo dei cittadini</h2><p>I cittadini possono e vogliono supportare la produzione di dati, con centraline di monitoraggio della qualità dell’aria, sensori di sostanze odorigene, un’inchiesta sull’utilizzo dell’acqua dei pozzi (una delle maggiori criticità ambientali). </p>
<p>Ovviamente molte richieste fanno riferimento alle bonifiche e alla loro urgenza: maggiori informazioni e più dettagliate su ambiente e salute serviranno a misurare i miglioramenti che ci si aspetta possano avvenire. </p>
<p>La partecipazione non è una bacchetta magica valida per tutto, ma un equilibrio nuovo che si propone con una visione più ampia, la visione <em>One Health</em>. La salute si compone in modo inscindibile armonizzando l’ambiente e l’ecosistema, con animali selvatici e domestici, e le comunità umane. L’analisi è davvero complessa e deve tenere conto di tutte le possibili interfacce, compresi i fattori sociali e economici, e con diverse professionalità: ma è molto stimolante e inclusiva. </p>
<p>Quando si discute di questioni così complesse, se c’è abbastanza tempo e spazio, ognuna delle persone coinvolte può capire, fare domande, e produrre idee diverse per il futuro, componendo i pezzi di un puzzle di cui si intravvede il disegno, ma non si compone senza il contributo di ciascuno. Oggi l&rsquo;attenzione si concentra sulla capacità di trasformare le conoscenze accumulate in strumenti concreti di prevenzione, tutela della salute e risanamento ambientale. Le informazioni disponibili sulla salute e sull&rsquo;ambiente sono oggi molto più ricche rispetto al passato. Allo stesso tempo, la disponibilità di dati dettagliati sulle contaminazioni dei terreni e delle falde, unita alle nuove opportunità offerte dalla ricerca in epidemiologia ambientale, rende finalmente possibile affrontare alcune delle domande poste all’inizio, rimaste a lungo senza risposta.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ha senso depavimentare le città?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/senso-depavimentare-citta/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/senso-depavimentare-citta/</guid><pubDate>Tue, 14 Jul 2026 06:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Depavimentare le città aiuta a ridurre gli inquinanti atmosferici e la temperatura locale, soprattutto se al posto del cemento si realizzano aree verdi molto estese. In Italia specialmente, dove il consumo di suolo è ancora in crescita, potrebbe essere un buono strumento di adattamento climatico.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/senso-depavimentare-citta-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/senso-depavimentare-citta-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Secondo le <a href="https://www.regreen-project.eu/news/guidelines-for-a-depaving-and-regreening-strategy-in-cities/" rel="noopener">linee guida per la depavimentazione e il rinverdimento urbano</a> del 2022 (finanziato nell’ambito di Horizon 2020) la superficie urbanizzata nell&rsquo;Unione Europea è cresciuta del 78% dalla metà degli anni Cinquanta, a fronte di una crescita della popolazione di appena il 33%. Il risultato è che grandi estensioni di suolo urbano sono oggi sigillate, cioè ricoperte da asfalto, cemento o altri materiali impermeabili che impediscono all&rsquo;acqua di filtrare nel terreno. Per di più eliminano la vegetazione, assorbono il calore solare e riducono la biodiversità locale. Ecco perché nasce l’idea di rimuovere molte di queste superfici per restituire il suolo alle sue funzioni naturali.</p>
<h2 id="riduzione-delleffetto-isola-di-calore">Riduzione dell’effetto “isola di calore”</h2><p>Le aree densamente costruite possono essere fino a 10°C più calde delle zone rurali circostanti. L’apporto di vegetazione contrasta questo meccanismo attraverso due processi principali: l&rsquo;ombreggiamento diretto e l&rsquo;evapotraspirazione, ossia il rilascio di vapore acqueo da parte delle piante, che raffredda l&rsquo;aria circostante.</p>
<p>La presenza di alberi in particolare può abbassare le temperature locali tra i 3°C e i 5°C, a patto però che le piante dispongano di sufficienti quantità di acqua (per cui diventano dirimenti i sistemi di raccolta e stoccaggio dell&rsquo;acqua piovana). E, in più, gli effetti di raffrescamento sono molto localizzati: allontanandosi dall’area verde si riduce molto il beneficio e per aree inferiori agli 0,5 ettari sostanzialmente non esistono benefici per l’ambiente circostante.</p>
<p>Alcuni esempi citati dal documento. A Lione, la trasformazione di un tratto di 3 chilometri della Rue Garibaldi in un viale alberato ha prodotto una riduzione delle temperature tra 1,78°C e 2,33°C nei mesi di agosto 2016 e 2017. Ad Aubervilliers, la rinaturalizzazione di un parcheggio ha registrato una riduzione media di 2°C sotto la chioma degli alberi. A Seoul, la demolizione di un&rsquo;autostrada sopraelevata e il ripristino del fiume Cheonggyecheon ha prodotto temperature da 3,3 a 5,9°C più fresche rispetto a una strada parallela poche centinaia di metri più in là. A Berlino e Valencia si registra un effetto di raffreddamento di circa 2/3°C all&rsquo;interno di parchi tra i 20 e i 200 ettari, con effetti misurabili fino a 330 metri oltre il confine del parco.</p>
<h2 id="riduzione-rischio-alluvione">Riduzione rischio alluvione</h2><p>Un suolo impermeabilizzato non assorbe l&rsquo;acqua, ma la convoglia rapidamente verso i sistemi fognari, spesso saturandoli, con conseguente allagamento. E con il cambiamento climatico il fenomeno tende ad aumentare. Ecco perché depavimentare i suoli aiuterebbe l’acqua a filtrare nel suolo maggiormente, riducendo la portata di picco durante le piogge intense. Il documento cita Amsterdam, dove un cortile asfaltato è stato convertito in spazio verde con l’aggiunta di cisterne di raccolta per stoccare l&rsquo;acqua piovana e renderla disponibile nei periodi di siccità. Ancora, in Francia si stima che appena il 10% di copertura impermeabile in un bacino idrografico è sufficiente ad aumentare significativamente il deflusso superficiale. Ecco perché «giardini allagabili», «cunette piantumate», «vasche di laminazione» e altro stanno diventando infrastrutture idrauliche a tutti gli effetti.</p>
<h2 id="biodiversità-urbana-e-qualità-dellaria">Biodiversità urbana e qualità dell’aria</h2><p>La depavimentazione crea o ripristina habitat per specie vegetali, insetti impollinatori, uccelli e piccola fauna locale. È però importante scegliere opportunamente le specie, perché quelle locali ospitano una maggiore varietà di insetti rispetto alle specie ornamentali esotiche.</p>
<p>La vegetazione, inoltre, filtra alcuni inquinanti atmosferici: il particolato fine (PM2.5 e PM10) si deposita sulle foglie, mentre alcune specie assorbono inquinanti come il biossido di azoto (NO₂). A Seoul, per esempio, il ripristino del già citato fiume Cheonggyecheon ha prodotto una riduzione del 35% del particolato atmosferico (da 74 a 48 microgrammi per metro cubo). Il documento tuttavia avverte che questi effetti dipendono da molti fattori, come le specie vegetali scelte, i flussi d’aria e la posizione rispetto alle fonti inquinanti.</p>
<h2 id="la-depavimentazione-riduce-le-emissioni-di-gas-serra">La depavimentazione riduce le emissioni di gas serra?</h2><p>La depavimentazione non è di per sé una soluzione di mitigazione climatica, perché agisce fondamentalmente in modo indiretto sulla riduzione delle emissioni di gas serra. A Strasburgo, per esempio, uno studio citato dal documento ha misurato che gli alberi urbani riescono a eliminare lo 0,03% della CO₂ locale, che risulta piuttosto limitato come contributo alla riduzione globale delle emissioni climalteranti. Lo stesso discorso vale per la riduzione dei consumi energetici grazie al minor utilizzo di aria condizionata: non è facile stimarlo e i fattori sono variegati. Lo stesso IPCC scrive che per ridurre le emissioni di CO₂ è molto più importante ed efficace agire sulle <a href="https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg3/downloads/report/IPCC_AR6_WGIII_Chapter07.pdf" rel="noopener">foreste</a>, cioè quindi su superfici molto più estese del solo <a href="https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg3/downloads/report/IPCC_AR6_WGIII_Chapter08.pdf" rel="noopener">verde in città</a>.</p>
<h2 id="costi-della-depavimentazione">Costi della depavimentazione</h2><p>I suoli urbani, soprattutto quelli di ex aree industriali o parcheggi, spesso contengono inquinanti: metalli pesanti (cadmio, piombo, rame), idrocarburi, residui chimici di varia natura. Prima di qualsiasi rinaturalizzazione, quindi, è necessaria un&rsquo;analisi del suolo, che le linee guida europee stimano in un costo che si aggira attorno ai 200 euro a campione.</p>
<p>In generale, il costo medio della “de-sigillatura” può essere tra i 60 e i 270 euro per metro quadrato. Ovviamente l’ampiezza della forbice dipende dal grado di complessità delle operazioni, come la demolizione delle strutture, la bonifica del suolo, la progettazione ecologica, il trasporto dei materiali e via dicendo.</p>
<p>Bisogna anche tenere presente che depavimentare significa spesso ridisegnare la mobilità della città. A Copenaghen, per dire, i posti auto occuperebbero, messi in fila, una superficie di 1,6 chilometri quadrati, rimpiazzare tutto questo asfalto con verde non è neutro sul piano della mobilità. Ad Avignone la rimozione di 1.900 parcheggi attorno alle mura storiche è stata possibile perché contestualizzata in un piano urbanistico più ampio.</p>
<p>Chiaramente, a fronte del costo di realizzazione è necessario tenere in considerazione anche i benefici economici che si otterrebbero. Le linee guida europee stimano che nella città francese di Douai la gestione alternativa del 25% degli spazi pubblici (che vengono quindi deimpermeabilizzati) produce un risparmio stimato di 1 milione di euro l&rsquo;anno.</p>
<h2 id="quanto-è-già-diffusa-la-depavimentazione">Quanto è già diffusa la depavimentazione?</h2><p>La de-pavimentazione è una pratica in rapida diffusione in Europa, ma ancora lontana da una scala sistemica. Oltre ai casi già citati, la Germania ha sviluppato degli strumenti per mappare superfici potenzialmente de-sigillabili e la Francia ha adottato l’obiettivo di <a href="https://www.mayenne.gouv.fr/Actions-de-l-Etat/Amenagement-durable-urbanisme-construction-patrimoine/Planification/Zero-artificialisation-nette-ZAN-comment-proteger-les-sols" rel="noopener">zero artificializzazione netta</a> al 2050.</p>
<p>In Italia, Genova è la <a href="https://www.ilpost.it/2026/05/20/depavimentazione-genova/" rel="noopener">prima</a> città ad aver inserito la depavimentazione nel piano urbanistico comunale, e a Milano, a Bologna e a <a href="https://www.comune.roma.it/web/it/notizia/depaving-e-nuove-piante-a-piazzale-clodio.page" rel="noopener">Roma</a> si stanno facendo politiche simili. Queste misure si inseriscono però in un contesto in cui il consumo di suolo in Italia è ancora in crescita. Nel <a href="https://www.snpambiente.it/pubblicazioni/consumo-di-suolo-dinamiche-territoriali-e-servizi-ecosistemici-edizione-2025/" rel="noopener">rapporto ISPRA</a> 2025 si legge che nel 2024 sono stati coperti da “nuove superfici artificiali” quasi 84 chilometri quadrati di suolo (+16% rispetto al 2023), a fronte di 5 chilometri quadrati che invece sono stati ripristinati. In altri termini è come se ogni giorno si perdessero 230mila metri quadrati di terreno; e, in particolare, le fasce costiere registrano una percentuale di suolo consumato che è più del triplo del resto del territorio italiano.</p>
<p>Depavimentare quindi è necessario per ridurre localmente temperatura e inquinanti atmosferici, alleggerire il rischio alluvioni (ma meno efficace per ridurre le emissioni di gas serra) e arricchire la biodiversità locale. È una misura che si inserisce nella lotta al consumo di suolo e che andrebbe pertanto adottata nelle città che stanno diventando ormai sature di cemento e parcheggi (che sono molte).</p>
<h4 id="segnaliamo-il-sito-storico-sullargomento-depave-che-dal-2008-sensibilizza-e-supporta-progetti-di-depavimentazione">Segnaliamo il sito storico sull’argomento <a href="https://www.depave.org/" rel="noopener">depave</a>, che dal 2008 sensibilizza e supporta progetti di depavimentazione.</h4>]]></content:encoded></item><item><title>Ddl caccia: meno scienza, più spazio al fucile</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ddl-caccia-meno-scienza-piu-fucile/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ddl-caccia-meno-scienza-piu-fucile/</guid><pubDate>Sun, 12 Jul 2026 23:13:00 +0200</pubDate><dc:creator>Claudia De Luca</dc:creator><category>ambiente</category><description>Approvato dal Senato lo scorso 23 giugno, il ddl 1552 riscrive la legge 157/92 sulla caccia e sulla protezione della fauna selvatica, ampliando specie, tempi, spazi e strumenti a disposizione dei cacciatori. Dietro le modifiche, un filo conduttore attraversa l&amp;amp;rsquo;intero provvedimento: i dati scientifici già disponibili vengono sistematicamente accantonati a favore di interessi politici ed economici.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ddl-caccia-meno-scienza-piu-fucile.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/ddl-caccia-meno-scienza-piu-fucile.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 23 giugno scorso il Senato ha approvato il <a href="https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01507594.pdf#page=26" rel="noopener">Ddl 1552</a>, a modifica della legge 157 del 1992 sulla protezione della fauna selvatica omeoterma (cioè mammiferi e uccelli) e sul prelievo venatorio. 80 sì, 56 no, due astenuti per questo disegno di legge oggi noto come &ldquo;ddl Caccia&rdquo; o &ldquo;ddl sparatutto&rdquo; per l&rsquo;ampia apertura che riserva all&rsquo;attività venatoria. Il nuovo testo, infatti, affianca alla tutela della fauna selvatica il principio di gestione della stessa, affidata di fatto alla caccia, peraltro una &ldquo;tradizione nazionale&rdquo; del nostro Paese. Il testo è ora all&rsquo;esame della Commissione agricoltura della Camera dei Deputati, con numero di atto <a href="https://parlamento19.openpolis.it/attivita_legislativa/disegni_di_legge/C_2984" rel="noopener">C.2984</a>.</p>
<p>Nella pratica, il ddl amplia tout-court le capacità e le possibilità dell&rsquo;attività di caccia, senza un&rsquo;analisi multidisciplinare fondata su dati e valutazioni preliminari a giustificare le modifiche proposte. I tempi a disposizione aumentano: la chiusura della stagione di caccia, oggi fissata entro i primi dieci giorni di febbraio per non sovrapporsi ai periodi migratori e pre-riproduttivi di molte specie, potrà slittare più avanti. Aumentano le specie cacciabili, con l&rsquo;aggiunta dell&rsquo;oca selvatica e del piccione, e cambia lo status del lupo, non cacciabile ma non più rigorosamente protetto.</p>
<p>Si accrescono gli spazi disponibili per la caccia, con l&rsquo;apertura alle foreste demaniali e al demanio marittimo (spiagge comprese), e le forme di caccia praticabili: da una, oggi da scegliere obbligatoriamente, a tutti e tre i tipi disponibili. Non è più soggetto ad alcun limite di numero l&rsquo;uso dei richiami vivi nati in cattività — uccelli tenuti in gabbia e utilizzati per attirare, grazie al loro canto, i loro simili durante la caccia. Aumentano infine gli strumenti consentiti, con visori notturni ora ammessi in alcune forme di caccia.</p>
<p>Le modifiche non si esauriscono qui, ma la direzione è ben chiara. A diminuire, infatti, è il valore e il peso della scienza nelle decisioni su caccia e fauna selvatica. Il parere dell&rsquo;Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), l&rsquo;ente che fornisce ai decisori pubblici i dati scientifici necessari a compiere scelte di gestione faunistica oculate e fondate, passa da vincolante a derogabile. Cresce, quindi, il potere delle regioni, e contemporaneamente quello dell&rsquo;ampiamente contestato <a href="https://www.masaf.gov.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/19681" rel="noopener">Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale</a> (CTFVN), posto al pari di un ente tecnico-scientifico come ISPRA. Spicca anche un&rsquo;altra aggiunta: chi ostacolerà, anche senza violenza, il controllo e l&rsquo;attività di caccia, sarà sanzionato.</p>
<p>Mentre la <a href="https://eur-lex.europa.eu/IT/legal-content/summary/eu-biodiversity-strategy-for-2030.html" rel="noopener">strategia</a> dell&rsquo;Europa sulla biodiversità si pone l&rsquo;obiettivo di proteggere legalmente almeno il 30% della superficie terrestre e il 30% dei mari dell&rsquo;Unione, e il <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=celex:32024R1991" rel="noopener">Regolamento sul ripristino della natura</a> (la Nature Restoration Law di cui <em>Scienza in rete</em> ha <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/finalmente-approvata-nature-restoration-law/">parlato qui</a>) impone agli Stati membri di ripristinare gli ecosistemi degradati, l&rsquo;Italia va controcorrente. E lo fa restando vaga sulle percentuali di territorio da destinare alla protezione della fauna, senza citare la soglia già fissata nel &lsquo;92 del 30% di territorio sottratto alla caccia. Si introduce invece una nuova procedura con cui le regioni dovranno giustificare quali territori sono oggi esclusi dalla caccia e perché, calcolando nella quota anche quello di parchi nazionali e regionali.</p>
<p>Il punto, per quanto non dichiarato con chiarezza, resta lo stesso: non superare quel limite, in opposizione a una precedente sentenza (Consiglio di Stato, Sez. VI, 27 aprile 2015, n. 2106) che tratta questo 30% come uno standard minimo di tutela ambientale, non come un tetto.</p>
<p>Infine, un fatto da tenere bene a mente: la Commissione Europea ha già aperto, il 7 febbraio 2024, <a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/inf_24_301" rel="noopener">una procedura d&rsquo;infrazione</a> per la mancata conformità della normativa italiana alla <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=celex:32009L0147" rel="noopener">Direttiva Uccelli</a> e al <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32021R0057" rel="noopener">regolamento REACH</a> sul piombo nelle munizioni che, come avevamo <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/quanto-fanno-male-pallottole-piombo/">spiegato qui</a>, pone grossi problemi per la biodiversità.</p>
<h2 id="la-gestione-della-fauna-secondo-il-ddl">La gestione della fauna, secondo il ddl</h2><p>Proviamo ad approfondire il significato di questo ddl. Un problema di partenza è innanzitutto metodologico. «Una legge vecchia trent&rsquo;anni come la 157 può richiedere un aggiornamento, ma bisogna prima verificare cosa ha funzionato e cosa no. In merito al nuovo ddl, non è stato fatto», spiega Giovanni Albarella, responsabile antibracconaggio e attività venatoria della Lipu. Alla base del disegno di legge mancano proprio gli elementi che — come già evidenziato — di norma dovrebbero guidare delle modifiche a una legge preesistente: dati solidi e valutazioni sul pregresso. Il testo, quindi, finisce per rispondere al solo interesse venatorio, ignorando vistosamente la tutela degli ecosistemi e della relativa fauna.</p>
<p>Passiamo allo scopo: la gestione della fauna selvatica. Il concetto di &ldquo;gestione&rdquo; ha validità laddove siano presenti conflitti reali tra fauna selvatica e attività umane. «Nessuno nega che il conflitto esista, ma le possibili soluzioni richiedono strumenti indicati dalla scienza. Non possono essere attuate solo pensando al fucile», chiarisce Albarella. La questione, però, non è solo pratica, perché nemmeno il linguaggio scelto è neutro. Sottolineare la necessità di gestire, più che tutelare, la fauna selvatica rischia di farla percepire come un problema da risolvere, non come un valore da proteggere in quanto tale.</p>
<p>Uno degli aspetti più critici, secondo l&rsquo;ornitologo Rosario Balestrieri, è proprio che «la caccia sportiva, secondo il ddl, concorre alla tutela della biodiversità, anche se in nessuna circostanza si può equiparare un cacciatore a un bioregolatore». La caccia, infatti, come esplicitato nel <a href="https://www.mammiferi.org/wp-content/uploads/2026/06/Documento-ATIt-relativo-al-DDL-1552.pdf" rel="noopener">Documento di osservazioni</a> dell&rsquo;Associazione Teriologica Italiana, non riproduce la selezione naturale, colpendo soprattutto individui sani adulti, e può alterare la struttura delle popolazioni animali e la loro variabilità genetica.</p>
<p>Se la caccia per hobby di fatto destruttura le popolazioni, strumenti per regolare potenziali problemi di coesistenza esistono già. <a href="https://temi.camera.it/leg19/post/ontrollo-e-contenimento-fauna-selvatica.html" rel="noopener">Piani di controllo</a> attuati dalle Regioni (previo parere vincolante dell&rsquo;ISPRA) dovrebbero subentrare nella gestione di conflitti tra attività umana e fauna selvatica rilevati sui territori e orientare le misure da prendere. A un livello diverso, <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita/fauna-ambiente-uomo/gestione-della-fauna-e-pareri/reportistica/piani-di-gestione" rel="noopener">piani di gestione</a> — documenti preparati dall&rsquo;ISPRA su richiesta del Ministero dell&rsquo;ambiente o di altre autorità locali — dovrebbero guidare le attività di conservazione e i prelievi venatori. Tuttavia, Albarella chiarisce: «I piani di gestione risultano poco attuati, e si continuano a cacciare specie in cattivo stato di conservazione».</p>
<p>Diventa lampante, quindi, il rischio del ridimensionamento del ruolo dell&rsquo;ISPRA, aggravato dal conflitto d&rsquo;interessi strutturale insito nel Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale, che riserva un seggio a ogni associazione venatoria nazionale riconosciuta — insomma, ai cacciatori stessi. In altre parole, chi dovrebbe valutare la sostenibilità dei prelievi venatori siederà accanto a chi quei prelievi li mette già in pratica. Lo schema si ripete anche a livello nazionale, con la possibilità che avrebbe il ministro dell&rsquo;agricoltura di proporre alla Presidenza del consiglio la lista aggiornata delle specie cacciabili, senza l&rsquo;obbligo di consultare alcun organo scientifico.</p>
<p>La riorganizzazione impatta anche i territori stessi. Oggi, il territorio è suddiviso in unità chiamate ATC (Ambiti Territoriali di Caccia) per la caccia programmata, e, con il nuovo ddl, queste passeranno da una dimensione subprovinciale a una provinciale, con l&rsquo;ulteriore rischio di un effetto di <a href="https://www.mammiferi.org/wp-content/uploads/2026/06/Documento-ATIt-relativo-al-DDL-1552.pdf" rel="noopener">mascheramento spaziale</a>: si raggiungerebbe una quota di territorio protetto in poche aree mentre altre zone potrebbero subire una pressione indifferenziata.</p>
<p>Cambia, infine, anche la natura dell&rsquo;attività venatoria stessa. Le aziende faunistico-venatorie, finora senza scopo di lucro, potranno costituirsi come vere e proprie imprese. La fauna, <a href="https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1992-02-11;157" rel="noopener">definita</a> dalla legge come patrimonio indisponibile dello Stato, diventerebbe, secondo Albarella, «una fonte di business».</p>
<h2 id="un-taglio-alla-scienza">Un taglio alla scienza</h2><p>Il distacco del disegno di legge dalla scienza è evidente in più punti. Partendo dalla Direttiva Uccelli, vietare la caccia nei periodi cruciali del ciclo vitale delle specie è un principio cardine per la loro tutela. La possibilità di discostarsene a discrezionalità regionale, adottando motivazioni fondate su generiche «fonti di informazione scientifica indicate dalla Commissione europea» preoccupa per la sua nebulosità, oltre che per la sua potenziale pericolosità. La scienza non è vaga: entro i limiti delle conoscenze disponibili in un dato momento e contesto, fornisce dati e strumenti per decisioni mirate. In questo caso, la scelta è di prendere decisioni ignorando tali conoscenze.</p>
<p>Il momento, tra l&rsquo;altro, è delicato anche sul fronte europeo. La Commissione, infatti, ha aperto una consultazione pubblica, in corso fino ad agosto 2026, proprio per valutare semplificazioni o rafforzamenti delle Direttive Habitat e Uccelli rispetto alla crisi climatica, un vero e proprio stress test. «Riformare la caccia in Italia, in questo contesto, significa esporsi a un potenziale corto circuito istituzionale», commenta Balestrieri.</p>
<p>Un altro aspetto riguarda i richiami vivi: in cattività se ne possono mantenere senza limiti, ma è stato fissato un tetto per quelli catturati in natura di dieci esemplari per specie, fino a un massimo di quaranta per cacciatore. Una scelta che, secondo Balestrieri, non è sensata: «Se l&rsquo;uso di richiami allevati è ormai illimitato, non c&rsquo;è ragione per continuare a consentire anche solo in parte la cattura di esemplari selvatici. In più, si viene a creare una zona grigia in cui è più facile commettere illegalità e si catturano molte altre specie perché le reti non sono selettive. Parliamo di tanti individui stremati dalle migrazioni, ma anche di specie rare».</p>
<p>Criteri scientifici oggettivi dovrebbero valere anche per l&rsquo;elenco delle specie cacciabili, che la Direttiva Uccelli tratta come un elenco da aggiornare in base allo stato di conservazione delle popolazioni, non come un &ldquo;menu fisso&rdquo;. Il ddl, però, non menziona alcun meccanismo di revisione periodica basato su dati aggiornati: l&rsquo;elenco resta un atto politico, anziché il risultato di un processo di aggiornamento continuo.</p>
<h2 id="un-impatto-su-più-livelli">Un impatto su più livelli</h2><p>Un primo livello di impatto del ddl riguarda ovviamente le specie cacciate. «Concentriamoci però non solo su quelle che si aggiungono all&rsquo;elenco, ma anche su quelle che ci sono ancora, nonostante le evidenze scientifiche», osserva Balestrieri. È il caso, per fare solo un esempio, della pernice bianca, classificata nelle liste rosse della IUCN <a href="https://www.iucn.it/scheda.php?id=1756445520" rel="noopener">come vulnerabile</a>, ma che resta cacciabile. A livello generale, come evidenzia un <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/archivio/notizie-e-novita-normative/notizie-ispra/2025/04/la-pressione-venatoria-sullavifauna-italiana-dal-2017-ad-oggi" rel="noopener">report</a> ISPRA, poi ripreso da una <a href="https://www.wwf.it/area-stampa/ddl-caccia-10-societa-scientifiche-e-il-wwf-scrivono-alle-piu-alte-cariche-dello-stato/" rel="noopener">lettera</a> scritta dal WWF insieme a dieci società scientifiche allo Stato italiano, oltre 32 milioni di uccelli cacciabili sono stati abbattuti in Italia tra le stagioni 2017-2018 e 2022-2023. Un dato che lo stesso Istituto giudica incompleto e probabilmente sottostimato, per assenza o parzialità dei dati trasmessi da alcune regioni. Tra le specie più colpite compaiono proprio alcune già segnalate come fragili dallo stesso ISPRA, come la tortora selvatica e l&rsquo;allodola.</p>
<p>Un secondo livello riguarda gli <a href="https://www.mammiferi.org/wp-content/uploads/2026/06/Documento-ATIt-relativo-al-DDL-1552.pdf" rel="noopener">effetti non letali</a> della caccia. Balestrieri spiega: «Un aspetto che spesso non si considera riguarda gli effetti di disturbo dell&rsquo;attività di caccia sulle specie che non sono un bersaglio. Vanno ben oltre il singolo individuo abbattuto». Anche gli individui non impattati direttamente, infatti, possono essere più vigili, alimentarsi meno, modificare l&rsquo;uso che fanno del loro habitat e consumare più energia. A questi fattori si aggiunge adesso l&rsquo;estensione della caccia alle ore notturne che, continua Balestrieri, può generare «un disturbo profondo e generalizzato sull&rsquo;intero ecosistema»: è di notte che la fauna si alimenta e si sposta facendo affidamento sul buio come protezione naturale, e diverse specie non colpite possono vedere comunque i propri ritmi biologici interrotti o alterati da spari e intrusioni.</p>
<p>Infine, va sottolineato l&rsquo;impatto che riguarda la sicurezza pubblica e l&rsquo;accesso al territorio. Un <a href="https://www.uniurb.it/comunicati/48401" rel="noopener">monitoraggio</a> annuale eseguito dall&rsquo;Università di Urbino registra sì un trend in calo negli incidenti e decessi causati dalla caccia, ma non nullo: nella stagione 2025/2026 si contano nove decessi e 37 feriti. L&rsquo;apertura, tra i vari spazi, di spiagge e foreste pubbliche alla programmazione di caccia, invece di ridurre i rischi negli spazi frequentati dai cittadini, ne introduce su spazi finora esclusi.</p>
<h2 id="unoccasione-mancata">Un&rsquo;occasione mancata</h2><p>Sul ddl le critiche sono arrivate da ogni parte: dallo schieramento di <a href="https://www.wwf.it/pandanews/animali/caccia-associazioni-lettera-mattarella/" rel="noopener">decine di sigle</a> tra associazioni e mondo scientifico e le petizioni promosse da WWF, Lipu e altre associazioni, fino a voci esterne come quella del Comitato permanente della Convenzione di Berna e <a href="https://www.lipu.it/news/ddl-caccia-papa-leone-risponde-alla-lipu-questione-grande-rilevanza-sociale-e-morale" rel="noopener">del papa</a>.</p>
<p>Di fatto, siamo davanti a un&rsquo;occasione mancata. Il ddl avrebbe potuto rafforzare il ruolo della scienza, ridurre i costi ecologici che il Paese sta già pagando, muoversi in sinergia con le strategie europee sul cambiamento climatico, e dare una necessaria svolta culturale al Paese nel modo in cui viviamo e rispettiamo la natura e i territori. Manca, totalmente, della prudenza nel valutare gli effetti prima di normarli e della volontà di decidere insieme alla scienza, anziché metterla da parte.</p>
<p>Albarella è chiaro: «Il ddl non intacca in alcun modo le problematiche di conflitto e di convivenza tra fauna selvatica e attività umane, soprattutto quelle agricole. Non è risolutivo, in nessuna sua parte». La risoluzione manca tanto nella pratica quanto nel metodo. Lo dimostra la distanza tra le misure a favore della natura — e quindi delle persone — che i dati scientifici avrebbero chiesto, e quelle che la politica ha scelto di portare avanti.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Avete davvero rotto... l'atomo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/avete-davvero-rotto-latomo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/avete-davvero-rotto-latomo/</guid><pubDate>Fri, 10 Jul 2026 06:03:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>energia</category><description>Il libro &amp;amp;ldquo;Avete rotto l&amp;amp;rsquo;atomo&amp;amp;rdquo; (People, 2026) di Matteo De Piccoli e Giovanni L. Montagnani restituisce un po&amp;amp;rsquo; di ossigeno nel malsano dibattito ultra-polarizzato sull&amp;amp;rsquo;energia nucleare. La conclusione principale sull&amp;amp;rsquo;utilizzo di una tecnologia affascinante e complessa non può che essere né ideologicamente a favore né ideologicamente contro. E per fortuna.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/avete-davvero-rotto-latomo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/avete-davvero-rotto-latomo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Per fortuna Matteo De Piccoli e Giovanni L. Montagnani hanno appena scritto <em><a href="https://www.peoplepub.it/pagina-prodotto/avete-rotto-l-atomo" rel="noopener">Avete rotto l’atomo</a></em> (edito da People, 384 pagine, 18€), un libro dove finalmente il dibattito sull’energia nucleare supera questa pericolosa e asfissiante polarizzazione pro-contro.</p>
<p>Il sottotitolo è <em>Il libro che NON ti farà cambiare idea sul nucleare</em>. E forse hanno ragione, purtroppo, perché chiunque sostenga ideologicamente l’adozione a tutti i costi del nucleare, e chiunque faccia il contrario, si troverà forse sommerso da una mole di dati troppo complessi da accettare. Il punto però è che la realtà sul nucleare è articolata e allo stesso tempo affascinante, quindi è davvero un peccato non poterne parlare e leggere con un approccio laico e disinteressato.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/avete-davvero-rotto-latomo-body-1.png.webp" alt="copertina libro sul nucleare &ldquo;avete rotto l&rsquo;atomo&rdquo;" width="434" height="656" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Non poteva mancare un preambolo sulla storia delle scoperte dell’energia nucleare, dai ragazzi di via Panisperna alla bomba atomica (anzi, <em>nucleare</em>), dalla centrale di Caorso a Cernobyl e Fukushima.</p>
<p>Il primo dato poi da ricordare sull’energia nucleare è che le sue emissioni di gas serra su tutto il ciclo di vita sono bassissime, circa come eolico e idroelettrico, e meno del fotovoltaico (che le ha comunque molto basse). Questo dipende dal fatto che ancora oggi l’energia per “fare le cose” è ancora prodotta in gran parte dai combustibili fossili. Tant’è, che se lo scopo è decarbonizzare – e guarda caso è proprio questo – non si può non tenerne di conto.</p>
<p>L’unico grafico per capire perché si crea energia dalla fissione è il seguente, che ritrae l’andamento dell’energia di legame in funzione dei nuclei atomici. Come si può vedere c’è un picco attorno al &ldquo;gruppo del ferro&rdquo;: i nuclei che vengono prima e quelli che vengono dopo hanno tutti energia di legame inferiore. Ecco perché se si spacca un nucleo di uranio si ottengono due nuclei più piccoli con energia di legame maggiore. Questa è l&rsquo;energia guadagnata nei reattori nucleari e nelle bombe atomiche.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/avete-davvero-rotto-latomo-body-2.png.webp" alt="energia di legame dei nucleoni" width="686" height="455" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Se invece si fondono due nuclei di idrogeno (due isotopi per essere precisi) si ottiene un nucleo di elio. La differenza di energia tra prima e dopo rispetto alla fissione è molto maggiore: è la fusione (quella che non produce scorie radioattive). Tuttavia, «sono 50 anni che “la fusione arriverà tra 25 anni”», sgomberano il campo subito gli autori. Per la transizione ecologica possiamo tranquillamente dimenticarcela (ne <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/fusione-nucleare-arrivera-dopo-avremo-gia-decarbonizzato-nostra/">parlavamo qui</a>). Così come possiamo toglierci dalla testa l’irrealistica possibilità di gestire le scorie della fissione buttandole nel Sole: troppo costoso, troppo pericoloso, troppo assurdo.</p>
<p>Nel libro si ricorda anche che considerando una probabilità di avere un incidente grave ogni 100.000 anni per una centrale, si ottiene in realtà la probabilità di registrarne uno del 12%, se si tiene conto che ci sono più reattori in funzione contemporaneamente nel mondo (e che operano per svariati decenni). La sicurezza dell&rsquo;energia nucleare è quindi alta, ma non troppo.</p>
<p>Ma al di là di incidenti e soluzioni irrealistiche, il <em>nocciolo</em> (scusate l’ironia) della questione è la gestione delle scorie, che gli autori propongono anche di non chiamare più “scorie”, dal momento che questo le carica di una connotazione negativa che non sempre dovrebbero avere. Una centrale nucleare produce una grande varietà di prodotti di scarto (più o meno radioattivi), sia proveniente dal materiale usato per la costruzione e la gestione (terra, indumenti, ecc.) sia dal combustibile. La sfida tecnologica ed economica si concentra qui. È molto economico buttare via tutti i rifiuti e archiviarli sottoterra affidandoli a ere geologiche future, con non pochi interrogativi etici e di effettiva sicurezza che non sarà mai permanente. Oltre al fatto che se «non si fa la differenziata», bisogna gestire una gran quantità di materiale. Esiste però la possibilità di riciclare qualcosa. Si può usare parte del combustibile “bruciato” come nuovo combustibile con le opportune modifiche alla tecnologia della centrale. Ed esistono più gradi di recupero. Così come si possono eliminare gran parte dei rifiuti prodotti dalla fissione. Questi processi, noti come <em>breeding</em> e <em>burning</em>, cioè “autofertilizzazione” e “trasmutazione”, possono allungare di molto la vita utile del combustibile nucleare senza doverne estrarre altro. Nel migliore dei casi si può arrivare a ottenere un rifiuto radiologico che decadrebbe in “soli” 500 anni, contro i 300mila iniziali (in realtà, per certi materiali si arriva anche ai milioni di anni di tempo di decadimento).</p>
<p>E allora perché non farlo? Perché non usare queste tecnologie che alleggeriscono di molto il fardello delle scorie? La risposta, per ora, è che più si richiede una prestazione migliore più tendenzialmente le tecnologie non sono sufficientemente mature e/o costano enormemente di più. Se non ci fossero questi ostacoli, il problema non si porrebbe (e comunque alcune di queste già si usano). Certo, serve tenere presente che anche nella migliore delle ipotesi non si può rinunciare a stoccare qualcosa in depositi geologici (quelli per i rifiuti più pericolosi che non possono restare in superficie). Alcuni sottoprodotti altamente radioattivi sono ineliminabili.</p>
<p>Il discorso sulla tanto inflazionata <em>IV generazione</em> ruota attorno a questi temi. Oltre al fatto che sostituire una flotta di reattori nucleari con altri più nuovi non è come sostituire un campo di pannelli fotovoltaici con altri che funzionano meglio. A Fukushima si sarebbe quasi certamente evitato il disastro se fossero stati usati reattori poco più evoluti. Il problema è che la tecnologia nucleare costa moltissimo in fase di costruzione e ha bisogno di tempi molto lunghi per ammortizzare il costo energetico, che a cascata ricade poi sulla bolletta. L’energia nucleare francese oggi costa poco perché i reattori sono stati costruiti decenni or sono, e oggi i consumatori non pagano più il costo di costruzione (la storia economica dell’energia nucleare francese è molto interessante, nel libro troverete un’ampia rendicontazione). Questo è il motivo per cui, almeno dal punto di vista economico, fu un errore strategico importante aver interrotto la costruzione della centrale di Montaldo di Castro e aver spento prima del tempo le altre centrali nucleari italiane.</p>
<p>Questo vale anche per quelli che ora vengono chiamati piccoli reattori modulari. A parte le piccole dimensioni di questi famigerati reattori, tutto il resto dell’infrastruttura necessaria (che si può anche visitare) non differisce troppo da quelli tradizionali e ha bisogno di fare economia di scala per abbattere i costi di costruzione. Quando sentite in slogan politici che l&rsquo;Italia abbasserà le bollette grazie al nucleare state ascoltando una bugia bella e buona: le bollette oggi costano tanto perché c&rsquo;è una guerra in corso e finché dipenderemo dai combustibili fossili la bolletta ve la terrete alta. In più, questi reattori - così come la <em>IV generazione</em> (tipologia di tecnologia che per la verità ne raggruppa molte al suo interno) - non sono ancora pronti per essere diffusi su larga scala.</p>
<p>E serve aggiungere un ulteriore ingrediente. Non è così vero che per compensare le fluttuazioni delle energie rinnovabili il nucleare sia la fonte costante migliore. È il problema, dicono gli autori, dell’&ldquo;ultimo miglio&rdquo;. In ottica di transizione energetica, si può tranquillamente riuscire a coprire il fabbisogno con le varie rinnovabili esistenti. Lasciando scoperto un 10%-20% che sarebbe forse meglio coprire con una fonte energetica costante. Come i combustibili fossili, come il nucleare, come le biomasse, ecc. Tuttavia, una centrale nucleare è economicamente ed energeticamente efficiente quando produce energia al massimo delle sue potenzialità. Alzare e abbassare la produzione energetica, in più, potrebbe anche stressare i materiali dell’impianto riducendone la vita media. Si può fare, ma i costi aumentano.</p>
<p>Il discorso però è che siamo di fronte a una crisi climatica inedita e ogni mezzo è necessario per ridurre il più possibile i gas serra. Scegliere il nucleare, come per altro suggerisce anche l’IPCC e gran parte della letteratura scientifica globale, è probabilmente necessario per coprire l’ultimo miglio di fabbisogno. Per una parte residuale del mix energetico, si intende. Così come è necessario usare biomasse, idrogeno, cattura e stoccaggio di carbonio e tutte queste altre tecnologie che non sembrano particolarmente <em>carine</em>. Oltre chiaramente a investire su sistemi di stoccaggio e accumulo energetico molto più potenti (le batterie), che sono la tecnologia ottimale da usare con le rinnovabili. Scegliere il nucleare è come decidere di comprare un bene di lusso, dicono gli autori, con i costi conseguenti, fino a che non ci saranno soluzioni migliori dal punto di vista ecologico ed economico.</p>
<p>L’importante, nel dibattito politico sulla programmazione energetica nazionale e internazionale, è che si resti su un piano di discussione che tenga conto delle evidenze scientifiche, delle capacità di gestione e delle competenze del paese e della volontà popolare (su cui le democrazie si basano). Usare il nucleare come scusa per rallentare il passaggio alle rinnovabili è dannoso e controproducente. Così come è stato ed è controproducente non avere ancora trovato un sito per il deposito unico nazionale per le scorie radioattive, che tra l&rsquo;altro provengono anche dagli ospedali, a causa di un’apparentemente incorreggibile sindrome NIMBY (<em>Not In My Backyard</em>). Sindrome che colpisce anche la costruzione di parecchi impianti fotovoltaici ed eolici per la verità, contribuendo a rallentare la transizione energetica.</p>
<p>Insomma, il libro ci dà elementi per stare con i piedi per terra e per ripulire il dibattito dalle troppe scorie (queste sì) ideologiche e integraliste. Io lo leggerei.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Dopo il disastro</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/dopo-disastro/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/dopo-disastro/</guid><pubDate>Fri, 10 Jul 2026 06:03:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eva Benelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Bhopal, Minamata, Halifax, Scarlino, possiamo imparare molto da tutto quello che si mette in moto dopo un disastro: conoscenze, nuove regole, modifiche delle prassi. ma anche la capacità di organizzarsi in difesa dei diritti e della giustizia ambientale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dopo-disastro-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/dopo-disastro-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>È la mattina del 6 dicembre 1917 ad Halifax in Canada, in piena Prima guerra mondiale, il porto è affollato, il traffico convulso. Poco dopo le 8:45 la nave francese <em>Mont-Blanc</em>, carica fino all&rsquo;orlo di esplosivi destinati al fronte europeo, e la nave norvegese <em>Imo</em> si scontrano nel tratto di mare più stretto del porto. Non si tratta di un urto importante, ma alcune scintille incendiano il benzolo versato sul ponte della <em>Mont-Blanc</em>. </p>
<p>L&rsquo;equipaggio, consapevole del rischio di esplosione (il carico comprendeva quasi tremila tonnellate di esplosivi, tra cui TNT acido picrico e benzene), si precipita ad abbandonare la nave, senza che ci sia modo di avvisare le autorità cittadine. Quando, alle 9:04, solo 20 minuti dopo l’impatto, la <em>Mont-Blanc</em> esplode sarà la più grande deflagrazione non nucleare della storia fino a quel momento. L&rsquo;onda d&rsquo;urto rade al suolo un intero quartiere, i vetri delle finestre esplodono, si genera perfino un&rsquo;onda anomala di una decina di metri che si abbatte a riva. Un piccolo tsunami. Si conteranno 2.000 morti e oltre 9.000 feriti, molti dei quali resi ciechi dai vetri delle finestre cui si erano affacciati per osservare l’incendio. Una catastrofe. </p>
<p>Ma in fondo siamo in guerra e l’eco del disastro di Halifax finisce col perdersi tra i tanti altri, ne rimarrà un barlume in qualche romanzo, fino alla ricostruzione puntuale che ne fa il giornalista (sportivo) John U. Bacon nel suo libro <em><a href="https://beansbookblog.com/2026/04/02/book-review-the-great-halifax-explosion-by-john-u-bacon-2017/" rel="noopener">The great Halifax explosion</a></em>, uscito in occasione del centenario.</p>
<h2 id="il-mercurio-nella-baia">Il mercurio nella baia</h2><p>Comincia in sordina la storia della baia di Minamata, sull’isola di Kyushu in Giappone, ma proseguirà dal 1932 fino al 1968. Sono i gatti i primi protagonisti: la popolazione locale si accorge che si muovono in maniera sconnessa, a scatti, e finiscono col cadere in mare, tanto che i pescatori la chiameranno &ldquo;la malattia dei gatti danzanti&rdquo;. Ma sintomi simili: movimenti sconnessi, perdita di sensibilità agli arti, convulsioni, paralisi, colpiscono sempre più spesso altri animali e persone. </p>
<p>Solo nel 1956 arriva il primo caso umano ufficialmente registrato: una bambina di cinque anni ricoverata con gravi disturbi neurologici. Ma nessuno, allora, collega quei sintomi allo stabilimento dell’industria chimica Chisso Corporation, che utilizza metilmercurio per la produzione di acetaldeide e da decenni scarica i propri reflui nella baia. Il mercurio, estremamente tossico, si sta via via accumulando nella catena alimentare ittica, dai crostacei ai delfini. Il pesce è l’alimento base della popolazione locale, che quindi continuerà a pescarlo e consumarlo nel corso degli anni. Gli anni che saranno necessari per superare le smentite da parte dei responsabili dell’industria e stabilire il nesso con gli scarichi industriali (si scoprirà che la società sapeva, ma aveva tenuto nascosti i risultati dei test realizzati internamente, un classico da copione cinematografico). <br>
A lungo si è creduto, o forse sperato, che responsabile della malattia fosse invece un agente infettivo, tanto che le persone colpite hanno spesso dovuto subire lo stigma della malattia e sono state tenute a distanza perché sospettate di diffondere il contagio di un morbo misterioso.</p>
<p>Nonostante le prove ormai indiscutibili, la Chisso continuerà a produrre acetaldeide, e a inquinare, per altri dodici anni, fino al 1968, quando si riconosce ufficialmente il legame con l’inquinamento da mercurio. La sentenza del 1973 riconosce finalmente la piena responsabilità della Chisso, garantendo un risarcimento a tutti i pazienti certificati, ma la questione di chi avesse diritto alla certificazione è rimasta aperta per decenni: ancora nel 2005 il governo giapponese ha dovuto riaprire le domande di certificazione sanitaria, segno di quanto a lungo si sia protratto il conflitto su chi potesse davvero definirsi vittima.<br>
Un ulteriore aspetto drammatico è la nascita di molti bambini affetti da malformazioni congenite, anche da madri asintomatiche e rimaste incinte dopo la fine della dispersione ambientale, perché il mercurio si accumula nell’organismo e riesce a passare la barriera placentare.</p>
<h2 id="una-nube-tossica-nella-notte">Una nube tossica nella notte</h2><p>Siamo a Bhopal, una piccola città indiana che non arriva al milione di abitanti. Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, mentre gran parte della popolazione dorme, nel serbatoio numero 610 dello stabilimento della Union Carbide India, controllata dalla statunitense Union Carbide Corporation, l&rsquo;acqua entra a contatto con l&rsquo;isocianato di metile stoccato per la produzione di un pesticida. <br>
La reazione chimica scalda il serbatoio, la valvola di sicurezza cede e una nube di gas tossico si riversa sulla città addormentata. La torre di raffreddamento e la torcia di combustione, cioè gli impianti di sicurezza che avrebbero dovuto neutralizzarla, sono spenti o comunque fuori uso da mesi per abbattere i costi di manutenzione. </p>
<p>Migliaia di persone si svegliano soffocando, con gli occhi in fiamme, molte muoiono subito, nel sonno, altre nella fuga disordinata verso i bordi della città. Negli ospedali, impreparati e privi di informazioni sulla natura del gas, i medici tentano di intervenire come possono. Nei giorni successivi si contano migliaia di morti e centinaia di migliaia di feriti, che porteranno per il resto della vita le conseguenze di quella notte. Sull’impatto del disastro mancano dati certi e definitivi: 2.259 persone sarebbero morte subito e stime indipendenti contano fino a 8.000 decessi nelle prime due settimane. Oltre 558.000 persone, più della metà della popolazione, sarebbero state colpite, secondo un affidavit governativo del 2006.<br>
A differenza di quanto accaduto a Seveso, a 42 anni di distanza la bonifica del sito è ancora incompleta: solo a gennaio 2025 è iniziato il trasferimento delle scorie tossiche residue verso un impianto di incenerimento a Pithampur, nel distretto industriale di Dhar, tra proteste della popolazione locale.</p>
<h2 id="disastri-diversi-dinamiche-simili">Disastri diversi, dinamiche simili</h2><p>I 50 anni dall’incidente dell’Icmesa di Seveso sono stati richiamati alla memoria già da una decina di giorni (per quel vezzo italiano di anticipare le ricorrenze). Per <em>Scienza in rete</em> ha scritto ieri Luca Carra un lungo e dettagliato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/seveso-nube-bosco-leredita-disastro/">articolo</a>, mettendo in evidenza l’eredità scientifica e di resilienza che ci ha lasciato quel disastro, come comunità italiana e internazionale. Perché i disastri insegnano e, nelle circostanze migliori, modificano le prassi. Così, pur lontane nel tempo e nello spazio, anche le catastrofi di Bhopal, Minamata e Halifax ci possono insegnare qualcosa.</p>
<p>Un primo elemento comune è la sottovalutazione sistematica del rischio: a Bhopal i sistemi di sicurezza erano fuori uso da mesi per contenere i costi. A Minamata l&rsquo;azienda ha proseguito gli scarichi in mare anche dopo che propri test interni ne avevano segnalato la tossicità. Ad Halifax, il contesto bellico ha portato a una gestione del traffico portuale caotica e priva di adeguati protocolli per navi cariche di esplosivi. <br>
Un altro elemento comune è la comunicazione istituzionale tardiva o reticente: a Bhopal l&rsquo;azienda minimizzò nelle prime ore la tossicità del gas, ritardando i soccorsi, mentre a Minamata le autorità locali e prefettizie insabbiarono per anni il nesso tra fabbrica e la &ldquo;strana malattia&rdquo;.</p>
<p>La dipendenza economica del territorio dall&rsquo;impianto responsabile la ritroviamo a Bhopal e in misura maggiore a Minamata, dove l&rsquo;azienda rappresentava la principale fonte di occupazione e gettito fiscale. Il che si porta dietro il corollario di interessi contrapposti e di difficoltà per le vittime di farsi riconoscere (e qui il pensiero va, inevitabilmente, all’<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/perche-decarbonizzazione-dellex-ilva-sia-solo-favola-bella/">Ilva</a> di Taranto).</p>
<h2 id="leredità-normativa">L’eredità normativa</h2><p>Ogni disastro ha lasciato dietro di sé anche un&rsquo;impronta normativa specifica, che spesso è diventata modello internazionale, anche se con tempi e ampiezze diversi. <br>
L’esperienza di Bhopal ha contribuito, in India, all&rsquo;approvazione dell&rsquo;<a href="https://www.indiacode.nic.in/bitstream/123456789/4316/1/ep_act_1986.pdf" rel="noopener">Environment Protection Act</a> (1986) e di una legislazione ad hoc sui risarcimenti. Il disastro indiano ha avuto ricadute anche negli Stati Uniti, portando il Congresso a promulgare una <a href="https://www.epa.gov/epcra" rel="noopener">normativa</a> sulla comunicazione del rischio chimico alle comunità residenti, la cosiddetta Community right-to-know.</p>
<p>Minamata ha dato il nome, nel 2013, alla <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Convenzione_di_Minamata_sul_mercurio" rel="noopener">Convenzione di Minamata</a> sul mercurio delle Nazioni Unite, un trattato internazionale che regola oggi l&rsquo;uso e il commercio globale del mercurio. <br>
L’esplosione di Halifax ha portato a un irrigidimento delle norme di sicurezza portuale e alla creazione della <a href="https://memoryns.ca/halifax-relief-commission-fonds" rel="noopener">Halifax Relief Commission</a>, un modello di gestione centralizzata dei risarcimenti post-catastrofe che avrebbe influenzato la gestione di disastri successivi in Nord America.</p>
<p>Ed è giusto ricordare anche qui che il caso di Seveso ha prodotto probabilmente l&rsquo;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Direttiva_Seveso" rel="noopener">eredità normativa</a> più solida e sistemica tra tutti: la Direttiva europea 82/501/CEE del 1982, poi evolutasi in Seveso II e Seveso III, resta a oggi il riferimento europeo per la prevenzione degli incidenti industriali rilevanti.</p>
<h2 id="khairat-nahi-rozgar-chahiye-non-vogliamo-elemosina-vogliamo-lavoro">Khairat nahi, rozgar chahiye, non vogliamo elemosina, vogliamo lavoro</h2><p>Giustizia ambientale, comunicazione del rischio, mobilitazione delle persone, tutti e tre gli incidenti che stiamo raccontando hanno visto nascere e persistere movimenti di protesta e di rivendicazione che sono sempre andati al di là della lotta per un indennizzo, trasformandosi in movimenti per la dignità e i diritti.<br>
A Bhopal il movimento nasce dal basso e vede protagoniste soprattutto le donne. Nel gennaio 1986, poco più di un anno dopo il disastro, l&rsquo;attivista <a href="https://www.ndtv.com/people/bhopal-gas-tragedy-activist-abdul-jabbar-dies-2132717" rel="noopener">Abdul Jabbar Khan</a>, a sua volta vittima del gas, fonda il Bhopal Gas Peedit Mahila Udyog Sangathan (BGPMUS), un&rsquo;organizzazione composta in prevalenza da donne, vedove e sopravvissute rese indigenti dalla tragedia.«<em>Khairat nahi, rozgar chahiye</em> (non vogliamo elemosina, vogliamo lavoro)», è lo slogan diventato famoso.</p>
<p>Il Sangathan si è opposto da subito alla logica assistenzialista degli aiuti di emergenza (razioni alimentari, sussidi minimi), rivendicando invece impiego, formazione professionale e riconoscimento della responsabilità aziendale. Ha condotto manifestazioni, presidi settimanali nel parco Yaadgaar-e-Shahjahani di Bhopal, e una fitta attività di contenzioso legale, arrivando a più riprese davanti alla Corte Suprema indiana.</p>
<p>Un tratto distintivo di questo movimento è la sua natura strettamente locale: a differenza di altre grandi mobilitazioni globali, il Sangathan si è finanziato quasi esclusivamente con contributi mensili simbolici dei propri membri e con la vendita di manufatti artigianali, rifiutando finanziamenti esteri. È un modello di attivismo povero di risorse ma straordinariamente longevo: resta attivo ancora oggi, oltre quarant&rsquo;anni dopo il disastro, portato avanti da figure come Hamida Bi (succeduta a Jabbar alla guida dell&rsquo;organizzazione fino alla morte nel 2020) e da altre donne sopravvissute che continuano a seguire i contenziosi ancora aperti, compreso, nel 2025, quello sulla bonifica finale del sito.</p>
<p>A questo nucleo si sono affiancate nel tempo altre reti, come la Bhopal Gas Peedith Sangharsh Sahayog Samiti e gruppi internazionali di solidarietà (<a href="https://www.bhopal.net/" rel="noopener">International Campaign for Justice in Bhopal</a>), che hanno permesso al caso di restare sulla scena internazionale ben oltre i confini indiani, un fattore che ha probabilmente contribuito a mantenere aperta, per quattro decenni, la pressione politica su un&rsquo;azienda multinazionale.</p>
<h2 id="dai-pescatori-ai-malati-il-movimento-kogai">Dai pescatori ai malati, il movimento kogai</h2><p>A Minamata la mobilitazione nasce in prima battuta non dai malati ma dai pescatori, danneggiati nel loro reddito ben prima che la malattia fosse identificata: già nel 1959 le cooperative di pesca occupano più volte lo stabilimento Chisso per chiedere un risarcimento, arrivando a scontri fisici con la sicurezza aziendale e a un intervento della polizia. Solo successivamente, e con maggiore difficoltà, si organizzarono le famiglie dei malati.</p>
<p>Il motivo di questa asimmetria iniziale è rivelatore: mentre i pescatori godevano di una struttura organizzativa preesistente (le cooperative), i malati di Minamata si trovavano in una posizione sociale assai più debole, colpiti da un doppio stigma: la malattia stessa e il sospetto di voler danneggiare l&rsquo;unico grande datore di lavoro della città, tanto che molte famiglie preferirono a lungo non farsi riconoscere come vittime. Il primo accordo del 1959 tra la Chisso e la neonata Associazione delle famiglie dei pazienti fu un &ldquo;risarcimento di cortesia&rdquo; (<em>mimaikin</em>) che non implicava alcuna ammissione di responsabilità, e che anzi vincolava le famiglie a non presentare ulteriori richieste.</p>
<p>La svolta arriva un decennio più tardi. Con la crescita economica giapponese degli anni Sessanta, cambia il contesto politico e legale: nel 1969, per la prima volta, un gruppo di pazienti porta la Chisso in tribunale, in quello che gli storici definiscono il quarto e ultimo dei grandi casi <em>kogai</em>, la parola giapponese che indica non solo l’inquinamento industriale ma il danno che porta alla salute pubblica. Prima di Minamata erano arrivati alle aule del tribunale il caso di Toyama (inquinamento da cadmio), Yokkaichi (anidride solforosa) e Niigata (di nuovo metilmercurio). <br>
Nasce una fase di attivismo molto più aggressivo e mediaticamente sofisticato: i pazienti e i loro sostenitori acquistano azioni Chisso per poter partecipare alle assemblee societarie e confrontarsi direttamente con i dirigenti, organizzano &ldquo;negoziati diretti&rdquo; (<em>chokuso</em>) alla sede di Tokyo. Le proteste diventano un appuntamento fisso dei telegiornali nazionali.<br>
Il fotografo statunitense W. Eugene Smith, che ha documentato per anni la vicenda arrivando a essere aggredito e gravemente ferito nel 1972 da dipendenti Chisso che volevano impedirgli di continuare a fotografare i pazienti, resta l&rsquo;emblema di come Minamata sia diventato anche un caso di risonanza internazionale attraverso l&rsquo;immagine fotografica. Nel 2020 esce anche un film <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Il_caso_Minamata" rel="noopener">Il caso Minamata</a>, con Johnny Depp, nel ruolo del fotografo. </p>
<p>Il movimento produce anche alcune figure-simbolo che meritano di essere ricordate: Teruo Kawamoto, radicalizzato dalla morte del padre per la malattia, divenne l&rsquo;unico paziente di Minamata a essere eletto in un consiglio locale. Eiko Sugimoto continuò a pescare nonostante la disabilità, in un gesto di rifiuto simbolico dell&rsquo;abbandono del mare imposto dall&rsquo;inquinamento. </p>
<h2 id="halifax-tra-solidarietà-e-discriminazione">Halifax: tra solidarietà e discriminazione </h2><p>In questo confronto il caso di Halifax è quello che meglio illumina per contrasto gli altri due. Non nascono movimenti di rivendicazione perché non c’è un unico soggetto responsabile, le navi coinvolte appartenevano a compagnie di navigazione straniere in un contesto di traffico bellico internazionale, e la stessa inchiesta giudiziaria, condotta dal giudice Arthur Drysdale, si concentra sull&rsquo;attribuzione di colpa tra l&rsquo;equipaggio della <em>Mont-Blanc</em>, il pilota e il comandante della marina canadese responsabile della sicurezza portuale, un contenzioso tecnico-legale, non un conflitto sociale tra comunità e impresa.<br>
A prevalere è la risposta immediata di solidarietà: già nelle ore successive all&rsquo;esplosione arrivano soccorsi da tutto il Canada e, soprattutto, dal Massachusetts, che invia treni con medici, infermieri e materiale sanitario. Da quel gesto nasce la tradizione, ancora oggi viva, dell&rsquo;abete che la Nuova Scozia dona ogni anno alla città di Boston in segno di gratitudine, un&rsquo;eredità culturale che è quasi l&rsquo;opposto della memoria conflittuale coltivata a Bhopal e Minamata.<br>
La gestione dei risarcimenti viene affidata a un organismo centralizzato e paternalistico, la Halifax Relief Commission, gestito dall&rsquo;élite cittadina con l&rsquo;obiettivo dichiarato di riportare la popolazione al proprio stato pre-esplosione. Solo la ricerca storica più recente ha portato alla luce un aspetto rimasto a lungo sotterraneo: gli studi di Mark Culligan e Katrin MacPhee hanno documentato come i richiedenti afro-discendenti, gli <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Black_Nova_Scotians" rel="noopener">African Nova Scotians</a>, abbiano ricevuto sistematicamente risarcimenti inferiori, con un tasso di scetticismo dei periti sociali verso le loro richieste di danno più che doppio rispetto alla media degli altri richiedenti.<br>
In un certo senso, si può dire che a Halifax un movimento di rivendicazione sia nato solo un secolo dopo, attraverso il lavoro di ricostruzione storica e di giustizia retrospettiva condotto oggi da ricercatori e comunità che chiedono un riconoscimento pubblico delle disparità subite. </p>
<h2 id="scarlino-dai-fanghi-rossi-ai-gessi-rossi"> Scarlino: dai fanghi rossi ai gessi rossi</h2><p>Torniamo in Italia, dove il caso di Scarlino, in Maremma, ribalta lo schema visto finora: qui la mobilitazione civile non arriva dopo un disastro, ma lo previene con successo. Peccato che il problema ambientale, risolto in mare, si ripresenti decenni dopo sotto un’altra forma sulla terraferma, utile promemoria che spostare un rifiuto da un comparto ambientale a un altro non equivale a eliminarlo.</p>
<p>Ed ecco la storia: dove oggi sorge lo stabilimento del Casone di Scarlino (provincia di Grosseto), fino al 1960 c&rsquo;era una fattoria. Nel 1962 la Montecatini acquista i terreni e costruisce un impianto per la produzione di acido solforico, legato allo sfruttamento dei minerali di pirite delle Colline Metallifere. Nel 1966 la Montecatini si fonde con la Edison, nasce la Montedison, che decide di usare lo stabilimento anche per produrre biossido di titanio (TiO2), pigmento allora molto richiesto sul mercato europeo. Il processo scelto è quello al solfato, che utilizza un minerale abbondante, l’ilmenite, anziché il più raro rutilio richiesto dal processo al cloro, generando però un ingente scarto liquido-fangoso di colore rosso, ricco di solfati e ossidi di ferro: i &ldquo;fanghi rossi&rdquo;.<br>
Nel 1971 la Montedison chiede al ministero della Marina Mercantile l&rsquo;autorizzazione a scaricare i fanghi rossi in mare, tra la Toscana e la Corsica. Il comune di Scarlino, interpellato dalla Prefettura di Grosseto, incarica un proprio tecnico di analizzare la questione: le analisi rivelano un&rsquo;elevata tossicità, con effetti devastanti su ambiente marino e pesca. Si apre, così, una battaglia lunga diciassette anni che vede alleati, in una rara configurazione, il comune di Scarlino, i sindacati e gli stessi operai dello stabilimento, la Regione Toscana e i comuni costieri, contro la Montedison. <br>
La vicenda ha eco internazionale e porta, nel 1978, a due risultati concreti: la <a href="https://eur-lex.europa.eu/IT/legal-content/summary/disposal-of-titanium-dioxide-industrial-waste.html" rel="noopener">Direttiva europea 78/176/CEE del 20 febbraio 1978</a>, che obbliga tutti gli Stati membri a dotare gli stabilimenti di impianti idonei a rendere innocui i residui inquinanti prima di scaricarli in mare, e la prima legislazione organica italiana a tutela delle acque (la cosiddetta &ldquo;<a href="https://www.doctrine.it/norms/laws/itatextgcuhvms24emqw4" rel="noopener">legge Merli</a>&rdquo;, l. 319/1976). <br>
Gli sversamenti a mare cessano: una battaglia, vinta, considerata da più osservatori la prima vera lotta ambientalista italiana, capace di dimostrare che ambiente e occupazione non sono necessariamente in conflitto.</p>
<p>Fermati gli scarichi a mare, i fanghi rossi si avviano su un altro processo: vengono trattati e neutralizzati con carbonato e idrossido di calcio, diventando un rifiuto solido, i “gessi rossi&quot;, un impasto che mescola questo residuo con la marmettola, lo scarto della lavorazione del marmo delle cave di Carrara. Il problema ambientale non è stato eliminato, ma cambia stato fisico e decennio.</p>
<p>A partire dal 2004 questi gessi rossi vengono utilizzati per il ripristino ambientale di una cava di marmo esaurita, quella di Poggio Speranzona a Montioni (Follonica), a circa 20 km dallo stabilimento. Tra il 2006 e il 2017 tre deroghe (due statali, una legge regionale toscana) aumentano le concentrazioni ammesse di solfati e cloruri nel materiale.  Si scopre, però, che il fondo della cava non è impermeabilizzato: gli inquinanti si infiltrano per anni nella falda acquifera sottostante, sforando i limiti di legge. Una Commissione parlamentare d&rsquo;inchiesta sulle ecomafie ha stimato che, smaltendo il materiale in questo modo anziché in discarica autorizzata, le aziende coinvolte avrebbero risparmiato tra i 200 e i 240 milioni di euro in circa quindici anni.<br>
Ne è nata un&rsquo;inchiesta penale della Direzione distrettuale Antimafia di Firenze, con perquisizioni, responsabili aziendali e istituzionali indagati, finché nel 2022 la Regione Toscana diffida l&rsquo;azienda, bloccando di fatto il conferimento in cava.</p>
<p>Dal 2023 lo stabilimento ferma quasi completamente la produzione, per una combinazione di crollo della domanda globale di TiO2, dumping dei produttori cinesi, costi energetici e l&rsquo;incognita irrisolta sui gessi rossi. Per circa due anni e mezzo oltre 200 lavoratori restano in cassa integrazione. Alla fine del 2025 arriva la svolta: il 19 novembre la Regione Toscana autorizza lo stoccaggio dei gessi rossi nell&rsquo;area degli ex bacini fanghi dello stabilimento per sette anni, previa messa in sicurezza permanente del sito, una nuova società, la Nuova Solmine (gruppo Solmar) rileva lo stabilimento e si impegna a riassumere tutti i lavoratori. A febbraio di quest’anno l&rsquo;impianto, ribattezzato SolTiox, riparte ufficialmente con la produzione. Ma questa è un’altra storia.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>A cosa servono le città</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-servono-citta/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-servono-citta/</guid><pubDate>Mon, 06 Jul 2026 07:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefano Nespor</dc:creator><category>ambiente</category><description>A lungo le città sono state considerate soprattutto motori della crescita economica o, al contrario, luoghi in cui si concentrano disuguaglianze, traffico e inquinamento. Oggi, però, una nuova prospettiva sta prendendo forma: proprio le aree urbane, dove vive oltre metà della popolazione mondiale, potrebbero diventare gli attori più efficaci nella lotta al cambiamento climatico. Grazie alla loro capacità di sperimentare politiche innovative e di intervenire con rapidità, le grandi città sono sempre più in grado di colmare i ritardi dei governi nazionali, trasformandosi da semplici centri di sviluppo economico a laboratori di sostenibilità ambientale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cosa-servono-citta-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cosa-servono-citta-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le città, soprattutto quelle di grandi dimensioni, possono fare molto di più per contenere il cambiamento climatico di quanto generalmente si pensi. È questa l’idea che si sta gradualmente affermando e che potrebbe aprire nuove prospettive. Ma andiamo con ordine.</p>
<p>Cinquant’anni fa, con uno <a href="https://www.jstor.org/stable/2777096" rel="noopener">scritto</a> che ha avuto molto successo, la città è stata concepita come una macchina per produrre crescita economica: una macchina che generando crescita porta benefici a chi opera nell’edilizia, nella finanza, nel commercio e (a quel tempo ancora) nell’industria. E porta lavoro e benessere per gli abitanti, il cui numero aumenta. Certo, non tutti erano d’accordo: i critici osservavano che la crescita porta benefici solo a una piccola parte dei residenti, mentre gli altri ne sopportano le conseguenze negative: inquinamento, traffico, rumore.</p>
<p>Passano vent&rsquo;anni, c’è la globalizzazione e una sociologa ed economista argentina, Saskia Sassen, ha introdotto la categoria delle città globali: sono città divenute centri per la crescita non dell’economia del territorio in cui si trovano, ma dell’economia globale. Dapprima New York, Londra e Tokyo, poi si sono aggiunte Hong Kong e Shanghai, poi il fulcro degli Emirati Arabi Uniti Dubai, e infine in tempi più recenti Mexico City e Sao Paulo. Tutte queste città sono sempre più connesse tra di loro e sempre più disconnesse fisicamente e socialmente con il territorio in cui si trovano, al punto che per queste entità non ha più senso parlare di città nel senso abituale del termine.</p>
<p>Facciamo un altro salto in avanti nel tempo. Due libri in rapida successione, <em>Miti e realtà dell’ambientalismo</em> di David Owen (Green Metropolis Igea, 2010) e <em>Il trionfo della città</em> di Edward Glaeser (Bompiani, 2013) smentiscono l’idea, assai diffusa, che le città tradizionali, quelle dove si concentra la maggior parte degli abitanti del pianeta, siano rese inutili da internet e dalle tecnologie della comunicazione. Nel contempo affermano che le città siano macchine, ma per la tutela dell’ambiente: le città sono il risultato dell’accumularsi nel corso del tempo di sistemi sempre più efficienti di uso del territorio, degli spazi abitativi, dell’energia, delle risorse naturali. Se per fare la spesa, comprare un libro o un vestito, portare i figli a scuola o andare dal medico si va a piedi o con un mezzo pubblico e non si deve usare l’automobile come accade a chi vive in campagna, si pongono in essere comportamenti ambientalmente sostenibili inconsci, quelli più semplici da realizzare.</p>
<p>Siamo giunti all’ultima tappa di questa rassegna: una tappa che riprende sia l’idea della città come macchina di Molotch, sia quella delle città globali di Sassen, collegandosi alle considerazioni di Owen e Glaeser.</p>
<p>Partendo da un’analisi di New York, le autrici (ricercatrici alla New York University) <a href="https://www.cambridge.org/core/books/local-greens/9E1383B9157CDD29B60B29679C1DEDA0" rel="noopener">osservano</a> che le grandi città, soprattutto (ma non solo) quelle globali, sono efficienti macchine di politica ambientale e di contenimento del cambiamento climatico che sviluppano e applicano conoscenze accumulate nel tempo per adottare misure volte alla riduzione delle emissioni di gas serra, compensando l’inefficienza o l’incapacità di agire dei governi statali. Queste conclusioni sono state anticipate dalle stesse autrici con una <a href="https://www.jstor.org/stable/jj.8784638" rel="noopener">raccolta di saggi</a> dedicata appunto alle città globali sostenibili. Sono prese in considerazione sette grandi città (Londra, New York, Berlino, Abu Dhabi, Pechino, Delhi, e Shanghai) e dalla comparazione delle diverse realtà emerge che ciascuna, con proprie modalità, ha sviluppato meccanismi di contenimento delle emissioni che si integrano con le normative nazionali, ma spesso le sostituiscono.</p>
<p>Se si considera che più della metà della popolazione del pianeta vive nelle città, l’indicazione che sorge è quella di ripensare la politica di adattamento e di contenimento climatico, affidandone la progettazione non a governi e istituzioni centrali, ma alle entità che sono più in grado e più disponibili a realizzarla: le città.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Lavorare stanca, al caldo ammazza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/lavorare-stanca-caldo-ammazza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/lavorare-stanca-caldo-ammazza/</guid><pubDate>Thu, 02 Jul 2026 07:31:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Mentre il caldo estremo diventa la norma, il lavoro all&amp;amp;rsquo;aperto resta uno dei fronti più esposti e meno tutelati. In Italia ogni anno migliaia di infortuni sono attribuibili alle alte temperature, e ogni estate porta con sé la conta dei braccianti e degli operai morti sotto il sole. Qualcosa si muove: ordinanze regionali, un protocollo nazionale, una piattaforma di previsione del rischio che funziona. Ma in Italia la prevenzione resta a macchia di leopardo e senza una legge che la renda obbligatoria ovunque. Illustrazione prodotta con Claude.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/lavorare-stanca-caldo-ammazza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/lavorare-stanca-caldo-ammazza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 19 luglio 2025 Naceur Messaoudi, bracciante di 57 anni, è morto mentre raccoglieva cocomeri nelle campagne di Montalto di Castro, in provincia di Viterbo. Pochi giorni prima un altro bracciante era morto in un agrumeto del Cosentino, un terzo in una serra del Casertano. Il 25 luglio, in Sardegna, l&rsquo;operaio antincendio Gianfranco Incollu ha perso la vita mentre lavorava tra le fiamme a Jerzu, con temperature che hanno toccato i 48 gradi. Sono solo alcuni dei casi che le cronache e i sindacati hanno raccolto durante l&rsquo;estate. Quasi sempre la causa ufficiale resta un generico malore, perché il caldo compare raramente sul certificato di morte.</p>
<p>Ecco il problema: la mortalità e gli infortuni da calore sul lavoro sono in larga parte sommersi. Il caldo moltiplica il disagio portandolo a volte alle estreme conseguenze. Aggrava malattie esistenti, ma provoca anche colpi di calore e disidratazione. Soprattutto fa crescere la probabilità di incidenti, perché riduce attenzione, lucidità e coordinazione. La conseguenza è che molti infortuni da caldo finiscono registrati in altre caselle. A questa invisibilità statistica se ne aggiunge una sociale: una quota importante dei lavoratori più esposti, in agricoltura come in edilizia, è composta da migranti, stagionali e persone impiegate in nero o tramite caporalato, cioè proprio chi ha meno voce per pretendere acqua, ombra e pause, e meno possibilità di fermarsi quando il corpo dà i primi segnali.</p>
<h2 id="perché-il-corpo-cede">Perché il corpo cede</h2><p>Al calore dell&rsquo;ambiente, fatto di temperatura, umidità, vento e radiazione solare, si somma il calore prodotto dai muscoli durante lo sforzo. Quando le due fonti superano la capacità del corpo di disperdere calore, la temperatura interna sale e la termoregolazione entra in crisi: arrivano crampi, esaurimento, fino al colpo di calore, che è un&rsquo;emergenza medica. Nelle esposizioni ripetute, anno dopo anno, la letteratura segnala anche danni renali, eventi cardiovascolari ed effetti sulla fertilità.</p>
<p>Per misurare questo rischio non basta il termometro. Serve un indice che tenga conto di tutte le componenti, e quello più usato è il WBGT, la temperatura di bulbo umido. È lo stesso parametro che la <a href="https://www.who.int/europe/publications/i/item/9789289062930" rel="noopener">guida dell&rsquo;OMS Europa sui piani caldo-salute</a>, di cui ci siamo già occupati, raccomanda per il mondo del lavoro, insieme a un altro fattore spesso trascurato: l&rsquo;acclimatazione. Il corpo si adatta gradualmente al caldo, e i giorni più rischiosi sono spesso i primi di un&rsquo;ondata, o l&rsquo;inizio della stagione, quando i lavoratori non sono ancora abituati. Vale anche per gli ambienti chiusi: cucine, magazzini, fonderie, stirerie e capannoni della logistica possono diventare trappole di calore tanto quanto un cantiere sotto il sole.</p>
<h2 id="i-numeri-italiani">I numeri italiani</h2><p>Quando si prova a quantificare il fenomeno, le cifre sono notevoli. Le ricerche condotte nell&rsquo;ambito dei progetti finanziati dall&rsquo;<a href="https://www.inail.it/portale/prevenzione-e-sicurezza/it/come-fare-per/conoscere-il-rischio/agenti-fisici/stress-termico.html" rel="noopener">INAIL</a> stimano in Italia oltre 4.000 infortuni sul lavoro l&rsquo;anno attribuibili al caldo: circa 4.270 di media all&rsquo;anno nel periodo 2014-2019, per un totale di oltre 25.000 casi e un costo per la collettività intorno ai 50 milioni di euro l&rsquo;anno, probabilmente superati nel 2024. Sono numeri che pesano due volte, in vite e in denaro, e che riguardano soprattutto chi lavora all&rsquo;aperto o in ambienti chiusi non climatizzati: edilizia, agricoltura, cave, logistica, manifattura pesante, servizi di emergenza.</p>
<p>Secondo le agenzie europee per la sicurezza, circa un <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/22/oltre-la-fatica-il-caldo-il-33-dei-lavoratori-europei-e-esposto-a-rischi-legati-ai-cambiamenti-climatici/8166407/" rel="noopener">terzo dei lavoratori del continente</a> è ormai esposto a rischi legati ai cambiamenti climatici, con il caldo in cima alla lista. E l&rsquo;impatto non si misura solo in infortuni: il calore riduce la produttività perché rallenta i ritmi, impone pause e cala il rendimento. Le stime europee parlano di una perdita di ore di lavoro che già oggi vale oltre l'1% dell&rsquo;offerta complessiva, con i valori più alti proprio nel Sud, Italia compresa, dove si concentrano agricoltura e cantieri. Il caldo, in altre parole, è anche un problema economico, non solo sanitario.</p>
<p>Lo conferma il <a href="https://www.allianz.com/en/economic_research/insights/publications/specials_fmo/260528-heat-economics.html" rel="noopener">centro studi di Allianz</a>, che nel rapporto Too hot to grow del maggio 2026 ha provato a mettere in conto il calore. Oltre la soglia critica dei 30 °C, stima, la produttività del lavoro cala di circa il 3% per ogni grado in più, perché crolla la resa per ora lavorata, mentre i consumi di energia salgono dell'1,2% per grado: i costi aumentano proprio quando il rendimento diminuisce. Nelle annate più calde le ondate sono già costate tra lo 0,3% e lo 0,5% del PIL europeo, oltre l'1% nei casi peggiori, e in uno scenario in cui i prossimi anni ricalcano i più caldi mai registrati le perdite cumulate al 2030 potrebbero arrivare al 5-7% del PIL nelle economie più esposte: per l&rsquo;Italia, seconda in Europa, circa 147 miliardi di dollari, dietro la sola Francia. A pesare è anche un ritardo strutturale: in Europa la diffusione dei condizionatori è ferma in media al 19%, contro circa il 90% degli Stati Uniti.</p>
<p>A calare lo sguardo sul caso italiano è un recente <a href="https://zenodo.org/records/21037593" rel="noopener">rapporto sul rischio climatico in Italia</a> firmato da Matteo Calcaterra e colleghi. A partire dal terzo giorno consecutivo di ondata di calore – dice lo studio - ogni giornata in più con temperature pari o superiori a 30 °C si associa a un calo di 0,56 punti percentuali dei tassi di occupazione provinciali, e nei giorni di caldo estremo il rischio di infortunio nell&rsquo;edilizia aumenta di oltre il 20%. Ma il dato forse più importante è un altro. Il calore, scrive il rapporto, non si limita a ridurre la produttività: ridisegna il mercato del lavoro, spingendo verso l&rsquo;inattività proprio i lavoratori più fragili, quelli con contratti flessibili e salari più bassi, e amplia le disuguaglianze già esistenti. Persino le tecnologie di adattamento, dalla climatizzazione alla robotica indossabile, rischiano di amplificare le disuguaglianze, perché chi può permettersele è anche chi è meno esposto. Il tutto, nota lo studio, in un Paese dove le politiche di adattamento coprono appena il 10% delle Regioni e il 2% delle città.</p>
<p>Che il bilancio penda ormai dalla parte del caldo lo conferma, allargando lo sguardo dal lavoro alle città, <a href="https://www.nature.com/articles/s41591-024-03452-2" rel="noopener">una ricerca pubblicata su <em>Nature Medicine</em> nel 2025</a>: analizzando 854 aree urbane europee, lo studio mostra che, senza un forte adattamento al caldo, l&rsquo;aumento delle morti per le alte temperature supera in tutti gli scenari la diminuzione di quelle per il freddo. Nello scenario di bassa mitigazione e scarso adattamento, il bilancio netto delle morti legate al clima cresce di quasi il 50% entro fine secolo, e nemmeno dimezzare il rischio con l&rsquo;adattamento basta a invertire la tendenza. A pagare il prezzo più alto sono proprio cittadini e lavoratori del Mediterraneo, Italia compresa.</p>
<p>C&rsquo;è poi un fronte meno noto di quello dei campi e dei cantieri, ma altrettanto critico: il lavoro al chiuso. Cucine di ristoranti, lavanderie, stirerie, fonderie, vetrerie e i grandi capannoni della logistica e dell&rsquo;e-commerce, spesso privi di climatizzazione adeguata, possono superare di parecchio le temperature esterne. Qui il rischio è doppiamente insidioso, perché meno visibile e perché non rientra nelle ordinanze che fermano il lavoro all&rsquo;aperto. Un magazziniere che movimenta pacchi a 38 gradi sotto un tetto di lamiera non compare in nessuna mappa del caldo urbano, eppure è tra i più esposti.</p>
<h2 id="prevenire-si-può-il-caso-worklimate">Prevenire si può: il caso worklimate</h2><p>La parte più incoraggiante della storia italiana è che esiste uno strumento che funziona, ed è italiano. La piattaforma Worklimate, sviluppata dall&rsquo;INAIL con l&rsquo;Istituto per la BioEconomia del CNR, fornisce ogni giorno mappe previsionali del rischio da caldo per i lavoratori, distinguendo per intensità dell&rsquo;attività fisica e per esposizione al sole. Sono queste mappe che molte Regioni usano per decidere quando fermare il lavoro all&rsquo;aperto.</p>
<p>E quando lo si fa, si vedono i risultati. Uno <a href="https://www.cnr.it/it/comunicato-stampa/14447/worklimate-e-ordinanze-anti-caldo-tutelano-davvero-i-lavoratori" rel="noopener">studio Cnr-Inail</a>, pubblicato sul <em>Journal of Exposure Science and Environmental Epidemiology</em> e coordinato da Marco Morabito del CNR, ha dimostrato per la prima volta in Europa l&rsquo;efficacia di un approccio previsionale: nelle Regioni che hanno adottato ordinanze basate sul rischio, gli infortuni si riducono tra il 20 e il 40%. Nell&rsquo;estate 2024, la più calda mai registrata, il tasso di infortuni nell&rsquo;edilizia è risultato del 21,9% più basso nelle Regioni con ordinanze rispetto a quelle senza, di circa il 25% in agricoltura, e nelle giornate classificate ad alto rischio dalla piattaforma il calo nell&rsquo;edilizia ha superato il 40%. La prevenzione, insomma, non è un costo a fondo perduto: salva vite e si traduce in numeri.</p>
<p>Sia la guida dell&rsquo;OMS sia le linee guida dell&rsquo;INAIL convergono su un nucleo di misure: una valutazione del rischio caldo fatta prima della stagione e aggiornata quando cambiano mansioni, organici o livelli di allerta; la riorganizzazione di turni e orari per spostare le attività più pesanti fuori dalle ore centrali; pause regolari all&rsquo;ombra conteggiate dentro l&rsquo;orario di lavoro; acqua e punti di idratazione sempre disponibili; periodi di acclimatazione per chi inizia o rientra; abbigliamento e dispositivi di protezione che riducano, e non aumentino, lo stress termico.</p>
<p>A queste si aggiungono accorgimenti semplici ma efficaci, come il “sistema del compagno”, in cui i lavoratori si controllano a vicenda per cogliere i primi segni di malore in un collega, e la formazione, perché spesso chi è più a rischio è anche chi sottovaluta il pericolo. È un punto su cui la guida dell&rsquo;OMS insiste molto: il caldo va comunicato come un rischio serio, non come un fastidio stagionale, e le informazioni devono raggiungere anche chi lavora ai margini, nei cantieri informali e nei campi, dove l&rsquo;italiano non è la lingua di tutti.</p>
<h2 id="il-mosaico-delle-ordinanze-regionali">Il mosaico delle ordinanze regionali</h2><p>Il problema è che gran parte di questa prevenzione resta affidata alla buona volontà dei territori. Le <a href="https://www.italiaoggi.it/diritto-e-fisco/lavoro-e-previdenza/emergenza-caldo-e-tutela-dei-lavoratori-la-mappa-delle-ordinanze-regionali-per-lestate-2026-w184il3t" rel="noopener">ordinanze regionali</a> che vietano il lavoro all&rsquo;aperto nelle ore centrali, in genere dalle 12:30 alle 16, nei giorni di rischio “alto” segnalato da Worklimate, sono cresciute in fretta: erano 18 le Regioni che le avevano adottate nel 2025, per oltre 2,3 milioni di addetti coinvolti, e già 16 nel 2026 prima ancora dell&rsquo;inizio dell&rsquo;estate. L&rsquo;<a href="https://www.regione.emilia-romagna.it/notizie/2025/luglio/lavoro-caldo-anomalo-o-estremo-in-emilia-romagna-tra-le-ore-12-30-e-le-16-stop-per-chi-opera-nei-cantieri-edili-in-agricoltura-nel-florovivaismo-e-nei-piazzali-della-logistica" rel="noopener">Emilia-Romagna</a>, per esempio, ha fermato nelle ore più calde chi opera nei cantieri edili, in agricoltura, nel florovivaismo e nei piazzali della logistica.</p>
<p>Resta però una tutela a macchia di leopardo. Un bracciante è protetto oppure no a seconda della Regione in cui raccoglie i pomodori, e le ordinanze, per loro natura, sono provvedimenti temporanei, stagionali, soggetti a sensibilità politiche diverse e a tempi di emanazione che non sempre stanno al passo con le ondate. Lo stesso lavoro, lo stesso rischio, due livelli di protezione: è il limite strutturale di un sistema che affida alla geografia ciò che dovrebbe essere un diritto uniforme.</p>
<h2 id="il-protocollo-nazionale-e-cosa-manca-ancora">Il protocollo nazionale e cosa manca ancora</h2><p>A livello nazionale qualcosa si è mosso. Il 2 luglio 2025, sotto la spinta di un&rsquo;ondata di calore da record e di alcune morti in cantiere, Ministero del Lavoro, imprese e sindacati hanno firmato il <a href="https://www.ansa.it/documents/1751443135165_protocolloclima.pdf" rel="noopener">Protocollo caldo</a>: una cassa integrazione “climatica” che, per i periodi di sospensione legati al caldo, non intacca il tetto delle 52 settimane, l&rsquo;obbligo di monitoraggio del WBGT e la riorganizzazione di turni e orari. Per la prima volta la copertura è stata estesa anche ai lavoratori agricoli stagionali. Nel 2026 il governo è tornato sul tema con un <a href="https://www.greenreport.it/news/crisi-climatica-e-adattamento/62456-sempre-piu-citta-col-bollino-rosso-il-governo-vara-il-decreto-stop-al-lavoro-e-si-alla-cassa-integrazione-per-il-caldo" rel="noopener">decreto sulla cassa integrazione per il caldo</a>.</p>
<p>I buchi, però, sono evidenti. Il protocollo esclude i rider non dipendenti, i precari e gli autonomi, cioè proprio una parte di quel lavoro frammentato e poco contrattualizzato che durante le ondate è tra i più esposti. Glovo ha risposto a modo suo, proponendo ai suoi rider un “bonus caldo” crescente con i gradi, dal 2% sopra i 32 °C fino all'8% oltre i 40 °C: una mancia che monetizza il rischio invece di ridurlo. I sindacati di base hanno inoltre denunciato che la soglia per accedere agli ammortizzatori, spesso fissata intorno ai 35 gradi misurati all&rsquo;ombra, è troppo alta, perché per chi fa lavori pesanti sotto il sole il pericolo comincia molto prima.</p>
<p>Il Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro del 2008 obbliga i datori di lavoro a valutare tutti i rischi presenti in azienda, microclima e calore compresi, e ad adottare le misure necessarie. Il punto, denunciano sindacati ed esperti, è che questa norma generale viene applicata poco e male quando si parla di caldo: nei documenti di valutazione dei rischi il rischio termico è spesso assente o trattato in modo formale, e i controlli sono pochi.</p>
<p>Il nodo, alla fine, è che manca una legge nazionale che fissi obblighi uniformi e una soglia vincolante di temperatura oltre la quale certe attività vanno sospese. È la richiesta che arriva con forza dal sindacato dell&rsquo;edilizia: la <a href="https://www.collettiva.it/copertine/lavoro/cantieri-a-40-gradi-lallarme-della-fillea-serve-una-legge-non-interventi-tardivi-yflu1l23" rel="noopener">Fillea CGIL</a> chiede da tempo «una legge, non interventi tardivi», capace di trasformare le ordinanze stagionali e i protocolli volontari in diritti esigibili tutto l&rsquo;anno e su tutto il territorio. Sullo sfondo si muove anche l&rsquo;Europa, dove è in discussione l&rsquo;ipotesi di una direttiva sui rischi professionali da calore, e dove agenzie come EU-OSHA e l&rsquo;Organizzazione internazionale del lavoro spingono perché lo stress termico entri stabilmente nelle norme di sicurezza.</p>
<p>La stessa ricetta arriva dall&rsquo;analisi economica. Per proteggere davvero i lavoratori, scrive Allianz, servono quattro pilastri: soglie di temperatura vincolanti, lo stop automatico del lavoro quando vengono superate, il risarcimento delle ore perse e coperture che arrivino fino ai lavoratori a termine, stagionali e delle piattaforme. Nessuna grande economia europea, avverte il rapporto, li ha tutti e quattro, e la lacuna si concentra proprio sull&rsquo;ultimo, cioè sui lavoratori più esposti, lasciati ai margini di un sistema pensato per i contratti standard.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Bimbi e bimbe colpiti dal cambiamento climatico</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/bimbi-bimbe-colpiti-cambiamento-climatico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/bimbi-bimbe-colpiti-cambiamento-climatico/</guid><pubDate>Tue, 30 Jun 2026 05:54:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>clima</category><description>I bambini e le bambine sono esposti a rischi climatici importanti, da alluvioni a siccità, tempeste tropicali e ondate di calore, che dovrebbero spingerci ad accelerare la transizione ecologica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/bimbi-bimbe-colpiti-cambiamento-climatico-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/bimbi-bimbe-colpiti-cambiamento-climatico-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il Presidente del Senato Ignazio La Russa qualche giorno fa <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/06/24/la-russa-cambiamenti-climatici-scatenato-leggi-fasciste-libro-procaccini-video/8429266/" rel="noopener">ha detto</a> che non c’è da preoccuparsi troppo del clima caraibico che si sta sviluppando in Europa, perché «ai Caraibi vivono da un sacco di tempo con questo clima e sopravvivono, vuol dire che ci abitueremo al clima caraibico, non vuol dire che moriremo». Lo ha fatto per la presentazione di un libro di Nicola Procaccini di Fratelli d’Italia sull’“ecologia dei conservatori”, riconoscendo però anche il fatto, va detto, che questo non significa che non ci si debba attivare per frenare gli effetti del cambiamento climatico.</p>
<p>Passi avanti rispetto al negazionismo conservatore del passato, bisogna onestamente riconoscerlo, tuttavia i messaggi veicolati restano pericolosi, perché minimizzano gli effetti del riscaldamento globale sulla salute delle persone.</p>
<p>Poco più avanti nel suo discorso di introduzione al libro (che se avremo modo non esiteremo a leggere), continua con una tesi non molto chiara sul fatto che gli ambientalisti sarebbero contro natura perché non aderiscono alla famiglia tradizionale, preoccupandosi di cosa sarà del futuro dei bambini. Allora, visto che ai bambini e alle bambine vogliamo bene anche noi di <em>Scienza in rete</em>, portiamo di seguito dei dati su quanto questi siano colpiti dagli effetti dei cambiamenti climatici nel mondo. Dopodiché, forse, non verrà molto naturale dire “ci abitueremo ai climi caraibici”.</p>
<h2 id="quasi-tutti-i-bambini-sono-esposti-ad-almeno-un-rischio-climatico">«Quasi tutti i bambini sono esposti ad almeno un rischio climatico»</h2><p>È quanto scrive una <a href="https://data.unicef.org/resources/childrens-climate-risk-report-2026/" rel="noopener">nuova analisi</a> di UNICEF, riferendosi a inondazioni, siccità, tempeste e ondate di calore. Il numero di bimbi esposti ad almeno tre rischi climatici tra questi arriva a 1,1 miliardi, cioè quasi la metà nel mondo.</p>
<p>Ecco come il rischio è distribuito geograficamente a livello globale: anche i paesi sviluppati come l’Italia non hanno tra i rischi minori (l&rsquo;Italia si colloca nella stessa fascia di rischio della Russia), Spagna e Stati Uniti anche peggio; la parte meridionale dell’Asia è la zona del mondo più colpita insieme a vari stati africani e del centro America.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/bimbi-bimbe-colpiti-cambiamento-climatico-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/bimbi-bimbe-colpiti-cambiamento-climatico-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/bimbi-bimbe-colpiti-cambiamento-climatico-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="mappa rischi climatici" width="1295" height="622" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>L’analisi indica che nessun paese è immune e che questo sta modificando radicalmente la vita dei minori e di conseguenza richiede politiche climatiche conseguenti. In aggiunta, sono 634 milioni i bambini che ancora non hanno accesso all’acqua potabile, quelli che non hanno a disposizione i servizi igienico-sanitari arrivano a un miliardo, mentre sono 489 milioni quelli privi di igiene di base.</p>
<p>Il rapporto ricorda che «le inondazioni contaminano le fonti d&rsquo;acqua e le siccità le prosciugano, lasciando i bambini esposti a malattie letali e a oneri crescenti come il trasporto dell&rsquo;acqua». A questo proposito, è bene sapere che nel 2024 oltre 14 milioni di bambini non hanno ricevuto nemmeno una dose di vaccino per difterite, tetano e pertosse. Nei paesi dove il clima è sicuramente più “caraibico” del nostro, questo potrebbe voler significare che il caldo crescente diventerà un problema per la catena del freddo e la sicurezza sanitaria di questi farmaci.</p>
<p>Di seguito estrapoliamo dal rapporto uno schema che riassume i rischi a cui i bambini nel mondo sono esposti.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/bimbi-bimbe-colpiti-cambiamento-climatico-body-2.png.webp" alt="rischi climatici a cui sono esposti i bimbi" width="713" height="706" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Forse uno dei dati più allarmanti è che solo nel 2024, oltre 242 milioni di studenti in 85 paesi e territori hanno visto interrotta la loro istruzione per colpa di eventi legati al clima. E questo va a braccetto con i 62 milioni di «sfollamenti interni» di bambini dovuti ai rischi climatici che si sono registrati tra il 2016 e il 2023. Senza ulteriori interventi, dice l’UNICEF, si stima che entro il 2050 altri 28 milioni di bambini potranno essere affetti da deperimento a causa dei cambiamenti climatici e 40 milioni da ritardi nella crescita.</p>
<p>Ecco anche l’elenco dei rischi climatici a cui i bambini sono esposti; oltre alla tipologia (alluvioni, siccità, tempeste tropicali, ondate di calore, ecc.) sono indicati anche il numero di bambini esposti a più di un rischio, da due a sei: 4 milioni di bambini sono esposti ad almeno sei rischi climatici tra quelli individuati.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/bimbi-bimbe-colpiti-cambiamento-climatico-body-3.png.webp" alt="quantificazione dei bambini esposti ai rischi climatici" width="623" height="665" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Va be’, pazienza, vorrà dire che ci abitueremo a questi nuovi climi “caraibici”.</p>
<p>Oppure vuol dire che si può fare come in Iraq, dove tra il 2021 e il 2025 UNICEF ha collaborato coi ministeri e le agenzie ONU per installare 26 sistemi di trattamento delle acque reflue in sette governatorati, a beneficio di 144mila persone tra cui 66mila bambini.</p>
<p>Oppure si possono installare più pannelli fotovoltaici e pale eoliche, come nelle strutture sanitarie in Pakistan, la cui espansione potrebbe prevenire 175mila morti per il 2030 e «aggiungere 296 milioni di dollari all&rsquo;economia entro il 2044». Come è anche successo in Libano – oggi afflitto da una guerra senza senso (come tutte le guerre) – dove un investimento di 12 milioni di dollari tra il 2023 e il 2025 ha dotato 235 scuole pubbliche di sistemi fotovoltaici, apportando benefici a oltre 111mila studenti.</p>
<p>Oppure come in Cambogia, dove nel 2022 il governo ha erogato pagamenti in denaro aggiuntivi per aiutare le famiglie colpite dalle inondazioni impendendo di cadere in povertà a 1,8 milioni di persone tra cui 700mila bambini.</p>
<p>Oppure come nel Sahel, dove un apposito Partenariato per ridurre la vulnerabilità nutrizionale legata al clima, solo nel 2025, ha raggiunto oltre 6 milioni di persone tra Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger.</p>
<p>Altroché abituarsi, qui i numeri ci danno un’immagine piuttosto chiara su quanto il cambiamento climatico colpisca la salute delle persone, tra cui i bambini, che sono tra i soggetti più fragili a essere esposti a questi rischi. Il rapporto di UNICEF ovviamente non può far altro che ricordare che per tutelare i bimbi e chi li mette al mondo serve continuare a ridurre le emissioni di gas serra con le energie rinnovabili, investire in istruzione e welfare, migliorare la governance locale e considerare clima e salute come facce della stessa medaglia. E non è un problema dei soli paesi poveri. Si pensi solo che nel <a href="https://www.isglobal.org/en/-/62.700-muertes-asociadas-con-el-calor-del-verano-de-2024" rel="noopener">2024</a> in Europa si stimano 63mila morti per troppo caldo, di cui 19mila solo in Italia.</p>
<p>Sicuramente i conservatori avranno ben presente tutte queste problematiche e sapranno ormai come porre rimedio al cambiamento climatico. Che no, non è un fenomeno ciclico come dice La Russa e compagnia, perché la civiltà umana si è potuta sviluppare grazie al fatto che la temperatura media globale è stabile da circa 12mila anni – a parte gli ultimi 60/70 anni, si intende.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Morti di calore: la nuova guida dell'OMS per contrastarle</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/morti-calore-nuova-guida-delloms-contrastarle/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/morti-calore-nuova-guida-delloms-contrastarle/</guid><pubDate>Fri, 26 Jun 2026 06:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Mentre giugno 2026 mette in ginocchio mezza Europa con temperature da record, blackout e morti, l&amp;amp;rsquo;Ufficio europeo dell&amp;amp;rsquo;Organizzazione mondiale della sanità pubblica la seconda edizione della sua guida sui piani caldo-salute. Un documento che, oltre a fotografare una minaccia ormai strutturale, dice cose molto concrete su come proteggersi: dalle regole per usare il ventilatore al ruolo decisivo del verde urbano e dei pannelli solari sui tetti. E in cui la ricerca italiana ha un peso notevole.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/morti-calore-nuova-guida-delloms-contrastarle-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/morti-calore-nuova-guida-delloms-contrastarle-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>L&rsquo;estate del 2026 non era ancora iniziata da un giorno che già si contavano i morti. Attorno al solstizio un&rsquo;ondata di calore eccezionalmente precoce e intensa ha investito l&rsquo;Europa occidentale con temperature di 14-18 °C superiori alla media per la fine di giugno. La Francia ha toccato il suo record assoluto di sempre, con 44,3 °C a Pissos, nelle Landes; in Portogallo e nel sud della Spagna si sono raggiunti i 42,7 °C; il Regno Unito ha frantumato il primato di caldo per il mese di giugno, fermo dal 1976, sfiorando i 38 °C. Parigi ha registrato decine di vittime legate al meteo, le scuole hanno chiuso, i treni hanno rallentato, gli agricoltori hanno lavorato di notte.</p>
<p>In Italia la situazione è altrettanto dura: bollino rosso in città come Roma, Firenze, Bologna, Milano e Torino, e cavi elettrici sotterranei surriscaldati che hanno provocato blackout ripetuti proprio quando la domanda di condizionamento era al massimo. Il caldo non si limita a far ammalare le persone, manda in tilt le infrastrutture su cui la nostra capacità di difenderci si regge.</p>
<p>L&rsquo;Europa è il continente che <a href="https://climate.copernicus.eu/esotc/2025/why-europe-warming-faster" rel="noopener">si scalda più in fretta al mondo</a>: dalla metà degli anni Novanta la temperatura sale di circa 0,56 °C per decennio, più del doppio della media globale, ferma intorno a 0,27 °C. Rispetto all&rsquo;era preindustriale il riscaldamento europeo ha già superato i 2,5 °C. Questa accelerazione si traduce direttamente in vite umane perdute. Secondo le stime del <a href="https://www.thelancet.com/journals/lanpub/article/PIIS2468-2667%2826%2900025-3/fulltext" rel="noopener">Lancet Countdown</a>, l&rsquo;estate del 2022 ha causato in Europa più di 60.000 morti premature per il caldo, il 2023 oltre 47.000 e il 2024 circa 62.000: solo negli ultimi tre anni si arriva, sommando, ben oltre 160.000 decessi, in larga parte considerati evitabili. Il dato più impressionante è la pervasività del fenomeno: il 99,6% delle regioni europee monitorate ha visto crescere la mortalità attribuibile al caldo nell&rsquo;ultimo decennio, e il numero di allerte giornaliere per caldo estremo è aumentato del 318% rispetto agli anni Novanta. Senza i processi di adattamento introdotti finora, calcolano gli stessi ricercatori, la mortalità sarebbe stata ancora più alta dell'80%. Il <a href="https://www.thelancet.com/journals/lanpub/article/PIIS2468-2667%2826%2900025-3/fulltext" rel="noopener">report 2026 del Lancet Countdown</a> sulla salute e il cambiamento climatico in Europa, firmato da 65 esperti di 46 istituzioni e costruito su 43 indicatori, quantifica con precisione questa escalation: in 823 regioni europee, la quasi totalità di quelle monitorate, la mortalità attribuibile al caldo è cresciuta tra il 2015 e il 2024 rispetto al 1991-2000 con un incremento medio di 52 morti per milione di abitanti all&rsquo;anno. E il caldo non sottrae solo vite: nel 2020-2023 ha ridotto l&rsquo;offerta di lavoro in Europa dell'1,52%, l&rsquo;equivalente di 24 ore in meno per lavoratore all&rsquo;anno, penalizzando soprattutto chi opera all&rsquo;aperto nell&rsquo;edilizia e nell&rsquo;agricoltura del Sud del continente.</p>
<p>È in questo scenario che va letta la pubblicazione, in piena ondata di calore, della seconda edizione della guida dell&rsquo;OMS Europa <a href="https://www.who.int/europe/publications/i/item/9789289062930" rel="noopener">Heat–health action plans: guidance</a> (Copenaghen, 2026), aggiornamento della prima versione del 2008. Non un trattato scientifico, avvertono gli autori, ma un manuale operativo: il tentativo di trasformare quasi vent&rsquo;anni di evidenze ed esperienza sul campo in azioni che governi, città e servizi sanitari possano davvero attuare.</p>
<h2 id="che-cosè-un-piano-caldo-salute">Che cos&rsquo;è un piano caldo-salute</h2><p>Il direttore dell&rsquo;OMS Europa, Hans Henri Kluge, riassume la tesi di fondo con “obiettivo zero morti da calore”. Obiettivo molto di là da venire e per il quale serve un progetto operativo che chiama in causa sanità, urbanistica, servizi sociali e protezione civile. Alla guida dell’OMS hanno lavorato centinaia di persone, fra cui Francesca De’ Donato, del Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio, una delle realtà di riferimento internazionale per lo studio degli effetti del caldo sulla salute. «La guida OMS ha lo scopo di trasformare le evidenze in azioni concrete, adattabili ai contesti nazionali, regionali e locali per contrastare i rischi di salute legati del caldo con una particolare attenzione alle popolazioni più vulnerabili» spiega De’ Donato. «Se l&rsquo;aumento delle ondate di calore e i rischi per la salute sono ormai un dato di fatto, le politiche e le misure di prevenzione sono ancora troppo frammentarie.  Occorreva quindi una nuova edizione della guida che le mettesse insieme, con anche una selezione di esempi concreti di buone pratiche sia di azioni da intraprendere sia di una comunicazione in grado di promuovere adattamento e resilienza al caldo». </p>
<p>Gli otto elementi intorno ai quali si organizza la guida sono pensati per coprire l&rsquo;intero ciclo della prevenzione: la governance (chi decide, chi risponde, con quali fondi); il sistema di allerta caldo-salute, che deve generare avvisi graduati e soprattutto collegati ad azioni già concordate; l&rsquo;identificazione delle popolazioni a rischio; la comunicazione; la resilienza del sistema sanitario; la riduzione dell&rsquo;esposizione al calore; la sorveglianza; e infine il monitoraggio e la valutazione, per correggere soglie e misure di anno in anno.</p>
<p>Dietro questa architettura, però, ci sono le tre forze che secondo l&rsquo;OMS hanno prodotto la «tempesta perfetta» nella quale ci troviamo nostro malgrado a vivere: il cambiamento climatico, che rende le ondate più frequenti, intense e lunghe; l&rsquo;urbanizzazione, con il 75% degli europei che già vivono in città (oltre l'80% al 2050) e l&rsquo;effetto isola di calore che rende i centri urbani anche di parecchi gradi più caldi delle campagne, soprattutto di notte; infine l&rsquo;invecchiamento, con il numero di over 65 nelle città destinato a più che triplicare. Combinate, queste tendenze potrebbero moltiplicare fino a dieci volte, entro il 2050, l&rsquo;esposizione delle persone fragili agli eventi più pericolosi. </p>
<h2 id="la-parabola-del-ventilatore">La parabola del ventilatore</h2><p>Il caldo crescente si combatte togliendo il carburante, vale a dire le emissioni, ma nel frattempo ci tocca adattarci. E qui cominciano i problemi. Prendiamo il ventilatore, ad esempio.  Accenderlo è il gesto più istintivo quando fa caldo, ma l&rsquo;OMS invita alla prudenza: durante il caldo estremo, sopra i 35 °C circa, il solo ventilatore può non bastare a prevenire i danni e, per gli anziani, per chi ha malattie croniche o assume farmaci che alterano la termoregolazione, anzi può risultare controproducente, perché accelera la disidratazione senza raffreddare davvero il corpo. Può restare utile in persone sane, quando non ci sono alternative migliori e se abbinato a tecniche come bagnare la pelle, ma non va considerato una soluzione universale. È esattamente il tipo di indicazione che dovrebbe entrare nei messaggi al pubblico, dove spesso passa il contrario.</p>
<p>Il resto delle raccomandazioni individuali contenute nella guida è all&rsquo;insegna del buon senso: raffreddare il corpo con panni o spugne umide su viso, collo e braccia; bere a piccoli sorsi frequenti, con pause, idratazione programmate ogni 30-60 minuti negli ambienti scolastici; chiudere persiane e tapparelle nelle ore calde e aprire le finestre solo quando fuori è più fresco che dentro (e l&rsquo;aria non è inquinata da incendi). L&rsquo;importanza di ribadire norme banali come queste sta nel fatto che una quota enorme della mortalità da calore avviene in casa, al chiuso, e riguarda persone che non si percepiscono a rischio.</p>
<h2 id="socializzare-gli-anziani">Socializzare gli anziani</h2><p>Da qui la seconda misura di sanità pubblica: rompere l&rsquo;isolamento degli anziani. Per questo è importante che qualcuno si prenda la briga di attivare in modo sistematico una rete di figure che possono fare la differenza controllando le persone fragili durante le ondate, dai caregiver formali e informali agli assistenti sociali, dai volontari agli insegnanti, dai medici di famiglia ai sindacati (si veda la loro importanza nei giorni scorsi in Italia nell&rsquo;ottenere condizioni più sopportabili nei lavori di rider e manovali, fra le categorie più esposte). Anche i medici, ovviamente, possono fare la differenza: una telefonata o una visita possono intercettare i primi segni di un colpo di calore prima che diventi un ricovero. Accanto a questo, la guida raccomanda di rendere accessibili spazi freschi e climatizzati (i cosiddetti centri di raffrescamento, o rifugi climatici), punti di accesso all&rsquo;acqua, stanze fresche dedicate negli edifici pubblici e nelle scuole. Sono interventi a basso costo, attivabili in fretta, che però richiedono di essere pianificati prima dell&rsquo;estate, non improvvisati durante l&rsquo;emergenza.</p>
<h2 id="il-verde-e-lacqua-per-salvare-le-città">Il verde e l&rsquo;acqua per salvare le città</h2><p>Se le misure individuali servono a sopravvivere all&rsquo;ondata, è sulla città che si gioca la partita di lungo periodo. La guida dedica grande spazio all&rsquo;ambiente costruito, riconosciuto come il fattore che più di ogni altro può amplificare o smorzare l&rsquo;esposizione al caldo. Morfologia urbana densa, poca vegetazione, superfici scure che assorbono calore come asfalto e cemento, edifici mal ventilati: tutto questo alimenta l&rsquo;isola di calore e mantiene le città più calde, di notte in particolare, quando l&rsquo;organismo dovrebbe recuperare e invece non ci riesce.</p>
<p>La risposta indicata è quella che gli urbanisti chiamano infrastruttura verde e blu: alberi e parchi che fanno ombra ed evapotraspirano abbassando la temperatura, specchi e corsi d&rsquo;acqua, spazi pubblici ombreggiati, tetti e pareti più riflettenti, edifici progettati per disperdere il calore grazie a isolamento, schermature, vetri adeguati e ventilazione. La guida sottolinea che la prestazione termica del patrimonio edilizio è un vero determinante di salute, perché decide quanto sarà rovente la stanza dove una persona anziana passerà la notte. Ma raffreddare un singolo appartamento serve a poco se l&rsquo;intero quartiere accumula calore: per questo il documento insiste sulla scala urbana e metropolitana, e quindi su una collaborazione stabile tra sanità, urbanistica, edilizia, trasporti, energia e protezione civile. È qui che il piano caldo-salute smette di essere materia sanitaria e diventa politica della città.</p>
<h2 id="il-paradosso-dellaria-condizionata-e-la-promessa-dei-tetti-solari">Il paradosso dell&rsquo;aria condizionata e la promessa dei tetti solari</h2><p>C&rsquo;è un nodo che la cronaca di questi giorni ha reso evidente. La risposta più immediata al caldo, l&rsquo;aria condizionata, è anche parte del problema: consuma energia, produce emissioni se l&rsquo;elettricità non è pulita e sovraccarica la rete proprio nei momenti di picco, fino a provocare i blackout che in queste ore stanno colpendo le città italiane. Un blackout durante un&rsquo;ondata di calore diventa un rischio sanitario diretto, perché toglie raffrescamento, refrigerazione dei farmaci e funzionamento dei servizi essenziali esattamente quando servono di più. È lo stesso documento OMS a sottolineare la natura bifronte del condizionamento: utile per l&rsquo;immediato, dannoso a livello sistemico. Aiuta, insomma, ma non è la soluzione: è inaccessibile per i redditi bassi; energivora e può portare a un “sovra-raffreddamento” ostacolando l&rsquo;acclimatazione fisiologica al caldo. Nella situazione attuale contribuisce sia all&rsquo;isola di calore urbana sia al cambiamento climatico, peggiorando quindi l&rsquo;esposizione nel medio-lungo periodo.</p>
<p>Una via d&rsquo;uscita sembra arrivare da uno <a href="https://iopscience.iop.org/article/10.1088/2753-3751/ae6dc0" rel="noopener">studio</a> del Centro euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici (CMCC), che ha quantificato per l&rsquo;Italia i benefici del fotovoltaico sui tetti. Il lavoro stima che entro il 2050 il riscaldamento del clima farà crescere di circa il 5% i consumi elettrici residenziali per il raffrescamento rispetto alla domanda del 2023. Ma se la diffusione del solare domestico seguirà i piani nazionali, passando da circa il 6% delle famiglie del 2023 al 22-24% nel 2050, i pannelli potrebbero compensare quasi la metà di questo aumento di consumo legato al clima. Il fotovoltaico produce di più proprio quando i condizionatori vanno a pieno regime. Nei giorni di picco estivo, le famiglie con pannelli riducono i prelievi dalla rete di circa il 68% rispetto alle famiglie senza, alleggerendo il sistema nel momento di massima tensione. Lo studio segnala però una distribuzione iniqua dei benefici: a guadagnarci di più sono il Nord e le isole, dove il solare è più diffuso, mentre le grandi città del Centro-Sud come Roma, Napoli e Palermo soffrono una «doppia vulnerabilità», perché subiscono il caldo più intenso ma hanno tra i tassi di installazione più bassi. Politiche mirate a incentivare il fotovoltaico proprio in questi punti caldi urbani potrebbero proteggere i residenti e ridurre lo stress sulla rete durante le ondate. È, in piccolo, la dimostrazione di quanto la guida dell&rsquo;OMS sostiene in grande: la difesa dal caldo passa per scelte che stanno fuori dal perimetro della sanità.</p>
<h2 id="il-contributo-italiano">Il contributo italiano</h2><p>Su un tema in cui l&rsquo;Italia paga uno dei prezzi più alti d&rsquo;Europa, la ricerca nazionale è tra le protagoniste del documento. Il sistema nazionale italiano viene citato più volte come esempio di approccio «basato sull&rsquo;impatto». Il Centro nazionale di coordinamento per la prevenzione degli effetti del caldo gestisce un sistema di allerta che, città per città, lega le soglie alle associazioni statistiche tra temperatura apparente massima e mortalità: le allerte, in altre parole, sono definite in base all&rsquo;impatto atteso sulla salute e non al solo valore termico, e variano da una città all&rsquo;altra e nel corso della stagione tenendo conto dei giorni consecutivi e dell&rsquo;acclimatazione. Il sistema, coordinato dal Ministero della Salute nell&rsquo;ambito del Piano nazionale di prevenzione degli effetti del caldo con il supporto operativo del Dipartimento di epidemiologia del Lazio, integra l&rsquo;allerta meteo con la sorveglianza quotidiana della mortalità e degli accessi ai pronto soccorso in una rete di città, ed è in grado di stimare a fine estate i decessi attribuibili al caldo. Anche la letteratura scientifica italiana entra nel documento, dagli studi sugli interventi sociali per ridurre la mortalità degli anziani a Roma alle analisi sull&rsquo;ondata di calore del 2011 in Puglia.</p>
<h2 id="il-problema-politico">Il problema politico</h2><p>La nuova guida climatica OMS si differenzia dall&rsquo;edizione precedente perché tenta di colmare il vuoto operativo di lavori simili. Va apprezzato quindi il tentativo di indicare, per ogni elemento del piano, i risultati concreti da produrre, dalla struttura di governance con ruoli definiti fino al sistema di sorveglianza collegato alle allerte. Resta poi il problema di sempre: l&rsquo;adozione dei piani è diseguale, soprattutto a livello locale, i sistemi di sorveglianza sono spesso deboli o non si associano con le risposte. E c&rsquo;è ancora da fare molto per proteggere i più deboli e vulnerabili. A partire dai “ristretti” nelle carceri (come documentato recentemente su <a href="https://www.scienceonthenet.eu/node/20668" rel="noopener">Scienzainrete</a> da Francesca Polizzi).</p>
<p>Quello che ancora scarseggia, ricorda Kluge, è la volontà politica che sola può dare un senso d&rsquo;urgenza per rispondere a questa falcidia di vite che in Europa rappresenta il 95% della mortalità climatica, anche se la seconda carica dello Stato italiano ci scherza su minimizzando sul “clima caraibico” della Pianura padana. In un&rsquo;estate che ancora una volta mette alla prova ospedali, reti elettriche e città, la nuova guida dell&rsquo;OMS chiede ai decisori europei e italiani serietà per fronteggiare una minaccia ormai ricorrente, ma prevedibile, e ancora prevenibile.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Chi controlla gli oceani? La battaglia per le boe del clima</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/chi-controlla-oceani-battaglia-boe-clima/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/chi-controlla-oceani-battaglia-boe-clima/</guid><pubDate>Thu, 25 Jun 2026 07:30:00 +0100</pubDate><dc:creator>Patrizia Caraveo</dc:creator><category>ambiente</category><description>Mentre un nuovo episodio di El Niño prende forma nel Pacifico tropicale, negli Stati Uniti si è consumato uno scontro politico attorno alla rete di boe oceanografiche che monitora correnti, temperature e salinità degli oceani. I dati raccolti sono fondamentali per studiare fenomeni come l&amp;amp;rsquo;AMOC, prevedere eventi estremi e valutare gli effetti del riscaldamento globale. Il Senato ha fermato in extremis lo smantellamento voluto dall&amp;amp;rsquo;amministrazione Trump.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/chi-controlla-oceani-battaglia-boe-clima-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/chi-controlla-oceani-battaglia-boe-clima-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Mentre un nuovo ciclo di El Niño sta iniziando, la comunità scientifica si chiede quale sarà la sua intensità in un mondo con gli oceani sempre più caldi. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/chi-controlla-oceani-battaglia-boe-clima-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/chi-controlla-oceani-battaglia-boe-clima-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/chi-controlla-oceani-battaglia-boe-clima-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Anomalie delle temperature del Pacifico nella zona equatoriale collegate al fenomeno El Niño, l&#39;8 giugno 2026" width="2909" height="1939" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Anomalie delle temperature del Pacifico nella zona equatoriale collegate al fenomeno El Niño, l'8 giugno 2026. Crediti: <a href="https://science.nasa.gov/earth/earth-observatory/el-nino-is-underway/" rel="noopener">NASA Earth Observatory/Lauren Dauphin</a></p>

<p>Oltre a fornire energia per uragani sempre più devastanti e fenomeni meteorologici sempre più intensi ed estremi, il riscaldamento del nostro pianeta, che si riflette in temperature sempre più alte delle acque degli oceani, potrebbe avere conseguenze sulla circolazione delle correnti oceaniche. Uno dei sorvegliati speciali è il sistema chiamato AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation), di cui <em>Scienza in rete</em> ha parlato <a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/vero-che-sistema-di-correnti-atlantiche-amoc-potrebbe-spegnersi/2026-05-15" rel="noopener">in questo webinar</a>, che spinge le acque tropicali calde nel nord Atlantico per poi riportare a sud attraverso correnti abissali le acque raffreddate e più saline. È quella che abbiano conosciuto come corrente del golfo, che rende più temperato il clima nel Nord Europa e, per questo, ha enormi conseguenze sulla nostra vita.  </p>
<p>Per monitorare i parametri superficiali degli oceani si usano i satelliti che permettono di avere una visione globale, ma i fiumi oceanici non scorrono solo in superficie: per seguire il loro comportamento occorre andare a fare misure a diverse profondità con complessi sistemi di boe in parte galleggianti e in parte sommerse posizionate in molti punti strategici. Così si può avere un’idea dei movimenti e delle caratteristiche (per esempio temperatura e salinità) delle acque a diverse profondità.  </p>
<p>In effetti, ogni stazione di osservazione è composta da diverse boe che fissano lunghe file di strumenti collegati tramite cavi. I dispositivi misurano le correnti oceaniche, nonché le condizioni chimiche e biologiche dalla superficie dell&rsquo;acqua fino a migliaia di metri di profondità. Gli strumenti sono stati rinforzati per resistere alla pressione delle profondità oceaniche, nonché agli effetti corrosivi dell&rsquo;acqua di mare e a quelli di piante e animali marini, che possono contaminare i componenti elettronici. Gli strumenti che galleggiano inviano dati ai satelliti che li interrogano ogni volta che li sorvolano, mentre quelli sott’acqua devono essere fatti risalire per scaricare i dati prima di rimandarli al loro posto di osservazione.  In alternativa, veicoli robotici e alianti sottomarini controllati a distanza, posizionati intorno alle boe, raccolgono e trasmettono i dati ai laboratori di ricerca.</p>
<p>È un complesso sistema di monitoraggio essenziale per gli oceanografi, per i climatologi, per i meteorologi, ma anche per i pescatori che sanno che i banchi di pesce seguono le correnti. Il monitoraggio è uno sforzo globale e ogni stato dà il suo contributo. </p>
<p>Negli Stati Uniti la rete delle boe oceanografiche, che sono posizionate sia nell’oceano Atlantico sia nell’Oceano Pacifico, è finanziata dalla National Science Foundation ed è coordinata dalla Woods Hole Oceanographic Institution in collaborazione con la Rutgers University, l&rsquo;Università di Washington e l&rsquo;Oregon State University.</p>
<p>Il sistema di osservazione oceanica ha iniziato a funzionare nel 2016 e si prevedeva che sarebbe rimasto operativo per 25 anni. Jim Edson, meteorologo marino a capo dell&rsquo;Ocean Observatories Initiative, lo ha definito «il sistema di osservazione oceanica a funzionamento continuo più avanzato al mondo».</p>
<p>Si tratta di 900 strumenti per l&rsquo;esplorazione degli abissi marini ancorati al largo delle coste dell&rsquo;Oregon, dello Stato di Washington, dell&rsquo;Alaska, della Carolina del Nord e di un&rsquo;area compresa tra la Groenlandia e l&rsquo;Islanda, nota come Mare di Irminger, quest’ultima di vitale importanza per il monitoraggio della AMOC.  È un sistema costato 368 milioni collari, con un costo di gestione di 48 milioni di dollari all&rsquo;anno, che ha il torto di studiare come l’oceano reagisce al cambiamento climatico, la bestia nera dell’amministrazione Trump che ha cercato di chiudere la rete di monitoraggio, tagliando i finanziamenti. </p>
<p>Ci ha provato nel 2025, ma la proposta è stata bocciata dal Congresso che ha ripristinato i fondi. Ci hanno riprovato quest’anno con la nuova proposta di budget presentata ad aprile, nella quale erano previsti tagli pesantissimi alla NSF. A maggio, quest&rsquo;ultima ha annunciato che avrebbe iniziato a rimuovere le boe e tutta la strumentazione, un lavoro non banale che avrebbe richiesto 15 mesi.  Da sottolineare che la NSF, ovviamente gestita da personaggi scelti dall’amministrazione, non ha aspettato che il Congresso votasse sulla proposta di budget del Presidente (che anche quest’anno è stata bocciata ripristinando il livello di finanziamento precedente), ma si è mossa con sollecitudine per smantellare una rete di monitoraggio di grandissima utilità. </p>
<p>La cosa non poteva passare inosservata e mercoledì 17 giugno il Senato ha approvato una risoluzione bipartisan per ordinare alla NSF di sospendere i lavori di rimozione delle boe dal momento che tale azione sarebbe illegale e minaccerebbe la sicurezza delle comunità costiere. I legislatori hanno fatto notare che la rimozione avrebbe sperperato i 368 milioni di dollari dei contribuenti che avevano finanziato l&rsquo;installazione degli strumenti nel 2016. E i costi operativi, inoltre, rappresentano una minima parte della spesa pubblica complessiva.</p>
<p>Il provvedimento è stato promosso dai senatori Jeff Merkley, democratico dell&rsquo;Oregon, e Lisa Murkowski, repubblicana dell&rsquo;Alaska. Il 18 giugno, in un&rsquo;intervista, la senatrice Murkowski ha criticato l&rsquo;amministrazione Trump per non aver consultato il Congresso prima di iniziare a rimuovere le apparecchiature di monitoraggio. «La NSF ha agito di propria iniziativa, non solo unilateralmente, ma senza alcun preavviso», ha dichiarato. &ldquo;«Non si sono nemmeno presi la briga di informarsi», ha aggiunto, «ed è qui che sta il vero problema».</p>
<p>La senatrice Murkowski ha affermato che la pesca in Alaska si basa sui dati oceanici per determinare in che modo l&rsquo;aumento delle temperature stia minacciando determinate specie. Ha aggiunto che altri dati sono cruciali per comprendere El Niño, il potente fenomeno meteorologico che si è formato questo mese nel Pacifico tropicale e che potrebbe intensificare gli eventi meteorologici estremi in tutto il mondo.</p>
<p>Sempre giovedì 18, in un comunicato,  il senatore Merkley  che detto «Smantellare le boe è stata una follia assoluta».</p>
<p>La NSF ha recepito il messaggio e ha interrotto immediatamente l’opera di rimozione dichiarando che le sette boe già recuperate torneranno in mare dopo una manutenzione. Ma ci vorrà del tempo. </p>
<p>Edward Dever, professore di oceanografia presso l&rsquo;Oregon State University e responsabile della gestione degli strumenti al largo delle coste dell&rsquo;Oregon e di Washington, ha dichiarato che l&rsquo;agenzia ha rimosso sei delle sette piattaforme sottomarine dotate di sensori, aggiungendo che trovare imbarcazioni per sostituire gli ormeggi potrebbe richiedere diversi mesi : «Le navi vengono generalmente programmate con circa un anno di anticipo. Organizzare crociere con breve preavviso è possibile, ma è una sfida».</p>
<p>Come spesso succede, distruggere in tutta fretta è più facile che costruire.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L'inarrestabile invasione dei mozziconi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/linarrestabile-invasione-mozziconi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/linarrestabile-invasione-mozziconi/</guid><pubDate>Mon, 22 Jun 2026 07:11:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>ambiente</category><description>4.500 miliardi di mozziconi all&amp;amp;rsquo;anno infestano il pianeta con plastica e sostanze tossiche, ben documentate dalla ricerca scientifica. Le iniziative di volontariato cercano di sensibilizzare su un fenomeno di inquinamento pervasivo che per la legge europea sarebbe del tutto a carico delle aziende produttrici, dalla raccolta alla complessa bonifica. Ma la realtà per ora è diversa, e le &amp;amp;ldquo;cicche&amp;amp;rdquo; sono ovunque.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/linarrestabile-invasione-mozziconi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/linarrestabile-invasione-mozziconi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sabato 13 giugno, lungo i Navigli di Milano, una sessantina di volontari ha passato poco più di un&rsquo;ora a raccogliere ciò che la città lascia cadere a terra ogni giorno senza farci troppo caso. Il bilancio, presentato nell&rsquo;ambito della nona edizione della Green Week, riporta 220 chili di rifiuti e 12.400 mozziconi di sigaretta, raccolti in quattro aree verdi tra la Darsena, la Conca del Naviglio, il Parco Segantini e il Giardino Nascosto, in parte anche in acqua con un&rsquo;imbarcazione elettrica e con gli <em>Stand up paddle</em> (SUP). L&rsquo;iniziativa, promossa dalle associazioni WAU! Milano, Marinai d&rsquo;Italia e Parco Segantini, aveva un bersaglio preciso: il micro-rifiuto più diffuso e, a parità di dimensioni, tra i più dannosi. Giorni prima nell’area erano stati distribuiti alcuni raccoglitori di mozziconi anche in vista del loro riciclo a cura della startup Re-Cig.</p>
<p>Quei dodicimila mozziconi raccolti in un solo angolo di città sono la fotografia locale di un fenomeno globale. In Italia si disperdono nell&rsquo;ambiente oltre 30 miliardi di mozziconi l&rsquo;anno, circa due terzi di quelli consumati, al ritmo di più di mille al secondo. Per numero di pezzi questo rifiuto è il più disperso al mondo, rilascia sostanze tossiche ovunque, dalle città alle spiagge ai mari, e si frammenta in microplastiche persistenti, eppure nella percezione comune non viene quasi mai considerato un problema ambientale. È il mozzicone di sigaretta.</p>
<p>Una <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s10311-026-01897-0" rel="noopener">rassegna pubblicata nel 2026 su* Environmental Chemistry Letters*</a>, basata su 130 studi condotti in 55 paesi tra il 2013 e il 2024, ha confermato che i mozziconi costituiscono in media il 12% di tutti i rifiuti rilevati negli ambienti acquatici, superando il 50% in diversi paesi. A livello globale si stima che ogni anno vengano dispersi nell&rsquo;ambiente circa 4.500 miliardi di mozziconi.</p>
<h2 id="il-filtro-è-di-plastica-non-di-cotone">Il filtro è di plastica, non di cotone</h2><p>Molti credono che il filtro di una sigaretta sia qualcosa di simile al cotone, destinato a degradarsi rapidamente, ma non è così. I filtri sono composti da acetato di cellulosa, un polimero che, a differenza della cellulosa naturale, è modificato chimicamente per aumentarne durabilità e capacità filtrante. Questa modifica lo rende anche resistente alla degradazione microbica. Uno <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0269749126003143" rel="noopener">studio pubblicato nel 2026 su <em>Environmental Pollution</em></a>, il primo a seguire la decomposizione per un intero decennio in condizioni controllate, ha mostrato che la degradazione segue un andamento a più stadi: una rapida perdita iniziale di massa (circa il 15-20% nel primo mese, fatta di materiale superficiale e composti solubili) seguita da una fase lenta e prolungata dovuta alla resistenza dell&rsquo;acetato di cellulosa. Nei suoli poveri di attività biologica, simili a molti contesti urbani, dopo dieci anni le fibre del filtro restano in larga parte intatte. Solo nelle condizioni più favorevoli, suoli ricchi di azoto e materia organica con comunità microbiche attive, la perdita di massa arriva fino all'84% a dieci anni.</p>
<p>Ogni filtro contiene oltre 15.000 filamenti di acetato di cellulosa che si staccano progressivamente. Una <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0048969720376968" rel="noopener">ricerca pubblicata su <em>Science of the Total Environment</em></a> ha misurato che un singolo filtro usato rilascia in media circa 100 microfibre al giorno. Uno studio più recente dell&rsquo;Università di Buffalo, pubblicato su* <a href="http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S3051060025000368" rel="noopener">Journal of Hazardous Materials: Plastics</a>*<a href="http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S3051060025000368" rel="noopener">,</a> ha precisato che il rilascio inizia quasi immediatamente a contatto con l&rsquo;acqua: circa 24 microfibre nei primi venti secondi, e tra 63 e 144 nell&rsquo;arco di dieci giorni a seconda dell&rsquo;agitazione dell&rsquo;acqua. Gli autori sottolineano un aspetto che distingue questi contaminanti da altri: le microfibre non sono semplicemente plastiche che assorbono inquinanti dall&rsquo;ambiente circostante, ma arrivano nell&rsquo;acqua già cariche delle sostanze tossiche accumulate durante la combustione.</p>
<p>La plastica peraltro non c’è solo nel filtro. Uno <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0269749126004549" rel="noopener">studio pubblicato su <em>Environmental Pollution nel 2026</em></a> ha analizzato il tabacco non bruciato di sigarette acquistate al dettaglio in diversi paesi, trovando microplastiche nella grande maggioranza dei campioni. L&rsquo;ipotesi principale degli autori è che la contaminazione avvenga durante il processo produttivo, prima ancora dell&rsquo;accensione.</p>
<h2 id="un-cocktail-di-sostanze-tossiche-a-rilascio-lento">Un cocktail di sostanze tossiche a rilascio lento</h2><p>La plastica in realtà è solo l’antipasto. Una <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0048969724024707" rel="noopener">rassegna sistematica pubblicata su <em>Science of the Total Environment nel 2024</em></a> ha catalogato le sostanze rilasciate dai mozziconi negli ambienti acquatici: metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici (IPA), nicotina, composti BTEX (benzene, toluene, etilbenzene, xilene) e ammine aromatiche. Nel complesso i mozziconi possono rilasciare diverse migliaia di sostanze chimiche, decine delle quali cancerogene o mutagene. Un dato spesso citato in letteratura indica che un singolo mozzicone può contaminare fino a 1.000 litri d&rsquo;acqua con concentrazioni di sostanze nocive rilevabili. (Una curiosità: l’azienda italiana Re-Cig voleva riciclare, oltre la plastica dei mozziconi, la nicotina, presente in discrete quantita negli 0,30 grammi della cicca. Ma quando hanno scoperto dalla Guardia di Finanza che la nicotina è un monopolio di Stato hanno rinunciato, troppo complicato).</p>
<p>Un aspetto relativamente recente riguarda l&rsquo;andamento della tossicità dei mozziconi nel tempo. Si è scoperto che è massima subito dopo la combustione, per il rapido rilascio di nicotina e altri composti solubili, ma si registra un secondo picco nella fase intermedia di decomposizione, probabilmente legato alla formazione di composti secondari durante la degradazione del filtro. In altre parole, anche un mozzicone vecchio di anni non è un rifiuto inerte.</p>
<h2 id="chi-inquina-paga-ma-non-ancora-del-tutto-in-italia">Chi inquina paga, ma non ancora del tutto in Italia</h2><p>Di fronte a questi dati, che si fa? La Direttiva europea 2019/904 sulla plastica monouso (SUP), recepita in Italia con il D.Lgs. 196/2021, applica il principio della responsabilità estesa del produttore (EPR) anche ai produttori di tabacco, imponendo loro di farsi carico dei costi di raccolta, pulizia e sensibilizzazione relativi ai rifiuti dei loro prodotti. È lo stesso principio che da decenni governa la gestione di imballaggi, rifiuti elettronici e pneumatici: chi immette un prodotto sul mercato è responsabile del suo impatto ambientale lungo l&rsquo;intero ciclo di vita.</p>
<p>In Italia, a oltre tre anni dal recepimento della direttiva manca ancora lo strumento che dovrebbe renderlo effettivo: l&rsquo;accordo di programma nazionale che fissa quanto e come i produttori rimborsano gli enti locali. Il negoziato è in corso  con i Comuni rappresentati dall&rsquo;ANCI, i gestori dei servizi di igiene urbana e il consorzio Erion Care, costituito nel giugno 2022 dalle quattro principali multinazionali del settore (BAT, Imperial Brands, JT International e Philip Morris). Sul piano normativo qualche passo è stato compiuto, come la recente riclassificazione del mozzicone con un proprio codice di rifiuto, ma il nodo è economico: come stimare la quota dei costi di pulizia imputabile alle &ldquo;cicche.&rdquo; Nel frattempo l&rsquo;Italia resta sottoposta a una procedura di infrazione europea sul recepimento della direttiva sula plastica. E come fanno notare <a href="https://www.tabaccoendgame.it/danni/ambiente-danni/proteggere-lambiente-dallinquinamento-dei-mozziconi-ci-pensa-philip-morris/" rel="noopener">organizzazioni come Tabacco endgame</a>, finché non ci sarà un accordo soddisfacente fra le parti abbiamo un problema ecologico non di poco conto ancora da riscolvere.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Scongelare i cervelli, non i ghiacciai</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/scongelare-cervelli-ghiacciai/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/scongelare-cervelli-ghiacciai/</guid><pubDate>Fri, 19 Jun 2026 07:16:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natalia Milazzo</dc:creator><category>ambiente</category><description>Matteo Motterlini nel suo ultimo saggio spiega quali sono le trappole mentali che ci spingono a non reagire di fronte ai rischi connessi alla crisi del clima. E a disinnescarle, per darci la possibilità di attivare il cambiamento iniziando dall’unico luogo in cui può essere concepito un futuro diverso: il nostro cervello.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/scongelare-cervelli-ghiacciai-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/scongelare-cervelli-ghiacciai-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Perché la crisi climatica non ci smuove? Perché continuiamo a posticipare l’inevitabile? Perché ignoriamo chi verrà dopo di noi? Perché cambiare ci costa così tanto? Perché distruggiamo il più prezioso dei beni comuni: la nostra casa, la Terra? Perché crediamo ancora nella crescita infinita, su un pianeta che ha limiti ben precisi? Perché neghiamo l’evidenza? Perché non ci fidiamo della scienza?</p>
<p>Otto domande, a cui negli otto capitoli corrispondenti del recente saggio <em>Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai</em> (Solferino, 2025) vuole rispondere Matteo Motterlini, docente di Filosofia della scienza all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano dove è direttore del Centro di Ricerca di Epistemologia Sperimentale e Applicata. Mostrando come le risposte abbiano radici nel nostro modo di pensare: il problema, prima ancora che ecologico, è cognitivo. A livello sia individuale sia collettivo. Ma per disinnescare le trappole mentali che ci bloccano, attivando strategie comunicative efficaci, dobbiamo in primo luogo riconoscerle.</p>
<h2 id="un-cervello-magnetizzato-sul-presente">Un cervello magnetizzato sul presente</h2><p>Nei primi capitoli, Motterlini spiega come la nostra inerzia di fronte alla crisi climatica sia legata ad alcune caratteristiche impresse nel nostro cervello fin dai tempi del pleistocene: la tendenza a reagire principalmente di fronte agli stimoli immediati. Il problema è che questo cervello “dell’età della pietra” deve vivere oggi in un ambiente totalmente diverso. Per esempio è sempre lui che ci guida ancora a preferire cibi ricchi di grassi e zuccheri, molto efficienti dal punto di vista dell’apporto calorico e quindi ottimi quando alimentarsi in misura sufficiente era una lotta quotidiana (ovvero nella maggior parte della storia dell’umanità): ma che oggi, nelle società in cui il cibo è facilmente disponibile, stanno provocando un’epidemia di obesità.</p>
<p>Allo stesso modo la tendenza a reagire a breve termine, utile quando il problema era sfuggire in fretta a un predatore, diventa oggi una trappola mentale.</p>
<p>Il problema della ricerca della gratificazione a breve termine, spiega inoltre Motterlini, è aggravato oggi dal fatto che viviamo nell’era del “capitalismo limbico”, che sfrutta a fini di lucro la nostra fame di gratificazioni immediate: siamo continuamente esposti a sistemi che interferiscono con il sistema della ricompensa, una struttura del nostro cervello molto antica che ci orienta verso ciò che dà piacere e ci allontana da ciò che procura dolore. I social, i videogame, i giochi d’azzardo e simili stimolano infatti il rilascio di dopamina, neurotrasmettitore implicato nel circuito della ricompensa. Il risultato è che siamo sempre più drogati di gratificazioni immediate, sempre più intrappolati nel presente.</p>
<p>Ancora: sono ben noti meccanismi cognitivi quelli che ci rendono miopi di fronte al futuro. L’illusione del futuro ci porta a procrastinare: così come rimandiamo continuamente l’iscrizione alla palestra o il momento di iniziare la dieta. E tuttavia, ci ricorda Motterlini, il cervello dell’uomo ha sviluppato anche la capacità di pianificare il futuro, un vantaggio evolutivo sostanziale: a questo dobbiamo agganciarci, anche concretamente, pianificando misure. Per esempio vincolandoci oggi a decisioni che verranno attuate progressivamente nel futuro. Diventando così, per chi verrà dopo di noi, “buoni antenati”.</p>
<h2 id="che-cosa-pensiamo-quando-non-pensiamo-al-cambiamento-climatico">Che cosa pensiamo quando non pensiamo al cambiamento climatico?</h2><p>Sono diversi i meccanismi cognitivi che ci spingono a ignorare il cambiamento climatico: percezione del rischio distorta (il fenomeno per cui temiamo più gli squali delle zanzare, ma queste – vettori di malattie come la malaria – sono in realtà ben più pericolose); sindrome del cambiamento dei parametri di riferimento, per cui i cambiamenti progressivi vengono accettati come “nuova normalità”, e ogni generazione ridefinisce verso il basso la propria idea di normalità ambientale; bias dello status quo, per cui si preferisce una situazione nota, anche se esistono alternative chiaramente migliori; illusione ottimistica, per cui si tende a pensare che non si sarà coinvolti nei problemi, che riguardano sempre “gli altri”.</p>
<p>A questi bias, però, si può rispondere con specifiche strategie comunicative: la nostra percezione del cambiamento climatico, ricorda infatti Motterlini, dipende in larga misura dalla narrazione che lo accompagna.</p>
<p>Appoggiandosi e diversi esperimenti specifici, l’autore mostra quali strategie comunicative possano essere efficaci a incoraggiare un coinvolgimento attivo. “Per cambiare il mondo, dobbiamo cominciare dalla narrazione che facciamo di noi stessi e degli altri. Una narrazione che non parli solo di rinunce e di costi, ma di comunità e di un futuro condiviso”.</p>
<h2 id="qualche-proposta-che-può-funzionare">Qualche proposta che può funzionare</h2><p>Sviluppare modelli di governance basati sulla collaborazione, sulla partecipazione attiva e sulla responsabilità condivisa: sempre basandosi su una ricca messe di esperienze e studi basati su casi reali, Motterlini descrive e propone alcune linee strategiche che promettono di poter essere efficaci. Nell’”ecosistema di soluzioni” sono coinvolti governi nazionali, aziende, comunità, cittadini. Gruppi espressi dalla società civile, come Greenpeace o Fridays for Future. Aziende pionieristiche che anticipano i tempi.</p>
<p>Certo, gli ostacoli da affrontare sono e restano enormi: oltre a quelli cognitivi, innestati nel cervello di ciascuno di noi, Motterlini non trascura di offrire un’ampia panoramica sulle forze, anche economiche, che negano l’evidenza del riscaldamento climatico, sui tentativi di manipolare l’opinione pubblica, sui rischi legati alla confusione dell’intrecciarsi di tante voci contrastanti, sui populismi, sull’eccesso di informazione, che in un’ultima analisi diventa illusione di essere informati (e non reale informazione).</p>
<p>Questa crisi, avverte Motterlini, riguarda, insieme, scienza e democrazia. “Affrontare la crisi del clima significa allora rafforzare le pratiche democratiche. Non solo per definire politiche ambientali più giuste ed efficaci, ma per ottenere quel consenso pubblico senza cui nessuna trasformazione è davvero possibile”.</p>
<p>Torna quindi, a conclusione del saggio, un tema estremamente caro a <em>Scienza in rete:</em> oggi riaffermare il valore della scienza è forse l’atto più radicale per difendere la democrazia, afferma Motterlini. “In un’epoca in cui negare il cambiamento climatico è presentato come libertà di opinione, questo è l’unico modo per tenere viva la possibilità di capirsi, ascoltarsi e decidere insieme come cambiare rotta.”</p>
<p>Affrontare il cambiamento climatico, conclude Motterlini, deve bilanciare il rischio di una possibile catastrofe futura con il costo delle misure preventiva. Farlo con responsabilità impone di basarci sulle migliori conoscenze a nostra disposizione: quelle che ci offre la scienza. Ed ecco come delinea l’alternativa:</p>
<p>“A questo punto abbiamo due strade.</p>
<p>La prima: non ci fidiamo della scienza. Esitiamo, rimandiamo, usiamo il dubbio come alibi per restare immobili. Ma se la scienza ha ragione – e tutto lascia pensare che ce l’abbia – pagheremo il prezzo più alto: un clima fuori controllo, ecosistemi collassati, incendi, siccità, crisi alimentari, milioni di sfollati climatici. Senza possibilità di ritorno.</p>
<p>La seconda: scegliamo di fidarci. Cambiamo rotta, riduciamo le emissioni, accettiamo qualche sacrificio nel nostro stile di vita in cambio di città più vivibili, aria più pulita, foreste, oceani e ghiacciai preservati. Poi, magari, scopriamo che la scienza aveva un po’ esagerato.</p>
<p>E allora? Allora avremo salvato il pianeta.</p>
<p>Per errore”.</p>
<p>Se lo stile brillante e il ricorso frequente al racconto di esperimenti concreti dà vivacità a un saggio denso ma scorrevole, una ricca bibliografia dà modo al lettore interessato di approfondire i temi trattati nei diversi capitoli.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>TEA, biologico, naturale: le ambiguità del dibattito</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/tea-biologico-naturale-ambiguita-dibattito/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/tea-biologico-naturale-ambiguita-dibattito/</guid><pubDate>Thu, 28 May 2026 07:52:00 +0100</pubDate><dc:creator>Gilberto Corbellini</dc:creator><category>alimentazione</category><description>L’idea che “naturale” significhi automaticamente migliore, più sano o più etico domina ancora il dibattito pubblico sull’agricoltura. Ma le Tecnologie di Evoluzione Assistita (TEA) mettono in crisi questa narrazione: non imitano la natura, la rendono più controllabile. A partire dal libro &amp;amp;ldquo;La speranza verde” di Vittoria Brambilla e Fabio Fornara, Gilberto Corbellini smonta i miti sul biologico, analizza le critiche alle biotecnologie agrarie e mostra come, tra marketing, ideologia e paura degli OGM, la discussione scientifica risulti spesso sostituita da slogan emotivi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/tea-biologico-naturale-ambiguita-dibattito-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/tea-biologico-naturale-ambiguita-dibattito-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Una delle affermazioni che, in prima battuta, stupisce studenti e studentesse è che l&rsquo;evento più innaturale nella storia della nostra specie è stato l&rsquo;invenzione dell&rsquo;agricoltura. Per cui parlare di agricoltura o alimenti “naturali” non ha senso. E il termine “biologico”, usato per l&rsquo;agricoltura, non ha una base scientifica; indica solo l&rsquo;adesione a un insieme di pratiche più o meno definite su base normativa. Nel senso letterale del termine, qualunque agricoltura e qualunque cibo sono biologici.</p>
<p>L&rsquo;associazione “biologico = naturale = più sano = più giusto” è una falsa narrazione, funzionale al marketing, in particolare di Slow Food, che vi si aggrappa per prendere forza politica e ricavi economici, e alle bugie sistematicamente raccontate da Coldiretti, che è il vero ministero dell&rsquo;agricoltura in Italia. Naturalmente il biologico/naturale, nella percezione dei cultori snob del cibo, sarebbe anche “più buono”, nel senso del gusto e dell&rsquo;etica. Sul primo si può rispondere con una battuta: <em>de gustibus</em>. Sul secondo non scommetterei un centesimo. A cominciare dal fatto che vietiamo la coltivazione OGM in Italia, ma importiamo dall&rsquo;estero milioni di tonnellate all&rsquo;anno di mangimi transgenici per alimentare le filiere che producono il nostro DOP. E che si manca di rispetto alle persone prossime alla sottonutrizione, anche in questo Paese, il cui reddito non consente loro di alimentarsi sanamente ma che devono guardare stellati chef o aspiranti tali che spadellano 7/24 su tutte le frequenze.</p>
<p>La gastronomia, come sa chiunque abbia letto qualche introduzione alla sociologia politica degli ultimi cinquant&rsquo;anni, ha preso il posto dell&rsquo;ideologia. Gambero Rosso e Slow Food sono nati da piattaforme di sinistra, anche comunista, e sono diventati punti di riferimento per un ceto snob che non ha problemi economici di accessibilità al cibo. Il biologico rappresenta una quota del mercato alimentare intorno al 4-5%, con punte superiori in alcuni segmenti come ortofrutta e lattiero-caseario. Eppure, riceve vantaggi economici e un&rsquo;attenzione mediatica e culturale del tutto sproporzionata. La gran parte della produzione agricola è convenzionale e deve rispondere a esigenze di scala, sicurezza e accessibilità economica. In un contesto globale segnato da instabilità crescente e minacce alla sicurezza alimentare, trattare il biologico come il paradigma produttivo di riferimento è un lusso culturale che solo chi non ha problemi di accesso al cibo, a prescindere dal costo, può permettersi.</p>
<p>Le biotecnologie sono una risorsa rivoluzionaria, e dopo lungo periodo di uso per guadagnare economicamente e sul piano della sostenibilità, nell’ecosistema nord e sud americano, oggi diffondono inesorabilmente e per fortuna, in aiuto anche nei paesi dove l’agricoltura rimane precaria.</p>
<p>Il libro <a href="https://www.bompiani.it/catalogo/la-speranza-verde-9788830154629" rel="noopener"><em>La speranza verde</em></a> (Bompiani, 2026) di Vittoria Brambilla e Fabio Fornara, che sono tra i principali ricercatori italiani nel campo delle biotecnologie agrarie, illustra con rigore e ricchezza di argomenti i fatti appena riassunti, per lanciarsi poi in una <em>pars construens</em>. Che la contrapposizione naturale/artificiale, pur intuitiva, non regga a un&rsquo;analisi scientifica, gli autori lo commentano alla luce del fatto che ora disponiamo di tecnologie di evoluzione assistita (TEA) con le quali possiamo fare in modo più preciso, rapido e controllato ciò che la selezione, naturale e artificiale, ha sempre fatto: modificare le piante per un vantaggio adattativo. Il genome editing interviene su sequenze geniche esistenti senza introdurre necessariamente elementi estranei, a differenza della ricombinazione genica via plasmidi usata nella maggior parte degli OGM classici.</p>
<p>Che il fraintendimento persista lo dimostra un <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-parliamo-quando-parliamo-tea/">articolo</a> recentemente apparso su <em>Scienza in rete</em>, che solleva obiezioni alle TEA su basi in parte legittime, in parte epistemicamente fragili. Gli autori sollevano questioni reali: overselling, concentrazione dei brevetti, limiti delle prove parcellari, complessità degli agroecosistemi. Ma argomentano su fondamenta fragili e alcune premesse sono errate. Evoluzione assistita, in biologia molecolare, significa accelerazione della variazione e della selezione in laboratorio, non sostituzione dei processi naturali. Né più né meno: a che serve confondere il piano della metafora con quello del meccanismo? A che serve nell’economia argomentativa dell’articolo confondere il piano della metafora con quello del meccanismo? La fenomenologia della Regina Rossa descrive un processo evolutivo, non prescrive una rinuncia agli interventi. Se la corsa alle armi fosse un argomento contro le difese, non avremmo antibiotici né vaccini. Le pressioni selettive più intense che le TEA potrebbero generare sul patogeno sono un argomento eventualmente da falsificare e per il monitoraggio post-introduzione, non per il blocco preventivo. Se non si usano le TEA, si usano i fungicidi, con impatti agroecologici, evolutivi ed economici ben documentati. La critica alla «corsa alle armi tecnologica» dovrebbe applicarsi anche all&rsquo;alternativa chimica.</p>
<p>La vite europea, il riso Arborio, il frumento moderno non sono prodotti dell&rsquo;evoluzione naturale: sono il risultato di millenni di selezione artificiale intensiva. L&rsquo;argomento che le TEA siano qualitativamente diverse richiederebbe una dimostrazione più che lessicografica. Mentre il richiamo a Morin, Jonas e Aristotele (al di là di una certa improvvisazione dei riferimenti bibliografici) è un&rsquo;argomentazione per l&rsquo;inerzia: siccome i sistemi sono complessi, non dobbiamo intervenire con strumenti precisi. La complessità è reale, ma non implica che gli interventi mirati siano destabilizzanti. Implica solo che vanno monitorati.</p>
<p>La citazione di Khaipho-Burch, nell’articolo su <em>Scienza in rete</em>, è il punto più debole. Gi autori lo usano per concludere che si sta facendo dell’overselling e si dovrebbe fare un passo indietro. Khaipho-Burch su <em>Nature</em> <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-023-02895-w" rel="noopener">critica</a> l&rsquo;overselling dei risultati in parcella ma dice che le prove devono essere fatte meglio e a scala più ampia.</p>
<p>Quanto ai brevetti: la concentrazione del mercato sementiero esiste già e di fatto ha promosso l’innovazione fin qui - Bayer-Monsanto, ChemChina-Syngenta, Corteva. Le TEA si innestano su una struttura già oligopolistica, non la creano.</p>
<p>Gli autori richiamano la norma di reazione per sostenere la mancanza di controllo dei processi che portano dal genotipo al fenotipo, un continente biochimico che la selezione naturale attraversa alla cieca. L&rsquo;ingegneria genetica moderna lavora precisamente sulle vie biochimiche che mediano quel rapporto: conosce il pathway, il prodotto proteico, può verificare l&rsquo;espressione off-target. L&rsquo;argomento degli autori si capovolge su sé stesso. C&rsquo;è anche un&rsquo;ironia nel citare Waddington: è stato proprio lui a introdurre i concetti di “paesaggio epigenetico” e “canalizzazione”, cioè la tendenza dei sistemi di sviluppo a produrre fenotipi robusti nonostante le variazioni genotipiche — il che va nella direzione opposta rispetto all&rsquo;allarme implicito nella citazione.</p>
<p>L&rsquo;EFSA, peraltro, valuta l&rsquo;organismo modificato come sistema biologico integrato (tossicità, allergenicità, stabilità dell&rsquo;inserto, effetti pleiotropici), non singoli geni in astratto. È il riconoscimento istituzionale che la questione della norma di reazione va affrontata empiricamente, non come argomento retorico per bloccare la ricerca. Confondere una difficoltà epistemica genuina (il rapporto genotipo-fenotipo è complesso) con una conclusione infondata (le biotecnologie sono più rischiose della selezione naturale) vuol dire fare una confusione classica tra complessità conoscibile e rischio intrinseco.</p>
<p>Il problema principale delle TEA è che la normativa in Europa rimane complicata. La Corte di Giustizia UE, con la sentenza C-528/16 del 2018, ha stabilito che le TEA ricadono sotto la direttiva OGM del 2001, estendendo la regolamentazione sulla base del processo produttivo, non delle caratteristiche del prodotto finale. Il legislatore del 2001 non aveva previsto queste tecnologie e improvvidamente non aveva previsto una revisione periodica della normativa sulla base delle innovazioni tecnologiche. La proposta di nuovo Regolamento EU (COM/2023/411) distingue le categorie di TEA in base al profilo di rischio del prodotto. Ma per ora si va avanti in ordine sparso. Con il Decreto Siccità del 2023, convertito in Legge n. 68, è stata autorizzata per la prima volta in Italia la sperimentazione in campo aperto delle TEA, prorogata al 31 dicembre 2026 con la Legge 199/2025. Nel 2024 Vittoria Brambilla ha piantato il primo campo sperimentale di riso TEA in Italia e in Europa — distrutto da terroristi ambientalisti. Nel 2025, con il supporto della Fondazione Bussolera Branca e la collaborazione dell&rsquo;Ente Nazionale Risi, ha portato a raccolto tre campi.</p>
<p>Una riflessione personale. La questione della “naturalità” è comunque scivolosa. Nei corsi di bioetica rivolti ai biotecnologi spiego la fallacia naturalistica: “naturale” non è un criterio valido per stabilire sicurezza o accettabilità o eticità. Quando parliamo di TEA, qualche studente mi chiede perché torni utile l&rsquo;argomento della naturalità per farle accettare. Ha ragione. “La mutazione ottenuta è indistinguibile da una spontanea” non dice nulla sulla sicurezza della tecnica. Il vantaggio reale delle TEA è opposto: sono più controllate della mutagenesi casuale, usata da decenni nell&rsquo;agricoltura convenzionale senza che nessuno abbia chiamato queste varietà OGM. Difenderle per la loro apparente naturalità, invece che per la loro precisione, inverte questa logica.</p>
<p>L&rsquo;argomento coerente dal punto di vista normativo, cioè etico, sarebbe: le TEA meritano una valutazione del rischio diversa dagli OGM classici non perché siano “naturali”, ma perché il loro profilo di rischio è strutturalmente differente. Studenti e stdudentesse questo argomento lo capiscono immediatamente. Il problema è che non funziona politicamente. “È come la natura” arriva diretto sul piano emotivo; “è più sicuro perché è più controllato” richiede una spiegazione tecnica. Il risultato sembra che l’argomentazione possa cambiare in base al pubblico: con gli scettici si usa la naturalità, con i sostenitori della scienza si usa la precisione. </p>
<p>L&rsquo;uso strategico di argomenti fallaci, anche in buona fede, produce un costo epistemico reale: normalizza l&rsquo;idea che la solidità di un argomento dipenda dal pubblico cui si rivolge. Nelle aule possiamo permetterci di non farlo. Fuori dalle aule, evidentemente, nessun attore politico sembra disposto ad ascoltarlo. Ma questa è una ragione per non cedere, non per adeguarsi.</p>
<p>L&rsquo;uso strategico di argomenti fallaci, anche in buona fede, produce un costo epistemico reale. E forse non aiuta la costruzione di una comunicazione che abbia lo scopo anche di migliorare la cognizione sociale e l’uso della razionalità critica.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Davvero il mondo resterà senza inverno?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/davvero-mondo-restera-senza-inverno/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/davvero-mondo-restera-senza-inverno/</guid><pubDate>Fri, 22 May 2026 07:58:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>clima</category><description>Ne &amp;amp;ldquo;Il mondo senza inverno&amp;amp;rdquo; di Bruno Arpaia (Guanda, 2026) tecnologia e controllo sociale si intrecciano a un clima ormai fuori controllo. Il futuro segnato dalla crisi climatica, siccità, migrazioni e disuguaglianze sociali trasformano radicalmente la vita quotidiana. Nonostante il tono cupo, il libro lascia anche spazio alla speranza e alla volontà di reagire. Un ottimo esempio di comunicazione della scienza che funziona (o almeno speriamo).</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/davvero-mondo-restera-senza-inverno-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/davvero-mondo-restera-senza-inverno-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Leggere <em><a href="https://www.guanda.it/libri/bruno-arpaia-il-mondo-senza-inverno-9788823536029" rel="noopener">Il mondo senza inverno</a></em> di Bruno Arpaia (Guanda editore, 240 pagine, 18€) è come leggere i rapporti del World Economic Forum, ma capendoli. I rapporti dell’IPCC, dei maggiori istituti di ricerca mondiali e qualsiasi altro documento scientifico, infatti, sono solo un elenco noioso di numeri e dati. Imprescindibili per capire il mondo, e sono forse quelli più importanti che potremmo mai avere a disposizione. Conosciamo gli scenari climatici che ci aspettano in funzione delle azioni di politica economica ed energetica che implementeremo. Sappiamo tutto, c’è scritto tutto in questi testi. Ma quello che manca è: come si vivrà in un mondo dove non siamo riusciti a stare sotto 1,5°C o 2°C di aumento di temperatura media per fine secolo? Quali emozioni proveremo? Come cambierà il modo di produrre cibo e quindi di goderne a tavola? Cosa succederà a posti del cuore che saranno sommersi dal mare o arsi dalla siccità?</p>
<p>Tutto questo non c’è nei documenti che scrive l’IPCC (anche se si sforzano di essere sempre più colorati), temi che invece trovano ampio spazio nel nuovo libro di Arpaia, scritto dieci anni dopo <em><a href="https://www.guanda.it/libri/bruno-arpaia-qualcosa-la-fuori-9788823514195" rel="noopener">Qualcosa là fuori</a></em>, dove tutto ebbe inizio - per altro consigliatissimo. La scienza, nelle sue innumerevoli declinazioni per essere comunicata, ha necessariamente bisogno delle emozioni, dei sentimenti. Delle storie. Non a caso Bruno Arpaia era tra gli insegnanti del Master in comunicazione della scienza di Milano a tenere un interessantissimo (secondo me) corso su come raccontare la scienza attraverso la letteratura.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/davvero-mondo-restera-senza-inverno-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/davvero-mondo-restera-senza-inverno-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/davvero-mondo-restera-senza-inverno-body-1.jpg.webp 1200w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="copertina libro arpaia" width="1200" height="1858" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Se volete capire <em>come</em> si vivrà in un mondo senza inverno, questo libro fa al caso vostro. E no, non vi farà venire solo ansia e angoscia verso il futuro, anche se l&rsquo;autore usa degli scenari climatici forse un po’ troppo estremi rispetto a quelli che più probabilmente raggiungeremo. Ma comunque non c’è da stare tranquilli perché, nonostante i passi avanti che abbiamo fatto, siamo ancora lontani dagli obiettivi fissati dall&rsquo;Accordo di Parigi.</p>
<p>Le vicende riprendono esattamente dove erano arrivate alla fine del primo libro (che non vi sveleremo) e continuano a intrecciarsi fra loro. La marcia senza fine da un’Italia inaridita e mezza sommersa ha portato finalmente i nostri protagonisti a destinazione, una destinazione molto nordica. Qui il mondo sembra essere migliore, ci sono case, macchine, cibo. Tutto quello che la Napoli dei nostri protagonisti aveva dimenticato. Però le minacce climatiche si sommano ora a quelle tecnologiche, dove l’intelligenza artificiale non è stata governata adeguatamente e dove sono stati creati dei superumani, con capacità di calcolo eccezionali.</p>
<p>Serve poco per capire che i profughi che arrivano dal Sud Europa, dopo un viaggio estenuante, non potranno godere degli stessi diritti degli altri cittadini. Cittadini che quassù sono infatti di serie A, B e C. L’ufficializzazione della discriminazione sociale. I chip sottocutanei tengono traccia di qualsiasi cosa facciano le persone, sanno se ci sono malattie o bisogni particolari. Il governo controlla ossessivamente tutti. E come in molte finte democrazie e dittature, anche nel lontano Nord si è creata una sacca di resistenza. Lo scopo è penetrare nei sistemi informatici che hanno il controllo di tutto, dove sullo sfondo il clima è sempre peggiore. La siccità cresce e le riserve d’acqua iniziano a scarseggiare. Marta, Sara, Miguel, Ahmed, Erik, sono tra i personaggi della storia. Che prendono voce di tanto in tanto rubando la scena al piano narrativo in terza persona. Cosicché si possono conoscere meglio le paure, le ansie e le speranze di tutti.</p>
<p>Sullo sfondo, c&rsquo;è sempre il clima, ormai straniero in patria.</p>
<blockquote>
<p>Poi, nemmeno un&rsquo;ora dopo, accadde tutto in fretta. Sentirono suonare le sirene e Ahmed corse a digitare sulla sua console per sbarrare le finestre con le imposte interne.</p>
<p>«Presto, aiutatemi!»</p>
<p>«Che c&rsquo;è, cosa succede?»</p>
<p>«Un uragano, e sembra pure forte, presto!»</p>
<p>«Un uragano, qui?»</p>
<p>«Sì, ora capita spesso, e all&rsquo;improvviso. Però pensate a chiudere, vi ho detto!»</p>
<p>Ma il vento a raffiche già graffiava i muri, scuoteva le persiane, fischiava tra un palazzo e l&rsquo;altro, faceva vibrare le insegne, i lampioni e i cartelli stradali, s&rsquo;insinuava nella tromba delle scale. Era un rimbombo sordo, accelerato, che inghiottiva tutti i rumori. Miguel si aggrappò a Marta, Sara si rannicchiò in un angolo del divano [&hellip;]. Sembrava che il palazzo oscillasse avanti e indietro come in un terremoto.</p>
<p>«Ma quanto durerà?» urlò Marta per farsi sentire.</p>
<p>«E chi lo sa? Dipende&hellip;» rispose Ahmed, anche lui urlando, mentre ricontrollava le chiusure.</p>
<p>Dagli spiragli delle imposte intravidero le sciabolate gialle e azzurre dei lampi e il serpente di un fulmine che palpitava per qualche attimo e poi si abbatteva da qualche parte con uno schiocco assordante. Infine cominciò a piovere, a lavaroni, a canteri, come se il cielo, carico di rabbia, si sfondasse, mentre il vento furioso incalzava la pioggia e la spingeva in mulinelli e cortine d&rsquo;acqua, trascinava cornicioni, insegne divelte e pezzi di lamiera, spazzava le strade deserte e le fogne rivomitavano l&rsquo;acqua che spiantava i tombini.</p></blockquote>
<p>Gli eventi meteo estremi sono ormai ricorrenti. Tifoni e uragani possono arrivare nel giro di cinque minuti senza avvisaglie. Il mondo è cambiato e la cosa peggiore è che ormai è tutto rinnovabile, tutta l’energia non è più prodotta da combustibili fossili, ma il guaio è che siamo arrivati tardi. Abbiamo aspettato troppo tempo. Ed è questo uno dei messaggi impliciti del libro. Risolvere la crisi climatica non è come risolvere un altro problema. Non posso oggi, lo faccio domani. No. Se lo faccio domani, o dopodomani, c’è rischio che non si faccia più in tempo. Ed è quello che accade ai nostri personaggi. È tutto rinnovabile, ma l’inerzia climatica è così elevata che troppo tempo dovrà passare prima di tornare, se mai si tornerà, ai livelli di CO₂ e di temperatura almeno degli anni 2000. Non si riesce nonostante la tecnologia abbia fatto balzi in avanti enormi nel giro di pochissimi decenni. E questa è una frecciatina ai “tecno-ottimisti”, che credono che tanto arriverà qualcosa che ci salverà definitivamente. Intanto il tempo passa.</p>
<p>Il tempo, la tecnologia, il clima, la scienza. Questi sono gli elementi chiave della nuova società corrotta che dipinge Arpaia. Potrebbe sembrare inevitabile cadere in depressione dopo aver letto il libro. È tutto sbagliato, non funziona più niente, nemmeno la democrazia. Eppure, no. L&rsquo;urgenza non viene travolta dal pessimismo cosmico e l&rsquo;angoscia è portatrice di speranza. La sensazione che ti resta addosso è una voglia di rimboccarsi le maniche e dire: allora, cosa c’è da fare per evitare di avere un mondo senza inverno? Sarà per la resistenza contro il sistema a cui si uniscono i personaggi o per il desiderio mai soddisfatto di raggiungere la meta (anche qui come nel primo libro). Difficile a dirsi. Fatto sta che funziona. Se tra altri dieci anni Arpaia vorrà scrivere un terzo capitolo, speriamo che lo faccia in un mondo dove le emissioni si siano ridotte parecchio. Nel frattempo, l’IPCC ha <a href="https://www.carbonbrief.org/factcheck-trumps-false-claims-about-the-ipcc-and-rcp8-5-climate-scenario/" rel="noopener">eliminato</a> lo scenario climatico 8.5, cioè quello che prevedeva un aumento di 4,4°C circa per fine secolo. Allo stesso tempo, però, abbiamo <a href="https://climate.copernicus.eu/copernicus-2024-first-year-exceed-15degc-above-pre-industrial-level" rel="noopener">superato 1,5°C</a> nel 2024 anche se ancora non in modo definitivo. Insomma, difficilmente non ci sarà materiale per un altro romanzo, tuttavia forse il futuro sarà meno indefinito. Vedremo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Partecipa alla ricerca su chiocciole e lumache in città con un CLIC!</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/partecipa-ricerca-chiocciole-lumache-citta-clic/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/partecipa-ricerca-chiocciole-lumache-citta-clic/</guid><pubDate>Wed, 20 May 2026 08:09:00 +0100</pubDate><dc:creator>Giorgia Mocilnik</dc:creator><category>ambiente</category><description>Il progetto di citizen science CLIC! Chiocciole Lumache in Città, promosso dal Museo di Storia Naturale dell’Accademia dei Fisiocritici in collaborazione con l’Università di Siena e NBFC, vuole dimostrare come la scienza partecipata possa cambiare il nostro sguardo verso animali spesso poco considerati o ritenuti dannosi per l’agricoltura. Nato nel 2020 e diffuso su scala nazionale, CLIC! chiede la collaborazione dei cittadini per monitorare la distribuzione delle specie di molluschi terrestri in città, individuare popolazioni non ancora note e studiare altri fenomeni interessanti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/partecipa-ricerca-chiocciole-lumache-citta-clic-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/partecipa-ricerca-chiocciole-lumache-citta-clic-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quante volte ci capita di vedere una chiocciola su un cartello stradale, immobile sotto il sole estivo, chiedendoci da dove sia arrivata e come faccia a resistere alle alte temperature? Altre volte, invece, capita di non vederle affatto: ce ne accorgiamo solo troppo tardi, tornando a casa la sera, quando un passo distratto produce un suono secco sotto la scarpa.</p>
<p>Eppure, da piccoli, bastava poco per notarle: dopo la pioggia le raccoglievamo nei giardini, le osservavamo uscire lentamente dal loro guscio, incuriositi dal loro corpo molle o seguivamo le loro scie argentate domandandoci dove fossero dirette.</p>
<h2 id="perché-chiocciole-e-lumache-sono-specie-a-rischio">Perché chiocciole e lumache sono specie a rischio</h2><p>Piccole, lente e spesso ignorate, chiocciole e lumache sono presenze familiari quanto invisibili. <a href="https://www.researchgate.net/publication/398445962_Tassonomia_estinzioni_e_musei_di_storia_naturale" rel="noopener">Appartengono a uno dei gruppi di invertebrati più minacciati al mondo:</a> su oltre 800 estinzioni animali documentate dal 1500 a oggi, circa il 40% riguarda i molluschi, nella quasi totalità specie terrestri o d’acqua dolce. Le cause della loro diminuzione sono molteplici e in gran parte legate alle attività umane, in primis la distruzione degli habitat e l’introduzione di specie aliene.</p>
<p>Negli ambienti acquatici l’inquinamento da pesticidi, le immissioni di predatori alloctoni (come alcuni pesci e il gambero rosso della Louisiana) e le modifiche degli argini fluviali rappresentano i principali problemi. In ambiente urbano a minacciare i molluschi contribuiscono l’inquinamento e le stuccature dei muri, che riducono la disponibilità di rifugi.</p>
<p>A questi fattori si aggiunge il cambiamento climatico con prolungati periodi di siccità e temperature più alte.</p>
<p>Eppure, questi organismi hanno un ruolo ecologico fondamentale <a href="https://www.nature.com/nature-index/topics/l4/ecological-dynamics-of-terrestrial-gastropod-communities?utm_source=chatgpt.com" rel="noopener">negli habitat urbani e naturali</a>. Contribuiscono alla decomposizione della materia organica, nutrendosi di foglie morte, funghi e detriti e accelerando così il riciclo dei nutrienti nel suolo. Arricchiscono inoltre il terreno di sostanze essenziali, favorendone la fertilità, oltre a rappresentare una risorsa alimentare per numerose specie. Persino le loro conchiglie vuote possono diventare rifugio per altri organismi.</p>
<p>Proprio per la loro sensibilità alle condizioni ambientali, questi molluschi sono considerati ottimi bioindicatori ambientali.</p>
<h2 id="cosè-il-progetto-clic-chiocciole-lumache-in-città">Cos&rsquo;è il progetto CLIC! Chiocciole Lumache in Città</h2><p>Ma come rendere visibili specie così poco carismatiche e trasformarle in protagoniste delle nostre esplorazioni urbane? È ciò che prova a fare il progetto di citizen science <a href="https://www.inaturalist.org/projects/clic-chiocciole-lumache-in-citta" rel="noopener">CLIC! Chiocciole Lumache in Città,</a> promosso dal Museo di Storia Naturale dell’Accademia dei Fisiocritici in collaborazione con l’Università di Siena e NBFC, dimostrando come la scienza partecipata possa cambiare il nostro sguardo verso animali spesso poco considerati o ritenuti dannosi per l’agricoltura.Nato nel 2020 e diffuso su scala nazionale, CLIC! mira a monitorare la distribuzione delle specie di molluschi terrestri in città, individuare popolazioni non ancora note e studiare fenomeni come gli effetti della crisi climatica e l’introduzione di specie alloctone.</p>
<p>«Il progetto nasce sia dal desiderio di coinvolgere attivamente i cittadini nella ricerca attraverso la citizen science, seguendo l’esempio di altri musei di storia naturale, dall’altro quando è nato, nel 2020, voleva mantenere un contatto con il pubblico durante la pandemia, offrendo un modo semplice per riconnettersi con la natura», racconta Andrea Benocci, malacologo e curatore del Museo di Storia Naturale dell&rsquo;Accademia dei Fisiocritici.</p>
<h2 id="come-partecipare-con-la-piattaforma-inaturalist">Come partecipare con la piattaforma iNaturalist</h2><p>La città è un mosaico di habitat: giardini, parchi, orti, muretti, aree residenziali e piccoli corsi d’acqua favoriscono la presenza di numerose specie di molluschi. I cittadini possono contribuire al progetto CLIC! in due modi: caricando le proprie osservazioni fotografiche sulla piattaforma iNaturalist.org oppure aiutando gli esperti a identificare e validare le segnalazioni degli altri partecipanti. Per facilitare questo processo sono stati sviluppati materiali di supporto, come <a href="https://www.museostorianaturalesiena.it/wp-content/uploads/Brochure_CLIC.pdf" rel="noopener">un pieghevole informativo</a> e delle <a href="https://www.museostorianaturalesiena.it/partecipa/clic/" rel="noopener">“figurine malacologiche”</a> che illustrano alcune delle specie più comuni presenti in ambiente urbano.</p>
<p>Per una corretta identificazione è importante fotografare gli esemplari da più angolazioni: dall’alto, lateralmente e, se possibile, anche dal lato ventrale.</p>
<p>Bisogna aguzzare la vista perché non sempre è facile individuarli: si passa infatti da chiocciole che possono raggiungere i cinque centimetri di diametro a lumache lunghe appena pochi millimetri, spesso difficili da osservare a occhio nudo. «Alcune, chiamate semi-lumache» spiega ancora Benocci «possiedono una conchiglia troppo piccola per contenere completamente il corpo, mentre in altre la conchiglia nel corso dell’evoluzione si è progressivamente ridotta, fino a rimanere nascosta all’interno del mantello, appena visibile in controluce».</p>
<h2 id="le-specie-più-avvistate-nelle-città-italiane">Le specie più avvistate nelle città italiane</h2><p>Ad oggi sono state registrate 2.228 osservazioni, per un totale di 118 specie segnalate da 342 utenti.</p>
<p>Le più fotografate sono soprattutto esemplari di dimensioni medio-grandi, più facili da individuare anche in città.</p>
<p>C’è la chiocciola papillare italiana, spesso osservata in gruppi sui muri assolati, la limaccia gialla, attiva soprattutto nelle ore serali e dopo la pioggia, oppure la chiocciola vellutata europea, riconoscibile per il sottile rivestimento peloso della conchiglia e comune sulle vecchie mura e nei giardini umidi. Non mancano poi le chiocciole fasciate mediterranee e le chiocciole zigrinate, facilmente incontrabili lungo sentieri, muretti e aree verdi urbane.</p>
<p>«Tra le segnalazioni più interessanti ci sono specie endemiche poco diffuse come <em>Cochlostoma alleryanum</em> o <em>Murella scabriuscula</em> e molluschi introdotti accidentalmente dall’uomo come le lumache <em>Ambigolimax valentianus</em> e <em>Arion sp.</em>» spiega Benocci. «Un’osservazione registrata da un cittadino a San Gimignano ci ha persino permesso di individuare una nuova popolazione introdotta di <em>Marmorana serpentina</em>, specie originaria dell’area sardo-corsa.» Questo gruppo di animali viene accidentalmente trasportato in nuovi areali principalmente tramite il commercio e lo scambio di piante sia per uso alimentare sia ornamentale o il trasporto di materiale da costruzione come le pietre, al punto che alcuni molluschi ormai diffusi in tutti i continenti vengono anche definiti come “travelling snails”. «Sebbene si sia visto come queste introduzioni possano causare implicazioni ecologiche ed economiche importanti in molti ambienti, si sa ancora molto poco riguardo la loro presenza nei giardini botanici, vivai e serre italiani», racconta l’esperto». </p>
<h2 id="specie-aliene-invasive-e-dannose">Specie aliene invasive e dannose</h2><p><a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/39108337/" rel="noopener">Tra il 2017 e il 2023,</a> ricercatori dell’Università di Siena e del Museo di Storia Naturale dell&rsquo;Accademia dei Fisiocritici hanno visitato strutture in tutto il Paese trovando, nelle serre del MUSE a Trento e nell’orto botanico di Padova, diverse specie aliene della famiglia Achatinidae, note tra le più invasive e dannose al mondo.</p>
<p>L’Italia rappresenta uno dei principali hotspot del Mediterraneo con circa 650 specie di gasteropodi terrestri e d’acqua dolce e 30 di molluschi bivalvi, ed ospita molte entità endemiche del distretto alpino, di quello appenninico, delle grandi e piccole isole. «Ad oggi in Italia, sono rari i progetti che mirano alla tutela di singole specie continentali e gli esperti prevedono che nel medio lungo temine alcune chiocciole endemiche italiane possano scomparire per sempre nella più totale indifferenza e inconsapevolezza» commenta Benocci.</p>
<p>Negli ambienti acquatici la presenza di molluschi autoctoni è spesso un segnale positivo, perché le specie invasive tollerano meglio inquinamento e disturbo: «Quando troviamo ancora quelle native significa che l’ecosistema non è del tutto compromesso», conclude Benocci.</p>
<h2 id="la-citizen-science-genera-un-cambiamento-di-prospettiva">La citizen science genera un cambiamento di prospettiva</h2><p>Un altro risultato interessante emerso dal progetto CLIC!, oltre ai dati raccolti, riguarda il cambiamento di prospettiva che la citizen science può generare.</p>
<p>Attraverso escursioni, incontri pubblici e segnalazioni condivise, chiocciole e lumache stanno diventando per molte persone un motivo di curiosità e attenzione.</p>
<p>Una ricerca pubblicata nel 2021 sul <a href="https://doi.org/10.1093/mollus/eyab033" rel="noopener">Journal of Molluscan Studies</a> ha mostrato come le piattaforme di citizen science possano contribuire a colmare la scarsità di dati sui molluschi terrestri, gruppi ancora oggi poco studiati e sottorappresentati. Lo studio evidenzia però anche quanto sia importante la collaborazione tra cittadini ed esperti: senza il supporto dei malacologi, molte segnalazioni rischiano infatti di rimanere incomplete o errate. Quando invece competenze scientifiche e partecipazione pubblica si integrano, questi progetti possono diventare strumenti concreti per conoscere e tutelare la biodiversità.</p>
<p>Notare una chiocciola o una lumaca, quindi, non è solo un gesto di curiosità: è un primo passo per riconoscere valore a ciò che spesso ignoriamo. Ed è proprio da questo sguardo che può nascere un modo diverso di abitare e proteggere la biodiversità delle nostre città. E voi vi ricordate quando è stata l’ultima volta che avete notato una chiocciola o una lumaca?</p>
<p>La primavera e l’autunno sono i periodi ideali per scoprire quali specie vivono accanto a noi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Le matrici del potere: dati sui minerali per la transizione</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/matrici-potere-dati-minerali-transizione/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/matrici-potere-dati-minerali-transizione/</guid><pubDate>Fri, 15 May 2026 08:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>libri</category><description>L’età delle matrici di Gianluca Schinaia racconta come la transizione ecologica e digitale dipenda da terre rare e materie prime strategiche, oggi al centro di tensioni geopolitiche globali. Il libro fa riflettere sul fatto che ogni tecnologia energetica ha un impatto ambientale, anche se questo varia molto tra fossili e rinnovabili, soprattutto se la transizione viene governata al meglio sottraendola al monopolio del modello economico neoliberista. Foto di Paul-Alain Hunt su Unsplash</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/matrici-potere-dati-minerali-transizione-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/matrici-potere-dati-minerali-transizione-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Serve fare due considerazioni per leggere il libro appena uscito di Gianluca Schinaia <em><a href="https://www.codiceedizioni.it/libri/l-eta-delle-matrici-gianluca-schinaia/" rel="noopener">L’età delle matrici</a></em> edito da Codice (384 pagine, 24 euro). La prima è che conoscere gli impatti dell’attività estrattiva non serve per delegittimare la transizione ecologica, anche se questa è una scusa spesso usata dai detrattori (ma poi detrattori di cosa?). Tra l’altro l’attività estrattiva è anche quella che si fa per risucchiare da sottoterra i combustibili fossili. La seconda considerazione è che gran parte delle metriche d’impatto per produrre tecnologie rinnovabili oggi riportano un quantitativo di emissioni di gas serra sul ciclo di vita destinato <a href="https://www.energy-transitions.org/new-report-scale-up-of-critical-materials-and-resources-required-for-energy-transition/" rel="noopener">necessariamente a scendere</a>, via via che la transizione procederà. Se oggi gran parte dell’energia la faccio con il fossile è chiaro che emetto anche per fabbricare una pala eolica; ma quando le rinnovabili avranno definitivamente superato carbone, petrolio e gas è evidente che la stessa pala eolica sarà molto meno “emissiva”. Il punto sta nel <em>governare</em> al meglio la transizione, non a caso il sottotitolo del libro è <em>Terre rare, materie prime e dinamiche di potere</em>. I rapporti tra stati sono al centro del controllo della transizione e non può che essere così.</p>
<p>La competizione catalizza l’innovazione, si pensi alla “corsa all’oro spaziale”, come scrive Schinaia – cominciata con l&rsquo;US Commercial Space Launch Competitiveness Act firmato da Obama, che autorizza i privati a estrarre risorse extraterrestri. O, restando sulla Terra, al grande riscatto cinese. Dopo il dominio di Stati Uniti e Giappone, la Cina ha recuperato e superato tutti sulla destra investendo in studio (39 università cinesi offrono corsi in chimica delle terre rare, mentre nessuna università americana ne ha di simili), usando massicciamente risorse pubbliche, producendo quindi in scala, applicando dumping, restringendo le esportazioni. Forse anche troppo. Infatti Schinaia racconta come l’Unione europea importi ormai il 70% delle proprie terre rare dalla Cina e che le restrizioni cinesi all&rsquo;export dei magneti hanno già causato rallentamenti produttivi nell&rsquo;automotive continentale nel 2025. Per questo è positivo il senso alla base del Critical Raw Materials Act europeo, che vuole arrivare al 2030 con il 10% di estrazione interna, il 40% di raffinazione e il 25% di riciclo.</p>
<p>Il libro di Schinaia potrebbe far vacillare il lettore suscettibile a troppi dati, soprattutto se inanellati in una narrazione dove emerge chiaramente che la transizione va fatta non abbracciando gli alberi o sperando che tutti diventino brave persone, ma tenendo conto che purtroppo il pianeta è governato da potenti senza troppi scrupoli (che spesso votiamo noi, questo serve ricordarlo). Fare i video su TikTok o su Instagram dove si denuncia l’azienda cattivona che rade al suolo pezzi di foresta amazzonica è giusto, ma si tenga presente che quei video non sono gratis. Il cloud non è una nuvola: è cavi sottomarini, data center, transistor costruiti con decine di elementi rari. Uno smartphone moderno contiene circa 63 elementi chimici diversi, il doppio rispetto ai modelli di qualche anno fa, nonostante pesi molto meno. La rivoluzione digitale richiede quantità crescenti di materie fisiche, concrete ed esauribili. Anche questo è un fenomeno da governare, cioè dove i governi dei paesi hanno un ruolo cruciale.</p>
<p>È ovvio che sia così. Ricorda l’autore che la batteria agli ioni di litio è il risultato di decenni di ricerca (per altro premiata con il Nobel nel 2019) anche pubblica; che non è stato per magia se in un secolo siamo passati dal primo volo dei fratelli Wright nel 1903 alla guerra dei droni in Ucraina, passando per gli F-35 che contengono 417 chili di terre rare. A parte il fatto che è evidente che le materie prime critiche sono diventate munizioni geopolitiche, quello che non si può dimenticare è che non si fa nulla senza risorse pubbliche e apparati statali. Lo scriveva lo stesso Schinaia sull’ormai defunto <em><a href="https://www.wired.it/article/italia-2050-soluzioni-mitigazione-clima/" rel="noopener">Wired Italia</a></em>: «Bisogna tornare a valorizzare i dipendenti pubblici come asset strategici del cambiamento e rinunciare alle numerose consulenze esterne per coprire quelle attività che devono essere patrimonio funzionale del settore pubblico».</p>
<p>Non abbiamo ancora detto cosa significa “matrice”. Il termine usato sin dal titolo serve per unificare in un unico cappello metalli preziosi, materiali critici, minerali e terre rare che condividono quattro caratteristiche: sono estraibili dal sottosuolo, sono alla base delle rivoluzioni tecnologiche in corso, sono al centro del contendere geopolitico e sono fondamenta del futuro umano. Vengono poi analizzati in dettaglio i &ldquo;big six&rdquo;: il litio (la cui domanda crescerà del 500% entro il 2050), il cobalto (estratto per il 60% nella Repubblica Democratica del Congo in condizioni spesso disumane), il nichel (da metallo disprezzato dai minatori a elemento chiave delle batterie), il rame (il più antico tra le matrici, oggi a rischio di deficit strutturale) e la grafite (il 90% dell&rsquo;anodo delle batterie, raffinata al 97% in Cina).</p>
<p>Da questo punto di vista è utile ricordare che la transizione ecologica sarà responsabile di nuovi punti estrattivi, ma il netto tra le nuove estrazioni e quelle da chiudere oggi usate per i combustibili fossili sarà negativo. In altre parole: l’impatto sul suolo per estrarre i “big six” e compagnia sarà molto più che <a href="https://www.weforum.org/stories/2024/06/energy-transition-critical-minerals-mining/" rel="noopener">compensato</a> dalla scomparsa dei combustibili fossili. Per altro, anche dal punto di vista dell’utilizzo delle risorse, oggi il combustibile fossile estratto ha una vita che termina dopo che viene bruciato, invece, il minerale estratto può essere usato di più e anche riciclato più volte.</p>
<p>Non è un argomento centrale del libro, ma non poteva mancare una parentesi sul negazionismo climatico, cioè il grande nemico per la consapevolezza pubblica di come stanno le cose ambientali oggi nel mondo. Ne vogliamo riportare un breve estratto.</p>
<blockquote>
<p>Nel 1971, nelle tv d&rsquo;oltreoceano girava uno spot che mostrava un nativo americano a bordo della sua canoa in un fiume pieno di rifiuti e circondato dallo smog. […] Una lacrima rigava il suo viso dai lineamenti duri e bruciati dal sole. Chiudeva una voce fuori campo: «Le persone inquinano, le persone possono fermare l&rsquo;inquinamento». […] Si tratta di una delle pubblicità più famose per descrivere il <em>mito del consumatore verde</em>, costruzione della propaganda del negazionismo climatico. La pubblicità era finanziata da alcune tra le principali multinazionali americane che, per descrivere le cause del problema dell&rsquo;impatto ambientale, cercavano di spostare l&rsquo;attenzione sugli individui che consumano e tenere al riparo le aziende produttrici. […]</p>
<p>Mentre al giorno d&rsquo;oggi il 99 per cento degli studi dei climatologi concorda sulle responsabilità antropiche del <em>global warming</em>, più del 90 per cento dei documenti dubbiosi sul <em>climate change</em> provengono da think tank vicini a ideologie conservatrici. Si tratta di ricchissime lobby come l&rsquo;Heartland Institute, la Cooler Heads Coalition, il Cato Institute o l&rsquo;Heritage Foundation. Solo per dare un&rsquo;idea, tra il 2003 e il 2010, 140 fondazioni hanno mosso 558 milioni di dollari per finanziare oltre un centinaio di organizzazioni di stampo negazionista. Da dove arrivano questi fondi? Principalmente da aziende legate ai combustibili fossili. Finanziatori come la Koch Family Foundation, la British Petroleum, la Shell o la ExxonMobil. Quest&rsquo;ultima in particolare è stata oggetto di un&rsquo;inchiesta giornalistica nel 2016 che ha rivelato come, fin dal 1981, la Exxon fosse a conoscenza degli effetti potenzialmente catastrofici per il clima delle emissioni da combustibili fossili. […]</p>
<p><em>Green economy</em>, energie rinnovabili, mobilità condivisa: salvare l&rsquo;umanità sul pianeta significa superare l&rsquo;economia estrattiva e il modello neoliberista. Non è un caso che l&rsquo;invasione statunitense del Venezuela non sia stata ammantata da nessuna giustificazione etica, per quanto ipocrita: Trump ha parlato chiaramente di interessi petroliferi e ha più volte nominato i vantaggi per <em>Big Oil</em> derivati da questa operazione.</p></blockquote>
<p>Schinaia ci dà anche qualche buona notizia. Il riciclo delle batterie elettriche, guidato da aziende come Redwood Materials sta diventando un settore industriale maturo: già oggi è possibile recuperare il 95% di nichel e cobalto dalle batterie dismesse. L&rsquo;<em>urban mining</em>, cioè l&rsquo;estrazione di matrici dai rifiuti elettronici urbani, potrebbe diventare una fonte fondamentale di materie prime seconde: una tonnellata di RAEE contiene più oro di una tonnellata di minerale estratto in miniera. Si parla di fitoestrazione e di estrazione del litio dalle alghe marine, strade parziali ma che indicano la direzione. E poi ci sono anche dei progetti italiani finanziati dalla Commissione Europea: <em>Itelyum</em> (riciclo di magneti permanenti a Frosinone), <em>Circular Materials</em> (recupero di rame e nichel a Padova), <em>Glencore</em> (impianto di riciclo di batterie al litio a Portovesme in Sardegna) e <em>Solvay</em> (riciclo del palladio a Rosignano).</p>
<p>Insomma, molti dati, molto spavento, ma anche molta capacità di invertire la rotta, come si continua a dire da qualche anno; rotta che, piaccia o no, è comunque già cambiata. Diciamo che siamo passati da una <em>bolina</em> che andava dritta a farci schiantare nella catastrofe fossile a un <em>traverso</em>. Non siamo ancora in <em>lasco</em> e men che meno in <em>poppa</em>, serve continuare a virare. E attenzione perché il vento può sempre impazzire. Per non rompere la vela potreste leggere Gianluca Schinaia e il suo *L’età delle matrici *e consigliarla magari a qualche politico (come molti dei libri che recensiamo qui per la verità).</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Rinnovabili: conviene usarle e produrle</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/rinnovabili-conviene-usarle-produrle/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/rinnovabili-conviene-usarle-produrle/</guid><pubDate>Wed, 13 May 2026 07:49:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>energia</category><description>Nel Regno Unito, la forte crescita di eolico e solare durante la guerra in Iran ha permesso di ridurre l’importazione di gas e contenere i costi energetici, mostrando però anche i limiti del sistema europeo che continua a legare il prezzo dell’elettricità a quello del gas: il meccanismo da un lato conviene ai produttori di rinnovabili, dall&amp;amp;rsquo;altro pesa sui consumatori. Foto di Manfred Antranias Zimmer da Pixabay</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/rinnovabili-conviene-usarle-produrle-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/rinnovabili-conviene-usarle-produrle-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel Regno Unito, dall&rsquo;inizio della guerra in Iran, eolico e solare hanno generato un record di 21 terawattora di energia, stando a <a href="https://www.carbonbrief.org/analysis-wind-and-solar-have-saved-uk-from-gas-imports-worth-1-7bn-since-iran-war-began/" rel="noopener">un&rsquo;analisi</a> di <em>Carbon Brief</em>. Una quantità sufficiente a evitare l&rsquo;importazione di 41 terawattora di gas, equivalenti a circa 34 navi cisterna di gas naturale liquefatto. Navi che, ai prezzi attuali gonfiati dal conflitto, sarebbero costate circa 1,7 miliardi di sterline.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/rinnovabili-conviene-usarle-produrle-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/rinnovabili-conviene-usarle-produrle-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/rinnovabili-conviene-usarle-produrle-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="rinnovabili fanno risparmiare" width="2048" height="1170" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Nel periodo successivo all&rsquo;inizio della guerra, eolico e solare hanno generato più del doppio dell&rsquo;elettricità prodotta dai combustibili fossili. Un ribaltamento storico, visto che un decennio fa i combustibili fossili producevano oltre quattro volte l&rsquo;energia di eolico e solare messi insieme. E hanno superato i fossili per la prima volta includendo anche un’intera stagione invernale, durante la quale è tendenzialmente il gas a primeggiare.</p>
<p>In questo modo, il prezzo dell’energia è stato fissato meno spesso dal gas, in particolare del 25% a marzo e aprile rispetto agli stessi mesi del 2022. E alcuni investitori, come scrive il <a href="https://www.ft.com/content/9921f2b5-c910-4cec-a50f-cad453935a1a?syn-25a6b1a6=1" rel="noopener"><em>Financial Times</em></a>, hanno ancora una volta capito che la transizione conviene anche solo dal punto di vista economico. Infatti, fondi per le rinnovabili come il colosso dell’eolico offshore danese Ørsted hanno visto le proprie azioni impennarsi del 37% dall&rsquo;inizio dell&rsquo;anno. Bank of America ha <a href="https://biz.chosun.com/en/en-international/2026/05/04/6U32V766ONBFZI22FKTKSYVSWE/" rel="noopener">alzato</a> il <em>rating</em> del titolo a &ldquo;overweight&rdquo; (cioè che secondo gli analisti l’asset sovraperformerà), citando esplicitamente la guerra in Medio Oriente come catalizzatore per l&rsquo;indipendenza energetica europea.</p>
<h2 id="il-mercato-dellenergia">Il mercato dell’energia</h2><p>Il prezzo dell’energia è comunque stato fissato dal gas, anche se meno spesso per l’appunto. E per di più a prezzi inflazionati. Come noto, infatti, il prezzo dell’energia viene fissato da quello più alto, secondo un <a href="https://energy.ec.europa.eu/topics/markets-and-consumers/electricity-market-design_en" rel="noopener">impianto</a> concepito quando ancora le rinnovabili non esistevano o quasi, detto anche &ldquo;<em>pay-as-clear</em>&rdquo;. L’operatore di sistema ordina i prezzi dell’energia in ordine crescente secondo quanto viene comunicato dai produttori e inizia ad acquistare l’energia partendo da quella più economica a seconda della domanda. Questo idealmente avviene istante per istante, in realtà gli intervalli di tempo durante i quali si decide quanta energia comprare sono di circa un’ora (su questo torniamo dopo).</p>
<p>Questo sistema nasce da una logica: incentivare i produttori più economici a entrare nel mercato, garantendo loro un prezzo remunerativo, ed escludere i più costosi se non ce n’è bisogno. Ora però che le rinnovabili coprono quote crescenti del fabbisogno, il meccanismo produce distorsioni sempre più vistose: un parco eolico che produce a costo zero incassa comunque il prezzo del gas, che può essere cinque o dieci volte superiore. Il consumatore finale paga come se tutta l&rsquo;elettricità fosse prodotta dall&rsquo;impianto più costoso in funzione.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/rinnovabili-conviene-usarle-produrle-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/rinnovabili-conviene-usarle-produrle-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/rinnovabili-conviene-usarle-produrle-body-2.png.webp 761w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="rinnovabili nella fissazione del prezzo dell&rsquo;energia" width="761" height="501" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Fonte: <a href="https://publications.jrc.ec.europa.eu/repository/bitstream/JRC134300/JRC134300_01.pdf" rel="noopener">Joint Research Centre</a></p>

<p>Tuttavia, anche se potrebbe sembrare iniquo, «il prezzo (all&rsquo;ingrosso, non al dettaglio) fissato in base al costo marginale di produzione consente di avere un mercato che funziona, inducendo perciò ciascun produttore a offrire sul mercato per la produzione di energia elettrica ciascun suo impianto al costo minimo di produzione», ci dice Giovanni Marin, ordinario di Economia applicata all’Università di Urbino. Che continua sul tema dei guadagni “extra” dei produttori di rinnovabili: «Con questi grandi profitti aumenta l&rsquo;incentivo ad ampliare la capacità produttiva (o di storage), rendendo sempre più rari i momenti della giornata o dell&rsquo;anno in cui è il gas a fissare il prezzo. Il tutto senza bisogno di generosi (e costosissimi) sussidi pubblici». E sarebbe anche un segnale per i consumi, perché «negli orari dominati dal gas, è forse meglio ridurre i consumi energetici o spostarli in altri orari». Tra l’altro, i profitti del gas vengono trasferiti alle rinnovabili anche «grazie ai meccanismi del mercato ETS, soprattutto nelle ore di picco della domanda dove il gas fissa il prezzo».</p>
<p>Esiste in ogni caso un noto dibattito su come riformare questo meccanismo, che riemerge ogni volta che ci si trova di fronte a crisi energetiche come quella attuale o quella all’indomani dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. La Commissione europea, in effetti, ha provato a migliorare i meccanismi di definizione del prezzo dell’energia nell’ambito del Green Deal Industrial Plan. Sia usando contratti a lungo termine per proteggere produttori e consumatori dall’eccessiva volatilità dei prezzi. Sia diminuendo a 15 minuti l’intervallo di tempo entro il quale negoziare l’acquisto dell’energia, rendendo più granulare l’incrocio domanda-offerta pur mantenendo il meccanismo &ldquo;<em>pay-as-clear</em>&rdquo;. In questo modo, duranti picchi di produzione eolica o solare, per esempio, sarà più probabile non ricorrere al gas ed evitare di pagare troppo energia prodotta a costi molto bassi.</p>
<p>Un’altra soluzione sarebbe il “<em>pay-as-bid</em>”, cioè dove ogni produttore riceve il prezzo che ha offerto. Soltanto che questa soluzione potrebbe portare a sovrastimare il proprio prezzo per tutelarsi, riducendo la concorrenza. In ogni caso, è giusto che si dibatta.</p>
<p>Conclude Marin: «Il tema degli enormi profitti delle imprese energetiche è un tema che forse rientra più in generale in quello della tassazione dei redditi di impresa, evidentemente troppo bassa in Italia, in Europa e nel mondo in generale».</p>
<h2 id="i-record-delle-rinnovabili">I record delle rinnovabili</h2><p>Potrebbe anche darsi che a forza di record le rinnovabili scalzino i fossili e nessuno si ricorderà degli strani meccanismi del mercato dell’energia. Siamo ancora distanti da questo, visto che le fossili coprono l’80% del <a href="https://ourworldindata.org/energy-mix" rel="noopener">fabbisogno</a> energetico globale e del 20% restante, è rinnovabile il 15% circa. In ogni caso, i record legati alle rinnovabili sono sempre più frequenti. Nella prima metà del 2025, infatti, le energie rinnovabili hanno <a href="https://ember-energy.org/latest-insights/global-electricity-mid-year-insights-2025/global-analysis/" rel="noopener">superato</a> il carbone nella produzione di elettricità (solo l&rsquo;energia elettrica, non tutto il settore dell&rsquo;energia), secondo <em>Ember</em>. E hanno per altro coperto tutta la domanda arrivando a coprirne il 109% (sempre tra gennaio e giugno 2025). Ricordiamo come già nel Sesto Assesment Report dell’IPCC del 2023 si <a href="https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg3/figures/summary-for-policymakers/figure-spm-3/" rel="noopener">riportava</a> un brusco aumento della diffusione di rinnovabili e un calo repentino dei costi.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/rinnovabili-conviene-usarle-produrle-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/rinnovabili-conviene-usarle-produrle-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/rinnovabili-conviene-usarle-produrle-body-3.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="rinnovabili costano meno" width="2017" height="1445" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Avere più consapevolezza di questi progressi ci sarebbe forse più forza per pretendere azioni ancora più veloci.</p>

]]></content:encoded></item><item><title>Estinzioni lente come l'oblio: il tempo che non vediamo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/estinzioni-lente-loblio-tempo-vediamo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/estinzioni-lente-loblio-tempo-vediamo/</guid><pubDate>Fri, 08 May 2026 07:46:00 +0100</pubDate><dc:creator>Alice Mosconi</dc:creator><category>ambiente</category><description>Le estinzioni non sono mai state ciò che immaginiamo: non catastrofi improvvise confinate nel passato, né processi lenti e gestibili nel presente. La storia della megafauna del Pleistocene e la crisi della biodiversità contemporanea rivelano una stessa trama, deformata dalla nostra percezione del tempo. Tra eventi compressi e urgenze diluite, perdiamo la capacità di riconoscere la reale velocità del cambiamento e le sue conseguenze ecologiche. Dalla megafauna del Pleistocene alle estinzioni moderne, Alice Mosconi riporta la cronaca di una doppia distorsione temporale, mentre il mondo svanisce davvero.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/estinzioni-lente-loblio-tempo-vediamo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/estinzioni-lente-loblio-tempo-vediamo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Siamo soliti raccontare le estinzioni del passato, dai dinosauri a quelle della megafauna del Pleistocene, come eventi rapidi e traumatici. Quando ci riferiamo alle estinzioni in corso oggi, invece, tendiamo a vederle come processi lenti, gestibili e, quindi, ancora reversibili. </p>
<p>In entrambi i casi, la nostra percezione è distorta e la scala temporale non è quella corretta. Questo errore non è neutro, ma ha delle conseguenze.</p>
<h2 id="un-mondo-affollato">Un mondo affollato</h2><p>Facciamo un passo indietro: 12.000 anni fa, la megafauna terrestre (ovvero tutte le specie con una massa superiore ai 44 kg) occupava quasi ogni latitudine abitabile: mammut e rinoceronti lanosi nelle steppe eurasiatiche, gliptodonti e megatheri nelle Americhe, diprotodonti in Oceania. </p>
<p>La biomassa dei grandi erbivori era distribuita su scala continentale, con i predatori che seguivano le mandrie. Era un mondo ecologicamente più “affollato” e pieno del nostro, non solo più pittoresco.</p>
<p>Oggi, invece, la megafauna selvatica rappresenta una frazione minima della biomassa dei mammiferi: la parte dominante è costituita da esseri umani e animali domestici. Quello che chiamiamo &ldquo;natura&rdquo; nei tempi odierni, ormai, non è che uno scampolo di quella pleistocenica.</p>
<h2 id="la-geografia-del-declino">La geografia del declino</h2><p>Le estinzioni della megafauna del tardo Pleistocene non furono un evento singolo, ma un processo distribuito su decine di migliaia di anni, geograficamente disomogeneo, con cause che ancora oggi gli studiosi non hanno del tutto determinato. I numeri invece sono abbastanza chiari: tra 50.000 e 10.000 anni fa, la Terra perse circa il 70% dei suoi generi di megafauna. </p>
<p>Le <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.abb2313" rel="noopener">ricostruzioni globali</a> dei tassi di estinzione mostrano che il collasso non fu sincrono: l&rsquo;Australia perse la sua megafauna intorno a 46.000 anni fa, le Americhe molto più tardi, tra 13.000 e 11.000 anni fa, mentre l&rsquo;Eurasia seguì una traiettoria più lunga e frammentata. Particolare il caso dell&rsquo;Africa subsahariana, che mantenne una quota molto maggiore di megafauna, quella che ancora oggi consideriamo eccezionale, e che è in realtà il residuo meno intaccato di un mondo altrimenti scomparso.</p>
<h2 id="sinergie-del-collasso">Sinergie del collasso</h2><p>Questa diversa geografia è già un argomento. Le estinzioni tendono infatti a coincidere, seppur con sfasamenti variabili, con l&rsquo;arrivo delle popolazioni umane nei diversi continenti. <br>
Ma attenzione: coincidenza non significa per forza causalità, e il clima del tardo Pleistocene stava cambiando in modo significativo nello stesso periodo. </p>
<p>Uno <a href="https://doi.org/10.1016/j.ancene.2023.100403" rel="noopener">studio</a> del 2023 ha mostrato che la vulnerabilità delle specie alle pressioni umane era mediata da fattori ecologici preesistenti, come dimensione corporea, tasso riproduttivo, dipendenza da habitat specifici. Questo suggerisce, come spesso avviene per gli eventi naturali, un quadro sinergico piuttosto che una singola causa dominante.</p>
<p>In realtà il punto non è assolvere o condannare la nostra specie. Però la narrativa dell&rsquo;<em>overkill</em>, ovvero cacciatori paleolitici che spazzano via la megafauna in poche generazioni, comprime e semplifica estremamente qualcosa che fu lento, differenziato, e probabilmente irripetibile nelle sue condizioni. E facendo ciò, lo rende meno leggibile per fare confronti con gli eventi del presente.</p>
<h2 id="lurgenza-invisibile">L&rsquo;urgenza invisibile</h2><p>Infatti, come dicevamo, se la scomparsa della megafauna Pleistocenica viene raccontata come catastrofe rapida, la crisi attuale della biodiversità subisce l&rsquo;operazione inversa: viene diluita in un processo graduale, quasi amministrativo. Cifre, percentuali, proiezioni al 2050 o al 2100. Un linguaggio che, paradossalmente, disinnesca l&rsquo;urgenza che vorrebbe comunicare.</p>
<p>Eppure i dati non suggeriscono gradualità. Un <a href="https://journals.plos.org/plosbiology/article?id=10.1371/journal.pbio.3003356" rel="noopener">lavoro</a> pubblicato lo scorso anno ha stimato che i tassi di estinzione attuali superano di ordini di grandezza il tasso di fondo, quello che ci aspetteremmo in assenza di pressione antropica. Non stiamo assistendo a una perdita lenta e continua: stiamo attraversando un picco, e lo attraversiamo in tempo reale.</p>
<p>Il problema è che le estinzioni attuali sono spesso invisibili nella stessa misura in cui quelle pleistoceniche sono diventate iconiche: un mammut ha una forma riconoscibile, un nome, una presenza culturale, persino da estinto.</p>
<p>Le specie che scompaiono oggi sono per lo più invertebrati, anfibi, piante, organismi che difficilmente entreranno nell&rsquo;immaginario collettivo, che non hanno un fossile riconoscibile, che non generano mostre nei musei di storia naturale.</p>
<h2 id="conoscere-i-fantasmi-architetti-di-un-mondo-che-svanisce">Conoscere i fantasmi: “architetti” di un mondo che svanisce</h2><p>Una <a href="https://www.cambridge.org/core/journals/cambridge-prisms-extinction/article/latequaternary-megafauna-extinctions-patterns-causes-ecological-consequences-and-implications-for-ecosystem-management-in-the-anthropocene/E885D8C5C90424254C1C75A61DE9D087" rel="noopener">ricerca</a> danese inquadra questa asimmetria nel contesto più ampio del <em>defaunation</em>, ovvero la progressiva riduzione non solo del numero di specie ma della loro abbondanza e distribuzione, un processo che altera gli ecosistemi molto prima che una specie raggiunga formalmente la soglia dell&rsquo;estinzione.</p>
<p>C&rsquo;è quindi una doppia distorsione temporale: tendiamo a vedere il passato come più drammatico di quanto fu, e il presente come più stabile di quanto è. Entrambe hanno conseguenze pratiche su come pensiamo la conservazione, su quali specie tuteliamo, su quale &ldquo;natura&rdquo; consideriamo normale.</p>
<p>Le specie non sono unità intercambiabili: ogni organismo svolge funzioni ecologiche che non scompaiono con lui in modo neutro, ma lasciano un vuoto funzionale, spesso invisibile finché non si manifestano le conseguenze a cascata. Se si tratta di grandi animali, quella lacuna sarà più evidente.</p>
<p>I mammut lanosi sono l&rsquo;esempio più studiato: nelle steppe del Pleistocene, il loro calpestio compattava la neve invernale, riducendo l&rsquo;isolamento termico del suolo e contribuendo a mantenere il permafrost. La loro scomparsa, insieme a quella di altri grandi erbivori, ha contribuito alla transizione dalla <em>mammoth steppe</em>, un ecosistema ad alta produttività, alla tundra e alla taiga che conosciamo oggi. </p>
<p>Il geofisico Sergey Zimov, con il progetto <a href="https://pleistocenepark.ru/territory/" rel="noopener">Pleistocene Park</a> che guida insieme al figlio, sta testando questa ipotesi in Siberia, reintroducendo grandi erbivori per verificare se il processo è in parte reversibile. I dati preliminari suggeriscono che lo è, almeno a livello locale.</p>
<p>Quello che Zimov cerca di ricostruire in Siberia è ciò che gli elefanti africani e asiatici svolgono ancora oggi per i loro ecosistemi: abbattono alberi, aprono radure, creano pozze d&rsquo;acqua, disperdono semi su distanze che nessun altro animale copre. Sono quello che gli ecologi chiamano specie ingegnere, cioè organismi che modificano fisicamente l&rsquo;ambiente, creando condizioni che altre specie utilizzeranno per sopravvivere. La loro riduzione numerica e la frammentazione del loro areale non significa quindi solo meno elefanti: significa paesaggi che cambiano struttura, foreste che si chiudono, savane che si trasformano.</p>
<p>Se l&rsquo;elefante è un ingegnere visibile, esistono specie la cui funzione ci è sfuggita perché le abbiamo perse troppo in fretta. Ed è qui che la vacca marina di Steller (<em>Hydrodamalis gigas</em>) e il saola (<em>Pseudoryx nghetinhensis</em>) diventano qualcosa di più di curiosità tassonomiche.  La vacca marina fu descritta da Georg Wilhelm Steller nel 1741, durante la spedizione di Bering: era già l&rsquo;ultima popolazione, confinata alle isole Commodore. Venne cacciata fino all&rsquo;estinzione nel 1768: ventisette anni dopo la scoperta.  Il saola, bovide vietnamita descritto per la prima volta nel 1992, non viene avvistato con certezza da anni.</p>
<p>In entrambi i casi, la scienza occidentale è arrivata in tempo per catalogare, non per salvare. Sono specie che abbiamo conosciuto già in forma di fantasma.</p>
<p>E la questione non è meramente sentimentale. È che non sappiamo quali funzioni ecologiche svolgevano - né lo sapremo mai. </p>
<p>La vacca marina era un grande erbivoro in un ecosistema costiero del Pacifico settentrionale. Il saola vive in foreste montane al confine tra Vietnam e Laos, in un habitat poco studiato. Le loro estinzioni sono buchi nella nostra comprensione dell&rsquo;ecosistema, non solo nella lista delle specie.</p>
<h2 id="restituire-il-tempo">Restituire il tempo</h2><p>Il tempo è il parametro che resta determinante, sia quando lo comprimiamo guardando al passato, sia quando lo dilatiamo spostando nel futuro qualcosa che accade oggi, nel presente. <br>
Questi sfasamenti percettivi hanno la stessa origine: la difficoltà di percepire il cambiamento su scale temporali che non corrispondono a quelle di una vita umana, o di una generazione, o di un ciclo politico. Il Pleistocene ci sembra improvviso perché lo guardiamo dall&rsquo;esterno, con il senno del poi. La crisi attuale ci sembra lenta perché la viviamo dall&rsquo;interno, giorno per giorno, senza la prospettiva che solo il futuro potrà dare.</p>
<p>Quello che sappiamo, però, è che le funzioni ecologiche non aspettano che troviamo la prospettiva giusta. I paesaggi si trasformano, le cascate trofiche si interrompono, le specie scompaiono, a un ritmo che i dati misurano con precisione crescente, anche quando la percezione comune non lo registra.</p>
<p>Forse il compito della scienza  (e di chi la racconta)  è proprio questo: restituire la scala temporale corretta a chi l&rsquo;ha persa. Non per paralizzare ma per rendere visibile ciò che la distorsione nasconde. </p>
<p>Le estinzioni del Pleistocene non furono un lampo. Quelle attuali non sono un&rsquo;alba lenta che ci possiamo permettere di osservare con distacco, senza urgenza. Sono la stessa, identica storia: un’unica trama, raccontata da punti diversi, che si srotola lungo l&rsquo;asse del tempo e che, per la prima volta come <em>Homo sapiens</em>, stiamo scrivendo e leggendo contemporaneamente.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Di che cosa parliamo quando parliamo di TEA</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-parliamo-quando-parliamo-tea/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-parliamo-quando-parliamo-tea/</guid><pubDate>Thu, 07 May 2026 08:05:00 +0100</pubDate><category>ambiente</category><description>Negli ultimi anni, le tecniche di ingegneria genetica e la cosiddetta “evoluzione assistita” (TEA) hanno riacceso il dibattito, in campo non solo scientifico, ma anche economico e culturale. La questione centrale può essere riassunta in una domanda: è davvero possibile, con le tecnologie attuali, intervenire sul DNA di una pianta coltivata per renderla più resistente senza dover fare i conti con implicazioni più ampie, di tipo biologico, evolutivo, agroecologico e persino filosofico? Crediti immagine: Yosi Azwan su Unsplash</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cosa-parliamo-quando-parliamo-tea-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/cosa-parliamo-quando-parliamo-tea-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’annuncio del prossimo arrivo di nuove varietà di piante coltivate definite TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita, interpretazione italiana di New Genetic Techniques) riaccende il dibattito su quanto la genetica possa realisticamente ottenere in termini di aumento delle produzioni alimentari e su come, modificando uno o pochi geni del corredo genetico, si possano aumentare stabilmente le resistenze a stress e parassiti, migliorare la sicurezza alimentare nei suoi diversi risvolti di sostenibilità, di equità e di etica.</p>
<p>Il miglioramento genetico è stato la chiave di volta della cosiddetta rivoluzione verde del secolo scorso, fino al recente, acceso dibattito sugli OGM (Organismi Geneticamente Modificati), che ha chiarito quali e quanti interessi, posizioni e rischi siano implicati. Il cuore della questione è riconducibile a questa domanda: è possibile modificare, con le attuali tecniche, il DNA di una pianta coltivata per aumentarne le resistenze senza affrontare le conseguenze di carattere più ampio, biologico-evolutivo, agroecologico e – perché no – filosofico? </p>
<p>Le tecniche di manipolazione genetica e di cosiddetta “evoluzione assistita” - dette TEA - negli ultimi anni hanno riaperto il dibattito (come avrebbe potuto essere diversamente?) in ambito scientifico, economico e culturale. Proviamo a riprendere alcuni aspetti importanti.</p>
<h2 id="la-tecnica-tea">La tecnica TEA</h2><p>Il CREA (Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Economia Agraria del Ministero) definisce le TEA: “Tecniche di biologia sviluppate negli ultimi 10 anni che consentono di correggere il DNA delle piante e, di conseguenza, di selezionare caratteri specifici utili per l’agricoltura che difficilmente sarebbero ottenibili con altri metodi”. L’uso dell’espressione “evoluzione assistita” è probabilmente stato dettato dal desiderio di allontanarsi dagli OGM, con conseguenti difficoltà di accettazione di queste nuove tecniche <a href="https://www.foodforfuture.unipr.it/news/le-nuove-tecniche-genomiche-e-il-progetto-ris8ttimo-una-sfida-per-il-diritto" rel="noopener">(Errigo 2025)</a>.</p>
<p>Un recente documento redatto da genetisti italiani sottolinea: “Nell’ambito delle nuove tecniche genomiche, il <em>genome editing</em> offre la possibilità di modificare in modo voluto e preciso una specifica sequenza di DNA senza spostarla dalla sua posizione naturale nel genoma” (<a href="https://clusteragrifood.it/wp-content/uploads/2025/05/PP-TEA-03-2025.pdf" rel="noopener">Position Paper, Agrifood, 2025</a>). “Dire <em>editing</em> anziché ingegneria genetica serve a enfatizzare una fondamentale differenza: il DNA può essere modificato <em>in situ</em>, senza aggiungere materiale genetico estraneo, con un processo simile alla revisione editoriale di un testo scritto al computer” <a href="https://www.lescienze.it/news/2023/06/13/news/ogm_tea_tecniche_genomiche_regolamenti_confusione_termini-12365070/" rel="noopener">(Meldolesi 2023)</a>.</p>
<p>In Italia, le prime applicazioni delle tecniche TEA hanno interessato le colture del riso e della vite, due filiere produttive particolarmente strategiche per la nostra economia agroalimentare. Con le TEA, in questi due casi, si intende costituire varietà resistenti a due importanti malattie: quella del brusone (<em>Pyricularia oryzae</em>) nel riso e quella della peronospora (<em>Plasmopara viticola</em>) nella vite. </p>
<p>Sempre il Ministero, tramite CREA, sottolinea le potenzialità di questa tecnica, precisando che “Il miglioramento genetico sfrutta la biodiversità naturale e quella generata tramite mutagenesi e, più recentemente, la biodiversità sviluppata attraverso le TEA. Il miglioramento genetico adatta le piante alle nuove condizioni climatiche e alle esigenze della società (qualità dei prodotti, sostenibilità), e consente di produrre cibo per tutti”. Sono seguite numerose note, in particolare in alcuni ambienti scientifici, volte a infondere fiducia negli agricoltori e nei tecnici <a href="https://www.crea.gov.it/-/tea-il-crea-coordina-la-sperimentazione-nazionale" rel="noopener">(Georgofili 2025</a>; <a href="https://www.informatoreagrario.it/news/genetica-per-lagricoltura-patto-coldiretti-siga/" rel="noopener">AA.VV. 2020</a>, <a href="https://www.informatoreagrario.it/wpcontent/uploads/2021/09/21ia27_TEA.pdf?utm_" rel="noopener">2021</a>, <a href="https://veneto.coldiretti.it/wp-content/uploads/2025/03/TEA.pdf%20" rel="noopener">2024</a>).</p>
<h2 id="tea---lutilizzo-della-parola-evoluzione-implica-un-richiamo-alla-biologia">TEA - L’utilizzo della parola “evoluzione” implica un richiamo alla biologia</h2><p>L’evoluzione – il cambiamento storico della vita sulla Terra – è un principio generale ineludibile. Vi è una domanda di fondo a monte di ogni ragionamento sui vantaggi o svantaggi delle TEA: quanto queste pratiche “assomigliano” all’evoluzione che si svolge quotidianamente nel mondo dei viventi, senza mai smettere? L’evoluzione – è cosa nota – coinvolge tutti i livelli di organizzazione della materia vivente, dai geni agli ecosistemi. È oggi abbastanza accettato che la selezione naturale sia l’agente principale dell’evoluzione, ma ci sembra di poter dire che essa agisca sugli <em>individui</em> all’interno delle <em>popolazioni</em>, favorendo quelli più adatti, che lasceranno un maggior numero di discendenti (Waddington, 1959). Dunque, i geni vengono sì selezionati, ma per il tramite degli individui che li portano. Nel caso di modifiche puntuali di un singolo o di un piccolo gruppo di geni, quali saranno le conseguenze sull’intero individuo, e come si modificherà la sua intera biologia, che sarà poi quella sottoposta al vaglio della selezione?</p>
<p>Vi è poi il tema della coevoluzione, il fenomeno che si verifica quando due o più specie influenzano l’evoluzione l’una dell’altra attraverso la selezione. Ogni specie, nelle relazioni coevolutive, esercita pressione su altre specie, e ciò può dar luogo a fenomeni di mutualismo, di relazioni ospite-parassita, di predatore-preda o di competizione fra le specie. La lotta ai parassiti delle piante, come l’agente del brusone del riso e la peronospora della vite, è appunto un fenomeno di coevoluzione: nessun essere vivente evolve “da solo”. Tutti i viventi sono immersi in un ecosistema e la coevoluzione ospite-parassita ne è un esempio principe. Nel caso dell’interazione fra parassita e ospite, è intuitivo che se un parassita “se la prende” con una determinata specie, questa “cercherà di evolvere”, ossia saranno selezionati positivamente quegli individui che avranno  difese nei suoi confronti; in risposta, saranno favoriti (lasceranno più discendenti) quei parassiti che riusciranno ad aggirare le difese dell’ospite. È questo il fenomeno battezzato da Van Valen (Van Valen 1973) &ldquo;Regina Rossa&rdquo;, in riferimento al personaggio del libro *Alice nel paese delle meraviglie, *di Lewis Carrol: Alice e la Regina Rossa devono correre di continuo per rimanere dove sono, perché il paesaggio si muove assieme a loro nella stessa direzione.</p>
<p>Il modello della Regina Rossa sembra adattarsi bene alle relazioni ospite-parassita descritte recentemente da Wohlleben <a href="https://www.nature.com/articles/s44358-025-00018-z#citeas" rel="noopener">(Wohlleben 2025)</a>: quando un parassita sviluppa un modo più efficace per infettare un organismo, l’ospite evolve nuove difese per proteggersi. A sua volta, il parassita evolve strategie ancora più efficaci per superare queste difese.<br>
Questo processo crea un ciclo continuo di adattamenti, simile a una gara in cui nessuno dei due può smettere di evolversi, e diventa una “corsa alle armi”: il continuo adattamento reciproco tra due specie in conflitto, come ospiti e parassiti.</p>
<p>Ora, la letteratura sembra indicare la presenza di una corsa alle armi anche fra il brusone e il riso <a href="https://pdf.sciencedirectassets.com/282494/1-s2.0-S2095311917X00130/1-s2.0-S2095311917617465/main.pdf?X-Amz-Security-Token=IQoJb3JpZ2luX2VjEL3%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2FwEaCXVzLWVhc3QtMSJHMEUCIQDjwBOq3c0msKo3Y2bmZczTX63IR7rRp9hbYzYTwNg69QIgTTJz6zsEe73JHxVhtXpUpuRclkC4KuwWep2w%2FawLRVQqvAUIhf%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2FARAFGgwwNTkwMDM1NDY4NjUiDLNqLSTXM6cGK9EziiqQBfqVhSIym%2BEcbTk9s9wD8OvI5CFuVoPA%2F6McLvHYFqpd8c2jn%2FT9kur%2BYM7Dq%2BZ3YMIOd%2FaTQ%2FoRHRKc2J4RugKTRnEIym2D0y35whNaer8VZRqpZt5Z0Wp3h2L%2F72tLvaR3FZif8BXNlrl6K%2BnASTgQVC374ZQKCZmp53XVM8VwLkhUp16y%2BejSW3n5z6yE3kebH6j2N0DPfCo8nplKXka7aqsNGqsosndl3dXRIvPkQsw4J6xiQEKykhb2Hl7rDlTZMC8WYMs%2BP6V3Fqcfpi9ESn%2F79aQUVykcM8fX5v%2Fq%2FX%2FrZcjziUEs9dr8SInXVScxwLT3CX9v1nlJ9w6NR8pvVtTxlJqMFKxfBBoq0hPXFBZ0LFbvMpIqvxyoa0qre3d1WePZe5LwIWkE1CzoUuJoBK%2Fg0BzybsgjhJ8eVSPUu5bTHENrJbGWpmBQQppHmH%2BNCnynLe5Wl7LCQWDmH5iSrxf3V2qnipZmRNb4eM3iXsI3KWkZJscxGanAb2i01XBjPvdQcXpirEH5o3V5NUqJUvMR6jdTwV3%2BrULGgOVaintYyIwZGp%2FePbhRCTRNyZpou9oRN3FEIK5E8MOchFED8hOk6D5BtzsWsj0eCp0%2FARgEb3p2QNCGUOn5bjEaC8zbyT8NFPxQfxvWIEmgauEInFeeJhfEK21PSUymCF19%2B5rDnjRPbYa3IVkpFrZk0IqHkaLsz3HXfG1FbLKj6v2LEdC2illu3SDoSKZfXRJ6B4EM%2BUDmaTG7bsDeoFw5UewPITrAmsCn%2FCBGb24nIMSTIOu37ehtQTgk9qzSMcrSsLQdiuEjsfeNN7z8Rkw7n0p68sn0hP5rmZiNA22YyjdU7QZqYiXPC8YvvpQHhablMMy7588GOrEBC20IrhFZGcdRBxDjQPJZ%2FSguBh4Zu8lGCNr9Z1GcKdi%2FPGes24PANGlgYaWfA%2BAwp2eq8Fk2UzFElbPZSbO6C83iw2bKSiL6wLD9lyA98kjCKXM%2FV8JSubIiVu%2FvlwQrARZVYLj06F1RwGSL8pWsObK4JyAxo6N61jRBAmxR7a56IAJUupik7ZfDrsNoYnRIVFz3TBneX2%2FaS9WN%2BhTjf3AIH1I4IyqQc65b%2BzQXGYgm&amp;X-Amz-Algorithm=AWS4-HMAC-SHA256&amp;X-Amz-Date=20260505T122923Z&amp;X-Amz-SignedHeaders=host&amp;X-Amz-Expires=300&amp;X-Amz-Credential=ASIAQ3PHCVTYTGPMSYMP%2F20260505%2Fus-east-1%2Fs3%2Faws4_request&amp;X-Amz-Signature=f773d635f5516217f8ccb19c2d7e9115c922613d86b0cb0a40d1046808b54218&amp;hash=f9e7e6532ad6cf8ae8cb6ec9941f5b70731e9fb3072b54f8641f80e9ba95f52f&amp;host=68042c943591013ac2b2430a89b270f6af2c76d8dfd086a07176afe7c76c2c61&amp;pii=S2095311917617465&amp;tid=spdf-7b39084a-aaab-4c71-ae6e-25d4c1afcd20&amp;sid=5ffaeb414cd4184d2b497ec4d91903551c57gxrqb&amp;type=client&amp;tsoh=d3d3LnNjaWVuY2VkaXJlY3QuY29t&amp;rh=d3d3LnNjaWVuY2VkaXJlY3QuY29t&amp;ua=07175d035106005455&amp;rr=9f6fc019bcc69468&amp;cc=it" rel="noopener">(Wang 2017)</a>. I tempi della coevoluzione fra il fungo patogeno e la varietà di riso, sono tali da farci sperare che nuovi livelli di aggressività da parte del fungo non nascano in tempi brevissimi?</p>
<h2 id="lutilizzo-della-parola-evoluzione-implica-un-richiamo-alla-patologia-vegetale">L’utilizzo della parola “evoluzione” implica un richiamo alla patologia vegetale</h2><p>Come già accennato, tra i primi prodotti delle TEA in Italia compaiono una varietà di riso, a partire da Arborio e una di vite, a partire da Nebbiolo. La malattia di una coltura causata da un fungo è dovuta a una triplice interazione: ospite/patogeno/ambiente. La presenza di un alto potenziale di inoculo del patogeno, il livello di suscettibilità dell&rsquo;ospite, le condizioni favorevoli alla sua manifestazione sono una miscela pericolosa per la coltura, tanto da ridurne i livelli quali-quantitativi nel prodotto finale.</p>
<p>Nel caso del riso, il fungo che attacca trae vantaggio da un clima caldo e umido, favorevole alla diffusione delle spore e allo sviluppo fungino all’interno dei tessuti della pianta ospite. La suscettibilità di quest&rsquo;ultima, permetterà al fungo di colonizzare e determinare danni e decrementi alla produzione (in questo caso di granella). L’ambiente favorevole alla malattia è in buona parte determinato da un’errata gestione agronomica dei residui colturali infetti, che conferiscono un elevato potenziale di inoculo per un nuovo ciclo l’anno successivo. Un’eccessiva concimazione azotata, squilibrata nei confronti di altri elementi come il potassio, e un’elevata densità di popolazione che può causare un aumento di umidità all’interno della coltura, sono ulteriori fattori che favoriscono il patogeno.</p>
<p>I processi di coevoluzione delle specie considerate, il riso e il fungo, dipendono quindi dall’agroecosistema, vale a dire dai cambiamenti delle condizioni pedoclimatiche e dalle pratiche agronomiche. Tutto ciò non può essere ridotto al semplice conflitto ospite-patogeno, ma deve essere ricollegato alle dinamiche evolutive dell’intero ecosistema dell’azienda agraria.</p>
<h2 id="lutilizzo-della-parola-evoluzione-implica-un-richiamo-allagroecologia">L’utilizzo della parola “evoluzione” implica un richiamo all’agroecologia</h2><p>La Rivoluzione Verde è stata una politica agricola e un insieme di principi e pratiche, orientati all’aumento delle rese. Il modello fondato sul miglioramento genetico di alcune colture e sull’adozione di pacchetti tecnologici agronomici, proponeva varietà migliorate <em>High Yielding Varieties</em> (HYV), in termini di elevato potenziale produttivo raggiungibile grazie a una crescente specializzazione e intensificazione.</p>
<p>La Rivoluzione Verde ha permesso di raggiungere ritmi elevati di crescita delle produzioni di alcune colture nei primi decenni della sua adozione. Ha generato anche evidenti criticità: impatti ambientali crescenti, standardizzazione, perdita di biodiversità, crescente dipendenza del mercato da parte delle aziende agrarie e distribuzione diseguale e iniqua delle ricchezze generate.</p>
<p>Il modello di agricoltura industriale del ‘900 è stato progettato su un tipo di strategia molto simile a una <em>escalation</em>, una corsa alle armi: la progressiva specializzazione verso la monocoltura ha determinato una perdita di biodiversità (FAO, 2010) e una selezione di patogeni più aggressivi, alla quale si è risposto con un uso crescente di pesticidi, che ha provocato un aumento di chemioresistenze da parte dei patogeni in un vortice di <em>escalation</em> tecnologica definibile maladattativa (<a href="https://wires.onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1002/wcc.409" rel="noopener">Magnan 2016</a>, <a href="https://www.mdpi.com/2071-1050/13/6/3450" rel="noopener">Chi 2021</a>).</p>
<p>Questo modello ha perso efficacia via via che diminuivano i vantaggi, si concentravano i guadagni e crescevano gli svantaggi (gli impatti ambientali). Persistendo con lo stesso modello, si è tentato di mantenere i livelli quali-quantitativi delle produzioni, affidandosi a un ricorso crescente alle singole tecnologie o a un mix (genetica, chimica, meccanica, informatica) di queste. Questo approccio, tipico dell’industria, risulta però inadatto al sistema agroalimentare. L’azienda agricola è un sistema complesso e dinamico, in continua evoluzione, fondato su basi biofisiche e in relazione con le risorse naturali: acqua, suolo, aria e biodiversità. Questo sistema è gestito dall’agricoltore, il cui sapere, esperienza, competenza ed etica sono determinanti per ottenere e mantenere nel tempo, in autonomia, risultati positivi nel rispetto delle risorse.</p>
<p>Una varietà migliorata non esprime appieno il proprio potenziale se la semina, la gestione agronomica o le condizioni ambientali non sono adeguate. Se la fertilità del suolo si è ridotta o la biodiversità aziendale – simile a un sistema immunitario interno – si è impoverita, nessuna innovazione genetica potrà garantire la stabilità produttiva. È come guidare un’auto potentissima su una strada non progettata per alte velocità, come può essere un circuito di competizione. Un’auto potentissima su una strada cittadina non può esprimere appieno il suo potenziale – raggiungibile solo in condizioni particolari – senza compromettere la sicurezza del sistema.</p>
<p>La produttività agricola dipende quindi da una gestione che consideri l’interazione ospite-patogeno, insieme alle dinamiche dell’intero ambiente di produzione – azienda, clima, territorio, mercato – senza superare i limiti ecologici e socio-economici.</p>
<p>In questo quadro, la varietà migliorata rischia di diventare la “<em>silver bullet</em>” del momento: promette molto, ma di fronte al cambiamento climatico, alla volatilità dei mercati, alla pesante burocrazia e agli squilibri di decisione e  controllo all’interno delle filiere, si può rivelare una tecnologia sofisticata, ma insufficiente a garantire la difesa degli interessi degli agricoltori e di altri attori del sistema agroalimentare.</p>
<p>Dopo le controversie sugli OGM, legate alla possibilità di introdurre organismi non previsti dall’evoluzione naturale e potenzialmente difficili da controllare, oggi le TEA riportano la nostra attenzione su una strategia del tutto simile, basata su un modello di <em>escalation</em> evolutiva, i cui vantaggi sono tuttora da dimostrare e che non è priva di rischi.</p>
<h2 id="lutilizzo-della-parola-evoluzione-implica-un-richiamo-alla-genetica">L’utilizzo della parola “evoluzione” implica un richiamo alla genetica</h2><p>Con una recente pubblicazione comparsa su <em>Nature</em> tre anni fa <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37773222/" rel="noopener">(Khaipho-Burch 2023)</a> un gruppo di noti genetisti propone di chiarire aspetti importanti che riguardano l’approccio alle attuali strategie di miglioramento genetico. Osservano che i dati relativi alle potenzialità di aumento della produttività conseguenti all’applicazione delle moderne tecniche di ingegneria e di manipolazione genetica sono oggi ottenuti in serra o su piccole parcelle, quindi non in un contesto reale. Esprimono le loro perplessità sugli studi che pubblicano illusorie potenzialità, riflettendo sul rischio delle false aspettative, di <em>hype</em> e di “<em>over selling</em>” dei prodotti tecnologici. Auspicano “una scienza più incisiva” nella pratica e invitano i ricercatori, i revisori e i direttori delle riviste scientifiche a verificare che, ogni volta che vengono fatte affermazioni sugli effetti di singoli o pochi geni sulla resa di una coltura, siano rispettati alcuni criteri di base.</p>
<p>Il primo riguarda la definizione di produttività e le unità di misura utilizzate.  Gli autori sottolineano non tanto l’eterogeneità dei parametri utilizzati, quanto piuttosto la potenziale fonte di imprecisione nel riferire i risultati in termini di incremento delle produzioni stesse. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di produzioni potenziali ottenute in condizioni controllate, ben lontane dalla realtà. Alla quantità di prodotto ottenuta per unità di superficie non si aggiungono dati sulla qualità e sulla composizione del prodotto. Le metriche andrebbero adeguate alle finalità.</p>
<p>Con il secondo criterio di base si sollevano perplessità sulla possibilità di utilizzare  risultati ottenuti in pochi anni di prove condotte in condizioni controllate per proiettarli su una scala territoriale ampia, variegata e variabile. La pubblicazione su <em>Nature</em> sottolinea la modestia dei modelli statistici impiegati nelle prove parcellari condotte per la valutazione dei nuovi materiali genetici, che non consentono di ricreare le condizioni agronomiche delle aziende reali, quali modalità di semina, interventi agronomici, avvicendamenti, condizioni meteorologiche e pedologiche. Da poche modifiche genetiche è impossibile prevedere cambiamenti positivi o negativi a scala aziendale, tanto più in anni di emergenza climatica. Pertanto il rischio di <em>overselling</em> è elevato. </p>
<h2 id="lutilizzo-della-parola-evoluzione-implica-un-richiamo-alla-filosofia">L’utilizzo della parola “evoluzione” implica un richiamo alla filosofia</h2><p>La questione di modifiche genetiche evolutive in ambito agricolo richiede un apporto di riflessione filosofica. In termini generali, vale la pena tenere conto della ben nota triangolazione aristotelica basata sui termini <em>sophia</em> (sapienza), <em>phrònesis</em> (saggezza) e <em>sophrosyne</em> (temperanza).  Essa può aiutare nella valutazione di un contesto problematico, che implica  un  intervento trasformativo evoluzionistico. Un&rsquo;innovazione tecnologica inerente a un ecosistema comporta anche la consapevolezza delle metodologie  che adotta, degli effetti che produce e del senso complessivo che genera. Il ricorso alla terminologia propria del lessico concettuale filosofico ci può aiutare a una migliore comprensione del valore e dei rischi delle modifiche evolutive ottenute mediante strumentazione tecnologico-scientifica. La <em>sapienza</em> è l’acquisizione integrata di tutte le conoscenze consolidate del campo in cui intervenire, con l’intento di apportare miglioramenti permanenti.  La <em>saggezza</em> ci richiama alla necessità di evitare, nell’ambito evoluzionistico, scelte frettolose e poco meditate, nell’intento di soppesare rischi e vantaggi, mantenendo la duttilità, così da poter cambiare e interrompere le decisioni assunte qualora si dimostrassero, nel corso del tempo, inefficaci o controproducenti rispetto alle finalità preordinate. La <em>temperanza</em> esprime l’opportunità di tenere presente il raggio d’azione oltre il quale la forzatura degli assetti della struttura generale che sostiene il vivente porta a squilibri irreparabili e non ricomponibili. Essa sottende una filosofia del limite. Più nel merito. A partire dai principi di riferimento generali, è stato più volte osservato che <em>Homo sapien</em>s ha portato, fin dai primordi, a un intervento immediato e crescente sulla natura circostante. Da allora, “<em>natura naturans</em>” è diventata “<em>natura naturata</em>”. Con l’avvento dell’agricoltura, <em>Homo sapiens</em>, protagonista della rivoluzione neolitica, è stato un <em>climax breaker</em>, avviando un profondo cambiamento che ha richiesto un continuo monitoraggio e un intervento di riequilibrio degli assetti degli agroecosistemi nel corso dei secoli, con sempre più innovative pratiche di un’agronomia aggiornata, capace di mettere  a disposizione nuove e più ampie risorse per soddisfare i crescenti bisogni alimentari. La temperanza, cui si faceva cenno, si avvale di queste osservazioni. I contadini, nostri progenitori, hanno proceduto a “un’evoluzione agricola assistita” attraverso una pratica sistematica, concreta, assidua e quotidiana sul campo – per meglio dire sui ‘campi coltivabili’ a loro disposizione – ereditata e trasmessa alle nuove generazioni. La tempistica innovativa delle sperimentazioni avviate giorno per giorno, mese per mese e anno per anno, ha permesso di ottenere esiti consolidati nel lungo periodo e, laddove si sono dimostrati proficui, di diffonderli in aree diverse del pianeta. </p>
<p>Oggi le cose sono cambiate in modo radicale: si lavora in prima istanza in laboratorio o in condizioni controllate da parte di ristrette cerchie di ricercatori, le sperimentazioni sono circoscritte, all’interno di un modello competitivo si è diffusa una forte volontà/necessità di superare la concorrenza su mercati globali introducendo novità tecnologiche promosse da un’efficiente industria (inclusa quella della persuasione) che anticipa esiti provvisori assunti come immediatamente fruibili. Questa complessiva disinvoltura di un&rsquo;evoluzione accelerata è frutto e specchio di una modernità che caratterizza l&rsquo;economia, il mondo sociale e politico del nostro tempo, in cui l’introduzione di innovazioni tecnologiche è generalmente così rapida da non consentire una loro convalida  pienamente documentata in una replica temporale di lungo periodo che possa considerare  gli  effetti di retroazione sul sistema complessivo della vita delle comunità locali e non solo. </p>
<p>Lo scenario del nuovo millennio si presenta segnato da trasformazioni epocali: il picco di popolazione mondiale, la globalizzazione delle nuove tecnologie, dell’economia, della rete delle comunicazioni che copre il pianeta, la diffusione e l’omologazione delle colture, delle culture e degli stili di vita. Di ciò la filosofia prende atto e ne fa oggetto di analisi e riflessione. Edgar Morin (Morin 1972) a questo proposito, parla di “sfida della complessità”, evidenziando la pregnanza epistemologica del termine complessità relativo agli eventi in cui nuove proprietà con le quali fare i conti entrano in gioco nei sistemi complessi del mondo attuale per le dinamiche delle relazioni fra gli elementi che li compongono. Ciò comporta che ogni innovazione su un singolo punto del sistema complessivo abbia ricadute su tutto il resto, modificandone la struttura.  Si veda quindi   il sistema socio-ecologico nelle sue articolazioni, per il quale la filiera di innovazioni è a scala ascendente e passa dalla produzione delle singole colture alle aziende, al territorio, alle aree geografiche, alla società, alle politiche. La scala può nel contempo essere considerata in senso discendente, da politica a società, all&rsquo;area geografica all’azienda agraria, fino alla produzione del singolo campo coltivato. Il senso ascendente e quello discendente si intrecciano nel complesso del sistema globale. Quindi, se l’etimologia della parola complessità si basa sul latino <em>complexus,</em> essa presuppone l’interazione e la tessitura di una molteplicità da unificare. Ciò richiede un impegno di pensiero multidisciplinare e transdisciplinare.  </p>
<p>In questo contesto problematico, il contributo più rilevante che la filosofia può offrire attiene alla presa in carico di un orizzonte etico. Si impone necessariamente che ogni scelta nei campi specifici della produzione, della tecnologia, della società e della politica sia sottoposta al vaglio della responsabilità. Un contributo rilevante si ritrova nel pensiero di Hans Jonas (Jonas 2009) che pone come nucleo centrale il “principio responsabilità”. Possiamo parlare di un’imprescindibile etica della responsabilità, a sostegno delle linee di condotta da adottare nelle pratiche di un sistema complesso. Essa – sostiene Jonas – ci impone di prendere in considerazione la dimensione della temporalità nel  bilanciamento delle ripercussioni delle scelte al presente sul destino delle prossime generazioni, a partire dai rischi di esiti  prevedibilmente non più revocabili (un solo esempio è il possibile crollo di risorse ambientali ed energetiche del pianeta negli anni a venire). L’etica della responsabilità richiama il problema del ben-essere nella sua declinazione  al futuro.</p>
<h2 id="altre-riflessioni-sulla-tea">Altre riflessioni sulla TEA</h2><p>Su una rivista online dedicata all&rsquo;agricoltura è comparso un articolo sulle TEA (<a href="https://agronotizie.imagelinenetwork.com/agricoltura-economia-politica/2025/06/13/piante-tea-il-nodo-dei-brevetti-viene-al-pettine/87373" rel="noopener">Cinquemani 2025</a>), in cui si sviluppano due tematiche: quella relativa alle normative e quella relativa alla concentrazione del controllo e dei guadagni. Per il primo aspetto è richiamato un principio di base: il miglioramento genetico vegetale e la costituzione di nuove varietà sono incentivati mediante la garanzia di una protezione legale che consente, al selezionatore, di recuperare gli investimenti sostenuti. Per ottenere protezione attraverso la cosiddetta <em>privativa vegetale</em> (diritto esclusivo riconosciuto a chi crea una varietà), una nuova varietà deve essere DUS (Distinta, Uniforme, Stabile). Distinta per almeno un carattere, uniforme al suo interno, stabile nel mantenere invariati  i caratteri distintivi.  Deve essere una novità e avere una denominazione facilmente riconoscibile.</p>
<p>La nuova varietà TEA ottenuta con <em>editing</em> può essere chiaramente distinta dalla varietà di partenza oppure presentare modifiche limitate, in base agli attuali criteri DUS previsti dalla normativa. L’autore dell’articolo riflette su una varietà di vite, il Nebbiolo, modificata per resistere alla peronospora. Il costitutore sarebbe privo di tutela se l’autorità competente non riconoscesse il rispetto dei criteri DUS. Se, viceversa, venisse riconosciuta una nuova varietà, il problema riguarderebbe i disciplinari di produzione delle DOP: la nuova varietà di Nebbiolo resistente non potrebbe più essere utilizzata per produrre vini come Barolo o Barbaresco, secondo rigidi disciplinari basati sull’uso esclusivo del vitigno Nebbiolo.</p>
<p>A proposito del secondo aspetto, è descritta l’acquisizione dei brevetti a livello internazionale. Si sostiene che le piante editate mediante micromodifiche molto specifiche siano brevettabili. Il controllo commerciale della tecnologia di <em>genome editing</em> più diffusa al mondo, denominata CRISPR-Cas9, è attualmente, di fatto, nelle mani di pochissimi enti internazionali. Accade che ristretti gruppi di ricercatori che operano all’interno di piccoli laboratori, non siano in grado di proseguire le attività lungo la filiera commerciale sementiera e quindi cedano la licenza a entità più grandi. L’Università di Harvard e il MIT, all’interno del Broad Institute, hanno ceduto licenze a Pairwise, Bayer, BASF, Syngenta e Corteva. L’Università di Berkeley ha ceduto la licenza a Caribou Biosciences, che ha concesso a Corteva Agriscience, TreeCo, Regional Fish Institute e Genus. Con ingenti risorse, questi grandi gruppi affrontano <a href="https://www.labiotech.eu/expert-advice/five-things-crispr-cas9license/?utm" rel="noopener">numerosi contenziosi sui brevetti</a>.  </p>
<p>Poche informazioni mettono in luce alcuni aspetti di base del funzionamento e del controllo delle risorse nel settore agroalimentare nel campo del <em>genome editing</em>:  il mercato globale delle sementi rientra nell’area d’azione di un gruppo piuttosto ristretto di attori multinazionali; d’altra parte, non sono ancora stati chiariti gli aspetti normativi di un possibile caso in cui una pianta TEA brevettata impollina una pianta non TEA di un campo vicino. L’agricoltore coinvolto in questa contaminazione involontaria potrebbe subire conseguenze legali e trovarsi, suo malgrado, in un’escalation giudiziaria. </p>
<h2 id="lutilizzo-della-parola-evoluzione-implica-un-atteggiamento-riflessivo">L’utilizzo della parola “evoluzione” implica un atteggiamento riflessivo</h2><p>Le riflessioni conclusive non riguardano il funzionamento tecnico delle TEA, ma le possibili conseguenze della loro applicazione nei sistemi socio-ecologici agricoli. La letteratura sul maladattamento o adattamento inadeguato (<a href="https://doi.org/10.3390/su13063450" rel="noopener">Chi 2021</a>, <a href="https://doi.org/10.1016/j.oneear.2020.09.014" rel="noopener">Schipper 2020</a>) avverte che un’innovazione può apparire vantaggiosa  rispetto agli obiettivi dichiarati nel breve periodo, ma nel tempo produrre effetti negativi, irrigidendo le opzioni future, generando nuove crisi per le comunità e gli ecosistemi (<a href="https://wires.onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1002/wcc.409" rel="noopener">Magnan 2016</a>) con evidente rischio di <em>lock-in</em> (un <em>lock-in</em> evolutivo-tecnologico è una condizione che si crea quando un modello si impone nel tempo e diventa difficile da abbandonare, anche quando esistono alternative migliori) e aumentando la dipendenza dell’azienda agraria da <em>input</em> esterni controllati da un mercato internazionale o trasferendo vulnerabilità e svantaggi tra gruppi sociali ed ecosistemi. L’agricoltura è un sistema socio-ecologico adattivo in cui componenti biologiche, competenze agronomiche, mercati, istituzioni e conoscenze locali interagiscono in modo non lineare. Per questo l’innovazione che riguarda l’introduzione di un singolo artefatto tecnologico, dovrebbe essere inserita in un quadro di analisi sistemica che consideri interdipendenze, retroazioni alle diverse scale temporali e spaziali a partire da quelle del campo coltivato e dell’azienda agraria.</p>
<p>L’approccio TEA/NGT tende a identificare l’adattamento attraverso l’introduzione di tratti genetici di resistenza a specifici stress. Non possiamo sottovalutare che l’emergenza climatica sia caratterizzata da complessità e variabilità locali; manipolare alcuni geni significa agire su un singolo nodo di una rete coevolutiva, a una scala di dettaglio alla quale è impossibile prevedere le dinamiche che avverranno a scala aziendale, tantomeno a scala territoriale. Nella relazione tra ospite, patogeno e ambiente, questo approccio può alimentare una corsa evolutiva alle armi, già osservata in passato con la rivoluzione verde, ispirata a un modello certamente utile all’industria e a una parte del mercato, che però tende a emarginare gli interessi degli agricoltori e dei consumatori. Quando le condizioni cambiano rapidamente, i vantaggi a breve termine possono trasformarsi in vulnerabilità strutturali.</p>
<p>Un approccio sistemico riconosce, invece, che la resilienza emerge dalle interazioni fra elevata diversità genetica, salute del suolo, gestione delle risorse naturali, organizzazione aziendale, reti sociali e istituzioni.</p>
<p>In ambito agroecologico, il miglioramento genetico è considerato in una prospettiva sistemica multiscala. L’adattamento diventa un processo evolutivo continuo basato sulla diversità e sulla selezione locale. L’innovazione sviluppata con popolazioni evolutive (Ceccarelli 2022) o moderni ecotipi mira alla stabilità derivante dall’eterogeneità piuttosto che alla massima prestazione di un singolo genotipo, a vantaggio, più stabile e concreto, dell’azienda agraria che deve fronteggiare le attuali emergenze climatica, ecologica ed economica.</p>
<p>In questo quadro dovrebbe collocarsi il concetto di evoluzione assistita, intesa come orientamento dei processi evolutivi dell’intero agroecosistema aziendale. Ciò implica progettare e gestire la diversità nel tempo attraverso diversificazione genetica, rotazioni, consociazioni, agroforestazione, pratiche rigenerative della salute del suolo mantenendo un&rsquo;ampia variabilità ed evitando <em>lock-in</em> tecnologici L’obiettivo è favorire l’adattamento in contesti reali e rafforzare il ruolo decisionale degli agricoltori e le reti di conoscenza locali. Il che significa riferire, eventualmente, il concetto di evoluzione assistita non tanto alla modifica e manipolazione di frammenti del corredo genetico di una varietà, quanto alla progettazione, gestione, monitoraggio, trasformazione dinamica dell’intero sistema dell’azienda agraria, che dialoga con il territorio che la circonda. </p>
<p>In questa prospettiva, l’innovazione non è un semplice <em>input</em> esterno da trasferire all’agricoltore, ma un processo di trasformazione sistemica (Gliessmann 2014). La resilienza si radica nella capacità del sistema agricolo di apprendere, diversificare e mantenere aperte le opzioni adattive nel tempo (<a href="https://agriculture.ec.europa.eu/vision-agriculture-food_en" rel="noopener">European Commission, 2025</a>).</p>
<p>Affidiamo le altre riflessioni alle domande conclusive. La dinamica di <em>escalation</em> tecnologica in agricoltura è una necessità strutturale e insostituibile del paradigma moderno – analoga a quella della corsa alle armi negli Stati – oppure, come possiamo osservare dalla natura, esistono numerose altre strategie di innovazione ed evoluzione più consone al sistema agroalimentare? L’adattamento è un aumento di potenza o di complessità relazionale? La sicurezza alimentare può essere concepita come la prestazione massima del modello produttivista, o deve essere costruita come stabilità sistemica diffusa?</p>
<p>Infine, il rischio, che in questo contributo chiamiamo “maladattamento”  (produzione di vulnerabilità di lungo periodo attraverso soluzioni efficaci nel breve), può essere interpretato come una forma contemporanea di <em>hybris</em> tecnica? E quali sono i benefici nel medio-lungo periodo, chi trarrà vantaggio da un uso ristretto e incompleto del termine evoluzione?</p>
<p><strong>Bibliografia essenziale</strong></p>
<p><a href="https://www.informatoreagrario.it/news/genetica-per-lagricoltura-patto-coldiretti-siga/" rel="noopener">AA.VV 2020. L’Informatore agrario. TEA un patto tra Coldiretti e SIGA. 2020 </a></p>
<p><a href="https://www.informatoreagrario.it/wpcontent/uploads/2021/09/21ia27_TEA.pdf?utm_" rel="noopener">AA.VV. 2021 L&rsquo;informatore agrario. TEA la nuova via per la sostenibilità dell’agricoltura italiana.</a></p>
<p><a href="https://veneto.coldiretti.it/wp-content/uploads/2025/03/TEA.pdf" rel="noopener">AA.VV. 2024. Le tecniche di evoluzione assistita per l’agricoltura. Scopriamole insieme. 2024 Coldiretti. </a></p>
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<p><a href="https://www.nature.com/articles/s44358-025-00018-z#citeas" rel="noopener">Wohlleben, A.M., 2025 Empirical evidence of the host–parasite arms race. Nat. Rev. Biodivers. 1, 88.</a></p>
]]></content:encoded></item><item><title>La strada giusta da prendere per l’energia</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/strada-giusta-prendere-energia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/strada-giusta-prendere-energia/</guid><pubDate>Wed, 06 May 2026 07:55:00 +0100</pubDate><category>ambiente</category><description>Al bivio evocato da Robert Frost, l’Italia che non sceglie fa già una scelta: il 2025 segna una frenata nella transizione energetica, mentre crescono emissioni e dipendenza dall’estero. Tra crisi climatica e tensioni geopolitiche, continuare così significa aumentare costi e rischi. L’alternativa esiste: richiede però decisioni rapide e strutturali, prima che la strada “non presa” diventi impraticabile.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/strada-giusta-prendere-energia-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/strada-giusta-prendere-energia-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Improvvisamente la strada che stiamo percorrendo si biforca. Dobbiamo scegliere tra due strade: <a href="https://www.poetryfoundation.org/poems/44272/the-road-not-taken" rel="noopener"><em>The road not taken</em></a>, la strada non presa, la celebre poesia di Robert Frost, pone di fronte all’importanza e all’irreversibilità delle scelte compiute. È una metafora della vita di ciascuno di noi. Quante volte ci siamo detti «chissà se in quel momento avessi deciso diversamente». Ma oggi è la metafora di una scelta importante e non rinviabile che deve compiere il nostro Paese. Perché la guerra tra Stati Uniti e Iran ha congiunto davanti ai nostri occhi, per la prima volta in modo così evidente, le due più gravi emergenze della nostra epoca: l’emergenza climatica, con manifestazioni sempre più frequenti e dirompenti, e l’emergenza energetica, dove la disponibilità e il controllo dei combustibili fossili diventerà sempre più strategico, e costoso.</p>
<h2 id="la-fotografia-del-2025-un-anno-perso">La fotografia del 2025: un anno perso</h2><p>I dati pubblicati nell’aprile 2026 nel rapporto <a href="https://www.fondazionesvilupposostenibile.org/wp-content/uploads/dlm_uploads/I-10-key-trend-sul-clima-in-Italia-2025-i-costi-dellinerzia-Italy-for-Climate.pdf" rel="noopener"><em>I 10 key trend sul clima in Italia 2025: i costi dell’inerzia</em></a> di Italy for Climate raccontano a che punto siamo. Il 2025, scrivono gli autori Edo Ronchi, Andrea Barbabella e Chiara Montanini, «si configura come un anno perso per la decarbonizzazione italiana».</p>
<p>Ecco i dieci indicatori chiave del 2025:</p>
<figure class="my-8">
<table class="w-full text-sm border-collapse">
<thead>
<tr class="border-b-2 border-gray-600 dark:border-gray-400 text-left">
<th class="py-2 pr-4 font-semibold">Indicatore</th>
<th class="py-2 pr-4 font-semibold">Cosa misura</th>
<th class="py-2 font-semibold text-right">Valore 2025</th>
</tr>
</thead>
<tbody>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">Crisi climatica</td><td class="py-2 pr-4">Temperatura media in Italia (oltre +2 °C vs 50 anni fa)</td><td class="py-2 text-right font-mono">13,6 °C</td></tr>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">Eventi estremi</td><td class="py-2 pr-4">Episodi censiti nel 2025 (più del doppio del 2019)</td><td class="py-2 text-right font-mono">&gt; 2.300</td></tr>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">Emissioni gas serra</td><td class="py-2 pr-4">Variazione vs 2024 (363 Mt CO₂eq)</td><td class="py-2 text-right font-mono">+0,2%</td></tr>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">Rinnovabili nuove</td><td class="py-2 pr-4">Nuovi impianti eolici e fotovoltaici (−4% sul 2024)</td><td class="py-2 text-right font-mono">7,2 GW</td></tr>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">Solare fotovoltaico</td><td class="py-2 pr-4">Crescita produzione: 2ª fonte elettrica dopo il gas</td><td class="py-2 text-right font-mono">+25%</td></tr>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">Dipendenza energetica</td><td class="py-2 pr-4">Quota di energia importata dall'estero</td><td class="py-2 text-right font-mono">74%</td></tr>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">GNL</td><td class="py-2 pr-4">Quota del gas liquefatto sui consumi totali (+42% in un anno)</td><td class="py-2 text-right font-mono">33%</td></tr>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">Petrolio nei trasporti</td><td class="py-2 pr-4">Consumo nazionale (livello più alto in 35 anni)</td><td class="py-2 text-right font-mono">8 barili/sec</td></tr>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">Carbone elettrico</td><td class="py-2 pr-4">Quota sulla domanda elettrica (minimo storico)</td><td class="py-2 text-right font-mono">1%</td></tr>
<tr><td class="py-2 pr-4 font-medium">Auto elettriche</td><td class="py-2 pr-4">Quota BEV sulle vendite (media UE: 17%)</td><td class="py-2 text-right font-mono">6,2%</td></tr>
</tbody>
</table>
<figcaption class="mt-3 text-xs text-gray-500 dark:text-gray-400 leading-relaxed">Tab. 1 — I dieci indicatori chiave 2025. Fonte: Italy for Climate, su dati ISPRA, Terna, Eurostat, Mase, ENEA, GSE, ACEA, UNRAE, UNEM.</figcaption>
</figure>
<p>Tre dati, in particolare, raccontano la situazione meglio di qualsiasi commento.</p>
<p><strong>Energie rinnovabili</strong>. Nel 2025 l’Italia ha installato 7,2 GW di nuovi impianti eolici e fotovoltaici (di cui 6,4 GW di solare e 0,6 GW di eolico), in calo rispetto ai 7,5 GW del 2024 — una contrazione del 4% e la prima frenata dopo la tendenza positiva avviata nel 2022. Nel frattempo, la Germania ne ha installati oltre 23 GW, la Spagna quasi 11 GW e la Francia oltre 8 GW. L’Italia continua a crescere più lentamente di tutti gli altri grandi Paesi europei.</p>
<figure class="my-8">
<svg viewBox="0 0 600 320" class="w-full h-auto" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" role="img" aria-label="Installazioni di rinnovabili nel 2025 — confronto UE">
<title>Installazioni di rinnovabili nel 2025 — confronto UE</title>
<style>.gx-title{font:600 14px ui-sans-serif,system-ui;fill:currentColor}.gx-label{font:500 12px ui-sans-serif,system-ui;fill:currentColor}.gx-value{font:600 12px ui-monospace,monospace;fill:currentColor}.gx-axis{font:11px ui-sans-serif,system-ui;fill:currentColor;opacity:.6}.gx-grid{stroke:currentColor;stroke-opacity:.12}</style>
<text x="300" y="22" text-anchor="middle" class="gx-title">Installazioni di rinnovabili nel 2025 — confronto UE</text>
<g class="gx-grid"><line x1="120" y1="55" x2="120" y2="270"/><line x1="190" y1="55" x2="190" y2="270"/><line x1="260" y1="55" x2="260" y2="270"/><line x1="330" y1="55" x2="330" y2="270"/><line x1="400" y1="55" x2="400" y2="270"/><line x1="470" y1="55" x2="470" y2="270"/><line x1="540" y1="55" x2="540" y2="270"/></g>
<g><text x="110" y="85" text-anchor="end" class="gx-label">Germania</text><rect x="120" y="65" width="322" height="30" fill="#196F3D"/><text x="450" y="85" class="gx-value">23,0 GW</text><text x="110" y="125" text-anchor="end" class="gx-label">Spagna</text><rect x="120" y="105" width="154" height="30" fill="#1E8449"/><text x="282" y="125" class="gx-value">11,0 GW</text><text x="110" y="165" text-anchor="end" class="gx-label">Francia</text><rect x="120" y="145" width="112" height="30" fill="#28B463"/><text x="240" y="165" class="gx-value">8,0 GW</text><text x="110" y="205" text-anchor="end" class="gx-label">Italia</text><rect x="120" y="185" width="100.8" height="30" fill="#E55A1F"/><text x="228" y="205" class="gx-value">7,2 GW</text><text x="110" y="245" text-anchor="end" class="gx-label">Polonia</text><rect x="120" y="225" width="67.2" height="30" fill="#888"/><text x="195" y="245" class="gx-value">4,8 GW</text></g>
<g class="gx-axis"><text x="120" y="285" text-anchor="middle">0</text><text x="190" y="285" text-anchor="middle">5</text><text x="260" y="285" text-anchor="middle">10</text><text x="330" y="285" text-anchor="middle">15</text><text x="400" y="285" text-anchor="middle">20</text><text x="470" y="285" text-anchor="middle">25</text><text x="540" y="285" text-anchor="middle">30</text><text x="340" y="305" text-anchor="middle">GW di nuovi impianti eolici e fotovoltaici</text></g>
</svg>
<figcaption class="mt-3 text-xs text-gray-500 dark:text-gray-400 leading-relaxed">Fig. 1 — Nuovi impianti eolici e fotovoltaici installati nel 2025. Elaborazione su dati Italy for Climate.</figcaption>
</figure>
<p><strong>Emissioni di gas serra</strong>. Invece di calare, sono in crescita: +0,2% rispetto al 2024, con un PIL che cresce dello 0,3%. Le emissioni si attestano a 363 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Tra il 1990 e il 2025 sono diminuite complessivamente del 30%. Ma per centrare l’obiettivo del Piano nazionale integrato energia e clima (PNIEC) al 2030 dovremmo tagliarle di circa 14 milioni di tonnellate ogni anno; nell’ultimo decennio, in media, ne abbiamo tagliate solo 7,5 milioni. Alla velocità attuale l’obiettivo è semplicemente irraggiungibile.</p>
<figure class="my-8">
<svg viewBox="0 0 640 360" class="w-full h-auto" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" role="img" aria-label="Emissioni di gas serra in Italia: dove siamo, dove dovremmo essere">
<title>Emissioni di gas serra in Italia 2015-2030</title>
<style>.gx-title{font:600 14px ui-sans-serif,system-ui;fill:currentColor}.gx-label{font:500 11px ui-sans-serif,system-ui;fill:currentColor}.gx-axis{font:10px ui-sans-serif,system-ui;fill:currentColor;opacity:.65}.gx-grid{stroke:currentColor;stroke-opacity:.12}.gx-anno{font:500 11px ui-sans-serif,system-ui;fill:#E55A1F}</style>
<text x="320" y="22" text-anchor="middle" class="gx-title">Emissioni di gas serra in Italia: dove siamo, dove dovremmo essere</text>
<g class="gx-grid"><line x1="80" y1="50" x2="620" y2="50"/><line x1="80" y1="124" x2="620" y2="124"/><line x1="80" y1="198" x2="620" y2="198"/><line x1="80" y1="272" x2="620" y2="272"/><line x1="80" y1="300" x2="620" y2="300"/></g>
<g class="gx-axis"><text x="74" y="54" text-anchor="end">440</text><text x="74" y="128" text-anchor="end">400</text><text x="74" y="202" text-anchor="end">360</text><text x="74" y="276" text-anchor="end">320</text><text x="74" y="304" text-anchor="end">300</text><text x="40" y="180" transform="rotate(-90 40 180)" text-anchor="middle">Mt CO₂ equivalente</text></g>
<g class="gx-axis"><text x="80" y="320" text-anchor="middle">2015</text><text x="152" y="320" text-anchor="middle">2017</text><text x="224" y="320" text-anchor="middle">2019</text><text x="296" y="320" text-anchor="middle">2021</text><text x="368" y="320" text-anchor="middle">2023</text><text x="440" y="320" text-anchor="middle">2025</text><text x="512" y="320" text-anchor="middle">2027</text><text x="584" y="320" text-anchor="middle">2029</text></g>
<polyline points="80,68 116,77 152,72 188,87 224,97 260,144 296,100 332,109 368,153 404,179 440,178" fill="none" stroke="#E55A1F" stroke-width="2.5" stroke-linejoin="round"/>
<g fill="#fff" stroke="#E55A1F" stroke-width="2"><circle cx="80" cy="68" r="3"/><circle cx="116" cy="77" r="3"/><circle cx="152" cy="72" r="3"/><circle cx="188" cy="87" r="3"/><circle cx="224" cy="97" r="3"/><circle cx="260" cy="144" r="3"/><circle cx="296" cy="100" r="3"/><circle cx="332" cy="109" r="3"/><circle cx="368" cy="153" r="3"/><circle cx="404" cy="179" r="3"/><circle cx="440" cy="178" r="4"/></g>
<polyline points="440,178 476,199 512,219 548,239 584,260 620,280" fill="none" stroke="#1E8449" stroke-width="2.5" stroke-dasharray="6 4" stroke-linejoin="round"/>
<g fill="#1E8449"><rect x="437" y="175" width="6" height="6"/><rect x="473" y="196" width="6" height="6"/><rect x="509" y="216" width="6" height="6"/><rect x="545" y="236" width="6" height="6"/><rect x="581" y="257" width="6" height="6"/><rect x="617" y="277" width="6" height="6"/></g>
<line x1="440" y1="178" x2="395" y2="235" stroke="#E55A1F" stroke-width="1"/>
<text x="392" y="248" text-anchor="end" class="gx-anno">+0,2% nel 2025</text>
<text x="392" y="262" text-anchor="end" class="gx-anno">= un anno perso</text>
<g transform="translate(380,52)"><rect width="240" height="46" fill="white" fill-opacity="0" stroke="currentColor" stroke-opacity=".12"/><line x1="10" y1="16" x2="34" y2="16" stroke="#E55A1F" stroke-width="2.5"/><circle cx="22" cy="16" r="3" fill="#fff" stroke="#E55A1F" stroke-width="2"/><text x="42" y="20" class="gx-label">Emissioni reali (Mt CO₂eq)</text><line x1="10" y1="36" x2="34" y2="36" stroke="#1E8449" stroke-width="2.5" stroke-dasharray="6 4"/><rect x="19" y="33" width="6" height="6" fill="#1E8449"/><text x="42" y="40" class="gx-label">Traiettoria PNIEC: −14 Mt/anno</text></g>
</svg>
<figcaption class="mt-3 text-xs text-gray-500 dark:text-gray-400 leading-relaxed">Fig. 2 — Emissioni di gas serra in Italia: dato 2025 e traiettoria necessaria per il PNIEC. Elaborazione su dati ISPRA / Italy for Climate.</figcaption>
</figure>
<p><strong>Petrolio</strong>. Nel 2025 l’Italia ha bruciato 8 barili al secondo solo per i trasporti (oltre 35 milioni di tonnellate), il livello più alto degli ultimi 35 anni. Tre quarti del fabbisogno nazionale di petrolio è destinato alla mobilità: dopo lo shock della pandemia, i consumi non si sono mai ridotti. È un nodo cruciale non solo per il clima ma anche, e forse soprattutto, per la nostra sicurezza energetica.</p>
<h2 id="il-prezzo-della-dipendenza">Il prezzo della dipendenza</h2><p>C’è poi un dato che dovrebbe far riflettere chiunque pensi che la transizione sia «un costo che non possiamo permetterci»: nel 2025 la dipendenza energetica dell’Italia dall’estero si è fermata al 74%, una delle più alte d’Europa. Il conto, stimato da UNEM, ha superato i 53 miliardi di euro all’anno per le importazioni di combustibili fossili. E i partner cambiano in fretta. Gli Stati Uniti, marginali fino a pochi anni fa, sono diventati nel 2025 il terzo fornitore energetico complessivo e l’unico Paese da cui dipendiamo per tutti e tre i combustibili fossili. Per il GNL, in particolare, oltre la metà delle importazioni 2025 arriva da lì; per il carbone, idem (50%). Sostituire la dipendenza dalla Russia (uscita dai nostri import nel 2025) con quella dagli USA non è una vera diversificazione: è uno spostamento del rischio.</p>
<figure class="my-8">
<table class="w-full text-sm border-collapse">
<thead>
<tr class="border-b-2 border-gray-600 dark:border-gray-400 text-left">
<th class="py-2 pr-4 font-semibold">Fonte fossile</th>
<th class="py-2 pr-4 font-semibold">1° fornitore</th>
<th class="py-2 pr-4 font-semibold">2° fornitore</th>
<th class="py-2 font-semibold">3° fornitore</th>
</tr>
</thead>
<tbody>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">Gas (totale)</td><td class="py-2 pr-4">Algeria 36%</td><td class="py-2 pr-4">USA 16%</td><td class="py-2">Azerbaigian 16%</td></tr>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">GNL (incluso sopra)</td><td class="py-2 pr-4">USA ~50%</td><td class="py-2 pr-4">Qatar 11%</td><td class="py-2">altri</td></tr>
<tr class="border-b border-gray-400 dark:border-gray-700"><td class="py-2 pr-4 font-medium">Petrolio</td><td class="py-2 pr-4">Libia 20%</td><td class="py-2 pr-4">Azerbaigian 13%</td><td class="py-2">Kazakistan 11%</td></tr>
<tr><td class="py-2 pr-4 font-medium">Carbone</td><td class="py-2 pr-4">USA 50%</td><td class="py-2 pr-4">Indonesia 20%</td><td class="py-2">Sud Africa 10%</td></tr>
</tbody>
</table>
<figcaption class="mt-3 text-xs text-gray-500 dark:text-gray-400 leading-relaxed">Tab. 2 — Principali fornitori dell'Italia per combustibile fossile, 2025. Elaborazione su dati Eurostat, Mase, UNEM.</figcaption>
</figure>
<p>Per il petrolio il quadro è più variegato (Libia 20%, Azerbaigian 13%, Kazakistan 11%, Arabia Saudita 8%, USA 8%): leggendo la lista dei Paesi è chiara la pluralità di rischi geopolitici a cui siamo esposti.</p>
<h2 id="siamo-a-un-bivio">Siamo a un bivio</h2><p>Questa è la situazione che pone l’Italia davanti al bivio. Si può prendere la strada più comoda e meno impegnativa: continuare a ignorare l’emergenza climatica e adottare provvedimenti che facciano fronte all’emergenza energetica giorno per giorno, sperando in un ritorno alla “normalità” e ignorando il fatto che ogni ritardo significa pagare l’energia sempre di più, dipendere sempre di più dai paesi che detengono petrolio e gas ed essere sempre più esposti ai disastri climatici. Una strada che, peraltro, contraddice anche le statistiche di base: il 2025 ha registrato in Italia oltre 2.300 eventi climatici estremi, il dato più basso dell’ultimo triennio ma comunque più del doppio rispetto al 2019. </p>
<p>Oppure si può prendere l’altra, quella “meno battuta” scelta dal viandante della poesia di Frost. Significa predisporre subito un piano straordinario di investimenti nella produzione di energia da fonti rinnovabili, di accumulo elettrico e di elettrificazione dei consumi, in modo da ridurre al minimo la dipendenza da petrolio e gas.</p>
<p>Non sarà facile. Tenuto conto che non si è ancora riusciti ad avviare il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici approvato nel dicembre del 2023; che il fotovoltaico sui tetti è in calo per la prima volta da anni (e gli impianti a terra sono saliti al 42% delle nuove installazioni); che le auto elettriche, pur in ripresa nel 2025 (+44%, 95 mila unità), pesano per il 6,2% delle immatricolazioni contro una media UE del 17% e quasi il 20% di Germania e Francia.</p>
<figure class="my-8">
<svg viewBox="0 0 600 360" class="w-full h-auto" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" role="img" aria-label="Quota di mercato delle auto elettriche nel 2025">
<title>Quota di mercato delle auto elettriche nel 2025</title>
<style>.gx-title{font:600 14px ui-sans-serif,system-ui;fill:currentColor}.gx-label{font:500 12px ui-sans-serif,system-ui;fill:currentColor}.gx-value{font:600 12px ui-monospace,monospace;fill:currentColor}.gx-axis{font:11px ui-sans-serif,system-ui;fill:currentColor;opacity:.6}.gx-grid{stroke:currentColor;stroke-opacity:.12}</style>
<text x="300" y="22" text-anchor="middle" class="gx-title">Quota di mercato delle auto elettriche nel 2025</text>
<g class="gx-grid"><line x1="120" y1="55" x2="120" y2="305"/><line x1="226" y1="55" x2="226" y2="305"/><line x1="332" y1="55" x2="332" y2="305"/><line x1="438" y1="55" x2="438" y2="305"/><line x1="544" y1="55" x2="544" y2="305"/></g>
<g><text x="110" y="85" text-anchor="end" class="gx-label">Francia</text><rect x="120" y="65" width="424" height="28" fill="#196F3D"/><text x="552" y="85" class="gx-value">20,0%</text><text x="110" y="125" text-anchor="end" class="gx-label">Germania</text><rect x="120" y="105" width="413.4" height="28" fill="#1E8449"/><text x="541" y="125" class="gx-value">19,5%</text><text x="110" y="165" text-anchor="end" class="gx-label">Media UE</text><rect x="120" y="145" width="360.4" height="28" fill="#888"/><text x="488" y="165" class="gx-value">17,0%</text><text x="110" y="205" text-anchor="end" class="gx-label">Spagna</text><rect x="120" y="185" width="190.8" height="28" fill="#28B463"/><text x="318" y="205" class="gx-value">9,0%</text><text x="110" y="245" text-anchor="end" class="gx-label">Polonia</text><rect x="120" y="225" width="148.4" height="28" fill="#888"/><text x="276" y="245" class="gx-value">7,0%</text><text x="110" y="285" text-anchor="end" class="gx-label">Italia</text><rect x="120" y="265" width="131.4" height="28" fill="#E55A1F"/><text x="259" y="285" class="gx-value">6,2%</text></g>
<g class="gx-axis"><text x="120" y="320" text-anchor="middle">0</text><text x="226" y="320" text-anchor="middle">5</text><text x="332" y="320" text-anchor="middle">10</text><text x="438" y="320" text-anchor="middle">15</text><text x="544" y="320" text-anchor="middle">20</text><text x="340" y="340" text-anchor="middle">% di auto elettriche (BEV) sul totale immatricolato nel 2025</text></g>
</svg>
<figcaption class="mt-3 text-xs text-gray-500 dark:text-gray-400 leading-relaxed">Fig. 3 — Quota di auto elettriche sulle vendite 2025. Italia fanalino di coda nei grandi Paesi UE.</figcaption>
</figure>
<p>Tuttavia i segnali positivi non mancano nemmeno in casa nostra: la produzione fotovoltaica è cresciuta del 25% in un solo anno (45 miliardi di kWh) superando per la prima volta l’idroelettrico e diventando la seconda fonte di elettricità dopo il gas; il carbone è sceso all’1% della domanda elettrica, un minimo storico; i sistemi di accumulo associati al fotovoltaico sono passati in cinque anni da meno di 90 mila a 884 mila unità (5,5 GW di potenza installata); le pompe di calore sono tornate a crescere e l’Italia resta il secondo mercato europeo dopo la Francia con circa 400 mila unità vendute nel 2025. </p>
<p>Ci sono paesi che hanno preso questa strada negli anni passati, e già ne misurano i dividendi. La Spagna nel 2019 <a href="http://www.repubblica.it/green-and-blue/2026/03/30/news/energia_spagna_rinnovabili-425252975/" rel="noopener">copriva</a> il suo fabbisogno di elettricità con il 43-44% di energie rinnovabili; nel 2025 è arrivata al 55-56%. Nello stesso periodo, l’Italia è passata dal 37-38% di copertura con rinnovabili nel 2019 al 41-42% del 2025. Il risultato è che la Spagna arriva a spendere 14 euro per MWh o anche meno a fronte dei 100 dell’Italia.¹</p>
<h2 id="facciamo-in-tempo-la-scelta-giusta">Facciamo in tempo la scelta giusta</h2><p>Ci sono altri paesi che stanno ora prendendo questa strada. La Colombia, per esempio, <a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/americalatina/2024/10/03/la-colombia-accelera-i-suoi-piani-per-la-transizione-energetica_d0c2e42c-21fc-4fc6-98e7-4dfd163a0c0e.html" rel="noopener">ha annunciato</a> di voler abbandonare rapidamente la dipendenza da petrolio e carbone, attraendo investimenti per finanziare la transizione energetica. E sono molti i Paesi che stanno facendo scelte analoghe, comprendendo che la transizione non è solo una questione climatica: è la nuova politica industriale del XXI secolo.</p>
<p>Abbiamo iniziato con Robert Frost, chiudiamo con Max Frisch. In una sua pièce teatrale (<em>Biografia. Un gioco scenico</em>) lo scrittore svizzero immagina che a un anziano professore sia concesso di rigiocare la sua vita, scegliendo il momento dal quale farla ripartire. Il professore sceglie molti momenti che ritiene decisivi, ma alla fine si ritrova sempre nelle stesse condizioni. Non ha mai fatto la scelta giusta.</p>
<h2 id="note" class="titolo-minore"><strong>Note</strong></h2><h2 id="1-il-dato-è-stato-citato-dal-premier-spagnolo-sanchez-riferendosi-a-una-giornata-di-picco-di-uso-del-fotovoltaico-e-riguarda-il-prezzo-allingrosso-se-invece-del-prezzo-allingrosso-si-considera-il-costo-della-bolletta-per-il-consumatore-la-differenza-è-minore-anche-se-rilevante-255-euro-al-kwh-per-una-famiglia-media-spagnola-contro-326-euro-per-una-famiglia-italiana-vedi-l" class="titolo-minore">1. Il dato è stato citato dal premier spagnolo Sanchez riferendosi a una giornata di picco di uso del fotovoltaico, e riguarda il prezzo all&rsquo;ingrosso. Se invece del prezzo all&rsquo;ingrosso si considera il costo della bolletta per il consumatore, la differenza è minore, anche se rilevante: 255 euro al KWh per una famiglia media spagnola contro 326 euro per una famiglia italiana. Vedi <a href="https://lavoce.info/archives/111129/lelettricita-della-spagna-e-un-modello/" rel="noopener">L&rsquo;elettricità della Spagna è un modello? </a></h2>]]></content:encoded></item><item><title>Lo spillover non è una lotteria</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/spillover-lotteria/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/spillover-lotteria/</guid><pubDate>Mon, 04 May 2026 08:10:00 +0100</pubDate><dc:creator>Francesca Radicioni</dc:creator><category>animali</category><description>Il rischio zoonotico non è un evento casuale: è il risultato di interazioni sempre più intense tra attività umane ed ecosistemi. E se David Quammen, nel suo saggio &amp;amp;ldquo;Spillover&amp;amp;rdquo;, proponeva l&amp;amp;rsquo;immagine di una lotteria, anche gli studi più recenti sul commercio globale di fauna selvatica mostrano un quadro chiaro, nel quale le probabilità di spillover seguono traiettorie strutturate. Dobbiamo allora ripensare alla preparedness per intervenire non solo sulla risposta, ma anche sui sistemi che generano il rischio.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/spillover-lotteria-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/spillover-lotteria-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p>Ogni spillover è come una lotteria, dove il patogeno compra un biglietto nella speranza di avere un premio: una vita nuova in spazi più larghi.</p></blockquote>
<p>Con questa immagine David Quammen sintetizza, nel libro <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Spillover._L%27evoluzione_delle_pandemie" rel="noopener"><em>Spillover</em></a>, la dinamica alla base delle zoonosi: il salto di specie di un agente patogeno da un animale non umano all’essere umano. Un processo biologico noto da tempo, ma che negli ultimi anni è entrato con forza nel dibattito pubblico, anche alla luce della pandemia di COVID-19.</p>
<p>Il successo del libro, pubblicato oltre un decennio prima della pandemia, è stato spesso letto in chiave “profetica”. In realtà, più che una previsione, si trattava della sistematizzazione di evidenze già disponibili: la crescente interazione tra attività umane ed ecosistemi aumenta le opportunità di contatto tra specie e, quindi, la probabilità di spillover. Quammen insiste su questo punto: le epidemie non emergono nel vuoto, ma all’interno di relazioni ecologiche e sociali che le rendono possibili.</p>
<p>È su questa consapevolezza che si è consolidato il <a href="https://www.iss.it/one-health" rel="noopener">paradigma della One Health</a>, che considera salute umana, animale ed ecosistemica come componenti di un unico sistema interdipendente. In parallelo, il concetto di <a href="https://www.who.int/initiatives/preparedness-and-resilience-for-emerging-threats" rel="noopener"><em>preparedness</em> pandemica</a> si è imposto come priorità politica e scientifica, orientando investimenti e strategie verso la capacità di prevedere, monitorare e contenere nuove minacce infettive.</p>
<p>Tuttavia, tra il riconoscimento teorico di questa interconnessione e la sua traduzione operativa esiste ancora una distanza significativa. La prevenzione resta spesso focalizzata sulla risposta (sorveglianza, vaccini, piani di emergenza) mentre i determinanti a monte del rischio ricevono un’attenzione più frammentata e discontinua.</p>
<p>È in questo spazio che si inseriscono studi recenti come quello pubblicato sulla rivista <em>Science</em> ad aprile. Lo studio, coordinato da Jérôme Gippet, ecologo dell&rsquo;Università di Friburgo, in Svizzera, <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.adw5518" rel="noopener">analizza</a> su scala globale il <a href="https://www.lescienze.it/biologia/2026/04/13/news/ecco_come_il_commercio_di_specie_selvatiche_aumenta_il_rischio_di_trasmissione_di_malattie_dagli_animali_agli_esseri_umani-21676442/" rel="noopener">legame</a> tra commercio di fauna selvatica e rischio zoonotico. </p>
<p>Integrando oltre quarant’anni di dati sul commercio, legale e illegale, con il database CLOVER sui patogeni associati alle specie animali, il lavoro mostra un pattern chiaro: il 41% delle 2079 specie di mammiferi coinvolte nel commercio condivide condivide almeno un patogeno trasmissibile con l’essere umano, e il numero di patogeni aumenta con la durata della permanenza delle specie nei circuiti commerciali. Nel complesso, i mammiferi commercializzati presentano una probabilità circa 1,5 volte superiore di ospitare agenti zoonotici rispetto a quelli non coinvolti.</p>
<p>Il punto rilevante non è solo quantitativo, ma strutturale. Questi dati indicano che il rischio di spillover non è un evento episodico, bensì una proprietà emergente delle modalità con cui il commercio di fauna è organizzato a livello internazionale. La “lotteria” evocata da Quammen non distribuisce biglietti in modo casuale: alcune filiere economiche concentrano sistematicamente le probabilità di spillover, trasformando un processo biologico in un rischio sistemico.</p>
<p>Se si assume questa prospettiva, anche la nozione di <em>preparedness</em> cambia di significato. Non riguarda soltanto la capacità di rispondere a un’emergenza, ma include la capacità di intervenire sui sistemi che generano rischio. Ed è qui che emerge un disallineamento persistente tra evidenze scientifiche e strumenti di governance.</p>
<p>Un esempio emblematico è la Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora (<a href="https://www.congress.gov/crs-product/RL32751" rel="noopener">CITES</a>),  che regola il commercio di fauna e flora selvatiche con un mandato centrato sulla conservazione, senza includere in modo sistematico il rischio sanitario. Ne deriva un paradosso: specie legalmente commerciate possono comunque rappresentare vettori di patogeni con potenziale epidemico globale.</p>
<p>Più in generale, il rischio zoonotico attraversa filiere complesse, mentre gli strumenti di controllo restano frammentati tra ambiti sanitari, ambientali e commerciali. Anche misure come i divieti generalizzati (<em>blanket bans</em>) <a href="https://www.thelancet.com/journals/lanplh/article/PIIS2542-5196%2822%2900064-X/fulltext" rel="noopener">rischiano</a> di spostare il commercio verso circuiti illegali, riducendo la tracciabilità senza eliminare il rischio.</p>
<p>Una prevenzione efficace richiede quindi di passare dall’intervento puntuale alla regolazione sistemica. Questo implica integrare esplicitamente il rischio zoonotico nei meccanismi che governano il commercio internazionale, affiancando alla logica doganale una logica di biosicurezza.</p>
<p>In Italia, il tentativo di tradurre il paradigma One Health in strumenti operativi passa attraverso iniziative promosse dall&rsquo;Istituto Superiore di Sanità e dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. L’<a href="https://www.pnrr.salute.gov.it/it/pnrr-pagina/salute-ambiente-biodiversita-e-clima-pnc/" rel="noopener">integrazione</a> tra il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) e il Sistema Nazionale della Prevenzione Sanitaria (SNPS) rappresenta un passaggio rilevante: per la prima volta, il monitoraggio ambientale e la prevenzione sanitaria vengono collegati in modo strutturale.</p>
<p>Questa integrazione, tuttavia, è ancora in fase di consolidamento e pone molte sfide operative, tra le quali: interoperabilità dei dati, formazione interdisciplinare del personale, definizione di protocolli condivisi. Senza questi elementi, il rischio è che anche il paradigma One Health resti confinato a un livello dichiarativo.</p>
<p>Sul piano internazionale, il dibattito in corso sul futuro accordo pandemico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità offre una finestra di opportunità. L’inclusione di clausole vincolanti che obblighino gli Stati a integrare la valutazione del rischio zoonotico nei flussi commerciali rappresenterebbe un passo significativo. Analogamente, una revisione del framework CITES che introduca esplicitamente criteri sanitari, ad esempio attraverso appendici dedicate al rischio zoonotico, contribuirebbe a colmare una lacuna strutturale.</p>
<p>Una prevenzione efficace richiede quindi un passaggio dalla risposta alla regolazione sistemica, integrando il rischio zoonotico nei meccanismi che governano il commercio internazionale.</p>
<p>Le evidenze disponibili indicano che il rischio zoonotico non è distribuito in modo casuale, ma segue le traiettorie del commercio globale. Continuare a trattarlo come un evento imprevedibile significa ignorarne le determinanti strutturali: la <em>preparedness</em> si costruisce anche nelle regole che governano i flussi economici e nelle modalità con cui le società interagiscono con la biodiversità.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Farmaci e ambiente: quanto inquina la medicina moderna?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna/</guid><pubDate>Fri, 24 Apr 2026 10:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Alessandra Romano</dc:creator><category>ambiente</category><description>Negli ultimi decenni il consumo globale di farmaci è cresciuto rapidamente, trainato dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle malattie croniche e dallo sviluppo di terapie sempre più sofisticate. Ma dietro queste evidenze si nasconde anche un lato meno visibile della medicina del nostro tempo: residui di principi attivi sono ormai rilevabili in fiumi, laghi e acque costiere di tutto il mondo, con effetti reali e potenziali sugli ecosistemi. Ne abbiamo parlato con Giovanna Paolone, coordinatrice del Gruppo di lavoro sull’impatto ambientale dei farmaci della Società Italiana di Farmacologia (SIF), Raffaella Sorrentino, membro del gruppo di lavoro, ed Emanuela Testai, ex dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità e membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Tossicologia (SITOX).</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sono il pilastro della medicina moderna, molecole in grado di debellare malattie un tempo incurabili. Stiamo parlando dei farmaci, eredi dei rimedi naturali utilizzati fin dall’Antico Egitto e oggi prodotti su larga scala grazie all’industrializzazione, che ha reso possibile trattare un numero crescente di pazienti e sviluppare nuove molecole in laboratorio. Ma dopo aver svolto la loro funzione, queste sostanze non scompaiono: vengono eliminate dall’organismo e possono continuare a circolare nell’ambiente, con effetti che vanno ben oltre quelli terapeutici. Negli ultimi due decenni la spesa sanitaria globale è più che raddoppiata e, secondo lo United Nations Enviroment Programme (UNEP), oggi vengono somministrati circa 4.000 farmaci, un quarto dei quali circa <a href="https://www.umweltbundesamt.de/en/themen/chemikalien/arzneimittel/the-uba-database-pharmaceuticals-in-the-environment" rel="noopener">finisce nelle acque</a> di almeno 89 Paesi diversi, spesso senza alcun processo di trattamento. La farmacologia moderna si configura così anche come una fonte crescente di inquinamento ambientale su larga scala. Un progresso che ha un costo anche in termini di equità, concentrandosi nei Paesi ad alto reddito, che secondo l&rsquo;Organizzazione mondiale della sanità <a href="https://www.who.int/publications/i/item/9789240041219" rel="noopener">assorbono circa l’80% della spesa sanitaria</a> globale, mentre oltre metà della popolazione mondiale resta senza accesso ai servizi essenziali e un terzo non può permettersi i farmaci necessari (dati World Health Organization).</p>
<p>Eppure, circa il 70% dei farmaci deriva dalla biodiversità — dalla morfina al captopril — ma allo stesso tempo contribuisce alla sua pressione e al suo declino. Un paradosso che rischia di trasformarsi in un effetto domino: dal danno agli ecosistemi fino a ricadute dirette sulla salute umana.</p>
<h2 id="dal-principio-attivo-alleffetto">Dal principio attivo all’effetto</h2><p>«Il problema è legato all’uso terapeutico, alla produzione industriale, alla zootecnia e allo smaltimento, soprattutto se inappropriato», spiega Giovanna Paolone, professoressa all&rsquo;Università di Verona e a capo del Gruppo di lavoro sull’impatto ambientale dei farmaci della Società Italiana di Farmacologia (SIF). «Il fenomeno è ampiamente documentato e in crescita, sebbene la distanza tra ciò che sappiamo e ciò che sarebbe necessario fare sia ancora tanta. Dai monitoraggi sistematici avviati in Europa, soprattutto dopo la Direttiva Quadro sulle Acque del 2000, sono state rilevate centinaia di molecole di farmaci e loro metaboliti nelle acque superficiali, nelle falde acquifere, nei suoli agricoli, nei sedimenti marini e persino nell&rsquo;acqua potabile di molte città europee».</p>
<p>I primi effetti dei farmaci sull’ambiente furono documentati negli anni ’90, quando uno <a href="https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/02757549408038554" rel="noopener">studio</a> pubblicato su <em>Chemistry and Ecology</em> ha rilevato la femminilizzazione dei pesci a valle degli impianti di trattamento delle acque reflue, attribuita alla presenza di composti estrogenici, con <a href="https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.0609568104" rel="noopener">conseguenze significative</a> per la sopravvivenza di diverse specie. Non solo: come spiega ancora Paolone, «Farmaci come gli inibitori della ricaptazione della serotonina (SSRI) alterano il comportamento riproduttivo e predatorio di pesci e anfibi a concentrazioni ambientali realistiche, mentre alcuni pesci manifestano agitazione permanente dopo l’esposizione alla caffeina. Un altro esempio famoso è la strage, nel subcontinente indiano, degli avvoltoi che si nutrivano di carcasse di bovini trattati con diclofenac, altamente nefrotossico per loro, a cui viene fatta risalire la nascita dell’ecofarmacovigilanza», ovvero l’insieme delle attività di rilevazione, valutazione e prevenzione degli effetti negativi legati alla presenza dei prodotti farmaceutici nell&rsquo;ambiente. </p>
<p>Un altro passaggio storico cruciale è segnato dalla pubblicazione di <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0304389407009909#tbl1" rel="noopener">uno dei primi studi</a>, agli inizi degli anni 2000, che correla le concentrazioni anomale di farmaci negli effluenti industriali alla resistenza antibiotica (AMR), con antibiotici come la ciprofloxacina che mostrano carichi pari a 45 kg al giorno (la quantità totale consumata in Svezia in cinque giorni!). «La resistenza agli antibiotici è accelerata dall’ambiente, poiché i batteri nei sedimenti fluviali e nei terreni agricoli fertilizzati con i fanghi di depurazione sono costantemente esposti a concentrazioni subterapeutiche di antibiotici: condizione ideale per la selezione e diffusione di geni di resistenza. Non è un caso che questa sia riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della sanità come una delle vie di amplificazione dell’AMR». </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Mappa dei bacini idrografici analizzati nello studio globale (137 in totale). I punti rappresentano gruppi di siti di campionamento distribuiti nei diversi bacini fluviali, mentre…" width="4179" height="2228" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Mappa dei bacini idrografici analizzati nello studio globale (137 in totale). I punti rappresentano gruppi di siti di campionamento distribuiti nei diversi bacini fluviali, mentre i Paesi sono colorati in base al numero totale di campioni raccolti. Fonte: Wilkinson <em>et al</em>, <a href="https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2113947119" rel="noopener">Pharmaceutical pollution of the world’s rivers</a>, <em>PNAS</em> (2022). Licenza: <a href="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/" rel="noopener">CC BY 4.0</a></p>

<h2 id="non-tutti-i-farmaci-inquinano-allo-stesso-modo">Non tutti i farmaci inquinano allo stesso modo</h2><p>I farmaci entrano nell’ambiente attraverso diverse vie – dall’escrezione dopo l’uso umano e animale allo smaltimento improprio, fino agli effluenti industriali. Si stima che tra il 30 e il 90% della dose somministrata per via orale sia generalmente escreta come principio attivo nelle urine di animali e umani. «Le classi di farmaci più problematiche sono antidolorifici come ibuprofene e diclofenac, antibiotici come ciprofloxacina e amoxicillina, estrogeni sintetici come l&rsquo;etinilestradiolo (EE2), antidepressivi, antiepilettici, beta-bloccanti», continua Paolone.</p>
<p>Gli effetti variano anche in base alla destinazione d’uso del farmaco, con differenze importanti tra farmaci umani, veterinari e agrofarmaci. «Le principali differenze tra farmaci umani e veterinari riguardano le vie di rilascio, la concentrazione delle sostanze e le specie ecologiche colpite. I primi tendono a contaminare il suolo attraverso lo spandimento di liquami, mentre i secondi prevalgono nell&rsquo;inquinamento idrico, costituendo entrambi una minaccia significativa in un contesto di One Health: umana, animale e ambientale», spiega la ricercatrice.</p>
<p>Mentre gli agrofarmaci – pesticidi, erbicidi, fungicidi e insetticidi – destano preoccupazione soprattutto per l’emivita lunga (il tempo necessario affinché concentrazione, attività o quantità di una sostanza si riduca al 50% del valore iniziale), la persistenza nell’ambiente (accumulo per lunghi periodi) e la resistenza al dilavamento (rimozione da parte di pioggia o irrigazione). «Il suolo è il primo recettore. Alcune molecole hanno emivita molto lunga e si accumulano negli strati profondi, alterandone il microbiota. Inoltre attraverso il ruscellamento raggiungono fiumi, laghi e falde acquifere, con conseguente tossicità per pesci, anfibi e invertebrati acquatici. Nel mio laboratorio abbiamo confermato gli effetti neurotossici di alcuni pesticidi in un modello preclinico. Alcune sostanze alterano l’orientamento, la memoria e la riproduzione delle api, così come ne risentono gli uccelli insettivori. Il quadro normativo è complesso e in forte evoluzione. Il pilastro centrale è il Regolamento (CE) n. 1107/2009, che disciplina l&rsquo;autorizzazione e l&rsquo;immissione sul mercato dei prodotti fitosanitari. Il sistema funziona su due livelli, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) valuta le sostanze attive, mentre gli stati membri valutano e autorizzano i prodotti a livello nazionale. In Italia l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) monitora e valuta l’impatto ambientale dei fitofarmaci. I residui negli alimenti sono invece disciplinati dal Regolamento (CE) 396/2005», prosegue Paolone.</p>
<h2 id="la-situazione-in-italia">La situazione in Italia</h2><p>In Italia, le analisi delle acque, condotte in 23 stazioni distribuite lungo il territorio e selezionate nei punti più critici (a valle dei depuratori, nelle aree urbane e nei contesti agricoli) mostrano una presenza diffusa di farmaci nell’ambiente, soprattutto di farmaci come il diclofenac e ormoni (estradiolo ed estrone). È quanto emerge dal primo <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/primo-monitoraggio-delle-sostanze-dellelenco-di-controllo-watch-list" rel="noopener">rapporto ISPRA sul monitoraggio delle sostanze della Watch List</a>, un sistema europeo di sorveglianza delle sostanze emergenti previsto dalla Direttiva 2013/39/UE per valutarne i rischi ambientali. In alcuni casi le concentrazioni raggiungono centinaia di nanogrammi per litro (oltre 600 ng/L per il diclofenac e fino a 400 e 200 ng/L rispettivamente per azitromicina e claritromicina) con una marcata stagionalità legata all’aumento delle prescrizioni nei mesi invernali. Il quadro evidenzia una distinzione tra fonti urbane e rurali, ma un’origine comune: l’uso diffuso di farmaci, i cui residui sfuggono ai sistemi di depurazione e raggiungono i corpi idrici.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1375" height="440" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Livello di rischio dei 90 farmaci selezionati nel 2022, suddiviso per macro-area italiana. Le lettere maiuscole indicano i gruppi di livello I dell&rsquo;ATC. Fonte: Giunchi <em>et al</em>, <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12035592/" rel="noopener">Assessing the environmental impact of medicines in Italy using data from the Italian Medicines Agency</a>. <em>Bri Cilm Pharmacol</em> (2025) Licenza: <a href="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/" rel="noopener">CC BY 4.0</a></p>
<p>In Italia sono stati identificati 13 farmaci ad alto rischio ambientale, tra cui betabloccanti (olmesartan, lacidipina), antibiotici (amoxicillina, azitromicina, ofloxacina), antidepressivi (venlafaxina, sertralina) e antiparassitari (permetrina, atovaquone). Un recente studio dell’Università di Bologna e dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha integrato dati provenienti da OsMed, il database dell’AIFA che monitora consumi e prescrizioni di farmaci in Italia, e indicatori di tossicità ecologica, analizzando i farmaci più prescritti, quelli inclusi nelle Watch List europee e le molecole più pericolose per gli ecosistemi acquatici. Quasi la metà dei principi attivi è risultata di interesse tossicologico, per l’elevato utilizzo (come amoxicillina, ibuprofene e diclofenac) o per valori molto bassi di concentrazione predittiva di tossicità (PNEC), la soglia sotto la quale una sostanza non dovrebbe causare danni agli ecosistemi: valori molto bassi segnalano una maggiore criticità ambientale (come nel caso di estradiolo e lacidipina).</p>
<p>Il rischio non è uniforme sul territorio: il Centro emerge come area più critica, con la presenza di numerosi principi attivi ad alto rischio, tra cui clotrimazolo, clindamicina, ciprofloxacina, imatinib, montelukast, ebastina e atovaquone. Centro e Sud mostrano un maggiore consumo di antibiotici, come azitromicina e ofloxacina, e antimicotici come il miconazolo. Nel Nord, invece, prevale l’uso di ormoni a scopo contraccettivo (levonorgestrel). </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-3.png.webp 765w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="765" height="430" loading="lazy" decoding="async">
Molecole incluse nella Watch List europea, con indicazione di periodi e modalità di monitoraggio nelle acque superficiali. Fonte: ISPRA, Primo rapporto sul monitoraggio delle sostanze della Watch List.</p>
<h2 id="dispositivi-e-rifiuti-limpatto-nascosto-delle-terapie-glp-1">Dispositivi e rifiuti: l’impatto nascosto delle terapie GLP-1</h2><p>Un’altra grande categoria di farmaci che sta facendo discutere per il potenziale contributo all’inquinamento e l’impatto sulla salute degli ecosistemi è quella delle terapie con agonisti del GLP-1, oggi sempre più diffusi nel trattamento di diabete di tipo 2 <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/obesita-farmaci-glp1-equita/">e obesità</a>. «Si tratta di molecole molto diverse dai farmaci tradizionali», spiega Raffaella Sorrentino, membro del Gruppo di lavoro sull’impatto ambientale dei farmaci della Società Italiana di Farmacologia (SIF). «Sono peptidi, cioè catene di amminoacidi, la cui produzione richiede processi complessi, con un uso intensivo di solventi e numerosi passaggi di purificazione. Ne deriva l’elevato E-factor, cioè la quantità di scarti generati per ogni chilogrammo di prodotto, che rende questi farmaci più “pesanti” in fase produttiva rispetto a molte piccole molecole. Dal punto di vista complessivo, l’impatto ambientale di queste terapie deriva da tre componenti principali: la sintesi del principio attivo, relativamente intensiva in termini di solventi; la produzione dei dispositivi di somministrazione; e la gestione dei rifiuti». </p>
<p>Secondo <a href="https://pursuit.unimelb.edu.au/articles/taking-toxic-waste-out-of-the-booming-peptide-drug-industry" rel="noopener">alcune stime</a>, per produrre un solo chilogrammo di questi farmaci possono servire fino a 14.000 kg di solventi, contro i 300 kg circa necessari per i farmaci tradizionali. A questo si aggiunge l’impatto dei dispositivi: le terapie sono spesso somministrate tramite penne o siringhe pre-riempite, che garantiscono precisione di dosaggio, stabilità del principio attivo e facilità d’uso, ma contribuiscono alla produzione di rifiuti plastici. Tuttavia, osserva Sorrentino, tecnologie analoghe esistono da anni (come per insulina ed eparina) e stanno evolvendo verso soluzioni riutilizzabili e più efficienti, anche per i GLP-1, con lo sviluppo di formulazioni orali.</p>
<p>Inoltre, «I GLP-1 sono attivi a quantità molto basse, dell’ordine di pochi milligrammi (mg), rispetto ad antibiotici o analgesici di largo consumo (dosaggio vicino al grammo). Per esempio, nel trattamento del diabete tipo 2 gli agonisti del GLP-1 sono attivi a 2-5 mg e la somministrazione di solito è settimanale. Mentre le sulfaniluree oscillano tra 5-10mg o 30-120 mg al giorno e sono spesso usati in combinazione con la metformina, con dosaggi medi di 500 mg, 2-3 volte al dì», continua Sorrentino.</p>
<p>Questo consente, a parità di patologia, di trattare molti più pazienti diabetici e nel contempo ottenere benefici clinici notevoli, come la riduzione delle complicanze cardiovascolari e renali e minore ricorso a ulteriori terapie e ospedalizzazioni che a loro volta impatterebbero sull’ambiente.</p>
<h2 id="dati-parziali-problema-globale">Dati parziali, problema globale</h2><p>Se le evidenze su animali ed ecosistemi sono numerose, non vale lo stesso per gli effetti sull’essere umano, specie quelli relativi a un’esposizione cronica, ancora poco chiari. «Inoltre, i metaboliti sono poco monitorati», puntualizza Paolone. «Spesso il farmaco escreto è parzialmente metabolizzato e i metaboliti possono essere più o meno attivi del composto iniziale. Infine, c’è da considerare che molte molecole spesso si ricombinano insieme nell’ambiente».</p>
<p>Mancano depuratori progettati per rimuovere i farmaci e limiti legali per la quasi totalità dei farmaci nell’acqua potabile, insieme a una valutazione esaustiva del rischio ambientale pre-immissione in commercio. A questo si aggiunge la conoscenza fortemente disomogenea a livello globale: «I Paesi a basso e medio reddito sono monitorati pochissimo. Nonostante le concentrazioni di antibiotici rilevate in alcuni fiumi siano di ordini di grandezza superiori a quelli europei ma i dati sistematici mancano», prosegue la ricercatrice.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-4.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-4.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/farmaci-ambiente-quanto-inquina-medicina-moderna-body-4.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="4200" height="2578" loading="lazy" decoding="async">
Percentuale di siti del monitoraggio globale in cui le concentrazioni rilevate superano diverse soglie di sicurezza: quelle ecotossicologiche per organismi acquatici (arancione), quelle ambientali critiche (CEC) basate sugli effetti farmacologici stimati (verde) e quelle legate al rischio di resistenze antimicrobiche (blu). Fonte: Wilkinson <em>et al</em>, <a href="https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2113947119" rel="noopener">Pharmaceutical pollution of the world’s rivers</a>, <em>PNAS</em> (2022). Licenza: <a href="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/" rel="noopener">CC BY 4.0</a></p>
<p>Secondo un’ampia <a href="https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2113947119" rel="noopener">revisione</a> della letteratura, condotta dall’Università di York e dal Centro di scienze idriche del Midwest centrale del Servizio Geologico degli Stati Uniti (USGS) e pubblicata nel 2022 su <em>PNAS</em>, la maggior parte delle ricerche si è concentrata su 75 Paesi su 196, in particolare in Nord America ed Europa occidentale. «Il minore spettro di farmaci rilevati in Africa e negli stati dell&rsquo;America Latina e dei Caraibi non è dovuto a livelli di inquinamento inferiori, ma alla mancanza di laboratori ambientali attrezzati e finanziati per monitorare i farmaci nelle matrici ambientali», spiega Emanuela Testai, membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Tossicologia (SITOX). «Le apparecchiature necessarie sono costose da acquistare e da mantenere; pertanto, quasi tutti i campioni d&rsquo;acqua inclusi nel database per l&rsquo;Africa (con l&rsquo;eccezione del Sudafrica) sono stati analizzati in paesi industrializzati».</p>
<p>La review condotta dall’USGS ha scoperto che i campioni più contaminati prevenivano proprio dalle zone geografiche sottorappresentate, come Paesi africani (Etiopia, Tunisia, Repubblica Democratica del Congo, Kenya e Nigeria) e asiatici (Pakistan, India, Armenia, Palestina, Cina). Diversi principi attivi farmaceutici (API), come il paracetamolo, sono stati rilevati in tutti i continenti. I valori di carbamazepina, metformina e caffeina superavano il 50%. Circa un quarto dei siti campionati ha riportato valori di API con potenziali effetti ecologici, in particolare per sulfametossazolo, propranololo, loratadina, amitriptilina, citalopram, fexofenadina, verapamil e ketotifene. 9 antibiotici su 13 superavano le soglie di sicurezza, con la ciprofloxacina che ha superato il limite in 64 siti.</p>
<h2 id="effetto-cocktail-quando-gli-inquinanti-si-incontrano">Effetto cocktail: quando gli inquinanti si incontrano</h2><p>Quando si parla di sostanze persistenti nell’ambiente, il pensiero corre anche verso un&rsquo;altra grande famiglia di molecole, quella delle sostanze <a href="https://www.efsa.europa.eu/it/topics/per-and-polyfluoroalkyl-substances-pfas" rel="noopener">per- e polifluoroalchiliche</a> (PFAS), utilizzate per le loro proprietà di resistenza all&rsquo;acqua, al grasso e alle macchie in numerosi prodotti. «PFAS, farmaci attivi e microplastiche spesso coesistono nei comparti acquatici a causa di scarichi urbani e non, acque reflue e altre fonti antropiche», spiega Testai. «Oggi non ci sono evidenze sperimentali sufficientemente robuste che dimostrino gli impatti a lungo termine associati alla presenza contemporanea di queste sostanze negli ecosistemi naturali».</p>
<p>Ma se la triade API-microplastiche-PFAS è improbabile, caso ben diverso è quello dell’interazione tra microplastiche e PFAS, dove le prove a supporto sono in aumento: «Le prime possono fungere da vettori per alcuni PFAS, che si adsorbono (ovvero aderiscono) sulla loro superficie per le loro proprietà chimico-fisiche, con implicazioni per la tossicità complessiva nell’ambiente. È meno plausibile che ciò possa accadere con principi attivi di farmaci, generalmente con forti caratteristiche di idrosolubilità», continua la ricercatrice.</p>
<p>Le microplastiche non vengono “assorbite” nel tratto gastrointestinale, essendo eliminate con le feci. Tuttavia, il passaggio nell’apparato intestinale può favorire processi infiammatori, perché le sostanze sulla loro superficie possono essere rilasciate e diventare biodisponibili – essere cioè assorbite dai tessuti ed entrare nel circolo sanguigno. «Oggi una parte della ricerca si concentra proprio sulle esposizioni combinate di più sostanze, con approcci sempre più raffinati, come quelli promossi dall’EFSA. La valutazione dei rischi avviene di solito in ottica One Health, in modo da avere un quadro completo. Per esempio, da decenni le richieste di produzione di dati regolatori coprono i tre pilastri One Health (umano, animale e ambiente) per valutare la sicurezza di pesticidi e biocidi».</p>
<h2 id="tra-innovazione-tecnologica-e-vuoti-normativi">Tra innovazione tecnologica e vuoti normativi</h2><p>Una prima risposta viene dalla <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:32024L3019" rel="noopener">Direttiva UE 2024/3019</a>, recentemente entrata in vigore e al centro di forti tensioni con l’industria farmaceutica, perché rafforza gli obblighi su raccolta e trattamento delle acque reflue urbane. Ma il vero salto di qualità, secondo Testai, «Sarebbe combinare la riduzione del consumo di farmaci con il potenziamento degli impianti di depurazione, tecnologie avanzate e pensate per le caratteristiche chimico fisiche dei principi attivi dei farmaci e/o dei metaboliti (spesso diverse dalle sostanze chimiche considerate tradizionalmente come ‘inquinanti’)».</p>
<p>Soluzioni efficaci su cui hanno investito in Europa Paesi come Germania, Paesi Bassi e Svezia, ma costose e difficili da implementare su larga scala. Anche i progressi avvenuti nel campo delle biotecnologie e la digital transformation, che hanno rivoluzionato la medicina e il modo di progettare i farmaci, potrebbero rivelarsi preziosi. «Lo sviluppo di farmaci biologici e terapie geniche ad alta selettività ha aumentato l’efficacia dei trattamenti e ne ha ridotto gli effetti collaterali, insieme all’uso di nanotecnologie, che consentono di ingegnerizzare nanoparticelle capaci di veicolare i principi attivi direttamente nelle cellule bersaglio», continua Testai. L’avvento dell’industria 4.0 (la convergenza tra sistemi fisici e <a href="https://www.ptpo.camcom.it/servizi/digitaliz/tecnologie/tecno-abilitanti" rel="noopener">tecnologie digitali</a> come la stampa3D e i Big data) ha reso possibile la medicina di precisione e l’utilizzo quantità di farmaco esatta, evitando sovradosaggi. L’Intelligenza artificiale (AI) e il machine learning potrebbero supportare la progettazione di nuove molecole anche da zero, riducendo tempi e costi della ricerca.</p>
<p>Restano però dei limiti, fa notare Testai: «Queste tecnologie sono applicabili solo a principi attivi noti e la loro produzione è energivora e complessa (bioreattori, purificazione, catena del freddo), richiedono spesso refrigerazione, possono generare molti rifiuti (materiali monouso sterili, plastica, filtri) e il destino ambientale delle molecole utilizzate è quasi sempre sconosciuto».</p>
<h2 id="curare-senza-inquinare-la-sfida-della-medicina-sostenibile">Curare senza inquinare: la sfida della medicina sostenibile</h2><p>A questo punto la domanda non è più se i farmaci abbiano un impatto sull’ambiente, ma come ridurlo senza compromettere i benefici per la salute. Una delle risposte più promettenti è la progettazione “green”, «Che mira a integrare sostenibilità ambientale e salute umana già nella fase di ideazione e sviluppo delle molecole e dei processi produttivi», racconta Testai. «Ciò significa progettare molecole meno persistenti, adottare principi di chimica verde nei processi di sintesi e formulazione, processi produttivi sostenibili ed efficienti, limitando l’uso di sostanze tossiche e la produzione di scarti. Questi criteri rientrano nel paradigma del Safe and Sustainable by Design (SSbD), un approccio che mira a ridurre effetti indesiderati sia per i pazienti sia per gli ecosistemi fin dalla progettazione».</p>
<p>Il quadro normativo rimane però controverso. Per esempio, nell’Unione europea il regolamento CLP (Classification, Labelling and Packaging), molto conservativo, si limita alla valutazione della pericolosità di una sostanza indipendentemente dalla dose di esposizione, che è invece un pilastro fondamentale quando si esamina il profilo di sicurezza di qualunque sostanza chimica. Poi c’è il problema degli interferenti endocrini, «Sostanze che possono alterare il funzionamento del sistema endocrino umano causando disfunzioni ormonali, già soggetti alle severe restrizioni imposte dal regolamento REACH (Registration, Evaluation, Authorization of CHemiclas) adottato dal Parlamento Europeo, sebbene manchino ancora criteri condivisi a livello internazionale», spiega Paolone.</p>
<p>Ma accanto ai limiti, stanno emergendo nuovi modelli di governance: «Tra le proposte più discusse c’è il principio di responsabilità estesa del produttore, secondo cui chi immette un farmaco sul mercato dovrebbe contribuire ai costi del suo trattamento nelle acque reflue. In Europa, la Francia ha introdotto meccanismi simili», continua la ricercatrice.</p>
<p>La direzione è chiara, ma l’integrazione tra sostenibilità, innovazione e pratica clinica deve ancora avvenire. È il concetto di appropriatezza ambientale, che rappresenta l’estensione naturale di due pilastri della pratica clinica: appropriatezza prescrittiva e aderenza alla terapia. «Significa usare il farmaco giusto, per il paziente giusto, nel momento giusto e per il tempo necessario, migliorando esiti clinici, riducendo sprechi e trattamenti inutili e, di conseguenza, abbassando anche l’impatto ambientale complessivo», conclude Sorrentino.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>A Santa Marta per dire addio alle fonti fossili ai tempi della crisi energetica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/santa-marta-addio-fonti-fossili-crisi-energetica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/santa-marta-addio-fonti-fossili-crisi-energetica/</guid><pubDate>Thu, 23 Apr 2026 19:06:00 +0200</pubDate><dc:creator>Novella Gianfranceschi</dc:creator><category>ambiente</category><description>Nella cornice della città colombiana di Santa Marta si discute di come abbandonare carbone, petrolio e gas, strategia complessa soprattutto ora che è bastato chiudere Hormuz per prenderci alla gola.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/santa-marta-fonti-fossili.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/santa-marta-fonti-fossili.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>A Santa Marta, in Colombia, dal 24 al 29 aprile si tiene la prima conferenza internazionale dedicata all&rsquo;abbandono delle fonti fossili. Il contesto è noto: la guerra in Iran ha provocato il terzo shock energetico in meno di un decennio, dopo la pandemia e l&rsquo;invasione russa dell&rsquo;Ucraina. È l&rsquo;ennesima crisi a mostrare la fragilità dei sistemi fondati su petrolio, gas e carbone: &ldquo;costosi, volatili, esposti ai conflitti, ostaggi della geopolitica&rdquo;, dunque necessaria la transizione.</p>
<p>I dati dell&rsquo;<a href="https://www.iea.org/reports/global-energy-review-2026" rel="noopener">Agenzia internazionale dell&rsquo;energia</a> delineano uno scenario di cambiamento: nel 2025 la domanda di petrolio, carbone e gas è cresciuta più lentamente rispetto al 2024, mentre la domanda globale di elettricità è aumentata circa 2,3 volte più rapidamente della domanda energetica complessiva.</p>
<h2 id="dalla-cop-28-a-santa-marta">Dalla COP 28 a Santa Marta</h2><p>Santa Marta si inserisce in una storia più lunga di diplomazia climatica. Per decenni petrolio, carbone e gas sono rimasti &ldquo;l&rsquo;elefante nella stanza dei negoziati sul clima&rdquo;. Solo alla COP 28 di Dubai il tema è entrato esplicitamente nel linguaggio multilaterale con la formula &ldquo;transitioning away from fossil fuels&rdquo;. Tuttavia, dopo quel negoziato rimane aperta la questione centrale: che cosa significhi davvero, sul piano politico e operativo, abbandonare i combustibili fossili. Molti Paesi si aspettavano una risposta dalla COP 30 di Belém, ma quella risposta non è arrivata.</p>
<p>Il summit di Santa Marta risulta da questa incognita, che dipende in parte dal meccanismo di voto nei processi decisionali delle COP: &ldquo;non si vota a maggioranza, ma per consenso, cioè un testo viene approvato solo se nessuno dei 198 Paesi partecipanti solleva obiezioni&rdquo;. È questo meccanismo che finora ha impedito di raggiungere un accordo formale sull&rsquo;abbandono dei combustibili fossili.</p>
<p>Alla COP di Belém, alcuni petrostati si sono opposti a un&rsquo;implementazione formale del <em>transitioning away from fossil fuels</em>. Da quel tentativo fallito, Colombia e Paesi Bassi hanno promosso il forum di Santa Marta. Alla conferenza partecipano circa sessanta Paesi, tra cui Italia e Unione europea, ma anche produttori di petrolio e gas come Australia, Canada e Brasile. Assenti: Stati Uniti, Cina, India e i principali Paesi del Golfo, sebbene i governi coinvolti rappresentino comunque circa un terzo della domanda globale di combustibili fossili, un quinto della produzione mondiale e un PIL combinato di 42 mila miliardi di dollari.</p>
<h2 id="cosa-non-è-santa-marta">Cosa non è Santa Marta</h2><p>Per capire questa conferenza, bisogna partire da cosa non è Santa Marta: &ldquo;non è un mini negoziato ONU, non produrrà un testo multilaterale vincolante e non intende sostituire il percorso delle COP&rdquo;. I documenti ufficiali insistono su questo punto: la conferenza è pensata come uno spazio complementare, orientato all&rsquo;implementazione, per Paesi già disposti a discutere in termini concreti una transizione &ldquo;giusta, ordinata ed equa&rdquo;.</p>
<p>Il summit è organizzato con una serie di segmenti: quello accademico, quello della società civile e quello ministeriale, che chiuderà i lavori. Da lì dovrebbe emergere un documento conclusivo con proposte destinate a confluire nel percorso che porterà dalla COP 30 alla COP 31. Il chair&rsquo;s summary non dovrebbe essere pubblicato nell&rsquo;ultimo giorno della conferenza: anche questo dettaglio conferma che Santa Marta va letta più come una tappa di un processo che come un evento risolutivo in sé.</p>
<h2 id="dodici-azioni-chiave-dagli-scienziati">Dodici azioni chiave dagli scienziati</h2><p>Il documento finale sarà costruito anche a partire da un <a href="https://www.carbonbrief.org/revealed-scientists-tell-colombia-fossil-fuel-transition-summit-to-halt-new-expansion/" rel="noopener">rapporto</a> commissionato a un gruppo internazionale di scienziati e scienziate, dal titolo <em>Action insights for the Santa Marta process</em>. Il report propone dodici azioni chiave: l&rsquo;eliminazione dei sussidi alla produzione e al consumo di combustibili fossili, l&rsquo;avvio di un percorso legale per vietarne la pubblicità, lo stop ai nuovi progetti di estrazione e alle nuove infrastrutture fossili, forti tagli alle emissioni di metano, l&rsquo;accelerazione dell&rsquo;elettrificazione e l&rsquo;inserimento di obiettivi di riduzione dei fossili nei piani climatici nazionali. Non considerare il gas naturale come combustibile di transizione.</p>
<p>Come ha osservato Valeria Zanini, analista di diplomazia climatica di Ecco: &ldquo;la vera sfida di Santa Marta non è fare una semplice lista della spesa, ma far confluire le proposte per la transizione nei lavori della roadmap per l&rsquo;abbandono delle fonti fossili portata avanti dalla presidenza della COP 30&rdquo;.</p>
<h2 id="il-nodo-del-debito">Il nodo del debito</h2><p>Santa Marta è il primo passo, ma la trasformazione dei sistemi energetici dipenderà anche da un nodo cruciale: il debito. Un <a href="https://static1.squarespace.com/static/68e6ae733b9cf960924400c3/t/69e05dbdce6ff4131293838c/1776311741231/Spillover&#43;Effects.pdf" rel="noopener">rapporto</a> pubblicato dalla campagna Fossil Fuel Treaty Initiative sostiene che &ldquo;l&rsquo;attuale architettura finanziaria stia intrappolando molti Paesi del Sud globale in un circolo vizioso&rdquo;. Dal 2010 i Paesi a basso e medio reddito hanno più che raddoppiato il proprio debito estero, arrivato nel 2024 a quasi 9 mila miliardi di dollari.</p>
<p>Molti Stati, per ripagare il debito, usano proprio i proventi di petrolio, carbone e gas, mentre la stessa espansione fossile impone nuovo indebitamento e restringe lo spazio fiscale necessario a investire in alternative energetiche. In alcuni casi, come la Colombia, le misure di austerità collegate ai programmi di prestito del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale limitano gli investimenti pubblici nelle rinnovabili.</p>
<p>Dunque, la transizione non potrà essere soltanto una sostituzione energetica, ma richiederà anche una revisione delle strutture finanziarie. Se il summit colombiano avrà un valore, sarà misurabile soprattutto nella sua capacità di portare la discussione dell&rsquo;abbandono delle fonti fossili su un piano operativo e sulle condizioni materiali necessarie alla sua realizzazione, incluso il superamento del debito dei Paesi più poveri verso quelli più ricchi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Clima, ambiente e conflitti: implicazioni etiche per la medicina e la garanzia della cura</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/clima-ambiente-conflitti-implicazioni-etiche-medicina-garanzia-cura/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/clima-ambiente-conflitti-implicazioni-etiche-medicina-garanzia-cura/</guid><pubDate>Mon, 13 Apr 2026 08:05:00 +0100</pubDate><category>ambiente</category><description>Negli ultimi decenni, il concetto di sicurezza ha subito una profonda trasformazione.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/clima-ambiente-conflitti-implicazioni-etiche-medicina-garanzia-cura-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/clima-ambiente-conflitti-implicazioni-etiche-medicina-garanzia-cura-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi decenni, il concetto di sicurezza ha subito una profonda trasformazione. Tradizionalmente associata alla difesa militare degli Stati e alla protezione dei confini nazionali, oggi la sicurezza include dimensioni economiche, energetiche, ambientali e sanitarie. Le crisi globali contemporanee (<a href="https://www.who.int/europe/news-room/fact-sheets/item/climate-change" rel="noopener">cambiamento climatico</a>, degrado degli ecosistemi, pandemie, conflitti armati e disuguaglianze sociali in una popolazione mondiale che sta aumentando e invecchiando) mostrano con crescente risalto che la salute umana dipende da fattori sistemici che <a href="http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736%2815%2960901-1" rel="noopener">trascendono il settore sanitario</a>.</p>
<p>La pandemia di COVID-19 ha reso evidente la vulnerabilità delle società contemporanee e ha contribuito a diffondere il concetto di “<a href="https://iris.who.int/server/api/core/bitstreams/581661bd-f9c9-4ee1-967d-002e3b934275/content" rel="noopener">sicurezza sanitaria</a>”. Tuttavia, l’enfasi politica sulla preparazione alle pandemie e sulla biosicurezza rischia talvolta di restringere il campo della riflessione etica, spostando l’attenzione dalla tutela universale della salute verso una logica prevalentemente emergenziale e tecnologica.</p>
<p>Allo stesso tempo, i determinanti ambientali della salute stanno assumendo un peso crescente sul carico globale di malattia. L’inquinamento atmosferico, delle acque e dei suoli, il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità rappresentano oggi alcune delle <a href="http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736%2815%2960901-1" rel="noopener">principali minacce sanitarie</a> del XXI secolo. Si <a href="https://www.eea.europa.eu/en/analysis/publications/harm-to-human-health-from-air-pollution-burden-of-disease-status-2025" rel="noopener">stima</a> che in Europa che tali fattori contribuiscano ogni anno da 182.000 a 206.000 morti premature ascrivibili solo a PM2.5, considerando rispettivamente l’Europa a 27 o a 40 Paesi. </p>
<p>Parallelamente, il contesto geopolitico internazionale è caratterizzato da un aumento delle tensioni e da una <a href="https://eda.europa.eu/docs/default-source/brochures/2025-eda_defencedata_web.pdf" rel="noopener">crescita significativa</a> della spesa militare. Questo scenario solleva interrogativi cruciali sul modo in cui i Paesi europei definiscono e perseguono la sicurezza collettiva.</p>
<p>In questo quadro emerge la necessità di ripensare il rapporto tra salute, sicurezza e politiche pubbliche. Il presente articolo propone una riflessione interdisciplinare che integri prospettive epidemiologiche, politiche ed etiche, con particolare attenzione al ruolo della professione medica nella promozione della salute pubblica e nella difesa del diritto alla cura.</p>
<h2 id="determinanti-ambientali-della-salute-in-europa">Determinanti ambientali della salute in Europa</h2><p>L’ambiente rappresenta uno dei <a href="http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736%2815%2960901-1" rel="noopener">principali determinanti della salute umana</a>. L’esposizione cronica a inquinanti atmosferici è associata a un <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2824%2901822-1/abstract?dgcid=tlcom_carousel1_lancetcountdown24_lancet" rel="noopener">aumento significativo</a> del rischio di patologie cardiovascolari, respiratorie e oncologiche.</p>
<p>Il particolato fine (PM₂.₅), prodotto principalmente da combustioni industriali, traffico e attività energetiche in genere, è considerato uno dei fattori di rischio ambientali più rilevanti. Secondo le <a href="https://www.eea.europa.eu/en/analysis/publications/harm-to-human-health-from-air-pollution-burden-of-disease-status-2025" rel="noopener">stime della European Environment Agency</a>, nell’Europa a 27 Paesi 182.000 e considerando l’Europa a 40 Paesi 206.000 morti premature ogni anno sono attribuibili all’esposizione a livelli di PM₂.₅ superiori alle ultime raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 2021.</p>
<p>Accanto all’inquinamento atmosferico occorre considerare anche quei determinanti di salute legati alle varie contaminazioni dei suoli e delle acque, anch&rsquo;esse oggetto di studio e di specifica normativa a tutela della salute umana. </p>
<p>Il cambiamento climatico amplifica ulteriormente questi rischi. L’aumento delle temperature medie globali favorisce l’intensificazione delle ondate di calore, con conseguenze particolarmente gravi per anziani, soggetti fragili e persone affette da patologie croniche.</p>
<p><a href="https://www.nature.com/articles/s41591-023-02419-z" rel="noopener">Studi epidemiologici</a> recenti stimano che le ondate di calore abbiano causato oltre 61.672 decessi in Europa durante l’estate del 2022 e circa 47.690 nel 2023, evidenziando l’impatto crescente delle temperature estreme sulla mortalità nel continente.</p>
<p>Eventi meteorologici estremi, come ondate di calore, alluvioni, piogge estreme, siccità e incendi boschivi, tornado e uragani, producono inoltre <a href="https://www.who.int/europe/news-room/fact-sheets/item/climate-change" rel="noopener">effetti indiretti</a> sulla salute attraverso l’interruzione delle catene alimentari, la contaminazione delle risorse idriche e l’aumento dei disturbi psicologici associati ai disastri ambientali. Dal punto di vista economico, i costi economici dei 1.670 disastri correlati ai cambiamenti climatici avvenuti negli ultimi 50 anni in Europa sono stati stimati pari a 477 miliardi di dollari.</p>
<p>Le proiezioni epidemiologiche indicano inoltre che, in assenza di efficaci politiche di mitigazione climatica, la mortalità associata al caldo <a href="https://www.thelancet.com/journals/lanplh/article/PIIS2542-5196%2817%2930156-0/fulltext" rel="noopener">potrebbe aumentare significativamente</a> nelle prossime decadi in Europa.</p>
<h2 id="comparto-militare-conflitti-armati-militarizzazione-e-salute">Comparto militare, conflitti armati, militarizzazione e salute</h2><p>I conflitti armati provocano sempre una distruzione dell’ambiente fisico, oltre che sociale ed economico, per la distruzione di abitazioni e infrastrutture, di aree forestale e agricole.  E tali danni in genere persistono anche per molto tempo dopo la fine dei conflitti. I conflitti armati rappresentano quindi <a href="https://pensiero.it/catalogo/libri/guerra-o-salute/" rel="noopener">una delle più gravi minacce alla salute pubblica</a> globale: oltre alle vittime dirette, le guerre producono effetti sanitari di lungo periodo, tra cui la distruzione delle infrastrutture sanitarie, la contaminazione ambientale e l’interruzione dei servizi essenziali.</p>
<p>Anche in tempo di pace, il mantenimento degli eserciti, le esercitazioni militari, la produzione e sperimentazione di armi provocano sia un impoverimento delle risorse sia l’immissione di sostanze tossiche nell’ambiente.</p>
<p> Le crisi belliche inoltre <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2815%2900150-6/abstract" rel="noopener">generano</a> spesso migrazioni forzate su larga scala e aggravano condizioni di povertà e insicurezza alimentare. In tali contesti, la mancanza di accesso a cure mediche adeguate e a servizi igienico-sanitari favorisce la diffusione di malattie infettive e l’aumento della mortalità.</p>
<p>Negli ultimi anni la crescente instabilità geopolitica ha determinato un significativo incremento dei conflitti armati, come risulta dalle registrazioni dell’<a href="https://ucdp.uu.se/" rel="noopener">Uppsala Data Program</a>, il sistema di sorveglianza implementato dal Department of Peace and Conflict Research dell’Università di Uppsala che registra i conflitti armati dal 1975. Nel 2024 i conflitti attivi erano 185 e hanno prodotto 161.100 morti. I Paesi dell’Unione Europea proprio nel 2024 <a href="https://eda.europa.eu/docs/default-source/brochures/2025-eda_defencedata_web.pdf" rel="noopener">hanno destinato</a> circa 343 miliardi di euro alla difesa, con una previsione di aumento a circa 381 miliardi nel 2025.</p>
<p>Sebbene la spesa sanitaria complessiva dell’Unione Europea sia significativamente superiore (circa 1.720 miliardi di euro nel 2023, pari a circa il 10% del PIL), <a href="https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2024/11/health-at-a-glance-europe-2024_bb301b77/b3704e14-en.pdf" rel="noopener">solo una quota relativamente limitata</a> di tali risorse è destinata alla prevenzione e alla tutela della salute ambientale.</p>
<p>Questa asimmetria evidenzia una possibile distorsione nelle priorità politiche: mentre i rischi ambientali e climatici rappresentano una delle principali cause di mortalità evitabile, gli investimenti nella prevenzione rimangono relativamente modesti.</p>
<h2 id="sicurezza-umana-e-salute-planetaria">Sicurezza umana e salute planetaria</h2><p>Negli ultimi decenni sono emersi nuovi quadri concettuali che propongono una visione più ampia della sicurezza. Il concetto di sicurezza umana, introdotto dal <a href="https://hdr.undp.org/content/human-development-report-1994" rel="noopener">Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo</a> nel 1994, pone al centro la protezione degli individui e delle comunità da minacce che compromettono la sopravvivenza, il benessere e la dignità.</p>
<p>Parallelamente, nell’ambito della salute globale, l’accento posto sui determinanti ecosistemici (Planetary health, One health) <a href="http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736%2815%2960901-1" rel="noopener">sottolinea l’interdipendenza</a> tra la salute umana e l’integrità dei sistemi naturali.</p>
<p>Secondo questa prospettiva, la salute delle popolazioni dipende dalla stabilità climatica, dalla biodiversità e dalla sostenibilità degli ecosistemi. Il degrado ambientale e il cambiamento climatico rappresentano quindi non solo problemi ecologici, ma anche gravi minacce sanitarie.</p>
<p>Integrare questi concetti nelle politiche europee si ritiene che contribuisca a sviluppare strategie più efficaci per affrontare le crisi contemporanee, promuovendo una visione della sicurezza centrata sulla protezione della vita e del benessere umano.</p>
<h2 id="dalla-sicurezza-sanitaria-alla-garanzia-della-cura">Dalla sicurezza sanitaria alla garanzia della cura</h2><p>Nel dibattito politico contemporaneo la salute viene spesso interpretata principalmente in termini di “sicurezza sanitaria”, ovvero come capacità di prevenire e gestire minacce biologiche su larga scala, come pandemie o attacchi bioterroristici.</p>
<p>Questo approccio, pur importante, rischia di ridurre la sanità a una questione di biosicurezza e tecnologie, trascurando la dimensione sociale della cura.</p>
<p>È quindi necessario operare un salto semantico ed etico: passare dalla sicurezza sanitaria alla garanzia della cura e del diritto alla salute, e ciò significa assicurare la continuità dell’assistenza sanitaria quotidiana, rafforzare la medicina territoriale, ridurre le disuguaglianze nell’accesso ai servizi e affrontare i determinanti della salute (sociali, economici, commerciali ed ecosistemici).</p>
<p>Un sistema sanitario sostenibile e resiliente non è soltanto capace di reagire alle emergenze, ma anche in grado di ridurre la domanda (agendo sui determinanti) e di mantenere la continuità delle cure essenziali anche durante le crisi.</p>
<p>Il Codice di Deontologia Medica della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri richiama esplicitamente il dovere del medico di tutelare la vita, la salute fisica e psichica e la dignità della persona, nonché di contribuire alla promozione della salute collettiva e alla riduzione delle disuguaglianze sanitarie.</p>
<h2 id="ridefinire-la-sicurezza">Ridefinire la sicurezza</h2><p>Le sfide sanitarie del XXI secolo richiedono una revisione profonda dei tradizionali modelli di sicurezza. Il cambiamento climatico, il degrado ambientale, i conflitti armati e le disuguaglianze sociali rappresentano minacce interconnesse che incidono direttamente sulla salute delle popolazioni.</p>
<p>In questo contesto la sicurezza non può essere definita esclusivamente in termini militari o geopolitici. Essa deve includere la protezione della salute umana, la stabilità degli ecosistemi e la resilienza dei sistemi sanitari.</p>
<p>Investire nella sanità, nella prevenzione ambientale e nella riduzione delle disuguaglianze rappresenta non solo una scelta sanitaria, ma anche una strategia di sicurezza e di stabilità sociale.<br>
La professione medica ha la responsabilità etica di contribuire a questa trasformazione, promuovendo una visione della salute come bene pubblico fondamentale e come pilastro della democrazia.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L'ascesa intermittente del livello del mare nel Salento</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/livello-mare-salento/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/livello-mare-salento/</guid><pubDate>Tue, 31 Mar 2026 00:00:00 +0000</pubDate><dc:creator>Gianandrea Mannarini</dc:creator><category>ambiente</category><description>Nel Salento il mare non sale in modo lineare: avanza a scatti, guidato da dinamiche che nascono lontano, tra Ionio e Atlantico. In un solo anno le variazioni possono superare la tendenza di decenni.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/images/livello-mare-salento.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/images/livello-mare-salento.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il livello del mare nel Salento non è una progressione costante col riscaldamento globale, ma un&rsquo;ascesa intermittente influenzata da fenomeni che avvengono nel mar Ionio e nell&rsquo;oceano Atlantico settentrionale. La variabilità fra due anni consecutivi può persino essere superiore alla tendenza di decenni. Ma come lo sappiamo e cosa implica per i cambiamenti futuri?</p>
<h2 id="un-livello-influenzato-da-molti-fattori">Un livello influenzato da molti fattori</h2><p>Su scala globale, intanto, il livello medio del mare cambia in risposta all&rsquo;accumulo di calore, alla fusione di ghiacci terrestri (calotte polari e ghiacciai montani), e alle modifiche al ciclo idrologico. Nel corso del terzo di secolo da quando esiste l&rsquo;altimetria satellitare, il livello medio dell&rsquo;oceano globale è aumentato di 11 cm e il suo tasso di crescita è più che raddoppiato, passando da 2,1 mm all&rsquo;anno a 4,5 mm all&rsquo;anno. Le <a href="https://doi.org/10.1038/s43247-024-01761-5" rel="noopener">proiezioni climatiche</a> forniscono una stima della crescita del livello al 2050 per valori compresi tra 15 e 40 cm oltre quello medio del periodo 1993-2023. La forbice è dovuta alle incertezze sui meccanismi di fusione del ghiaccio ma anche agli scenari emissivi, che riflettono scelte socio-economiche dell&rsquo;umanità nei prossimi decenni.</p>
<p>Soprattutto per le coste, il livello del mare conta: è lì infatti che vive un decimo della popolazione mondiale. Molte coste sono basse e caratterizzate da deboli pendenze. Porti, strade, ferrovie, lidi, ecosistemi naturali, terreni agricoli e milioni di persone sono potenzialmente esposte ad allagamenti di origine costiera. Il pericolo riguarda in particolare gli eventi estremi, quando il livello medio si combina con l&rsquo;alta marea, con l&rsquo;innalzamento dovuto al frangimento delle onde, e con il sovralzo da tempesta per determinare un livello marino che, episodicamente, può sollevarsi per valori <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-020-67736-6" rel="noopener">tra mezzo e oltre cinque metri</a> nelle aree più esposte del mondo.</p>
<p>Bisogna prestare molta attenzione quando si confronta il livello del mare a quello del terreno. Un recentissimo <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-026-10196-1" rel="noopener">studio</a> ha mostrato che persino articoli scientifici non hanno sempre tenuto conto del fatto che la superficie del mare, anche in condizioni di calma, non è piatta: risente della diversa densità della colonna d&rsquo;acqua e dell&rsquo;azione dei venti persistenti. Questo ha determinato errori medi di 30 cm e più, specie nelle regioni del Sud del mondo.</p>
<h2 id="verso-la-scala-locale">Verso la scala locale</h2><p>Il livello del mare relativo alla costa dipende anche dai movimenti verticali del terreno, come il rimbalzo della crosta terrestre dopo l&rsquo;ultima glaciazione o i cedimenti causati dall&rsquo;estrazione di fluidi sotterranei, quali acqua o idrocarburi. Ma anche da processi meteorologici e oceanografici su scala regionale. L&rsquo;apporto fluviale e le correnti costiere, per esempio, possono modificare la densità e quindi il volume delle acque in un determinato tratto di costa. Allo stesso modo, la pressione atmosferica può deformare la superficie marina, sollevandola o abbassandola rispetto al valore medio.</p>
<p>Questi fattori poi possono incidere su scale temporali dalle ore ai decenni, creando localmente tendenze del livello del mare assai diverse da quelle medie globali. Laddove esiste un ciclo stagionale, per esempio, il livello del mare cresce nei mesi caldi e scende in quelli freddi per via della variazione di densità del fluido. Nel Mediterraneo parliamo di <a href="https://doi.org/10.3389/fclim.2025.1472731" rel="noopener">ben 16 cm</a>. Per questo l&rsquo;esperienza e la memoria soggettiva dell&rsquo;individuo, non solo per la loro natura qualitativa, ma anche per il legame a pochi luoghi spesso ravvicinati tra loro, possono risultare in stridente contrasto con l&rsquo;informazione strumentale sull&rsquo;innalzamento del livello medio mare annuale su scala globale.</p>
<p>Il caso dei mari attorno al Salento è emblematico in tal senso. La penisola è turisticamente ben nota a scala almeno nazionale e negli ultimi anni spesso menzionata nelle cronache per via degli impatti di mareggiate e piogge sul crollo di costoni rocciosi, perdita di attrattori paesaggistici, danneggiamenti di litorali. Eppure, la situazione è estremamente variegata e cambia da una stagione balneare alla successiva senza una tendenza chiara. Come farsi un&rsquo;idea più precisa basata sulle evidenze scientifiche?</p>
<h2 id="peculiarità-del-mediterraneo">Peculiarità del Mediterraneo&hellip;</h2><p>Bisogna prima di tutto osservare il Mediterraneo. Con circa mezzo grado Celsius ogni decennio, è uno dei mari in più rapido riscaldamento, a un tasso circa triplo rispetto all&rsquo;oceano globale extrapolare. Tuttavia, il suo livello medio cresce un po&rsquo; meno della media (3,3 contro 3,6 mm/anno). Questo perché il Mediterraneo è un bacino semichiuso dove, su scala annuale, l&rsquo;espansione di volume dovuta al riscaldamento delle sue acque è compensata quasi perfettamente dalla contrazione dovuta all&rsquo;aumento di salinità. Infatti, un mare più caldo evapora di più, generando un&rsquo;acqua più salata, quindi più densa e meno voluminosa.</p>
<p>Stilando un bilancio completo della massa d&rsquo;acqua del mare nostrum, si scopre inoltre che, in media annuale, la quantità di acqua che evapora supera quella apportata dalle precipitazioni e dai fiumi di circa 60 cm. È solo grazie al trasporto di acqua dallo stretto di Gibilterra e, in misura minore, dai Dardanelli, che il Mediterraneo non si prosciuga. In effetti, circa 5,6 milioni di anni fa, durante il periodo geologico del Messiniano, una chiusura dello stretto determinò la trasformazione di questo mare in una distesa di sale.</p>
<p>È proprio la dipendenza dal trasporto da Gibilterra che rende il Mediterraneo sensibile alle dinamiche oceanografiche dell&rsquo;Atlantico Settentrionale. Lì, il contrasto di temperatura e salinità delle masse d&rsquo;acqua e i venti su scala emisferica guidano un vasto circuito di acqua che dai Caraibi risale lungo le coste dell&rsquo;America orientale per poi deviare verso il Nord-Europa ed inabissarsi (costituendo parte della circolazione atlantica meridionale di rovesciamento AMOC, di cui <em>Scienza in rete</em> <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/circolazione-oceanica-nord-atlantico-amoc-sta-spegnersi/">ha parlato qui</a>). L&rsquo;orchestratore della circolazione atmosferica nell&rsquo;area euro-atlantica è il contrasto di pressione fra le isole Azzorre e l&rsquo;Islanda. Quando si riduce o si inverte, il livello del Mediterraneo può crescere rapidamente, come è avvenuto in modo eclatante nell&rsquo;inverno 2009/10. Corrispondentemente, il livello medio del bacino si è innalzato in pochi mesi <a href="https://doi.org/10.1175/JCLI-D-18-0474.1" rel="noopener">di 10 centimetri</a>. Un valore enorme, se confrontato alla crescita in trent&rsquo;anni per via del riscaldamento globale.</p>
<h2 id="-e-del-salento">&hellip; e del Salento</h2><p>Ma non è tutto. Nel cuore del Mediterraneo, nel mar Ionio, le acque di provenienza atlantica che hanno superato lo stretto di Gibilterra e superato il canale di Sicilia, si trovano di fronte a un bivio: proseguire verso il mare a Sud di Creta e poi l&rsquo;estremità orientale del bacino (il cosiddetto mar Levantino), oppure deviare prima verso Nord-est e puntare al canale d&rsquo;Otranto, per poi ridiscendere lungo la costa ionica greca e proseguire verso il Levantino?</p>
<p>Sembra che questa risposta cambi grosso modo <a href="https://doi.org/10.1038/s41598-024-55579-4" rel="noopener">una volta al decennio</a>, influenzando quindi il verso della circolazione marina nello Ionio. Quando le acque prendono la rotta più diretta per Creta, un loro ramo risale lungo le isole ioniche della Grecia e determina una circolazione antioraria nello Ionio, che riceve acque levantine. Queste sono mediamente più dense di quelle atlantiche e dunque contribuiscono a ridurre l&rsquo;altezza della colonna d&rsquo;acqua. Quando invece le acque atlantiche, non appena passata la Calabria, fluiscono direttamente verso il canale d&rsquo;Otranto, il livello del mare nello Ionio settentrionale e nell&rsquo;Adriatico meridionale cresce di più. È proprio qui che si trova la penisola salentina.</p>
<p>I dati dell&rsquo;altimetria satellitare e il mareografo di Otranto <a href="https://gndmnn2026.substack.com/p/salento-il-mare-cresce-a-singhiozzo" rel="noopener">confermano</a> una tendenza alla crescita del livello annuale medio a un tasso di 2-3 mm/anno, in linea con il tasso medio del Mediterraneo. Il fenomeno atlantico del 2010 si vede bene anche nel Salento. Qui però, a differenza del Mediterraneo nel suo complesso, si vedono anche importanti variazioni di altezza del mare dovute alla dinamica dello Ionio. Stiamo parlando di almeno un paio di cm in più o in meno in un solo anno, qualcosa che equivale al riscaldamento globale di sette anni circa. Da tenere presente quando si maneggiano queste cifre: per la pendenza della battigia di una tipica spiaggia del Salento, ogni cm in verticale significa circa 30 cm di estensione orizzontale.</p>
<h2 id="cosa-conta-per-chi">Cosa conta per chi</h2><p>Quindi per ora non c&rsquo;è da sorprendersi troppo se si torna in Salento per due anni consecutivi e non si riscontra una scomparsa di file di ombrelloni. Ma ci sarebbe da chiedersi se una mareggiata autunnale avverrà in un anno di circolazione oraria nel mare Ionio. E cosa avverrà se questo sarà in concomitanza con un eccesso barico alle Azzorre rispetto all&rsquo;Islanda. E, soprattutto, quale scenario emissivo l&rsquo;umanità sceglierà e quanto rapidamente i ghiacci fonderanno. Da tutto ciò dipenderà non solo la qualità di una vacanza, ma anche la stabilità e sicurezza della costa per chi ci vive tutto l&rsquo;anno.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Acqua di rubinetto e in bottiglie di plastica: la scelta giusta per salute e ambiente</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/acqua-rubinetto-plastica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/acqua-rubinetto-plastica/</guid><pubDate>Sat, 21 Mar 2026 00:00:00 +0000</pubDate><dc:creator>Redazione</dc:creator><category>ambiente</category><description>ISDE-Italia e le principali società scientifiche italiane chiariscono che l&amp;amp;rsquo;acqua di rubinetto rispetta standard di qualità rigorosi con oltre il 99% di conformità, mentre le bottiglie di plastica espongono le persone a microplastiche e sostanze chimiche potenzialmente nocive.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/images/acqua-rubinetto-plastica.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/images/acqua-rubinetto-plastica.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>In occasione della Giornata mondiale dell&rsquo;acqua del 22 marzo, ISDE-Italia insieme alle società scientifiche e alle associazioni partecipanti alla <a href="https://www.isde.it/progetto-plastica/" rel="noopener">Campagna nazionale di prevenzione dei danni alla salute da esposizione alla plastica</a> hanno pubblicato nella loro pagina dedicata un documento dal titolo <a href="https://www.isdenews.it/campagna-plastica/iniziative-di-diffusione-della-campagna-nazionale-di-prevenzione-dei-danni-alla-salute-da-esposizione-alla-plastica/progetto-acqua-fai-la-scelta-giusta/" rel="noopener">&ldquo;Acqua di rubinetto e acqua in bottiglie di plastica: fai la scelta giusta per la salute e l&rsquo;ambiente&rdquo;</a>, che fa chiarezza sulla qualità dell&rsquo;acqua in distribuzione in Italia, sui controlli e sulle ricadute sull&rsquo;ambiente e sulla salute umana derivanti dal consumo eccessivo di acqua in bottiglie di plastica.</p>
<p>Realizzato da esperti medici, biologici e chimici sulla base delle più recenti evidenze scientifiche, il documento riassume le caratteristiche delle acque destinate al consumo umano, sia quelle distribuite attraverso le reti idriche pubbliche sia le acque minerali naturali generalmente confezionate in bottiglie di plastica. Gli italiani sono leader mondiali nel consumo di acqua in bottiglia, con oltre «250 litri pro capite all&rsquo;anno e circa 15 miliardi di bottiglie di plastica consumate annualmente, complice un&rsquo;insufficiente informazione e un marketing particolarmente aggressivo».</p>
<p>Questo primato negativo ha ricadute significative sull&rsquo;ambiente e sulla salute. Le bottiglie di plastica danneggiano il pianeta sia per l&rsquo;estrazione delle materie prime (carbone, petrolio, gas — tutte fonti fossili «sporche») sia per lo smaltimento, rappresentando al contempo una fonte diretta di esposizione umana a micro- e nanoplastiche e a sostanze chimiche potenzialmente dannose — plastificanti, reagenti, coloranti — inclusi interferenti endocrini particolarmente pericolosi in gravidanza e nella prima infanzia.</p>
<p>L&rsquo;acqua del rubinetto in Italia è invece sicura e di buona qualità. Il Centro Nazionale per la Sicurezza delle Acque (CeNSiA) dell&rsquo;Istituto Superiore di Sanità ha esaminato oltre 2,5 milioni di analisi rilevando una «conformità ai parametri di legge superiore al 99%». Si tratta di un&rsquo;alternativa valida, ecologica ed economica al consumo di acqua in bottiglie di plastica.</p>
<p>Il documento è stato realizzato con il contributo di oltre 15 società scientifiche mediche nell&rsquo;ambito della Campagna nazionale di prevenzione dei danni alla salute da esposizione alla plastica, patrocinata dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO), dalla Federazione delle Società Medico-Scientifiche Italiane (FISM), dalla Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (SIEDP), dal Sindacato Medici Pediatri di Famiglia (SiMPeF), dal Ministero dell&rsquo;Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), e sostenuta da numerose altre società scientifiche e ordini provinciali dei medici.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Un'informazione più attenta al clima non guasterebbe</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/media-clima-copertura/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/media-clima-copertura/</guid><pubDate>Wed, 18 Mar 2026 00:00:00 +0000</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>comunicazione</category><description>L&amp;amp;rsquo;Osservatorio di Pavia documenta un crollo della copertura mediatica sul clima: -26% nei quotidiani e -53% nei telegiornali tra il 2022 e il 2025. Nel frattempo, lo spazio pubblicitario dei combustibili fossili supera quello degli articoli sul clima.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/images/media-clima-informazione.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/images/media-clima-informazione.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Da quando l&rsquo;Osservatorio di Pavia ha iniziato le sue analisi sulla copertura mediatica del cambiamento climatico, la situazione è peggiorata: la presenza del tema nei principali quotidiani italiani è calata del 26% e nei telegiornali del 53% tra il 2022 e il 2025. Nel frattempo, lo spazio pubblicitario occupato dalle aziende di combustibili fossili supera quello dedicato agli articoli sul clima, e gli esperti scientifici rappresentano solo il 7% delle fonti nei dibattiti sul tema, contro il 38% di economisti e analisti finanziari.</p>
<h2 id="lanalisi-dellosservatorio-di-pavia">L&rsquo;analisi dell&rsquo;Osservatorio di Pavia</h2><p>La ricerca è stata commissionata da Greenpeace all&rsquo;Osservatorio di Pavia e ha esaminato cinque grandi quotidiani nazionali — Avvenire, Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, Repubblica e La Stampa — e sette telegiornali del prime time: TG1, TG2, TG3, TG4, TG5, Studio Aperto e TG La7. Tra i quotidiani, Il Sole 24 Ore ha ottenuto il punteggio più alto nella copertura del clima, Repubblica il più basso. Tra i telegiornali, TG5 ha guidato la classifica mentre TG La7 ha chiuso ultima.</p>
<p>La copertura tende a concentrarsi negli episodi di emergenza: le ondate di calore rappresentano il picco massimo nei telegiornali, con il 18,8% della copertura climatica. Dopo il 2023, l&rsquo;attenzione dei media è calata in modo significativo, nonostante i dati scientifici sul peggioramento della crisi climatica abbiano continuato a intensificarsi.</p>
<h2 id="il-problema-del-contesto-scientifico">Il problema del contesto scientifico</h2><p>Uno dei limiti più evidenti emersi dall&rsquo;analisi riguarda la scarsità di informazioni contestuali. Solo il 5,5-6% degli articoli che trattano di clima cita la CO₂ come causa principale del riscaldamento. Il ruolo dei combustibili fossili viene discusso in appena il 3% degli articoli sui quotidiani e nel 2% dei servizi televisivi. Ancora più rilevante: il 77,2% degli articoli che parlano di transizione ecologica non la inquadrano come risposta alla crisi climatica, privando il pubblico di un nesso causale fondamentale.</p>
<p>Sul fronte delle fonti, la sproporzione è netta: gli scienziati rappresentano solo il 7% degli esperti interpellati, mentre economisti e analisti finanziari coprono il 38% delle citazioni. Una distribuzione che riflette la tendenza a trattare il clima come questione economica più che scientifica.</p>
<h2 id="la-pubblicità-dei-combustibili-fossili">La pubblicità dei combustibili fossili</h2><p>Tra il 2022 e il 2025, la pubblicità delle industrie inquinanti sui principali media italiani è più che raddoppiata: +104% nel periodo considerato, con una crescita del 24% solo nell&rsquo;ultimo anno. La spesa pubblicitaria delle aziende di combustibili fossili supera oggi lo spazio editoriale dedicato agli articoli sulla crisi climatica.</p>
<p>Tra le aziende coinvolte, l&rsquo;indagine segnala Eni, ITA Airways e Stellantis come casi emblematici di greenwashing, con campagne che hanno sfruttato eventi ad alta visibilità come le Olimpiadi invernali e il Festival di Sanremo per riposizionare la propria immagine ambientale. Queste aziende impiegano un linguaggio strategico — &ldquo;energia pulita&rdquo;, &ldquo;green energy&rdquo; — che è incompatibile con le pratiche effettive.</p>
<h2 id="gli-ostacoli-al-giornalismo-climatico-di-qualità">Gli ostacoli al giornalismo climatico di qualità</h2><p>L&rsquo;articolo identifica due barriere strutturali che limitano la qualità dell&rsquo;informazione sul clima. La prima è legale: i giornalisti che attribuiscono responsabilità dirette nella crisi climatica rischiano querele per diffamazione, e il timore di conseguenze giuridiche crea una pressione psicologica che porta all&rsquo;autocensura.</p>
<p>La seconda è formativa: pochi giornalisti ricevono una preparazione adeguata sulla comunicazione scientifica, rendendo difficile affrontare in modo rigoroso un tema complesso come quello climatico. Per colmare questo gap, il Climate Media Center Italia ha pubblicato una guida dal titolo &ldquo;Crisi climatica e come comunicarla&rdquo;, rivolta ai professionisti dell&rsquo;informazione.</p>
<h2 id="il-contesto-internazionale">Il contesto internazionale</h2><p>Il problema non è limitato all&rsquo;Italia. Negli Stati Uniti, le grandi compagnie di combustibili fossili hanno investito 445 milioni di dollari in attività di lobbying e 96 milioni nel sostegno alla campagna di rielezione di Donald Trump, dimostrando la portata dell&rsquo;influenza industriale sui sistemi dell&rsquo;informazione. Un quadro che suggerisce come il declino della copertura climatica nei media non sia un fenomeno casuale, ma il risultato di pressioni economiche e politiche strutturate.</p>
<p>La conclusione dell&rsquo;analisi è che investire in un giornalismo climatico rigoroso e indipendente non è solo una questione di qualità editoriale, ma una necessità per la salute democratica dei sistemi mediatici.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il petrolio oggi: alcuni dati per capire meglio la crisi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/petrolio-oggi-alcuni-dati-capire-meglio-crisi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/petrolio-oggi-alcuni-dati-capire-meglio-crisi/</guid><pubDate>Thu, 12 Mar 2026 15:54:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>energia</category><description>È notizia di ieri che i trentadue paesi membri dell’Agenzia internazionale per l’energia hanno deciso di mettere a disposizione 400 milioni di barili di.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/petrolio-oggi-alcuni-dati-capire-meglio-crisi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/petrolio-oggi-alcuni-dati-capire-meglio-crisi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>È notizia di ieri che i trentadue paesi membri dell’Agenzia internazionale per l’energia hanno deciso di mettere a <a href="https://www.iea.org/news/iea-member-countries-to-carry-out-largest-ever-oil-stock-release-amid-market-disruptions-from-middle-east-conflict" rel="noopener">disposizione</a> 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve di emergenza a causa del conflitto in Iran e in Medio Oriente. In più, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, cioè i pasdaran fedeli al regime iraniano, hanno <a href="https://www.aljazeera.com/news/2026/3/11/irans-irgc-says-not-one-litre-of-oil-will-get-through-strait-of-hormuz" rel="noopener">dichiarato</a> che «nemmeno un litro di petrolio» passerà più attraverso lo Stretto di Hormuz: «aspettatevi un prezzo del petrolio di 200 dollari al barile».</p>
<p>In questo articolo raccogliamo alcune cose utili da sapere per inquadrare meglio la crisi in corso, aiutandoci con qualche grafico.</p>
<h2 id="lo-stretto-di-hormuz">Lo stretto di Hormuz</h2><p>Partiamo da quello che da giorni è su tutti i media: lo Stretto di Hormuz. Si tratta di una “strettoia” che collega il Golfo Persico con il Golfo d’Oman, tra le sponde della penisola di Musandam a Sud (dove l’Oman confina con gli Emirati Arabi Uniti) e l’Iran a Nord. Nel punto più stretto misura circa 54 chilometri e comprende canali navigabili larghi quasi 4 chilometri, oltre che una zona cuscinetto altrettanto ampia. È la principale rotta di esportazione per petrolio e gas prodotti da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Iraq, Bahrein e Iran, come <a href="https://www.iea.org/topics/the-middle-east-and-global-energy-markets" rel="noopener">spiega</a> l’Agenzia internazionale per l’energia.</p>
<p>Prima del conflitto, nel 2025, <a href="https://www.iea.org/about/oil-security-and-emergency-response/strait-of-hormuz" rel="noopener">transitavano</a> dallo Stretto in media 15 milioni di barili al giorno di petrolio greggio (il 34% del commercio mondiale via mare); 20 milioni di barili considerando anche i prodotti petroliferi liquidi (il 25% del commercio mondiale via mare). La maggior parte delle destinazioni erano in Asia, di cui il 44% solo a India e Cina. In Europa entrava il 4% circa dei flussi da Hormuz, cioè circa 600mila barili al giorno.</p>
<p>Nell’immagine qua sotto sono rappresentate le principali alternative per aggirare il transito dallo Stretto. Ovvero: il sistema di oleodotti Abqaiq-Yanbu in Arabia Saudita e l&rsquo;oleodotto Abu Dhabi Crude Oil Pipeline negli Emirati Arabi Uniti, per un totale di 3,5/5,5 milioni di barili al giorno.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/petrolio-oggi-alcuni-dati-capire-meglio-crisi-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/petrolio-oggi-alcuni-dati-capire-meglio-crisi-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/petrolio-oggi-alcuni-dati-capire-meglio-crisi-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="stretto di hormuz alternative" width="1930" height="1027" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Tra l’altro, attraverso lo Stretto sono passati nel 2025 anche circa 110 miliardi di metri cubi di Gas Naturale Liquefatto (il 20% del commercio globale): in particolare il 93% delle esportazioni di GNL del Qatar e il 96% degli Emirati Arabi Uniti sono transitate attraverso lo Stretto. L’IEA dice che «non esistono rotte alternative per immettere questi volumi sul mercato». E inoltre, non sono solo i combustibili fossili a passare dallo Stretto, ma anche 5 milioni di tonnellate l’anno di metallo provenienti dalle fonderie in Bahrein, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti e la metà del commercio mondiale di zolfo via mare.</p>
<h4 id="segnaliamo-la-pagina-delliea-dedicata-alliran">Segnaliamo la <a href="https://www.iea.org/countries/iran/oil" rel="noopener">pagina</a> dell’IEA dedicata all’Iran.</h4><h2 id="le-riserve-di-emergenza">Le riserve di emergenza</h2><p>I paesi membri dell’IEA hanno l’obbligo di detenere scorte di petrolio, ed essere pronte a intervenire in caso di bisogno, per un totale di oltre 1,2 miliardi di barili, a cui si aggiungono, <a href="https://www.iea.org/news/iea-member-countries-to-carry-out-largest-ever-oil-stock-release-amid-market-disruptions-from-middle-east-conflict" rel="noopener">spiega</a> l’Agenzia, «600 milioni di barili di scorte industriali detenute sotto obbligo governativo».</p>
<p>Le misure di emergenza di cui parlavamo all’inizio rappresentano la sesta volta in cui l’IEA è intervenuta in questo senso dalla fondazione nel 1974. Gli interventi <a href="https://www.iea.org/articles/2022-energy-crisis-frequently-asked-questions" rel="noopener">precedenti</a> sono stati:</p>
<ul>
<li>nel 1991 in occasione della Prima Guerra del Golfo, quando gli Stati Uniti iniziarono la loro campagna contro l’Iraq (il Consiglio di Sicurezza ONU <a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/guerra-del-golfo_%28Enciclopedia-Italiana%29/" rel="noopener">autorizzava</a> l’uso di «tutti i mezzi necessari» per costringere l’Iraq al ritiro), in cui l’IEA attivò il rilascio di 2,5 milioni di barili al giorno;</li>
<li>nel 2005, dopo che l’uragano Katrina danneggiò e distrusse numerose infrastrutture petrolifere nel Golfo del Messico;</li>
<li>nel 2011, dopo che la guerra in Libia con conseguente uccisione di Gheddafi (il Consiglio di Sicurezza ONU <a href="https://docs.un.org/en/S/RES/1973%20%282011%29" rel="noopener">autorizzava</a> l’uso «tutti i mezzi necessari per proteggere i civili») causò interruzioni nella fornitura di petrolio, l’IEA fornì 60 milioni di barili di petrolio;</li>
<li>nel 2022, dopo l’invasione illegale dell’Ucraina da parte della Russia.</li>
</ul>
<p>Il conflitto innescato dai bombardamenti di Stati Uniti e Israele (non autorizzati da alcuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU) ha quindi prodotto come rappresaglia commerciale la riduzione di oltre il 10% del traffico di petrolio nello Stretto di Hormuz (dati dell’11 marzo 2026).</p>
<p>Può essere utile sapere come sono distribuite le riserve globali di petrolio, grazie al grafico di seguito. L’Iran è il terzo paese per riserve, il Venezuela il primo. Entrambi bombardati da Trump nel giro di pochi mesi. Il secondo è l’Arabia Saudita, che però è già un <a href="https://www.politico.com/news/2025/11/18/trump-saudi-arabia-ally-00658467" rel="noopener">alleato</a> degli Stati Uniti, poco sotto abbiamo anche <a href="https://www.presidency.ucsb.edu/documents/memorandum-designation-the-state-kuwait-major-non-nato-ally" rel="noopener">Kuwait</a> ed <a href="https://www.war.gov/News/Releases/Release/Article/4189772/joint-press-statement-on-us-uae-major-defense-partnership/" rel="noopener">Emirati Arabi Uniti</a>, entrambi ancora alleati. Anche il già bombardato Iraq ha il suo posto nella classifica dei possessori di petrolio.</p>
<h2 id="il-prezzo-del-petrolio">Il prezzo del petrolio</h2><p>Basta andare a fare benzina per accorgersi del sensibile aumento del prezzo dei carburanti causato a catena dallo scoppio del conflitto. Tra il 28 febbraio e il 10 marzo <a href="https://www.iea.org/topics/the-middle-east-and-global-energy-markets" rel="noopener">l’aumento</a> del costo dei <em>future</em> sul petrolio <a href="https://it.investing.com/commodities/brent-oil" rel="noopener">Brent</a> (il petrolio del Mare del Nord) è stato del 20% e l&rsquo;indice <a href="https://it.investing.com/commodities/ice-dutch-ttf-gas-c1-futures" rel="noopener">Title Transfer Facility</a> per il gas olandese del 50%. Entrambi sono benchmark europei per i prezzi dei due combustibili fossili.</p>
<p>Scrive l’IEA che gli impatti possono anche aggravarsi se continuerà la perdita di importazione dall’impianto di Ras Laffan in Qatar, che con 112 miliardi di metri cubi di GNL nel 2025 rappresenta il più grande impianto di GNL al mondo.</p>
<p>Nel grafico qui sotto è possibile rintracciare alcuni dei principali eventi storici che causarono impennate o crolli del prezzo del petrolio dal secondo Dopoguerra. Si vedono infatti:</p>
<ul>
<li>1979: il secondo shock petrolifero dovuto alla drastica riduzione della produzione iraniana dopo la <a href="https://www.britannica.com/event/Iranian-Revolution" rel="noopener">Rivoluzione</a> che trasformò la monarchia persiana degli Shah di Persia nel regime clericale sciita governato dagli Ayatollah;</li>
<li>1990-1991: Guerra del Golfo e conseguente impatto sul mercato del petrolio;</li>
<li>2008: crisi economica dei <em>subprime</em> che causò il calo brusco della domanda di moltissimi beni, con conseguente crollo del prezzo del petrolio;</li>
<li>2020: Covid-19, con conseguenze analoghe nella domanda globale;</li>
<li>2022: invasione russa dell’Ucraina che fece aumentare i prezzi a causa, tra le altre cose, della riduzione dell’offerta russa:</li>
<li>2026: attuale conflitto in Iran.</li>
</ul>
<h2 id="da-lasciare-sottoterra">Da lasciare sottoterra</h2><p>Questa è invece la variazione di produzione di petrolio, prodotti derivati e GNL per i paesi indicati (se ne possono anche selezionare altri).</p>
<p>Tuttavia, serve ricordare che la preoccupazione maggiore non deve essere la ricerca di altre fonti di petrolio, come di altri combustibili fossili. Anzi, come sappiamo da decenni, è imprescindibile lasciare più petrolio possibile sottoterra, ridurre la nostra dipendenza da questo come da gas e carbone, e sostituire le fonti energetiche fossili con fotovoltaico ed eolico, insieme alle altre rinnovabili. <a href="https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg3/downloads/report/IPCC_AR6_WGIII_FullReport.pdf" rel="noopener">L’IPCC</a> (a pagina 698 del rapporto più recente sulla mitigazione del cambiamento climatico) riporta chiaramente che:</p>
<blockquote>
<p>Circa il 30% delle riserve di petrolio, il 50% del gas e l'80% del carbone rimarranno non utilizzabili se il riscaldamento viene limitato a 2°C. Se il riscaldamento viene limitato a 1,5°C, si prevede che una quota significativamente maggiore di riserve rimarrà non estratta.</p></blockquote>
<p>Ecco perché, invece di trovarci impreparati, esattamente come sta accadendo in questi giorni, serve accelerare ancora con sole e vento (che non dipendono dai capricci imperialisti di nessuno, ma che si basano su <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/orvietoscienza2026-si-parlera-minerali-transizione/">materiali molto più riciclabili</a>) e sbarazzarsi il prima possibile di questi pericolosi combustibili fossili. I loro servigi non sono più richiesti. Tra l’altro, non è che ne abbiamo chissà quanti ancora a disposizione.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/petrolio-oggi-alcuni-dati-capire-meglio-crisi-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/petrolio-oggi-alcuni-dati-capire-meglio-crisi-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/petrolio-oggi-alcuni-dati-capire-meglio-crisi-body-2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="quanto ci resta con le riserve di petrolio attuali?" width="3400" height="2400" loading="lazy" decoding="async">
</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Sopravvivere alla crisi ambientale è un problema politico</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/crisi-ambientale-problema-politico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/crisi-ambientale-problema-politico/</guid><pubDate>Fri, 06 Mar 2026 00:00:00 +0000</pubDate><category>ambiente</category><description>Nonostante decenni di conferenze internazionali e rapporti scientifici, le emissioni globali continuano a crescere. Non è un problema di mancanza di soluzioni: richiede una trasformazione radicale dei rapporti di potere, delle disuguaglianze globali e delle istituzioni di governo mondiale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/images/crisi-ambientale-politica-vineis.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/images/crisi-ambientale-politica-vineis.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nonostante decenni di conferenze internazionali e rapporti scientifici, le emissioni globali continuano a crescere. Luca Savarino e Paolo Vineis argomentano che questo non è dovuto alla mancanza di soluzioni tecniche, ma perché la loro implementazione richiede «una trasformazione radicale dei rapporti di potere, delle disuguaglianze globali e delle istituzioni di governo mondiale». Il loro libro esamina perché la politica fatica ad affrontare le crisi ambientali e propone che la sopravvivenza richieda un ripensamento dell&rsquo;etica e della governance globale.</p>
<h2 id="la-visione-di-breve-periodo-della-politica">La visione di breve periodo della politica</h2><p>I politici operano entro orizzonti temporali ristretti, dando priorità agli interessi immediati e al consenso elettorale. La crisi ambientale ha giocato un ruolo marginale nelle recenti elezioni italiane, con schieramenti che si sono presentati su piattaforme sostanzialmente simili. Gli autori sostengono che le soluzioni tecniche — dalla cattura del carbonio all&rsquo;energia nucleare fino alla geoingegneria — risultano insufficienti senza una trasformazione etica e politica che le accompagni.</p>
<p>Alcuni governi sfruttano opportunisticamente le situazioni di crisi. L&rsquo;articolo cita l&rsquo;interesse di Trump per l&rsquo;acquisizione della Groenlandia in seguito alla fusione dei ghiacci, per accedere a minerali rari e risorse strategiche. In modo analogo, la Russia considera il riscaldamento artico come un vantaggio economico, grazie all&rsquo;apertura di nuove rotte navali e all&rsquo;accesso a risorse prima inaccessibili.</p>
<h2 id="il-declino-dellordine-liberale-internazionale">Il declino dell&rsquo;ordine liberale internazionale</h2><p>L&rsquo;ordine internazionale liberale costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale, fondato sull&rsquo;equilibrio tra economia di mercato e principi democratici, è in crisi. Le istituzioni internazionali perdono efficacia mentre il neo-liberalismo frammenta le società e intensifica le disuguaglianze. Il disimpegno americano dalle agenzie ONU che si occupano di ambiente e salute globale rappresenta un esempio emblematico di come l&rsquo;esercizio unilaterale del potere acceleri la crisi ecologica.</p>
<h2 id="quattro-argomenti-fondamentali">Quattro argomenti fondamentali</h2><p>Il libro di Savarino e Vineis articola la propria analisi intorno a quattro tesi principali. La prima è che la crisi ambientale esiste come fatto scientifico misurabile: le concentrazioni di gas serra, le ricostruzioni delle temperature e i dati sulla biodiversità sono fatti riproducibili, non opinioni. La seconda è che si tratta di un fenomeno complesso: le Nazioni Unite identificano una «triplice crisi planetaria» che colpisce simultaneamente il clima, la biodiversità e l&rsquo;inquinamento chimico, richiedendo una prospettiva «distale» capace di cogliere cause remote ed effetti di lungo periodo. La terza è che l&rsquo;origine è antropica: la crisi è il risultato di due secoli di modello economico e sociale occidentale, che ha reso l&rsquo;umanità una forza geologica. Gli scienziati chiamano questa epoca Antropocene. La quarta riguarda la distribuzione ineguale dei rischi: una minoranza contribuisce in modo sproporzionato alle emissioni, mentre le popolazioni più povere subiscono i danni maggiori in termini di salute, economia e coesione sociale.</p>
<h2 id="crisi-ambientale-e-salute">Crisi ambientale e salute</h2><p>Gli effetti del cambiamento climatico e dell&rsquo;inquinamento sulle malattie respiratorie e cardiovascolari sono ben documentati. Gli autori propongono la categoria epidemiologica di «sindemia» e quella di «patocenosi» per analizzare le malattie all&rsquo;interno dei loro contesti sociali, economici e ambientali. Le migrazioni climatiche rappresentano un caso esemplare: l&rsquo;aumento delle temperature e gli eventi meteorologici estremi distruggono i raccolti, aggravano la scarsità d&rsquo;acqua e costringono popolazioni intere a spostarsi, esponendole durante i tragitti a malnutrizione e malattie infettive, e poi a condizioni di vita precarie nei luoghi di arrivo.</p>
<p>Gli autori rifiutano esplicitamente la narrativa del «siamo tutti sulla stessa barca»: i rischi a breve e medio termine si distribuiscono in modo profondamente diseguale tra nazioni, gruppi sociali e regioni geografiche.</p>
<h2 id="ripensare-la-responsabilità">Ripensare la responsabilità</h2><p>I concetti tradizionali di responsabilità presuppongono individui consapevoli con effetti misurabili e circoscritti nel tempo. La crisi ambientale è invece il risultato di processi collettivi di lungo periodo, in cui le pratiche quotidiane di miliardi di persone generano danni strutturali. Gli autori ricorrono al concetto di «crimini di sistema» di Luigi Ferrajoli e al modello della «tragedia dei beni comuni» di Garrett Hardin per mostrare come l&rsquo;emergenza ambientale sfugga agli schemi classici di attribuzione morale e giuridica. Fare appello alla responsabilità individuale — pur moralmente comprensibile — rischia di caricare i cittadini senza intaccare le strutture economiche e politiche che generano il problema.</p>
<h2 id="costruire-una-classe-ecologica">Costruire una classe ecologica</h2><p>Per uscire dall&rsquo;impasse, gli autori non enfatizzano i segni della catastrofe imminente — che rischia di produrre paralisi — ma propongono di costruire nuovi soggetti collettivi capaci di esercitare pressione politica. Riprendono la nozione di «classe ecologica» elaborata da Bruno Latour e Nikolaj Schultz: politicizzare la questione ambientale significa smettere di trattarla come una preoccupazione «universale» che non tocca nessuno in particolare. Solo quando i soggetti vulnerabili ai danni ambientali si riconoscono come membri di una classe ecologica globale — e non come vittime isolate — i politici potranno adottare le soluzioni necessarie.</p>
<h2 id="le-condizioni-minime-per-sopravvivere">Le condizioni minime per sopravvivere</h2><p>Il capitolo conclusivo del libro identifica alcune condizioni essenziali: un quadro scientifico condiviso, politiche educative efficaci, istituzioni adeguatamente scalate, strumenti per ridurre le disuguaglianze, una combinazione di azione individuale dal basso e decisioni vincolanti dall&rsquo;alto, e nuove alleanze tra scienze naturali, sociali e umane. L&rsquo;approccio evita sia l&rsquo;ottimismo tecnocratico sia il catastrofismo rassegnato, riconoscendo che sopravvivere alla crisi ambientale richiede di gestire conflitti, responsabilità e cooperazione in modo radicalmente diverso da quanto la politica contemporanea sia stata finora capace di fare.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Quando la scienza deve parlare: l'ecocidio nella Striscia di Gaza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/quando-scienza-deve-parlare-lecocidio-striscia-gaza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/quando-scienza-deve-parlare-lecocidio-striscia-gaza/</guid><pubDate>Tue, 03 Mar 2026 07:58:00 +0100</pubDate><category>ambiente</category><description>Può apparire fuori luogo parlare di ecologia di fronte al disastro umanitario nella Striscia di Gaza, una tragedia immane che non è certo il risultato di.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/quando-scienza-deve-parlare-lecocidio-striscia-gaza-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/quando-scienza-deve-parlare-lecocidio-striscia-gaza-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Può apparire fuori luogo parlare di ecologia di fronte al disastro umanitario nella Striscia di Gaza, una tragedia immane che non è certo il risultato di eventi ‘naturali’. Le operazioni condotte dalle Israel Defense Forces (IDF) sono al centro di accuse di genocidio all’esame della Corte Internazionale di Giustizia, mentre davanti alla Corte Penale Internazionale sono in corso procedimenti nei confronti di esponenti del governo israeliano per presunti crimini internazionali. Nella stessa direzione convergono le prese di posizione di importanti organizzazioni per i diritti umani e di autorevoli società scientifiche di salute pubblica, oltre agli allarmi di esperti ONU.</p>
<p>In questo quadro, la dimensione ambientale non è un elemento secondario, ma è essenziale per comprenderne fino in fondo la gravità della situazione. Ed è anche un modo per riportare sotto i riflettori una tragedia epocale che, spenta l’attenzione mediatica, rischia di diventare rumore di fondo. I conflitti occupano l’attenzione pubblica per un tempo limitato, ma i loro effetti ambientali e sanitari si protraggono ben oltre il ciclo delle notizie. Quando acqua, suolo, aria e sistemi biologici vengono compromessi in modo duraturo e in larga parte irreversibile, gli effetti della violenza sulla salute delle popolazioni sono destinati a perdurare nel tempo. C’è una parola che tiene insieme distruzione ecologica e sofferenza umana, nel presente e nel futuro: ecocidio.</p>
<p>Questo termine compare ufficialmente alla Conference on War and National Responsibility (Washington, D.C., febbraio 1970), per descrivere la distruzione intenzionale e su larga scala dell’ambiente naturale causata da operazioni militari, in particolare dall’uso massiccio di defolianti e bombardamenti durante la guerra del Vietnam. Negli ultimi anni il concetto è stato progressivamente precisato dal lavoro congiunto di studiosi delle scienze ambientali, esperti di diritto internazionale e centri di ricerca interdisciplinari. Nel 2021 una commissione indipendente ha proposto una definizione finalizzata all’inserimento dell’ecocidio tra i crimini perseguibili dalla Corte Penale Internazionale: un atto illecito o arbitrario compiuto nella consapevolezza di una sostanziale probabilità di causare danni ambientali gravi, diffusi o duraturi, tali da compromettere la sopravvivenza delle popolazioni umane. In termini giuridici, l’accertamento ruota attorno a tre profili: la natura e l’entità del danno ambientale (actus reus), l’assenza di un vantaggio militare concreto e diretto e l’elemento soggettivo della condotta (mens rea).</p>
<p>Il concetto di ecocidio consente di leggere i crimini di guerra e contro l’umanità in una prospettiva più ampia, portando in primo piano una dimensione strutturale che può non essere evidente: il nesso tra distruzione ambientale, compromissione della salute e negazione del futuro delle comunità colpite. Quindi, riconoscere un ecocidio significa stabilire che la responsabilità giuridica non si esaurisce negli atti violenti commessi, ma si estende alle conseguenze che inevitabilmente ne derivano nel corso del tempo. </p>
<p>Guardando alla situazione della Striscia di Gaza, bisogna innanzitutto riconoscere che la distruzione non è iniziata il 7 ottobre 2023. Le sue radici sono più profonde e risalgono a decenni di occupazione militare. Restrizioni alla mobilità, controllo delle risorse idriche e progressivo impoverimento delle infrastrutture civili e ambientali hanno reso il territorio estremamente fragile, accentuando progressivamente le difficoltà e la precarietà delle condizioni di vita della popolazione. Processi analoghi, seppur con modalità diverse, hanno interessato anche la Cisgiordania, soprattutto sul piano agricolo, oltre che ecologico.</p>
<p>Dopo il disumano attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, questo quadro già critico ha subito un’accelerazione catastrofica. Il punto di partenza dell’analisi resta umano: decine di migliaia di morti, tra cui moltissimi bambini; un numero ancora maggiore di feriti e mutilati; sfollamenti di massa; carestia; collasso del sistema sanitario. Ma in questi stessi dati è già inscritta la dimensione ambientale del disastro. Come mostrano diverse analisi scientifiche, la distruzione delle infrastrutture per l’acqua, l’energia e la gestione dei rifiuti ha prodotto una contaminazione estesa di suoli, falde e aria. Macerie contenenti materiali tossici, residui bellici, incendi e il crollo delle attività agricole e di pesca configurano un danno ambientale massivo, destinato a produrre effetti duraturi e in larga parte irreversibili sulla salute umana e animale.</p>
<p>La comunità scientifica è chiamata quindi a prendere parola per testimoniare pubblicamente che quanto accade a Gaza e in Palestina va riconosciuto come un ecocidio. Da questa consapevolezza nasce la <a href="https://dba.web.uniroma1.it/it/lettera-aperta-sulla-situazione-umanitaria-gaza-approvata-dal-consiglio-del-dipartimento-di" rel="noopener">lettera aperta</a> <em>Disastro umanitario e ambientale nella Striscia di Gaza e necessità di una risposta scientifica e diplomatica</em>, sottoscritta da centinaia di ricercatrici e ricercatori italiani e da importanti società scientifiche, e inviata ai Ministri competenti negli ambiti della Ricerca, dell’Ambiente, degli Affari Esteri e dell’Agricoltura. La lettera è accompagnata da un <a href="https://dba.web.uniroma1.it/sites/default/files/news/allegati/2025-08/Dossier-tecnico-scientifico-a-supporto-della-Lettera-Aperta.pdf" rel="noopener">dossier scientifico</a>. </p>
<p>Documentare e misurare gli effetti è compito della comunità scientifica. Agire sulla base di queste evidenze richiede l’intervento della politica. Garantire un monitoraggio ambientale indipendente e avviare il recupero degli ecosistemi, come richiesto dai firmatari della lettera alle istituzioni di governo, è parte fondamentale della risposta alla crisi. Al contrario, la mancata attivazione di queste misure aggrava e protrae nel tempo i danni inferti alle popolazioni e ai loro ambienti. Riconoscere l’urgenza degli interventi, sollecitando anche i partner internazionali, non significa ignorare le difficoltà dell’emergenza ancora in corso, ma evitare che il vuoto creato oggi dall’assenza di iniziative politiche comprometta la possibilità di intervenire domani.</p>
<p>Accanto alla politica, anche la ricerca, l’educazione e l’informazione hanno un ruolo decisivo. Tenere insieme la dimensione umanitaria e quella ambientale e, più in generale, difendere la conoscenza come bene pubblico, non è un gesto marginale. In questi tempi sempre più difficili e instabili, rendere visibili e comprensibili le evidenze scientifiche, anche fuori dagli ambienti specialistici, è essenziale per dare ai cittadini strumenti per leggere i fatti e orientare le proprie scelte.\</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Capitalismo, il grande assente nel dibattito sul declassamento del lupo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/capitalismo-grande-assente-dibattito-declassamento-lupo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/capitalismo-grande-assente-dibattito-declassamento-lupo/</guid><pubDate>Fri, 27 Feb 2026 08:09:00 +0100</pubDate><dc:creator>Valerio Donfrancesco</dc:creator><category>ambiente</category><description>In Italia, il 2026 si è aperto con uno storico decreto sul declassamento del lupo, da specie «rigorosamente protetta» a «protetta»</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/capitalismo-grande-assente-dibattito-declassamento-lupo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/capitalismo-grande-assente-dibattito-declassamento-lupo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>In Italia, il 2026 si è aperto con uno storico decreto sul declassamento del lupo, da specie «rigorosamente protetta» a «protetta» – come già successo a livello europeo nel 2025. Il cambiamento si basa sulla necessità di gestire il crescente conflitto tra lupi e attività umane, con l&rsquo;<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/numeri-grandi-carnivori-europa/">espansione di questo predatore</a> in Italia ed Europa negli ultimi decenni.  Si sono accese <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/diminuisce-protezione-lupo-scelta-poca-base-scientifica/">intense discussioni</a> sulla questione del declassamento, ma queste continuano a tralasciare un aspetto fondamentale: la dimensione politico-economica del conflitto. Di seguito, una breve sintesi del dibattito, le sue criticità, e un nuovo modo di concepire il nostro rapporto con i lupi, basato sulla mia recente ricerca in Italia.</p>
<h2 id="declassamento-unanalisi-critica-del-dibattito">Declassamento, un’analisi critica del dibattito</h2><p>Ci sono due fazioni principali nel dibattito sul declassamento. Da un lato, le organizzazioni ambientaliste che esprimono il loro dissenso. Dall’altro, le associazioni di categoria – rappresentando allevatori, agricoltori, cacciatori – che accolgono con più entusiasmo questa decisione. Secondo queste ultime, un contenimento della popolazione è necessario per ridurre i crescenti impatti dei lupi. I gruppi contrari al declassamento invece enfatizzano che gli abbattimenti non sono la soluzione, ma bisogna investire su misure di prevenzione come cani da guardiania e recinti.</p>
<p>Sebbene diverse, queste prospettive condividono una stessa lettura del conflitto. Entrambe interpretano la predazione come un fenomeno prettamente ecologico, in cui il lupo agisce come predatore, da gestire con misure letali o meno. Tuttavia, le predazioni non sono soltanto eventi naturali ma influenzate da fattori sociali ed economici. Quando un lupo preda animali da reddito, non entra in contatto solo con il bestiame, ma con interi sistemi di produzione plasmati dalle politiche agricole e di mercato globali di oggi.</p>
<p>Negli ultimi anni, la mia ricerca <em>Lupi, Allevatori e Capitalismo</em> (in lingua originale inglese <em>Wolves, Farmers, &amp; Capitalism</em>), che ho condotto con il dipartimento di geografia all’Università di Cambridge, ha fatto luce su questi aspetti.</p>
<h2 id="pastori-e-lupi-in-toscana-indagini-sul-campo">Pastori e lupi in Toscana, indagini sul campo</h2><p>Ho condotto la mia ricerca tra il 2021-2022 nella maremma toscana – dove ho radici familiari, ma anche uno dei contesti con più alta produzione ovina e compresenza di lupi nel nostro continente. Nel vistare aziende diverse, la mia attenzione veniva spesso portata sui numerosi campi incolti, i fossi ricoperti di vegetazione, i pochi allevamenti rimasti. Segni di un abbandono delle campagne che caratterizza sempre più i paesaggi rurali italiani e non solo, specialmente da cinquant’anni a questa parte. Segni di politiche agrarie comunitarie che dagli anni Ottanta e Novanta hanno aperto alla liberalizzazione dell’agricoltura, con la nascita dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Gli allevatori e agricoltori italiani, da allora, non sono più “pastori” o “contadini” ma “imprenditori”. Le “fattorie” sono diventate “aziende”, spesso indebitate e con la priorità di ampliare profitti. Questo secondo la logica del capitalismo neoliberale, basata sulla competizione su un mercato libero tra aziende in paesi diversi, con costi di produzione diversi, legati a contesti sociali e ambientali differenti.</p>
<p>Nelle filiere agroalimentari, dominate sempre più da multinazionali come le grandi catene di supermercati, si comprano prodotti e sostiene l’agricoltura da dove conviene di più, da dove costa meno. Gli allevamenti più svantaggiati da questo sistema, che sono la maggioranza delle comunità rurali, chiudono. Aree montane si spopolano. Sistemi centenari agroecologici, dove l’allevamento e l’agricoltura si intrecciano con l’ecologia, vengono a sgretolarsi. Spesso tocca alle aziende più piccole, in zone più remote e svantaggiate per via di costi di produzione maggiori, e minori ricavi. Un aspetto cruciale visto che la consistenza degli allevamenti in Italia e altrove è caratterizzata da piccole parcelle aziendali. Così avviene l’abbandono delle campagne e la concentrazione di allevamenti in sempre meno ma più grandi aziende, come evidenziano i dati dell’ultimo <a href="https://www.istat.it/it/files/2022/06/REPORT-CENSIAGRI_2021-def.pdf" rel="noopener">censimento nazionale</a> dell’ISTAT.</p>
<p>Questi non sono dettagli. È la realtà delle campagne moderne. Le stesse dove il lupo sta tornando. In contesti capitalistici neoliberali, come nei modelli capitalistici che li hanno preceduti (si veda <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0016718524000198" rel="noopener">qui</a> una mia pubblicazione che offre una narrazione alternativa del declino storico e il ritorno dei lupi in Italia), i lupi diventano un problema maggiore.</p>
<p>Le misure di prevenzione non-letali tradizionali si sposano male con sistemi di conduzione di allevamento neoliberali. Molte aziende oggi, specialmente tra le più piccole, hanno poche prospettive, con mancanza di ricambio intergenerazionale e pochi tornaconti. La presenza del lupo comporta costi che spesso fanno traboccare il vaso. Non sono solo le predazioni ma tutto il lavoro in più che essa necessita per proteggere il bestiame. Da una sorveglianza passiva a una attiva dei pascoli. Dall’impiego di cani da guardiania e le nuove complicazioni sociali ed economiche, all’estetica macabre delle predazioni – per un approfondimento, si veda <a href="https://journals.librarypublishing.arizona.edu/jpe/article/id/5720/" rel="noopener">questa mia pubblicazione</a>.</p>
<p>Il paradosso della coesistenza nel neoliberalismo è che anche le aziende più grandi, quelle che si sono potute adattare meglio al panorama internazionale del commercio libero aumentando il loro numero di bestiame per sfruttare economie di scala, sono diventate strutturalmente meno predisposte all’uso di misure di prevenzione. Aziende con svariate migliaia di capi faticano a coordinare l’uso di numerosi cani da guardiana su un territorio esteso. Il lupo ne approfitta per una maggiore efficacia nel predare animali in queste aziende, intaccando così la loro competitività, che è il perno sul quale ruotano per restare sul mercato.</p>
<p>Così, il ritorno del lupo può portare a un’anticipata chiusura di aziende, specialmente delle più piccole e marginalizzate. Anche se molte di esse sarebbero possibilmente state portate a chiudere ugualmente per le disuguaglianze nel settore, l’anticipata chiusura anche se solo di un decennio o di qualche anno non è cosa da sottovalutare, per tutto quello che comporta, sia emotivamente, che culturalmente, che economicamente.</p>
<h2 id="convivenze-e-mondi-alternativi">Convivenze e mondi alternativi</h2><p>Ho salutato con affetto i paesani che mi hanno accolto e le persone con cui ho avuto modo di lavorare. Rientravo a Cambridge con un’idea diversa sul nostro rapporto con il lupo. Se è vero che è più facile immaginare la fine del mondo piuttosto che del capitalismo, allora bisogna inventare mondi nuovi. È questa la basa da cui ripartire per costruire forme di coesistenza alternative. Senza cambiare il sistema si rimane bloccati in un binario: o si va a scapito del lupo, o degli allevatori. Bisogna agire trasversalmente, andare alle radici.</p>
<p>Invece di cercare di adattare le misure di prevenzione tradizionali ai sistemi di allevamento neoliberali, bisogna capovolgere la questione. Sono i sistemi economici e le leggi di mercato che vanno adeguate a favorire la convivenza, l’agroecologia, e il benessere di umani e altri esseri viventi. Se si pensa al declassamento senza guardare questi aspetti, si perde occasione di sfruttare la questione del lupo per una trasformazione delle ineguaglianze che pervadono le nostre società. Allo stesso tempo, coesistenza non significa necessariamente niente controlli di popolazioni del lupo. Non è un azzeramento del conflitto, ma la sua mobilitazione per portare a forme più eque di conservazione e di cura verso il mondo non-umano. Non solo collaborazione ma solidarietà tra gruppi diversi. Alleanze che serviranno a costruire nuovi mondi, nuovi modi di convivere, e futuri alternativi.</p>
<p><em>Ringraziamenti: colgo l’opportunità di ringraziare tutte le persone con cui ho collaborato nella mia ricerca.</em>\</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Lettera aperta: Niente di più miope che attaccare il sistema ETS mentre l’Italia frana</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/lettera-aperta-niente-piu-miope-attaccare-sistema-ets/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/lettera-aperta-niente-piu-miope-attaccare-sistema-ets/</guid><pubDate>Wed, 25 Feb 2026 05:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Autori vari</dc:creator><description>Noi studiosi impegnati nella ricerca sul cambiamento climatico, sulle politiche di mitigazione e adattamento e sui sistemi complessi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/lettera-aperta-niente-piu-miope-attaccare-sistema-ets-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/lettera-aperta-niente-piu-miope-attaccare-sistema-ets-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<h3 id="alla-cortese-attenzionedella-presidente-del-consiglio-dei-ministri-on-giorgia-melonidel-ministro-dell"><em>Alla cortese attenzione della Presidente del Consiglio dei Ministri, On. Giorgia Meloni, del Ministro dell&rsquo;Ambiente e della Sicurezza Energetica, On. Gilberto Pichetto Fratin, e del Governo,</em></h3><p>Noi studiosi impegnati nella ricerca sul cambiamento climatico, sulle politiche di mitigazione e adattamento e sui sistemi complessi, esprimiamo profonda preoccupazione per il modo in cui il governo italiano sta affrontando la crisi climatica, in particolare per le recenti prese di posizione volte a indebolire i principali strumenti della politica climatica europea.</p>
<p>I recenti eventi estremi che hanno colpito vaste aree del Sud Italia con il passaggio del ciclone Harry non sono episodi isolati, ma segnali coerenti con quanto la comunità scientifica documenta da anni: un clima che cambia aumenta la frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi. Il disastro di Niscemi appare a molti come la drammatica metafora di un intero Paese a rischio. Non a caso, da anni l’ISPRA colloca l’Italia ai primi posti in Europa per l’esposizione al rischio di frane.</p>
<p>Gli anni 2024 (il più caldo dal 1880), 2023 e 2025 sono stati i tre anni più caldi mai registrati a livello globale, e gennaio 2026 è risultato il quinto gennaio più caldo della serie storica, confermando una tendenza al riscaldamento senza segnali di inversione. <strong>Non è pessimismo, ma realismo scientifico, ritenere che l’Italia dovrà affrontare un rischio crescente di disastri climatici.</strong> Per questo uno Stato deve agire sia sull’adattamento che sulla mitigazione: puntare solo sul primo significa inseguire impatti sempre più gravi e costosi senza affrontarne la causa principale — le emissioni da combustibili fossili — con il rischio di superare i limiti di ciò che è tecnicamente ed economicamente gestibile. Senza una forte riduzione delle emissioni, promossa a tutti i livelli (regionale, nazionale, europeo e globale), l’adattamento diventa progressivamente più oneroso, meno efficace e, in alcuni casi, impossibile.</p>
<p>Di fronte a queste evidenze — e a una percezione ormai diffusa che vede gli italiani tra i cittadini europei più preoccupati per il cambiamento climatico — <strong>riteniamo un errore che il governo italiano non mostri pieno sostegno a strumenti per la decarbonizzazione come il sistema di Emission Trading (ETS),</strong> ormai adottato anche in Cina, che ha contribuito in modo significativo alla riduzione delle emissioni nei settori regolati, dimostrando che politiche climatiche ambiziose possono produrre risultati concreti, stimolare innovazione e guidare la transizione industriale a costi sostenibili.</p>
<p><strong>Presentare la contrapposizione alle politiche di decarbonizzazione come tutela delle imprese o delle famiglie italiane non è una giustificazione, ma un ulteriore motivo di preoccupazione. Da anni innovazione e competitività sono indissolubilmente legate alla transizione energetica</strong>: <strong>ostacolarla espone il sistema produttivo a rischi tecnologici, industriali e finanziari crescenti e rende il Paese subalterno alle componenti meno innovative dell’industria. Anche minori costi dell’energia e una maggiore sicurezza energetica sono ottenibili attraverso una transizione più rapida verso le energie rinnovabili.</strong></p>
<p>È grave che neppure i recenti e ingenti danni nel Sud Italia abbiano prodotto un cambio di passo nelle politiche di adattamento. Questo governo, in linea con i governi precedenti, continua infatti a muoversi prevalentemente in una logica emergenziale, nonostante sia noto da anni che gli eventi estremi sono destinati ad aumentare in frequenza e intensità finché le temperature globali non saranno stabilizzate. Si continuano a stanziare fondi, spesso inadeguati, per la ricostruzione post-disastro, senza dare piena attuazione al Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC), che consentirebbe la prevenzione e la pianificazione nel medio-lungo periodo.</p>
<p>L’Italia che oggi frana, si allaga e perde competitività è il risultato di scelte rinviate, prevenzione insufficiente e di una transizione energetica ostacolata proprio quando sarebbe più necessaria: una traiettoria che può e deve essere corretta con politiche fondate sulla scienza, sulla lungimiranza e sulla responsabilità verso le generazioni presenti e future.</p>
<p><strong>Per questo chiediamo di non rinunciare all’ambizione nella lotta al cambiamento climatico e di non limitarsi alle dichiarazioni di principio, assicurando il supporto agli strumenti concreti necessari a raggiungere gli obiettivi che il governo italiano ha contribuito ad approvare in sede europea, come la decarbonizzazione entro il 2050 e i più recenti obiettivi intermedi per il 2040.</strong> Politiche che mettano al centro incentivi ed investimenti per la transizione energetica e per l’adattamento ci aspettiamo trovino il consenso di tutte le forze politiche, perché deve essere comune l’accettazione dei risultati della scienza del clima e la responsabilità di fare la nostra doverosa parte per contribuire a contrastare la crisi climatica.</p>
<h4 id="primi-firmatari"><strong>Primi firmatari</strong></h4><h4 id="carlo-barbante-università-ca-foscari-venezia"><em>Carlo Barbante, Università Ca’ Foscari, Venezia</em></h4><h4 id="carlo-carraro-università-ca-foscari-venezia"><em>Carlo Carraro, Università Ca’ Foscari, Venezia</em></h4><h4 id="stefano-caserini-università-di-parma"><em>Stefano Caserini, Università di Parma</em></h4><h4 id="claudio-cassardo-università-di-torino"><em>Claudio Cassardo, Università di Torino</em></h4><h4 id="susanna-corti-cnr-isac-bologna"><em>Susanna Corti, CNR-ISAC, Bologna</em></h4><h4 id="paola-mercogliano-cmcc-caserta"><em>Paola Mercogliano, CMCC, Caserta</em></h4><h4 id="elisa-palazzi-università-di-torino"><em>Elisa Palazzi, Università di Torino</em></h4><h4 id="giorgio-parisi-università-la-sapienza-roma-premio-nobel-per-la-fisica-2021"><em>Giorgio Parisi, Università La Sapienza, Roma, premio Nobel per la Fisica 2021</em></h4><h4 id="antonello-pasini-cnr-iia-roma"><em>Antonello Pasini, CNR-IIA, Roma</em></h4><h4 id="massimo-tavoni-politecnico-di-milano-e-cmcc"><em>Massimo Tavoni, Politecnico di Milano e CMCC</em></h4><h4 id="comunità-scientifica"><strong>Comunità scientifica</strong></h4><h4 id="arianna-acierno-cmcc">Arianna Acierno, CMCC</h4><h4 id="tommaso-alberti-ingv">Tommaso Alberti, INGV</h4><h4 id="enrico-alleva-socio-accademia-dei-lincei">Enrico Alleva, Socio Accademia dei Lincei</h4><h4 id="marco-amendola-università-di-laquila">Marco Amendola, Università di L&rsquo;Aquila</h4><h4 id="carmela-apreda-cmcc">Carmela Apreda, CMCC</h4><h4 id="jgor-arduini-università-degli-studi-di-urbino">Jgor Arduini, Università degli studi di Urbino</h4><h4 id="nicola-armaroli-cnr-isof">Nicola Armaroli, CNR-ISOF</h4><h4 id="marina-baldi-cnr-ibe">Marina Baldi, CNR-IBE</h4><h4 id="andrea-balotti-università-degli-studi-dellaquila">Andrea Balotti, Università degli Studi dell&rsquo;Aquila</h4><h4 id="vincenzo-balzani-università-di-bologna">Vincenzo Balzani, Università di Bologna</h4><h4 id="roberto-barbiero-arpa-trento">Roberto Barbiero, ARPA Trento</h4><h4 id="ugo-bardi-università-di-firenze">Ugo Bardi, Università di Firenze</h4><h4 id="stefano-battiston-università-ca-foscari">Stefano Battiston, Università Ca’ Foscari</h4><h4 id="leonardo-becchetti-università-di-tor-vergata">Leonardo Becchetti, Università di Tor Vergata</h4><h4 id="marco-bella-sapienza-università-di-roma">Marco Bella, Sapienza Università di Roma</h4><h4 id="katinka-bellomo-università-di-padova">Katinka Bellomo, Università di Padova</h4><h4 id="carlo-alessandro-bertetti-membro-comitato-tecnico-piarc-italia-4">Carlo Alessandro Bertetti, Membro Comitato Tecnico PIARC Italia 4</h4><h4 id="giacomo-bertoldi-eurac">Giacomo Bertoldi, EURAC</h4><h4 id="alberto-bertucco-università-di-padova">Alberto Bertucco, Università di Padova</h4><h4 id="riccardo-biondi-fondazione-cima">Riccardo Biondi, Fondazione CIMA</h4><h4 id="gian-italo-bischi-università-di-urbino">Gian Italo Bischi, Università di Urbino</h4><h4 id="davide-bonaldo-cnr-ismar">Davide Bonaldo, CNR-ISMAR</h4><h4 id="simone-borghesi-european-university-institute-e-università-di-siena">Simone Borghesi, European University Institute e Università di Siena</h4><h4 id="alessandro-bortolin-cnr-isac-padova">Alessandro Bortolin, CNR-ISAC, Padova</h4><h4 id="francesco-bosello-cmcc">Francesco Bosello, CMCC</h4><h4 id="elisa-brussolo-centro-ricerche-società-metropolitana-acque-torino">Elisa Brussolo, Centro Ricerche Società Metropolitana Acque Torino</h4><h4 id="giorgio-budillon-università-parthenope">Giorgio Budillon, Università Parthenope</h4><h4 id="roberto-buizza-scuola-superiore-santanna-pisa">Roberto Buizza, Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa</h4><h4 id="federico-butera-politecnico-di-milano">Federico Butera, Politecnico di Milano</h4><h4 id="alessandro-caiani-iuss-pavia">Alessandro Caiani, IUSS Pavia</h4><h4 id="francesco-cairo-cnr-isac">Francesco Cairo, CNR-ISAC</h4><h4 id="sandro-calmanti-enea">Sandro Calmanti, ENEA</h4><h4 id="piero-campalani-eurac">Piero Campalani, EURAC</h4><h4 id="gianluca-carboni-agenzia-regionale-per-la-ricerca-in-agricoltura">Gianluca Carboni, Agenzia Regionale per la ricerca in Agricoltura</h4><h4 id="michele-carducci---università-del-salento">Michele Carducci - Università del Salento</h4><h4 id="sandra-cassotta-aalborg-university">Sandra Cassotta, Aalborg University</h4><h4 id="annalisa-cherchi-cnr-isac">Annalisa Cherchi, CNR-ISAC</h4><h4 id="claudio-ciavatta-università-di-bologna">Claudio Ciavatta, Università di Bologna</h4><h4 id="federica-cittadino-eurac-research">Federica Cittadino, Eurac Research</h4><h4 id="francesco-pietro-colelli-cmcc">Francesco Pietro Colelli, CMCC</h4><h4 id="alessio-collalti-cnr">Alessio Collalti, CNR</h4><h4 id="matteo-colucci-cmcc">Matteo Colucci, CMCC</h4><h4 id="erika-coppola-ictp-trieste">Erika Coppola, ICTP, Trieste</h4><h4 id="ugo-cortesi-cnr-ifac">Ugo Cortesi, CNR-IFAC</h4><h4 id="cristiano-damico-università-degli-studi-dellaquila">Cristiano D&rsquo;Amico, Università degli Studi dell&rsquo;Aquila</h4><h4 id="roberto-danovaro-università-politecnica-delle-marche">Roberto Danovaro, Università Politecnica delle Marche</h4><h4 id="lorenzo-francesco-davoli-università-degli-studi-di-milano-bicocca">Lorenzo Francesco Davoli, Università degli Studi di Milano Bicocca</h4><h4 id="marta-debolini-cmcc">Marta Debolini, CMCC</h4><h4 id="maurizio-decastri-università-di-tor-vergata-roma">Maurizio Decastri, Università di Tor Vergata, Roma</h4><h4 id="enrica-de-cian-cmcc">Enrica De Cian, CMCC</h4><h4 id="giovanbattista-de-dato-crea">Giovanbattista de Dato, CREA</h4><h4 id="gianluigi-de-gennaro-università-degli-studi-di-bari">Gianluigi de Gennaro, Università degli Studi di Bari</h4><h4 id="alessandro-dellaquila-enea">Alessandro Dell’Aquila, ENEA</h4><h4 id="carmela-de-vivo-cmcc">Carmela De Vivo, CMCC</h4><h4 id="raffaele-della-croce-imperial-college-london">Raffaele Della Croce, Imperial College London</h4><h4 id="alice-di-bella-cmcc">Alice Di Bella, CMCC</h4><h4 id="italo-epicoco-cmcc">Italo Epicoco, CMCC</h4><h4 id="maria-cristina-facchini-cnr-isac">Maria Cristina Facchini, CNR-ISAC</h4><h4 id="paola-faggian-rse-milano">Paola Faggian, RSE, Milano</h4><h4 id="simone-falzoi-met-éireann-irelands-national-meteorological-service">Simone Falzoi, Met Éireann, Ireland’s National Meteorological Service</h4><h4 id="davide-faranda-cnrs-parigi">Davide Faranda, CNRS Parigi</h4><h4 id="giusy-fedele-cmcc">Giusy Fedele, CMCC</h4><h4 id="andrea-filpa-università-roma-tre">Andrea Filpa, Università Roma Tre</h4><h4 id="rossella-ferretti-università-dellaquila---cetemps">Rossella Ferretti, Università Dell’Aquila - CETEMPS</h4><h4 id="francesco-forastiere-imperial-college">Francesco Forastiere, Imperial College</h4><h4 id="pier-paolo-franzese-università-degli-studi-di-napoli-parthenope">Pier Paolo Franzese, Università degli Studi di Napoli “Parthenope”</h4><h4 id="francesca-frasca-sapienza-università-di-roma">Francesca Frasca, Sapienza Università di Roma</h4><h4 id="sandro-fuzzi-cnr-isac-bologna">Sandro Fuzzi, CNR-ISAC, Bologna</h4><h4 id="marco-gaetani-iuss-pavia">Marco Gaetani, IUSS Pavia</h4><h4 id="enrico-gagliano-già-docente-università-di-teramo-e-unibo">Enrico Gagliano, già docente Università di Teramo e Unibo</h4><h4 id="walter-ganapini-agenzia-europea-dellambiente">Walter Ganapini, Agenzia Europea dell&rsquo;Ambiente</h4><h4 id="domenico-gaudioso-già-ispra">Domenico Gaudioso, già ISPRA</h4><h4 id="beatrice-giambenedetti-ingv">Beatrice Giambenedetti, INGV</h4><h4 id="valentina-giannini-cmcc">Valentina Giannini, CMCC</h4><h4 id="umberto-giostra-università-degli-studi-di-urbino">Umberto Giostra, Università degli Studi di Urbino</h4><h4 id="lorenzo-giovannini-università-di-trento">Lorenzo Giovannini, Università di Trento</h4><h4 id="marco-giusti-università-di-verona">Marco Giusti, Università di Verona</h4><h4 id="elisa-grieco-cnr">Elisa Grieco, CNR </h4><h4 id="mario-grosso-politecnico-di-milano">Mario Grosso, Politecnico di Milano</h4><h4 id="silvio-gualdi-cmcc">Silvio Gualdi, CMCC</h4><h4 id="marco-iarlori-cetemps---università-degli-studi-dellaquila">Marco Iarlori, CETEMPS - Università degli Studi dell&rsquo;Aquila</h4><h4 id="ivan-kanchev-european-society-for-ecological-economics">Ivan Kanchev, European Society for Ecological Economics</h4><h4 id="martina-lagasio-cima">Martina Lagasio, CIMA </h4><h4 id="lavinia-laiti-appa">Lavinia Laiti, APPA</h4><h4 id="cristina-lavecchia-fondazione-osservatorio-meteorologico-milano-duomo">Cristina Lavecchia, Fondazione Osservatorio Meteorologico Milano Duomo</h4><h4 id="valerio-lembo-cnr-isac-roma">Valerio Lembo, CNR-ISAC, Roma</h4><h4 id="simone-libralato-ogs-trieste">Simone Libralato, OGS, Trieste</h4><h4 id="stefano-lilla-università-di-bologna">Stefano Lilla, Università di Bologna</h4><h4 id="piero-lionello-università-del-salento">Piero Lionello, Università del Salento</h4><h4 id="nicola-loglisci-cima">Nicola Loglisci, CIMA</h4><h4 id="mauro-magatti-università-cattolica-del-sacro-cuore">Mauro Magatti, Università cattolica del sacro cuore</h4><h4 id="elena-maines-libera-università-di-bolzano">Elena Maines, Libera Università di Bolzano</h4><h4 id="michela-maione-università-degli-studi-di-urbino-carlo-bo">Michela Maione, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo</h4><h4 id="gabriele-alessandro-mansi-ca-foscari-cmcc">Gabriele Alessandro Mansi, Ca&rsquo; Foscari, CMCC</h4><h4 id="giulio-marchesini-reggiani-università-di-bologna">Giulio Marchesini Reggiani, Università di Bologna</h4><h4 id="simona-masina-cmcc">Simona Masina, CMCC</h4><h4 id="daniele-mastrangelo-cnr-isac">Daniele Mastrangelo, CNR-ISAC</h4><h4 id="stefano-materia-barcelona-supercomputing-center">Stefano Materia, Barcelona Supercomputing Center</h4><h4 id="marino-mazzon-ordine-ingegneri-venezia">Marino Mazzon, Ordine Ingegneri Venezia</h4><h4 id="virna-loana-meccia-cnr-isac">Virna Loana Meccia, CNR-ISAC</h4><h4 id="agostino-meroni-università-di-milano-bicocca">Agostino Meroni, Università di Milano-Bicocca</h4><h4 id="mario-marcello-miglietta-cnr-isac">Mario Marcello Miglietta, CNR-ISAC</h4><h4 id="vittorio-marletto-già-arpae-emilia-romagna">Vittorio Marletto, già ARPAE Emilia-Romagna</h4><h4 id="massimo-milelli-fondazione-cima">Massimo Milelli, Fondazione CIMA</h4><h4 id="irene-monasterolo-utrecht-university">Irene Monasterolo, Utrecht University</h4><h4 id="giovanni-montagnani-dottorato-presso-il-politecnico-di-milano">Giovanni Montagnani, dottorato presso il Politecnico di Milano</h4><h4 id="leonardo-montagnani-università-di-bolzano">Leonardo Montagnani, Università di Bolzano</h4><h4 id="silvia-montagnani-joint-phd-program-university-of-lille-and-frankfurt-c3s">Silvia Montagnani, Joint PhD Program, University of Lille and Frankfurt (C3S) </h4><h4 id="anna-montini-università-di-bologna-campus-rimini">Anna Montini, Università di Bologna, Campus Rimini</h4><h4 id="mario-montopoli-cnr-isac">Mario Montopoli, CNR-ISAC</h4><h4 id="roberto-morabito-cetma-brindisi">Roberto Morabito, CETMA, Brindisi</h4><h4 id="massimo-muraro-cmcc">Massimo Muraro, CMCC</h4><h4 id="mauro-mussin-arpa-lombardia">Mauro Mussin, ARPA Lombardia</h4><h4 id="ernesto-napolitano-enea">Ernesto Napolitano, ENEA</h4><h4 id="matteo-nastasi-università-dellaquila">Matteo Nastasi, Università dell&rsquo;Aquila</h4><h4 id="sergio-noce-cmcc">Sergio Noce, CMCC</h4><h4 id="rita-nogherotto-cnr--isac">Rita Nogherotto, CNR -ISAC</h4><h4 id="stefania-oliva-cmcc">Stefania Oliva, CMCC</h4><h4 id="antonio-parodi-fondazione-di-ricerca-cima">Antonio Parodi, Fondazione di ricerca CIMA</h4><h4 id="salvatore-pascale-università-di-bologna">Salvatore Pascale, Università di Bologna</h4><h4 id="luigi-pasotti---regione-siciliana---servizio-informativo-agrometeorologico-siciliano">Luigi Pasotti - Regione Siciliana - Servizio Informativo Agrometeorologico Siciliano</h4><h4 id="claudia-pasquero-università-di-milano---bicocca">Claudia Pasquero, Università di Milano - Bicocca</h4><h4 id="daniele-peano-cmcc">Daniele Peano, CMCC</h4><h4 id="renata-pelosini-agenzia-italiameteo">Renata Pelosini, Agenzia ItaliaMeteo </h4><h4 id="cinzia-perrino-cnr-iia-roma">Cinzia Perrino, CNR-IIA, Roma</h4><h4 id="marcello-petitta-università-roma-tre">Marcello Petitta, Università Roma Tre</h4><h4 id="valentino-piana-economics-web-institute">Valentino Piana, Economics Web Institute</h4><h4 id="elisa-pieratti-agenzia-provinciale-per-la-protezione-dellambiente-trento">Elisa Pieratti, Agenzia Provinciale per la Protezione dell&rsquo;Ambiente, Trento</h4><h4 id="davide-pini-università-di-bologna">Davide Pini, Università di Bologna</h4><h4 id="massimiliano-pittore-eurac-research">Massimiliano Pittore, EURAC Research</h4><h4 id="shobha-poudel-feem">Shobha Poudel, FEEM</h4><h4 id="donatella-porrini-università-del-salento">Donatella Porrini, Università del Salento</h4><h4 id="mariangela-ravaioli-cnr-ismar">Mariangela Ravaioli, CNR-Ismar</h4><h4 id="giovanni-ravazzani-politecnico-di-milano">Giovanni Ravazzani, Politecnico di Milano</h4><h4 id="aldo-ravazzi-douvan-università-tor-vergata-e-luiss">Aldo Ravazzi Douvan, Università Tor Vergata e Luiss</h4><h4 id="jessica-reale-scuola-universitaria-superiore-pavia">Jessica Reale, Scuola Universitaria Superiore Pavia</h4><h4 id="marco-reale-ogs-trieste">Marco Reale, OGS, Trieste</h4><h4 id="alfredo-reder-cmcc">Alfredo Reder, CMCC</h4><h4 id="giulio-marchesini-reggiani-università-di-bologna-1">Giulio Marchesini Reggiani, Università di Bologna</h4><h4 id="gianluca-ruggieri-università-dellinsubria">Gianluca Ruggieri, Università dell’Insubria</h4><h4 id="gianfausto-salvadori-università-del-salento">Gianfausto Salvadori, Università del Salento</h4><h4 id="roberto-salzano-cnr-iia-firenze">Roberto Salzano, CNR-IIA, Firenze</h4><h4 id="giada-sannino-osservatorio-clima-di-arpae-emilia-romagna">Giada Sannino, Osservatorio Clima di Arpae Emilia Romagna</h4><h4 id="gianmaria-sannino-enea">Gianmaria Sannino, ENEA</h4><h4 id="piero-serafini-università-dellaquila">Piero Serafini, Università dell&rsquo;Aquila</h4><h4 id="simona-simoncelli-ingv">Simona Simoncelli, INGV</h4><h4 id="cosimo-solidoro-ogs-trieste">Cosimo Solidoro, OGS, Trieste</h4><h4 id="federico-spanna-rete-agrometeo-regione-piemonte">Federico Spanna, Rete Agrometeo Regione Piemonte</h4><h4 id="gabriele-standardi-cmcc">Gabriele Standardi, CMCC</h4><h4 id="claudio-stefanini-università-di-padova">Claudio Stefanini, Università di Padova</h4><h4 id="michele-stortini--arpae">Michele Stortini , Arpae</h4><h4 id="mariavittoria-struglia-enea">MariaVittoria Struglia, ENEA</h4><h4 id="gianni-tartari-già-cnr-irsa">Gianni Tartari, già CNR-IRSA</h4><h4 id="giulia-tasquier-università-di-bologna">Giulia Tasquier, Università di Bologna</h4><h4 id="alessandro-tavoni-università-di-bologna">Alessandro Tavoni, Università di Bologna</h4><h4 id="vito-telesca-università-della-basilicata">Vito Telesca, Università della Basilicata</h4><h4 id="stefano-tibaldi-cmcc">Stefano Tibaldi, CMCC</h4><h4 id="andrea-tilche-università-di-bologna">Andrea Tilche, Università di Bologna</h4><h4 id="chiara-tonelli-università-roma-tre">Chiara Tonelli, Università Roma Tre</h4><h4 id="silvia-torresan-cmcc">Silvia Torresan, CMCC</h4><h4 id="arianna-trevisiol-rse-milano">Arianna Trevisiol, RSE, Milano</h4><h4 id="umberto-triacca-università-dellaquila">Umberto Triacca, Università dell’Aquila</h4><h4 id="marco-valente-università-dellaquila">Marco Valente, Università dell&rsquo;Aquila</h4><h4 id="francesca-ventura-università-di-bologna">Francesca Ventura, Università di Bologna</h4><h4 id="margherita-venturi-università-di-bologna">Margherita Venturi, Università di Bologna</h4><h4 id="stefano-verde-università-di-siena">Stefano Verde, Università di Siena</h4><h4 id="chiara-volta-enea">Chiara Volta, ENEA</h4><h4 id="enrico-zambianchi-università-la-sapienza">Enrico Zambianchi, Università La Sapienza</h4><h4 id="dario-zampieri-università-di-padova">Dario Zampieri, Università di Padova</h4><h4 id="dino-zardi-università-di-trento">Dino Zardi, Università di Trento</h4><h4 id="fabio-zecchini-arpa-veneto">Fabio Zecchini, ARPA Veneto</h4><h4 id="federica-zennaro-cmcc">Federica Zennaro, CMCC</h4><h4 id="andrea-zonato-cima">Andrea Zonato, CIMA</h4>]]></content:encoded></item><item><title>A OrvietoScienza2026 si parlerà anche di minerali per la transizione</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/orvietoscienza2026-si-parlera-minerali-transizione/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/orvietoscienza2026-si-parlera-minerali-transizione/</guid><pubDate>Wed, 18 Feb 2026 09:24:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Sui minerali necessari alla transizione si parla ormai da anni, anche perché sono sostanze che ci servono già per le tecnologie oggi in uso (come i cellulari).</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/orvietoscienza2026-si-parlera-minerali-transizione-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/orvietoscienza2026-si-parlera-minerali-transizione-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sui minerali necessari alla transizione si parla ormai da anni, anche perché sono sostanze che ci servono già per le tecnologie oggi in uso (come i cellulari). Nonostante sia previsto un aumento di estrazioni vista la domanda crescente, allo stesso tempo è richiesta una fortissima diminuzione dell’estrazione di combustibili fossili: il <a href="https://www.weforum.org/stories/2024/06/energy-transition-critical-minerals-mining" rel="noopener">netto</a> produrrebbe una minore presenza di punti estrattivi nel mondo rispetto a ora.</p>
<p>Di seguito un grafico dell’Agenzia internazionale per l’energia (IEA) che riporta l’importanza di ciascun minerale relativamente a ciascuna tecnologia.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/orvietoscienza2026-si-parlera-minerali-transizione-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/orvietoscienza2026-si-parlera-minerali-transizione-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/orvietoscienza2026-si-parlera-minerali-transizione-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="importanza minerali per transizione" width="1372" height="575" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Il costo delle batterie a ioni di litio è diminuito molto negli ultimi dieci anni raggiungendo i 137 dollari al chilowattora nel 2020, secondo quanto ci <a href="https://www.iea.org/reports/the-role-of-critical-minerals-in-clean-energy-transitions/mineral-requirements-for-clean-energy-transitions" rel="noopener">dice</a> l’IEA, anche se è necessario decrescere ancora.</p>
<p>Il grafico seguente rappresenta la domanda di minerali per fare la transizione, a seconda dello scenario di riferimento e in relazione alla tecnologia &ldquo;pulita&rdquo; richiesta (sempre su dati IEA).</p>
<p>L’altra precisazione che serve fare di tanto in tanto è che tutti questi minerali non sono affatto “terre rare”, che rappresentano solo 17 specifici elementi della tavola periodica (scandio, ittrio e i 15 lantanoidi). Per altro, certe <a href="https://www.polito.it/ateneo/comunicazione-e-ufficio-stampa/poliflash/le-terre-rare-sono-solo-la-punta-dell-iceberg" rel="noopener">sostanze</a> non sono nemmeno rare, anzi, sono piuttosto abbondanti in natura, come l’agognato litio o il rame. Il problema è più che altro la loro distribuzione geografica, che molto spesso è piuttosto disomogenea. Segnaliamo <a href="https://ourworldindata.org/countries-critical-minerals-needed-energy-transition" rel="noopener">questo approfondimento</a> di <em>Our World in Data</em> che elenca uno per uno i minerali per la transizione e ne rappresenta la distribuzione geografica. Il grafico di seguito può essere interrogato, selezionando il minerale che interessa e altri parametri.</p>
<p>Tra gli <a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_23_1661" rel="noopener">obiettivi europei</a> in materia, che hanno retto nonostante lo spostamento a destra dell’asse politico di Commissione e Parlamento, c’è ancora la diversificazione geografica delle estrazioni e l’aumento del riciclo delle sostanze usate. Il potenziale è molto alto.<br>
È sempre utile, da questo punto di vista, fare una riflessione. Banalmente, se pensiamo alla benzina che iniettiamo nell’automobile oggi, dopo che viene bruciata per produrre l’energia che ci serve, emette gas serra, inquinanti e poi sparisce; la batteria di un’auto elettrica dura molto di più, non emette nulla e può essere riciclata a fine vita. Non si può riciclare la benzina. E le emissioni sul ciclo di vita che hanno oggi le auto elettriche, tra l’altro già inferiori a quelle termiche, dipendono inevitabilmente dal mix energetico, quindi, come ovvio che sia, si ridurranno via via che in rete aumenterà l&rsquo;energia rinnovabile (<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/auto-elettriche-inevitabili-fortuna/">ne parlavamo già qui</a>). La transizione all’auto elettrica va fatta assieme a quella verso le energie rinnovabili.</p>
<p>C’è molta ricerca su questi temi, anche sul riciclo, che ancora oggi non è sfruttato al massimo possibile. Questo è molto importante, perché serve <a href="https://www.unep.org/news-and-stories/story/what-are-energy-transition-minerals-and-how-can-they-unlock-clean-energy-age" rel="noopener">ridurre</a> al minimo gli impatti ambientali e sociali causati dall’estrazione dei minerali, come si sta già cercando di fare. Impatti ambientali e sociali, ricordiamolo sempre, che i combustibili fossili già creano, abbondantemente e su larga scala, e che sono quantificati da decenni dalla migliore ricerca scientifica reperibile nei rapporti <a href="https://www.ipcc.ch/report/sixth-assessment-report-working-group-ii/" rel="noopener">IPCC</a>. Non c’è bisogno di fare il solito elenco, tra aumento del livello marino, siccità, precipitazioni distruttive, ondate di calore mortali e via dicendo.</p>
<p>Per esempio, Elza Bontempi dell’Università degli Studi di Brescia ha da poco pubblicato un <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2666916126000071" rel="noopener">articolo</a> (un <em>viewpoint</em>, per la precisione) che fa il punto su un possibile “centro di riciclo europeo modulare”, per raccogliere le batterie esauste agli ioni di litio, «il cui riciclo a oggi è dominato interamente dalla Cina». La ricercatrice ricorda che al momento l’Europa importa molta materia prima strategica e ne riesce a riciclare poca (0,5 milioni di tonnellate di batterie esauste, la Cina ne ricicla quasi 100 volte di più). In particolare, l’Europa è costretta a esportare in Asia più del 50% di <em>black mass</em>, cioè la polvere che si ottiene frantumando le batterie e che contiene molto litio e cobalto, solo perché non siamo in grado di gestirla. Per di più, in Europa gli impianti di pretrattamento sono distribuiti in modo molto poco uniforme a livello geografico, ci sono molti progetti pilota sparsi in una catena di approvvigionamento ancora molto segmentata.</p>
<p>Insomma, c’è molto fermento e molto da fare. Se volete, vi aspetto quindi a <a href="https://orvietoscienza.majoranaorvieto.org/orvietoscienza2026-energia-2050-quale-sfida-per-la-transizione" rel="noopener">OrvietoScienza2026</a> dal 19 al 21 febbraio, dove si parlerà anche di questo con numerosi relatori e relatrici di spicco, e interventi dei ragazzi e delle ragazze delle scuole.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Parte il Piano nazionale sementi biologiche</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/parte-piano-nazionale-sementi-biologiche/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/parte-piano-nazionale-sementi-biologiche/</guid><pubDate>Mon, 16 Feb 2026 08:14:00 +0100</pubDate><category>ambiente</category><description>L’agricoltura biologica inquina meno e rispetta l’ambiente? Promuove la biodiversità?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/parte-piano-nazionale-sementi-biologiche-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/parte-piano-nazionale-sementi-biologiche-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’agricoltura biologica inquina meno e rispetta l’ambiente? Promuove la biodiversità? Può competere con l’agricoltura tradizionale? È solo un marchio di certificazione o implica qualcosa in più? Anche per rispondere a questi quesiti ha preso il via il Piano nazionale delle sementi biologiche (PNSB), un progetto triennale finanziato dal Ministero dell&rsquo;agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste (MASAF) e attuato dal Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (CREA). </p>
<p>Prima dei ferventi dibattiti in materia e di tutte le sue altre declinazioni, <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32018R0848" rel="noopener">l’agricoltura biologica è</a> «un sistema globale di gestione dell’azienda agricola e di produzione alimentare basato sull’interazione tra le migliori prassi in materia di ambiente e azione per il clima, un alto livello di biodiversità, la salvaguardia delle risorse naturali e l’applicazione di criteri rigorosi in materia di benessere degli animali e norme rigorose di produzione confacenti alle preferenze di un numero crescente di consumatori per prodotti ottenuti con sostanze e procedimenti naturali. La produzione biologica ha quindi una duplice funzione sociale, provvedendo, da un lato, a un mercato specifico che risponde alla domanda di prodotti biologici da parte dei consumatori e, dall’altro, fornendo al pubblico beni che contribuiscono alla tutela dell’ambiente, al benessere degli animali e allo sviluppo rurale».</p>
<p>Il disciplinare biologico non si è limitato solo alla coltivazione e alla produzione del materiale vegetale ma ha coinvolto tutta la filiera portando a numerose novità innanzitutto per la commercializzazione dei materiali eterogenei biologici (MEB). Una definizione forse un po’ più informale riconduce il MEB a un insieme vegetale di individui che, pur presentando caratteristiche morfologiche comuni, è caratterizzato da una elevata diversità genetica e fenotipica. Il vantaggio principale è dato appunto dalla sua elevata diversità genetica che gli permette di adattarsi a diverse condizioni pedoclimatiche. Nel tempo, i singoli componenti evolvono influenzati dall&rsquo;ambiente in cui crescono. Non si tratta dunque di un miscuglio di varietà e neppure di una definita varietà (ai sensi del Regolamento CE n. 2100/94 del Consiglio).</p>
<p>La seconda novità principale concerne l’iscrizione al Registro nazionale di varietà biologiche appartenenti alle specie disciplinate dalla normativa sementiera europea. La conversione degli impianti verso la produzione biologica in Italia è un dato oramai più che assodato, raggiungendo i 2,5 milioni di ettari alla fine del 2023 (in aumento del 4,5% rispetto al 2022), un’ampia area (19,8%) se equiparata alla superficie totale agricola utilizzata (dati ISPRA). Sulla scia dei recenti obiettivi europei (<em>Farm to fork strategy</em>), l’Italia dovrebbe arrivare al 25% di superficie destinata alla produzione biologica. In questo senso, l’agricoltura biologica sembra avere un minore impatto ambientale e si muove verso una più accurata salvaguardia dell’ambiente circostante. D’altro canto, però, la disponibilità di sementi certificate come biologiche non riesce a fare fronte all’impennata delle superfici coltivate a biologico, come dimostrato dalle elevate richieste di deroghe per l’utilizzo di materiale riproduttivo non biologico in agricoltura biologica. S’inserisce qui il PNSB, il cui obiettivo principale è favorire la riduzione del numero di deroghe oggi gestite dalla Banca dati delle sementi biologiche (BDSB). In particolare, la BDSB è uno strumento istituito nel 2017 dal MASAF per favorire l’incontro tra la domanda e l’offerta di materiale riproduttivo biologico. Basti pensare che in questo secondo semestre 2025, il numero totale di varietà ammesse è stato pari a 82400, laddove le deroghe hanno toccato 46500.  Dunque, è fondamentale che le attività del PNSB rispondano concretamente alle richieste della filiera con varietà biologiche idonee ai diversi contesti pedoclimatici e colturali racchiusi in Italia.</p>
<p>A livello pratico, il PNSB coinvolge attivamente diverse aziende agricole, vivaistiche e sementiere per svolgere la propria sperimentazione, in modo da adottare approcci sinergici per affrontare sfide comuni come il miglioramento varietale partecipativo e il rilascio di nuove accessioni d’élite per i caratteri di interesse. Nell’attuale scenario, l’iscrizione di varietà al Registro Nazionale con una maggiore tolleranza a certi patogeni e un più ampio adattamento al sistema agricolo non gestito in modo convenzionale (ad esempio, per il diserbo) potrebbe portare a enormi vantaggi a livello di gestione colturale. Dopo una prima fase di perfezionamento dello stato dell’arte, il PNSB cercherà di rispondere alle richieste del mondo agricolo con la possibilità di modellare il rilascio di nuove varietà cerealicole e ortive.</p>
<p>A livello tecnico, pur seguendo il medesimo iter di certificazione per l’iscrizione al Registro nazionale di varietà a uso convenzionale e non, il PNSB propone una revisione dei protocolli internazionali DUS ossia di distinguibilità (la nuova varietà deve essere ben diversa dalle altre note), uniformità (le piante della medesima varietà devono presentare caratteristiche omogenee) e stabilità (le caratteristiche della nuova varietà devono perdurarsi nel tempo anche dopo riproduzioni o moltiplicazioni successive) in varietà biologiche di orzo e triticale. A ciò si aggiunge anche il riesame dei criteri per determinarne il valore agronomico e di utilizzo (VCU). Per quanto concerne il mais, si vorrebbe inserire tra i criteri di iscrizione lo screening per <em>Aspergillus flavus</em>. che causa la presenza di aflatossine tossiche per la salute umana e non, e per <em>Fusarium verticilloides</em>, che compromette gravemente la qualità della granella.</p>
<p>La possibilità di valorizzare più caratteristiche descrittive e agronomiche nelle specie candidate al solo Registro biologico potrebbe ulteriormente incentivare la conversione dai metodi tradizionali muovendo anche gli agricoltori più scettici verso pratiche agricole più sostenibili e standard di filiera oltre che proiettarsi verso un approccio di sostenibilità globale.</p>
<p>A oggi, le attività preliminari sono stati definite da ciascun centro e sono avviate per la successiva sperimentazione. Il CREA-PB ha definito sia il calendario operativo delle attività sia gli stakeholders da coinvolgere potenzialmente. Il CREA-CI ha iniziato a condurre le prove sperimentali per lo sviluppo di MEB e di nuove linee di frumento duro ottenute tramite selezione per linea pura, oltre alle prove di confronto varietale sul frumento duro e quello tenero. Tra le varie attività, Il CREA-OF ha allestito in campo le prove di confronto varietale di cavolfiore (ciclo di coltivazione da agosto 2025 a circa marzo 2026) nelle sedi di Monsampolo del Tronto (AP) e di Battipaglia (SA). Attualmente, CREA-OFA sta predisponendo le basi per le future indagini sulle problematiche della filiera vivaistica biologica e l’individuazione delle principali criticità nelle tre filiere arboree (frutta, agrumi e olivo), e su una bozza per la stesura delle linee guida per i protocolli di produzione di materiale di propagazione biologica. Il CREA-VE ha già finalizzato la collaborazione con due vivaisti e ha approntato un disegno sperimentale per ottimizzare la lotta biologica al fungo Plasmopora viticola usando alcuni sinergizzanti in formulazione con quantitativi di rame ridotti. Infine, il CREA-DC ha avviato le prove in campo di frumento duro e tenero nei vari centri CREA (Lonigo, Palermo e Tavazzano) e aziende coinvolte sul territorio nazionale con l’obiettivo di aggiornare il protocollo tecnico ed applicarlo in maniera trasversale.</p>
<p>Il Piano nazionale delle sementi biologiche, con le sue diverse attività, vuole porre le basi per un avanzamento rigoroso e un futuro sostegno a tutta la filiera certificata biologica, che verranno accompagnati lungo tutta la durata del progetto da eventi pubblici nei vari centri CREA coinvolti e aperti a tutti in portatori di interesse. Ulteriori aggiornamenti e informazioni verranno indicati <a href="http://www.crea.gov.it/web/difesa-e-certificazione/eventi" rel="noopener">sui canali ufficiali</a>.</p>
<h2 id="nota" class="titolo-minore">Nota\</h2><p>I Centri di Ricerca CREA coinvolti nel progetto sono: Difesa e certificazione (DC), Orticoltura e Florovivaismo (OF), Viticoltura ed Enologia (VE), Olivicoltura, Frutticoltura e Agrumicoltura (OFA), Politiche e Bioeconomie (PB) e, infine, Cerealicoltura e Colture Industriali (CI). Nello specifico, CREA-PB dà supporto alle filiere, CREA-CI e CREA-OF sono responsabili per la parte relativa all’innovazione rispettivamente delle specie agricole e di quelle ortive, CREA-OFA è capofila per la qualità del materiale di propagazione di fruttiferi, olivo e agrumi laddove CREA-VE monitora quella della vite e, in ultima battuta, CREA-DC si occupa della qualità delle sementi, la divulgazione e formazione e coordina tutto il PNSB.  Ciascuna struttura sopracitata prevede uno o più pacchetti di lavoro che a loro volta si articolano in diverse attività)</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Trump fuori controllo dà il via libera ai gas serra</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/trump-fuori-controllo-via-libera-gas-serra/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/trump-fuori-controllo-via-libera-gas-serra/</guid><pubDate>Sat, 14 Feb 2026 09:48:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Il 12 febbraio 2026 l&amp;amp;rsquo;amministrazione Trump ha calato la scure sull&amp;amp;rsquo;Endangerment Finding (determinazione di pericolo)</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/trump-fuori-controllo-via-libera-gas-serra-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/trump-fuori-controllo-via-libera-gas-serra-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 12 febbraio 2026 l&rsquo;amministrazione Trump ha calato la scure sull&rsquo;Endangerment Finding (determinazione di pericolo), il documento adottato nel 2009 dall&rsquo;Environmental Protection Agency (EPA) che riconosceva i principali gas serra – anidride carbonica, metano, idrofluorocarburi – come sostanze climalteranti con provati effetti nocivi sulla salute umana, sul clima e sulla biodiversità.</p>
<p>Non si tratta di una semplice modifica normativa. Con una &ldquo;final rule&rdquo; (norma definitiva), l&rsquo;EPA ha reinterpretato il Clean Air Act del 1970, disconoscendo che la CO₂ e gli altri gas serra abbiano un effetto nocivo sulla salute al pari degli inquinanti &ldquo;classici&rdquo; come il monossido di carbonio o le polveri sottili. L&rsquo;amministrazione Trump la presenta come la più grande deregolamentazione della storia americana, promettendo risparmi fino a 1,3 trilioni di dollari, soprattutto nel settore automobilistico – circa 2.400 dollari per automobile.</p>
<h2 id="un-colpo-mortale-allazione-climatica">Un colpo mortale all&rsquo;azione climatica</h2><p>L&rsquo;Endangerment Finding ha costituito fino ad ora la base giuridica centrale di quasi tutta la regolazione climatica federale degli USA. Senza di esso, l&rsquo;EPA perde la giustificazione per definire standard sulle emissioni delle auto, regolazioni sulle centrali elettriche, limiti industriali sulla CO₂.</p>
<p>Anche se una battaglia legale è partita subito dopo l&rsquo;abrogazione da parte di associazioni ambientaliste, Stati come la California ed esponenti del mondo politico, la nuova norma ha efficacia immediata e sarà estremamente difficile da rovesciare. Servirà una nuova legge del Congresso o un cambio radicale nella composizione della Corte Suprema per ripristinare l&rsquo;Endangerment Finding. La posta in gioco è notevole, visto che le emissioni climalteranti degli Stati Uniti rappresentano l’11% del totale (la Cina il 29%, e l’UE27 il 5,9%), e potrebbero crescere negli anni a venire grazie alla revoca.</p>
<h2 id="le-reazioni-interne">Le reazioni interne</h2><p>Il mainstream industriale statunitense ha gioito per l’ennesimo “liberi tutti” trumpiano, ma non tutti. Il settore auto è diviso. Se Ford e Stellantis hanno apprezzato, Tesla ovviamente no. Michael Berube, presidente di CALSTART (organizzazione per i veicoli puliti), avverte: &ldquo;Indebolire gli standard sui veicoli e minare l&rsquo;Endangerment Finding diffonde incertezza sui mercati proprio quando la competizione globale per la leadership nei veicoli puliti sta accelerando. Rischiamo di cedere la nostra leadership proprio mentre la domanda globale di tecnologie a basse e zero emissioni continua a crescere”.</p>
<p>Reazione di sconcerto anche da parte della comunità scientifica, messa sotto scacco e platealmente insultata da un presidente ormai fuori controllo (i climatologi sono degli “stupidi”, e “balle” le loro teorie). Brandon Jones, presidente dell&rsquo;American Geophysical Union (AGU), la più importante società scientifica mondiale nelle scienze della Terra, ha denunciato la decisione con parole nette: &ldquo;la decisione dell&rsquo;amministrazione Trump di abrogare questa determinazione scientifica e legale storica – nonostante le prove schiaccianti – è un rifiuto della scienza consolidata, una negazione delle difficoltà che stiamo affrontando oggi, e una minaccia diretta al nostro futuro collettivo”. Una posizione condivisa &ldquo;riga per riga&rdquo; da Antonio Navarra, Università di Bologna e Centro euro-mediterraneo per i cambiamenti climatici. (<a href="https://fromtheprow.agu.org/agu-denounces-trump-administrations-repeal-of-the-epa-endangerment-finding/" rel="noopener">qui</a> la dichiarazione integrale).</p>
<h2 id="la-scienza-ignorata-dalla-politica">La scienza ignorata dalla politica</h2><p>Non si stupisce Giacomo Grassi, climatologo che fa parte dell’IPCC Task Force Bureau. “È una scelta con conseguenze rilevanti, non solo perché contribuisce ad un ulteriore riscaldamento globale, con tutti gli effetti ad esso associati, ma perché rende molto più difficile qualsiasi futura azione federale di contrasto al cambiamento climatico. Lo scorso luglio, un rapporto aveva cercato di fornire una giustificazione scientifica a questa decisione. Il documento è stato oggetto di ampie critiche nel merito e nel metodo ed è stato successivamente accantonato, senza essere formalmente richiamato dall’EPA nella decisione finale. Il rischio non è solo che la scienza venga piegata alla politica, ma che sia semplicemente ignorata”.</p>
<p>“Meno limiti alle emissioni si tradurranno inevitabilmente in maggiore inquinamento dell’aria e in un’accelerazione degli effetti climatici già visibili: eventi estremi più frequenti e gravi, ondate di calore, piogge intense, siccità, diffusione di malattie da vettori in altre aree del pianeta” commenta Sandro Fuzzi, climatologo del CNR. “Sul piano internazionale, dopo l’uscita degli Stati Uniti dalla <em>United Nations Framework Convention on Climate Change</em>(UNFCCC), questa scelta rafforza l’idea di un Paese che con l’avvento dell’amministrazione Trump si sfila dagli impegni climatici globali, con ricadute sulla sua credibilità economica e politica. Allontanarsi dalla scienza non indebolisce soltanto le politiche ambientali e di salute pubblica degli Stati Uniti, ma mette anche a rischio la leadership americana in tutti gli ambiti in cui la credibilità è fondamentale, dal commercio e la finanza alla competitività industriale fino alla sicurezza nazionale.</p>
<p>“Se anche la parabola politica del presidente dovesse subire un arresto con le elezioni di novembre, l’effetto delle sue azioni si faranno sentire a lungo termine ed è stato stimato pari a oltre un milione di vittime aggiuntive” spiega Gianluca Ruggieri, dell’Università dell’Insubria e cofondatore di ènostra. “Sta all’Unione Europea decidere se voler essere complice della strage di verità (e di persone) o se continuare ad affidarsi alla migliore scienza disponibile nel definire le proprie priorità di intervento”.</p>
<h2 id="rischi-inauditi">Rischi inauditi</h2><p>“Una scelta immorale” per studiosi quali Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri, e per gli epidemiologi ambientali Francesco Forastiere e Paolo Vineis, Imperial College, che mette a repentaglio non solo i più vulnerabili agli aumentati effetti del cambiamento climatico, ma sul medio lungo periodo l’intera civiltà. “Forse non ci rendiamo conto che dando il via libera generalizzato alle emissioni di gas serra andiamo incontro a rischi inauditi - in senso letterale: mai sperimentati nella storia umana - come una possibile inversione della corrente del Golfo e l&rsquo;innalzamento del livello del mare” commenta Vineis. </p>
<p>Accanto agli impatti più noti, ve ne sono altri altrettanto cruciali che riguardano per esempio la biodiversità del suolo, la “cintura di sicurezza&rdquo; del pianeta. Spiega Sara Tomiolo, ecologa vegetale dell&rsquo;Università di Tübingen: &ldquo;L&rsquo;impoverimento della biodiversità microbica che popola il suolo – da cui le piante dipendono per l&rsquo;assorbimento di nutrienti e acqua – può destabilizzare gli ecosistemi vegetali e, a cascata, le comunità animali che da essi dipendono. Le ripercussioni potrebbero estendersi anche alla produttività agricola, aumentando la dipendenza da fertilizzanti chimici, con ulteriori effetti collaterali: inquinamento da metalli pesanti, alterazione dell&rsquo;integrità biologica dei suoli e meccanismi di retroazione positiva che aggravano il degrado ambientale&rdquo;.</p>
<p>Una lettura in chiave generazionale la dà invece il botanico ambientale dell&rsquo;Università di Bologna Alessandro Chiarucci: &ldquo;il concetto di favorire l’economia attuale minando la stabilità climatica del nostro unico pianeta per le future generazioni è una decisione di mantenimento di privilegi da parte dalle generazioni dominanti attuali, mediamente anziane, a scapito di quelle future&rdquo;. </p>
<p>Non è la prima volta che il potere ignora e svillaneggia la scienza, ma questo alla lunga ha un prezzo, come dice in una battuta il Nobel Giorgio Parisi parafrasando Galilei: “Eppur si scalda”.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Olimpiadi invernali: e l'ambiente?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/olimpiadi-invernali-lambiente/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/olimpiadi-invernali-lambiente/</guid><pubDate>Fri, 13 Feb 2026 08:23:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Le Olimpiadi uniscono i popoli, e in questo periodo in cui tutti vogliono farsi la guerra forse è un bene che ci siano.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/olimpiadi-invernali-lambiente-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/olimpiadi-invernali-lambiente-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le Olimpiadi uniscono i popoli, e in questo periodo in cui tutti vogliono farsi la guerra forse è un bene che ci siano. Certo, l’ideale sarebbe farle con molta più sobrietà, soprattutto dal punto di vista degli impatti ambientali. Questo <a href="https://altreconomia.it/impronta-olimpica-2026/" rel="noopener">confronto</a> fotografico prima-dopo pubblicato da <em>Altreconomia</em> ne è la prova: grandi superfici naturali sono state quasi rase al suolo dai lavori per le Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026.</p>
<h2 id="limpatto-sul-consumo-di-suolo">L’impatto sul consumo di suolo</h2><p>In totale sono coinvolti 22mila chilometri quadrati tra Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige, con questa distribuzione territoriale: area dolomitica di Bolzano 15%, area dolomitica di Trento 32%, area dolomitica veneta 22%, mentre il 31% è in Lombardia (i comuni più interessati sono Cortina d&rsquo;Ampezzo, Livigno e Predazzo). Nell’ultimo <a href="https://www.snpambiente.it/pubblicazioni/consumo-di-suolo-dinamiche-territoriali-e-servizi-ecosistemici-edizione-2025/" rel="noopener">rapporto</a> (di ottobre 2025) sul consumo di suolo del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) troviamo un capitolo dedicato alle Olimpiadi Milano-Cortina.</p>
<p>L’impatto stimato al momento delle analisi è di 59 ettari di consumo di suolo causato dai lavori per i giochi olimpici. Le analisi del rapporto fanno riferimento prevalentemente al periodo 2022-2024, visto che alcuni cantieri esistevano già nel 2022. Non rientra nella stima d&rsquo;impatto, quindi, tutto ciò che è avvenuto dopo. Peraltro, gli interventi su superfici naturali o semi-naturali (trasformate in suolo artificializzato) classificati come reversibili sono tali perché in gran parte erano ancora in fase di realizzazione. Non sappiamo quindi quale sia lo stato di reversibilità oggi.</p>
<p>Gli interventi per la realizzazione di impianti sportivi (a ottobre 2025) sono in totale 44, quelli per le infrastrutture di trasporto 50. A luglio 2025, delle 94 schede progetto totali solo 15 suggerivano un uso limitato delle infrastrutture esistenti. E in generale, dice SNPA, «le schede non includono alcuna informazione – nemmeno in forma stimata – riguardante le superfici complessive interessate dagli interventi e il consumo di suolo (esistente e nuovo)». La metà circa degli interventi non è accompagnata «da una valutazione ambientale formale».</p>
<p>Oltre a questo, preoccupa questa piccola frase contenuta nel rapporto SNPA:</p>
<blockquote>
<p>L’urgenza dettata dalle tempistiche dell’evento ha comportato, per una parte significativa del Piano, il ricorso a procedure accelerate.</p></blockquote>
<p>Abbiamo chiesto a ISPRA se questo possa avere comportato valutazioni ambientali meno rigorose. La riposta è stata: «Nel caso delle infrastrutture legate alle Olimpiadi invernali, le procedure corrispondono all’applicazione di un quadro normativo finalizzato alla riduzione dei tempi ordinari di autorizzazione e realizzazione delle opere, non per questo non sottoposte a forme di controllo e di autorizzazione ambientale previste dalla normativa vigente». Pare di no, quindi. Abbiamo anche chiesto se esistessero dei dati aggiornati sugli impatti effettivi nel frattempo avvenuti, ma l&rsquo;ISPRA riferisce che ancora non esistono.</p>
<p>Il rapporto ricorda che, vista la richiesta di maggiore trasparenza da parte della società civile, nell’ottobre 2024 è stato attivato il portale “<a href="https://www.simico.it/piano-delle-opere/" rel="noopener">Open Milano Cortina 2026</a>”, aggiornato ogni 45 giorni. Non è chiaro a che cosa possa essere servito se non ad aggiornare il numero di interventi in esecuzione. Non ci pare di leggere dati sugli impatti ambientali.</p>
<p>Il pacchetto di interventi, scrive il rapporto, costava circa 3,4 miliardi di euro e, scrive il Sole24Ore, il <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/la-montagna-d-inverno-e-business-che-sfiora-24-miliardi-AG7xSZ5" rel="noopener">giro d’affari</a> potrebbe essere di circa 24 miliardi di euro. Il portale per la trasparenza appena citato riporta ora (11/02/2026) 98 opere totali e costi per 3,5 miliardi.</p>
<h2 id="la-neve-sta-già-diminuendo-un-po-dappertutto">La neve sta già diminuendo un po’ dappertutto</h2><p>L’area in cui si stanno svolgendo le Olimpiadi invernali in Italia potrebbe accusare entro il 2050 quasi il 38% in meno di giorni adatti alla produzione di neve e un calo del 9,5% dei giorni di copertura nevosa. È quanto rileva uno <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2212096324000731" rel="noopener">studio</a> condotto da ricercatori e ricercatrici del Centro Euromediterraneo sui Cambiamenti Climatici, che aggiunge che si potrebbero contare danni economici per oltre 9 milioni di euro di ricavi persi per chi opera nel settore sciistico entro il 2065. Questo in uno scenario di emissioni definito intermedio (cioè con un aumento delle temperature medie globali di circa 2,7°C per fine secolo).</p>
<p>Le 93 possibili località ospitanti future saranno sempre più climaticamente inaffidabili: nel 2080 quasi la metà potrebbe essere in seria difficoltà a garantire giochi olimpici. Il <em>Washington Post</em> ha realizzato <a href="https://www.washingtonpost.com/sports/olympics/interactive/2026/winter-olympics-climate-change/" rel="noopener">un’infografica</a> interattiva sull&rsquo;argomento. Addirittura, tra queste, solo quattro località saranno in grado di ospitare i giochi senza produrre neve artificiale, che richiede un certo consumo energetico. Per Milano-Cortina forse solo Cortina è la località tra quelle coinvolte che potrebbe usarne meno del 100%. Comunque non sotto l’85%: sono stati per questo realizzati due bacini idrici per stoccare 288 milioni di litri di acqua.</p>
<p>L’IPCC, nel suo <a href="https://www.ipcc.ch/srocc/chapter/chapter-2" rel="noopener">rapporto</a> sulla criosfera del 2019, sottolineava che un declino della durata del manto nevoso era già stato osservato in molte regioni montane del pianeta, in particolare di cinque giorni per decennio dagli anni ’80/90 circa. La riduzione della copertura nevosa <a href="https://climate-adapt.eea.europa.eu/it/metadata/indicators/snow-cover" rel="noopener">causa</a> problemi non solo alle stagioni turistiche, ovviamente, ma anche alle risorse idriche, alla flora e alla fauna, all’agricoltura e alla silvicoltura.</p>
<p>E ancora, dal 2002 a oggi, in Alto Adige, la copertura nevosa sarebbe <a href="https://www.eurac.edu/it/data-in-action/monitoraggio-dei-cambiamenti-climatici/copertura-nevosa-e-sue-variazioni" rel="noopener">diminuita</a> in media del 6%. L’autorità di bacino del fiume Po ci <a href="https://www.adbpo.it/osservatorio-permanente/neve-e-ghiacciai/" rel="noopener">dice</a> che le perdite maggiori di neve si concentrano sotto i 2000 metri di quota. C’è più incertezza invece tra i 2000 e i 2500 metri, dove le analisi mostrano una tendenza all’aumento dei volumi di neve, ma una contrazione della durata della stagione nivale. Oltre i 2500 sembrano non esserci problemi, per ora.</p>
<h2 id="è-anche-una-questione-di-soldi">È anche una questione di soldi</h2><p>Il think thank <a href="https://www.newweather.org/wp-content/uploads/2026/01/Olympics_Torched_report_18-01-2026.pdf" rel="noopener"><em>New Weather Institute</em></a>, in collaborazione con <em>Scientists for Global Responsibility</em> e <em>Champions For Earth,</em> ha condotto un’analisi sulle Olimpiadi con alcuni dati interessanti. Stimano che le Olimpiadi in corso causeranno circa 930mila tonnellate di emissioni di CO₂ equivalente. Viene anche denunciata la presenza di sponsor direttamente o indirettamente collegati alla crisi climatica, in particolare Eni, Ita Airways e Stellantis. È stato stimato che questi tre sponsor potrebbero essere responsabili di 1,3 milioni di tonnellate equivalenti di CO₂ aggiuntive. Il calcolo è stato fatto moltiplicando le emissioni dirette e indirette dell’azienda (reperibili da report di sostenibilità, database globali ecc.) per il rapporto tra la quota di spesa per sponsorizzare i giochi e il fatturato totale. Tutta l’attività per la realizzazione dei giochi (sponsor compresi) porterebbe quindi a una perdita di 2,3 chilometri quadrati di manto nevoso. Al di là di limiti e incertezze che il calcolo può avere, il documento serve più che altro a denunciare l’incoerenza di usare sponsor molto inquinanti alle Olimpiadi, evento già parecchio impattante di suo e a sua volta impattato dal riscaldamento globale.</p>
<p>Secondo la corte dei conti francese, la <a href="https://www.ccomptes.fr/sites/default/files/2024-02/20240206-Stations-de-montagne-face-au-changement-climatique.pdf" rel="noopener"><em>Cour de comptes</em></a>, il modello economico basato sullo sci si sta in generale indebolendo anche a causa del costo in aumento della produzione di neve artificiale e del rischio per la sostenibilità finanziaria delle stazioni e delle comunità locali (colpite dal minore innevamento). E scrive che «le politiche di adattamento (nazionali e locali [<em>francesi, ndr</em>]) finora non sono sufficienti rispetto alla portata del problema».</p>
<p>Per le Olimpiadi, dunque, valgono le stesse considerazioni che si applicano a qualsiasi attività turistica: da un lato sono responsabili di danni ambientali ingenti, dall’altro sono esse stesse danneggiate dal riscaldamento globale (come scrivevamo su <em>Scienza in rete</em> <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/turismo-impatta-molto-sull-ambiente-ecco-quanto/">qui</a> e <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/turismo-sostenibile-cosa-si-fa-cosa-serve-fare/">qui</a>). Quindi, se si continuano a realizzare in questa maniera, dove la trasparenza obiettivamente è carente, ha proprio senso continuare a farle?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Nuove linee guida alimentari USA: tra “cibo vero” e messaggi contraddittori</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/nuove-linee-guida-alimentari-usa-cibo-vero-messaggi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/nuove-linee-guida-alimentari-usa-cibo-vero-messaggi/</guid><pubDate>Fri, 16 Jan 2026 11:40:00 +0100</pubDate><dc:creator>Daniele Del Rio</dc:creator><category>alimentazione</category><description>Il 7 gennaio 2026 il Dipartimento della Salute (HHS) e quello dell’Agricoltura (USDA) statunitensi hanno pubblicato la nuova edizione delle Dietary Guidelines.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/nuove-linee-guida-alimentari-usa-cibo-vero-messaggi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/nuove-linee-guida-alimentari-usa-cibo-vero-messaggi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 7 gennaio 2026 il Dipartimento della Salute (HHS) e quello dell’Agricoltura (USDA) statunitensi hanno pubblicato la nuova edizione delle <em>Dietary Guidelines for Americans</em> (DGA) 2025–2030 (<a href="https://www.dietaryguidelines.gov" rel="noopener">https://www.dietaryguidelines.gov</a>), presentandole come un “reset” della politica nutrizionale federale, con uno slogan semplice: <em>“eat real food”</em> (“mangia cibo vero”). <br>
Queste linee guida non sono soltanto un documento per “addetti ai lavori”, perché negli USA orientano programmi pubblici, come la ristorazione collettiva nelle mense scolastiche e di comunità, e persino la comunicazione sanitaria, con un conseguente impatto potenzialmente enorme sulla dieta quotidiana. Proprio per questo, vale la pena leggerle con attenzione, separando ciò che è sensato da ciò che rischia di diventare un boomerang comunicativo e sanitario.</p>
<h2 id="la-dieta-degli-americani-potrebbe-di-certo-essere-migliore">La dieta degli americani potrebbe di certo essere migliore!</h2><p>In reazione all’aggiornamento delle linee guida americane, la Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU) ha pubblicato un <a href="http://sinu.it/wp-content/uploads/2026/01/CS-SINU-Nuove-Line-Guida-Alimentari-USA-2026.pdf" rel="noopener">comunicato stampa sul proprio sito</a>, ripreso anche da <em>Scienza in rete,</em> ricordando un dato fondamentale: ossia che negli USA una quota molto alta dell’energia introdotta giornalmente dalla popolazione deriva da alimenti altamente trasformati con un’elevata densità energetica. Si stima che questi alimenti arrivino a coprire il 60% dell’energia totale, mentre in Italia questa quota è molto più bassa (circa 20%). In questo contesto, il richiamo a ciò che viene definito “cibo vero”, ossia fresco, preparato e cucinato in modo semplice, non è banale e rappresenta un tentativo di invertire una tendenza culturale che si associa all&rsquo;obesità e al rischio di patologie come il diabete e le malattie cardiovascolari. Le nuove DGA insistono, infatti, su una <em>“dramatic reduction”</em> degli alimenti altamente processati, ricchi di cereali raffinati, zuccheri aggiunti, sale, grassi “poco salutari” (attenti lettori, memorizzate questa definizione) e additivi. L’indicazione, quindi, è ragionevole e importante per la salute perché si riferisce alla composizione nutrizionale di certi prodotti commerciali che di certo andrebbero consumati con moderazione. Trovo invece fallace la definizione di “alimenti ultra-processati”, che demonizza in maniera assolutamente non sostanziata dalla scienza i processi tecnologici che portano alla realizzazione degli alimenti commerciali, processi che nella stragrande maggioranza dei casi servono a garantire la sicurezza e la salubrità dei prodotti stessi e, ancora di più, la loro conservabilità nel tempo, con netta riduzione degli sprechi e dei rischi per la salute. Se siete interessati all’argomento, il dibattito sul senso della definizione di alimento “ultra-processato” è vibrante sui canali social e nel mondo della ricerca nutrizionale. La mia posizione, a dire il vero un po’ tecnica, la potete trovare in tante pubblicazioni scientifiche (lascio due riferimenti ai lettori più temerari: <em>Nutrition Research Reviews,</em> Volume 36, Issue 2, pag. 340-350, anno 2023 e <em>European Journal of Clinical Nutrition</em>, volume 79, pag. 177-180, anno 2025). Per chi non avesse voglia o tempo di leggerle, la sintesi potrebbe essere che le prove disponibili su come i diversi alimenti ultra-processati siano associati alla salute e i risultati degli studi che hanno indagato specifici additivi alimentari mettono in dubbio la possibilità che il processamento di per sé sia il vero responsabile. È possibile che altri fattori confondenti e non considerati svolgano un ruolo importante e, per questo motivo, la raccomandazione di limitare o evitare alimenti cui venga attribuita un’etichetta generica di “alimenti ultra-processati”, al momento, poggia su basi scientifiche deboli e dovrebbe essere considerata scientificamente fragile. Inoltre, interventi tempestivi di politica pubblica su questo tema, come, per esempio, quanto si legge nelle DGA commentate in questo pezzo, sono prematuri e dovrebbero essere riconsiderati con attenzione prima di essere adottati.</p>
<h2 id="zuccheri-aggiunti-qui-cè-forse-un-progresso">Zuccheri aggiunti: qui c’è forse un progresso</h2><p>La posizione della SINU converge con quella del <a href="https://nutritionsource.hsph.harvard.edu/2026/01/09/dietary-guidelines-for-americans-2025-2030/" rel="noopener">Dipartimento di Nutrizione della Harvard University</a> nell’apprezzare quanto questa nuova edizione sia più esplicita nel limitare gli zuccheri aggiunti. Le DGA arrivano a dire che nessuna quantità di zuccheri aggiunti (o dolcificanti) è “raccomandata” e propongono una regola operativa: non più di 10 g di zuccheri aggiunti per pasto. Spesso, nelle linee guida, si fa riferimento in modo generico agli zuccheri semplici, includendo, quindi, sia quelli naturalmente presenti nei prodotti che quelli aggiunti. Gli zuccheri naturalmente presenti nella frutta, però, non possono essere equiparati a quelli aggiunti in un prodotto (per esempio una bevanda zuccherata). Questa sottolineatura risulta importante, nonostante sia poi molto complesso, da consumatori, essere consapevoli di questa differenza. Inoltre, consideriamo che, al netto delle porzioni raccomandate di frutta e di quelle di latticini (latte e/o yogurt) basta poco per raggiungere il limite del 10% di energia da zuccheri semplici. Già nelle linee guida in vigore, quindi, non c’è spazio per gli zuccheri aggiunti.</p>
<h2 id="il-protein-hype-più-proteine-per-tutti-ma-su-quali-basi">Il “protein hype”: più proteine per tutti, ma su quali basi?</h2><p>Uno dei tratti più discussi del nuovo documento è l’aumento della quota proteica raccomandata, che diventa 1,2-1,6 g/kg/giorno per gli adulti, cioè molto più di quanto indicato nelle raccomandazioni di praticamente tutti i paesi del mondo e delle istituzioni che si occupano di salute a livello internazionale. A tal proposito, la SINU critica soprattutto due aspetti. In primis, la mancanza di chiarezza sulla qualità delle fonti (non basta dire “più proteine” se non si distingue tra pesce, legumi, formaggi, uova, carni rosse, carni processate, ecc.), ma anche la debolezza della base metodologica, visto che, sulla base del documento di approfondimento, l’aumento sarebbe stato estrapolato da studi condotti con obiettivo di perdita di peso, senza tempo sufficiente per valutare altri esiti (per esempio quello del rischio cardiometabolico nei soggetti non in sovrappeso). </p>
<p>Harvard rafforza la stessa idea, dichiarando che aumentare l’apporto proteico “in blocco”, senza guidare davvero verso le scelte migliori, potrebbe avere conseguenze indesiderate, ricordando poi che molte persone assumono già proteine a sufficienza, mentre il vero discrimine spesso è la qualità dell’alimento che le contiene. Il punto critico non è dunque demonizzare le proteine (né tantomeno le proteine animali), ma evitare che la comunicazione “più proteine” diventi il lasciapassare per aumentare indiscriminatamente carni rosse e formaggi, proprio laddove la letteratura associa esiti più favorevoli a proteine vegetali e pesce.</p>
<h2 id="la-piramide-sottosopra-e-i-grassi-animali-che-confusione">La piramide sottosopra e i grassi animali: che confusione</h2><p>In discussione è anche l’immagine che accompagna il lancio di queste nuove linee guida: ossia una piramide composta di alimenti che, però, è invertita rispetto a quella che tutti i consumatori conoscono, associata spesso alla Dieta Mediterannea. Ora, al di là di voler compiacere i numerosissimi fan di <em>Stranger Things</em> e del “sottosopra” (mi perdoneranno i pochi che non conoscono questa intrigante serie televisiva), questa immagine rappresenta una contraddizione con alcuni aspetti delle linee guida, in particolare per quanto riguarda le raccomandazioni sui grassi. Le DGA confermano il dato, riconosciuto a livello globale, in cui i grassi saturi non dovrebbero superare il 10% delle calorie giornaliere. Eppure, nella piramide sono raffigurati alimenti e condimenti ad alto contenuto di grassi saturi, come carne rossa, latte intero, formaggi, burro e, tra i grassi da cottura, compare anche il <em>beef tallow</em> (il sego di manzo). </p>
<p>La SINU ha preso una posizione netta in questo senso, dichiarando che la liberalizzazione di grassi animali come “grassi salutari” non è supportata da evidenze solide, soprattutto per quanto riguarda le modifiche negative al profilo di grassi e colesterolo nel sangue. Una posizione, quella della SINU, pienamente in linea con tutte le principali linee guida internazionali, che continuano a raccomandare di limitare i grassi saturi a favore degli insaturi (che sono quasi esclusivamente di origine vegetale). Harvard aggiunge un elemento pratico indiscutibile: facendo i conti, se si scegliessero latticini interi per arrivare alle porzioni giornaliere e si aggiungesse burro o sego come grasso di cottura, si sforerebbe facilmente il limite del 10% di energia da grassi saturi, indicato nelle stesse DGA, senza nemmeno considerare il resto della dieta. In pratica, un cittadino medio, non esperto di alimentazione e salute, potrebbe credibilmente ricordare messaggi lampanti come “cibo vero”, che è più volte ripetuto, e “burro e bistecca”, che sono  “in alto” nella figura, ma trascurare il <em>limite del</em> 10% di saturi, che, per essere letto, richiede un approfondimento di attenzione. </p>
<p>Questa pessima strategia comunicativa, legata alla mancata chiarezza sul senso della posizione degli alimenti nella nuova piramide (avrà a che fare con la frequenza di consumo raccomandata o solo la funzione di rappresentare tutti i gruppi alimentari?), si concretizza anche nel caso dei legumi, molto poco valorizzati, e in quello dei cereali integrali, che finiscono paradossalmente “in punta” della piramide, pur essendo raccomandati nel testo per 2-4 porzioni al giorno! </p>
<h2 id="i-grandi-assenti-sostenibilità-ambientale-e-contesto-socioeconomico">I grandi assenti: sostenibilità ambientale e contesto socioeconomico</h2><p>La SINU e i colleghi americani di Harvard convergono poi su un’ulteriore lacuna: le nuove DGA non considerano in modo esplicito l’impatto ambientale e la dimensione socioeconomica delle raccomandazioni. Infatti, le domande da porsi oggi nell’atto di redigere le linee guida per l’alimentazione di una popolazione sono anche “a chi è accessibile questo alimento?”, “che impatto ha su filiere, prezzi, ambiente?”, “è compatibile con una visione <em>One Health</em>?”. La miopia insita nel non considerare questi fattori cruciali rende, da un lato, le raccomandazioni sostanzialmente impossibili da soddisfare per una quota rilevante della popolazione e, dall’altro, potenzialmente impattanti sull’ambiente, con effetti negativi a lungo termine forse ancora più gravi di quelli diretti sulla salute del consumatore.</p>
<p>In conclusione, per un consumatore italiano, il messaggio “più frutta e verdura, più attenzione alle etichette e agli zuccheri aggiunti”, presente nelle nuove linee guida americane, è condivisibile e coerente con le migliori evidenze&hellip; Ma è anche quello che dicono le nostre linee guida da ormai molti anni. Sul messaggio “meno alimenti ultra-processati, più cibi semplici” mi sono già espresso in abbondanza.<br>
Da dimenticare, o addirittura rifiutare, sono l’enfasi indiscriminata sulle proteine, la riabilitazione dei grassi animali e la grafica confondente della piramide capovolta, priva di una didascalia rigorosa e immediatamente comprensibile. Teniamoci, piuttosto, il riferimento culturale e scientifico forte della Dieta Mediterranea, che porta con sé anche sostenibilità, convivialità e tradizione gastronomica. E ricordiamoci anche della Piramide Alimentare sviluppata di recente proprio dalla SINU, che tiene in considerazione tutte le evidenze scientifiche più aggiornate sul rapporto della dieta con la salute umana.</p>
<p>Non ci sono dubbi: così come la piramide che le rappresenta, queste linee guida americane sono davvero “sottosopra” e, se posso dirvi il mio parere da appassionato di <em>Stranger Things</em>, io il sottosopra lo lascerei dove sta.</p>
<h2 id="nota-larticolo-in-forma-leggermente-modificata-esce-contestualmente-su-la-gazzetta-di-parma" class="titolo-minore">Nota: L&rsquo;articolo in forma leggermente modificata esce contestualmente su La Gazzetta di Parma.</h2>]]></content:encoded></item><item><title>Insetti nel piatto: oltre la barriera del disgusto</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/insetti-piatto-oltre-barriera-disgusto/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/insetti-piatto-oltre-barriera-disgusto/</guid><pubDate>Mon, 12 Jan 2026 08:04:00 +0100</pubDate><dc:creator>Cristina Zogmaister</dc:creator><category>alimentazione</category><description>La transizione ecologica passa anche dai cambiamenti nelle abitudini alimentari, ma queste restano spesso intrappolate tra pregiudizi culturali e tecnicismi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/insetti-piatto-oltre-barriera-disgusto-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/insetti-piatto-oltre-barriera-disgusto-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La transizione ecologica passa anche dai cambiamenti nelle abitudini alimentari, ma queste restano spesso intrappolate tra pregiudizi culturali e tecnicismi legislativi. In Europa, dal punto di vista normativo il confine è netto: ogni alimento privo di una storia di consumo significativo prima del 15 maggio 1997 <a href="https://www.efsa.europa.eu/it/topics/topic/novel-food" rel="noopener">è considerato</a> <em>novel food</em> e soggetto a rigorose autorizzazioni. È il caso degli insetti commestibili, che vivono oggi un paradosso globale: considerati &ldquo;nuovi&rdquo; dai regolamenti UE, sono fonte proteica quotidiana da tempo per <a href="https://www.fao.org/edible-insects/overview/en" rel="noopener">oltre due miliardi di persone</a>.</p>
<p>Questa distanza tra realtà globale e percezione locale non è solo burocratica, ma profondamente psicologica. In Occidente, l&rsquo;idea di mangiare insetti attiva barriere che l’informazione scientifica non basta a scalfire: il disgusto e la percezione di contaminazione. Tuttavia, queste resistenze non sono insuperabili.</p>
<p>Per individuare strategie efficaci capaci di avvicinare le persone a questi cibi, come gruppo di ricerca BUGIFY, delle Università di Milano-Bicocca e Chieti, abbiamo sviluppato un programma multi-metodo. Integrando interviste, focus group, misure indirette (volte a rilevare le reazioni spontanee), realtà virtuale e neuroscienze, abbiamo valutato interventi applicabili su larga scala per ridurre l’impatto emotivo. L’utilità di questa ricerca supera il tema dei cibi con insetti, perché le strategie individuate sono applicabili anche a molti altri <em>novel food</em> o alimenti che suscitano reazioni avverse.</p>
<h2 id="il-percorso-della-ricerca-dallascolto-alla-sperimentazione">Il percorso della ricerca: dall’ascolto alla sperimentazione</h2><p>Per affrontare la complessità del rapporto tra consumatori e insetti commestibili, abbiamo adottato un approccio in due fasi. La prima è stata dedicata a esplorare le percezioni e, attraverso interviste in profondità e focus group, abbiamo indagato il &ldquo;punto zero&rdquo;: cosa pensano davvero gli italiani? Sono emersi timori e curiosità spontanee, fondamentali per costruire un questionario volto a identificare i meccanismi psicologici che predicono l’intenzione di consumo. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/insetti-piatto-oltre-barriera-disgusto-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/insetti-piatto-oltre-barriera-disgusto-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/insetti-piatto-oltre-barriera-disgusto-body-1.png.webp 1109w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1109" height="739" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Immagine creata con ChatGPT nell&rsquo;ambito del progetto BUGIFY</p>
<p>Il cuore del progetto si è poi spostato sulla valutazione dell’efficacia degli interventi, ossia la seconda fase, nella quale<br>
abbiamo integrato strumenti diversi per misurare l’impatto dei nostri interventi, andando oltre il semplice &ldquo;dichiarato&rdquo;. Ecco quanto implementato.</p>
<ul>
<li>Misure indirette e reazioni automatiche: abbiamo sviluppato lo <a href="https://doi.org/10.31234/osf.io/4ctrv_v1" rel="noopener">swipeAAT</a>, un compito basato su smartphone, che usa i gesti di <em>swipe</em> (quelli di far scorrere l&rsquo;immagine sul touchscreen) per misurare le tendenze motorie spontanee di approccio o evitamento. Insieme ad altre misure indirette come il <a href="https://doi.org/10.31234/osf.io/x3yhj_v1" rel="noopener">Brief Implicit Association Test (BIAT) e il Manikin Task</a>, permette di catturare le risposte valutative e le reazioni motorie automatiche, intercettando sfumature dell&rsquo;atteggiamento che i normali questionari non riescono a cogliere.</li>
<li>Realtà Virtuale (VR): abbiamo utilizzato esperienze immersive per osservare le scelte dei partecipanti in contesti simulati ma realistici, come un ristorante virtuale.</li>
<li>Neuroscienze: attraverso tecniche di stimolazione cerebrale non invasiva (tDCS), abbiamo esplorato alcune componenti cognitive (pensieri e credenze) ed affettive (emozioni e sentimenti) dell’atteggiamento.</li>
</ul>
<h2 id="cosa-dicono-i-dati-non-basta-informare">Cosa dicono i dati: non basta informare</h2><p>Dall’ascolto di oltre 100 partecipanti (tra interviste e focus group) emerge che il rifiuto non è un blocco monolitico. Sebbene la tradizione culinaria italiana agisca come un potente ancoraggio culturale frenante, l’analisi ha rivelato quattro profili psicologici distinti: accanto ai “conservatori ostili”, esistono gruppi di “curiosi” e “ambigui”, pronti a negoziare. </p>
<p>Il vero punto di svolta individuato, forse non sorprendentemente, è l’invisibilità: la resistenza crolla drasticamente quando l’insetto sparisce alla vista, trasformato in farine o ingredienti processati. In questo caso, il prodotto passa da minaccia contaminante a scelta razionale. Un trend trasversale e sorprendente è infine la percezione di “ineluttabilità”: anche tra i più scettici, l’arrivo degli insetti è vissuto come una certezza del futuro, una tappa obbligata dettata dall’emergenza climatica più che dal desiderio gastronomico.</p>
<p>La nostra ricerca conferma che l’informazione razionale è necessaria, ma raramente sufficiente. Molti partecipanti riconoscono il valore ecologico degli insetti, eppure faticano a tradurre questa consapevolezza in una scelta alimentare reale. Questa discrepanza — nota come <em>value-action gap</em> — è spiegabile con il modello <a href="https://doi.org/10.31219/osf.io/qr64b_v1" rel="noopener">Goal-Directed Predictive Processing</a> (GDPP): il cervello non è un semplice elaboratore di dati, ma una &ldquo;macchina predittiva&rdquo; che cerca di minimizzare l&rsquo;incertezza. Non mangiamo ciò che riteniamo “giusto”, ma ciò che il cervello predice essere coerente con i nostri scopi e la nostra identità. Se l’idea di un insetto genera una previsione di disgusto, il sistema bloccherà l&rsquo;azione nonostante la consapevolezza etica.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/insetti-piatto-oltre-barriera-disgusto-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2026/insetti-piatto-oltre-barriera-disgusto-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2026/insetti-piatto-oltre-barriera-disgusto-body-3.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1475" height="986" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Immagine creata con ChatGPT nell&rsquo;ambito del progetto BUGIFY</p>
<h2 id="strategie-per-il-cambiamento">Strategie per il cambiamento</h2><p>Per favorire l’accettazione dei <em>novel food</em> occorre intervenire sull’architettura di queste previsioni. Le nostre ricerche hanno testato due livelli principali, ottenendo risultati che aprono nuove prospettive per la promozione di diete sostenibili.</p>
<p><strong>1. L’influenza sociale: vedere gli altri per vincere il disgusto</strong><br>
Una barriera importante è la mancanza di modelli sociali: raramente vediamo qualcuno mangiare cibi con insetti. Abbiamo quindi verificato se l&rsquo;apprendimento sociale possa &ldquo;normalizzare&rdquo; l&rsquo;insolito. In uno <a href="https://doi.org/10.5281/zenodo.18155956" rel="noopener">studio</a> recente, pubblicato in preprint garantire l&rsquo;accesso aperto e immediato alla conoscenza scientifica, abbiamo testato l&rsquo;osservazione diretta del consumo e delle reazioni emotive altrui. I risultati indicano che vedere altri trarre piacere dal cibo ricalibra l&rsquo;aspettativa di disgusto, rendendo il prodotto meno alieno e più accettabile a livello spontaneo.</p>
<p><strong>2. Il principio delle &ldquo;caratteristiche condivise&rdquo;: collegare il cibo agli obiettivi</strong><br>
Un’altra sfida è la percezione di utilità: perché mangiare insetti? Secondo il modello GDPP, una persona sceglie un cibo se prevede che questo servirà a raggiungere un obiettivo (come la salute o il piacere del gusto). Abbiamo perciò testato se fosse possibile &ldquo;trasferire&rdquo; il valore di un cibo familiare a uno nuovo. Ed è bastato associare gli insetti ad alimenti già apprezzati per il loro gusto o per le proprietà salutari affinché i partecipanti <a href="https://doi.org/10.2139/ssrn.5718029" rel="noopener">ne ricalibrassero il giudizio</a>, ritenendoli — a seconda dell&rsquo;associazione proposta — più gustosi o più sani rispetto alla valutazione iniziale.</p>
<p>Questi risultati (che sono solo una parte di quanto emerso dal programma di ricerca) mostrano che è possibile ridurre la distanza tra ciò che sappiamo essere giusto per il pianeta e ciò che siamo effettivamente disposti a mettere nel piatto. L&rsquo;aspetto più rilevante è che queste strategie possono essere implementate attraverso campagne di comunicazione visiva o contesti di scelta che rendano salienti le giuste associazioni mentali.</p>
<h2 id="dalla-ricerca-al-territorio-levento-del-16-gennaio-2026">Dalla ricerca al territorio: l&rsquo;evento del 16 gennaio 2026</h2><p>I risultati di questo programma di ricerca saranno al centro dell&rsquo;incontro pubblico <em>Insetti a tavola: tra psicologia e pratiche sostenibili</em>, il prossimo 16 gennaio 2026 presso l&rsquo;Università degli Studi di Milano-Bicocca (Edificio U6, Sala Lauree del Dipartimento di Psicologia, Piazza dell&rsquo;Ateneo Nuovo 1). L’ingresso è libero e aperto a tutta la cittadinanza: non è necessaria la prenotazione. Sarà un&rsquo;occasione di confronto multidisciplinare per rispondere ai dubbi dei cittadini e scoprire come la psicologia, la biologia e la sicurezza alimentare si intreccino nel definire il futuro del nostro sistema alimentare.</p>
<p>La mattinata si aprirà con una riflessione su percezioni e sicurezza. <a href="https://unich.unifind.cineca.it/individual?uri=http%3A%2F%2Firises.unich.it%2Fresource%2Fperson%2F405425" rel="noopener">Cosimo Talò</a> (Università G. d&rsquo;Annunzio) illustrerà cosa pensano davvero gli italiani di questi nuovi alimenti, seguito da <a href="https://www.unimi.it/it/ugov/person/costanza-jucker" rel="noopener">Costanza Jucker</a> (Università Statale di Milano) sul ruolo degli insetti nell&rsquo;economia circolare e da <a href="https://www.izsvenezie.it/istituto/contatti/rubrica/belluco-simone/" rel="noopener">Simone Belluco</a> (IZS delle Venezie) sulle garanzie necessarie per un consumo sicuro.</p>
<p>Successivamente, lo sguardo si allargherà agli aspetti nutrizionali e di mercato. La nutrizionista <a href="https://unipv.unifind.cineca.it/get/person/044161" rel="noopener">Maria Vittoria Conti</a> (Università di Pavia) analizzerà il potenziale degli insetti per la salute pubblica, mentre Tommaso Pinto (Nutrinsect) ed Edoardo Imparato (Small Giants) racconteranno come queste proteine stiano già diventando prodotti concreti e pronti all&rsquo;acquisto.<br>
Nella sessione conclusiva, <a href="https://www.unimib.it/francesco-fedeli" rel="noopener">Francesco Fedeli</a>, <a href="https://www.unimib.it/roberta-rosa-valtorta" rel="noopener">Roberta Rosa Valtorta</a> e <a href="https://www.dnisc.unich.it/documenti/__0__uda/__60__materiale_personale/__22254__lucafo_chiara/CV_Lucafo.pdf" rel="noopener">Chiara Lucafò</a> illustreranno le diverse leve del cambiamento.</p>
<p>Durante il coffee break, i partecipanti avranno anche l’opportunità di fare qualche piccolo assaggio di prodotti a base di insetti, testando con mano (e palato) ciò di cui si è discusso.</p>
<p><em>L&rsquo;evento è a ingresso libero fino a esaurimento posti. Per informazioni: <a href="mailto:cristina.zogmaister@unimib.it">cristina.zogmaister@unimib.it</a><br>
il progetto è stato finanziato dal Ministero dell’Istruzione e del Merito (PNRR – NextGenerationEU)</em>\</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Riforestazione: un’arma a doppio taglio da conoscere e gestire</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/riforestazione-arma-doppio-taglio-conoscere-gestire/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/riforestazione-arma-doppio-taglio-conoscere-gestire/</guid><pubDate>Wed, 31 Dec 2025 08:55:00 +0100</pubDate><category>ambiente</category><description>A causa dell’abbandono massiccio delle campagne ogni anno i nuovi boschi guadagnano terreno e, in quasi tutti i casi, scegliamo di non gestirli. Questa ricolonizzazione non gestita rischia di ridurre la qualità ecologica degli ecosistemi agro-forestali, rendendoli meno resistenti al fuoco e più poveri di biodiversità.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/riforestazione-arma-doppio-taglio-conoscere-gestire-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2026/riforestazione-arma-doppio-taglio-conoscere-gestire-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Ai miei tempi qui era tutta campagna, ci hanno ripetuto i nostri nonni davanti alle periferie delle loro città. È probabile che ai nostri figli noi diremo lo stesso, non davanti ai palazzi di una metropoli ma di fronte al verde di un bosco che fino a pochi anni fa non esisteva: «Ai miei tempi, questa era tutta campagna».</p>
<p>L’Italia, infatti, è in piena riforestazione. Se le foreste globali diminuiscono a causa dell’aggressiva espansione della zootecnia, dell’estrazione mineraria e dell’urbanizzazione, in Italia e in Europa le cose si muovono nel verso opposto. Come mostra l’ultimo <a href="https://www.inventarioforestale.org/it/" rel="noopener">Inventario Nazionale delle Foreste</a>, la superficie boschiva nel nostro paese è in crescita costante almeno dagli anni ‘80 e rappresenta, secondo le ultime rilevazioni, il 36,7% dell’intero territorio nazionale: 11 milioni di ettari, all’incirca quanto la Sardegna, Sicilia, Piemonte, Toscana e Campania messe insieme. Più di un terzo del territorio italiano è coperto da foreste. «Il bosco sta riconquistando ciò che era suo in passato. L’Italia dei tempi antichissimi, prima dell’impatto umano, era quasi tutta ricoperta da boschi», commenta Piermaria Corona, direttore del Centro di ricerca Foreste e Legno del CREA, che abbiamo interrogato sul tema. </p>
<p>I motivi dietro alla crescita dei boschi italiani sono vari e stratificati. Hanno giocato un ruolo importante le battaglie ambientaliste e un’attenzione crescente a livello culturale, poi trasposta nella legislazione, dal Testo Unico Ambientale del 2006, all’inserimento della tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi nell’Articolo 9 della Costituzione nel 2022. Ma accanto a un rinnovato sentimento ambientalista, ciò che ha fatto ricomparire i boschi nel nostro paese è stata la deruralizzazione, ovvero l’abbandono costante e progressivo delle campagne.</p>
<p>Umberto Eco lo <a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/il-fenomeno-della-deruralizzazione_%28Storia-della-civilt%C3%A0-europea-a-cura-di-Umberto-Eco%29/#google_vignette" rel="noopener">definì</a> «il più visibile dei cambiamenti ambientali del XX secolo». Nell’Ottocento solo una persona su 25 viveva in città, all’inizio del Novecento una su dieci. Oggi, secondo il <a href="https://www.unep.org/topics/cities" rel="noopener">Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente</a> (UNEP), più del 55% degli esseri umani vive in città, un dato destinato a crescere fino al 68% da qui al 2050. Nel corso di un secolo, complice anche la rapida crescita demografica, metà della popolazione globale ha trovato casa nelle città, in un cambiamento del modo di vivere senza precedenti. Lo spostamento dai campi alle città non ha cambiato solo i centri urbani, cresciuti esponenzialmente, affollati, inquinati, espansi anche in zone ex rurali (la nascita della “campagna urbanizzata”), ma ha trasformato anche le campagne, modellate dalla presenza umana per secoli e, quasi improvvisamente, rimaste abbandonate a sé stesse. Le masse contadine del Novecento si sono spostate nelle città cambiando stile di vita e nelle aree agricole senza gestione, coltivazioni né bestiame, si sono formati dei nuovi ambienti boschivi proprio grazie all’abbandono umano: i boschi di neoformazione.</p>
<p>La non gestione di questi spazi non è solo un dato di fatto, ma spesso una deliberata scelta gestionale. Solo il 18% della superficie forestale del nostro paese, secondo il <a href="https://www.reterurale.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/21600" rel="noopener">report</a> sullo Stato delle Foreste Italiane 2020, è soggetto a piani di gestione. I boschi italiani crescono, ma scegliamo attivamente di non gestirli. Non si tratta solo di una questione economica e di comodità (i piani di gestione forestale sono costosi e impegnativi sia per i singoli proprietari che per le amministrazioni locali): la scelta di non gestire gli ambienti naturali poggia anche su un assunto filosofico.</p>
<p>L’immaginario occidentale moderno è dominato dall’idea di una natura incontaminata, la cui integrità e autonomia dagli esseri umani sono fonti del suo valore. L’impatto antropico sulla natura è distruttivo: l’abbiamo deturpata e manipolata fino a distruggerne molte parti e adesso dobbiamo proteggerla dalle nostre stesse mani. Questa visione di umani e natura come sfere dicotomiche e conflittuali, condivisa dagli ambientalisti dell’Ottocento ideatori dei primi parchi e riserve naturali, rinsalda la strategia di “lasciare la natura a sé stessa per proteggerla”. L’approccio è simile a quello delle riserve naturali integrali, aree protette da qualsiasi attività antropica in cui non avvengono lavori di gestione (dalla protezione dai fuochi all’uso delle risorse).  </p>
<p>Abbandonare i terreni ex agricoli e vederli rinaturalizzati non può che essere qualcosa di positivo, dunque. Eppure, le rilevazioni sulle caratteristiche ecologiche dei boschi di neoformazione suggeriscono che la non gestione potrebbe essere una strategia insufficiente se non dannosa. Una ricolonizzazione spontanea non gestita infatti può tendere allo sviluppo di boschi dall&rsquo;architettura impoverita. Le loro funzioni ecologiche sono limitate rispetto ai mosaici agro-forestali sviluppati in secoli di interazioni e relazioni umano-natura, fatti di campi, praterie, siepi e altri elementi chiave per la diversificazione degli ecosistemi e quindi per la protezione della biodiversità.</p>
<p>Durante gli eventi di ricolonizzazione prevalgono spesso le specie pioniere, ossia piante a rapido accrescimento capaci di occupare aree prive di copertura arborea a seguito di un disturbo ambientale, sia esso antropico o naturale. Tra queste, in diverse occasioni osserviamo che la colonizzazione è guidata da specie esotiche invasive (introdotte o in espansione che danneggiano la biodiversità e riducono i benefici ecosistemici) che competono con le specie locali e riducono la variabilità vegetale. La robinia e l’ailanto sono due esempi frequenti: colonizzano i terreni in abbandono, dettando la struttura del soprassuolo e riducendo gli spazi disponibili per le altre piante. L’effetto non è solo strutturale. Queste specie possono alterare i cicli dei nutrienti e, attraverso l’emissione dalle radici di composti chimici nel suolo, inibiscono la germinazione e lo sviluppo della vegetazione autoctona, arborea, arbustiva ed erbacea (un meccanismo chiamato “allelopatia”), limitando soprattutto la capacità di sostenere la biodiversità in questi contesti.</p>
<p>«Queste nuove formazioni forestali sono spesso meno resilienti a fenomeni di disturbo come gli incendi», spiega Piermaria Corona. «Se le lasciamo completamente all&rsquo;evoluzione spontanea, la fornitura di tutta una serie di utilità ecosistemiche non sarà così efficace ed efficiente come quelle che si possono ottenere attraverso una gestione selvicolturale mirata». Non è quindi sufficiente misurare gli ettari guadagnati: dobbiamo capire che tipo di boschi stiamo ottenendo e quali benefici offrono. I boschi di neoformazione sono infatti in grado di apportare benefici concreti: proteggono il suolo dal dissesto idrogeologico e immagazzinano carbonio. Il punto è che questi benefici non bastano da soli se la ricolonizzazione avviene a scapito della perdita di ecosistemi fragili come prati e pascoli, determinanti per la conservazione di numerosissime specie autoctone. «La perdita delle aree aperte, soprattutto nelle zone di montagna e alta collina, comporta la riduzione di spazi e habitat fondamentali per tante specie animali e vegetali collegate a queste zone», specifica ancora Corona. </p>
<p>La <a href="https://www.reterurale.it/foreste/StrategiaForestaleNazionale" rel="noopener">Strategia Forestale Nazionale</a>, il piano legislativo italiano per la gestione sostenibile delle foreste, sintetizza bene questo approccio: serve una gestione attiva e adattativa, capace di leggere i diversi contesti territoriali con strumenti legislativi dedicati. Non si tratta più di “lasciare in pace” la natura per principio, ma di relazionarci ai boschi con scelte gestionali specifiche. Attraverso il contenimento delle specie invasive, la tutela delle aree aperte, la conservazione e il restauro di mosaici agro-forestali, possiamo trasformare la ricolonizzazione in un’opportunità per creare ecosistemi forestali più ricchi e resilienti.</p>
<p>Rimane poi la questione fondamentale nell’approccio alle questioni ambientali: il tempo. Le dinamiche di sviluppo degli ecosistemi forestali evolvono in decenni, ma le decisioni politiche e le scelte dei proprietari si muovono su scale molto più brevi. Il “disegno” su scale temporali più ampie è difficile da vedere e per questo servono strumenti nuovi per superare il divario tra la percezione immediata dell’appagamento umano e le dinamiche naturali. Uno di questi è la comunicazione. Riguardo a questo aspetto, Corona ci ha raccontato che all’interno della Strategia Forestale Nazionale viene promossa la creazione di un piano dedicato di comunicazione ben strutturato: «È quello che manca al nostro paese, secondo me ce n&rsquo;è assolutamente bisogno. Ora si tratta di trovare i fondi necessari, ma sono abbastanza fiducioso che nel giro di qualche tempo si possa arrivare a questo risultato». </p>
<p>I boschi di neoformazione sono una grande occasione, ma anche una grande responsabilità. Non possiamo più permetterci di considerarli come meri regali della natura da lasciare a sé stessi. Sono necessarie una nuova cultura e una nuova coltura dinamiche e capillari del bosco, capaci di riconoscere il valore della spontaneità, ma anche di intervenire con intelligenza, per trasformare questi spazi in ecosistemi resilienti, ricchi e vivi.</p>
<p>\</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Le auto elettriche sono inevitabili, per fortuna</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/auto-elettriche-inevitabili-fortuna/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/auto-elettriche-inevitabili-fortuna/</guid><pubDate>Tue, 23 Dec 2025 08:07:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>clima</category><description>La modifica del divieto europeo di vendita dal 2035 di auto termiche ci dà l&amp;amp;rsquo;opportunità di guardare ai dati degli ultimi anni e capire che la transizione verso l&amp;amp;rsquo;auto elettrica è ormai ineluttabile. Costa sempre meno, aumentano i punti di ricarica e se ne producono sempre di più. Ora le case automobilistiche europee dovranno ridurre le emissioni allo scarico del 90% e non più del 100%: ma, anche se un quota potrà essere coperta da e-fuel, biocarburanti e acciaio a più basse emissioni, il grosso dovrà necessariamente provenire dall&amp;amp;rsquo;elettrico.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/auto-elettriche-inevitabili-fortuna-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/auto-elettriche-inevitabili-fortuna-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/senso-rallentare-passaggio-auto-elettriche/">L’obbligo</a> europeo di non vendere più auto a combustione interna dal 2035 in poi è stato modificato. Sia chiaro, secondo la vecchia indicazione, dal 2035 in poi si sarebbe comunque potuto circolare ancora con auto a benzina: lo stop era previsto solo per la vendita. Proprio per rendere graduale il passaggio. Ora non più.</p>
<p>Il nuovo pacchetto di misure conferma innanzitutto l’obiettivo di azzerare le emissioni del comparto auto entro il 2050, come già previsto. Non scontato, visti i tempi. Dopo le pressioni del mondo industriale e di una parte del mondo politico, dal 2035 in poi le case automobilistiche <a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_25_3051" rel="noopener">dovranno ridurre le emissioni allo scarico del 90%</a> – che comunque non è poco – e non più del 100%. Il restante potrà essere coperto fino al 3% dai e-fuel e dai biocarburanti, e fino al 7% dall’uso di acciaio a basse emissioni prodotto in Europa.</p>
<p>In più, prima del 2035, le case potranno beneficiare di “supercrediti” per la produzione di piccole auto elettriche, in modo da incentivarne la diffusione. Viene alleggerito anche l’obiettivo intermedio relativo ai van e ai furgoni: al 2030 la riduzione di CO₂ richiesta dovrà essere del 40% (sempre rispetto al 2021) e non più del 50%. Qualche flessibilità in più anche per i veicoli pesanti, la cui decarbonizzazione è obiettivamente più difficile. Vengono infine fissati obiettivi obbligatori specifici per i veicoli aziendali, che circolano generalmente di più rispetto a quelli privati, per ridurne maggiormente le emissioni.</p>
<p>Tutto questo significa sostanzialmente che potranno continuare a essere venduti veicoli a combustione interna alimentati con qualsiasi carburante (quindi benzina, diesel, gpl, metano, ecc.), veicoli ibridi (di cui esistono varie tipologie ciascuna con le proprie emissioni: plug-in, full hybrid, mild, ecc.) e veicoli a idrogeno. È chiaro che il grosso dovrà comunque essere coperto dalla vendita di veicoli elettrici, che hanno emissioni bassissime, altrimenti anche l’obiettivo del 90% non potrà essere raggiunto.</p>
<p>Lasciamo perdere ora le possibili <a href="https://www.theguardian.com/business/2025/dec/16/eu-water-down-landmark-ban-new-petrol-diesel-cars" rel="noopener">discussioni</a> sul ruolo che hanno avuto alcuni paesi come l’Italia e la Germania a frenare la decarbonizzazione, e che cantano vittoria per l’industria automobilistica europea in contrapposizione a quella cinese, ignorando il fatto che è proprio potenziando l’elettrico che si può fare maggiore concorrenza alle auto elettriche cinesi. E guardiamo piuttosto ai dati.</p>
<h2 id="lauto-elettrica-dati-alla-mano">L&rsquo;auto elettrica, dati alla mano</h2><p>Il dato alla base di tutto il ragionamento sul settore automobilistico è che questo <a href="https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg3/downloads/report/IPCC_AR6_WGIII_Chapter10.pdf" rel="noopener">rappresenta</a> il 70% delle emissioni di tutto il settore dei trasporti (che sono circa un quarto delle emissioni totali). L’aviazione, che invece ha emissioni pro-capite molto più alte, arriva al 12%. Navigazione 11%. E che passare all’auto elettrica è importante in Europa perché il grosso delle emissioni del settore dei trasporti è concentrata ancora in Europa, appunto, in Nord America e un po’ meno in Asia. La transizione dall’auto termica a quella elettrica è quindi uno degli snodi principali per la decarbonizzazione dell’economia dei paesi sviluppati.</p>
<p>La produzione e la vendita di auto elettriche sono in crescita in tutto il mondo. Nel 2024 il mercato globale di auto elettriche è cresciuto del 20% rispetto al 2023 (e nel 2023 si sono <a href="https://www.iea.org/reports/global-ev-outlook-2024/trends-in-electric-cars" rel="noopener">vendute</a> 14 milioni di auto elettriche, il 95% delle quali in Europa, Cina e Stati Uniti). Fonte: <a href="https://iea.blob.core.windows.net/assets/7ea38b60-3033-42a6-9589-71134f4229f4/GlobalEVOutlook2025.pdf" rel="noopener">Agenzia internazionale per l’energia</a>.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/auto-elettriche-inevitabili-fortuna-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/auto-elettriche-inevitabili-fortuna-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/auto-elettriche-inevitabili-fortuna-body-1.png.webp 886w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="crescita produzione auto elettriche" width="886" height="615" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">I punti di ricarica stanno crescendo, negli ultimi anni sono aumentati molto anche quelli classificati come “veloci”, soprattutto in Cina e in Europa. Fonte: <a href="https://iea.blob.core.windows.net/assets/7ea38b60-3033-42a6-9589-71134f4229f4/GlobalEVOutlook2025.pdf" rel="noopener">Agenzia internazionale per l’energia</a>.</p>

<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/auto-elettriche-inevitabili-fortuna-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/auto-elettriche-inevitabili-fortuna-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/auto-elettriche-inevitabili-fortuna-body-2.png.webp 788w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="crescita punti di ricarica elettrici" width="788" height="528" loading="lazy" decoding="async">
La percentuale di auto elettriche vendute sul totale è in crescita, il paese che in percentuale vende più auto elettriche è la Norvegia.</p>











<figure class="grafico-plot not-prose" id="plot-1">
  <p class="grafico-titolo">Norvegia in testa: il 97% delle auto nuove vendute nel 2025 è elettrico o ibrido plug-in</p>
  <p class="grafico-sottotitolo">Quota delle auto nuove vendute che sono elettriche a batteria o ibride plug-in, in percentuale, 2010-2025. A colori Norvegia e Mondo, in grigio gli altri paesi e aree.</p>
  
  <div class="gp-contenitore">
    <div class="gp-area" id="plot-1-alt" role="img" aria-label="Grafico a linee: dal 2010 la quota di auto nuove elettriche o ibride plug-in sale; nel 2025 è il 97% in Norvegia, il 53% in Cina, il 25% nel mondo." aria-describedby="plot-1-descrizione"></div>
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  </div>
  <figcaption><span>Fonte: <a href="https://ourworldindata.org/grapher/share-car-sales-battery-plugin" rel="noopener">International Energy Agency, Global EV Outlook 2026 (licenza CC BY 4.0), elaborazione di Our World in Data</a></span><span>Il «resto del mondo» comprende i paesi non elencati; alcuni suoi valori minimi sono negativi nei dati di origine. Valori arrotondati a due decimali; nomi in italiano.</span></figcaption>
  <details>
    <summary>Descrizione e dati del grafico</summary>
    <p id="plot-1-descrizione">Grafico a linee con una linea per paese o area (Norvegia, Cina, Unione europea, Regno Unito, Germania, Francia, Italia, Stati Uniti, Mondo, Resto del mondo): sull&rsquo;asse orizzontale gli anni dal 2010 al 2025, su quello verticale la percentuale di auto nuove vendute che sono elettriche a batteria o ibride plug-in, somma dei due tipi. Norvegia e Mondo sono a colori, le altre linee grigie; alcune serie cominciano dopo il 2010 (l&rsquo;Italia nel 2013). Norvegia: 22% nel 2015, 75% nel 2020, 92% nel 2024, 97% nel 2025, di cui 95,4% a batteria. Mondo: 0,7% nel 2015, 4,4% nel 2020, 21% nel 2024, 25% nel 2025. Cina: 5,7% nel 2020, 48% nel 2024, 53% nel 2025. Nel 2025: Regno Unito 35%, Germania 30%, Unione europea 27%, Francia 26%, Italia 13%, Stati Uniti 10%, resto del mondo 5,5%. La quota cresce senza interruzioni in Norvegia, Cina, Regno Unito e nel Mondo. Cali: Germania (da 31% nel 2022 a 24% nel 2023 e 20% nel 2024), Italia (da 9,2% nel 2023 a 7,5% nel 2024), Francia (da 25% a 24% nel 2024) e Unione europea (da 22% a 21% nel 2024); nel 2025 tutte risalgono. Negli Stati Uniti la quota è 10% sia nel 2024 sia nel 2025.</p>
    <p class="gp-scarica">
      <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/auto-elettriche-inevitabili-fortuna-quota-auto-elettriche.csv" download>Scarica i dati di «Norvegia in testa: il 97% delle auto nuove vendute nel 2025 è elettrico o ibrido plug-in» (CSV)</a>
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<p>Nell’Unione Europa le emissioni sul ciclo di vita (quindi compresi produzione e smaltimento, che dipendono dal mix energetico della rete) di un’auto elettrica sono circa il 73% inferiori di un’auto a combustione interna. Ovviamente, col tempo, anche la produzione di auto elettriche, come tutti i settori industriali, beneficerà della riduzione di emissioni grazie alla crescita delle rinnovabili. In ogni caso, la maggiore emissione di gas serra iniziali dovuta alla produzione delle batterie viene più che compensata (appunto) e questo avviene già entro uno o due anni di utilizzo dell’auto, attorno ai 17mila chilometri. Fonte: <a href="https://theicct.org/publication/electric-cars-life-cycle-analysis-emissions-europe-jul25/" rel="noopener">International Council of Clean Transportation</a>.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/auto-elettriche-inevitabili-fortuna-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/auto-elettriche-inevitabili-fortuna-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/auto-elettriche-inevitabili-fortuna-body-3.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="emissioni auto" width="2363" height="1182" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Il <a href="https://ourworldindata.org/battery-price-decline" rel="noopener">costo</a> delle batterie agli ioni di litio è diminuito del 97% dal 1991 (mentre la capacità è aumentata).</p>

<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/auto-elettriche-inevitabili-fortuna-body-4.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/auto-elettriche-inevitabili-fortuna-body-4.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/auto-elettriche-inevitabili-fortuna-body-4.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="costo delle batterie al litio" width="1773" height="2106" loading="lazy" decoding="async">
Il sovrapprezzo delle auto elettriche rispetto a quelle termiche sta diminuendo, soprattutto in Cina, ma anche negli Stati Uniti e in Europa. Fonte: <a href="https://www.iea.org/commentaries/cheaper-electric-cars-the-key-to-unlocking-mass-market-adoption" rel="noopener">Agenzia internazionale per l’energia</a>.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/auto-elettriche-inevitabili-fortuna-body-5.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/auto-elettriche-inevitabili-fortuna-body-5.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/auto-elettriche-inevitabili-fortuna-body-5.png.webp 833w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="sovrapprezzo veicoli elettrici rispetto ai termici" width="833" height="739" loading="lazy" decoding="async">
Infine, solo dal 2018, il prezzo delle auto elettriche è <a href="https://ev.com/news/ev-prices-drop-25-since-2018-shrinking-the-gap-with-gas-cars" rel="noopener">sceso</a> del 25% (quello delle auto termiche è aumentato).</p>
<h4 id="segnaliamo-questo-calcolatore-per-simulare-il-prezzo-di-tutto-il-periodo-di-possesso-di-unauto-elettrica">Segnaliamo <a href="https://www.iea.org/data-and-statistics/data-tools/electric-vehicles-total-cost-of-ownership-tool" rel="noopener">questo calcolatore</a> per simulare il prezzo di tutto il periodo di possesso di un’auto elettrica.</h4><p>Il mercato ha evidentemente recepito la direzione impressa negli anni dagli stati, che a loro volta dipendono dalle strategie climatiche provenienti dai negoziati climatici internazionali. Non siamo più di fronte a un bene di nicchia come qualche anno fa. Considerato quanto è migliorato il settore negli ultimi dieci anni, pensare che da qui al 2035 l’auto elettrica non si sviluppi ulteriormente ci sembra francamente grottesco.</p>
<p>Perché dunque ostacolarne la crescita e la diffusione?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Misurare l’energia della biodiversità per la salute degli ecosistemi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/misurare-energia-biodiversita-salute-ecosistemi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/misurare-energia-biodiversita-salute-ecosistemi/</guid><pubDate>Mon, 15 Dec 2025 08:20:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><description>Una nuova ricerca rivela che il flusso di energia che attraversa le reti alimentari africane si è ridotto di quasi due terzi dall’epoca preindustriale. Capire come l’energia scorre negli ecosistemi permette di leggere in anticipo segnali di degrado e orientare strategie di conservazione più efficaci.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/misurare-energia-biodiversita-salute-ecosistemi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/misurare-energia-biodiversita-salute-ecosistemi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Biodiversità significa non solo ricchezza e abbondanza delle forme di vita in un luogo, ma anche delle relazioni che esse intessono tra loro. La vita chiama vita, una specie crea i presupposti per l’esistenza di altre, la rete di connessioni e interazioni  dà forma e funzione agli ecosistemi.  Misurare le relazioni consente dunque di valutare lo “stato di salute” delle comunità biologiche e fornire una diagnosi precoce dei problemi ambientali, che possono insorgere ben prima che una specie si estingua. È però un compito tutt’altro che semplice. Una soluzione innovativa è quella di misurare i flussi energetici nelle reti alimentari: infatti in tutti gli ecosistemi terrestri l’energia arriva dal sole, viene catturata dalle piante e poi passa lungo la catena alimentare, dove ogni specie svolge il proprio ruolo.</p>
<p>Una <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-025-09660-1" rel="noopener">nuova ricerca</a> guidata dall’Università di Oxford in collaborazione con la Sapienza di Roma, e pubblicata su <em>Nature</em>, ha misurato il flusso di energia nelle reti alimentari per la prima volta su scala continentale, analizzando i dati relativi a oltre 3.000 specie di uccelli e mammiferi distribuite su foreste, savane e deserti nell’Africa subsahariana. Per misurare l’impatto umano sugli equilibri energetici nel tempo, lo studio ha messo a confronto la situazione attuale con le condizioni preindustriali stimate, utilizzando un indice, il <em><a href="https://www.nhm.ac.uk/our-science/services/data/biodiversity-intactness-index.html" rel="noopener">Biodiversity Intactness Index</a></em>, che misura il cambiamento nell’abbondanza delle specie animali in relazione alle modifiche nell’uso del suolo causate dalle attività umane. I risultati indicano che gli ecosistemi africani funzionano con meno di due terzi dell’energia che avevano un tempo.</p>
<p>Ma come si misura il flusso energetico? «Ogni animale necessita di un determinato quantitativo di energia per sopravvivere, che dipende dalla massa corporea ed il metabolismo medio, ma dell’energia assunta giornalmente, solo una parte viene assimilata», spiega Luca Santini, biologo de La Sapienza e coautore dello studio. «Conoscendo la massa corporea di un animale sappiamo quindi quanta energia richiede, e tramite la dieta e un relativo indice di assimilazione possiamo dedurre quanta energia dev’essere ingurgitata dall’animale ogni giorno per soddisfare le proprie richieste energetiche giornaliere. Moltiplicando questa stima per tutti i giorni dell’anno e per l’abbondanza della popolazione si riesce a ottenere una stima dei flussi di energia complessiva attraverso quella popolazione».</p>
<p>Il gruppo di ricerca ha suddiviso gli animali in gruppi sulla base di taglia, dieta, stile di vita e, nel caso dei mammiferi, dimensione dei gruppi sociali. Hanno individuato così 23 diverse funzioni, che includono sia quelle direttamente legate al tipo di dieta, sia quelle comportamentali (come la dispersione di semi e nutrienti, l’impollinazione e il rimescolamento del suolo). I risultati indicano che dall’epoca preindustriale a oggi questo flusso di energia è diminuito in media del 64%, quindi l’energia attuale è circa un terzo dell’originaria. Andando poi nel dettaglio, si riscontrano diverse asimmetrie. Le perdite più importanti sono quelle legate alla megafauna, particolarmente impattata da perdita di habitat e persecuzione diretta. Per elefanti, rinoceronti, giraffe, leoni e compagnia, il calo del flusso energetico supera infatti il 70% in tutti gli ambienti considerati. Uccelli e mammiferi di piccole dimensioni, al contrario, si stanno dimostrando resilienti ai cambiamenti, anzi ne sembrano avvantaggiati: in media il loro flusso di energia è aumentato del 10% rispetto al periodo preindustriale. Quindi, se non si inverte la rotta degli impatti antropici, gli ambienti africani saranno sempre più dominati da animali di piccole dimensioni e non più dagli iconici giganti che oggi ne sono simbolo. Ma, carisma a parte, la sostituzione non è affatto banale. I grandi mammiferi infatti svolgono un ruolo di ingegneri ecosistemici: la loro presenza plasma il paesaggio. La megafauna modella e struttura infatti la vegetazione: lo fanno i grandi erbivori brucando e pascolando, sradicando interi alberi (è il caso degli elefanti), calpestando il terreno e concimandolo con gli escrementi, ma anche i carnivori che li predano, controllandone la numerosità.</p>
<p>Una specie, insomma, non vale l’altra, e studiare il flusso di energia permette di capire quali funzioni ecosistemiche sono ancora forti e quali invece si sono indebolite, indipendentemente da quali specie siano presenti. In questo modo non solo si misura la presenza e l’abbondanza delle singole specie, ma si possono indagare anche quali siano le loro funzioni. «La riduzione dell’energia nelle comunità di uccelli e mammiferi non è stata uniforme, ma ha colpito in modo differenziale i gruppi funzionali che sostengono processi ecosistemici essenziali come la dispersione dei semi, l’impollinazione e il modellamento della vegetazione», commenta Santini. Infatti, i flussi di energia legati alle specie arboricole, sia uccelli sia mammiferi frugivori, sono fortemente diminuiti, soprattutto fuori dalle aree protette. Questo comporta un drastico calo nella capacità di dispersione dei semi: solo poco più della metà di questa funzione è ancora intatta nelle aree naturali mentre si arriva ad appena il 14% nelle aree coltivate. E se manca la dispersione dei semi, ne risente la foresta, nella sua espansione e nella complessità specifica.</p>
<p>A livello di ambienti, l’impatto è trasversale: savane, foreste, montagne e pianure sono tutte impattate, anche se con differenze importanti tra le zone che hanno subito drastici cambiamenti come urbanizzazione e uso agricolo intensivo, e zone più intatte. In particolare, le aree strettamente protette supportano ancora il 90% dei flussi energetici preindustriali, confermando la grande importanza di parchi e riserve, che mantengono quindi flussi di energia più intatti in tutte le funzioni ecologiche esaminate. Interessante anche notare come l’aumento di zone coltivate favorisca in particolare gli uccelli granivori: in questo tipo di funzione ecologica i ricercatori hanno infatti misurato un aumento significativo dei flussi di energia nel tempo; questo comporta però un potenziale conflitto tra attività agricole e fauna. La perdita di habitat penalizza le specie più selettive, favorisce le più generaliste, e dal punto di vista energetico, ambienti alterati dalle azioni umane possono essere più appetibili. Un <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-022-05523-1" rel="noopener">altro studio</a> pubblicato sempre su <em>Nature</em> e basato sui flussi di energia nelle foreste del Borneo, dimostra che nelle foreste sottoposte a taglio selettivo il consumo totale di risorse da parte di uccelli e mammiferi risulta circa due volte e mezzo superiore rispetto alle foreste primarie. Quindi, malgrado il disturbo dell’habitat, si mantiene una vitalità energetica, probabilmente legata al fatto che il taglio rende più accessibili alcune risorse. Al contrario, la transizione successiva in palmeti da olio azzera i flussi di energia, confermando il forte impoverimento delle funzioni ecosistemiche legato alle piantagioni intensive.</p>
<p>I vuoti biologici vengono colmati, la scomparsa di una specie o di una popolazione crea spazi e opportunità per altre più adattabili ma, come dimostra questo studio, la ripresa può essere solamente apparente e in termini di biomassa, non associata alla reale vitalità degli ecosistemi. «Il flusso di energia è la rete che tiene insieme un ecosistema», afferma Yadvinder Malhi, coautore dello studio dell’Environmental Change Institute di Oxford. «La perdita del flusso energetico animale non è solo una storia ecologica: è una storia del pianeta Terra, collega il destino delle singole specie al funzionamento e alla stabilità stessa della biosfera». Mappare i flussi di energia su scala globale è un nuovo approccio che permette non solo di misurare la perdita di vitalità degli ecosistemi, ma anche e soprattutto, con una prospettiva futura, di guidare le azioni di conservazione, in particolare nel ripristino ambientale, in cui è fondamentale non solo mantenere popolazioni vitali delle specie, ma anche la ricchezza delle interazioni biotiche e quindi delle funzioni che rendono vivo un ecosistema.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Lo squinternato teorema di Rampini contro gli scienziati-sacerdoti</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/squinternato-teorema-rampini-contro-scienziati-sacerdoti/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/squinternato-teorema-rampini-contro-scienziati-sacerdoti/</guid><pubDate>Fri, 12 Dec 2025 15:15:00 +0100</pubDate><category>ambiente</category><description>Cinque scienziati del Gruppo 2003 rispondono a un video del giornalista Federico Rampini, che nella sua rubrica sul sito del Corriere della sera ha commentato il ritiro di una pubblicazione scientifica sulle conseguenze economiche dei cambiamenti climatici dalla rivista Nature attribuendolo al comportamento di scienziati ideologizzati, che pubblicherebbero &amp;amp;ldquo;dati falsi truccati&amp;amp;rdquo; pur di rieducare l&amp;amp;rsquo;umanità. Ma non è così: l&amp;amp;rsquo;articolo non è stato ritirato dalla rivista, ma dagli autori stessi, che si sono accorti di alcuni errori nel loro studio e li hanno spiegati con chiarezza. Non è un caso di dati manipolati, ma al contrario di correttezza scientifica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/squinternato-teorema-rampini-contro-scienziati-sacerdoti-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/squinternato-teorema-rampini-contro-scienziati-sacerdoti-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Da tempo il noto giornalista Federico Rampini cura una rubrica sul <em>Corriere della sera</em> online intitolata <em>Oriente Occidente,</em> dove pubblica brevi video in cui, inquadrato in primo piano, discute di vari argomenti di attualità. Il 10 dicembre scorso ha pubblicato nella rubrica un video intitolato “Cosa insegna lo scandalo della rivista <em>Nature</em>”. Le parole contenute nel video possono essere commentate in vari modi.</p>
<p>Ascoltiamo il suo incipit, trascritto letteralmente, saltando soltanto la spiegazione fatta per non addetti ai lavori di che cosa è la rivista <em>Nature</em> e della reputazione di cui gode:</p>
<p><em>Lo scandalo di</em> Nature <em>è passato nel dimenticatoio un po&rsquo; presto (&hellip;). Più di un anno fa ha pubblicato uno studio, un apporto che calcolava danni catastrofici del cambiamento climatico sulla economia mondiale e molto di recente ha dovuto ritrattare quello studio…</em></p>
<p>In effetti nel 2024 <em>Nature</em> ha pubblicato uno studio intitolato “The economic commitment of climate change” (pubblicato il 17 aprile 2024), nel quale si stimava che entro il 2050 il cambiamento climatico avrebbe ridotto il PIL globale di circa il 19 %, con costi cumulati annuali fino a circa 38mila miliardi di dollari.</p>
<p>Tuttavia, dopo la pubblicazione, emersero critiche importanti: un dataset errato dall’Uzbekistan aveva influenzato i risultati e non si era tenuto conto della correlazione spaziale, compromettendo l’attendibilità delle stime. Detto questo, Rampini rivela di non essersi documentato a sufficienza prima di parlare; in realtà non c’è stato scandalo alcuno: bastava leggere qualche riga più sotto nelle notizie per capire che non è stata la rivista <em>Nature</em> a ritirare l’articolo in questione, ma sono stati gli autori che si sono accorti di alcuni errori introdotti nel loro studio.</p>
<p>Maximilian Kotz, Anders Levermann e Leonie Wenz, i tre autori, ricercatori del Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK) in Germania, hanno spiegato bene la loro decisione nella nota del 3 Dicembre 2024:</p>
<p>«Gli autori hanno ritirato questo articolo per i seguenti motivi: dopo la pubblicazione, i risultati si sono rivelati sensibili alla rimozione di un paese, l&rsquo;Uzbekistan, dove sono state riscontrate imprecisioni nei dati economici sottostanti per il periodo 1995-1999. Inoltre, è stato sostenuto che l&rsquo;autocorrelazione spaziale fosse rilevante per gli intervalli di incertezza. Gli autori hanno corretto i dati dell&rsquo;Uzbekistan per il periodo 1995-1999 e hanno controllato le transizioni delle fonti di dati e le tendenze di ordine superiore presenti nei dati dell&rsquo;Uzbekistan. Hanno anche tenuto conto dell&rsquo;autocorrelazione spaziale. Queste modifiche hanno portato a discrepanze nelle stime dei danni climatici entro la metà del secolo, con un aumento dell&rsquo;intervallo di incertezza (dall'11-29% al 6-31%) e una minore probabilità di divergenze dei danni tra gli scenari di emissione entro il 2050 (dal 99% al 90%). Gli autori riconoscono che queste modifiche sono troppo sostanziali per una correzione, il che ha portato alla ritrattazione dell&rsquo;articolo. Una versione aggiornata dell&rsquo;articolo con queste modifiche, che deve ancora essere sottoposta a revisione paritaria, è disponibile al pubblico con accesso libero ai dati e alla metodologia <a href="https://zenodo.org/records/15984134" rel="noopener">(https://doi.org/10.5281/zenodo.15984134)</a>».</p>
<p>Il 6 agosto 2025 il PIK ha quindi diffuso un comunicato che spiegava quali correzioni erano state fatte: la revisione del dataset economico dell’Uzbekistan (1995–1999), la correzione di alcuni decimali e l&rsquo;introduzione della correlazione spaziale tra regioni, che hanno migliorato la robustezza delle stime e ridotto l’impatto complessivo del cambiamento climatico sul PIL globale dal 19 al 17%.</p>
<p>Non quindi ciò che ha sostenuto Rampini:</p>
<p><em>(quell’articolo) …era pieno zeppo di dati falsi manipolati truccati in modo da ingigantire per l&rsquo;appunto i danni economici del cambiamento climatico… Ehm, autocritica benvenuta, però sui media questa notizia ha avuto poco spazio, è stata liquidata frettolosamente. E soprattutto non ha dato luogo a una riflessione adeguata sul perché è stato possibile.</em></p>
<p>Tutti concetti senza alcun fondamento: non si è mai trattato di dati falsi, manipolati o truccati, non c’era niente da liquidare frettolosamente sui media e non c’era da fare alcuna riflessione sul perché. Ma il ragionamento di Rampini va avanti sulla stessa falsariga:</p>
<p><em>Alcune categorie di scienziati si sono trasformati col tempo in sacerdoti di una religione in omaggio alla quale si possono anche dire delle bugie, bugie a fin di bene per rieducare una umanità peccaminosa. Questo è lo spirito che anima alcuni scienziati che in quanto tali diventano pseudo-scienziati e tradiscono il rigore scientifico perché pensano di avere una missione rieducatrice da inseguire in nome della quale sacrificano la verità.</em></p>
<p>A conti fatti Rampini sposa la tesi di Donald Trump che il 23 settembre 2025, intervenendo all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha definito il cambiamento climatico «the greatest con job ever perpetrated on the world», definendolo «a green scam». Ma va oltre, e addossa la responsabilità di quello “scam” ad alcune centinaia di stimati scienziati dei cinque continenti, che hanno studiato e lavorato seriamente, che non hanno mai tradito il rigore scientifico e che in realtà pensano, questo sì, di avere una missione: quella di dire con dati e formalizzazioni solide come stanno davvero le cose.</p>
<p>La chiusura di Rampini allarga le responsabilità alla società nel suo insieme:</p>
<p><em>È stato possibile lo scandalo di</em> Nature <em>anche perché c&rsquo;è una parte del pubblico che desidera sentirsi dire che la fine del mondo è dietro l&rsquo;angolo, che adora le profezie apocalittiche e quindi non le sottopone ad alcun vaglio critico. Queste sono le condizioni che hanno reso possibile quello scandalo e probabilmente tanti altri di cui non si è mai parlato. Quando vogliamo sentirci dire che il mondo sta per crollare, allora quelle profezie sono musica soave per le nostre orecchie.</em></p>
<p>Non solo molti scienziati vengono accusati di essere dei sacerdoti di una religione, ma anche una parte dell’opinione pubblica di essere in cerca di profezie apocalittiche invece di voler conoscere lo stato reale delle cose. La chiusa del video, forse, è l’unico pezzo condivisibile, se letto nella direzione opposta a quella del giornalista:</p>
<p><em>La scienza non ha davvero niente a che vedere con tutto ciò.</em></p>
<p>Si, è vero, Rampini, la scienza non ha proprio niente a che vedere con superficialità e malafede.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Roberto Boffi: come difendersi dall’inquinamento</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/roberto-boffi-difendersi-dall-inquinamento/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/roberto-boffi-difendersi-dall-inquinamento/</guid><pubDate>Fri, 12 Dec 2025 08:29:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>ambiente</category><description>Nel libro &amp;amp;ldquo;I tuoi scudi antismog&amp;amp;rdquo; (Sonzogno, 2025) Roberto Boffi passa in rassegna le possibili difese contro gli inquinanti, in casa e fuori. Una guida utile e fondata sulla miglior scienza per la migliore salute respiratoria a cui possiamo ambire nelle nostre città inquinate.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/roberto-boffi-difendersi-dall-inquinamento-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/roberto-boffi-difendersi-dall-inquinamento-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>A un certo punto mi sono stufato. Stufato di scrivere al vento sui danni da inquinamento, come ho fatto per tanti anni. Bisognerebbe cominciare a raccontare cosa si può fare per minimizzare questi danni ormai certi, mi sono detto. In attesa che la politica - e purtroppo per quanto riguarda Milano anche la meteorologia - cambi, almeno impariamo a difenderci. Mentre pensavo a queste cose Roberto Boffi le ha fatte. Ed ecco il risultato, il libro <em>I tuoi scudi antismog</em> (Sonzogno, 2025). E chi se non lui, in effetti? Roberto Boffi è primario di pneumologia all’Istituto nazionale dei tumori di Milano ed è fra i principali esperti italiani di danni da fumo, e da smog. E in questo libro troviamo buona parte di quel che c’è da sapere sulle varie forme di inquinamento, indoor e outdoor, e su come tenerle a bada, per quanto possibile.</p>
<h2 id="rischi-da-non-sottovalutare">Rischi da non sottovalutare</h2><p>La prima parte del volume affronta l’impatto sanitario dell’inquinamento atmosferico, ma con cenni anche al suolo e alle acque. Boffi insiste sulla necessità di combattere il negazionismo e chiarisce come l’esposizione a particolato fine, biossido di azoto, idrocarburi policiclici aromatici e composti organici volatili contribuisca a un ventaglio di malattie cardio-respiratorie, oncologiche ma anche infettive, facilitate da un indebolimento immunitario cronico da smog. Particolare attenzione è dedicata all’intersezione fra inquinamento e cambiamento climatico, in particolare a causa dell’effetto di amplificazione che il riscaldamento esercita sugli effetti degli inquinanti. </p>
<p>Boffi è noto a molti anche per averli fatto smettere di fumare, e può succedere che - abbandonata la sigaretta - uno si senta ripulito e avviato verso un futuro di salute. Ma se vive in città in perenne infrazione dei limiti di polveri e ossidi di azoto come Milano, si tratta di un’illusione. Per quanto nei decenni il livello di inquinamento sia migliorato anche nelle grandi città, e l’abitudine del fumo sia a livello individuale certo la cosa in assoluto più dannosa, l’inquinamento rappresenta comunque un danno per tutti, e non di poco conto. In Italia infatti sono 70mila le morti annue da ricondurre allo smog, in Europa più di 300mila e nel mondo 8 milioni.</p>
<h2 id="cosa-fare-in-casa">Cosa fare in casa</h2><p>Ma torniamo al merito principale del libro: andare oltre la cattiva novella dei danni per dare informazioni pratiche di salute, che ciascuno può mettere in atto. Boffi accompagna il lettore dentro le stanze di casa, mostrando che l’inquinamento indoor non è un fenomeno minore, ma una delle principali fonti di esposizione. Primo messaggio: non sempre aprire le finestre migliora la qualità dell’aria di casa. L’autore invita a osservare il meteo, a sfruttare la pioggia come alleata nel pulire l’atmosfera e a evitare per esempio l’aerazione durante le giornate di calma piatta, quando le polveri sottili ristagnano per ore negli strati più bassi dell’aria urbana .</p>
<p>È una presa di posizione che contraddice consigli spesso ripetuti in modo acritico e che rimette al centro il ruolo dell’informazione scientifica: per respirare aria migliore, scrive l’autore, bisogna conoscere i dati giornalieri sul particolato, valutare il contesto e scegliere con consapevolezza quando “far entrare” l’aria esterna in casa e quando no.</p>
<p>Da qui si apre un percorso ricco di dettagli pratici. In cucina, per esempio, il libro mette ordine tra vecchie abitudini e nuove tecnologie. I fornelli a gas, ancora diffusi, rilasciano ossidi di azoto, particolato ultrafine nonché il cancerogeno benzene; i piani a induzione, invece, azzerano le emissioni dirette e rappresentano una soluzione più sicura per la salute respiratoria. Anche la scelta della cappa diventa parte di una strategia preventiva: non tutte sono uguali, e quelle filtranti - se non ben mantenute - possono riciclare nell’ambiente domestico gli stessi inquinanti che dovrebbero eliminare. Boffi svela gli equivoci più comuni, compreso quello della friggitrice ad aria, spesso percepita come innocua ma in realtà capace di generare composti volatili se usata male o a temperature troppo elevate .</p>
<p>In camera da letto, lo spazio dove respiriamo profondamente per molte ore, la cura dell’aria diventa quasi un rituale. L’autore invita a evitare l’accumulo di apparecchi elettronici come stampanti e router - spesso ignorati - e a privilegiare arredi privi di trattamenti chimici che rilasciano composti organici volatili tutt’altro che innocui. </p>
<p>Anche i prodotti per la pulizia, apparentemente associati all’idea di igiene, possono diventare sorgenti di inquinamento. Molti detergenti rilasciano sostanze irritanti e invita a preferire formulazioni semplici, evitando di pensare che quell’odore di pulito che otteniamo a forza di prodotti per la casa non coincida necessariamente con la salubrità dell’aria.</p>
<h2 id="piante-e-purificatori-per-unaria-più-pulita">Piante e purificatori per un’aria più pulita</h2><p>C’è poi una parte del libro che si legge quasi come un piccolo manuale botanico: quella dedicata alle piante “mangiasmog”. Le foglie assorbono formaldeide, benzene e altre sostanze che si accumulano negli ambienti chiusi, restituendo ossigeno e contribuendo a ridurre l’inquinamento indoor. L’autore passa in rassegna una cinquantina di piante da appartamento che aiutano particolarmente a migliorare la qualità dell’aria (come l&rsquo;aloe vera, la felce, le gerbere e il <em>Ficus benjamin</em>), quali esigenze hanno e dove collocarle.</p>
<p>Anche i purificatori d’aria possono aiutare. Il confronto tra filtrazione attiva e passiva permette di capire perché alcuni dispositivi richiedano manutenzione frequente mentre altri mantengano una capacità di depurazione costante nel tempo, insieme agli aspetti economici, la rumorosità, l’impatto ambientale dei filtri e altri aspetti.</p>
<h2 id="e-fuori-casa">E fuori casa?</h2><p>Ma usciamo di casa. Nel capitolo dedicato agli spostamenti, il lettore scopre che la bicicletta - simbolo della mobilità sostenibile non sempre è la scelta ideale, soprattutto nelle ore di punta. Talvolta in effetti basterebbe cambiare percorso, avendo tempo.</p>
<p>Molto importante il capitolo su come interpretare il vento nelle previsioni meteo, come riconoscere condizioni atmosferiche che favoriscono il ristagno degli inquinanti e quando e come correre in città: preferibili ovviamente i parchi alberati (e anche qui si potrebbero citare le specie più capaci di pulire l’aria, come il bagolaro) ma anche lungo i corsi d’acqua. E perché evitare le ore più calde e soleggiate (ancora di più se nel verde), a causa dell’aumento di concentrazione dell&rsquo;ozono. Ma per far questo sarebbe necessario avere un sistema di monitoraggio diffuso nella città che metta insieme le condizioni meteo con quelle della qualità dell’aria, zona per zona, ancora meglio strada per strada. Magari anche con qualche consiglio per i più fragili, la cui salute respiratoria è molto più a rischio. Anche questo sarebbe alla lunga un efficace “scudo anti smog”, come lo è peraltro questa bella guida di educazione alla salute respiratoria.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Deforestazione, l’Ue indebolisce il regolamento EUDR: a rischio le foreste</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/deforestazione-ue-indebolisce-regolamento-eudr-rischio-foreste/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/deforestazione-ue-indebolisce-regolamento-eudr-rischio-foreste/</guid><pubDate>Thu, 11 Dec 2025 09:13:00 +0100</pubDate><dc:creator>Francesca Polizzi</dc:creator><category>ambiente</category><description>L’Unione europea si prepara a rivedere l’EUDR, il regolamento nato per fermare la deforestazione legata ai consumi europei. L’accordo provvisorio tra Parlamento e Consiglio introduce rinvii e semplificazioni che alleggeriscono gli obblighi per le imprese, ma rischiano di indebolire la tutela di habitat e biodiversità e di creare nuova incertezza normativa per chi aveva già investito nella transizione.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/deforestazione-ue-indebolisce-regolamento-eudr-rischio-foreste-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/deforestazione-ue-indebolisce-regolamento-eudr-rischio-foreste-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>È stato raggiunto un accordo provvisorio tra Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea (UE) sulla <a href="https://green-forum.ec.europa.eu/nature-and-biodiversity/deforestation-regulation-implementation_en#due-diligence" rel="noopener">revisione del regolamento europeo</a> sulla deforestazione e degrado forestale (EUDR). Si attende la decisione per la prossima settimana (tra il 15 e il 18 dicembre), ma nel frattempo è chiaro che le semplificazioni rappresentano delle attuazioni del regolamento più flessibili per le imprese a scapito della protezione di habitat e biodiversità.</p>
<p>«L’EUDR doveva essere uno dei pilastri del Green Deal europeo», spiega Bernardo Tarantino, specialista affari europei e internazionali del WWF Italia. L’obiettivo iniziale era ambizioso: «azzerare la deforestazione legata ai consumi europei», imponendo tracciabilità geografica rigorosa e <em>due diligence</em> (un documento che fornisce dettagli sul prodotto) su prodotti come carne bovina, soia, olio di palma, cacao, caffè, legno, gomma e prodotti derivati.</p>
<p>Si trattava del primo regolamento al mondo con l’obiettivo esplicito di raggiungere la “deforestazione zero”. Un segnale politico forte, che avrebbe rafforzato la leadership europea nelle politiche ambientali e climatiche.</p>
<p>Ma il contesto iniziale è cambiato rapidamente e l’iter ha subito vari ritardi. Dopo l’entrata in vigore a giugno 2023, il regolamento è entrato in un limbo costellato da pressioni politiche, resistenze industriali, richieste di rinvio.</p>
<p>Già a dicembre 2023 l’UE aveva concesso un periodo di transizione di dodici mesi che avrebbe posticipato l’applicazione del regolamento al 30 dicembre 2025 per le medie e grandi imprese e al 30 giugno 2026 per le micro e piccole. </p>
<p>Ed è a settembre di quest’anno che viene ipotizzato un ulteriore rinvio con una giustificazione tecnica: “difficoltà informatiche”. Ma per Tarantino si tratta di una scusa: «Nel 2025 è impossibile che l’Unione europea non riesca ad avere un sistema informatico solido per caricare dichiarazioni e dati. Quel pretesto ha aperto la porta a un’ondata di deregolamentazione», commenta.<br>
Così, ancora una volta, il rinvio viene confermato: sarà di sei mesi, fino al 30 dicembre 2026, ma solo per le micro e piccole imprese. Per le grandi e medie, invece, resta la scadenza del 30 dicembre 2025. Con un periodo di tolleranza di sei mesi per l’applicazione e i controlli.</p>
<p>Ma non finisce qui: il testo provvisorio dello scorso 4 dicembre stabilisce alcuni elementi chiave che rimodellano l’ambito e i tempi dell’EUDR. Queste ultime modifiche spostano la nuova data di applicazione al 30 dicembre 2026, con un ulteriore “cuscinetto” fino al 30 giugno 2027 per micro e piccole imprese. Tra le misure di depotenziamento del regolamento c’è l’obbligo di presentare la <em>due diligence</em> solo per l’operatore che immette per primo il prodotto sul mercato; gli operatori a valle dovranno invece conservare e trasmettere soltanto il numero di riferimento della dichiarazione iniziale; è prevista una dichiarazione semplificata per le piccole imprese che non richiede più la geolocalizzazione precisa delle materie prime. Altra novità è l’esclusione di alcuni prodotti stampati come libri, giornali e riviste.</p>
<p>Inoltre, tra le modifiche viene introdotta la presentazione da parte della Commissione, entro il 30 aprile 2026, di un report di valutazione dell’impatto, con la possibilità di revisioni e proposte legislative successive. Questo «Mette il regolamento a rischio di ulteriori revisioni, quindi un’instabilità totale a livello normativo. Un ulteriore vulnus soprattutto per quelle aziende che ci sono preparate in tempo per applicare il regolamento e che adesso si trovano spiazzate sia dalla posticipazione, sia da queste modifiche, sia dall’eventualità che ad aprile la Commissione possa riaprire nuovamente il regolamento», afferma Tarantino.</p>
<p>Queste scelte nascono, secondo quanto dichiarato dalle istituzioni, dall’esigenza di «alleviare gli oneri amministrativi» e di garantire che aziende e autorità abbiano tempo per adeguarsi. In realtà, «L’incertezza normativa crea caos sia a livello di investimenti delle aziende che devono adeguarsi al regolamento, sia per le autorità competenti degli Stati membri che devono prepararsi per fare i controlli e per far rispettare il regolamento», precisa lo specialista affari europei e internazionali del WWF Italia.</p>
<p>Dal lato industriale, le pressioni per posticipare e modificare il regolamento sono arrivate soprattutto dall’agroindustria, dal settore dei proprietari forestali e dalle piccole e medie imprese che erano impreparate per applicare il regolamento.</p>
<p>In questo contesto, «A essere penalizzate sono le imprese più virtuose che hanno investito nella sostenibilità, mentre vengono premiati i ritardatari con rinvii e regole più blande», spiega ancora Tarantino. Poi aggiunge: «Questo è un pessimo segnale per chi investe nella transizione e nella lotta contro la deforestazione».</p>
<p>Come racconta Tarantino, anche alcune imprese (tra cui Nestlé e Ferrero) operanti nei settori del cacao, dei latticini, della gomma, del legno e in altri settori agroalimentari si sono unite per chiedere di non rinviare l’EUDR e hanno firmato una lettera dove dichiarano che «si sono attivamente preparate e hanno investito nel rispetto delle attuali disposizioni dell’EUDR. Il rinvio proposto introdurrebbe una notevole incertezza e un disimpegno delle parti interessate e comporterebbe ulteriori spese di conformità per le imprese, contrariamente alla semplificazione prevista».</p>
<p>La deforestazione è percepita come un fenomeno distante, in realtà l’EUDR riguarda i nostri consumi quotidiani, le materie prime come caffè, cioccolato, carne, mobili, libri, carta, prodotti in gomma. «Senza regole efficaci, una parte dei prodotti che compriamo ogni giorno arriva da aree dove la foresta è abbattuta illegalmente», ricorda Tarantino. «La deforestazione è legata alla crisi climatica, alla perdita di biodiversità e alla salute di tutti noi. Sapere che stai comprando un prodotto che produce deforestazione, in qualche modo dovrebbe sensibilizzare il consumatore ad acquisti più consapevoli».</p>
<p>Sul versante geopolitico, invece, l’Unione europea ha ricevuto anche pressioni da parte di Stati al di fuori dell’UE: «Gli Stati Uniti hanno chiesto un’esenzione totale per le proprie aziende, sostenendo che il rischio di deforestazione dei loro prodotti è “insignificante”», racconta Tarantino. A livello europeo, Germania e Italia sono state tra i governi più attivi nel chiedere rinvio e semplificazione.</p>
<p>Alcuni governi sostengono che indebolire la normativa migliori la competitività, ma secondo il WWF Italia «non c’è alcuna evidenza che indebolire l’EUDR aumenti la competitività. Al contrario, si crea incertezza e si ritardano gli investimenti in innovazione». </p>
<p>La votazione in plenaria e l’adozione formale sono attese entro metà dicembre. Salvo colpi di scena, l’accordo verrà confermato. Resta però un interrogativo: l’Europa sta davvero scegliendo la competitività, o sta rinunciando al proprio ruolo di leader globale nella lotta alla deforestazione? Il WWF Italia non ha dubbi: «È una fuga dalle responsabilità. Il rischio è che l’Europa creda di avere ancora tempo. Ma non è così».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ecoemozioni, guida al pianeta che cambia per ragazze e ragazzi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ecoemozioni-guida-pianeta-cambia-ragazze-ragazzi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ecoemozioni-guida-pianeta-cambia-ragazze-ragazzi/</guid><pubDate>Fri, 05 Dec 2025 08:09:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eleonora Degano</dc:creator><category>ambiente</category><description>Come parlare ai più giovani delle emozioni legate alla crisi climatica senza minimizzarle né lasciarsi travolgere? &amp;amp;ldquo;Ecoemozioni. Piccola guida di sopravvivenza al pianeta che cambia&amp;amp;rdquo; è un libro che offre parole, strumenti e strategie per riconoscere l’ecoansia, trasformarla in consapevolezza e ritrovare un senso di azione possibile, tra scuola, famiglia e quotidianità.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ecoemozioni-guida-pianeta-cambia-ragazze-ragazzi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ecoemozioni-guida-pianeta-cambia-ragazze-ragazzi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Parlare delle proprie emozioni, dando loro un nome e accettandole, spesso è difficile. Ancora più complicato, se si tratta di emozioni negative, è entrare in azione e lavorare per cambiare il nostro comportamento e la nostra realtà quotidiana per stare meglio. Ma c’è un livello di difficoltà ulteriore, e riguarda le ecoemozioni, o emozioni climatiche: comporta non lasciarsi sommergere dall’ansia, dalla rabbia o dal senso di impotenza. Anche se i cambiamenti necessari per salvare il pianeta ci sembrano enormi, e completamente fuori dalle nostre mani. </p>
<p>Se è frustrante e sopraffacente per gli adulti, lo è immensamente di più per i giovani. Bambine e bambini, ragazze e ragazzi che sono spesso vincolati allo stile di vita della famiglia, che ancora non possono votare e non sempre hanno una comunità di riferimento di coetanei interessati ai temi ambientali, per confrontarsi.</p>
<p>Dalle loro domande, da quei loro «Ma cosa potrò mai fare io?» nasce il libro <a href="http://www.erickson.it/it/ecoemozioni" rel="noopener"><em>Ecoemozioni. Piccola guida di sopravvivenza al pianeta che cambia</em></a> (Erickson, 2025) di Alice Facchini, giornalista indipendente, e Matteo Innocenti, psichiatra, psicoterapeuta ed ecoterapeuta, con le illustrazioni di Iris Biasio. Un libro pensato per ragazze e ragazzi, ma utile anche a chi ogni giorno prova ad accompagnarli, come famiglie e insegnanti. Inizia dando un nome alle cose: un glossario delle ecoemozioni più note. </p>
<p>C’è l’ecoansia, quell’ansia per gli incendi, le alluvioni e tutti gli eventi estremi, esacerbati dai cambiamenti climatici, che sempre più spesso sconvolgono il pianeta. Un&rsquo;ansia che riguarda il presente, il futuro, e la preoccupazione immediata per se stessi e la propria famiglia, i propri amici. E se il prossimo paese colpito da un’alluvione fosse il mio? Seguono la solastalgia, quella nostalgia per com’era un tempo l’ambiente in cui viviamo, ora degradato. L&rsquo;ecoparalisi, che impedisce di agire da quanto siamo sopraffatti. L’ecopreoccupazione, un costante rimuginare su cosa sarà della Terra, che ci lascia in stato di allerta costante. </p>
<p>Il glossario si conclude in positivo con l’eutierria, che ci fa sentire in sintonia con la natura, soprattutto quando abbiamo l’occasione di immergerci in essa, e infine la biofilia, che prende quasi la forma di uno stile di vita: sentirsi legati al pianeta, a tutte le sue creature, e cercare il più possibile la connessione con esso oltre ad adottare abitudini più sostenibili. Perché la natura, quel concetto così astratto, c’è ancora, non è tutto perduto, e possiamo entrarvi in contatto. Passando del tempo nel silenzio di un bosco, notando le piante di un’area verde vicino a casa, prendendoci cura di un giardino e molto altro.</p>
<p>Tramite spunti per attività e discussioni, che si possono impostare anche in classe, il libro incoraggia a riflettere sulle proprie ecoemozioni: quando le ho provate, che forma hanno preso? Perché è successo e come mi sentivo? Ma soprattutto, a cosa servono queste emozioni? Sono forse un problema, o da quelle sensazioni spesso spiacevoli posso trarre delle risorse e sentirmi motivata ad agire, ad esempio facendo rete con altre ragazze e ragazzi per parlare di temi ambientali e capire come far parte della soluzione? Come posso farmi prendere sul serio in casa, quando parlo alla mia famiglia di come potremmo cambiare le nostre abitudini per renderle più sostenibili?</p>
<p>Parlare di questi temi a scuola, oggi, è fondamentale, perché per diventare adulti che sanno regolare le proprie emozioni e usarle per ciò che sono, informazioni utili, è necessario che qualcuno fornisca a ragazze e ragazzi gli strumenti per farlo. Uno spazio tranquillo per parlarne. Un contesto non ostile nel quale discutere delle parole più adatte per incoraggiare il cambiamento. Un’occasione per confrontarsi con i propri coetanei. Ai più giovani non facciamo che ripetere che saranno loro a decidere le sorti della Terra, a dover fare la differenza, il tutto consegnando nelle loro mani un pianeta devastato da secoli di impattanti attività umane guidate dal profitto, dal consumismo, dal progresso a tutti i costi. E di questo gravoso incarico, così come della sua ingiustizia, <a href="https://www.thelancet.com/journals/lanplh/article/PIIS2542-5196%2821%2900278-3/fulltext" rel="noopener">sono molto consapevoli</a>. </p>
<p>Le emozioni hanno un ruolo fondamentale per la nostra specie, sottolineano gli autori, perciò non vanno evitate ma ascoltate, capite. Tutte le emozioni, incluse quelle climatiche. Ma è quando la loro intensità si fa troppo forte, e ogni gesto quotidiano diventa una potenziale fonte di angoscia, che possiamo fare un passo indietro ed eventualmente chiedere aiuto. Nel raccontare le strategie per non farsi travolgere dalle ecoemozioni negative, il libro resta aderente al quotidiano: ridurre l’esposizione alle notizie che ci risucchiano e rendono sempre più pessimisti, staccarsi dai comportamenti poco sostenibili altrui che ci irritano ma non possiamo controllare e cercare pause nella natura reale, essendo presenti a ciò che possiamo toccare, vedere, annusare. Non servono mete spettacolari: anche dieci minuti nel verde fanno la differenza.</p>
<p>Quando poi le emozioni tornano gestibili, il libro invita ad attivarsi nel proprio concreto raggio d’azione: osservare cosa si può migliorare (a scuola e a casa), creare gruppi di confronto, avvicinarsi a realtà come quelle delle associazioni ambientaliste per conoscere persone che condividono le stesse priorità. Sono tutti passi concreti che restituiscono un senso di appartenenza e fanno sentire bene. Perché, come scrivono Facchini e Innocenti, non dobbiamo dimenticarlo mai: «Il problema non è l’ecoansia o la solastalgia, il problema è il cambiamento climatico!».</p>
<h3 id="altre-letture-per-saperne-di-più-sulle-ecoemozioni">Altre letture per saperne di più sulle ecoemozioni: </h3><p><em>Nove emozioni. La natura umana di fronte al pianeta che cambia</em> di Kate Marvel (Bollati Boringhieri, 2025)</p>
<p><em>Oltre l’ecoansia. Una guida pratica per navigare le emozioni della crisi climatica</em> di Matteo Innocenti, Gabriele Santarelli (FrancoAngeli, 2025)</p>
<p><em>Cambiamento climatico e salute mentale</em> di Paolo Cianconi, Luigi Janiri, Batul Hanife, Francesco Grillo (Raffaello Cortina Editore, 2023)</p>
<p><em>Ecoansia. I cambiamenti climatici tra attivismo e paura</em> di Matteo Innocenti (Erickson, 2022)</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il ruolo dell’effetto cul-de-sac nell’alluvione in Emilia-Romagna</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ruolo-dell-effetto-cul-de-sac-nell-alluvione/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ruolo-dell-effetto-cul-de-sac-nell-alluvione/</guid><pubDate>Fri, 05 Dec 2025 08:09:00 +0100</pubDate><dc:creator>Alessandra Romano</dc:creator><category>ambiente</category><description>Dopo l’Emilia-Romagna, quest’anno è il Friuli ad essere colpito dalla pioggia intensa, dove i costi umani ammontano già a due vittime e centinaia di sfollati. Uno studio della Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) aggiunge ora un nuovo tassello alla comprensione di ciò che è accaduto nell’emiliano nel 2023 e nel 2024. Si tratta dell’&amp;amp;ldquo;effetto cul-de-sac”: un’area di bassa pressione ha convogliato aria umida verso la regione per giorni, rimasta intrappolata tra le montagne, portando così a precipitazioni continue. Ne abbiamo parlato con Enrico Scoccimarro, a capo dello studio.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ruolo-dell-effetto-cul-de-sac-nell-alluvione-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ruolo-dell-effetto-cul-de-sac-nell-alluvione-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Tornano l’inverno, il conto alla rovescia per il Natale e insieme tornano le paure per allagamenti e inondazioni. <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/suolo-e-territorio/dissesto-idrogeologico/indicatori-di-rischio" rel="noopener">Secondo l’ISPRA</a> oltre 8 milioni di persone in Italia vivono in Regioni (Emilia-Romagna, Toscana, Campania, Veneto, Lombardia e Liguria) fortemente esposte al rischio di frane e alluvioni, pari a circa il 14% della popolazione (rispettivamente, il 2,2% e il 11,2%). In base a un nuovo studio del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), condotto da Enrico Scoccimarro, nel 2023 l’Emilia-Romagna non è stata colpita dalla classica “bomba d’acqua”. Le cause sono da ricercare in un fenomeno più lento, definito dai ricercatori &ldquo;effetto cul-de-sac”: un ciclone stazionario (un’area di bassa pressione), rimasto intrappolato tra la Corsica e l’Italia centrale per giorni, ha alimentato l’arrivo di aria umida in Emilia-Romagna da sud-est. Quest’acqua, rimasta bloccata dall’orografia locale, è diventata un serbatoio perfetto per la pioggia continua che ha provocato, infine, l’alluvione. In base ai dati emersi dallo <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-025-24486-7" rel="noopener">studio</a>, pubblicato su <em>Scientific Reports</em>, negli ultimi vent’anni questi fenomeni sono diventati più probabili di quanto fossero quarant’anni fa.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ruolo-dell-effetto-cul-de-sac-nell-alluvione-body-1.png.webp" alt="Figura 1 – A destra, la popolazione a rischio frane. A sinistra, la popolazione a rischio alluvioni su base comunale" width="540" height="375" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 1 – A destra, la popolazione a rischio frane. A sinistra, la popolazione a rischio alluvioni su base comunale. Fonte: Rapporto ISPRA, 356/2021</p>

<h2 id="non-un-evento-estremo-ma-tre-giorni-di-pioggia-media-e-continua">Non un evento estremo, ma tre giorni di pioggia media e continua</h2><p>L’Italia non è nuova a fenomeni meteorologici di questo tipo, soprattutto nel periodo primaverile. «Di solito, in queste stagioni i cicloni transitano in poche ore e, quando si verificano eventi di questa portata, tutta l’acqua che c’è in atmosfera cade nel giro di un giorno», spiega Scoccimarro. «In questo caso, invece, due alte pressioni ai lati hanno bloccato il ciclone per tre giorni, mantenendo costanti per giorni i flussi associati sull’Adriatico (Figura 1) e, da sud-est verso nord-ovest, indotti dal moto ciclonico (antiorario)».</p>
<p>E così, mentre l&rsquo;acqua cadeva sull’Emilia-Romagna, i venti di scirocco (da sud-est) spingevano umidità verso la regione, riempiendo simultaneamente questo enorme secchio immaginario sulla zona che non si esauriva mai. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ruolo-dell-effetto-cul-de-sac-nell-alluvione-body-2.png.webp" alt="" width="307" height="220" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Figura 2 – Il pannello mostra la differenza della convergenza di umidità tra due periodi (1979–1999 e 2000–2020): i colori blu indicano un aumento, rosso una diminuzione. Il riquadro nero indica l’area dove si concentrano i cicloni stazionari considerati dallo studio, con le stelle nere che identificano quelli per il periodo 1979–1999, quelle rosse per il 2000–2020, mentre quelle bianche segnalano differenze statisticamente significative tra i due periodi. Le frecce evidenziano le aree dove l’afflusso di aria umida convogliata dai cicloni tende oggi a concentrarsi maggiormente, indicando una crescente predisposizione del territorio a eventi di questo tipo. Fonte: CMCC, 2025.</p>
<p>«Se guardiamo le serie temporali orarie e giornaliere, quello che è accaduto in Emilia-Romagna non è stato un evento precipitativo estremo», continua il ricercatore. «Anche perché non ci sono stati momenti di convezione profonda (fulmini o saette). Se si considerano, invece, le serie temporali dei dati accumulati su tre giorni emerge un evento che si verifica una volta ogni 500 anni».</p>
<h2 id="chiusa-tra-alpi-e-appennini">Chiusa tra Alpi e Appennini</h2><p>Un altro aspetto da considerare è che l’Emilia-Romagna — e la Pianura Padana in generale — <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto/">è un bacino semi-chiuso</a>, circondato a sud dagli Appennini e a ovest dalle Alpi. «Il termine cul de sac si riferisce proprio al fatto che le condizioni orografiche intorno all&rsquo;Emilia Romagna, le Alpi e gli Appennini hanno fatto sì che la regione diventasse un punto di convergenza d’acqua, intrappolando cioè questo flusso continuo di aria umida che arrivava da sud-est», spiega ancora Soccimarro.</p>
<p>Valori di pioggia tra 3 e 20 mm/h, mantenuti per decine di ore, sono stati sufficienti a provocare allagamenti. Secondo le stime, nell’intero periodo solo in collina sono stati raggiunti 500 millimetri, pari a circa la metà della pioggia che cade in un anno. «Anche perché questi venti tendono a favorire l’accumulo d’acqua nella parte nord dell’Adriatico, aumentando il livello medio mare alla foce dei fiumi e inibendo l’uscita dell’acqua». Infatti, dal 15 al 18 maggio sono stati registrati picchi di marea di quasi 90 centimetri e onde fino a tre metri e mezzo di altezza.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ruolo-dell-effetto-cul-de-sac-nell-alluvione-body-3.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/ruolo-dell-effetto-cul-de-sac-nell-alluvione-body-3.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ruolo-dell-effetto-cul-de-sac-nell-alluvione-body-3.jpg.webp 779w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 3 – Precipitazione cumulata osservata dal 1 al 17 maggio 2023, con indicazione dei valori puntuali e dei confini dei territori comunali" width="779" height="427" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 3 – Precipitazione cumulata osservata dal 1 al 17 maggio 2023, con indicazione dei valori puntuali e dei confini dei territori comunali. Fonte: ARPAE Regione Emilia-Romagna, Rapporto 2023/13 del 16-18 maggio 2023.</p>

<h2 id="un-parametro-per-i-sistemi-di-allerta-precoce">Un parametro per i sistemi di allerta precoce</h2><p>Il team ha sviluppato un nuovo indicatore, la <em>cyclone density persistence</em>, che permette di monitorare la presenza e la persistenza di questo tipo di cicloni, con lo scopo di migliorare le previsioni di eventi precipitativi continui, sia nel breve che nel lungo termine. Tuttavia, questo è uno dei tanti pezzi da mettere insieme nel puzzle per analizzare, comprendere e – si spera – mitigare in futuro eventi come quello che ha interessato l’Emilia-Romagna. In base ai risultati emersi dallo studio, a causa del riscaldamento globale negli ultimi vent’anni questi fenomeni sono diventati più probabili di quanto fossero quarant’anni fa. E tra i fattori in analisi bisogna considerare anche – come fa notare Scoccimarro – il ruolo della saturazione del suolo, l’assenza di condizioni utili per drenare l&rsquo;acqua, l’ingabbiamento dei fiumi e così via. Per esempio, solo le frane sono state circa 80.000, fra grandi e piccole.</p>
<p>«Al CMCC stiamo testando quanto il nostro modello numerico di simulazione sia capace di rappresentare la <em>cyclone density persistence</em>, integrandolo nel nostro Seasonal Forecasting System», spiega il ricercatore. Un sistema che, lanciato oggi, può dare una stima di come sarà l’andamento medio dei prossimi mesi, nonché della prossima stagione. «A oggi però si tratta di sistemi nascenti, che non raggiungono ancora la risoluzione spaziale delle previsioni meteo (dell’ordine di pochi chilometri), che riescono a rappresentare bene i cicloni. Una metrica di questo tipo applicata all’output di un modello usato per il meteo, potrebbe fornire una previsione sul breve periodo di questa tipologia di eventi, ma la skill è tutta da valutare e tutt’altro che semplice».</p>
<p>Eventi simili all’alluvione del 2023 stanno diventando più probabili e più pericolosi, anche perché molti territori italiani non sono stati progettati per gestire grandi quantità d’acqua. Infrastrutture che ostacolano il drenaggio anziché favorirlo, corsi d’acqua ristretti o modificati, superfici sempre più impermeabilizzate e una scarsa preparazione a gestire eventi lenti ma persistenti contribuiscono a rendere regioni come Emilia-Romagna e Friuli – e l’Italia in generale – intrinsecamente fragili. Di fatto, lo studio del CMCC evidenzia la necessità di rafforzare monitoraggio, sistemi previsionali e strategie di adattamento in tutto il Mediterraneo. Una necessità resa ancora più urgente dal fatto che la nostra area è considerata un hotspot climatico globale, tra i punti del pianeta che si stanno riscaldando più in fretta.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ancora qualche considerazione sulla COP30</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ancora-qualche-considerazione-cop30/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ancora-qualche-considerazione-cop30/</guid><pubDate>Tue, 02 Dec 2025 08:03:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefano Nespor</dc:creator><category>ambiente</category><description>Torniamo sulla COP30 di Belém, attesa come la “COP della verità”, che ha mostrato limiti e possibilità del negoziato climatico: come commenta Stefano Nespor, poche novità su fossili e foreste, ma nuovi strumenti di sostegno ai Paesi vulnerabili, l’avvio della Belem Mission e un segnale forte a difesa del multilateralismo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ancora-qualche-considerazione-cop30-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ancora-qualche-considerazione-cop30-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Da lunedì 10 novembre a sabato 22 novembre 2025 si è tenuta a Belém, in Brasile, la COP30. Hanno partecipato circa 50.000 persone. Meno dei 70.000 presenti alla COP28 di Dubai, più dei 25.000 presenti l’anno precedente alla COP29 di Baku (sede non tra le più felici, anche a causa delle tensioni geopolitiche in quel periodo). Un numero ragguardevole, tenuto conto che Belem si trova nel cuore della foresta amazzonica in Brasile e notevoli erano le difficoltà logistiche da affrontare. La presenza così folta di partecipanti era dovuta alle forti aspettative di significative decisioni – era stata definita anche la “COP della verità” - dopo che a Dubai per la prima volta i combustibili fossili erano stati ufficialmente indicati come la causa del riscaldamento globale, riconoscendo la necessità di una transition away, il passaggio ad altre forme di produzione di energia. (Sulla COP28 di Dubai si veda anche <a href="https://rgaonline.it/articoli/cop-28-di-dubai-luci-e-ombre/" rel="noopener">qui</a>). Infatti 1.602 era il numero dei lobbisti accreditati dell’industria fossile, di gran lunga superiore a quello dei delegati dei Paesi più esposti alla crisi del clima.</p>
<p>Certo, qualsiasi passo avanti dalla transition away verso il phase out, la messa al bando dei combustibili fossili, era improbabile, tenuto conto del boicottaggio degli Stati Uniti e dell’opposizione dei paesi produttori. Ma c’erano molti argomenti da trattare: il rispetto del limite dell’incremento del 1,5° al surriscaldamento del pianeta con riferimento alla temperatura globale del periodo preindustriale, indicato dall’Accordo di Parigi, che sembra però ormai impossibile da raggiungere secondo le più recenti previsioni, l’attuazione dei Piani nazionali per la riduzione delle emissioni (i cosiddetti NDCs), la protezione delle foreste tropicali, poi il tema degli aiuti finanziari ai paesi poveri e gli obiettivi di collaborazione per l’attuazione dei piani di adattamento.</p>
<p>Il risultato finale è stato per molti commentatori deludente: alcuni hanno anche posto in dubbio l’utilità di far convergere annualmente migliaia di partecipanti in qualche località del mondo per accapigliarsi per giorni interi su parole e frasi incomprensibili, fino a raggiungere decisioni all’ultimo momento, a notte fonda, mentre la maggior parte dei partecipanti sta facendo le valigie. In effetti, molte proposte di riforma delle COP sono attualmente in esame: tra queste un limite al numero dei partecipanti per ciascuna delegazione e una elaborazione preventiva degli argomenti da trattare.<br>
In realtà, come spesso accade, la decisione finale è fatta di luci e ombre.</p>
<p>L’atto conclusivo, denominato Global Mutirão (sforzi comuni), torna alla consuetudine precedente la COP28 di Dubai di non menzionare i combustibili fossili. Molti hanno rilevato che anche l’Unione europea, pur manifestando il suo dissenso, non ha poi formulato nessuna proposta per avviare il phase out.</p>
<p>Mancano inoltre impegni concreti per fermare la deforestazione, un tema ricorrente e sfuggente fin dal 1992, allorché all&rsquo;Earth Summit di Rio è fallito il tentativo di adottare una convenzione sull’argomento. </p>
<p>Ci sono stati però aspetti positivi. Tra questi, la creazione del Belém Action Mechanism,  un pacchetto di interventi a fondo perduto per i paesi vulnerabili, con previsioni anche di lotta alla sempre più diffusa disinformazione climatica, finanziata dai paesi produttori di combustibili fossili. Tra i risultati positivi deve essere anche inserita la triplicazione delle somme dedicate alla finanza del clima entro il 2035 (anche se con un ritardo di sei anni rispetto al 2029 indicato dalla COP di Glasgow e di quanto richiesto dai paesi poveri, beneficiari dei versamenti).</p>
<p>Due sono stati i successi della COP30. Il primo è l’avvio della Belem Mission per promuovere quella che è stata definita la Just Transition. In proposito, vale la pena di ricordare che un Just Transition Fund, come strumento finanziario del Just Transition Mechanism, è stato istituito nel 2021 dall’Unione europea, al fine di fornire sostegno ai territori che devono far fronte a gravi sfide socio-economiche derivanti dalla transizione verso la neutralità climatica: «Il Fondo è volto a garantire che il raggiungimento degli ambiziosi obiettivi climatici assunti nell’ambito dell’European Green Deal, finalizzato a rendere l’UE climaticamente neutra entro il 2050, avvenga in modo equo e non lasci indietro nessuno» (<a href="http://www.agenziacoesione.gov.it/just-transition-fund/" rel="noopener">www.agenziacoesione.gov.it/just-transition-fund/</a>).</p>
<p>La Belem Mission, sostenuta da 88 Stati, prevede il coordinamento di sforzi collettivi di governi, esperti nel settore dell’energia e scienziati per avviare la transizione anche senza una decisione formale della COP. Ma soprattutto prevede il coinvolgimento e la partecipazione della gente, dei lavoratori, delle comunità locali, per aiutare a trasformare principi e obiettivi in pratica. Nulla di vincolante, è vero, ma l’esperienza ha evidenziato che i vincoli spesso non sono rispettati, mentre hanno successo le iniziative basate sulla volontarietà e la partecipazione. Una dimostrazione è data dagli NDC, i Piani nazionali per la riduzione delle emissioni, introdotti tra molte perplessità dall’Accordo di Parigi, basati sulla volontarietà e l’impegno dei singoli Stati. Scadenze e contenuti sono stati per lo più rispettati dagli Stati (il difetto è stato negli obiettivi prefissati, per lo più insufficienti nel garantire il rispetto del limite di 1,5°). </p>
<p>Il secondo successo della COP30 è costituito dal forte segnale che la maggior parte degli Stati ha lanciato per il mantenimento e il rafforzamento del sistema multilaterale sul clima, in una situazione caratterizzata dagli attacchi al sistema di Stati Uniti e Russia. La diplomazia del clima ha avviato nuove coalizioni di Paesi e una riorganizzazione degli schemi globali: un esempio è costituito dalla Colombia che si è accordata con i Paesi Bassi per organizzare il 28-29 aprile 2026 la prima Conferenza internazionale sulla giusta transizione dai combustibili fossili.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Regime shift: quando i sistemi naturali perdono equilibrio</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/regime-shift-quando-sistemi-naturali-perdono-equilibrio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/regime-shift-quando-sistemi-naturali-perdono-equilibrio/</guid><pubDate>Thu, 27 Nov 2025 08:32:00 +0100</pubDate><dc:creator>Giulia Olivero</dc:creator><category>ambiente</category><description>L’immissione di grandi quantità di acqua dolce negli oceani può spingere l’AMOC verso un potenziale regime shift, alterando uno dei principali motori climatici del pianeta. Un nuovo studio mostra perché questa circolazione è vulnerabile e quali segnali indicano un possibile punto di non ritorno: ne parliamo con Riccardo Farneti, ricercatore all’ICTP di Trieste.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/regime-shift-quando-sistemi-naturali-perdono-equilibrio-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/regime-shift-quando-sistemi-naturali-perdono-equilibrio-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Un recente <a href="https://egusphere.copernicus.org/preprints/2025/egusphere-2025-758/" rel="noopener">studio</a> pubblicato su <em>Earth System Dynamics</em> da Marcel Boot e Henk Dijkstra mostra come l’immissione di acqua dolce negli oceani Indiano e Atlantico possa alterare la Atlantic Meridional Overturning Circulation (AMOC). È una dinamica che rappresenta un potenziale regime shift: un rapido passaggio da uno stato climatico stabile a uno nuovo, più povero e incerto. Ne parliamo Riccardo Farneti, ricercatore all’ICTP di Trieste ed esperto di modellistica oceanica.</p>
<h2 id="un-nastro-trasportatore-che-regola-il-clima">Un nastro trasportatore che regola il clima</h2><p>«L’AMOC è la componente atlantica della grande circolazione meridionale di rimescolamento oceanico», spiega Farneti. «Un sistema tridimensionale che coinvolge tutti gli oceani e connette processi superficiali e profondi: scambi di calore, salinità e massa». La circolazione è alimentata dalle variazioni di densità dell’acqua marina dovute agli scambi con l’atmosfera. Nell’Atlantico settentrionale e intorno all’Antartide, la formazione del ghiaccio marino rende l’acqua più salata e densa, favorendone l’affondamento e dando origine a correnti profonde che compiono un lungo viaggio globale, lento al punto che una singola particella d’acqua può impiegare secoli per completarlo.</p>
<p>L’AMOC trasporta anche calore, anidride carbonica e ossigeno. «È un meccanismo complesso e delicato», precisa Farneti, «e per questo è fondamentale comprenderne i processi che ne mantengono la stabilità».</p>
<h2 id="segnali-di-rallentamento">Segnali di rallentamento</h2><p>Oggi l’AMOC trasporta circa 20 Sverdrup (un’unità di misura usata in oceanografia per descrivere il trasporto di massa d’acqua nelle correnti oceaniche, corrispondete in questo caso a 20 milioni di metri cubi al secondo), ma osservazioni e modelli indicano un indebolimento di circa 1 Sverdrup per decennio. Lo studio di Boot e Dijkstra mostra che un aumento dell’acqua dolce nell’Atlantico settentrionale potrebbe spingere il sistema oltre la soglia critica, fino a una brusca variazione o a un arresto della circolazione.</p>
<p>Le conseguenze sarebbero profonde: un raffreddamento di diversi gradi nell’Europa del Nord, variazioni delle precipitazioni tropicali, dei monsoni, alterazione nell’intensità dei cicloni e nella formazione dei sistemi di pressione. «L’impatto sarebbe globale, non solo regionale», osserva Farneti.</p>
<h2 id="cosa-sono-i-regime-shift">Cosa sono i regime shift</h2><p>Il termine regime shift, introdotto negli anni Settanta da C.S. Holling e sviluppato da Marten Scheffer, indica un passaggio improvviso e persistente da uno stato stabile a un altro, solitamente depauperato rispetto la condizione iniziale. Nei sistemi complessi, la stabilità è mantenuta da processi che si rafforzano reciprocamente. Quando la resilienza — la capacità di assorbire perturbazioni — diminuisce, anche piccoli shock possono superare soglie critiche (tipping point) e portare a un cambio di regime.</p>
<p>Il ritorno allo stato precedente è spesso difficile a causa dell’isteresi, un fenomeno per cui la soglia che causa il cambiamento non coincide con quella necessaria per invertire il processo. Per l’AMOC, perciò, eliminare l’eccesso di acqua dolce non basterebbe quindi a ripristinare lo stato iniziale; potrebbe essere necessario un intervento molto maggiore, e alcuni scenari ritengono impossibile un ritorno completo.</p>
<h2 id="i-regime-shift-in-natura-e-perché-sono-cruciali">I regime shift in natura e perché sono cruciali</h2><p>Questi fenomeni non riguardano solo il clima, ma molti ecosistemi sottoposti a pressioni crescenti. Facciamo qualche esempio:</p>
<ul>
<li>barriere coralline: possono passare bruscamente da ecosistemi dominati dai coralli a paesaggi coperti di alghe, con perdita di biodiversità e successivo crollo della pesca e del turismo e minore protezione costiera</li>
<li>Foresta amazzonica: deforestazione e siccità riducono l’umidità locale, innescando una transizione verso la savana; oltre a perdere biodiversità, l’ecosistema rilascerebbe enormi quantità di CO₂, con conseguenze sul clima sudamericano ed europeo</li>
<li>laghi eutrofizzati: l’eccesso di nutrienti favorisce fioriture algali tossiche che causano il  collasso dell’ecosistema; nel 2014 la <a href="https://www.ilpost.it/2014/08/05/alghe-tossiche-lago-erie/" rel="noopener">fioritura nel Lago Erie</a> rese l’acqua non potabile per 400.000 persone.</li>
</ul>
<p>In tutti questi casi il nuovo equilibrio è più semplice, meno resiliente e più povero di servizi ecosistemici essenziali e biodiversità.</p>
<p>I regime shift mostrano che la natura non evolve sempre gradualmente: esistono soglie oltre le quali gli equilibri cambiano rapidamente. La perdita di resilienza negli ecosistemi riduce la disponibilità di acqua e cibo, aumenta i costi economici e compromette la capacità di mitigare il cambiamento climatico. Quindi comprendere quando un sistema sta perdendo resilienza è essenziale. È qui che entrano in gioco i segnali precoci di instabilità, individuati attraverso modelli e osservazioni.</p>
<p>«I modelli ci aiutano a identificare segnali precoci di instabilità», spiega Farneti. «Riconoscerli nelle osservazioni è molto più difficile. Per questo è fondamentale agire per ridurre le pressioni esterne e rafforzare la resilienza del pianeta».</p>
<h2 id="segnali-precoci-e-prevenzione">Segnali precoci e prevenzione</h2><p>Uno dei segnali più studiati è il rallentamento critico: quando un sistema perde resilienza, il recupero dopo una perturbazione diventa sempre più lento. Ciò produce variazioni misurabili, come un aumento della variabilità o della correlazione temporale.</p>
<p>Per l’AMOC, un indicatore chiave è il trasporto di acqua dolce nell’Atlantico Sud, noto come <em>salt advection feedback</em>: un feedback positivo favorisce l’instabilità, mentre uno negativo sostiene la circolazione.</p>
<p>Le osservazioni indicano la prevalenza del primo, suggerendo una potenziale vulnerabilità della circolazione. Anche temperatura e salinità superficiale dell’Atlantico del Nord sono monitorate come possibili segnali di allerta.</p>
<h2 id="una-lezione-di-precauzione">Una lezione di precauzione</h2><p>Nell’Antropocene, l’aumento della pressione umana sul pianeta amplifica questi rischi. Deforestazione, inquinamento e cambiamenti d’uso del suolo riducono la resilienza ecologica e restringono i margini di sicurezza. Riconoscere i segnali di instabilità diventa, dunque, uno strumento pratico di prevenzione, indispensabile per orientare le politiche ambientali e di gestione prima che gli equilibri si spezzino. La sfida è mantenere la capacità di recupero dei sistemi naturali, evitando che un nuovo stato instabile diventi irreversibile.</p>
<p>Poiché i sistemi naturali sono profondamente interconnessi, un cambiamento in un lago o in una foresta si ripercuote sulla disponibilità d’acqua, sulla produttività agricola, sulla salute umana e sulla stabilità economica. Proteggerli significa quindi salvaguardare anche le società che da essi dipendono.</p>
<p>La consapevolezza che esistono stati alternativi — spesso più poveri di biodiversità e funzioni ecologiche — rende evidente quanto sia urgente agire in anticipo, prima che i cambiamenti diventino irreversibili.</p>
<p>La conoscenza scientifica da sola, tuttavia, non basta. È necessaria una governance ambientale in grado di trasformare le evidenze in politiche efficaci: la riduzione delle emissioni climalteranti, la gestione sostenibile delle risorse idriche e agricole, e la tutela delle foreste e degli oceani. Accordi internazionali come quello di Parigi sul clima o il Kunming–Montreal Global Biodiversity Framework indicano che un approccio coordinato è possibile, ma la loro efficacia dipende dalla rapidità e dalla coerenza con cui gli impegni vengono tradotti in azioni concrete.</p>
<h2 id="ricerca-e-cooperazione-internazionale">Ricerca e cooperazione internazionale</h2><p>La comprensione dell’AMOC e dei regime shift è un processo dinamico che si basa sulla combinazione di osservazioni, teoria e modellistica numerica. «Quando un fenomeno compare in un modello ma non è ancora compreso», spiega Farneti, «si cercano osservazioni che lo confermino o teorie che lo spieghino». Raccogliere dati diretti, però, è complesso: per esempio, accedere alle misure oceaniche profonde richiede strumenti costosi e missioni logistiche impegnative, mentre i satelliti forniscono informazioni limitate alla superficie». Di conseguenza, i modelli climatici restano strumenti essenziali. Per questo la cooperazione scientifica internazionale è fondamentale. I modelli vengono sviluppati da centri di ricerca di tutto il mondo e condivisi con la comunità scientifica globale, che li utilizza per confronti e simulazioni. «La nostra è una comunità piccola ma fortemente collaborativa», continua Farneti. «Solo unendo dati, modelli e competenze possiamo comprendere davvero la complessità del sistema climatico».</p>
<p>Nonostante i progressi, rimangono elementi di incertezza. Rafforzare osservazioni e modelli è quindi essenziale per anticipare l’evoluzione dell’AMOC e di altri sistemi vulnerabili. Ampliare la rete di monitoraggio, migliorare la modellistica numerica e consolidare la cooperazione internazionale sono passaggi indispensabili per prevedere con maggiore precisione i possibili scenari futuri e proteggere la stabilità degli ecosistemi e del clima su scala globale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La voce della criosfera alla COP30</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/voce-criosfera-cop30/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/voce-criosfera-cop30/</guid><pubDate>Wed, 26 Nov 2025 07:50:00 +0100</pubDate><dc:creator>Francesca Radicioni</dc:creator><category>ambiente</category><description>La COP della verità scientifica - e politica -  si è conclusa con pochi strumenti di mitigazione e adattamento . Tutto questo mentre la criosfera è sempre più vicina al punto di non ritorno: ne parliamo con Florence Colleoni, glaciologa e paleoclimatologa, che ha partecipato alla COP30 a Belem.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/voce-criosfera-cop30-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/voce-criosfera-cop30-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La <a href="https://unfccc.int/cop30" rel="noopener">COP30 di Belém</a>, appena conclusa piuttosto ingloriosamente, coincideva con il decennale dell’Accordo di Parigi e rappresentava anche la scadenza per la presentazione dei nuovi impegni nazionali (NDC), pilastro per l’attuazione globale dell’accordo, con l&rsquo;obiettivo di mantenere il riscaldamento climatico entro +1,5°C. La scelta di tenere la conferenza nel cuore della regione amazzonica <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/cop30-popolo-esclude-popolo-contraddizioni-belem/">ha amplificato il dibattito</a> su giustizia climatica, ruolo dei paesi in via di sviluppo e salvaguardia degli ecosistemi strategici. Ma nemmeno il luogo ha aiutato il raggiungimento dei finanziamenti sperati per l’attuazione del <a href="https://www.carbonbrief.org/cop30-could-brazils-tropical-forest-forever-fund-help-tackle-climate-change/?utm_source=cbnewsletter&amp;utm_medium=email&amp;utm_term=2025-11-19&amp;utm_campaign=Daily&#43;Briefing&#43;Push&#43;for&#43;fossil-fuel&#43;roadmap&#43;China&#43;blasts&#43;EU&#43;goal&#43;Crunch&#43;time&#43;for&#43;forest&#43;COP&#43;" rel="noopener">Tropical Forest Forever Facility</a> (TFFF), lo strumento proposto dal Brasile alla COP28 di Dubai per finanziare il mantenimento delle foreste intatte. </p>
<p>​Tra le priorità di questa COP, nata come la “COP della verità”, vi erano importanti obiettivi in campo di adattamento e di finanza climatica. Un’<a href="https://cop30.br/en/news-about-cop30/the-cop-of-implementation-action-agenda-delivers-accelerated-progress-on-117-solutions-builds-momentum-for-renewed-global-vision-in-belem-and-beyond" rel="noopener">agenda ambiziosa</a> che prevedeva l’adozione degli indicatori del <a href="https://www.carbonbrief.org/qa-cop30-could-finally-agree-how-to-track-the-global-goal-on-adaptation/" rel="noopener">Global Goal on Adaptation</a> (GGA) per misurare e sostenere la resilienza climatica, che sono però rimasti dei parametri volontari, e l’avanzamento operativo di nuovi fondi, obiettivi di cui viene ribadita l’urgenza ma senza nulla di fattuale al seguito. </p>
<p>«Anche se noi non abbiamo accesso diretto ai negoziati, la scienza rimane comunque al cuore della COP», spiega <a href="https://www.ogs.it/it/users/florence-colleoni" rel="noopener">Florence Colleoni</a>, glaciologa e paleoclimatologa presso l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS), che abbiamo intervistato. La ricercatrice ricorda anche come negli ultimi anni la scienza si sta scontrando con la disinformazione e «per questo c’è la necessità di unirsi a livello globale per monitorare l’integrità scientifica».</p>
<p>L’integrità che sembrava dominare i negoziati quando 86 paesi <a href="https://www.carbonbrief.org/cop30-key-outcomes-agreed-at-the-un-climate-talks-in-belem/?utm_source=cbnewsletter&amp;utm_medium=email&amp;utm_term=2025-11-24&amp;utm_campaign=Daily&#43;Briefing&#43;COP30&#43;s&#43;fragile&#43;deal&#43;G20&#43;s&#43;climate&#43;snub&#43;to&#43;Trump&#43;Vietnam&#43;floods#mitigation" rel="noopener">avevano aderito</a> alla <a href="https://www.theguardian.com/environment/2025/nov/18/more-than-80-countries-join-call-at-cop30-for-roadmap-to-phasing-out-fossil-fuels?utm_source=cbnewsletter&amp;utm_medium=email&amp;utm_term=2025-11-19&amp;utm_campaign=Daily&#43;Briefing&#43;Push&#43;for&#43;fossil-fuel&#43;roadmap&#43;China&#43;blasts&#43;EU&#43;goal&#43;Crunch&#43;time&#43;for&#43;forest&#43;COP&#43;" rel="noopener">roadmap</a> per l’abbandono equo e ordinato dai combustibili fossili per rilanciare il phase out e rendere operativo il TAFF (Transitioning Away from fossil fuels). Una roadmap che però nel pacchetto politico più importante di questa COP30,  il <a href="https://unfccc.int/sites/default/files/resource/cma2025_L24_adv.pdf" rel="noopener">Global Mutirão</a>, è finita nel dimenticatoio. La diplomazia ambientale ha scelto anche di non menzionare il contributo delle fonti fossili, <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/cop-30-ancora-silenzio-combustibili-fossili/">altro assente non giustificato</a>. Nel testo finale si parla solo di transizione giusta, non fornendo però gli strumenti per affrontarla. Per questo la Colombia, la capofila della roadmap sul phase out, <a href="https://bsky.app/profile/enb.iisd.org/post/3m6ayrvgfgk2w" rel="noopener">ha pronta un’alternativa</a> a cui hanno aderito già 24 nazioni: il 28-29 aprile a Santa Marta ci sarà la <a href="https://fossilfueltreaty.org/first-international-conference" rel="noopener">Prima Conferenza Internazionale</a> sulla giusta “Transition away” dai combustibili fossili.</p>
<p>In questa COP sembra si sia preferita ancora una volta la procrastinazione alle azioni basate sulla scienza: è stato avviato il Global Implementation Accelerator, <a href="https://www.climatechangenews.com/2025/11/22/cop30-brazil-deal-fossil-fuel-transition-fails-triples-finance-climate-adaptation-what-happened/" rel="noopener">per triplicare la finanza</a> per l’adattamento a partire dal 2035, e la “Belém Mission to 1.5”, per colmare il gap tra gli impegni nazionali attuali e l’obiettivo di 1,5 °C che si concluderà con un report alla <a href="https://www.carbonbrief.org/cop30-key-outcomes-agreed-at-the-un-climate-talks-in-belem/?utm_source=cbnewsletter&amp;utm_medium=email&amp;utm_term=2025-11-24&amp;utm_campaign=Daily&#43;Briefing&#43;COP30&#43;s&#43;fragile&#43;deal&#43;G20&#43;s&#43;climate&#43;snub&#43;to&#43;Trump&#43;Vietnam&#43;floods#road" rel="noopener">COP31</a>. <br>
«Ma le COP non sono solo diplomazia», continua Colleoni, dal padiglione della criosfera della COP30. </p>
<p>La criosfera, che comprende ghiacciai, calotte glaciali, neve, ghiaccio marino e permafrost, sta subendo cambiamenti irreversibili, con perdite di massa ghiacciata che accelerano e impatti globali anche a distanza dai poli. «Il limite degli 1,5° è un parametro per mantenere lo stato attuale del cambiamento climatico e degli eventi estremi, di cui già ne studiamo abbastanza le conseguenze, però a livello di criosfera e di zone polari è troppo tardi», avverte la paleoclimatologa.</p>
<p>Dal 1990 la velocità di innalzamento del livello del mare è raddoppiata, soprattutto a causa della perdita di ghiaccio da calotte glaciali e ghiacciai, parallelamente all’espansione termica degli oceani. «La prospettiva paleoclimatica ci dice proprio che l&rsquo;innalzamento del livello del mare è uno degli indicatori più forti delle conseguenze del riscaldamento globale, cui ci dobbiamo per forza adattare in qualsiasi scenario futuro». Si stima che la perdita di ghiaccio di Groenlandia e Antartide sia quadruplicata negli ultimi decenni, portando questi sistemi sempre più vicini a soglie irreversibili che influenzeranno le coste mondiali per secoli. </p>
<p>Per questo il padiglione propone «eventi divulgativi scientifici ogni giorno e le delegazioni o anche qualsiasi persona che ha accesso alla Blue Zone può venire a parlare con noi per saperne di più e di solito abbiamo tantissime visite di ministri o delegazioni che vogliono essere sicuri di quello che hanno capito», sottolinea la ricercatrice. Inoltre, sempre dal padiglione della criosfera, l’<a href="https://iccinet.org/" rel="noopener">International Cryosphere Climate Initiative</a> ha fatto uscire un comunicato dolente ed equilibrato sui risultati della COP30: «È stato calcolato dalla commissione scientifica che anche se noi riuscissimo a stare nei limiti dell’accordo di Parigi il livello del mare si innalzerebbe di più di mezzo metro rispetto a oggi alla fine del XXI secolo. L’effetto poi non si fermerebbe qua: il ghiacciaio che ha assorbito calore continuerà a rilasciarlo per lungo tempo seguendo l’effetto dell’inerzia termica», ricorda Colleoni. </p>
<p>La chiamata si chiude con note di speranza, ricordando l’importanza della collaborazione e della visibilità. È da luoghi come questi che, durante la COP27, è nata l’iniziativa <a href="https://ambitionmeltingice.org/" rel="noopener">Ambition on melting ice</a>, «una dichiarazione che ribadisce l&rsquo;importanza di stare entro l'1.5°, che è stata proposta proprio dal padiglione della criosfera durante la COP27 e che ora è ratificata da 25 paesi. Speriamo di coinvolgere sempre più Paesi COP dopo COP per dare visibilità al danno irreversibile che stiamo causando alla criosfera», conclude la ricercatrice.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>COP 30: ancora silenzio sui combustibili fossili</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cop-30-ancora-silenzio-combustibili-fossili/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cop-30-ancora-silenzio-combustibili-fossili/</guid><pubDate>Sat, 22 Nov 2025 20:08:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>ambiente</category><description>La conferenza di Belém finisce con qualche piccolo passo avanti ma mancando gli obiettivi centrali della progressiva messa al bando delle fonti fossili e di una tabella di marcia per rendere operative le azioni di contrasto alla deforestazione. Arrivano più soldi per l&amp;amp;rsquo;adattamento, ma pochi impegni aggiuntivi dal mondo della finanza. In un modo spaccato più che mai in due non si poteva probabilmente fare di più. L&amp;amp;rsquo;Europa si conferma al centro della transizione, ma da sola non basta.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/cop-30-ancora-silenzio-combustibili-fossili-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/cop-30-ancora-silenzio-combustibili-fossili-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Si è chiusa la COP 30, come previsto senza menzionare nel testo finale (il <a href="https://unfccc.int/sites/default/files/resource/cma2025_L24_adv.pdf" rel="noopener"><em>global mutirāo</em></a>)  la fine programmata dei combustibili fossili. Se ne tornerà a parlare nel 2026 in un incontro per non lasciare cadere nel dimenticatoio l’obiettivo più importante. Magra soddisfazione. Nemmeno c&rsquo;è stata chiarezza sull&rsquo;obiettivo altrettanto impegnativo di fermare la deforestazione. </p>
<p>Delusione, quindi, ampiamente prevista data la spaccatura fra gli 80-90 paesi che vogliono accelerare e gli altrettanti che fanno fumare i freni - stati arabi, Russia, India, pure gli Stati Uniti che peraltro non erano presenti. </p>
<p>Dovendo andare avanti si trovano motivi di piccoli progressi (<a href="https://www.theguardian.com/environment/2025/nov/22/cop30-deal-inches-closer-to-end-of-fossil-fuel-era-after-bitter-standoff?utm" rel="noopener">baby steps</a>, come li ha definiti il rappresentante di un paese africano): spingere sull&rsquo;implementazione di quanto già deciso, chiedere impegni ai diversi Paesi (National Determined Contributions) più ambiziosi e in linea con i riconfermati obiettivi di Parigi, spingere sulla finanza climatica (si è deciso ad esempio di triplicare i fondi per l&rsquo;adattamento agli impatti climatici destinati ai paesi vulnerabili, da 100 a 300 miliardi di dollari, a partire dal 2035). La Conferenza ha anche rilanciano modelli di “governance multilivello” – che coinvolgono governi nazionali, enti locali e comunità indigene – e si è dato l’avvio alla cosiddetta <a href="https://unfccc.int/sites/default/files/resource/COP30%20Action%20Agenda_Final%20Report.docx.pdf?utm_source=chatgpt.com" rel="noopener">Action Agenda</a> che mira a tradurre gli impegni già presi in progetti operativi, visto che a giudicare dal testo finale l’obiettivo sembra restare ancora l’improbabile 1,5°C. Il tutto molto faticoso e burocratico, ma utile per continuare il lavoro iniziato a Parigi.</p>
<p>Per quanto riguarda la Tropical Forests Forever Facility (TFFF), strumento finanziario di cui molto si è parlato come iniziativa del Brasile per remunerare i paesi nella conservazione della loro foresta tropicale, si parla di un impegno iniziale di 5,5 miliardi di dollari, ben lontani dai 125 preventivati per far funzionare il progetto e di cui almeno il 20% dei pagamenti andrebbe destinato alle popolazioni indigene e comunità locali. </p>
<p>Il blocco dei paesi vulnerabili – piccole isole, Africa subsahariana – lascia il meeting visibilmente insoddisfatto, ovviamente, a parte il non scontato aumento dei fondi per l’adattamento, certo ancor insufficiente.<br>
Poco prima che la bozza facesse l’ultimo giro fra le delegazioni, il commissario Wopke Hoeskstra è sbottato: «L&rsquo;attuale bozza di accordo non contiene alcuna base scientifica&hellip; nessuna transizione dai combustibili fossili&hellip; Solo debolezza. Non lo accetteremo in nessun caso. &hellip; Potete contare sul fatto che faremo tutto il possibile per raggiungere il nostro obiettivo». </p>
<p>Apprezziamo lo sforzo, ma non si poteva ottenere di più, viste le accanite resistenze dei petrostati. Ci consola Luca Bergamaschi, direttore di Ecco, no profit italiana molto attiva sul clima: «Il risultato è un testo di compromesso che dà una prima risposta, non scontata nell’attuale contesto geopolitico, di come colmare il divario tra le politiche attuali e l’obiettivo di 1,5°C. Bene il ruolo dell’Europa nel portare tutti i Paesi ad accettare un aumento dell’ambizione. L’Accordo riafferma innanzitutto l’Accordo di Parigi come stella polare della cooperazione internazionale e dimostra che la maggioranza dei paesi, con l’Europa al centro, può ancora farcela». </p>
<p>Il Brasile, in qualità di paese ospitante, ha assunto un ruolo di facilitatore e, contemporaneamente, ha cercato di tenere viva l’ambizione su fossili e foreste – annunciando che, assieme alla Colombia, svilupperà una roadmap con presenze volontarie per la transizione dai combustibili fossili e lo stop alla deforestazione, al di fuori del testo formale della conferenza.  «Abbiamo bisogno di una tabella di marcia per pianificare un modo equo per invertire la deforestazione, superare i combustibili fossili e mobilitare le risorse necessarie per questi obiettivi.» Ha testardamente ripetuto nel discorso finale il presidente Lula da Silva. </p>
<p>La COP 30 chiude i battenti lasciando attivisti, lobbisti, indigeni e delegati dei governi disperdersi stanchi ma sollevati fra i vapori della città alle porte dell’Amazzonia. Ma, come si suol dire, non finisce qui.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il Paradosso del Mo.S.E: salvare Venezia danneggiando il suo capitale naturale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/paradosso-mo-s-salvare-venezia-danneggiando-suo-capitale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/paradosso-mo-s-salvare-venezia-danneggiando-suo-capitale/</guid><pubDate>Tue, 18 Nov 2025 12:11:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natalia Milazzo</dc:creator><category>ambiente</category><description>Le “barene”, formazioni tipiche della laguna di Venezia, sono isolotti coperti di erbe e piccoli arbusti, che periodicamente vengono sommersi dalle maree. Questi ecosistemi, come tutti gli ambienti umidi costieri vegetati, sono in grado di catturare e immagazzinare grandi quantità di anidride carbonica, sottraendola all’atmosfera. È il “carbonio blu”, prezioso alleato contro il riscaldamento globale. Ma il Mo.S.E., riducendo il fluire dell’acqua di mare nella laguna, può ridurre la loro azione fino al 30%. Lo afferma uno studio dell’Università di Padova sostenuto con i fondi europei della partnership RETURN.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/paradosso-mo-s-salvare-venezia-danneggiando-suo-capitale-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/paradosso-mo-s-salvare-venezia-danneggiando-suo-capitale-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>I veneziani, tradizionalmente, andavano in barca a farci le scampagnate: lo si vede ancora in una scena del film <em>Pane e tulipani,</em> in cui la protagonista, interpretata da Licia Maglietta, organizza un pic nic proprio su una barena, con cesto di leccornie e accompagnamento di fisarmonica. Non a caso, c’è una barena un tempo molto frequentata che ancora oggi è indicata qualche volta come “i tavolini” (anche se oggi i tavolini non ci sono più). Certo, bisogna scegliere con attenzione il momento di accomodarsi su una barena, per evitare di finire a mollo all’alzarsi della marea.</p>
<p>Ma le barene, paludi costiere ricoperte da una vegetazione che si è adattata a essere periodicamente sommersa, non sono solo un elemento caratterizzante dell’incantevole paesaggio lagunare: forniscono una serie di funzioni ecologiche e servizi ecosistemici essenziali, il cui valore elevato è spesso difficile da stimare. Le zone umide costiere migliorano infatti la biodiversità, proteggono le regioni costiere dall&rsquo;erosione e dalle mareggiate, aiutano a mantenere la pesca commerciale, filtrano i nutrienti e gli inquinanti, sostengono il turismo e le attività ricreative.</p>
<p>Nel contesto della crisi climatica globale, le barene, come in generale tutti gli ambienti umidi costieri vegetati, hanno però assunto un ruolo ancora più cruciale. Sono efficaci “serbatoi di carbonio blu&quot;, ovvero ecosistemi in grado di catturare e immagazzinare grandi quantità di anidride carbonica sottratta dall&rsquo;atmosfera, più efficacemente delle foreste terrestri. Questo servizio naturale è sempre più riconosciuto nel quadro delle strategie di mitigazione del cambiamento climatico.</p>
<p>Uno <a href="https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1029/2024EF004715" rel="noopener">studio recente dell&rsquo;Università di Padova</a>, sostenuto anche nel contesto della <a href="https://www.fondazionereturn.it/" rel="noopener">RETURN Extended Partnership,</a> ha evidenziato però un rischio: i sistemi a barriera per il controllo delle maree come quello costruito per proteggere Venezia dalle “acque alte”, il Mo.S.E., stanno involontariamente indebolendo l’azione delle paludi costiere, privandoci di un alleato importante nella decarbonizzazione. Ne abbiamo parlato con Alice Puppin, assegnista di ricerca all’Università di Padova e prima firma dell’articolo.</p>
<h2 id="più-potenti-delle-foreste-terrestri-le-barene-riassorbono-il-carbonio">Più potenti delle foreste terrestri: le barene riassorbono il carbonio</h2><p>Negli ultimi anni c&rsquo;è stato un crescente interesse verso la capacità degli ambienti umidi costieri di sequestrare anidride carbonica (CO₂) e accumulare carbonio.<br>
Spiega Alice Puppin: «Considerando i noti problemi legati all’aumento della concentrazione di CO₂ nell’atmosfera e le sue conseguenze sul clima, con il crescente interesse verso sistemi di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici basati sulla natura, ci si è resi conto che gli ambienti umidi costieri possono essere un alleato prezioso, grazie alla loro capacità di catturare e immagazzinare grandi quantità di anidride carbonica».</p>
<p>Ma perché questi ambienti, queste piattaforme sedimentarie vegetate, una sorta di isole che ora emergono ora vengono sommerse dall’acqua marina, hanno capacità di assorbimento della CO₂ così efficienti?</p>
<p>Spiega ancora Puppin: «La vegetazione che ricopre questi isolotti è prevalentemente erbacea o costituita da piccoli arbusti, che si sono adattati a sopravvivere sia alla salinità del suolo sia alla sommersione periodica. La ricca vegetazione che vi cresce assorbe la CO₂ dall&rsquo;atmosfera attraverso la fotosintesi, come fanno le foreste terrestri, e la accumula sotto forma di carbonio nella materia organica che compone foglie, fusti e radici. La particolarità di questi ambienti è che, essendo per lungo tempo sommersi, hanno una scarsa presenza di ossigeno nel suolo, condizione che rallenta la decomposizione della materia organica che si accumula al suo interno. I normali processi di decomposizione, che rilascerebbero parte del carbonio in atmosfera, sono quindi più lenti rispetto a quanto avviene negli ambienti terrestri e di conseguenza il carbonio resta intrappolato nel terreno molto più a lungo, anche per centinaia o migliaia di anni. Inoltre, negli ambienti umidi costieri salini, la presenza del sale contribuisce a ridurre la produzione di metano, un gas che si forma durante la decomposizione e che ha un effetto serra molto più potente di quello dell’anidride carbonica».</p>
<p>Un’altra importante caratteristica che rende questi ambienti particolarmente efficienti è la loro natura dinamica, per cui tendono ad accrescersi costantemente in altezza, grazie ai sedimenti trasportati dalle maree.</p>
<p>«Le barene riescono a mantenersi in equilibrio con il livello del mare, nonostante il suo innalzamento, e lo hanno fatto nel corso di migliaia di anni», spiega ancora Puppin. «Il motivo è semplice: quando la marea le sommerge, trasporta con sé sedimenti, che si depositano e vengono trattenuti dalla vegetazione. Questo favorisce nel tempo la formazione di nuovo suolo e l’ulteriore crescita delle piante, portando ad un accrescimento verticale della superficie della barena. Questo processo, influenzato da molti fattori - tra cui la disponibilità di sedimenti, l’interazione tra correnti di marea e vegetazione, la velocità con cui il livello del mare cresce… - è in grado di consentire un accumulo di materia organica più veloce di quello che avviene negli ambienti terrestri, generalmente più statici. Ed è anche per questo che negli ambienti umidi costieri il sequestro di CO₂ per unità di area può risultare maggiore rispetto a quanto avviene negli ambienti terrestri».</p>
<h2 id="le-misurazioni-del-carbonio-nei-sedimenti">Le misurazioni del carbonio nei sedimenti</h2><p>Tuttavia, gli interventi umani possono alterare l’equilibrio delle barene, incidendo negativamente sulla loro azione di assorbimento della CO₂.<br>
Il gruppo di ricerca dell’Università di Padova ha svolto una serie di analisi per valutare la capacità di accumulo di carbonio nelle barene della laguna di Venezia. Per farlo hanno raccolto una serie di carote sedimentarie, in sostanza campioni cilindrici di terreno estratti dal suolo, in diverse barene della laguna di Venezia, ottenendoli a diverse distanze dal margine della barena e alla profondità di un metro. I campioni di suolo così ottenuti sono poi stati analizzati in laboratorio per quantificare il contenuto di materia organica a diverse profondità.</p>
<p>Spiega ancora Puppin: «Abbiamo utilizzato la quantità di materia organica come un indicatore della quantità di carbonio organico, che è quello che ci interessa, perché il sequestro di carbonio in questi ambienti avviene tramite l&rsquo;assorbimento nella vegetazione con la fotosintesi e in seguito l’immagazzinamento nel suolo; il contenuto di materia organica ci ha permesso di stimare quindi il contenuto di carbonio, attraverso una equazione di conversione creata ad hoc per il nostro sito».</p>
<p>In questo modo, si sono potuti calcolare i due principali indicatori utilizzati nella valutazione del carbonio blu negli ambienti umidi costieri: lo stock di carbonio e il tasso di accumulo di carbonio.</p>
<p>Come precisa Puppin: «Lo stock di carbonio è sostanzialmente la quantità totale di carbonio che troviamo all&rsquo;interno del suolo analizzato - in questo caso, fino a un metro di profondità - quindi il carbonio immagazzinato fino ad ora. Il tasso di accumulo invece è stato calcolato moltiplicando la densità di carbonio nel livello di suolo di riferimento per il tasso di accrescimento verticale della barena. Questo dato permette di stimare quanto carbonio si accumula con la formazione di nuovi strati di suolo ogni anno. In altre parole, indica quanto carbonio viene aggiunto annualmente alla barena e, di conseguenza, sottratto all’atmosfera».</p>
<p>I valori medi calcolati hanno permesso di confrontare i risultati con quelli di altri studi e in altre parti del mondo, e di fare delle stime sulla potenzialità delle barene della laguna di Venezia di accumulare carbonio e quindi sequestrare CO₂.</p>
<p>«Ne è emersa in sostanza una conferma della grande capacità delle barene di assorbire CO₂, comparabile a quella di una foresta terrestre, insieme a informazioni interessanti sulla variabilità di questo fenomeno», continua Puppin. «Avendo analizzato diverse aree e diverse posizioni all&rsquo;interno delle barene, abbiamo osservato che la capacità di assorbimento del carbonio può variare molto, in funzione di diversi fattori. Il tasso di accrescimento delle barene naturalmente influisce sulla loro capacità di accumulare carbonio oltre che sulla loro capacità di sopravvivere all&rsquo;innalzamento del livello del mare. Questo accrescimento può dipendere dal range di marea e dalla quantità di sedimenti disponibili: le barene che vengono sommerse più frequentemente, e dove quindi l’apporto di sedimenti è maggiore, tendono ad accrescersi più rapidamente».</p>
<p>E qui, ci avviciniamo al cuore del problema: perché la laguna di Venezia è un sistema che, storicamente, ha visto nei secoli diminuire l’apporto di sedimenti. Questo è dovuto soprattutto agli interventi antropici realizzati nella laguna a partire dal XV secolo, quando la maggior parte dei fiumi che sfociavano all&rsquo;interno sono stati deviati, sono stati costruiti moli per stabilizzare le bocche di porto e realizzati grandi canali per favorire la navigazione. Tutti questi interventi hanno ridotto in misura sostanziale l’apporto naturale di sedimenti.<br>
Più recentemente, a questo si è aggiunto l’effetto del Mo.S.E., che, chiudendo l’accesso alla laguna alle acque alte durante le mareggiate, da una parte ha salvato gli edifici e le strutture urbane da allagamenti disastrosi, ma dall’altra ha ulteriormente ridotto l’apporto di sedimenti sulle barene e quindi la loro capacità di accrescimento.</p>
<p>L&rsquo;adozione di barriere contro le mareggiate per fornire protezione dalle inondazioni costiere sta diventando sempre più comune a causa della crescente densità della popolazione umana e delle attività socioeconomiche nelle zone costiere, che sono particolarmente vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici. Esempi importanti si trovano nell&rsquo;estuario del fiume Schelda (Paesi Bassi), a San Pietroburgo, nel Tamigi, a New Orleans, e altri sono in fase di proposta o pianificazione, come quelli nella baia di Galveston (Stati Uniti).</p>
<p>Tuttavia, i possibili impatti delle strategie di regolazione delle maree sulla dinamica del carbonio negli ambienti costieri non sono stati esplorati e dovrebbero essere considerati una preoccupazione globale. Come racconta Puppin: «<a href="https://www.nature.com/articles/s41561-021-00853-7" rel="noopener">In uno studio precedente dell&rsquo;Università di Padova</a> avevamo osservato che l’attivazione del Mo.S.E. ha avuto come effetto collaterale una riduzione dell&rsquo;accrescimento verticale delle barene. Questo perché il sistema blocca le acque alte, ovvero i livelli di marea più elevati, in particolare durante le mareggiate, che si sono rivelate le più efficaci nel trasportare i sedimenti sulle barene. Con lo studio attuale abbiamo fatto un passo avanti: poiché il tasso di assorbimento di carbonio dipende direttamente dal tasso di accrescimento, la riduzione di quest’ultimo provocata dal Mo.S.E. potrà comportare una diminuzione della capacità di assorbire carbonio nelle barene. Grazie ai dati raccolti abbiamo potuto stimare una riduzione di circa il 30%».</p>
<p>L&rsquo;impatto di questa dinamica è ancora più evidente se consideriamo il sequestro di CO₂. Lo studio mostra che in condizioni normali, senza la regolazione delle barriere, le barene della Laguna di Venezia possono sequestrare circa 13.400 tonnellate di CO₂ all&rsquo;anno. Per dare un&rsquo;idea concreta, si tratta di una quantità di carbonio equivalente a quella assorbita da circa 130.000 alberi. Una quantità che equivale a circa il 20% delle emissioni annuali del trasporto acqueo nella città di Venezia o a circa il 17% delle emissioni a livello locale prodotte annualmente dal sistema aeroportuale Marco Polo. L&rsquo;attivazione delle barriere del Mo.S.E. cambia radicalmente questo quadro. Se, secondo le stime dello studio, la regolazione delle maree potrebbe ridurre il potenziale annuale di sequestro di CO₂ delle barene di oltre il 30%, tradotto in numeri assoluti questo significa che la capacità di assorbimento delle barene potrebbe crollare a circa 9.000 tonnellate di CO₂ all&rsquo;anno, una perdita netta di oltre 4.400 tonnellate di CO₂ che rimangono nell&rsquo;atmosfera ogni anno. Insomma, la protezione della città dall’acqua alta entra in conflitto con la conservazione delle barene e del loro ruolo importante nell’ecosistema.</p>
<p>Conclude Puppin: «L&rsquo;utilità che penso possano avere studi come il nostro è quella di portare l’attenzione, quando si prendono decisioni sulle infrastrutture pubbliche e sulla gestione del territorio, anche su aspetti magari poco noti ma importanti. Evidenziare i possibili conflitti di interesse consente infatti di prendere decisioni che tengano conto di tutte le componenti in gioco e che quindi risultino più efficaci. Non si tratta solo — anche se è ovviamente prioritario — di garantire la sicurezza delle persone, ma anche di tutelare la salute degli ambienti naturali, che a loro volta influenzano il benessere delle comunità costiere. Gli ecosistemi lagunari forniscono molti servizi ecosistemici essenziali e contribuire alla loro conservazione significa assicurarsi che questi benefici continuino nel tempo. Implementare strategie di gestione integrata capaci di conservarli e mantenerli in buone condizioni è fondamentale per rendere gli ambienti costieri — e le comunità che vi abitano — più resilienti».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Riscaldamento globale: il pessimismo non serve</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/riscaldamento-globale-pessimismo-serve/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/riscaldamento-globale-pessimismo-serve/</guid><pubDate>Tue, 18 Nov 2025 10:51:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>clima</category><description>Gli scenari climatici sono molto migliorati rispetto a quando è stato siglato l’Accordo di Parigi. È importante riconoscerlo e darsi anche qualche pacca sulla spalla, se questo serve per darci la forza e pretendere che governi, mercati e società accrescano i loro impegni climatici. È ancora possibile stare sotto 1,5°C, ma, se non dovessimo riuscire, «ogni decimo di grado conta» per risparmiare danni a ecosistemi e benessere umano.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/riscaldamento-globale-pessimismo-serve-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/riscaldamento-globale-pessimismo-serve-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Dieci anni fa era il 2015 e, a quel tempo, il 2015 era stato <a href="https://www.un.org/sustainabledevelopment/blog/2016/01/wmo-confirms-2015-as-hottest-year-on-record/" rel="noopener">l’anno più caldo</a> fino ad allora registrato. Dieci anno dopo, l’anno più caldo è per ora il <a href="https://wmo.int/news/media-centre/wmo-confirms-2024-warmest-year-record-about-155degc-above-pre-industrial-level" rel="noopener">2024</a>, con un’anomalia termica di oltre 1,5°C, cioè oltre l’obiettivo più ambizioso e più vitale dell’Accordo di Parigi. Le emissioni sono continuate a crescere, più lentamente, e la temperatura è continuata a salire, con i suoi alti e bassi tipici di un sistema complesso come l’atmosfera terrestre. Però, sono cresciute anche altre cose in questi dieci anni trascorsi dalla firma dell’accordo climatico più importante del pianeta.</p>
<p>È aumentata infatti la tecnologia disponibile per fare la transizione; è aumentata la competitività delle energie rinnovabili e di molti supporti che prima costavano ancora troppo; è aumentata la consapevolezza climatica a livello locale e internazionale (anche in questo caso forse con degli alti e dei bassi). Ora, il punto è che il nuovo <a href="https://www.unep.org/resources/emissions-gap-report-2025" rel="noopener"><em>Emission Gap Report</em></a> dell’UNEP non può che cogliere questi cambiamenti.</p>
<p>Infatti, oggi, le proiezioni di riscaldamento globale medio per fine secolo sono di 2,3-2,5°C se tutte le politiche climatiche scritte negli obiettivi ufficiali dei paesi (gli NDC) fossero rispettate. Continuando invece con le politiche correnti si arriverebbe a 2,8°C.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/riscaldamento-globale-pessimismo-serve-body-1.png.webp" alt="scenari climatici unep" width="631" height="836" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>L’immagine qua sopra mostra molto bene gli scenari in gioco. Ma il dato che vorremmo sottolineare è che in dieci anni di tempo – in <em>soli</em> dieci anni di tempo – le proiezioni hanno guadagnato circa un grado centigrado, quando nel 2015, dice l’UNEP, erano sui 3/3,5°C. Il miglioramento c&rsquo;è stato anche solo con lo scorso anno, dove i numeri erano 2,5-2,8°C (con NDC) e 3,1°C (politiche correnti). Questo è avvenuto nonostante dal 2022 la Russia abbia invaso l’Ucraina, e nonostante dal 2023 Israele stia sterminando la popolazione palestinese – oltre ai tantissimi altri <a href="https://www.oxfamitalia.org/guerre-attuali-nel-mondo/" rel="noopener">conflitti</a> in corso che destabilizzano il mondo senza sosta. Le proiezioni climatiche, quindi, sono migliorate nonostante l’attenzione mediatica e politica – e quindi anche quella economica – abbiano drenato molte risorse dai temi ambientali per destinarle a quelli bellici.</p>
<p>Certo, non è ancora abbastanza. L’obiettivo è ancora restare sotto 1,5°C: l’anno scorso li abbiamo superati, ma ancora non in modo strutturale e definitivo. Va impiegata qualsiasi risorsa per riuscirci, per tagliare le emissioni del 55% rispetto alle emissioni del 2019 entro dieci anni. È complicato ma è possibile e i paesi non possono accontentarsi di fare giusto qualcosa. Perché il ritiro dagli Accordi di Parigi di Trump ci farà già perdere un decimo di grado (0,1°C).</p>











<figure class="grafico-plot not-prose" id="plot-0">
  <p class="grafico-titolo">Nel 2024 le emissioni mondiali di CO₂ fossile toccano il record: 38,6 miliardi di tonnellate</p>
  <p class="grafico-sottotitolo">Emissioni annuali mondiali di anidride carbonica da combustibili fossili e industria, 1750-2024, in miliardi di tonnellate. Non comprendono l&rsquo;uso del suolo.</p>
  
  <div class="gp-contenitore" role="group" aria-label="Valori del grafico: con le frecce sinistra e destra si scorrono per anno" aria-describedby="plot-0-alt">
    <div class="gp-area" id="plot-0-alt" role="img" aria-label="Grafico a linee: le emissioni mondiali di CO₂ fossile salgono da 2 miliardi di tonnellate nel 1900 a 25,5 nel 2000 e 38,6 nel 2024, il valore più alto." aria-describedby="plot-0-descrizione"></div>
    <div class="gp-cursore" aria-hidden="true"></div>
    <div class="gp-lettura" aria-hidden="true"></div>
    <div class="gp-annuncio sr-only" aria-live="polite"></div>
  </div>
  <figcaption><span>Fonte: <a href="https://ourworldindata.org/grapher/annual-co2-emissions-per-country?country=~OWID_WRL" rel="noopener">Global Carbon Budget (2025), elaborazione di Our World in Data</a></span><span>Emissioni territoriali di CO₂ da combustibili fossili e industria; i dati originali sono in tonnellate, qui in milioni di tonnellate con un decimale. Licenza dei dati: CC BY 4.0.</span></figcaption>
  <details>
    <summary>Descrizione e dati del grafico</summary>
    <p id="plot-0-descrizione">Grafico a linee con una sola serie: sull&rsquo;asse orizzontale gli anni dal 1750 al 2024, su quello verticale le emissioni annuali mondiali di CO₂ da combustibili fossili e industria, in miliardi di tonnellate. Valori: 0,2 nel 1850, 2,0 nel 1900, 5,9 nel 1950, 14,9 nel 1970, 22,7 nel 1990, 25,5 nel 2000, 33,3 nel 2010, 37,1 nel 2019, 35,2 nel 2020, 38,1 nel 2023 e 38,6 nel 2024, il massimo della serie (+1,3% sul 2023). Dopo il 1950 la serie cala in 11 anni, per lo più di poco; la flessione più forte è quella del 2020 (da 37,1 a 35,2). Fra il 2005 e il 2015 le emissioni crescono del 19,6%, fra il 2015 e il 2024 del 9,0%.</p>
    <p class="gp-scarica">
      <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/riscaldamento-globale-pessimismo-serve-emissioni-co2-mondo.csv" download>Scarica i dati di «Nel 2024 le emissioni mondiali di CO₂ fossile toccano il record: 38,6 miliardi di tonnellate» (CSV)</a>
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<p>Le emissioni stanno ancora crescendo, nel 2025 potrebbero crescere ancora dell’1,1% secondo il <a href="https://globalcarbonbudget.org/fossil-fuel-co2-emissions-hit-record-high-in-2025/" rel="noopener">Global Carbon Project</a>. Quando dovrebbero diminuire del 25% nel 2030 rispetto al 2019 per stare sotto i 2°C e del 40% per stare in 1,5°C. Invece con gli NDC attuali scenderebbero tra il 12% e il 15%. I toni del rapporto UNEP e di altri sono obiettivamente piuttosto drammatici: l’obiettivo del grado e mezzo è in serio pericolo. Potremmo superarlo temporaneamente e poi tornare indietro, ma è molto difficile. Ma non è che se non riusciamo a stare sotto 1,5°C allora tutto è perduto: ogni decimo di grado conta. *Every tenth of degree matters *(lo ribadisce ora l’UNEP e lo dice da sempre <a href="https://www.ipcc.ch/2021/04/23/ipcc-chairs-statement-unite-behind-science/" rel="noopener">l’IPCC</a>). Ogni possibile tonnellata di CO₂ in meno reduce la probabilità di andare incontro a punti di non ritorno climatici, come il collasso della calotta glaciale dell’Antartide occidentale, tra i tanti. E ogni decimo di grado guadagnato serve per evitare un eccessivo ricorso a tecniche incerte come il sequestro di anidride carbonica dall’atmosfera. Soluzioni che però non potranno essere snobbate più di tanto. Certo, il fulcro centrale restano e saranno le rinnovabili, punto e basta, tutta la comunità scientifica internazionale è d’accordo. Ma è la stessa IPCC a dire che serviranno anche tutte quelle tecnologie - che potremmo chiamare “cuscinetto” - per aiutarci. Un po’ di cattura di CO₂, un po’ di biocarburanti, un po’ di nucleare.</p>
<p>Lo stesso rapporto UNEP riconosce che la «comunità internazionale è meglio posizionata per accelerare l&rsquo;azione climatica», per guidare creazione di posti di lavoro e garantire sicurezza energetica. Le tecnologie (come già <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/punto-siamo-transizione-energetica-aggiornamento-iea/">dicevamo qui</a>) sono più che disponibili. «Lo sviluppo dell&rsquo;energia eolica e solare continua a superare le aspettative, abbassando i costi di implementazione e guidando l&rsquo;espansione del mercato», scrive il rapporto. Ormai è proprio il caso di dire che sono i mercati stessi a chiedere che la transizione energetica faccia il suo seguito. Arrivati a questo punto non possiamo più tirarci indietro, grazie al fatto che, dai negoziati climatici internazionali in giù, i governi sono riusciti a imprimere una direzione chiara ai mercati. La <a href="https://asvis.it/editoriali/3257-23288/in-un-mondo-che-si-richiude-dobbiamo-difendere-la-transizione-ecologica" rel="noopener">transizione è iniziata</a> e ormai siamo intrappolati: tocca proprio finirla. Alla faccia di chi sventolava lo spettro di una “mano invisibile” per frenare gli investimenti sostenibili perché distruggono le nostre industrie. E bisogna continuare così: serve aumentare ancora la mole di investimenti, portando più supporto finanziario ai paesi in via di sviluppo. Anche perché più si rallenta più è difficile recuperare. Le emissioni cumulative, infatti, sono arrivate a <a href="https://wmo.int/news/media-centre/carbon-dioxide-levels-increase-record-amount-new-highs-2024" rel="noopener">423,9 parti per milione nel 2024</a> (purtroppo la CO₂ ha una vita media molto lunga, altrimenti non staremmo qua a scrivere di clima da decenni).</p>
<p>L&rsquo;Europa nel frattempo conferma i propri obiettivi climatici nel suo NDC aggiornato, con una riduzione delle emissioni nette di gas serra tra il 66,25% e il 72,50% rispetto al 1990 entro il 2035, nonostante sia «cresciuto in diversi Stati il consenso verso le forze politiche negazioniste o quantomeno ostili al tema della lotta al cambiamento climatico», come spiega il sito <em><a href="https://www.climalteranti.it/2025/11/13/il-nuovo-impegno-europeo-sulle-emissioni-di-gas-serra-la-politica-sul-clima-delleuropa-resiste/" rel="noopener">Climalteranti.it</a>.</em> Ovviamente restano aperti ancora molti nodi, dalle risorse per l&rsquo;adattamento, alla Giusta Transizione, al fondo Perdite e Danni, ma l&rsquo;aria che si respira alla COP30 in corso a Belém in questi giorni sembra suggerire che i giochi siano ancora aperti e che l&rsquo;ambizione climatica possa riaffermarsi (come documentato tra gli altri da <a href="https://www.italiaclima.org/cop30-belem/" rel="noopener"><em>Italian Climate Network</em></a>).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/riscaldamento-globale-pessimismo-serve-body-2.png.webp" alt="paesi g20 target climatici unep" width="637" height="879" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>L’immagine qui sopra mostra in particolare come si stanno comportando i paesi del G20. È importante saperlo, perché le economie di questa manciata di paesi sono responsabili del 77% di emissioni globali, quindi il grosso devono farlo loro. E le loro emissioni sono aumentate 0,7% nel 2024. Meglio degli altri, ma comunque sono aumentate. Solo sette membri del G20 hanno presentato nuovi NDC con nuovi obiettivi climatici per il 2035; tre li hanno annunciati. «Il G20 non è collettivamente sulla buona strada per raggiungere nemmeno i propri obiettivi NDC per il 2030. Dovranno urgentemente e velocemente aumentare l&rsquo;azione per ridurre drasticamente le emissioni». Ecco, tornano i toni perentori dell’UNEP. Che ovviamente ha ragione, anche perché è un po’ immorale che chi ha emesso più gas serra di tutti finora adesso si arroga il diritto di prendersela comoda.</p>
<p>E però, ripensando a dieci anni fa, quando la crisi climatica non era nelle agende politiche come oggi, non possiamo che riconoscere il fatto che, come umanità, siamo riusciti a migliorare parecchio. E questo è importante per pretendere collettivamente una nuova spinta, più veloce e più decisa. Perché, se non dovessimo rimanere sotto 1,5°C (dobbiamo comunque mettercela tutta), c’è sempre 1,6°C, 1,8°C. Ogni decimo di grado conta e il pessimismo non serve a niente, soprattutto se proviene da chi si occupa di comunicazione climatica.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Economia circolare: meno materie prime, più materie seconde</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/economia-circolare-meno-materie-prime-piu-materie-seconde/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/economia-circolare-meno-materie-prime-piu-materie-seconde/</guid><pubDate>Tue, 11 Nov 2025 08:11:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Il Circular Economy Network chiede all&amp;amp;rsquo;Europa un mercato unico per le materie prime seconde: la proposta rientra nella consultazione aperta per la definizione del Circular Economy Act. Oggi l&amp;amp;rsquo;Europa ricicla di più rispetto al 2010, ma ancora troppo poco rispetto agli obiettivi prestabiliti. Serve aiutare soprattutto i settori più in difficoltà - come il riciclo della plastica e dei RAEE - con più investimenti e leggi più chiare. E in ogni caso: basta con questi sussidi ambientalmente dannosi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/economia-circolare-meno-materie-prime-piu-materie-seconde-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/economia-circolare-meno-materie-prime-piu-materie-seconde-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il <em>Circular Economy Network</em> chiede all’Europa maggiore sforzo per accelerare riciclo, riuso, riutilizzo, per rendere l’economia molto più circolare. Lo fa in particolare con un <em><a href="https://circulareconomynetwork.it/wp-content/uploads/2025/11/Position-paper-CEN-Circular-Economy-Act-.pdf" rel="noopener">position paper</a></em> dove propone di creare un mercato unico europeo per le materie prime seconde, cioè quelle materie recuperate dai rifiuti dopo il loro primo utilizzo (per cui erano state introdotte nel sistema produttivo come materie prime). La rete invita ad aderire maggiormente agli obiettivi posti dal <a href="https://commission.europa.eu/topics/eu-competitiveness/clean-industrial-deal_it" rel="noopener">Clean Industrial Deal</a>, il piano europeo che ha integrato e in parte sostituito il <a href="https://commission.europa.eu/strategy-and-policy/priorities-2019-2024/european-green-deal_it" rel="noopener">Green Deal</a> approvato durante la scorsa legislatura.</p>
<p>La proposta si inserisce nella consultazione aperta dalla Commissione Europea per definire quello che sarà il <a href="https://environment.ec.europa.eu/news/commission-launches-consultation-upcoming-circular-economy-act-2025-08-01_en" rel="noopener">Circular Economy Act</a>, che per altro si rifà anche al noto <a href="https://commission.europa.eu/topics/eu-competitiveness/draghi-report_en" rel="noopener">documento</a> sulla competitività che Draghi portò in Europa qualche mese fa. Il tasso di circolarità è salito dal 10,7% all’11,7% dal 2010 al 2023, ancora però troppo basso stando agli obiettivi dell’Unione, che, ricorda la rete, è «una delle aree del mondo che consuma più materia, produce più rifiuti e resta fortemente dipendente dalle importazioni di materie prime».</p>
<p>Tra gli <a href="https://www.europarl.europa.eu/factsheets/it/sheet/76/efficienza-delle-risorse-ed-economia-circolare" rel="noopener">obiettivi</a> europei principali al riguardo ci sono infatti:</p>
<ul>
<li>65% di riciclo dei rifiuti urbani entro il 2035 (del 55% entro il 2025 e del 60% entro il 2030)</li>
<li>70% del riciclo dei rifiuti d&rsquo;imballaggio entro il 2030</li>
<li>collocamento in discarica di massimo il 10% dei rifiuti urbani entro il 2035</li>
<li>divieto di collocare in discarica i rifiuti provenienti dalla raccolta differenziata e l&rsquo;obbligo di raccolta differenziata per i rifiuti organici entro il 2023 e per i rifiuti tessili e i rifiuti domestici pericolosi entro il 2025.</li>
</ul>
<p>L’Italia, ricorda il <em>Circular Economy Network</em>, ha raggiunto nel 2023 un tasso circolarità molto più alto della media europea, con il 20,8%; tuttavia, il nostro paese dipende ancora molto dalle importazioni con una percentuale del 46,6% del fabbisogno complessivo (nel 2024), molto più alta della media europea del 22,4%.</p>
<p>Il grafico di seguito riporta il “tasso di circolarità” dei vari paesi indicati: più è maggiore più significa che è alta la quantità di materie prime seconde che sostituiscono le materie prime, riducendo così gli impatti ambientali legati all’estrazione in natura.</p>
<p>Le proposte dalla rete vanno in diverse direzioni che, in generale, promuovono la piena attuazione del <a href="https://environment.ec.europa.eu/topics/circular-economy/first-circular-economy-action-plan_en" rel="noopener">Circular Economy Action Plan</a> e l’adozione di misure sia legislative che economiche, senza dimenticare il coinvolgimento dei consumatori «assicurando che il mercato fornisca informazioni attendibili e facilmente comprensibili».</p>
<p>L’intervento legislativo maggiore dovrebbe riguardare i settori più in difficoltà (anche a causa della competitività dei prezzi delle materie prime vergini), innanzitutto quello della plastica. Al riguardo segnaliamo <a href="https://circularitytracker.thecirculateinitiative.org/" rel="noopener">questo utile tracker</a> che tiene il conto degli investimenti globali sul riciclo della plastica: per i 107 paesi con dati disponibili siamo a oggi a 170 miliardi di dollari totali (dal 2018).</p>
<p>Un settore piuttosto prezioso su cui si focalizza giustamente il documento sono i RAEE, cioè i rifiuti che arrivano da apparecchiature elettriche ed elettroniche. Si dovrebbe aumentare il controllo sulla destinazione di questi rifiuti, contrastare la dispersione dei flussi e interrompere quelli illegali, anche introducendo maggiori standard di qualità. Inoltre, andrebbe sviluppata un’impiantistica di più alta efficienza tecnologica per recuperare maggiormente, per l’appunto, tanto i RAEE quanto i rifiuti plastici.</p>
<p>Di seguito un interessante grafico su quanto ciascuno dei materiali elencati viene riciclato e quindi riduca la domanda di materie prime.</p>
<p>Oltre a nuove normative, servirebbe anche armonizzare quelle esistenti. Tra gli esempi riportati ci sono il <a href="https://single-market-economy.ec.europa.eu/industry/sustainability/net-zero-industry-act_en" rel="noopener">Net-Zero Industry Act</a> e il <a href="https://single-market-economy.ec.europa.eu/sectors/raw-materials/areas-specific-interest/critical-raw-materials/critical-raw-materials-act_en" rel="noopener">Critical Raw Materials Act</a> che, a dire del <em>Network</em>, «enfatizzano il riciclaggio dei materiali, ma non fanno riferimento ad altri aspetti quali la riparazione, il riutilizzo, la rigenerazione, il <em>remanufactoring</em> e il ricondizionamento». Oppure anche disporre che il riconoscimento della disciplina <em><a href="https://www.mase.gov.it/portale/-/-portale-end-of-waste" rel="noopener">End of Waste</a></em> adottata dagli stati europei (e per cui devono rendicontare singolarmente alla Commissione) sia riconosciuto come valido in tutti i Paesi membri.</p>
<p>Tra i provvedimenti suggeriti di natura economica riassumiamo quelle che ci sembrano degni di nota. Innanzitutto, bisogna fare più investimenti e per riuscirci serve «attivare nuovi strumenti di debito comune e riorientare il risparmio privato a sostegno degli investimenti per la transizione, secondo quanto proposto dal Piano Draghi e dal Rapporto Letta». Su <em>Scienza in rete</em> avevamo scritto della <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/debito-comune-europeo/">necessità di debito comune europeo qui</a>. Queste risorse, insieme ad altre, devono essere opportunamente allocate nel Bilancio pluriennale 2028/2034.</p>
<p>Dal punto di vista fiscale serve riorganizzare un «quadro di fiscalità ecologica» che tenga conto delle priorità ambientali. Quindi:</p>
<blockquote>
<ul>
<li>riformare l’imposizione sul valore aggiunto, con aliquote agevolate per la fornitura di servizi di leasing, noleggio, riparazione e riutilizzo e, più in generale, l’adozione di modelli circolari nella produzione, in modo da sostenere la domanda di materie prime seconde (evitando la doppia tassazione di materiali riciclati);</li>
<li>valutare la possibilità di introdurre un contributo europeo sui rifiuti destinati a smaltimento, utilizzando tali risorse finanziarie per incentivare il riciclo e il riutilizzo</li>
</ul></blockquote>
<p>L&rsquo;ultimo suggerimento proposto dal <em>Network</em> è ormai un mantra che si ripete da anni, ma che, non si capisce perché, resta inattuato. Per una transizione a un’economia circolare (così come per la transizione ecologica in generale), serve «eliminare progressivamente i sussidi ambientalmente dannosi».</p>
<p>Di seguito gli investimenti privati in “circolarità”, per paese.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La Cop30 del popolo che esclude il popolo: le contraddizioni di Belém</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cop30-popolo-esclude-popolo-contraddizioni-belem/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cop30-popolo-esclude-popolo-contraddizioni-belem/</guid><pubDate>Wed, 05 Nov 2025 08:11:00 +0100</pubDate><dc:creator>Novella Gianfranceschi</dc:creator><category>ambiente</category><description>Ospitare la Cop30 nella città amazzonica di Belém è una scelta simbolica potente: riconosce che il futuro del pianeta si gioca anche nelle regioni periferiche e nei territori del Sud globale. Ma tra infrastrutture insufficienti, alloggi inaccessibili e costi proibitivi, la “Cop del popolo” rischia di diventare la più esclusiva di sempre. E, sullo sfondo, il paradosso di un Brasile che parla di transizione ecologica mentre autorizza nuove trivellazioni nel bacino amazzonico.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/cop30-popolo-esclude-popolo-contraddizioni-belem-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/cop30-popolo-esclude-popolo-contraddizioni-belem-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ospitare la trentesima conferenza Onu sul clima, la Cop30, in una città amazzonica – Belém, nello stato brasiliano di Pará – è un gesto politico potente: significa riconoscere che il futuro del pianeta si decide anche, e forse soprattutto, nelle regioni periferiche, tra i popoli e le culture non occidentali, negli ecosistemi ricchi di biodiversità, sulle sponde dei fiumi.</p>
<p>Non a caso questo vertice sul clima è stato presentato come la &ldquo;Cop del popolo&rdquo;: un’occasione per riportare al centro del dibattito mondiale la foresta più importante del pianeta e il ruolo dei Paesi del Sud globale nella transizione ecologica. Tuttavia, nei mesi e nelle settimane che hanno preceduto il negoziato, in programma dal 10 al 21 novembre, si è discusso molto di quanto questa Cop sia davvero inclusiva.</p>
<p>Belém è una città con un milione e mezzo di abitanti nel nord del Brasile, distante circa cento chilometri dall’oceano Atlantico. Non è una metropoli con infrastrutture adatte a ospitare grandi eventi internazionali. Per la Cop30 ci si aspettava un numero di partecipanti simile a quello di Cop28 a Dubai – circa 80 mila persone. Ne arriveranno poco più della metà, perché molti sono stati scoraggiati dalla <a href="https://www.reuters.com/sustainability/cop/un-holds-emergency-talks-over-sky-high-costs-cop30-climate-summit-2025-07-29/" rel="noopener">mancanza di alloggi</a> e dai <a href="https://www.lemonde.fr/planete/article/2025/06/26/des-chambres-d-hotel-a-2-000-voire-4-000-euros-inquietudes-autour-des-prix-exorbitants-a-la-cop30-sur-le-climat-au-bresil_6616015_3244.html?" rel="noopener">costi inaccessibili</a> delle poche strutture ricettive. «Rispetto ad altre Cop, qui non c’è una fascia di prezzi accessibile: l’offerta è minima e la domanda altissima», spiega Fermin Koop, direttore di Dialogue Earth, organizzazione no profit che cerca di fare informazione su questioni ambientali, valorizzando le voci locali del Sud del mondo.</p>
<p>Secondo un’<a href="https://oglobo.globo.com/brasil/cop-30-amazonia/noticia/2025/08/04/cop30-diaria-em-hotel-3-estrelas-de-belem-custa-quase-o-dobro-do-cobrado-no-copacabana-palace.ghtml" rel="noopener">inchiesta</a> di <em>O Globo</em>, tra le principali testate brasiliane, i prezzi delle camere sono aumentati di oltre settanta volte rispetto allo scorso anno: stanze che costavano 12 euro a notte oggi ne costano 900, con punte di oltre tremila. Il governo brasiliano ha promesso due navi da crociera ormeggiate nel porto come soluzione tampone – ma sono lontane dal centro congressi e difficili da raggiungere. Secondo quanto <a href="https://www.theguardian.com/environment/2025/sep/03/amazon-love-motels-cop30-summit" rel="noopener">raccontato dal <em>Guardian</em></a>, alcuni love motel di Belém sono stati riconvertiti in alloggi temporanei. La crisi degli alloggi ha colpito anche il mondo dell’informazione. Secondo il magazine online <em>Latin American Journalism Review</em>, molti reporter latinoamericani <a href="https://latamjournalismreview.org/articles/high-travel-costs-and-complex-logistics-force-latin-american-journalists-to-reduce-cop30-coverage/" rel="noopener">non potranno partecipare</a> per mancanza di fondi o di posti letto.</p>
<p>«Molte redazioni non possono sostenere i costi», racconta Paula Díaz Levi, direttrice del centro studi Climate Tracker Latin America. «È un problema che riguarda l’intero Sud globale: anche quando siamo al centro dell’attenzione, ci tocca guardare da fuori». Anche per chi arriva dall’Europa la situazione può essere economicamente e logisticamente difficile, soprattutto per le piccole testate e i freelance: <em>Materia Rinnovabile</em>, giornale italiano che segue da anni i negoziati sul clima, questa volta non manderà redattori alla Cop.</p>
<p>E non è solo una questione pratica: la logistica, qui, diventa un problema politico. Se per una ong amazzonica, una delegazione insulare o una redazione indipendente il costo medio giornaliero è proibitivo, la Cop che avrebbe dovuto dare voce alla diversità rischia di trasformarsi nella più esclusiva di sempre. L’Observatório do Clima – la più grande rete di associazioni e centri di ricerca che in Brasile si occupano di clima – <a href="https://www.oc.eco.br/negligencia-do-governo-ameaca-tornar-cop30-a-mais-excludente-da-historia/" rel="noopener">ha denunciato</a> l’eventualità di una conferenza riservata a chi può permetterselo.</p>
<p><a href="https://www.theguardian.com/environment/2025/apr/25/brazil-host-cop30-climate-talks-amazon" rel="noopener">Secondo diversi analisti</a>, però, dietro la crisi logistica si nasconde un tema più profondo: il colonialismo interno che da sempre marginalizza l’Amazzonia nelle gerarchie economiche e politiche del Brasile. La scelta di Belém avrebbe potuto rovesciare questa geografia del potere e degli investimenti, ma il dibattito pubblico è deragliato sulla questione della “città inadeguata”, riattivando il pregiudizio secondo cui una metropoli amazzonica non possa – e non debba – ospitare un vertice globale. È una profezia che si autoavvera: l’assenza di investimenti strutturali giustifica l’esclusione, e l’esclusione disincentiva nuovi investimenti.</p>
<p>Belém incarna così la tensione tra aspirazioni globali e contraddizioni locali: è la Cop che avrebbe dovuto celebrare la centralità dell’Amazzonia, ma rischia di escludere gli amazzonici; la conferenza che parla di transizione ecologica, ma si apre nel segno del petrolio: l’Istituto brasiliano per l’ambiente ha infatti autorizzato la compagnia statale Petrobras a trivellare nel bacino di Foz do Amazonas, nel cuore della costa amazzonica, con il Brasile che resta l’ottavo produttore mondiale di greggio.</p>
<p>Ci sono però anche segnali incoraggianti da cogliere. Dopo tre edizioni in Paesi dove la libertà di espressione era fortemente limitata – Egitto, Emirati Arabi, Azerbaigian – la Cop torna in una democrazia: non accadeva dalla Cop di Glasgow del 2021 che la società civile tornasse a esprimersi liberamente fuori dai centri riservati all’Onu. Ed è soprattutto così che l’attivismo può fare la sua parte e spingere l’asticella dei negoziati più in alto.</p>
<p>Le manifestazioni per il clima in vista della Cop30 sono già in corso: durante la pre-Cop di ottobre a Brasilia, <a href="https://www.wired.it/article/pre-cop30-clima/" rel="noopener">le strade si sono riempite</a> di attivisti, attiviste, rappresentanti indigeni e associazioni. Un gruppo di organizzazioni, sotto il nome di “Flottiglia per l’Amazzonia”, è partito dalle coste dell’Ecuador per raggiungere Belém via mare e chiedere più azione per proteggere foresta e clima.</p>
<p>A proposito di azioni, il Brasile ha già annunciato che stanzierà un miliardo di dollari nel fondo internazionale per le foreste (Tropical Forests Forever Fund), che servirà a remunerare i Paesi impegnati contro la deforestazione. Si attende ora che altri Stati contribuiscano durante la conferenza. Inoltre, sul piano dei negoziati, la Cop30 sarà un passaggio chiave per mettere a punto alcune questioni discusse in precedenza: finalizzare il nuovo obiettivo finanziario globale (New Collective Quantified Goal), rivedere i piani nazionali di riduzione delle emissioni (Ndc) e definire l’obiettivo globale per l’adattamento al riscaldamento globale (Global goal on adaptation), ancora privo di indicatori condivisi.</p>
<p>«Questa sarà la Cop della verità», ha detto il presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva in un’<a href="https://www.corriere.it/esteri/25_ottobre_13/lula-intervista-roma-fao-cfb16389-e91d-41bf-9b42-bc658d027xlk.shtml" rel="noopener">intervista al <em>Corriere della Sera</em></a>. La verità è riconoscere che il futuro del pianeta si decide soprattutto nelle regioni periferiche, ma anche che bisogna abbandonare i sistemi energetici alimentati da fonti fossili.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Dieci anni dall'Accordo di Parigi, si può fare di più</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/accordo-parigi-dieci-anni/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/accordo-parigi-dieci-anni/</guid><pubDate>Fri, 31 Oct 2025 00:00:00 +0000</pubDate><category>dati</category><description>A dieci anni dall&amp;amp;rsquo;Accordo di Parigi, i progressi sono stati sostanziali ma insufficienti. Un&amp;amp;rsquo;analisi quantitativa dei gap nelle politiche climatiche internazionali: finanziamenti, sussidi ai combustibili fossili e distanza tra impegni e azioni concrete.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/images/accordo-parigi-dieci-anni.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/images/accordo-parigi-dieci-anni.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>A dieci anni dall&rsquo;Accordo di Parigi, i progressi compiuti sono stati sostanziali ma rimangono insufficienti: mentre i Paesi hanno assunto impegni di Net Zero e l&rsquo;UE ha lanciato il pacchetto &ldquo;Fit for 55&rdquo;, le politiche attuali non raggiungono gli obiettivi climatici stabiliti. Giorgio Vacchiano, Raimondo Orsini e Paolo Vineis analizzano i principali gap — finanziamenti climatici inadeguati, sussidi persistenti ai combustibili fossili, deficit di implementazione — e propongono cinque strategie chiave, sottolineando che è la volontà politica, e non la fattibilità tecnologica o economica, il principale ostacolo al raggiungimento degli obiettivi dell&rsquo;Accordo.</p>
<h2 id="le-emissioni-per-settore">Le emissioni per settore</h2><p>Secondo i dati IPCC, prima della crisi energetica seguita all&rsquo;invasione dell&rsquo;Ucraina nel 2022, le emissioni globali di gas serra si distribuivano così: produzione energetica al 34% (circa 20 gigatonnellate di CO₂ equivalente all&rsquo;anno), industria al 23% (14 Gt), agricoltura, silvicoltura e uso del suolo al 22% (13 Gt), trasporti al 15% (8,7 Gt) e edifici al 6% (3 Gt). La sfida della decarbonizzazione coinvolge tutti questi settori in modo simultaneo.</p>
<h2 id="il-divario-tra-obiettivi-e-realtà">Il divario tra obiettivi e realtà</h2><p>Nonostante gli impegni assunti con i contributi nazionali determinati (NDC), la traiettoria attuale non è compatibile con il mantenimento di una probabilità del 66% di restare al di sotto dei 2°C di riscaldamento a fine secolo — il minimo stabilito dall&rsquo;Accordo di Parigi. I sussidi ai combustibili fossili hanno raggiunto il record storico di 7 trilioni di dollari nel 2022. La produzione di rifiuti plastici è destinata a triplicare entro il 2060, con solo il 17% riciclato. L&rsquo;analisi dell&rsquo;Università di Bath su 35 grandi Paesi emettitori ha documentato come l&rsquo;ambizione nelle politiche climatiche sia aumentata dopo Parigi, ma gli indicatori di performance abbiano faticato a tenere il passo.</p>
<h2 id="il-divario-nei-finanziamenti-climatici">Il divario nei finanziamenti climatici</h2><p>I Paesi sviluppati si erano impegnati a mobilitare 100 miliardi di dollari all&rsquo;anno entro il 2020 per sostenere i Paesi in via di sviluppo. Secondo l&rsquo;OCSE, questa soglia è stata formalmente superata nel 2022 (115,9 miliardi), ma analisi indipendenti segnalano che buona parte di queste risorse consiste in un rebranding di aiuti già esistenti e in prestiti non agevolati, riducendo l&rsquo;impatto reale. Alla COP27 è stato istituito un fondo per le perdite e i danni. Alla COP29 è stato definito il Nuovo Obiettivo Collettivo Quantificato (NCQG): 300 miliardi di dollari all&rsquo;anno entro il 2035, espandibile fino a 1.300 miliardi con i contributi privati. Molti Paesi a basso e medio reddito continuano a ritenere queste cifre insufficienti rispetto ai bisogni e alla responsabilità storica dei grandi emettitori.</p>
<h2 id="leconomia-dellazione-climatica">L&rsquo;economia dell&rsquo;azione climatica</h2><p>La letteratura economica è chiara: i costi dell&rsquo;inazione superano largamente quelli della mitigazione. La Global Commission on Economy and Climate stima che la transizione a basse emissioni potrebbe generare 26 trilioni di dollari di benefici economici e 65 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2030. Decarbonizzare i settori più difficili da trasformare costerebbe circa lo 0,5% del PIL globale entro il 2050. Al contrario, i costi dell&rsquo;inazione potrebbero raggiungere il 10-20% del PIL globale entro la stessa data. Un&rsquo;analisi congiunta del Boston Consulting Group e dell&rsquo;Università di Cambridge indica che uno scenario a +3°C potrebbe ridurre il PIL cumulativo del 15-34%, contro un investimento di appena l'1-2% del PIL per mitigazione e adattamento.</p>
<h2 id="i-benefici-per-la-salute">I benefici per la salute</h2><p>Un elemento spesso sottovalutato nella valutazione dell&rsquo;Accordo di Parigi è l&rsquo;impatto sanitario delle politiche climatiche. L&rsquo;ondata di calore del 2003 in Europa ha causato oltre 70.000 morti in eccesso; quella del 2022 ne ha provocate più di 63.000. Un&rsquo;analisi di 854 città europee stima che, senza nuove misure di adattamento, i decessi attribuibili al clima potrebbero superare 2,3 milioni entro il 2099.</p>
<p>La Lancet Pathfinder Commission ha analizzato 196 azioni di mitigazione e ha quantificato i co-benefici per la salute: nel settore agricoltura, silvicoltura e uso del suolo si contano 103 esiti positivi; nei trasporti 43. Per ogni 100.000 abitanti, la riduzione dell&rsquo;inquinamento atmosferico genera 2.482 anni di vita aggiuntivi all&rsquo;anno, e le modifiche dietetiche 2.163. Valori che superano quelli associati all&rsquo;attività fisica regolare (164 anni) e alla prevenzione degli infortuni sul lavoro (724 anni).</p>
<h2 id="un-precedente-giuridico-internazionale">Un precedente giuridico internazionale</h2><p>Nel luglio 2025, la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un parere consultivo di portata storica: l&rsquo;inazione climatica può costituire un atto illecito sul piano internazionale, esponendo gli Stati a obblighi di riparazione e protezione delle popolazioni vulnerabili. Pur non essendo vincolante, questo pronunciamento rafforza la convergenza tra scienza, diritto e politica.</p>
<h2 id="cinque-strategie-per-colmare-il-gap">Cinque strategie per colmare il gap</h2><p>Gli autori individuano cinque aree prioritarie di intervento: stabilire gerarchie chiare tra le azioni di mitigazione più efficaci; identificare i gap tecnologici più urgenti da colmare; costruire mappe politiche con responsabilità verificabili; valutare in modo trasparente costi e benefici con impegni di finanziamento concreti; integrare sistematicamente la valutazione dei co-benefici sociali e sanitari. Il messaggio centrale è che gli strumenti esistono già: ciò che manca è la volontà politica di utilizzarli. Come ha dichiarato il Segretario Generale dell&rsquo;ONU António Guterres, «la sola cosa che ci serve per invertire le tendenze attuali è la volontà politica di usare gli strumenti che già abbiamo».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Misa 2022: un'alluvione che ha spostato anche i sassi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/misa-2022-unalluvione-spostato-sassi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/misa-2022-unalluvione-spostato-sassi/</guid><pubDate>Tue, 21 Oct 2025 10:04:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Intervistiamo Andrea Brenna sul comportamento dei sedimenti grossolani durante l&amp;amp;rsquo;alluvione del Misa del 2022. Diversamente dalla norma, in questo caso i sedimenti non fini sono entrati in sospensione, a causa di alte velocità dell&amp;amp;rsquo;acqua e della geomorfologia fluviale specifica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/misa-2022-unalluvione-spostato-sassi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/misa-2022-unalluvione-spostato-sassi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Dopo l’alluvione del fiume Misa di settembre 2022, nelle Marche, a Senigallia, vari gruppi di lavoro si sono messi a studiare i vari aspetti fisici, idraulici, geologici, ecc. Nell’ambito del partenariato Return, è stato condotto tra gli altri lo studio <em><a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/esp.70081" rel="noopener">Suspended transport of gravel in rivers: Empirical evidence from the 2022 flood in the Misa River (Eastern Apennines, Italy)</a></em> con prima firma di Andrea Brenna, del dipartimento di geoscienza dell’Università di Padova.</p>
<p>I risultati principali suggeriscono che i sedimenti che entrano in sospensione durante un’alluvione non sono solo quelli fini, ma possono essere anche quelli di più grandi dimensioni, con conseguenti danni di diversa entità lungo il corso del fiume.</p>
<p>Di seguito l’area di studio, con evidenziati i fiumi principali e la piana alluvionale.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/misa-2022-unalluvione-spostato-sassi-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/misa-2022-unalluvione-spostato-sassi-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/misa-2022-unalluvione-spostato-sassi-body-1.jpg.webp 851w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="sedimenti" width="851" height="695" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Ecco anche il grafico che mostra le tipologie di sedimento emerse lungo il corso del fiume.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/misa-2022-unalluvione-spostato-sassi-body-2.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/misa-2022-unalluvione-spostato-sassi-body-2.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/misa-2022-unalluvione-spostato-sassi-body-2.jpg.webp 812w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="sedimenti" width="812" height="496" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>La <em>longitudinal distance</em> è la distanza misurata lungo il corso del fiume, dalla sorgente verso la foce, in questo caso tra i paesi di Arcevia e Pianello d&rsquo;Ostra per 24 km. Gli &ldquo;<em>overbank deposits&rdquo;</em> sono i depositi di tracimazione, cioè i sedimenti che si depositano al di fuori del canale principale del fiume quando l&rsquo;acqua tracima dalle sponde durante le piene. I &ldquo;<em>riverbed sediments&rdquo;</em> sono i sedimenti dell&rsquo;alveo, cioè i sedimenti che costituiscono il letto del fiume, che rappresentano il materiale di fondo del fiume e hanno generalmente dimensioni leggermente maggiori rispetto ai depositi di tracimazione. Dallo studio.</p>
<p>Per capire meglio i risultati dello studio e le sue eventuali ricadute sulla gestione delle alluvioni abbiamo intervistato Andrea Brenna, a seguire.</p>
<p><strong>Perché avete pensato di indagare se i sedimenti grossolani fossero entrati in sospensione nell&rsquo;alluvione del Misa del 2022?</strong></p>
<p>In condizioni ordinarie, le ghiaie si muovono lungo i corsi d’acqua in contatto con il fondo dell’alveo attraverso un meccanismo noto come &ldquo;trasporto al fondo&rdquo;. Come gruppo di ricerca ci occupiamo di analizzare gli effetti geomorfologici prodotti sui corsi d’acqua da eventi di piena ad alta magnitudo. A seguito dell’evento estremo che ha interessato il fiume Misa nel settembre 2022, abbiamo osservato direttamente in campo una situazione del tutto peculiare.</p>
<p><strong>Di cosa si tratta?</strong></p>
<p>Alcune ghiaie, che solitamente rinveniamo esclusivamente all’interno dell’alveo, erano state depositate in posizioni inattese, cioè su superfici esterne all’alveo, topograficamente sopraelevate di alcuni metri rispetto al letto del fiume e definibili come terrazzi fluviali. In condizioni di trasporto al fondo, è difficile che sedimenti così grossolani possano raggiungere superfici tanto elevate, le quali vengono normalmente interessate soltanto dall’accumulo di sedimenti fini trasportati in sospensione e depositati durante le esondazioni.</p>
<p><strong>Come avete spiegato il fenomeno?</strong></p>
<p>Per spiegare questa anomalia, abbiamo ipotizzato che, durante l’evento alluvionale, il trasporto in sospensione possa aver coinvolto anche una parte delle ghiaie fluviali, consentendone così il deposito sui terrazzi durante la fase di esondazione. La domanda di ricerca a cui abbiamo cercato di rispondere è quindi nata direttamente sul terreno, osservando delle evidenze di campo che difficilmente riuscivamo ad interpretare sulla base dei classici meccanismi di trasporto del sedimento.</p>
<p><strong>Chiaro, e come avete inserito i vostri risultati nel contesto della letteratura esistente sull&rsquo;argomento?</strong></p>
<p>Le teorie idrauliche classiche, che abbiamo utilizzato per verificare la nostra ipotesi, non escludono la possibilità che le ghiaie possano essere trasportate in sospensione da un flusso d’acqua sufficientemente energetico. Tuttavia, le condizioni necessarie a generare tale modalità di trasporto risultano relativamente rare, e la ghiaia viene comunemente considerata un materiale che, nei contesti fluviali, si muove come trasporto al fondo. Di conseguenza, nella maggior parte degli studi dedicati ai processi geomorfologici indotti dagli eventi di piena, il trasporto in sospensione delle ghiaie non è stato preso in considerazione. La nostra ricerca e i relativi risultati ottenuti in termini di meccanismi di trasporto rappresentano quindi delle novità nell’ambito della geomorfologia fluviale.</p>
<p><strong>Questo che conseguenze può avere?</strong></p>
<p>Alla luce delle evidenze di terreno raccolte nel caso studio del Fiume Misa, riteniamo che alcuni depositi grossolani descritti in precedenti ricerche su alti corsi d’acqua colpiti da eventi alluvionali estremi, come nel caso della Tempesta Irene del 2011 che interessò ampie aree del Centro e Nord America, possano essere reinterpretati come il risultato di dinamiche e processi simili a quelli indagati nel nostro studio.</p>
<p><strong>Da cosa dipende l&rsquo;entrata in sospensione di materiale grossolano?</strong></p>
<p>Perché si inneschi il trasporto in sospensione delle ghiaie è necessario che si verifichi un flusso estremamente veloce ed energetico, associato a tiranti idrici, ossia profondità dell’acqua, molto elevati. Una tale condizione presuppone una piena di grande intensità, generata da piogge abbondanti che si verificano in tempi brevi, ovvero fenomeni idrometeorologici sempre più diffusi nell’attuale contesto climatico. Tuttavia, questo fattore da solo non è sufficiente. In genere, infatti, un corso d’acqua soggetto ad una piena estrema tende ad allargare il proprio alveo per favorire il deflusso dell’acqua, riducendone così le profondità. Perché si verifichino condizioni idrauliche idonee al trasporto in sospensione delle ghiaie, sono necessarie altre condizioni geomorfologiche al contorno che limitino l’allargamento dell’alveo.</p>
<p><strong>Quali?</strong></p>
<p>Tali condizioni sono rappresentate da sponde poco erodibili costituite, per esempio, da materiali coesivi o da roccia, e da alvei incisi nella pianura circostante, delimitati da sponde alte e subverticali. Il caso del fiume Misa presentava proprio la combinazione di tutti questi fattori predisponenti e innescanti per il trasporto in sospensione della ghiaia.</p>
<p><strong>Perché è importante conoscere questi aspetti per future alluvioni?</strong></p>
<p>La pericolosità alluvionale e il relativo rischio nelle aree di pianura vengono generalmente valutati in termini di potenziale allagabilità. Tuttavia, il trasporto di materiale grossolano in tali contesti rappresenta un processo distinto, governato da dinamiche proprie e potenzialmente in grado di generare danni a persone, infrastrutture e servizi. Una conoscenza più approfondita del sistema fluviale e delle condizioni morfologiche e idrauliche che possono favorire l’attivazione di questi fenomeni, non estremamente comuni nel passato ma la cui frequenza potrebbe essere in aumento per gli effetti del cambiamento climatico, è quindi fondamentale per migliorare la nostra capacità di valutare la pericolosità e il rischio alluvionale in modo più completo.</p>
<p><strong>Che altri approfondimenti servirebbe fare?</strong></p>
<p>Trattandosi di un primo studio dedicato a questo tema, sarà necessario estendere la ricerca ad altri casi studio per confermare e affinare i criteri e le condizioni che determinano l’innesco di tali processi di trasporto. Per rendere i risultati estendibili ad altri contesti, anche in un’ottica di pianificazione e quindi di prevenzione del rischio e non solo di ricostruzione di processi avvenuti nel passato, è fondamentale affrontare le attuali limitazioni della modellazione idraulica.</p>
<p><strong>Come si può migliorare?</strong></p>
<p>Tale modellazione potrà essere migliorata, per esempio, integrando in modo più completo la complessa topografia degli alvei fluviali e delle pianure alluvionali circostanti, che, se osservate con il necessario dettaglio, si rivelano tutt’altro che elementi del paesaggio perfettamente pianeggianti. Infine sarà fondamentale approfondire lo studio delle caratteristiche delle sponde fluviali e come la relativa composizione e geometria siano in grado di controllare le risposte morfologiche degli alvei.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/misa-2022-unalluvione-spostato-sassi-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/misa-2022-unalluvione-spostato-sassi-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/misa-2022-unalluvione-spostato-sassi-body-3.png.webp 843w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="sedimenti" width="843" height="666" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>La foce del Misa in (a) condizioni normali (11 settembre 2022) e (b) durante l’alluvione (16 settembre 2022) dove è visibile una grande colonna di sedimenti fluviali scaricata nel Mare Adriatico, insieme a tracce di deposito di sedimenti (in marrone chiaro, lungo il corso del fiume) lasciate dall’acqua tracimata sulla pianura alluvionale. Dallo studio.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Fare chiarezza su tutte le energie in un libro di Gianluca Ruggieri</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/fare-chiarezza-tutte-energie-libro-gianluca-ruggieri/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/fare-chiarezza-tutte-energie-libro-gianluca-ruggieri/</guid><pubDate>Fri, 03 Oct 2025 08:19:00 +0100</pubDate><dc:creator>Giulia Negri</dc:creator><category>ambiente</category><description>Gianluca Ruggieri, in &amp;amp;ldquo;Le energie del mondo&amp;amp;rdquo; (Laterza, 2025), offre un’analisi chiara e documentata su fossili, nucleare e rinnovabili, smontando falsi miti e ideologie, spiegando dati e tecnologie, e mostrando costi e sfide della transizione energetica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/fare-chiarezza-tutte-energie-libro-gianluca-ruggieri-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/fare-chiarezza-tutte-energie-libro-gianluca-ruggieri-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«In Italia il dibattito pubblico sull’energia ha la brutta tendenza a divagare su temi in realtà poco rilevanti (come il nucleare) mentre perde di vista le grandi dinamiche in corso (la crescita impetuosa dell’energia rinnovabile e degli accumuli elettrici), ignora le conseguenze pratiche della dipendenza dalle fonti fossili e sopravvaluta gli impatti e i costi delle alternative».</p>
<p>Gianluca Ruggieri, nel suo <em>Le energie del mondo. Fossile, nucleare, rinnovabile: cosa dobbiamo sapere</em> (Editori Laterza, 2025), fa esattamente ciò che promette nel titolo, rispondendo a possibili dubbi o domande in materia, e scrive un’analisi lucida e documentata su uno dei temi più caldi del momento. «In un contesto in cui ognuno tira acqua al suo mulino e manipola i dati a proprio piacimento, l’accusa preferita da scagliare contro i propri interlocutori è quella di essere ideologici. Ma è possibile fare un dibattito sull’energia (e sul clima) senza essere ideologici? Chi pensa che il contrasto alla crisi climatica sia un atto necessario al benessere di tutti è più o meno ideologico di chi ritiene che la crescita economica sia un obiettivo da perseguire anche a costo di sacrificare la sopravvivenza della civiltà umana per come la conosciamo? La nostra visione del mondo e di ciò che contiene, ovvero la nostra ideologia, influenzerà sempre e comunque l’interpretazione che diamo della realtà e le scelte che decidiamo di compiere — e per fortuna è così. Il punto è poterci ancorare a qualche certezza di fondo, così da diventare indipendenti, quantomeno nelle nostre opinioni», scrive Ruggieri.</p>
<p>Si fa presto, infatti, a parlare di energia: all’inizio impariamo subito a comprendere e distinguere concetti molto diversi, come energia e potenza, energia elettrica ed “energia e basta”, o termica, se si vuole essere precisi, energia primaria, energia finale ed energia utile. Bisogna aver ben chiaro di quale stiamo parlando, per confrontare eventuali dati in maniera corretta e sensata.</p>
<p>Prima della rivoluzione industriale, circa il 70% dell’energia meccanica veniva fornito dalla forza muscolare umana, il 30% da quella animale: l’avvento del fossile ha permesso lo sviluppo e la diffusione di macchinari moderni. «Alla fine del XX secolo ogni persona sul pianeta aveva a disposizione (in media) l’equivalente dell’energia prodotta da 20 schiavi che lavorassero a suo servizio al massimo dell’intensità, 24 ore su 24, 365 giorni l’anno», scrive ancora Ruggieri. È il caso di dire, perciò, che il fossile “ha fatto anche cose buone”. Non possiamo ignorarlo. Dobbiamo, però, tenere conto di quello che è il suo costo, non solo in termini di riscaldamento globale. Negli ultimi settant’anni, infatti, la storia degli approvvigionamenti energetici è legata a doppio filo con quella di guerre e invasioni: abbiamo pagato petrolio e gas naturale con il sangue e/o venendo a patti con regimi autoritari e antidemocratici. Ma, nonostante questo, non siamo mai “al sicuro”, come l’invasione dell’Ucraina ci ha mostrato recentemente. Poi, appunto, non si può non parlare della crisi climatica, e del costo sociale ed economico che porta con sé: milioni di morti, centinaia di milioni — se non miliardi — di persone costrette a migrare. «Per quanto possa costare la transizione ecologica, l’inazione sarebbe infinitamente più costosa. Non per il pianeta, ma per le società umane. Ogni grado di aumento della temperatura riduce il PIL mondiale del 12%».</p>
<p>Oltre ai gradi sul termometro, non bisogna scordare l’inquinamento: secondo alcuni studi, infatti, un quinto delle morti a livello globale sarebbe da imputare alla pessima qualità dell’aria. Anche l’estrazione non è priva di problemi, tutt’altro. In più, c’è il problema dello spreco: per produrre energia dalle fonti fossili bisogna passare tramite una combustione, e tutte le tecnologie termiche sono inefficienti. Ogni volta sprechiamo più di quanto riusciamo a utilizzare. Ma perdiamo energia in tutte le fasi della filiera, dall’estrazione, alla lavorazione, al trasporto, alla produzione di energia elettrica o termica. Come scrive Ruggieri, «Il 62,5% dell’energia che usiamo non serve a niente, non svolge nessun lavoro. Semplicemente la buttiamo via perché le tecnologie termiche funzionano così». Verrebbe quasi da chiedersi perché non ci si sia sganciati prima dalla schiavitù del fossile: la verità non è solo che non ci siamo impegnati abbastanza, ma anche e soprattutto che c’era chi remava contro, per tutelare i propri interessi. Ottimi i consigli di lettura per saperne di più sono di <em>Mercanti di dubbi</em>, di Naomi Oreskes ed Erik M. Conway, e <em>I bugiardi del clima</em>, di Stella Levantesi.</p>
<p>Nel nostro piccolo, abbiamo sperimentato anche direttamente quanto le tecnologie termiche siano inefficienti: ricordate le lampadine a incandescenza? Le abbiamo utilizzate per un secolo, eppure solo il 5-10% dell’elettricità consumata veniva restituito come luce. Il resto scaldava solo l’aria. Ora impieghiamo lampadine che sono tra le 5 e le 7 volte più efficienti, e in genere durano fino a 20 volte di più. Nel caso delle tecnologie volte alla decarbonizzazione, però, il parametro dell’efficienza potrebbe essere fuorviante: se è vero che le centrali a gas e carbone raggiungono il 33-50%, i pannelli solari si attestano “solo” al 30%. La differenza, però, sta nel destino della risorsa impiegata: carbone, petrolio e gas, dopo la combustione, non ci sono più. Vento o radiazione solare, invece, non vengono consumati dall’uso, quindi ci sarebbe un miglioramento energetico anche a fronte di un’efficienza non eccelsa. Per chi sostiene che si tratti di contributi ancora marginali, suggerirei di riflettere sul fatto che siano, però, quelli in più rapida crescita. Non solo oggi, ma in generale, «a un ritmo senza precedenti nella storia del sistema elettrico globale». Ruggieri fa il confronto dei tempi impiegati dalle diverse fonti per passare da una produzione elettrica di 100TWh/annui a 1000TWh/annui (e questi ultimi sono oltre il triplo di quanta elettricità consumiamo in Italia in un anno): all’idroelettrico sono serviti 39 anni, al carbone 32, al gas 28, al nucleare e all’eolico 12. Il fotovoltaico ha impiegato 8 anni. E, cosa forse inaspettata, «la Cina da sola installa il doppio di eolico e fotovoltaico rispetto a tutti gli altri paesi sommati e ha raggiunto i suoi obiettivi per il 2030 con 6 anni di anticipo». Questa crescita così fulminea non era prevista nemmeno dall’International Energy Agency, che nel suo rapporto annuale World Energy Outlook — in cui analizza i possibili scenari futuri in ambito energetico — del 2015 ipotizzava che nel 2023 sarebbero stati installati 50TW di nuovi impianti fotovoltaici nel mondo. Il dato reale superava i 600TW…</p>
<p>Impariamo a conoscere le tecnologie di cattura, utilizzo e stoccaggio del carbonio, e del perché non siano tanto una soluzione, quanto più uno stratagemma, di cosa sia e come funzioni il mercato delle emissioni, tra limiti e successi, e della possibilità di introdurre una vera e propria tassa sulle emissioni. Importante anche limitare, sì, la nostra impronta individuale, ma senza perdere il focus su dove sia davvero la responsabilità — non è un caso che il primo calcolatore dell’impronta di carbonio sia stato sviluppato dalla ex British Petroleum, in una mirabile azione di greenshifting. Scopriamo tutti i colori dell’idrogeno, che dipendono da come viene prodotto, cosa sono i biocombustibili e quali sono le loro criticità, che spostarsi in un’auto a motore termico è, in fin dei conti, come farlo su una stufa (a ruote), utilizzando molta più energia del necessario, per poi analizzare nel dettaglio tutte le fonti rinnovabili.</p>
<p>Ne <em>Le energie del mondo</em> non può mancare la parte sul nucleare, sul quale giustamente Ruggieri scrive come sia complicato farsi un’idea oggettiva, pur non essendo una tecnologia nuova. Però, «I dati affidabili scarseggiano e la loro lettura appare influenzata da pregiudizi e premesse più o meno inconsapevoli». Con pochi esempi, spesso datati, con costi difficilmente confrontabili, informazioni non sempre di dominio pubblico — cosa che accade quando i programmi di sviluppo afferiscono all’ambito militare e non a quello energetico — e numerosi problemi di conflitti di interesse da parte di chi effettua le stime, non è banale tirare le somme, ma l’autore lo fa nel modo più razionale possibile.</p>
<p>Il libro è corredato da grafici, dati, interviste, approfondimenti, una nutrita bibliografia: la veste grafica è impressionante, in quello che credo sia l’unico saggio interamente a colori che ricordo di aver letto in tempi recenti, con i concetti più importanti già messi in evidenza, in arancione. Non è una lettura d’evasione, ma è un libro dietro al quale non è possibile non riconoscere il lavoro impressionante, e che permette a chiunque abbia interesse sul tema di comprendere tutte le sfaccettature di un argomento tanto attuale e impattante sulle nostre vite e sul nostro futuro.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La rivoluzione gentile di Jane Goodall</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/rivoluzione-gentile-jane-goodall/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/rivoluzione-gentile-jane-goodall/</guid><pubDate>Thu, 02 Oct 2025 16:50:00 +0100</pubDate><dc:creator>Elisabetta Palagi</dc:creator><category>animali</category><description>Ha trasformato per sempre il nostro sguardo sulle altre specie, e di conseguenza sulla nostra. Le sue osservazioni hanno incrinato barriere millenarie, rivelando negli scimpanzé cultura, emozioni e legami sociali complessi. E oltre a quello della scienziata rivoluzionaria, rimane il ricordo di una donna capace di unire rigore e empatia, di ispirare generazioni di ricercatrici e di portare nel cuore di milioni di persone un messaggio di responsabilità. L&amp;amp;rsquo;etologa Elisabetta Palagi ricorda Jane Goodall, scomparsa ieri.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/rivoluzione-gentile-jane-goodall-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/rivoluzione-gentile-jane-goodall-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ho avuto il piacere di incontrare Jane Goodall in diverse occasioni, durante congressi scientifici internazionali e anche durante incontri meno formali. Ogni volta, emergeva con forza la sua capacità di trasmettere un coinvolgimento profondo, non solo pratico ma anche emotivo, verso tutto ciò che lega l’essere umano al mondo naturale. Nei suoi occhi e nel suo modo di raccontare il lavoro sul campo si percepiva una convinzione incrollabile: noi non siamo entità separate dalla natura, ma parte integrante di un continuum che ci unisce agli altri viventi.</p>
<p>Jane è oggi un punto di riferimento imprescindibile per chiunque si occupi di etologia e, in particolare, di primatologia. Le sue osservazioni hanno aperto nuove strade a interi filoni di ricerca, costringendo la comunità scientifica a rivedere vecchi dogmi e a riformulare molte delle certezze che separavano l’uomo dagli altri animali. Le scoperte maturate a Gombe, sito di studio in Tanzania dove ha lavorato per quasi tutta la vita, hanno infatti contribuito a rafforzare una visione gradualista dell’evoluzione, mostrando come tratti comportamentali complessi che un tempo si credevano esclusivi della nostra specie trovino invece radici profonde anche in altre linee della storia naturale.</p>
<p>Tra i suoi contributi più dirompenti c’è certamente l’osservazione dell’uso di strumenti da parte degli scimpanzé. Era il 1960 quando, armata soltanto di un binocolo, un taccuino e di una pazienza infinita (dote necessaria per un etologo), Jane vide con i propri occhi un maschio di nome David Greybeard inserire un ramoscello in un termitaio per catturare insetti. Non si trattava soltanto di un gesto pratico: implicava la capacità di immaginare un oggetto come estensione del proprio corpo, di modificarlo per un fine specifico e di trasmetterne l’uso ad altri individui. Con questa singola osservazione cadde uno dei muri più solidi che l’uomo aveva eretto a propria difesa identitaria: non eravamo più gli unici “fabbricatori di strumenti”. Ma non era finita qui. Goodall dimostrò che diverse comunità di scimpanzé sviluppano tradizioni proprie, modi distinti di usare oggetti e di interagire con l’ambiente. Era l’evidenza di una vera e propria cultura animale, un concetto che fino ad allora si riteneva patrimonio esclusivo della nostra specie.</p>
<p>Le sue ricerche portarono poi alla luce un mondo sociale di sorprendente complessità. Gli scimpanzé non erano più descrivibili come creature semplici, guidate unicamente da istinti primordiali, ma come individui capaci di stringere alleanze, costruire gerarchie, manifestare cooperazione e al tempo stesso esercitare violenza organizzata. La cosiddetta “Guerra dei quattro anni degli scimpanzé di Gombe”, un conflitto tra gruppi rivali documentato tra il 1974 e il 1978, rivelò la capacità di pianificare attacchi, difendere territori e mantenere strategie a lungo termine. Parallelamente, Goodall scoprì che gli scimpanzé non erano nemmeno strettamente vegetariani: potevano coordinarsi in battute di caccia per abbattere piccoli mammiferi o altri primati, come i colobi rossi, condividendo la preda con regole di scambio e reciprocità.</p>
<p>Ma se la violenza e la competizione colpirono l’immaginario collettivo, non meno sconvolgenti furono le prove del fatto che questi incredibili animali provano emozioni. Jane documentò madri in lutto che vegliavano i cadaveri dei loro piccoli, adulti che confortavano un compagno ferito, femmine che si prendevano cura di cuccioli non loro. Si trattava di comportamenti che rivelavano un mondo emotivo articolato, ricco di sfumature che difficilmente potevano essere liquidate come semplici riflessi istintivi.</p>
<p>Uno degli aspetti che più distingue l’approccio di Goodall è stata la sua scelta coraggiosa di rompere con i canoni del metodo scientifico dell’epoca. Negli anni Sessanta, gli animali dovevano essere osservati come “unità numeriche”, senza attribuire loro nomi o tratti distintivi. Jane, invece, decise di dare identità e personalità ai suoi scimpanzé: David Greybeard, la dolce Flo, la curiosa Fifi… Non era un vezzo sentimentale, ma il riconoscimento che ogni individuo possiede temperamenti e inclinazioni propri, elementi che condizionano la vita sociale del gruppo e che non possono essere ignorati se si vogliono comprendere davvero le dinamiche collettive.</p>
<p>Questa sensibilità, che univa rigore scientifico e capacità empatica, affondava le radici nella sua infanzia. Fin da bambina Jane nutrì una passione profonda per gli animali e per la natura, alimentata da letture che la spinsero a sognare l’Africa. Nel 1957 si trasferì in Kenya dove incontrò Louis Leakey, l’antropologo che ne intuì il talento e la sostenne nei primi passi verso una carriera inusuale per una giovane donna di quell’epoca. Tre anni più tardi, nel luglio del 1960, a soli ventisei anni, approdò alla riserva di Gombe, in Tanzania. Era l’inizio di un’avventura che non solo avrebbe trasformato la primatologia, ma avrebbe cambiato per sempre il nostro modo di vedere il rapporto con gli altri animali.</p>
<p>Ed è qui che emerge un altro elemento decisivo: Jane Goodall non è stata soltanto una scienziata rivoluzionaria, ma anche una pioniera nel senso più pieno del termine. In un mondo accademico dominato dagli uomini, con pochissimo spazio per le donne e quasi nessuna possibilità di immaginarsi in prima linea nella ricerca sul campo, Jane ha tracciato un sentiero nuovo. Ha dimostrato che il genere non è una barriera alla scienza e che la sensibilità femminile può diventare un valore aggiunto, una chiave di lettura capace di cogliere sfumature che un approccio puramente distaccato e “maschile” rischiava di ignorare. Con il suo esempio ha dato coraggio a intere generazioni di ricercatrici, che hanno visto in lei la prova vivente che si può essere al tempo stesso scienziate, donne e protagoniste di un cambiamento culturale.</p>
<p>Le scoperte rivoluzionarie di Gombe si intrecciarono presto con una visione più ampia, che andava oltre la pura osservazione. Nel 1977 Jane fondò il Jane Goodall Institute, un’organizzazione che da allora sostiene la conservazione degli scimpanzé e dei loro habitat, promuovendo al tempo stesso l’educazione ambientale. Nel 1991 diede vita al programma Roots &amp; Shoots, che coinvolge milioni di giovani in tutto il mondo in progetti concreti a favore dell’ambiente, degli animali e delle comunità umane.</p>
<p>La sua missione non si è mai limitata a salvare gli scimpanzé: Goodall ha compreso presto che senza il coinvolgimento diretto delle popolazioni locali nessun progetto di conservazione poteva avere successo. Per questo ha promosso iniziative volte a garantire un uso sostenibile delle risorse naturali, a migliorare le condizioni socio-economiche e a ridurre il conflitto tra le esigenze umane e la tutela dell’ambiente.</p>
<p>Dopo decenni di ricerca e di impegno, Jane Goodall ha continuato a viaggiare, a parlare ai giovani, a portare in ogni angolo del pianeta un messaggio di responsabilità e speranza. Il suo invito era semplice ma rivoluzionario: costruire un rapporto più armonico con la natura, riconoscendo che la nostra sopravvivenza è indissolubilmente legata a quella delle altre specie e degli ecosistemi di cui facciamo parte. È un messaggio di pace, di riconciliazione, di umiltà: esattamente ciò di cui abbiamo bisogno in questo periodo storico, in cui sembra sempre più difficile distinguere ciò che è profondamente giusto da ciò che è confusamente sbagliato.</p>
<p>Per tutto questo, e per averci insegnato a guardare gli scimpanzé, e noi stessi, con occhi nuovi, non possiamo che dire: grazie, Jane.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Europa in cenere: (un'altra) estate di incendi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/europa-cenere-unaltra-estate-incendi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/europa-cenere-unaltra-estate-incendi/</guid><pubDate>Wed, 24 Sep 2025 08:18:00 +0100</pubDate><dc:creator>Alessandra Romano</dc:creator><category>ambiente</category><description>Le previsioni dell’Indice Meteorologico degli Incendi (FWI) elaborate dall’European Forest Fire Information System (EFFIS) segnalano un attenuamento del.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/europa-cenere-unaltra-estate-incendi-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/europa-cenere-unaltra-estate-incendi-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le previsioni dell’Indice Meteorologico degli Incendi (FWI) elaborate dall’European Forest Fire Information System (EFFIS) segnalano un attenuamento del rischio di eventi estremi nelle prossime settimane, con valori in calo anche nelle aree dell’Europa occidentale e orientale più colpite. Ma la tregua arriva su un continente già devastato: nell’ultimo mese in Europa è andato in fumo <a href="https://joint-research-centre.ec.europa.eu/projects-and-activities/natural-and-man-made-hazards/fires/current-wildfire-situation-europe_en" rel="noopener">quasi un milione di ettari</a> (ha), emettendo quasi 40 milioni di tonnellate di CO2: l’equivalente delle emissioni annuali del Portogallo o della Svezia. Numeri impressionanti se confrontati con la media degli ultimi 19 anni (2006-2024), pari a 292.936 ha bruciati nello stesso periodo. Solo nel nostro Paese <a href="https://www.legambiente.it/rapporti-e-osservatori/rapporti-in-evidenza/report-incendi-italia-in-fumo/" rel="noopener">sono già andati distrutti 56.263 ha</a>, superando i 51.424 dell’intero 2024.</p>
<p>Oltre ai danni ambientali, questi fenomeni hanno conseguenze dirette sulla salute pubblica, con un aggravio di malattie respiratorie e cardiache. Uno <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2824%2902251-7/abstract" rel="noopener">studio</a> della Monash University (Melbourne, Australia), uscito su <em>Lancet</em> a dicembre 2024, ha rilevato che tra il 2000 e il 2019 solo in Europa il fumo degli incendi boschivi ha provocato 111.000 morti all’anno, Russia inclusa. Dando uno sguardo al Global Burden Disease, gli <a href="https://vizhub.healthdata.org/gbd-compare/" rel="noopener">ultimi dati</a>, riferiti al 2021, mostrano che l’inquinamento da particolato (PM) ha causato decessi per cardiopatia ischemica (13,25%), ictus (10,68%), broncopneumopatia cronica ostruttiva (5%), infezioni delle basse vie respiratorie (3,22%), patologie neonatali (2,7%), tumore di trachea, bronchi e polmoni (2,97%) e diabete mellito (2,44%).</p>
<p><img src="files/Incendi1.png" alt="" loading="lazy" decoding="async">
<img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/europa-cenere-unaltra-estate-incendi-body-1.png.webp" alt="" width="565" height="430" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Mappa globale interattiva delle concentrazioni di PM2.5 del 2024 per città.<br>
Fonte: IQAir.</p>
<h2 id="incendi-di-interfaccia-il-nuovo-fronte-caldo">Incendi di interfaccia: il nuovo fronte caldo</h2><p>In Europa gli incendi forestali, tra gli ecosistemi più vulnerabili, sono riconducibili al 4% circa per cause naturali – in Italia per l’1% – e al 96% per cause antropiche (eventi accidentali e dolosi). Da diverso tempo si sottolinea anche il ruolo del riscaldamento globale, che impatta sulla temperatura, sui modelli di vento e di precipitazioni, rendendo qualunque copertura vegetale più suscettibile al fenomeno. Inoltre, in molte nazioni dell’Europa meridionale è diffuso il clima mediterraneo, con conseguente prevalenza di vegetazione mediterranea e specie arboree di sempreverdi, quelle più suscettibili agli effetti degli incendi.</p>
<p>Negli ultimi anni, come si legge nell’ultimo rapporto dell’ISPRA <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/istituto-informa/comunicati-stampa/anno-2025/ispra-fa-i-conti-degli-incendi-boschivi-nel-2024-l-italia-brucia-meno-rispetto-ai-5-anni-precedenti" rel="noopener"><em>Ecosistemi e incendi boschivi in Italia</em></a>, il fenomeno ha interessato soprattutto le zone di confine tra i sistemi rurali (e/o boschivi) e quelli antropizzati: sono i cosiddetti incendi di interfaccia, che dal 2016 al 2018 hanno colpito Spagna, Francia e, in particolare, Portogallo e Grecia, dove sono state registrate oltre 100 vittime. Nel 2021 in Sardegna interi comuni sono stati devastati, mentre nel 2022 un vasto incendio alle porte di Trieste ha isolato per ore la città. E nel 2024, secondo l’ISPRA, circa 646 ha nel comune di Roma sono stati percorsi da grandi incendi boschivi (superiori a 1ha) in un centinaio di eventi. I <a href="https://forest-fire.emergency.copernicus.eu/apps/effis.statistics/estimates?utm_source=chatgpt.com" rel="noopener">dati più recenti dell’EFFIS</a> mostrano il Portogallo tra i paesi più colpiti, con una percentuale quasi tripla di eventi nel 2025 rispetto alla media storica. Segue la Romania, con quasi il 3% del territorio bruciato rispetto a una media quasi nulla negli anni passati. Cipro, invece, ha superato di quasi otto volte la sua media storica.</p>
<h2 id="aria-sempre-più-irrespirabile">Aria sempre più irrespirabile</h2><p>Il comunicato stampa relativo alla pubblicazione dell’Air Quality Life Index (AQLI) del 2022 dell’Energy Policy Institute (Università di Chicago) sottolineava che:</p>
<blockquote>
<p>L&rsquo;inquinamento atmosferico da particolato riduce di 2,2 anni l&rsquo;aspettativa di vita media globale, ovvero 17 miliardi di anni di vita complessivi, in confronto a un mondo che rispetterebbe le linee guida dell&rsquo;OMS (PM 2.5 inferiore ai 5 µg/m³). Un impatto paragonabile a quello del fumo, più di tre volte maggiore di quello dell’alcol e dell&rsquo;acqua non potabile, sei volte superiore a quello dell&rsquo;HIV/AIDS e quasi 90 volte a quello dei conflitti e del terrorismo.</p></blockquote>
<p>A oggi, la situazione non sembra migliorata: l&rsquo;Organizzazione mondiale della sanità ha aggiornato il livello di esposizione all’inquinamento da particolato dal 97 al 99% e i <a href="https://aqli.epic.uchicago.edu/report/annual-update-2025" rel="noopener">nuovi dati AQLI</a> rivelano che nel 2023 le concentrazioni globali di PM 2.5 superavano dell’1,5% quelle del 2022, pari a quasi 5 volte oltre il limite di 5 µg/m³ indicato dalla WHO. Negli Stati Uniti e in Canada gli incendi hanno spinto le concentrazioni a livelli mai registrati prima.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/europa-cenere-unaltra-estate-incendi-body-2.png.webp" alt="" width="580" height="225" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Anni di vita persi in relazione alle principali minacce.<br>
Fonte: AQLI, 2023</p>
<p>Il <a href="https://www.eionet.europa.eu/etcs/etc-he/products/etc-he-products/etc-he-reports/etc-he-report-2025-1-status-report-of-air-quality-in-europe-for-year-2024-using-validated-and-up-to-date-data" rel="noopener">Rapporto 2024 sullo stato della qualità dell’aria</a> indica superamenti degli standard UE nel 7% delle stazioni per PM10 e nel 13% per O₃. I limiti di qualità dell&rsquo;aria (AQG) fissati dall’OMS, molto più stringenti, sono stati superati in oltre il 90% dei casi per PM2.5 e O3, nel 59% per PM10. Ma a registrare i valori più alti in assoluto è stato proprio in nostro Paese, pari a 217 µg/m³ per PM10 e 166 μg/m³ per O₃.</p>
<h2 id="polveri-sottili-e-decessi-prematuri">Polveri sottili e decessi prematuri</h2><p>Secondo i ricercatori della Monash University, l’inquinamento atmosferico causato dagli incendi boschivi provoca ogni anno nel mondo 1,53 milioni di decessi per tutte le cause (l’Africa subsahariana è in testa, con quasi il 40% dell’impatto globale), 0,45 milioni di decessi cardiovascolari (soprattutto nel Sud-est asiatico, in Asia orientale e in Europa orientale) e 0,22 milioni respiratori.</p>
<p>Oltre a colpire i nostri polmoni, l’inquinamento atmosferico ha un impatto devastante sul cuore, sul cervello, sulla pelle. Ci può predisporre a diverse forme di cancro, può ridurre la possibilità di condurre una gravidanza tanto da essere associato – insieme a quello domestico – a <a href="https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/ambient-%28outdoor%29-air-quality-and-health" rel="noopener">6,7 milioni di morti premature</a> ogni anno. L’inquinamento è il secondo fattore di rischio globale per la mortalità a tutte le età e tra i bambini sotto i cinque anni, dopo la malnutrizione. Questo perché sostanze come il particolato fine (PM 10) e ultrafine (PM 2.5) – identificato comunemente con l’espressione “polveri sottili” – penetrano nei polmoni, ne alterano la funzionalità, aumentando il rischio di asma, allergie e patologie come la broncopneumopatia cronica ostruttiva. Ma il PM può diffondersi anche a livello sistemico e provocare ictus, attacchi cardiaci e infiammazione sistemica. Solo nel 2021, 8,1 milioni di decessi totali sono stati attribuiti all&rsquo;inquinamento atmosferico, con il 58% dovuto al PM 2.5.</p>
<h2 id="litalia-tra-roghi-e-illegalità">L’Italia tra roghi e illegalità</h2><p>Nel 2024 ben <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/istituto-informa/comunicati-stampa/anno-2025/ispra-fa-i-conti-degli-incendi-boschivi-nel-2024-l-italia-brucia-meno-rispetto-ai-5-anni-precedenti" rel="noopener">16 regioni italiane su 20</a> – tranne Valle d’Aosta, Lombardia, Trentino-Alto Adige e Veneto – sono state colpite da grandi incendi boschivi. Sono stati coinvolti 50.802 ettari di superficie forestale, circa la metà rispetto al 2023, ma con un maggior numero di roghi: 1.515 episodi (rispetto ai 1.365 del 2023), 4,5 al giorno in media, che salgono a oltre 16 nei soli mesi estivi. Il 31% ha interessato aree protette (circa 15105 ha), appartenenti principalmente a <a href="https://www.mase.gov.it/portale/rete-natura-2000" rel="noopener">Rete Natura 2000</a>, il principale strumento europeo per la tutela della biodiversità. In base <a href="https://www.legambiente.it/rapporti-e-osservatori/rapporti-in-evidenza/report-incendi-italia-in-fumo/" rel="noopener"><em>Rapporto Ecomafie 2025</em></a> di Legambiente, più del 71% delle aree bruciate si trova al Sud, in particolare Sicilia (2.588 ha), Calabria (2.494 ha) e Sardegna (1.734 ha). Nella provincia di Reggio Calabria le fiamme hanno distrutto oltre 10 km², pari al 51% delle superficie regionale bruciata e al 10% di quella nazionale. Sul fronte degli illeciti, nel 2024 sono stati registrati 3.239 reati legati agli incendi (-12,2% rispetto al 2023), con 469 denunce e solo 12 arresti. Tuttavia, sono aumentati i controlli (41.144 contro 39.319) e i sequestri sono passati da 69 a 103. Quasi la metà dei reati è avvenuta in Calabria (455), Puglia (404), Campania (391) e Sicilia (351). I procedimenti giudiziari restano però scarsi: una denuncia ogni 6 incendi in Lazio, in Sicilia perfino ogni 32. Gli illeciti amministrativi, concentrati soprattutto in Puglia, hanno mostrato esiti più positivi, con 2.700 infrazioni accertate e 2.789 sanzioni, per un valore di 1.619.968 di euro (circa il 20% in meno rispetto al 2023). </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/europa-cenere-unaltra-estate-incendi-body-3.png.webp" alt="" width="519" height="653" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>La mappa mostra la superficie percorsa dal fuoco (in ettari) per regione. Le aree più colpite (&gt;100mila ha) si concentrano nel Sud e nelle isole maggiori: Calabria, Sicilia e Sardegna, mentre regioni del Sud e del Centro si collocano su valori intermedi. Il Nord, al contrario, registra estensioni molto più contenute. <br>
Fonte: ISPRA 2024</p>
<p>Quest’anno la situazione non è migliorata, anzi. I primi dati EFFIS segnalano che nel 2025, con 77.519 ha bruciati, l’Italia ha superato la media storica di circa 35.000–40.000 ha/anno, sebbene non ai livelli record di 2007, 2017 e 2021 (pari, insieme, a quasi 150mila ha bruciati). Dal 1° gennaio al 18 luglio 2025 653 incendi hanno fatto piazza pulita di 30.988 ha di territorio, un terzo dei quali comprendeva aree Natura 2000 (dati Legamente). Nel mirino, ancora una volta, Sicilia (16.938 ha), Calabria (3.633 ha) e Puglia (3.622 ha). La Sicilia è stata teatro di 6 degli 8 eventi incendiari più gravi (sopra i 500 ha).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/europa-cenere-unaltra-estate-incendi-body-4.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/europa-cenere-unaltra-estate-incendi-body-4.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/europa-cenere-unaltra-estate-incendi-body-4.png.webp 770w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="770" height="275" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Statistiche annuali degli incendi in Italia. Le barre rosse indicano la superficie bruciata (in ha), la linea blu il numero di incendi ≥ 30 ha. Si osservano picchi eccezionali nel 2007, 2017 e 2021, con quasi 150mila ha bruciati. Negli anni più recenti il numero di incendi resta elevato (400-600 l’anno), ma la superficie media bruciata per evento tende a ridursi. Il 2025 si colloca sopra la media storica, con circa 75 mila ha andati in fumo.<br>
Fonte: EFFIS</p>
<h2 id="non-è-solo-colpa-dei-piromani">Non è solo colpa dei piromani</h2><p>La crisi climatica è un driver potentissimo in questo senso, perché provoca anomalie nei modelli di vento e delle precipitazioni, modifica i tempi di scioglimento della neve e i regimi di siccità, aumentando l’evapotraspirazione che favorisce l’infiammabilità della biomassa. Infatti, i recenti megaincendi in California, Australia e Portogallo sono stati preceduti da significativi periodi di siccità. Una <a href="https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12004100/?utm_source=chatgpt.com" rel="noopener">review</a> pubblicata ad aprile su <em>Philosophical transactions Series B, Biological sciences</em> della Royal Society ha esaminato i cambiamenti del regime degli incendi (FRC) attraverso l’analisi di oltre 250 articoli, evidenziando un allungamento delle stagioni degli incendi (dall’inizio della primavera e successivamente in autunno) anche in Europa.</p>
<p>Cambiamenti climatici e attività umane (deforestazione ed espansione agricola) hanno ridotto l’umidità, aumentato la velocità del vento e la radiazione solare al suolo nella foresta pluviale tropicale, specie in Africa centrale e in Amazzonia. Nelle foreste boreali meno neve e più fulmini (responsabili del 77% delle aree bruciate extratropicali) prefigurano un aumento dell’11−31% dei fulmini per grado di riscaldamento, soprattutto nell’Artico e alle medie latitudini settentrionali.</p>
<p>Gli incendi stanno anche determinando anche erosione del suolo, frammentazione e, nei casi peggiori, collasso di habitat. Le anomalie nei modelli di precipitazioni stanno aumentando l’infiammabilità della vegetazione nelle foreste semi-umide subtropicali asiatiche e la frequenza degli incendi nei periodi di siccità nelle savane tropicali semiaride. Infine, anche le anomalie della temperatura superficiale del mare (SST) guidate dalle oscillazioni climatiche, come El Niño-Southern (ENSO) e le oscillazioni dell’Atlantico (Atlantic Multi-decadal Oscillation o AMO) e del Pacifico (Pacific Decadal Oscillation PDO), influenzano in modo significativo il regime degli incendi.</p>
<h2 id="strategie">Strategie</h2><p>Di fronte a incendi sempre più frequenti e intensi è urgente un approccio integrato che combini monitoraggio ambientale, gestione del rischio e pianificazione territoriale. La tecnologia sta diventando un alleato decisivo consentendo di mappare, con il telerilevamento, i perimetri delle aree bruciate in tempi rapidi e valutare la gravità del fuoco e la capacità di recupero della vegetazione. Su questo fronte l’Università Federico II di Napoli ha sviluppato il Metodo delle Evidenze Geometriche (MEG), un algoritmo in grado di ricostruire con grande precisione i perimetri e i focolai di incendio. A Castel Volturno, invece, la Scuola Forestale dei Carabinieri utilizza il Forest Fire Area Simulator (FFAS): una sala immersiva in realtà virtuale che riproduce scenari 3D di incendi boschivi con variabili meteorologiche e operative, sviluppata insieme alla Federico II, usata per formare e addestrare il personale.</p>
<p>Il Forest Fire Area Simulator (FFAS), sviluppato dall’Università Federico II di Napoli con l’Arma dei Carabinieri, consente di ricreare in realtà virtuale scenari complessi di incendi boschivi per la formazione degli operatori (Credits: SIT – Servizi di Informazione Territoriale).</p>

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  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/iQv0H19MFmk" data-titolo="Video: Forest Fire Area Simulator (FFAS). Il primo simulatore per contrastare le emergenze ambientali" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">Forest Fire Area Simulator (FFAS). Il primo simulatore per contrastare le emergenze ambientali</p>
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</div>
</figure>

<p>La prevenzione potrebbe passare attraverso la coltivazione di specie mediterranee che hanno sviluppato strategie di resilienza al fuoco. Per esempio, in uno <a href="https://www.mdpi.com/2223-7747/14/5/730" rel="noopener">studio</a> recente l’Università di Cagliari e l’ENEA hanno scoperto che la corteccia spessa della quercia da sughero (<em>Quercus suber L.</em>) funge da barriera termica e favorisce il rigermogliamento epicormico – la produzione di nuovi germogli direttamente dal tronco e dai rami grazie alla presenza di gemme (l’organo da cui si originano fiori, foglie, rami) dormienti attivate in risposta a stress o danni – soprattutto dopo incendi molto intensi. La ricerca, pubblicata a febbraio su <em>Plants</em>, ha rilevato che la presenza di alberi a mortalità ritardata come, appunto, <em>Q. suber L.</em> e <em>Quercus ilex</em>, gioca un ruolo significativo ai bordi dell’incendio nelle zone a bassa gravità, caratterizzate da una maggiore densità di alberi sopravvissuti (può arrivare fino al 21% e, nelle aree con minore gravità dell’incendio, fino al 25% per <em>Q. ilex</em> e al 14% per <em>Q. suber</em>). Paradossalmente, questo aumenta anche la competizione tra le piante per acqua e nutrienti, portando nel tempo al declino di quelle più stressate. Infatti, in queste zone la copertura media di alberi vivi scende comunque al 39% (contro il 94% delle aree non toccate dalle fiamme e il 69% dei bordi), meno del 5% rimane completamente incombusto. Anche lo strato arbustivo mostra dinamiche complesse: l’erica (<em>Erica arborea</em>), spesso associata al leccio, favorisce la rigenerazione; il citiso villoso (<em>Cytisus villosus</em>) prolifera nelle aree a maggiore intensità di fuoco; mentre la felce aquilina (<em>Pteridium aquilinum</em>) colonizza rapidamente le zone bruciate nei boschi di sughera, favorita dai suoi lunghi rizomi sotterranei resistenti al calore e dalla dormienza stagionale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il cambiamento climatico aumenterà la variabilità delle rese agricole</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cambiamento-climatico-aumentera-variabilita-rese-agricole/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cambiamento-climatico-aumentera-variabilita-rese-agricole/</guid><pubDate>Mon, 22 Sep 2025 07:58:00 +0100</pubDate><dc:creator>Antonio Scalari</dc:creator><category>ambiente</category><description>Il cambiamento climatico non minaccia solo la quantità dei raccolti, ma anche la loro stabilità. Uno studio mostra che con l’aumento delle temperature le rese di mais, soia e sorgo diventeranno più variabili, esponendo l’agricoltura globale – e soprattutto nei paesi più poveri – a rischi crescenti di crisi e fluttuazioni sempre più imprevedibili.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/cambiamento-climatico-aumentera-variabilita-rese-agricole-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/cambiamento-climatico-aumentera-variabilita-rese-agricole-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il riscaldamento globale causato dai combustibili fossili aumenterà la variabilità delle rese di mais, soia e sorgo in tutti i continenti, secondo uno <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.ady3575" rel="noopener">studio</a> pubblicato su <em>Science Advances</em>. Il gruppo di ricerca è il primo a quantificare l’impatto del cambiamento climatico sulla fluttuazione annuale delle rese di queste colture, che sono tra le più importanti per l’agricoltura mondiale.</p>
<p>Fino a oggi la <a href="https://www.nature.com/articles/s43017-023-00491-0" rel="noopener">ricerca</a> si era preoccupata soprattutto di capire se i raccolti saranno più o meno scarsi, a seconda della colture, nei diversi scenari climatici. Questo interrogativo però abbraccia solo una parte dei problemi che l’agricoltura deve affrontare. La nostra sicurezza alimentare non poggia infatti solo sulla quantità, ma anche sulla stabilità, cioè la capacità dei sistemi agricoli di generare ogni anno più o meno gli stessi raccolti, ossia la stessa quantità di cibo, che sia destinato agli umani o agli animali da allevamento. La stabilità è dunque un valore collettivo da preservare, dall’agricoltura all’economia. Se c’è una cosa che il nuovo clima sta mettendo in crisi è proprio questa. </p>
<p>La temperatura e il contenuto d’acqua dei suoli sono due variabili ambientali che influenzano la stabilità agricola. Lo sviluppo e la maturazione delle piante coltivate raggiungono un massimo a livelli intermedi di temperatura e umidità. Troppo caldo e troppo freddo, eccesso e penuria d’acqua possono ugualmente infliggere danni a un campo coltivato. Il calore estremo può rallentare la fotosintesi e ledere le strutture delle piante, in particolare quelle necessarie alla riproduzione. Uno scarso apporto d’acqua può favorire la crescita delle radici a discapito delle parti destinate all’alimentazione. Temperatura e umidità sono dunque due parametri critici in agricoltura e il riscaldamento globale sta modificando entrambi su scala planetaria. </p>
<p>La chiave di questo studio è l’interazione tra le due variabili e la sua influenza sulle rese. La variazione sincrona di temperatura e umidità innesca effetti che si amplificano e questa relazione si rafforza con l’aumento della temperatura. Il caldo disidrata più rapidamente il suolo. Il suolo asciutto favorisce un maggiore riscaldamento. Il cambiamento climatico intensifica questi processi. </p>
<p>Combinando modelli del clima e dei raccolti agricoli, il gruppo di ricerca ha calcolato che per ogni grado di aumento della temperatura globale la variabilità delle rese aumenta del 7,1% per il mais, del 19,4% per la soia e del 9,8% per il sorgo. C’è «una relazione preoccupante», scrive, tra le diminuzioni delle rese media e l’aumento delle loro fluttuazioni da un anno all’altro. I due fattori potrebbero combinarsi per innescare crolli dei raccolti causati da eventi meteorologici estremi, oggi sempre più frequenti e severi.</p>
<p>Se nell’attuale clima annate particolarmente negative si registrano una volta ogni 100 anni, in uno scenario di riscaldamento globale di 3 gradi centigradi si presenterebbero ogni 33 anni per il mais, 14 per la soia e 40 per il sorgo. Con le politiche energetiche attuali <a href="https://climateactiontracker.org/global/cat-thermometer/" rel="noopener">siamo proiettati</a> più o meno verso questa soglia, che è il doppio del grado e mezzo che l’Accordo di Parigi sul clima aveva fissato come limite da non oltrepassare. Dalla solenne dichiarazione di questo obiettivo sono passati ormai dieci anni.</p>
<p>C’è una questione che aleggia su ogni discussione circa le conseguenze del riscaldamento globale sull’agricoltura. Nemmeno lo studio pubblicato su <em>Science Advances</em> la ignora: il ruolo dell’anidride carbonica (CO2). In fondo, dicono alcuni, questo gas serra è uno degli ingredienti della fotosintesi, la fonte di carbonio delle piante, dunque uno dei loro nutrienti fondamentali. L’aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera dovrebbe far prosperare anche le piante che coltiviamo. Il negazionismo climatico <a href="https://climateactiontracker.org/global/cat-thermometer/" rel="noopener">ha propagandato</a> per decenni questo argomento, che semplifica e ignora parecchie evidenze accumulate durante ricerche, anche sperimentali. </p>
<p>Come scrivono gli autori del nuovo studio, è possibile che l&rsquo;aumento della concentrazione di CO2 possa attenuare la variabilità delle rese aumentando la capacità delle piante di trattenere l&rsquo;acqua grazie alla parziale chiusura degli stomi, cioè i pori sulle foglie attraverso cui vengono scambiati i gas con l’aria. Tuttavia, notano ancora, sono effetti «incerti e difficili da stimare», spesso compensati da altri. A beneficiarne, in teoria, dovrebbero essere le piante che adottano la fotosintesi di tipo C3, come grano e soia, rispetto alle piante C4, come mais e sorgo. </p>
<p>La fisiologia vegetale dipende da molti altri fattori limitanti, per esempio la carenza di nutrienti come l’azoto e il fosforo. L’impatto dell’aumento della concentrazione atmosferica di CO2 sulle piante non riguarda solo la fotosintesi. Per esempio, <a href="https://www.nature.com/articles/nature13179" rel="noopener">può ridurre</a> le concentrazioni, all’interno dei tessuti vegetali, di diverse sostanze benefiche per la salute umana. In definitiva, non si può isolare un singolo effetto dell’aumento della CO2 sullo sviluppo degli organismi vegetali, né ignorare quelli sull’intero pianeta, dall’acidificazione degli oceani allo stesso aumento della temperatura.</p>
<p>Tra tante incertezze, una cosa è sicura: l’agricoltura deve adattarsi a un sistema climatico che sta diventando rapidamente più ostile. “Adattamento” è una delle parole chiave della risposta al riscaldamento globale. Le aree geografiche che si troveranno più in difficoltà nel fare i conti con rese agricole più fluttuanti saranno, tanto per cambiare, quelle più povere. Rispetto a quelle ricche, hanno meno mezzi e risorse, una minore capacità di immagazzinamento dei raccolti e di accesso ai mercati internazionali. Ma dalla sfida dell’adattamento non può tirarsi fuori nemmeno l’agricoltura più avanzata dei paesi ricchi. </p>
<p>La seconda parola chiave rimane “mitigazione”. Alla fine, tutti gli studi che si occupano dei tanti impatti del cambiamento climatico non fanno che ribadire lo stesso messaggio: l’aumento della temperatura globale li aggrava e non sempre in modo lineare. Ma questo è ciò che la scienza dice da decenni.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Perché la decarbonizzazione dell'ex Ilva non sia solo una favola bella</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/perche-decarbonizzazione-dellex-ilva-sia-solo-favola-bella/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/perche-decarbonizzazione-dellex-ilva-sia-solo-favola-bella/</guid><pubDate>Thu, 04 Sep 2025 09:41:00 +0100</pubDate><dc:creator>Fabrizio Bianchi</dc:creator><category>ambiente</category><description>La vicenda ex-Ilva di Taranto apre da questa estate un nuovo capitolo segnato dall’accordo per la decarbonizzazione dell&amp;amp;rsquo;impianto e dal rinnovo dell’Autorizzazione integrata ambientale (AIA), che prefigura il mantenimento della attività siderurgica nella città di Taranto, nonostante le opposizioni locali e il pegno in termini ambientali e sanitari già pagato dalla città in questi decenni. Inizia ora un lungo periodo di transizione che andrebbe gestito al meglio per evitare che proprio in questo intervallo fra il &amp;amp;ldquo;vecchio&amp;amp;rdquo; e il &amp;amp;ldquo;nuovo&amp;amp;rdquo; non si continui a vivere per anni in condizioni critiche. Per questo servono anche strumenti innovativi e più raffinati di valutazione di incidenza sanitaria, economica e ambientale per dare a Taranto il futuro di salubrità e sostenibilità che si merita questa &amp;amp;ldquo;zona di sacrificio&amp;amp;rdquo;.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/perche-decarbonizzazione-dellex-ilva-sia-solo-favola-bella-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/perche-decarbonizzazione-dellex-ilva-sia-solo-favola-bella-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il nuovo capitolo della vicenda ex-Ilva di Taranto si rivela sorprendente oltre ogni aspettativa, anche considerando le innumerevoli singolarità che si sono susseguite dal primo intervento della magistratura nel 2012. Gli ultimi atti, incluso l&rsquo;accordo firmato da tutte le parti per la transizione, mostrano una generale comunanza di intenti verso la decarbonizzazione, immaginata come un futuro traguardo capace di risolvere miracolosamente i problemi di ambiente, salute e occupazione. Ma è davvero così?</p>
<p>Se per transizione intendiamo il passaggio dalle critiche condizioni attuali - ambientali, sociali e sanitarie - verso una situazione di maggiore equilibrio, allora i tempi e le modalità di attuazione non possono essere considerate variabili secondarie.</p>
<h2 id="aia-e-decarbonizzazione-due-facce-della-stessa-medaglia">AIA e decarbonizzazione: due facce della stessa medaglia</h2><p>Il ricorrente appello generale alla tutela della salute e la specifica necessità di valutare l&rsquo;impatto di nuovi scenari richiedono un approfondimento accurato.<br>
Trovo singolare e sbagliata la trattazione separata che il dibattito riserva all&rsquo;accordo di programma per la transizione ecologica, finalizzato a trasformare lo stabilimento siderurgico in un polo &ldquo;verde&rdquo;, rispetto alla nuova <a href="https://temi.camera.it/leg19/post/OCD15_15220/approvato-decreto-riesame-complessivo-valenza-rinnovo-aia-ex-ilva-taranto.html" rel="noopener">Autorizzazione Integrata Ambientale</a> (AIA), mirata invece a garantire la continuità produttiva dello stabilimento con un limite massimo di 6 milioni di tonnellate di acciaio all&rsquo;anno per i prossimi 12 anni.</p>
<p>Si tratta certamente di documenti con ambiti e finalità diverse, ma interconnessi su molti piani. Entrambi sono animati dall&rsquo;immancabile promessa di coniugare sviluppo industriale, tutela ambientale e salute pubblica. Oltre alle criticità specifiche di ciascun documento, il loro trattamento separato nel dibattito pubblico rappresenta, a mio avviso, un errore metodologico e un pericolo sociale.</p>
<h2 id="laia-prigioniera-di-472-prescrizioni">L&rsquo;AIA prigioniera di 472 prescrizioni</h2><p>La nuova AIA dell&rsquo;ex Ilva per produrre 6 milioni di tonnellate di acciaio all&rsquo;anno (la precedente era stata concessa nel 2011 ed era scaduta da due anni) è stata approvata al termine del lavoro preliminare di una commissione nominata dal Ministero dell&rsquo;Ambiente. Questa commissione aveva depositato il PIC (Parere Istruttorio Conclusivo), un documento di oltre 400 pagine contenente 472 prescrizioni da ottemperare per l&rsquo;esercizio dello stabilimento.</p>
<p>Le 472 prescrizioni ambientali costituiscono un record assoluto e riguardano tutti i principali aspetti produttivi e gestionali: dalle emissioni atmosferiche e odorigene alla gestione dei rifiuti, dagli impianti e officine alla gestione delle acque, dai consumi all&rsquo;attività portuale.</p>
<p>Sulla rilevanza di queste prescrizioni e del parere contrario all&rsquo;AIA espresso dagli enti territoriali coinvolti (Regione Puglia, Provincia e Comuni di Taranto e Statte) i media hanno posto attenzione nei giorni scorsi. Tuttavia, una chiave di lettura da approfondire riguarda proprio la questione temporale.</p>
<h2 id="scenari-di-decarbonizzazione-e-tempi-di-produzione-il-nodo-critico">Scenari di decarbonizzazione e tempi di produzione: il nodo critico</h2><p>Anche nella prospettiva più ottimistica, una transizione verso scenari realistici di decarbonizzazione richiede tempo. La durata dipende da numerosi elementi: in primo luogo l&rsquo;entità dell&rsquo;intervento industriale (quanti forni elettrici EAF, quanti impianti di pre-riduzione DRI, quale assetto energetico), e se si intende procedere &ldquo;in parallelo&rdquo; con l&rsquo;AIA - mantenendo l&rsquo;apparato produttivo funzionante mentre si attende di conformarsi alle prescrizioni - oppure seguendo scenari diversi, per esempio dopo fermata e bonifica.</p>
<p>Sebbene non siano stati formulati scenari integrati, l&rsquo;opzione maggioritaria nel dibattito propende per il procedere in parallelo. Il problema è che i due documenti non vanno di pari passo. Qui emerge la questione cruciale: in quali tempi? E soprattutto, cosa accade nella fase di passaggio, che è in sostanza la vera transizione?</p>
<p>Il progetto di decarbonizzazione rimane indefinito, con posizioni diverse e distanti dei principali attori. Si tratta di un tema oggettivamente complesso che richiede un focus specifico, ma sul fatto che la fase non sarà breve c&rsquo;è un discreto accordo: occorreranno diversi anni, considerando i tempi di realizzazione di EAF e DRI in altri Paesi. (Per approfondimenti consiglio la lettura del <a href="https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=pfbid02enNsqgwWHep9d18kYwLVWAegdq3KNXHxae7tQzXNspHi47p5X1KQSE77NqMri3ryl&amp;id=100093496564982" rel="noopener">post Facebook</a> della fine di agosto 2025 pubblicato da Roberto Giua, già dirigente ARPA Puglia).</p>
<h2 id="la-terra-di-mezzo-un-periodo-cruciale-per-ambiente-salute-e-occupazione">La &ldquo;terra di mezzo&rdquo;: un periodo cruciale per ambiente, salute e occupazione</h2><p>Su quello che accadrà in questo inter-tempo non è contemplata alcuna valutazione preventiva. Le valutazioni di danno sanitario (VDS) e di impatto sanitario (VIS) sono finalizzate a scenari controfattuali, definiti a priori su produzioni future basandosi su dati ambientali e sanitari del passato. Degli scenari attuativi della decarbonizzazione non c&rsquo;è invece cenno.<br>
Già la lettura dell&rsquo;articolo 2.3 dell&rsquo;AIA chiarisce la questione temporale: «Il Gestore deve presentare all&rsquo;Autorità competente, entro 18 mesi dall&rsquo;emanazione del provvedimento di rinnovo dell&rsquo;AIA, un&rsquo;istanza di riesame dell&rsquo;AIA contenente la documentazione progettuale e i cronoprogrammi di dettaglio relativi agli interventi di seguito riportati. Per gli interventi previsti su impianti attualmente non in esercizio, l&rsquo;istanza dovrà essere presentata 12 mesi prima del relativo riavvio».</p>
<p>Dall&rsquo;analisi delle 472 prescrizioni emerge un quadro inquietante. Sfido chiunque a leggerle tutte di un fiato senza domandarsi se il loro insieme non costituisca di fatto un rigetto dell&rsquo;autorizzazione.</p>
<p>Molte prescrizioni rappresentano veri macigni da rimuovere, almeno nei tempi prescritti: 94 delle 472 contengono indicazioni temporali dalla entrata in vigore dell&rsquo;AIA entro le quali l&rsquo;azienda deve adempiere, con scadenze che vanno da 3 mesi a 3 anni.</p>
<p>A parte il controllo sugli adempimenti, la limitata fiducia che vengano davvero rispettate è giustificata dal fatto che parte delle 95 prescrizioni dell&rsquo;AIA di 12 anni fa non sono mai state realizzate. Quello che può accadere nel frattempo rappresenta un fattore critico, considerando che si tratterebbe comunque di produzione a carbone.</p>
<p>I riferimenti all&rsquo;appetibilità commerciale di uno stabilimento oggettivamente invecchiato che oggi produce meno di 2 milioni di tonnellate meriterebbero una trattazione separata. Sui rischi che si profilano vale però la pena riflettere:</p>
<ul>
<li>utilizzare i tempi delle prescrizioni come cuscinetto operativo senza vincoli, con il rischio di prolungare i danni in un territorio che ha già pagato il suo sacrificio</li>
<li>continuare a richiedere centinaia di milioni di elargizioni statali per mantenere lo status quo o addirittura risanare uno o due altiforni per aumentare la produzione</li>
<li>continuare a impiegare ingenti risorse per la Cassa Integrazione invece di offrire soluzioni adeguate per il mantenimento dell&rsquo;occupazione, incluso l&rsquo;indotto, magari avviando un grande piano di bonifica decennale necessario sia per il risanamento che per nuovi investimenti di decarbonizzazione e sviluppo delle energie rinnovabili</li>
</ul>
<p>Tutti questi elementi potrebbero essere valutati in modo integrato.</p>
<h2 id="strumenti-per-le-decisioni-perché-non-utilizzarli">Strumenti per le decisioni: perché non utilizzarli?</h2><p>Avendo promosso e supportato la VIS da vent&rsquo;anni, posso permettermi di affermare che in questa situazione occorre un approccio epidemiologico più avanzato, finalizzato a valutare in modo raffinato lo stato di salute attuale e a breve termine, integrando scenari durante la transizione e non solo quelli corrispondenti alla produzione di 6 milioni di tonnellate di acciaio all&rsquo;anno.</p>
<p>Bisogna essere consapevoli che una visione basata esclusivamente sul futuro non è sufficiente a tutelare la salute di una popolazione già indebolita da impatti ambientali che si sono succeduti nei decenni passati.</p>
<p>Per fare un esempio: quando si legge che una produzione a 6 milioni di tonnellate all&rsquo;anno corrisponderebbe a un rischio residuo inaccettabile di mortalità nel quartiere Tamburi, occorre sapere che anche negli studi già eseguiti lo stato di salute attuale nel quartiere Tamburi risultava inaccettabile. Due facce della stessa medaglia, entrambe di pari rilevanza.</p>
<h2 id="rifiutare-le-visioni-semplificate">Rifiutare le visioni semplificate</h2><p>In un&rsquo;epoca di narrazioni impregnate di parzialità e falsità, anche la VIS non ottiene sconti. La batteria classica di critiche verte su alcuni aspetti che meritano commento.</p>
<p><strong>Prima critica</strong>: l&rsquo;incertezza che affliggerebbe la stima del rischio basata su modellistica. Questa critica viene puntualmente avanzata senza specificare che l&rsquo;incertezza è misurata e presentata, e che tutte le misure di grandezze fisiche hanno la loro incertezza, incluse quelle riguardanti l&rsquo;efficienza delle tecnologie presentate come perfette e risolutive.</p>
<p><strong>Seconda critica</strong>: le malattie valutate nei procedimenti di VIS, avendo cause molteplici (malattie multifattoriali) - dipendenti cioè dall&rsquo;ambiente ma anche da stili di vita, condizioni socio-economiche, fattori genetici - risentirebbero solo marginalmente dell&rsquo;inquinamento. Questa impostazione ignora o nasconde il fatto che la metodologia epidemiologica si concentra sulla componente ambientale tenendo conto degli altri fattori potenzialmente confondenti. Per altri fattori, come l&rsquo;assetto genetico, non è ragionevole pensare a differenze significative nello stesso territorio di impatto.</p>
<p><strong>Terza critica</strong>: l&rsquo;entità ridotta dell&rsquo;inquinamento, per esempio le concentrazioni di polveri a Taranto più basse che in Pianura Padana, il biossido di azoto inferiore rispetto alle aree metropolitane. Affermazioni vere ma parziali, perché non tengono conto delle diverse caratteristiche fisico-chimiche dell&rsquo;inquinamento e della diffusione territoriale molto differenziata, come mostrano le mappe di diffusione. Ignorano inoltre la fragilità di individui e gruppi acquisita in decenni di esposizione a miscele tossiche cancerogene e non. È singolare il confronto con altre aree inquinate dove la situazione sanitaria è tutt&rsquo;altro che &ldquo;normale&rdquo;, registrando migliaia di decessi prematuri ogni anno che non dovrebbero certo essere usati per minimizzare la situazione di Taranto.</p>
<p>Questo armamentario è stato utilizzato anche di recente dall&rsquo;ex commissario straordinario Ilva, l&rsquo;avvocato Antonio Lupo, che in un articolo del 23 agosto sulla <em>Gazzetta del Mezzogiorno</em> ha aggiunto un quarto elemento, anch&rsquo;esso spesso strumentalizzato: il «rischio di sovrastime se si utilizzano dati ormai non attuali: basti pensare a valutazioni basate sul rischio base del 2015, mentre nel frattempo i casi di tumore del polmone a Taranto sono in diminuzione».</p>
<p>In realtà, i dati più recenti (2015-2019) del Registro Tumori dell&rsquo;ASL di Taranto riportano eccessi di nuovi casi di tumore del polmone nel SIN di Taranto (Taranto + Statte) sia rispetto alla Provincia che alla Regione, pronunciati tra i maschi e ancora più marcati tra le femmine: in leggera diminuzione tra gli uomini (-2,3%) ma in aumento tra le donne (+3,5%). Oltre al tumore del polmone esistono altri eccessi preoccupanti, in particolare per i tumori della tiroide e i mesoteliomi, della testa-collo e della mammella tra le donne, della vescica tra gli uomini, oltre ai tumori infantili.</p>
<p>Un quadro che non consente di parlare di sovrastime, essendo possibili anche sottostime, e che suggerisce molta cautela interpretativa. Sarebbe opportuna una conferenza di consenso sullo stato attuale della salute della popolazione e dei lavoratori.</p>
<h2 id="valutare-gli-scenari-di-transizione">Valutare gli scenari di transizione</h2><p>Lo strumento della VIS può permettere di valutare, oltre agli scenari post-AIA, diversi scenari di decarbonizzazione e anche la fase intermedia di transizione. In Regione Puglia e nell&rsquo;ASL di Taranto esistono competenze ed esperienze in corso in grado di fornire risposte a queste domande, che non dovrebbero rimanere sul piano della ricerca ma essere oggetto di una riflessione più attenta e ponderata.</p>
<p>La VIS per la &ldquo;terra di mezzo&rdquo; può tenere conto dei rischi sopra elencati, inserendo negli scenari anche l&rsquo;impatto economico delle scelte fatte e non fatte, fornendo indicazioni preziose per decisioni basate su evidenze scientifiche. Naturalmente, come tutti gli strumenti, può essere utilizzato o meno, ma per etica delle responsabilità e trasparenza dovrebbe essere spiegato il perché.</p>
<p>Si tratta certamente di un lavoro di frontiera che Taranto si merita. E d&rsquo;altra parte, cos&rsquo;è la frontiera? «Una linea fatta di infiniti punti, infiniti nodi, infiniti attraversamenti. Ogni punto una storia, ogni nodo un pugno di esistenze. Ogni attraversamento una crepa che si apre. È la frontiera» (Alessandro Leogrande, <em>La frontiera</em>).</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Le ondate di calore sono sempre di più</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ondate-calore-sempre-piu/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ondate-calore-sempre-piu/</guid><pubDate>Wed, 03 Sep 2025 08:54:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>salute</category><description>Le ondate di calore saranno sempre di più e impatteranno sempre di più sulla salute delle persone. Tra un aumento di 1,5°C e 3,5°C, però, si potrebbero risparmiare circa 50 milioni di persone dall&amp;amp;rsquo;esposizione a ondate di calore senza precedenti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ondate-calore-sempre-piu-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ondate-calore-sempre-piu-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le ondate di calore sono in crescita e colpiscono più persone. Quest’estate <a href="https://climate.copernicus.eu/heatwaves-contribute-warmest-june-record-western-europe" rel="noopener">ne abbiamo avute due</a> in Europa, una tra il 17 e il 22 giugno 2025 e un’altra tra il 30 giugno e il 2 luglio. I due eventi, scrive Copernicus, hanno contribuito a rendere il mese di <a href="https://climate.copernicus.eu/copernicus-third-warmest-june-globally-heatwaves-europe-amid-temperature-extremes-across-both" rel="noopener">giugno 2025 il terzo più caldo</a> a livello globale, con una temperatura globale media di 16,46°C, cioè 0,47°C sopra la media dello stesso mese del periodo 1991-2020.</p>
<p>Se si considera solo l&rsquo;Europa occidentale, giugno 2025 è stato allora il più caldo di sempre.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ondate-calore-sempre-piu-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/ondate-calore-sempre-piu-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ondate-calore-sempre-piu-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="temperatura europea a giugno" width="1440" height="1368" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Il clima è stato più secco della media in gran parte di Nord America, Canada, Africa orientale, penisola arabica, Asia centrale, le parti più a Est di Cina e Giappone, gran parte dell’Australia e dell’Africa meridionale e varie regioni dell’America meridionale. Sempre a giugno 2025, l’umidità relativa ha toccato un minimo record arrivando a essere il 2,7% sotto la media.</p>
<p>Giugno 2025 ha registrato temperature record anche nella superficie del Mar Mediterraneo, fino a superare la media di ben 5°C nel Golfo di Lione e nel Mar Ligure.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ondate-calore-sempre-piu-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/ondate-calore-sempre-piu-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ondate-calore-sempre-piu-body-2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="temperatura marina giugno 2025" width="1360" height="1433" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Ci sono un paio di studi (<a href="https://www.nature.com/articles/s41558-025-02407-w" rel="noopener">questo</a> e <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-025-08907-1" rel="noopener">questo</a>) usciti di recente su <em>Nature</em> che evidenziano due aspetti legati alle ondate di calore: più della metà dei nati dopo il 2020 sperimenteranno ondate di calore senza precedenti nel corso della vita, in più, l’esposizione prolungata potrebbe causare un invecchiamento precoce.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ondate-calore-sempre-piu-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/ondate-calore-sempre-piu-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ondate-calore-sempre-piu-body-3.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="esposizione senza precedenti alle ondate di calore" width="1777" height="1604" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p><a href="https://www.nature.com/articles/s41586-025-08907-1" rel="noopener">L&rsquo;immagine</a> tratta da uno dei due studi mostra la differente esposizione a ondate di calore nei tre scenari climatici indicati.</p>
<p>Precisamente, anche solo nello scenario di aumento di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, i nati nel 2020 sperimenteranno almeno 11 ondate di calore nel corso della vita – sarebbero state 3 in un clima preindustriale. Si supererebbero le 25 totali nel corso di una vita nello scenario +3,5°C; ondate che in questo caso colpirebbero il 92% dei nati nel 2020. In termini assoluti, tra i due scenari, si passerebbe da circa 60 milioni di persone colpite a oltre 110. L’esposizione analizzata vale anche per «i fallimenti dei raccolti, le inondazioni fluviali, la siccità, gli incendi boschivi e i cicloni tropicali», che raddoppierà per i nati nel 2020 rispetto ai nati nel 1960, sotto le attuali politiche di mitigazione che porteranno a circa 2,7°C entro fine secolo. Si veda anche l’approfondimento di <em><a href="https://www.carbonbrief.org/children-born-in-2020-will-face-unprecedented-exposure-to-climate-extremes" rel="noopener">Carbon Brief</a>.</em></p>
<p>In un percorso di riduzione di emissioni che rispetti gli Accordi di Parigi, sarebbero oltre 600 milioni i bambini nati tra il 2003 e il 2020 che eviterebbero un’esposizione senza precedenti alle ondate di calore. Per quanto riguarda i fallimenti dei raccolti sarebbero 98 milioni di bambini che se lo risparmierebbero, 64 milioni per le inondazioni fluviali, 76 milioni per i cicloni tropicali, 26 milioni per le siccità e 17 milioni per gli incendi boschivi.</p>
<p><a href="https://www.epa.gov/climate-indicators/climate-change-indicators-heat-waves" rel="noopener">L’immagine</a> di seguito mostra l’aumento delle ondate di calore finora registrato negli Stati Uniti per quanto concerne la frequenza annuale, la durata in giorni, la stagione complessiva e l’intensità.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ondate-calore-sempre-piu-body-4.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/ondate-calore-sempre-piu-body-4.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ondate-calore-sempre-piu-body-4.png.webp 928w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="ondate di calore negli usa" width="928" height="647" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>L’esposizione prolungata alle ondate di calore provocherebbe un’accelerazione dell’età biologica della popolazione esposta. Il secondo studio uscito su <em>Nature</em> ha analizzato quasi 25mila adulti in una coorte longitudinale a Taiwan tra il 2008 e il 2022: ogni aumento di circa 1,3 °C nell’esposizione cumulativa alle ondate di calore «è risultato associato a un incremento dell’età biologica compreso tra 0,023 e 0,031 anni». La graduale <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ammazza-caldo/">adattabilità</a> (che non riuscirà a crescere per sempre oltre certi limiti fisiologici, in ogni caso) non risparmia comunque i più vulnerabili, che sono i lavoratori manuali, i residenti in aree rurali e coloro che provengono da comunità con minore disponibilità di condizionatori d’aria. L’effetto osservato sarebbe in parte paragonabile agli effetti causati dal fumo e dall’alcool.</p>
<p>Tutto sta a indicare, come al solito, la necessità di ridurre il più possibile le emissioni provenienti da gas naturale, petrolio e carbone e, allo stesso tempo, fornire strumenti di adattamento climatico. Ricordiamo che l’anno scorso, il 2024, ha <a href="https://wmo.int/news/media-centre/wmo-confirms-2024-warmest-year-record-about-155degc-above-pre-industrial-level" rel="noopener">superato per la prima volta</a> la temperatura media globale dei fatidici 1,5°C. Ovviamente questo non significa che lo si è fatto in modo strutturale e permanente, ma dovrebbe comunque far accelerare di molto la già avviata corsa alle rinnovabili.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Cooling poverty, la nuova frontiera delle disuguaglianze climatiche</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cooling-poverty-nuova-frontiera-disuguaglianze-climatiche/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cooling-poverty-nuova-frontiera-disuguaglianze-climatiche/</guid><pubDate>Wed, 03 Sep 2025 08:53:00 +0100</pubDate><dc:creator>Alessandra Romano</dc:creator><category>clima</category><description>Nel 2050 la domanda globale di energia per il raffrescamento residenziale potrebbe sfiorare i 1.400 TWh/anno.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/cooling-poverty-nuova-frontiera-disuguaglianze-climatiche-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/cooling-poverty-nuova-frontiera-disuguaglianze-climatiche-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2050 la domanda globale di energia per il raffrescamento residenziale potrebbe sfiorare i 1.400 TWh/anno, generando costi economici stimati tra i 124 e 177 miliardi di dollari ed emissioni aggiuntive di CO₂ tra 670 e 956 Mt (una quantità superiore alle attuali emissioni nazionali della Francia). La quota principale di queste emissioni arriverà da Cina, India e Indonesia, dove si prevede una rapida crescita nell’uso dell’aria condizionata. È quanto emerge da un <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0095069625000063" rel="noopener">recente studio</a> del Centro Euromediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) condotto da Enrica De Cian, Giacomo Falchetta e Filippo Pavanello, in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari Venezia, che porta alla ribalta il fenomeno della <em>cooling poverty</em>: la condizione di chi non può permettersi un accesso equo al raffrescamento in un mondo sempre più caldo a causa di reddito basso, costi elevati e parco immobiliare inefficiente. Il campione ha incluso quasi 700mila famiglie residenti in 25 paesi, pari a circa il 62% della popolazione mondiale, che usufruiscono di quasi tre quarti dell’elettricità globale. Secondo la ricerca, pubblicata sul <em>Journal of Environmental Economics and Management</em>, il possesso di un condizionatore aumenta il consumo medio di elettricità del 36% (in alcuni casi può arrivare fino al 57%). Tuttavia, questo valore può subire delle oscillazioni dovute ad altri fattori, come condizioni meteorologiche e contesto nazionale. </p>
<h2 id="nella-morsa-del-caldo">Nella morsa del caldo</h2><p>Secondo le nuove proiezioni della World Meteorological Organization (WMO), almeno un anno tra il 2025 e il 2029 sarà più caldo del 2024 – il primo, stando ai dati Copernicus, a superare la soglia degli 1,5°C. Nel quinquennio la temperatura media globale annuale in prossimità della superficie terrestre sarà compresa tra 1,2°C e 1,9°C (superiore alla media degli anni 1850-1900) e c’è un’alta probabilità che il riscaldamento medio sarà di oltre 1,5 °C, in aumento rispetto al 47% stimato dal rapporto dell’anno scorso per il periodo 2024-2028 e al 32% stimato nel rapporto 2023 per il periodo 2023-2027. Uno scenario che, secondo le stime del CMCC, porterà la diffusione globale di condizionatori dalla media attuale del 28% al 41-55% entro il 2050. Ma non tutti potranno permetterselo. In molti Paesi africani la penetrazione rimarrà sotto il 15% e solo in India potrebbe essere necessario un ampliamento della capacità di generazione tra il 18% e il 29%.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/cooling-poverty-nuova-frontiera-disuguaglianze-climatiche-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/cooling-poverty-nuova-frontiera-disuguaglianze-climatiche-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/cooling-poverty-nuova-frontiera-disuguaglianze-climatiche-body-1.png.webp 1277w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1277" height="565" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Secondo le previsioni climatiche della World Meteorological Organization (WMO) in quasi tutte le regioni terrestri ed oceaniche ci sarà un aumento delle temperature per il quinquennio 2025-2029 (mesi maggio-settembre), con una probabilità dal 60% in su. A sinistra: l’anomalia media prevista della temperatura in prossimità della superficie terrestre rispetto al periodo 1991-2020. A destra: la probabilità che le temperature risultino superiori alla media storica.<br>
Fonte: WMO, 2025.</p>
<p>I ricercatori ipotizzano un utilizzo crescente dell&rsquo;aria condizionata nella maggior parte dei paesi ad alto reddito con regioni calde come Italia, Stati Uniti e paesi OCSE non-UE (Australia, Canada e Giappone). I paesi a medio e basso reddito (Cina, India, Indonesia), che dovrebbero registrare una crescita del reddito più rapida, mostreranno i maggiori incrementi relativi nella penetrazione dell&rsquo;aria condizionata.</p>
<h2 id="il-costo-delladattamento-in-un-mondo-sempre-più-caldo">Il costo dell’adattamento in un mondo sempre più caldo</h2><p>Il gruppo di ricerca ha sviluppato un modello in grado di inquadrare l&rsquo;impatto della temperatura sul consumo di elettricità residenziale, che considera due variabili principali: il comfort o benessere termico (quanto ci si sente a proprio agio con una certa temperatura) e il consumo di energia elettrica (per regolarla, quando necessario). Il comfort termico diminuisce se la temperatura si allontana troppo da un valore ideale (o “punto di beatitudine”) a cui non serve né riscaldare né raffreddare. Le stime indicano forti disparità legate al reddito, con le famiglie più povere che possono arrivare a spendere fino all’8% del loro budget in elettricità, a fronte di una spesa del 0,2-2,5% per le famiglie con un reddito alto, tra le quali si concentra la diffusione dell&rsquo;aria condizionata. Negli Stati Uniti, in Cina, in Brasile, in India e in Pakistan le famiglie più ricche possono arrivare a consumare tra i 1.033 e i 1.436 kWh all’anno per il raffreddamento, oltre la metà circa della controparte più povera, che consuma in media 679 kWh. Inoltre, le famiglie benestanti spesso acquistano elettrodomestici contemporaneamente più potenti e più efficienti dal punto di vista energetico – frigoriferi e televisori sono tre volte più diffusi dei condizionatori. Sebbene gli apparecchi di raffreddamento più efficienti richiedano meno elettricità, la disponibilità di più unità di condizionamento genera un consumo totale più elevato.</p>
<h2 id="chi-consuma-più-aria-condizionata-nel-mondo">Chi consuma più aria condizionata nel mondo?</h2><p>In base alle due variabili analizzate, una famiglia consuma in media 2.439 kilowattora (kWh) all’anno, mentre la prevalenza dell&rsquo;aria condizionata è di circa il 26%. Un dato paradossale è che i paesi con climi caldi e umidi, come l’Africa e il Sud-Est asiatico, utilizzano una quantità più bassa di elettricità e optano per soluzioni come ventilatori e raffrescatori evaporativi (che hanno una scarsa efficacia). Nelle aree dove l’aria condizionata è poco diffusa (come Africa, Brasile, Indonesia, India, Messico e Pakistan), le famiglie che la utilizzano finiscono per spendere una quota di elettricità pari all’intero consumo di una famiglia media. Nei paesi industrializzati come Stati Uniti, Giappone e Australia, che hanno la maggiore proprietà di aria condizionata, le famiglie medie utilizzano la quantità maggiore di energia e consumano circa cinque volte di più di una famiglia media (di dimensioni maggiori) in un paese in via di sviluppo. Inoltre, i livelli di sviluppo economico stanno determinando una relazione inversa tra urbanizzazione e consumo di elettricità. Per esempio, negli Stati Uniti il consumo medio di elettricità delle famiglie rurali supera quello delle famiglie urbane di circa il 50%. Ciò è dovuto alle maggiori dimensioni delle abitazioni e alla minore efficienza dei materiali da costruzione e degli elettrodomestici. Al contrario, in un paese in via di sviluppo come l’India, dove il tasso di urbanizzazione si attesta a circa il 36%, la domanda media di elettricità delle famiglie rurali è pari alla metà del consumo residenziale medio nazionale.</p>
<p>I paesi tendono a essere suddivisi in tre gruppi: </p>
<ul>
<li>Gruppo 1 (Africa e Indonesia), dove il consumo medio di elettricità per il raffreddamento delle famiglie dotate di aria condizionata è superiore del 50% rispetto a quello delle famiglie che ne sono prive;</li>
<li>Gruppo 2 (India, Pakistan, Cina, Messico, Brasile, Stati Uniti), dove il consumo di elettricità si attesta tra il 25% e il 50%;</li>
<li>Gruppo 3 (Argentina, Paesi OCSE-UE, Italia, Paesi OCSE-non UE), dov’è inferiore al 25%, attestandosi intorno al 10% in Italia, per scendere fino al 7% nei paesi OCSE non europei.</li>
</ul>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/cooling-poverty-nuova-frontiera-disuguaglianze-climatiche-body-2.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/cooling-poverty-nuova-frontiera-disuguaglianze-climatiche-body-2.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/cooling-poverty-nuova-frontiera-disuguaglianze-climatiche-body-2.jpg.webp 1231w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1231" height="647" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>La figura mostra quattro mappe mondiali che illustrano diversi aspetti relativi all&rsquo;uso dell&rsquo;energia elettrica e delle condizioni climatiche in vari paesi. La mappa A mostra la percentuale di possesso di condizionatori d’aria; la mappa B mostra il consumo elettrico medio pro capite (kWh per abitante all&rsquo;anno); la mappa C riporta, invece, la mediana delle “giornate di caldo estremo” calcolate come Cooling Degree Days (CDD), un indicatore climatico che misura il fabbisogno di raffreddamento; infine, la mappa D rappresenta la spesa media annua per abitazione in energia elettrica, espressa in dollari a parità di potere d’acquisto (PPP). Crediti: De Cian E et al, J <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0095069625000063" rel="noopener">Environ Econ Manage</a> (2025), Licenza <a href="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/" rel="noopener">CC BY 4.0</a></p>
<h2 id="migliorare-la-consapevolezza-e-le-alternative-al-condizionatore">Migliorare la consapevolezza e le alternative al condizionatore</h2><p>Abbiamo fatto due chiacchiere con Francesca De’ Donato, a capo della Divisione Meteorologica del Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale del Lazio, sull’uso dell’aria condizionata e le misure per combattere il caldo. Un dato interessante è che questo divario si evince anche a livello ospedaliero, tra un reparto e l’altro. «In alcuni dipartimenti, tutte le unità di terapia intensiva hanno l’aria condizionata, a differenza di quelle di medicina generale e di geriatria. Questo è un punto da rafforzare, insieme all’adattamento delle fasce più vulnerabili, come le famiglie a basso reddito e gli anziani, perché sono luoghi dove si risponde alle criticità di salute durante gli eventi estremi o in qualsiasi situazione di salute. Alcuni comuni stanno sperimentando spazi rinfrescati, i cosiddetti <em>cooling spaces</em>, ma non tutti vi possono accedere».</p>
<p>Altro aspetto è quello degli incentivi che, come spiega l’esperta, sembra essere inferiore rispetto all’acquisto e all’utilizzo privati. Ma prima di arrivare al condizionatore bisogna testare tutte le alternative possibili perché, sebbene riducano diversi effetti del caldo sulla nostra salute, questi apparecchi comportano anche una maggiore emissione di gas climalteranti come i gas fluorurati (F-gas), gas artificiali emessi anche da altri elettrodomestici come i frigoriferi che hanno una capacità di riscaldamento fino a 23.000 volte superiore a quella CO₂.</p>
<p>Di questi tempi l’aria condizionata comincia però a essere un bene essenziale, specie in alcune zone, per cui è utile avere alcuni accorgimenti quando la si accende. «I condizionatori, ma anche i ventilatori, se non usati correttamente possono favorire la disidratazione. Al momento mancano policy forti sul raffrescamento passivo, anche se linee guida europee e dell’OMS indicano buone pratiche: ventilare al mattino, schermare le finestre, usare panni umidi e solo come ultima risorsa accendere il condizionatore. In Italia molto è stato fatto su campagne informative e piani caldo, ma meno su misure strutturali. Un recente studio ha evidenziato l’idea del raffrescamento centrato intorno alle persone, che non vuol dire solo a livello individuale in casa con il condizionatore, ma anche a livello di edificio, di città e oltre. Più <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/isole-calore-sfida-citta-lesempio-milano/">riduciamo le isole di calore urbano</a> e aumentiamo la resilienza dei nostri edifici, più la ventilazione naturale, l’uso di serrande e tende riducono la necessità dei condizionatori».</p>
<h2 id="verde-urbano-coperture-chiare-e-schermature-a-griglia">Verde urbano, coperture chiare e schermature a griglia</h2><p>Il problema non è solo energetico, ma infrastrutturale e sociale. Spesso tralasciate nel dibattito politico sono le infrastrutture di raffrescamento passivo, con qualche passo in avanti (a volte un po’ distorto) nel caso del verde urbano, che però richiede anni per essere efficace e nel nostro Paese troppo spesso si traduce in malagestione e abbandono. «Il verde urbano è molto usato perché è bello da vedere e a basso costo, ma ci sono pochi studi osservazionali sull’effettiva riduzione di temperatura su scala urbana», spiega De’ Donato. «Le pavimentazioni e le coperture chiare, che si riscaldano molto meno rispetto alle coperture scure, possono invece apportare benefici immediati e nel lungo termine, ma è un filone dove bisogna lavorare ancora molto, perché anche in questo contesto oramai la tecnologia è andata avanti e alcuni asfalti, anche se scuri, assorbono la metà dell’energia solare». Interventi che portano con sé dei costi più alti o strutturali, ma con impatti potenzialmente positivi, anche a livello individuale, sull’uso dei condizionatori.</p>
<p>«Bisogna ripensare anche ai grandi edifici di vetro, che sono delle vere e proprie serre che impongono l’uso massivo e continuo dell’aria condizionata. In Italia, per esempio, al Nord l’uso è minore, al Sud maggiore. Gli edifici vecchi, con muri spessi, resistono meglio al caldo rispetto a quelli più recenti. Secondo diversi studi nel settore dell&rsquo;immagine urbanistica si dovrebbe tornare a soluzioni tradizionali come le schermature a griglia tipicamente usate in Spagna e in Nord Africa, che fanno passare l’aria, creare delle strutture tra una parte esterna e quella interna che creano una ventilazione naturale». </p>
<h2 id="il-ruolo-del-fotovoltaico">Il ruolo del fotovoltaico</h2><p>L’ultimo punto su cui si focalizza lo studio è quello dell’energia solare fotovoltaica, che secondo le stime potrebbe ridurre il consumo di elettricità per il raffreddamento dal 25% in giù per le famiglie che vivono in aree con maggiore produzione fotovoltaica rispetto a quelle che vivono nelle regioni dove la produzione è scarsa. Nel contesto di una provincia italiana, l&rsquo;articolo mostra che, quando dotate di impianti fotovoltaici, le famiglie consumano il 68% di elettricità in meno rispetto al consumo precedente all&rsquo;installazione della tecnologia, oltre a essere meno sensibili alle temperature elevate e meno esposte agli shock dei prezzi. Nel confronto tra paesi, i ricercatori ha osservato che molte aree ad alta insolazione (per esempio i paesi africani) hanno attualmente una bassa capacità di generazione installata, mentre le aree a potenziale relativamente basso hanno un&rsquo;elevata capacità installata (per esempio la Germania).  </p>
<p>Conclude De’ Donato: «In passato in Italia si è investito molto in questo settore, ma restano problemi di gestione dei pannelli a fine vita e soprattutto di stoccaggio dell’energia in eccesso, che spesso non viene accettata dalla rete e va sprecata. Servirebbe accumulare l’energia per la sera, quando aumenta il bisogno di raffrescamento nelle notti tropicali. In Italia gli incentivi andrebbero diretti non solo ai privati ma a strutture pubbliche strategiche come ospedali, scuole, centri di accoglienza, per garantire resilienza anche in emergenza».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>PFAS: sostanze invisibili, rischi concreti</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/pfas-sostanze-invisibili-rischi-concreti/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/pfas-sostanze-invisibili-rischi-concreti/</guid><pubDate>Wed, 20 Aug 2025 10:41:00 +0100</pubDate><dc:creator>Grazia Giampaolo</dc:creator><category>ambiente</category><description>Dopo la recente sentenza sul disastro ambientale in Veneto, che ha stabilito un precedente importante, l’attenzione sui PFAS è alta: questi inquinanti pervasivi e persistenti possono avere effetti dannosi sulla salute e dovrebbero essere limitati in misura maggiore. Abbiamo fatto il punto sulla situazione e sulla normativa esistente, che una grande organizzazione di consumatori chiede – lanciando una petizione - di rendere più severa.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/pfas-sostanze-invisibili-rischi-concreti-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/pfas-sostanze-invisibili-rischi-concreti-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Dopo quattro anni di dibattiti e oltre 170 udienze, il 26 giugno la Corte d’Assise di Vicenza <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2025/06/26/sentenza-processo-pfas-11-condanne-e-4-assoluzioni_89d8ad96-1cf0-4978-9e29-44bb1515f551.html%C2%A0" rel="noopener">ha emesso la sentenza</a>: undici condanne e quattro assoluzioni, per un totale di 141 anni di carcere nei confronti degli imputati riconosciuti colpevoli del maxi-inquinamento da PFAS delle acque superficiali, di falda e degli acquedotti in Veneto; 11 dirigenti dell’azienda chimica Miteni sono stati condannati in primo grado per disastro ambientale, avvelenamento delle acque e bancarotta fraudolenta.</p>
<p>Le province interessate sono quelle di Vicenza, Verona e Padova. Qui per anni l’azienda di Trissino, nel vicentino, ha provocato un inquinamento da PFAS, che hanno raggiunto la falda acquifera. Nel 2013 una ricerca del CNR e del ministero dell’Ambiente ha stimato l’esposizione per circa 300.000 persone. </p>
<p>Questa sentenza rappresenta un passaggio cruciale per il diritto ambientale italiano: riconosce una responsabilità penale collettiva e configura la responsabilità ESG (Environmental, Social and Governance) delle aziende. Stabilisce quindi un precedente concreto per la tutela dei diritti ambientali e sanitari.  </p>
<p>Nel 2019 l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha pubblicato un’<a href="https://sian.aulss9.veneto.it/index.cfm?method=mys.apridoc&amp;iddoc=3191" rel="noopener">analisi approfondita</a> sull’esposizione alimentare ai PFAS nella cosiddetta zona rossa veneta, composta da 23 comuni.  Lo studio, richiesto dalla Regione Veneto e svolto da ISS in collaborazione con ARPA Veneto e Istituto Zooprofilattico delle Venezie, ha esaminato oltre 1.200 campioni tra acqua, latte, carne, uova, verdure. Prima dell’introduzione dei filtri a carbone attivo, installati dal 2013, l’acqua potabile rappresentava la principale fonte di esposizione, in particolare per il PFOA. Ma anche prodotti locali come le uova o ortaggi provenienti da orti domestici contribuivano in modo rilevante. Le campagne di biomonitoraggio e screening medici sulla popolazione residente avviate dalla Regione Veneto hanno mostrato una contaminazione estesa e persistente, con concentrazioni ematiche di PFAS superiori decine di volte rispetto ai valori medi europei.</p>
<p>Oggi la situazione è nettamente migliorata per le famiglie allacciate alla rete idrica pubblica, grazie all’introduzione dei filtri. L’ISS tuttavia suggerisce di rafforzare il monitoraggio, soprattutto sugli alimenti prodotti localmente e di realizzare studi più mirati su sottogruppi a rischio, come allevatori e consumatori abituali di prodotti locali. </p>
<p>Non è un problema presente solo in Italia. Pochi mesi prima della sentenza italiana, il 25 aprile, a Saint-Louis, un comune francese di 20.000 abitanti al confine con la Svizzera, l’acqua del rubinetto è diventata off-limits per bambini piccoli, donne in gravidanza e persone immunodepresse. Il motivo? La presenza costante di PFAS oltre i limiti di sicurezza. La contaminazione è stata attribuita a vecchie schiume antincendio utilizzate all’aeroporto di Basilea-Mulhouse fino al 2017: da allora, quelle sostanze sono state vietate. Ma il loro effetto persiste.</p>
<h2 id="una-contaminazione-globale-provata-da-diversi-progetti">Una contaminazione globale, provata da diversi progetti</h2><p>I PFAS – sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche – sono una famiglia di oltre 10.000 composti chimici di sintesi, costituiti da catene più o meno lunghe di atomi di carbonio e fluoro, introdotti nell’ambiente da impianti produttivi, discariche o per altre vie. </p>
<p>Due cose colpiscono: questi composti, una volta rilasciati, restano nell’ambiente per anni e poi, alla fine, sono in grado di arrivarci fino in casa, nel bicchiere d’acqua.<br>
È da tempo che i PFAS sono al centro dell’attenzione scientifica e istituzionale a livello globale, proprio per la loro straordinaria persistenza, mobilità, tossicità e diffusione nell’ ambiente, nella fauna selvatica e negli esseri umani. Apprezzati e utilizzati per decenni in numerosi settori industriali e commerciali grazie alla loro capacità di resistere all’acqua, ai grassi e alle alte temperature, questi composti si trovano in molti prodotti di uso quotidiano: tessuti tecnici, imballaggi alimentari, pentole antiaderenti, cosmetici, schiume antincendio, componenti elettronici e altro ancora. Ciò che li rende efficaci nei processi industriali, ovvero la loro estrema stabilità chimica, è anche quello che li rende pericolosi per l’ambiente e la salute: una volta dispersi, infatti, i PFAS non si degradano. Siamo tutti esposti, attraverso l’acqua, il cibo e persino gli abiti che indossiamo. </p>
<p>I ghiacciai artici, i sedimenti fluviali, le acque piovane contengono PFAS. La loro presenza è così diffusa da rendere il problema sistemico e globale. Nel 2023 il progetto <a href="https://foreverpollution.eu/" rel="noopener">Forever Pollution</a> - frutto della collaborazione tra 18 testate giornalistiche europee, università e centri di ricerca - ha mappato oltre 23.000 siti contaminati in Europa e altri 21.000 sospetti, spesso prossimi a siti industriali dismessi, discariche, aeroporti e impianti militari. Questa inchiesta congiunta ha svolto un ruolo importante nel rendere visibile l’entità del fenomeno e nel sollecitare risposte istituzionali più coordinate. La sinergia tra giornalismo investigativo e ricerca scientifica ha contribuito a costruire una <a href="https://pdh.cnrs.fr/en/map/" rel="noopener">mappa dettagliata</a> della contaminazione, accessibile al pubblico e utile per i decisori politici. </p>
<p>I risultati del progetto europeo <a href="https://www.hbm4eu.eu/" rel="noopener">HBM4EU</a> - Human Biomonitoring for Europe (iniziato nel 2016 e concluso nel 2022) hanno evidenziato la presenza di PFAS nel sangue in oltre il 14% dei partecipanti in diversi Paesi, con concentrazioni preoccupanti anche tra i bambini. </p>
<p>Le bonifiche, là dove avviate, procedono però lentamente e con costi altissimi. Secondo alcune stime la spesa complessiva per l’Europa potrebbe raggiungere i 2.000 miliardi di euro nei prossimi vent&rsquo;anni.</p>
<h2 id="effetti-sulla-salute">Effetti sulla salute</h2><p>Pur non causando sintomi acuti, i PFAS possono interferire con vari processi biologici e nel tempo provocare danni alla salute. Diversi studi suggeriscono che interferiscono con il sistema ormonale, immunitario e metabolico. Nel novembre 2023, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) <a href="https://www.thelancet.com/action/showPdf?pii=S1470-2045%2823%2900622-8" rel="noopener">ha riclassificato</a> il PFOA - acido perfluoroottanoico, uno dei PFAS più diffusi - come cancerogeno per l’essere umano (Gruppo 1). Il PFOS (acido perfluoroottansolfonico) è stato invece inserito nel Gruppo 2B, cioè tra le sostanze “possibilmente cancerogene”; possono modificare il DNA (metilazione), abbassare la risposta ai vaccini, generare stress ossidativo, alterare il funzionamento degli ormoni tiroidei e androgeni.</p>
<h2 id="chi-è-maggiormente-esposto">Chi è maggiormente esposto? </h2><p>L’esposizione a queste sostanze può avvenire sia in ambito lavorativo sia nella popolazione generale. Operai dell’industria chimica, vigili del fuoco, operatori dell’aeronautica e addetti alle bonifiche sono tra le categorie più esposte: l’esposizione avviene soprattutto per via inalatoria, per contatto con la pelle o per ingestione accidentale di polveri. Anche in ambito sanitario i materiali monouso resistenti ai fluidi possono contenere PFAS, contribuendo all’esposizione indiretta.</p>
<p>Nella popolazione generale le principali vie di esposizione sono rappresentate dal consumo di acqua potabile contaminata e alimenti coltivati su suoli contaminati, da prodotti di origine animale, da allevamenti esposti, da pesce pescato in acque inquinate, dall’uso di prodotti che li contengono; l&rsquo;esposizione durante la gravidanza e l&rsquo;allattamento al seno sono il principale fattore che contribuisce alla presenza di PFAS nei neonati.</p>
<h2 id="risposte-istituzionali-e-richieste-della-società-civile">Risposte istituzionali e richieste della società civile</h2><p>L’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) nel 2020 ha stabilito la <a href="https://www.efsa.europa.eu/it/news/pfas-food-efsa-assesses-risks-and-sets-tolerable-intake" rel="noopener">soglia di sicurezza per i PFAS</a> (DST - Dose Settimanale Tollerabile di gruppo) pari a 4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo alla settimana che, tradotto per un adulto di 70 kg, significa poter assumere non oltre 308 ng di PFAS alla settimana. </p>
<p>I quattro PFAS su cui si è incentrata la valutazione dell’EFSA sono l&rsquo;acido perfluoroottanoico (PFOA), l’acido perfluoroottansolfonico (PFOS), l&rsquo;acido perfluorononanoico (PFNA) e l&rsquo;acido perfluoroesano sulfonico (PFHxS). Nello stabilire la DST gli esperti hanno ritenuto che l&rsquo;effetto più critico per la salute umana sia la diminuita risposta del sistema immunitario alle vaccinazioni. Si tratta di una novità rispetto al precedente parere dell&rsquo;EFSA del 2018, che riteneva l&rsquo;aumento del colesterolo il principale effetto critico.</p>
<p>Ma come si regolamenta una classe così ampia di sostanze? Ne abbiamo parlato con Livia Biardi, esperta di chimica e ambiente per Altroconsumo, organizzazione di consumatori che ha svolto diverse indagini sui PFAS e recentemente ha lanciato una petizione per chiedere il bando di tutti quelli non strettamente necessari. </p>
<p>«Indubbiamente regolamentare i PFAS non è facile», spiega Biardi. «Si tratta di una classe molto ampia di sostanze, oltre 10.000, e il REACH (Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemicals), regolamento UE che disciplina la produzione, l&rsquo;immissione sul mercato e l&rsquo;utilizzo delle sostanze chimiche, ne regolamenta solo una parte: al momento, quelli più noti e considerati a maggior rischio. Impossibile andare a cercarli uno per uno con delle analisi specifiche. Serve un approccio diverso: per esempio nella nostra ultima inchiesta siamo andati alla ricerca non dei singoli PFAS ma del fluoro organico totale (TOF, Total Organic Fluorine), come indicatore della possibile presenza di PFAS e, se presente sopra una determinata soglia, abbiamo proceduto a cercare di individuare il singolo tipo di PFAS». </p>
<p>Dall’<a href="https://www.altroconsumo.it/vita-privata-famiglia/vivere-sostenibile/news/pfas-nei-prodotti" rel="noopener">inchiesta di Altroconsumo</a>, svolta in collaborazione con altre organizzazioni di consumatori a livello internazionale, è emerso che a livello europeo i PFAS erano presenti in misura superiore ai limiti di legge (attuali o che saranno in vigore dal 2026) nel 21% dei casi. </p>
<p>A Livia Biardi chiediamo quali sono oggi le principali normative europee in vigore sui PFAS, in particolare nel settore alimentare e nei materiali a contatto con gli alimenti.<br>
Spiega Biardi: «Per quanto riguarda i prodotti alimentari abbiamo il <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?toc=OJ%3AL%3A2023%3A119%3ATOC&amp;uri=uriserv%3AOJ.L_.2023.119.01.0103.01.ITA" rel="noopener">Regolamento UE 2023/915</a>, che stabilisce limiti massimi di contaminazione ammessi in alcune categorie di alimenti (uova, prodotti ittici, carni di diversa origine) relativamente alla presenza di alcuni composti appartenenti alla famiglia dei PFAS (PFOS, PFOA, PFNA, PFHxS). Per quanto riguarda i materiali a contatto con alimenti, restrizioni sulla presenza di PFAS sono state introdotte di recente dal Regolamento UE 2025/40 ed entreranno in vigore il 12 agosto 2026. Per le acque destinate al consumo umano, la <a href="https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2020/2184/oj?locale=it" rel="noopener">Direttiva UE 2020/2184</a> ha individuato due limiti specifici per la somma di tutti i PFAS e per la somma di 20 specifici PFAS, ritenuti più preoccupanti per la salute umana».</p>
<p> «L’Italia, dopo aver recepito la direttiva europea con il D.Lgs. 18/2023, ha recentemente introdotto modifiche significative attraverso il <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2025/07/04/25G00106/sg" rel="noopener">Decreto Legislativo n. 102 del 19 giugno 2025</a>, in vigore dal 19 luglio», continua Biardi. «Questo nuovo provvedimento fissa un limite di 20 ng/L per la somma di quattro PFAS specifici: PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS, introduce l’obbligo di monitoraggio del TFA (acido trifluoroacetico), una sostanza della famiglia dei PFAS ampiamente diffusa e finora non soggetta a regolamentazione, e abroga il limite precedentemente previsto per la somma di tutti i PFAS».</p>
<p>Sul sito di Altroconsumo si può aderire a una <a href="https://www.altroconsumo.it/azioni-collettive/petizione-pfas" rel="noopener">petizione</a> sui PFAS. Che cosa chiede l’organizzazione al governo italiano? «Chiediamo un bando immediato e totale di tutti i PFAS non necessari. Al governo chiediamo di sostenere, come già fatto da Germania, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia e Danimarca, la proposta di limitazione dei PFAS presso l’ECHA, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche, e all’UE chiediamo un bando più ampio a tutela della salute e dell’ambiente. Esistono già prodotti in commercio privi di PFAS: fare senza è quindi possibile. Trattandosi di inquinanti eterni, dovremo convivere a lungo con quelli già dispersi. Evitiamo di aggiungerne altri», spiega Biardi.</p>
<p>In conclusione, i dati sono chiari: non servono solo controlli, ma un cambiamento strutturale. <br>
Bisogna:</p>
<ul>
<li>sviluppare metodi analitici più sensibili per rilevare anche basse dosi di contaminazione;</li>
<li>rendere pubblici i dati sull’uso e la presenza di PFAS nei prodotti di largo consumo;</li>
<li>incentivare la sostituzione dei PFAS con molecole alternative meno persistenti;</li>
<li>investire in tecnologie di rimozione più efficaci.</li>
</ul>
<p>La sentenza del caso Miteni ha segnato un punto di svolta giuridico, ma rimane ancora molto da fare sul piano della prevenzione, della sorveglianza sanitaria e della trasparenza.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Nanoplastiche, quando il piccolo non è così bello</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/nanoplastiche-quando-piccolo-cosi-bello/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/nanoplastiche-quando-piccolo-cosi-bello/</guid><pubDate>Wed, 13 Aug 2025 10:18:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefano Nespor</dc:creator><category>ambiente</category><description>Il “piccolo” che mezzo secolo fa evocava un’economia sostenibile oggi si manifesta nelle nanoplastiche, frammenti invisibili ma onnipresenti negli oceani. Una ricerca internazionale ha stimato nell’Atlantico almeno 27 milioni di tonnellate di queste particelle, rivelandole come la principale componente dell’inquinamento plastico marino e svelando il mistero della plastica “scomparsa” dagli ecosistemi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/nanoplastiche-quando-piccolo-cosi-bello-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/nanoplastiche-quando-piccolo-cosi-bello-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Qualcuno certamente ricorda <em>Piccolo è bello</em> (il sottotitolo era <em>Uno studio di economia come se la gente contasse qualcosa</em>). Pubblicato nel 1973, un anno dopo <em>I limiti della crescita del Club di Roma</em> e nel mezzo della crisi petrolifera, era una raccolta di saggi che anticipava molti temi ambientalisti dei decenni successivi. Il titolo è rimasto il simbolo di un’economia attenta all’ambiente e ai limiti posti dal rispetto della natura.</p>
<p>L’autore, Ernst Friedrich Schumacher, non poteva sapere che mezzo secolo dopo il piccolo, impersonato dalle nanoplastiche, avrebbe rappresentato uno dei più gravi pericoli per l’ambiente e la salute.</p>
<p>Mi riferisco alle nanoplastiche, che risultano dal decomporsi con il tempo della microplastica, i frammenti di dimensioni inferiori a 5 mm in lunghezza (più piccoli di un chicco di riso). Le nanoplastiche hanno la dimensione di un micrometro (un milionesimo di metro) e sono visibili solo con appositi strumenti di precisione. </p>
<p>Già l’anno scorso era stato lanciato un <a href="http://www.nih.gov/news-events/nih-research-matters/plastic-particles-bottled-water" rel="noopener">allarme da ricercatori della Columbia University</a> per la presenza di grandi quantità di nanoplastiche nelle bottiglie in plastica di acqua minerale: mediamente una bottiglia conteneva 240.000 piccoli frammenti di sette diversi tipi di plastica, il 9% costituito da nanoplastiche (l’argomento è stato ripreso da Ilaria Broglio in un articolo pubblicato oltre un anno dopo, <em><a href="http://www.ispacnr.it/2025/03/23/perche-non-dovresti-piu-bere-acqua-in-bottiglia-scatta-lallarme/" rel="noopener">Perché non dovresti più bere acqua in bottiglia: scatta l’allarme</a></em>, 23 marzo 2025).</p>
<p>Ma l’inquinamento da nanoplastica è ben più ampio e invasivo di quello delle bottiglie di acqua minerale. Qualche anno fa ci si è infatti accorti che dell&rsquo;enorme porzione della plastica prodotta a livello globale a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso e finita negli oceani (sotto forma di rifiuti trasportati dai fiumi, da fenomeni atmosferici, da sversamenti dalle navi o direttamente abbandonati sulle coste) meno della metà era presente nell&rsquo;ambiente. Si è così messa in moto una gara per risolvere il mistero della plastica scomparsa.</p>
<p>Una prima indicazione è giunta nel 2020, allorché due scienziati hanno accertato che le indagini condotte in precedenza avevano omesso di considerare le microplastiche e <a href="http://www.nature.com/articles/s41467-020-17932-9" rel="noopener">hanno ipotizzato</a> che l’insieme di questi frammenti compensasse la quantità di plastica scomparsa. </p>
<p>Ma non era la microplastica la soluzione del mistero: la loro quantità era infatti largamente insufficiente per compensare l’ammontare di plastica mancante. Solo quest’anno due ricerche hanno svelato l&rsquo;arcano.</p>
<p>Una <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-025-08818-1" rel="noopener">prima ricerca</a>, pubblicata ad aprile 2025, ha osservato che le indagini precedenti avevano esaminato solo lo strato superficiale degli oceani: non avevano preso in considerazione i frammenti di microplastica di alcuni millimetri di spessore che si trovavano al di sotto della superficie. Ma anche così, tenendo conto della microplastica non superficiale, i conti non tornavano. </p>
<p>La seconda, risolutiva <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-025-09218-1" rel="noopener">ricerca</a> è stata condotta da un gruppo di scienziati di centri di ricerca olandesi e tedeschi. A bordo di una motonave hanno percorso un ampio tratto dell’Oceano Atlantico dalle isole Azzorre fino al nord dell’Europa raccogliendo campioni d&rsquo;acqua a varie profondità e filtrando tutte le particelle più grandi di un micrometro, quindi tutta la microplastica. Il sorprendente risultato, reso noto in un articolo dello scorso 9 luglio, è che nell&rsquo;Oceano Atlantico ci sono almeno 27 milioni di tonnellate di nanoplastiche. Questo significa che, finora ignorate, le nanoplastiche sono la componente più consistente dell’inquinamento da plastica degli oceani (sulla vicenda si veda anche l’<a href="https://www.focus.it/ambiente/ecologia/ecco-dove-finiva-la-plastica-mancante-un-enorme-quantita-di-nanoplastiche-fluttua-nell-atlantico" rel="noopener">articolo</a> di Elisabetta Intini su <em>Focus</em>). </p>
<p>È stato così risolto il mistero della plastica scomparsa: il piccolo non è così bello.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Isole di calore e la sfida per le città: l'esempio di Milano</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/isole-calore-sfida-citta-lesempio-milano/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/isole-calore-sfida-citta-lesempio-milano/</guid><pubDate>Wed, 06 Aug 2025 09:27:00 +0100</pubDate><dc:creator>Sonia Morgese</dc:creator><category>ambiente</category><description>Uno studio del Politecnico di Milano ha quantificato l’effetto delle isole di calore urbano sulla temperatura della città e ha confermato attraverso modelli replicabili che la presenza del verde fornisce un effetto raffrescante e riduce le temperature superficiali: un incremento del 10% della copertura a verde (su aree di 0,25 km²) può ridurre in media di 0,26 °C la temperatura superficiale del suolo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/isole-calore-sfida-citta-lesempio-milano-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/isole-calore-sfida-citta-lesempio-milano-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi decenni, Milano ha vissuto una rapida urbanizzazione e una trasformazione costante del suolo, eredità dello sviluppo industriale dei secoli precedenti. <br>
L&rsquo;urbanizzazione e l&rsquo;industrializzazione accelerate, accompagnate dal contesto di cambiamento climatico, hanno generato nuove sfide per la città: Milano si trova oggi a dover affrontare problematiche legate alla sostenibilità ambientale, all&rsquo;inquinamento atmosferico e al crescente consumo di suolo. </p>
<p>Il progresso è necessario e inevitabile, ma la capacità di progettare città realmente sostenibili rimane ancora limitata. Di conseguenza, la vivibilità urbana risulta compromessa dall&rsquo;attuale modello di urbanizzazione. Tra gli effetti direttamente percepiti dai cittadini si osservano: </p>
<ul>
<li>un incremento della frequenza e dell’intensità di eventi estremi, come temporali, esondazioni e ristagni d’acqua su superfici pavimentate;</li>
<li>ondate di calore, con temperature dell’aria superiori 35 °C per più giorni consecutivi, che aumentano gli effetti da stress respiratorio, infarto e condizioni neuro-cognitive per i soggetti più fragili;</li>
<li>maggior domanda di aria condizionata, che può portare a black-out dovuti all’eccessiva domanda elettrica, con disservizi anche in ambito socio-sanitario;</li>
<li>formazione e intensificazione di Isole Urbane di Calore.</li>
</ul>
<h2 id="le-isole-di-calore-urbane-cause-e-implicazioni">Le isole di calore urbane: cause e implicazioni</h2><p>Il concetto di isola di calore urbana (Urban Heat Island, UHI) racchiude le due grandi problematiche del XXI secolo: crescita demografica e cambiamento climatico. Il concetto, introdotto già nei primi anni del 1800, mantiene oggi una forte attualità, accentuata dal continuo sviluppo industriale e dal costante spostamento della popolazione dalle aree periferiche verso i centri urbani.</p>
<p>Le isole di calore urbane descrivono la differenza di calore rilasciato in atmosfera in città, rispetto a quanto avviene nelle aree peri-urbane. Le cause principali delle isole di calore sono dovute alle differenze strutturali e di copertura del suolo che sono presenti tra le aree urbane pavimentate e le aree rurali.</p>
<p>Nelle aree urbane, le superfici secche e impermeabili sostituiscono le coperture vegetali, i quartieri edificati prendono il posto di boschi e parchi, mentre le strade rimpiazzano i sentieri naturali. A ciò si aggiungono le continue emissioni di calore dovute alle attività antropiche, come gas di scarico di autovetture, impianti di riscaldamento o condizionamento degli edifici, attività industriali, illuminazione pubblica e via di seguito.  Questi fattori determinano significative alterazioni del bilancio energetico e idrologico urbano.</p>
<h2 id="bilancio-energetico-e-idrologico-nelle-aree-urbane">Bilancio energetico e idrologico nelle aree urbane</h2><p>Semplificando, il concetto di bilancio energetico esprime il fatto che la superficie terrestre riceve energia solare: questa viene in parte assorbita dal sistema e in parte riflessa. Un’area urbana occupata da edifici, pavimentazioni o strade assorbe molta più energia rispetto ad un’area verde. L’energia accumulata nel suolo viene poi rilasciata in atmosfera sotto forma di calore: maggiore è l’energia assorbita, maggiore sarà il calore rilasciato.</p>
<p>Dal punto di vista idrologico, le aree verdi riescono a trattenere un maggiore contenuto d’acqua al suolo rispetto alle aree urbane, dove le acque meteoriche vengono subito collettate nei sistemi fognari. </p>
<p>La disponibilità idrica al suolo garantisce evaporazione liquida, ovvero graduale rilascio (4-5 mm al giorno) di particelle d’acqua in atmosfera, contribuendo al raffrescamento dell’area circostante. </p>
<h2 id="studi-sulle-isole-di-calore-a-milano-il-verde-aiuta">Studi sulle isole di calore a Milano: il verde aiuta</h2><p>Recenti <a href="https://rmets.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/met.70069" rel="noopener">studi</a> condotti al Politecnico di Milano, tramite modelli fisici in grado di simulare il bilancio energetico e idrico a scala urbana e periurbana, hanno analizzato le temperature superficiali del suolo per identificare le isole di calore urbane.</p>
<p>L’analisi ha interessato l’intera area del Comune di Milano, che si estende per circa 181 km², utilizzando 13 anni di dati. Il modello ha esaminato in particolare la correlazione tra la percentuale di copertura del verde e le temperature superficiali del suolo, integrando dati satellitari e misurazioni provenienti da stazioni meteorologiche. </p>
<p>Le temperature medie del suolo in estate a Milano sono di circa 35 °C, maggiori fino a +9,3 °C rispetto alle temperature dell’aria. L’intensità dell’isola di calore urbana, ottenuta come la differenza tra la temperatura superficiale delle aree urbane e la temperatura delle aree verdi, negli ultimi 15 anni è di circa +3,5 °C, ma negli anni più caldi (come il 2021 e 2022) ha superato anche i +4,5 °C. </p>
<p>I valori più alti di temperatura del suolo sono stati riscontrati nelle aree più trafficate, con maggior percentuale di costruito e lontane dai parchi. </p>
<p>I risultati confermano che la presenza del verde fornisce un effetto raffrescante e riduce le temperature superficiali. Lo studio mostra che un incremento del 10% della copertura a verde (su aree di 0,25 km²) può ridurre in media di 0,26 °C la temperatura superficiale del suolo. </p>
<h2 id="il-ruolo-del-verde-nelladattamento-climatico">Il ruolo del verde nell’adattamento climatico </h2><p>Il fatto che le aree verdi siano più fresche rispetto a quelle urbanizzate è piuttosto ovvio, ma grazie all&rsquo;analisi condotta è stato possibile sviluppare un modello fisicamente basato, capace di quantificare in modo solido e replicabile l’effetto raffrescante del verde urbano.</p>
<p>Secondi gli ultimi aggiornamenti dell’ IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), gli scenari più critici dei modelli climatici proiettano su Milano un aumento delle temperature dell’aria fino a +6.7 °C e una diminuzione delle precipitazioni del 7%. Al Politecnico di Milano sono attualmente in corso studi per analizzare i futuri scenari delle temperature superficiali del suolo e valutare l’efficacia delle aree verdi nella mitigazione delle isole di calore urbane. </p>
<p>In una città come Milano, i parchi non rappresentano soltanto un patrimonio storico e culturale, ma costituiscono una risorsa fondamentale per mitigare le isole di calore urbane. Comprendere quanto possano concretamente ridurre il discomfort termico diventa quindi essenziale, soprattutto in un’ottica di adattamento ai cambiamenti climatici.</p>
<p>Sempre più città stanno adottando il principio del 3-30-300, secondo cui ogni cittadino dovrebbe poter vedere almeno 3 alberi dalla propria abitazione, il 30% del suolo urbano dovrebbe essere coperto da alberature, e ogni persona dovrebbe vivere a meno di 300 metri da un’area verde accessibile.</p>
<p>Si auspica che anche la direzione urbanistica di Milano possa integrare questo approccio, rendendo la città più verde, vivibile e resiliente alle sfide climatiche.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il BBB di Trump: 7 miliardi di tonnellate di emissioni in più</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/bbb-trump-7-miliardi-tonnellate-emissioni-piu/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/bbb-trump-7-miliardi-tonnellate-emissioni-piu/</guid><pubDate>Thu, 31 Jul 2025 08:32:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>L’approvazione del Big Beautiful Bill di Trump causerà verosimilmente una decelerazione della riduzione delle emissioni di gas serra americani a una sostanziale stagnazione. 7 miliardi di tonnellate in più nel 2030 sul 2005 rispetto agli Accordi di Parigi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/bbb-trump-7-miliardi-tonnellate-emissioni-piu-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/bbb-trump-7-miliardi-tonnellate-emissioni-piu-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Dal 1980 al 2024, gli Stati Uniti hanno subito poco più di <a href="https://www.ncei.noaa.gov/access/billions/" rel="noopener">400 eventi classificati come disastri climatici e meteorologici</a>. Solo dal punto di vista economico, questo ha avuto un costo di oltre 2900 trilioni di dollari, secondo i <em>National Centers for Environmental Information</em> della NOAA.</p>
<p>In piena coerenza con la negazione della realtà, sia fattuale che scientifica, Trump e la maggioranza repubblicana hanno approvato a inizio luglio il <a href="https://www.whitehouse.gov/articles/2025/07/president-trumps-one-big-beautiful-bill-is-now-the-law/" rel="noopener">Big Beautiful Bill</a> (BBB), dove sono contenuti tagli agli investimenti per la transizione ecologica. La decostruzione dell’<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ira-biden-inaugura-corsa-armamenti-energia-pulita/">Inflaction Reduction Act</a> (IRA) di Biden e dei democratici è iniziata. L’atto rimuoverebbe sostanzialmente tutti i crediti fiscali per l’energia rinnovabile, i veicoli elettrici e le altre tecnologie “pulite” che erano centrali nell’amministrazione precedente e che avevano già prodotto <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/trump-ora-serio-problema-clima/">benefici</a> diffusi, anche negli stati repubblicani.</p>
<p><em>Carbon Brief</em> ha <a href="https://www.carbonbrief.org/chart-trumps-big-beautiful-bill-blows-us-emissions-goal-by-7bn-tonnes/" rel="noopener">esaminato</a> gli impatti sulle emissioni di gas serra del BBB, grazie all’analisi dei modelli del <em>Princeton University REPEAT Project</em>. Le emissioni statunitensi diminuiranno solo del 3% entro il 2030, invece che del 40% (rispetto ai livelli attuali). Rispetto al 2005, le emissioni sarebbero più basse del 20%. L’obiettivo fissato dal Congresso precedentemente era invece di tagliare del 50-52% le emissioni rispetto ai livelli del 2005 entro il 2030.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/bbb-trump-7-miliardi-tonnellate-emissioni-piu-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/bbb-trump-7-miliardi-tonnellate-emissioni-piu-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/bbb-trump-7-miliardi-tonnellate-emissioni-piu-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="grafico impatto sulle emissioni del big beautiful bill di trump" width="1742" height="1086" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Questo comporterebbe un deficit di circa 2 miliardi di tonnellate di emissioni di gas serra, cioè tanto quanto «la produzione annuale dell&rsquo;Indonesia, il sesto maggiore emettitore mondiale». E 7 miliardi di divario rispetto agli Accordi di Parigi, sempre entro il 2030. L&rsquo;impatto economico sarebbe di 1,6 trilioni di dollari di danni climatici, basandosi sulla definizione più recente del “costo sociale del carbonio” dell’<a href="https://www.epa.gov/system/files/documents/2023-12/epa_scghg_2023_report_final.pdf" rel="noopener">EPA</a>.</p>
<p>Per ottenere le agevolazioni previste dall’IRA, il BBB prevede che i progetti debbano iniziare entro il prossimo anno invece che fino al 2034, tagliando fuori così tutti quelli che verranno dopo. Secondo l’analisi si registreranno 29 gigawatt in meno di nuova capacità solare e 43 in meno di nuovo eolico per il 2030; numeri che saliranno a 140 gigawatt di solare in meno e 260 di eolico in meno già al 2035. La speranza è che è improbabile, scrive <em>Carbon Brief</em>, che tutta la capacità rinnovabile venga sostituita dal fossile, visto che ormai sono anni che il mercato e lo sviluppo tecnologico vanno nella direzione opposta. Solo per nucleare e geotermico si mantengono i crediti fiscali, ma fino al 2036; tra l’altro queste tecnologie sono quelle che richiedono più tempo per essere implementate.</p>
<p>Di seguito il grafico con dati dell’<a href="https://www.eia.gov/environment/emissions/carbon/" rel="noopener">Energy Information Administration</a> sulle emissioni di gas serra per il settore energetico e il grafico dell’evoluzione delle fonti energetiche americane.</p>











<figure class="grafico-plot not-prose" id="plot-0">
  <p class="grafico-titolo">Negli Stati Uniti le emissioni di CO₂ da energia calano dal 2007, trainate dall&rsquo;elettricità</p>
  <p class="grafico-sottotitolo">Emissioni di anidride carbonica dal consumo di energia per settore, in milioni di tonnellate metriche di CO₂, 1990-2024.</p>
  <div class="gp-controlli" role="group" aria-label="Evidenzia una serie nel grafico" hidden></div>
  <div class="gp-contenitore" role="group" aria-label="Valori del grafico: con le frecce sinistra e destra si scorrono per anno" aria-describedby="plot-0-alt">
    <div class="gp-area" id="plot-0-alt" role="img" aria-label="Grafico a linee: le emissioni di CO₂ da energia negli Stati Uniti passano da 6.015 milioni di tonnellate nel 2007 a 4.772 nel 2024; l&#39;elettricità da 2.422 a 1.427." aria-describedby="plot-0-descrizione"></div>
    <div class="gp-cursore" aria-hidden="true"></div>
    <div class="gp-lettura" aria-hidden="true"></div>
    <div class="gp-annuncio sr-only" aria-live="polite"></div>
  </div>
  <figcaption><span>Fonte: <a href="https://www.eia.gov/environment/emissions/carbon/" rel="noopener">U.S. Energy Information Administration, Monthly Energy Review, marzo 2025</a></span><span>Il totale è la somma dei cinque settori: le emissioni della produzione di elettricità sono contate solo nel settore «elettricità». Unità: milioni di tonnellate metriche di CO₂, come nei dati EIA.</span></figcaption>
  <details>
    <summary>Descrizione e dati del grafico</summary>
    <p id="plot-0-descrizione">Grafico a linee con sei serie (residenziale, commerciale, industriale, trasporti, elettricità e totale): sull&rsquo;asse orizzontale gli anni dal 1990 al 2024, su quello verticale le emissioni di CO₂ in milioni di tonnellate metriche. Il totale è la somma dei cinque settori. Totale: 5.038 nel 1990, massimo di 6.015 nel 2007, 4.772 nel 2024. Elettricità: 1.826 nel 1990, 2.422 nel 2007, 1.427 nel 2024. Trasporti: 1.583 nel 1990, 2.021 nel 2007, 1.848 nel 2024. Industria: 1.063 nel 1990, 947 nel 2024. Residenziale: 340 nel 1990, 303 nel 2024. Commerciale: 226 nel 1990, 247 nel 2024. Dal 2007 al 2024 il totale scende di 1.243 milioni di tonnellate e l&rsquo;elettricità di 995. Nel 2020 tutti i settori calano: il totale è a 4.585.</p>
    <p class="gp-scarica">
      <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/bbb-trump-7-miliardi-tonnellate-emissioni-piu-emissioni-co2-settori.csv" download>Scarica i dati di «Negli Stati Uniti le emissioni di CO₂ da energia calano dal 2007, trainate dall'elettricità» (CSV)</a>
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    <div class="gp-tabella"></div>
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</script>












<figure class="grafico-plot not-prose" id="plot-1">
  <p class="grafico-titolo">Negli USA il carbone scende dal 54% al 16% dell&rsquo;elettricità, il gas sale dall'11% al 42%</p>
  <p class="grafico-sottotitolo">Quota di ciascuna fonte nella produzione di energia elettrica degli Stati Uniti, in percentuale, 1990-2024.</p>
  <div class="gp-controlli" role="group" aria-label="Evidenzia una serie nel grafico" hidden></div>
  <div class="gp-contenitore" role="group" aria-label="Valori del grafico: con le frecce sinistra e destra si scorrono per anno" aria-describedby="plot-1-alt">
    <div class="gp-area" id="plot-1-alt" role="img" aria-label="Grafico a linee: dal 1990 al 2024 negli Stati Uniti il carbone scende dal 54% al 16% dell&#39;elettricità, il gas naturale sale dall&#39;11% al 42%, eolico e fotovoltaico dallo 0% al 16%." aria-describedby="plot-1-descrizione"></div>
    <div class="gp-cursore" aria-hidden="true"></div>
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  </div>
  <figcaption><span>Fonte: <a href="https://www.eia.gov/environment/emissions/carbon/" rel="noopener">U.S. Energy Information Administration, Monthly Energy Review, marzo 2025</a></span><span>Solare ed eolico escludono la generazione solare su piccola scala.</span></figcaption>
  <details>
    <summary>Descrizione e dati del grafico</summary>
    <p id="plot-1-descrizione">Grafico a linee con sei serie (carbone, gas naturale, petrolio, eolico e fotovoltaico, nucleare, altre rinnovabili): sull&rsquo;asse orizzontale gli anni dal 1990 al 2024, su quello verticale la quota percentuale di ciascuna fonte nella produzione di elettricità. I valori sono arrotondati all&rsquo;intero, quindi in un anno la somma può essere fra 98 e 101. Carbone: 54% nel 1990, 50% nel 2007, 34% nel 2015, 16% nel 2024. Gas naturale: 11%, 20%, 32%, 42% negli stessi anni. Eolico e fotovoltaico: 0% nel 1990, 1% nel 2007, 5% nel 2015, 16% nel 2024, come il carbone. Nucleare stabile fra il 19% e il 21%; altre rinnovabili dall'11% del 1990 al 7% del 2024; petrolio dal 4% a 0%. Il gas supera il carbone dal 2016 (33% contro 31%) e, dopo un pareggio nel 2017, dal 2018 in poi.</p>
    <p class="gp-scarica">
      <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/bbb-trump-7-miliardi-tonnellate-emissioni-piu-elettricita-fonti.csv" download>Scarica i dati di «Negli USA il carbone scende dal 54% al 16% dell'elettricità, il gas sale dall'11% al 42%» (CSV)</a>
      <button type="button" class="gp-link" data-esporta="svg" hidden>Grafico in SVG</button>
      <button type="button" class="gp-link" data-esporta="png" hidden>Grafico in PNG</button>
    </p>
    <div class="gp-tabella"></div>
  </details>
</figure>
<script>
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</script>

<p>Tutto ciò avrebbe un impatto negativo nelle bollette degli americani.</p>
<blockquote>
<p>REPEAT stima che i costi energetici domestici probabilmente saranno $165 più alti nel 2030 e più di $280 più alti entro il 2035. […] Senza crediti fiscali per incentivare la costruzione di nuova capacità di generazione, i prezzi dell&rsquo;elettricità residenziale dovrebbero aumentare del 7% entro il 2026, per il cliente statunitense medio, secondo l&rsquo;analisi condotta per l&rsquo;organismo commerciale Clean Energy Buyers Association. […] Nello stato del Wyoming, la stessa analisi ha trovato che i prezzi dell&rsquo;elettricità potrebbero aumentare fino al 30% nel prossimo anno.</p></blockquote>
<p>Il BBB prevede l’abbattimento di crediti fiscali anche per l’acquisto di <a href="https://www.aljazeera.com/news/2025/6/12/in-nixing-ev-standards-trump-strikes-at-two-foes-california-and-elon-musk" rel="noopener">veicoli elettrici</a> fino a 7500 dollari, cosa che, come noto, ha sancito la rottura tra Trump e Musk.</p>

<figure class="art-embed">
  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/qfhM9E9O3_k" data-titolo="Video: President Trump: Elon Musk could lose a lot more than just the EV mandate" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">President Trump: Elon Musk could lose a lot more than just the EV mandate</p>
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</div>
</figure>

<p>In California, per esempio, la tabella di marcia prevedeva un 35% di nuove auto vendute elettriche entro il prossimo anno, quota che doveva salire al 68% nel 2030 per arrivare a un totale di auto vendute elettriche entro il 2035. Ma, come si legge su <em>Al Jazeera</em>, «Trump ha sostenuto che gli standard della California avrebbero ostacolato l’industria automobilistica statunitense e limitato la scelta dei consumatori». «Sotto l’amministrazione precedente, il governo federale ha dato ai radicali di sinistra della California poteri dittatoriali per controllare il futuro dell’intera industria automobilistica in tutto il Paese - anzi, in tutto il mondo», dice Trump. In barba a queste farneticazioni, già altri diciassette stati americani hanno adottato obiettivi nell’<em>automotive</em> simili a quelli californiani.</p>
<p>In aggiunta, il <a href="https://www.cbo.gov/system/files/2025-06/61387-Distributional-Effects.pdf" rel="noopener">Congressional Budget Office </a>(cioè l’ufficio parlamentare di bilancio USA) stima <a href="https://www.wallstreetitalia.com/trump-rilancia-la-riforma-fiscale-che-cosa-e-il-big-beautiful-bill-approvato-dalla-camera/" rel="noopener">un ulteriore impatto sociale negativo</a> del BBB, come riassume <em>Wall Street Italia</em>: il 10% più ricco della popolazione vedrà un aumento medio del reddito disponibile del 2%, mentre il 10% più povero vedrà una riduzione del 4%, soprattutto per colpa della riduzione delle tutele sanitarie e alimentari.</p>
<p>Nel rendicontare le malefatte di The Donald, è sempre doveroso dare voce alla comunità scientifica americana, che continua a reagire ai tagli e ai licenziamenti, per quanto possibile. Il 21 luglio 2025, scrive <em><a href="https://www.science.org/content/article/employees-protests-against-trump-science-policies-spread-nsf" rel="noopener">Science</a></em>, circa 150 dipendenti della National Science Foundation hanno denunciato le misure dell’Amministrazione trumpiana per aver «politicizzato la scienza federale e reso il Paese meno competitivo». Il giornale ricorda che, precedentemente, lettere di protesta sono arrivate anche da oltre 480 scienziati dei National Institutes of Health, da quasi 280 dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e recentemente anche da oltre 280 scienziati ed ex scienziati della NASA.</p>
<p>Quando finirà lo sfascio?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Un passo avanti per la giustizia climatica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/passo-avanti-giustizia-climatica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/passo-avanti-giustizia-climatica/</guid><pubDate>Fri, 25 Jul 2025 10:24:00 +0100</pubDate><dc:creator>Sofia Carra</dc:creator><description>La sentenza della Corte Internazionale di Giustizia ridà fiato alle cause contro stati e aziende di combustibili fossili, rimette al centro la scienza del clima e fa sperare in un ritorno ad una azione climatica globale più decisa dopo la svolta pro fossili degli Stati Uniti e le vergognose incertezze europee sulla transizione ecologica. Immagine da: la Corte internazionale di Giustizia, Aia.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/passo-avanti-giustizia-climatica-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/passo-avanti-giustizia-climatica-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 23 luglio, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia ha pubblicato il tanto atteso <a href="https://www.icj-cij.org/case/187" rel="noopener">parere consultivo sugli obblighi degli Stati in materia di cambiamento climatico</a>. Primo fra tutti l’obbligo degli Stati di adoperarsi per mantenere la temperatura media del pianeta entro 1,5°C rispetto al periodo preindustriale. «Una vittoria per il nostro pianeta, per la giustizia climatica e per il potere dei giovani di fare la differenza», così l’ha definita António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite. La storica decisione arriva infatti in risposta a una richiesta presentata nel 2023 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, su iniziativa dello Stato insulare di Vanuatu, uno dei Paesi maggiormente minacciati dall’innalzamento del livello del mare dovuto al cambiamento climatico, insieme al gruppo di giovani studenti “Pacific Island Students Fighting Climate Change”.</p>
<h2 id="i-precedenti">I precedenti</h2><p>Il parere giunge a meno di un mese dalla decisione dalla Corte Interamericana dei Diritti Umani sulla medesima questione e a un anno da quella del Tribunale Internazionale sul Diritto del Mare. I pareri consultivi, forniti dai tribunali internazionali su richiesta di Stati o di organi delle Nazioni Unite, non hanno efficacia vincolante. Nonostante ciò, svolgono un ruolo fondamentale nell’interpretazione e nello sviluppo del diritto internazionale: contribuiscono infatti a consolidare lo “stato dell’arte” del diritto internazionale, orientando future decisioni giudiziarie.</p>
<p>Il primo parere in materia di cambiamento climatico, emesso nel 2024 dal Tribunale sul Diritto del Mare, ha riconosciuto l’obbligo, per gli Stati parte della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare, di adottare “tutte le misure necessarie” per ridurre le emissioni antropogeniche di gas serra, qualificate come forma di inquinamento marino. Ha inoltre intimato agli Stati di assicurarsi che attori non-statali sotto la loro giurisdizione ottemperino a questi obblighi.</p>
<p>La Corte Interamericana, da parte sua, ha riconosciuto l’esistenza di un diritto autonomo ad un ambiente sano, sia delle generazioni presenti che di quelle future. Tale diritto andrebbe interpretato in chiave intersezionale, riconoscendo che l’emergenza climatica esacerba discriminazioni e disuguaglianze preesistenti. Nel parere si afferma inoltre che gli Stati hanno l’obbligo imperativo di mitigare il cambiamento climatico, adattarvisi e prevenire violazioni dei diritti umani ad esso collegate, agendo con una “diligenza rafforzata”. Infine, la Corte Interamericana ha delineato specifici obblighi come il diritto della popolazione di accesso alle informazioni, in particolare alle migliori evidenze scientifiche disponibili.</p>
<h2 id="che-cosa-ha-detto-la-corte-internazionale">Che cosa ha detto la Corte Internazionale</h2><p>Da ultimo, è ora il turno della Corte Internazionale di Giustizia, l’organo giudiziario delle Nazioni Unite. La cosiddetta “World Court” si è pronunciata su due questioni:</p>
<ol>
<li>Quali sono gli obblighi degli Stati, ai sensi del diritto internazionale, volti a garantire la protezione del clima e dell’ambiente dalle emissioni antropogeniche di gas serra;</li>
<li>Quali sono le conseguenze giuridiche per gli Stati che abbiano causato danni significativi al clima e all’ambiente.</li>
</ol>
<p>Rispondendo alla prima domanda, la Corte ha in primo luogo esaminato gli obblighi derivanti dai principali trattati ambientali multilaterali, in particolare la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (1992), il Protocollo di Kyoto (1997), l’Accordo di Parigi (2015) e la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (1994). Ha interpretato gli obblighi contenuti in queste convenzioni in modo particolarmente robusto, chiarendo anche che l’obiettivo dell’Accordo di Parigi di limitare la temperatura media globale a 1,5°C è giuridicamente vincolante, e che gli Stati sono tenuti a adottare misure per mitigare le emissioni di gas serra e per adattarsi agli effetti del cambiamento climatico. </p>
<p>La Corte ha sottolineato che gli Stati devono agire seguendo i principi – insiti nei trattati stessi – dell’equità intergenerazionale e dello sviluppo sostenibile, ossia uno sviluppo che “soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”. Ha anche evidenziato la necessità di tener conto del principio delle “responsabilità comuni ma differenziate”. Secondo quest’ultimo principio, pur condividendo la responsabilità, i Paesi hanno oneri differenziati nella lotta al cambiamento climatico, in base ai loro livelli diversi di sviluppo economico e tecnologico. In linea con questa regola, la Corte ha ribadito, sulla base dell’UNFCCC, che i Paesi industrializzati hanno una responsabilità particolare nel guidare la lotta al cambiamento climatico.</p>
<p>Quanto al diritto del mare, la Corte dell’Aja ha confermato ciò che era già stato detto dal Tribunale Internazionale sul Diritto del Mare, aggiungendo che la Convenzione delle Nazioni Unite non impone agli Stati di aggiornare le proprie coordinate marittime in caso di regressione costiera dovuta all’innalzamento del livello del mare – questione di rilievo per i diritti di pesca e le risorse naturali – e che gli Stati a rischio di sommersione potranno mantenere la loro sovranità statale anche una volta scomparsi.</p>
<p>Viene poi individuata anche dalla Corte internazionale l’esistenza di un diritto ad un ambiente sano, essenziale per il godimento di altri diritti umani. Di conseguenza, gli Stati hanno l&rsquo;obbligo di rispettare e assicurare l&rsquo;effettivo godimento dei diritti umani anche adottando le misure necessarie per proteggere il clima e l’ambiente.</p>
<h2 id="non-vanno-rispettati-solo-i-trattati-cè-anche-il-diritto-consuetudinario">Non vanno rispettati solo i trattati. C’è anche il diritto consuetudinario</h2><p>Oltre agli obblighi derivanti dai trattati, la Corte ha riconosciuto l’esistenza di obblighi consuetudinari in materia di cambiamento climatico. Il diritto consuetudinario internazionale è un’importante fonte del diritto internazionale che vincola tutti gli Stati, a differenza dei trattati anche in assenza di un consenso espresso, e si basa su una pratica costante e uniforme accompagnata dalla convinzione che tale pratica sia giuridicamente obbligatoria (“<em>opinio juris</em>”).</p>
<p>Secondo la Corte, esiste un obbligo consuetudinario per gli Stati di garantire la protezione del clima e dell’ambiente dalle emissioni antropogeniche di gas a effetto serra, agendo con dovuta diligenza (<em>due diligence</em>) per prevenire danni ambientali significativi. Si tratta di uno standard di <em>due diligence</em> rafforzato, «che richiede non solo l’adozione di misure ambientali appropriate, ma anche una particolare attenzione nella loro implementazione». Il principio dell’«obbligo di prevenire danni transfrontalieri» era già stato affermato nel <a href="https://www.icj-cij.org/case/1" rel="noopener">caso del Canale di Corfù del 1949</a>, e, più di recente, nella sentenza sul caso <a href="https://www.icj-cij.org/case/135" rel="noopener">Pulp Mills</a> del 2010, dove la Corte aveva ribadito l’obbligo per gli Stati di «utilizzare tutti i mezzi a loro disposizione per evitare che attività svolte nel loro territorio o sotto la loro giurisdizione causino danni significativi all’ambiente di altri Stati».</p>
<p>Perché questo obbligo si applichi, deve esserci un rischio di un danno significativo all’ambiente, che dipende dal contesto e va valutato sulla base delle migliori conoscenze scientifiche disponibili, come i rapporti del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC).</p>
<p>Infine, la Corte ha ricordato l’esistenza di una regola consuetudinaria che impone agli Stati di cooperare in modo continuo – obbligo anche derivante dall’Articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite – e in buona fede per proteggere il clima e l’ambiente, in quanto risorse globali condivise. Infatti, come affermato nel caso Pulp Mills, «questi obblighi diventano tanto più essenziali quando la risorsa condivisa può essere protetta solo attraverso una stretta e costante cooperazione tra gli Stati interessati». Nell’analizzare il rapporto tra trattati e diritto consuetudinario, la Corte ha sottolineato come queste due fonti del diritto internazionale debbano completarsi reciprocamente e vadano interpretate in modo armonico, secondo il principio di “integrazione sistemica”.</p>
<h2 id="lo-stato-che-non-provvede-a-contrastare-il-cambiamento-climatico-è-colpevole">Lo Stato che non provvede a contrastare il cambiamento climatico è colpevole</h2><p>Passando alla seconda domanda posta alla Corte, il parere afferma, in una novità significativa, che la violazione di uno degli obblighi climatici sopra citati costituisce un atto illecito internazionale, che comporta la responsabilità dello Stato autore della violazione. </p>
<p>Tale responsabilità si configura quando la condotta illecita è compiuta da un qualsiasi organo statale, come già affermato nel <a href="https://www.icj-cij.org/case/116" rel="noopener">caso Armed Activities on the Territory of the Congo</a> del 2005. Qualora invece l’autore della condotta sia un attore privato, lo Stato può essere considerato comunque responsabile se non abbia agito con la dovuta diligenza, ossia non abbia adottato misure adeguate a limitare le emissioni prodotte da soggetti privati sotto la sua giurisdizione. Questo legittima quindi gli Stati ad imporre, per esempio alle società petrolifere che ancora si muovono con grande libertà e spregiudicatezza nelle loro strategie industriali, obiettivi stringenti di riduzione delle emissioni. E a maggior ragione a difendersi contro quelle società che accusano gli Stati di penalizzarle con politiche troppo restrittive, <a href="https://www.theguardian.com/environment/2025/mar/06/isds-fear-of-billion-dollar-lawsuits-stops-countries-phasing-out-fossil-fuels-aoe" rel="noopener">come avvenuto per esempio in Germania e nei Paesi Bassi</a>. Il parere della Corte rafforza anche le cause legali contro gli Stati per inadempienza nell’azione climatica (si veda la causa <a href="https://giudiziouniversale.eu/la-causa-legale/" rel="noopener">Giudizio Universale</a> in Italia), e indirettamente anche le cause contro le società di combustibili fossili.</p>
<h2 id="la-scienza-torna-al-centro">La scienza torna al centro</h2><p>La Corte riconosce che, nel contesto del cambiamento climatico, può risultare complesso invocare la responsabilità internazionale di uno Stato. Ciò è dovuto al fatto che le emissioni di gas serra si estendono nel tempo, provengono da una pluralità di Stati e producono danni nei confronti di altrettanti Stati. Nonostante ciò, la Corte osserva, ponendo ancora una volta la scienza al centro dell’attenzione, che è possibile determinare il contributo totale di ciascuno Stato alle emissioni globali, tenendo conto sia di quelle storiche che di quelle attuali. Perciò, ogni Stato danneggiato può autonomamente invocare la responsabilità di ogni altro Stato che abbia violato i propri obblighi in materia climatica.</p>
<p>La Corte dell’Aja scrive poi che, per invocare la responsabilità internazionale in ambito climatico, non è necessario stabilire un nesso di causalità tra il comportamento esclusivo dello Stato e il danno. È sufficiente stabilire, in modo appositamente flessibile, un “nesso causale sufficientemente diretto e certo” tra un’azione e un danno ambientale, anche in presenza di diverse cause concomitanti. </p>
<h2 id="una-sfida-comune">Una sfida comune</h2><p>Infine, riconoscendo che «tutti gli Stati hanno un interesse comune nella protezione dei beni ambientali comuni, come l’atmosfera e l’alto mare», e che il cambiamento climatico rappresenta una «sfida condivisa da tutta l’umanità», la Corte afferma che gli obblighi fondamentali di mitigazione imposti dai trattati climatici hanno natura “<em>erga omnes</em>”. Ciò significa che ogni Stato ha interesse a far valere il rispetto di tali obblighi, e può dunque sollevare la questione della responsabilità di altri Stati, anche in assenza di un danno diretto. Tuttavia, unicamente gli Stati direttamente danneggiati potranno domandare la riparazione del danno da parte del responsabile; gli altri potranno solo chiedere di cessare l’atto illecito e di fornire assicurazioni e garanzie di non riparazione dell’atto, in base al diritto internazionale della responsabilità degli Stati.</p>
<p>Commenta il Center for International Environmental Law sul New York Times: «Nessuna sentenza da sola può porre fine all&rsquo;era dei combustibili fossili; piuttosto, sono le persone che la utilizzeranno - nei contenziosi, nella legislazione e nei negoziati in tutto il mondo - che le daranno forza e renderanno le sue conclusioni impossibili da ignorare».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Lupi in Salento, storia di un ritorno</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/lupi-salento-storia-ritorno/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/lupi-salento-storia-ritorno/</guid><pubDate>Fri, 25 Jul 2025 08:51:00 +0100</pubDate><dc:creator>Andrea De Giovanni</dc:creator><category>ambiente</category><description>In un territorio segnato dal turismo di massa, dalla scarsità di boschi e dalla quasi totale assenza di fauna selvatica, il ritorno del lupo in Salento sembra una contraddizione. Eppure, da oltre un decennio, questi predatori si sono adattati e trovano il modo di sopravvivere.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/lupi-salento-storia-ritorno-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/lupi-salento-storia-ritorno-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il Salento è tra gli ultimi posti al mondo in cui uno si aspetterebbe di trovare dei lupi. Coste intasate da orde di turisti esagitati, distese di uliveti arsi dal sole, elevata antropizzazione del territorio, pressoché totale assenza di ungulati selvatici e solo rari fazzoletti di bosco. Eppure erano proprio due lupi quelli che una fototrappola ha ripreso affacciarsi sul mar Ionio una mattina d’inverno del 2021. Probabilmente gli stessi che, qualche mese dopo, un’altra fototrappola ha sorpreso a ispezionare una tana di tasso, forse alla ricerca di un luogo dove dare alla luce i loro piccoli - nel video in questione, la femmina della coppia era gravida. E chissà che non fossero proprio i loro piccoli i cinque lupacchiotti che si accalcavano davanti a una terza fototrappola nell’autunno successivo, annusandola e assaggiandola per cercare di capire cosa fosse. Considerando il luogo nel quale avevo installato quella fototrappola - su un fico d’India, a meno di un chilometro da uno dei locali più affollati della bollente estate salentina - quei giovani lupi dovevano aver trascorso la loro infanzia scorrazzando nel fitto di una pineta, al ritmo dell’infrangersi delle onde e di <em>Mambo Salentino</em>. Nulla a che vedere con le selvagge e tranquille lande appenniniche.</p>

<figure class="art-embed">
  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/ag4LmjziZU8" data-titolo="Video: MONITORAGGIO LUPO IN SALENTO: lupi si affacciano sul mare Ionio e assaggiano la fototrappola" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">MONITORAGGIO LUPO IN SALENTO: lupi si affacciano sul mare Ionio e assaggiano la fototrappola</p>
  <button type="button" class="player-avvia">
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</div>
</figure>

<p>Un video del fototrappolaggio del lupo in Salento, in cui si osservano anche dei giovani che “assaggiano” la fototrappola </p>
<p>Per quanto assurdo possa sembrare, quindi, in Salento i lupi ci sono, tra l’altro da oltre un decennio. E grazie a una recente ricerca, iniziamo a saperne un po’ di più sulle loro strategie di adattamento.</p>
<h2 id="storia-di-una-presenza-di-una-scomparsa-e-di-un-ritorno">Storia di una presenza, di una scomparsa e di un ritorno</h2><p>A dire il vero, se si esclude il periodo che va dalla fine dell’800 ai primi anni &lsquo;10 del 2000, in Salento il lupo c’è sempre stato. Ce lo raccontano i ritrovamenti scheletrici provenienti dai tanti siti archeologici sparsi sul territorio e risalenti a migliaia di anni fa, così come le testimonianze scritte dei secoli scorsi. </p>
<p>Come spiega Corradino Guacci, presidente della Società Italiana per la Storia della Fauna &ldquo;Giuseppe Altobello&rdquo;, nel 1811 il governo Murat promosse un’indagine sulle condizioni del Regno di Napoli. Nel documento che ne risultò, il redattore incaricato di occuparsi della Terra d’Otranto affermava che il lupo era presente «in abbondanza». E ancora nel 1871, lo zoologo Giuseppe Costa descriveva il lupo come un animale piuttosto comune sulle alture e nelle boscaglie della regione.</p>
<p>Già all’epoca del governo Murat e di Giuseppe Costa, il paesaggio salentino era prevalentemente occupato da terreni agricoli e privo di ungulati selvatici. Nonostante ciò, il lupo sembrava passarsela piuttosto bene, quanto meno fino all’inasprirsi della sua persecuzione, che ne causò la scomparsa. Ma come può un animale così schivo e con un fabbisogno giornaliero medio di carne che va dai due ai cinque chili, sopravvivere e prosperare in un ambiente tanto inospitale? Sempre Guacci spiega che un tempo i lupi della Murgia e della Basilicata raggiungevano il Salento al seguito delle greggi di pecore transumanti, provenienti dai rilievi abruzzesi e molisani. Per i lupi, queste greggi, composte da centinaia di migliaia di pecore, dovevano rappresentare una risorsa trofica importante. E oggi? </p>
<h2 id="il-lupo-nelle-coste-salentine">Il lupo nelle coste salentine</h2><p>«Quando i lupi sono tornati in Salento una decina d’anni fa vi hanno trovato risorse in abbondanza», spiega Giacomo Marzano, biologo coordinatore del Piano di monitoraggio del lupo nel Salento della Provincia di Lecce. «Gli allevatori salentini avevano perso l’abitudine di proteggere il bestiame dal rischio di predazione e per questo lo lasciavano spesso incustodito. Agli occhi dei lupi, gli allevamenti erano dei buffet a cielo aperto. Inoltre, la densità di volpi in Salento era molto alta, e i cani e i gatti randagi numerosi. E il lupo, si sa, è un animale estremamente adattabile e per niente schizzinoso». Marzano racconta che il numero di cani randagi in Salento si è ridotto a vista d’occhio dal ritorno del lupo. E quella che poteva essere una sua mera impressione sembra essere confermata da recenti analisi condotte sugli escrementi dei lupi. «I resti di pecore, cani e volpi erano quelli più abbondanti negli escrementi che abbiamo analizzato, con percentuali sul totale del 21,3%, 17,3% e 12%, rispettivamente». Oltre ai resti di queste tre specie, inoltre, gli escrementi di lupo ne contenevano molti altri, come quelli di uccelli, micromammiferi, gatti, nonché frutti e altri residui vegetali. «Riducendo la densità di volpi, il lupo ha svolto un importante servizio all’ecosistema salentino. La popolazione di volpi, infatti, rischiava di gravare troppo sulle specie predate, incluse quelle protette dalla Direttiva Habitat, come la testuggine palustre e il colubro leopardino. Inoltre, i lupi hanno quasi azzerato la popolazione di suidi rinselvatichiti che stava mettendo a repentaglio la vegetazione autoctona di un tratto di costa adriatica».</p>
<p>I risultati delle analisi sugli escrementi di lupo, insieme a quelli dell’analisi dei dati raccolti in dieci anni di monitoraggio, sono confluiti in una recente pubblicazione scientifica. Lo <a href="https://www.mdpi.com/3388110" rel="noopener">studio</a>, coordinato da Giacomo Marzano, ha coinvolto il gruppo di ricerca guidato da Stefano Filacorda, dell’Università degli studi di Udine. «Abbiamo analizzato i dati raccolti tra il 2014 e il 2024 su investimenti stradali, avvistamenti e predazioni, insieme alle migliaia di immagini ottenute con le fototrappole nello stesso periodo», spiega Lorenzo Frangini, ricercatore dell’Università di Udine. «Così facendo, abbiamo notato che i lupi sembrano avere colonizzato le aree costiere, meno disturbate dall’essere umano e ricche di vegetazione in grado di fornire riparo, per poi occupare le aree più interne e antropizzate in un secondo momento, probabilmente perché le coste non offrivano ulteriore spazio per le nuove generazioni». E, come emerge dai dati, l’espansione dell’areale del lupo nell’entroterra ha portato con sé un aumento degli investimenti, causati dalla fitta rete stradale. «Il numero di investimenti è passato da tre, nel periodo compreso tra il 2015 e il 2019, a 19 nel periodo compreso tra 2020 e 2024», specifica Frangini.</p>
<p>Infine, il fototrappolaggio ha fornito i primi indizi sugli adattamenti comportamentali del lupo nel territorio salentino. Per esempio, dallo studio è emerso come i lupi siano più attivi nelle ore notturne, verosimilmente per evitare l’incontro con gli esseri umani, più attivi di giorno.</p>
<p>Ma cosa ci si aspetta per il futuro? «Che la popolazione di lupi diminuisca e si stabilizzi al diminuire delle risorse a disposizione sul territorio», risponde Marzano. Il quale, quindi, ritiene che il lupo farà sempre più affidamento sulle prede selvatiche, finché le risorse non saranno più sufficienti al sostentamento dell’attuale numero di esemplari che, di conseguenza, calerà. E qualcosa, secondo Marzano, sta già cambiando. «Il numero di predazioni a danno degli animali domestici sta calando, perché gli allevatori hanno smesso di lasciare le pecore incustodite. Le persone si stanno adattando alla presenza del lupo, e il lupo si adatterà a sua volta». Quindi, sebbene il <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/diminuisce-protezione-lupo-scelta-poca-base-scientifica/">recente declassamento</a> del regime di protezione del lupo possa far pensare il contrario, le prospettive per una convivenza pacifica con il lupo sembrano esserci anche in Salento, come nel resto d’Italia. E, ancora una volta, il concretizzarsi di queste prospettive è anche nostra responsabilità.</p>
<p>Una nota personale. Quando le voci sulla presenza di lupi in Salento giunsero a mio nonno, ex-cacciatore, profondo conoscitore del paesaggio salentino, all’epoca novantenne, lui le accolse con forte scetticismo. Liquidò la faccenda con un lapidario «Nu su animali nosci» (non sono animali nostri), escludendo la possibilità che i lupi potessero davvero far parte della fauna locale. Ironia della sorte, quando mio nonno morì, il suo necrologio apparve su un giornale del luogo, accanto a un articolo che annunciava il primo avvistamento di lupi nelle campagne del paese dove lui era nato e vissuto. Il lupo, d’altronde, è così: una specie adattabile al di là delle aspettative.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Se Trump chiude Mauna Loa</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/trump-chiude-mauna-loa/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/trump-chiude-mauna-loa/</guid><pubDate>Sun, 20 Jul 2025 19:50:00 +0100</pubDate><dc:creator>Sandro Fuzzi</dc:creator><description>Fra i tagli alla NOAA, l&amp;amp;rsquo;amministrazione Trump prevede anche di chiudere Mauna Loa e altri osservatori climatici. Da questa stazione Charles David Keeling iniziò la misurazione sistematica della CO 2 . per questo viene considerata un monumento della climatologia, ma anche una componente essenziale delle rete di osservatori che misura l&amp;amp;rsquo;alterazione della chimica del Pianeta. Ne racconta storia e importanza il climatologo Sandro Fuzzi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/trump-chiude-mauna-loa-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/trump-chiude-mauna-loa-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>In un <a href="https://www.nytimes.com/2025/07/17/climate/budget-cuts-climate-observatories.html" rel="noopener">articolo del 17 luglio</a>, il <em>New York Times</em> informa che l’Amministrazione Trump, con il bilancio 2026, intende tagliare i fondi a tutte le attività che riguardano il clima della NOAA (<em>National Oceanic and Atmospheric Administration</em>), l’Agenzia Federale che si occupa a scala nazionale delle previsioni meteorologiche, del monitoraggio del cambiamento climatico e dello studio del mare.</p>
<p>Fra i tagli previsti, la comunità scientifica internazionale è particolarmente preoccupata per la prevista chiusura della Stazione di Mauna Loa, nelle isole Hawaii nel cuore dell’Oceano Pacifico a quasi 3.400 metri di altitudine dove, da più di sessant’anni, viene misurata con continuità la concentrazione del diossido di carbonio (CO₂, comunemente riferito come anidride carbonica) nell’atmosfera, fornendo i dati alla base della moderna scienza del clima. </p>
<p>La storia della stazione di Mauna Loa inizia nel 1958, grazie al lavoro visionario di Charles David Keeling, scienziato della Scripps Institution of Oceanography, che installò in quel luogo remoto e incontaminato il primo strumento per la misura in modo continuo di CO₂ atmosferico. Keeling scelse Mauna Loa a causa appunto dell’isolamento geografico, dell’altitudine e della stabilità meteorologica che rendevano il luogo ideale per registrare le condizioni dell’atmosfera “di fondo”, non influenzate da fonti locali di inquinamento.</p>
<p>Qui Keeling notò per la prima volta un lento ma costante aumento della concentrazione di CO₂ e il grafico che negli anni ne derivò, la celebre “Curva di Keeling”, è oggi considerato uno dei documenti scientifici più influenti del XX secolo: una linea ascendente che racconta, senza bisogno di parole, la progressiva alterazione della composizione chimica dell’atmosfera terrestre che è alla base del riscaldamento climatico.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/trump-chiude-mauna-loa-body-1.png.webp" alt="" width="600" height="447" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Andamento della concentrazione del diossido di carbonio in atmosfera, curva di Keeling, misurato dal 1958 a oggi nella stazione di Mauna Loa. Dopo un periodo iniziale nel quale Keeling stesso condusse i rilevamenti, la conduzione delle operazioni venne poi, dai primi anni ’60, affidata alla NOAA.</p>
<p>Le oscillazioni della curva rossa rappresentano le fluttuazioni stagionali della concentrazione di CO₂ atmosferico. Durante la primavera e l’estate, le piante dell’emisfero nord (dove si trova circa il 70–80% della vegetazione terrestre) attivano la fotosintesi, assorbendo grandi quantità di CO₂ dall’atmosfera utilizzandola per la loro crescita strutturale e questo ne fa diminuire la concentrazione; in autunno e inverno invece, l’attività fotosintetica si riduce al minimo, la vegetazione entra in riposo, perde le foglie e la materia organica in decomposizione rilascia nuovamente CO₂ con un conseguente nuovo aumento della sua concentrazione.</p>
<p>La tendenza generale di crescita della CO₂, rappresentata dalla curva nera, è causata invece dalle emissioni antropiche: utilizzo di combustibili fossili, deforestazione, agricoltura intensiva, ecc.</p>
<p>Nel 1958, la concentrazione di CO₂ in atmosfera era di circa 315 parti per milione (ppm). Oggi quel valore sta rapidamente raggiungendo 430 ppm. In termini geologici, un aumento simile in un intervallo di tempo tanto breve costituisce un&rsquo;anomalia senza precedenti. Studi paleoclimatici condotti mediante carotaggi in Antartide suggeriscono che l’atmosfera terrestre non aveva livelli così elevati di CO₂ da almeno tre milioni di anni, quando le calotte polari erano drasticamente ridotte e il livello del mare era fino a venti metri più alto di oggi.</p>
<h2 id="una-folle-ideologia-antiscientifica-contro-gli-osservatori-climatici">Una folle ideologia antiscientifica contro gli osservatori climatici</h2><p>L’importanza delle osservazioni condotte a Mauna Loa non sta solo nella sua lunga storia di misure, ma anche nella continuità e nell’affidabilità dei dati prodotti. Questi dati sono infatti alla base dei modelli climatici utilizzati in tutto il mondo, inclusi quelli dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change*,* l’organismo delle Nazioni Unite per la valutazione dello stato del clima), delle politiche di mitigazione e delle previsioni che guideranno le strategie di adattamento al cambiamento climatico per i decenni a venire. Interrompere anche solo per un breve periodo questa sequenza, o metterne a rischio l’affidabilità, significherebbe creare una enorme danno per la nostra capacità di leggere e prevedere il clima globale.</p>
<p>Già durante la prima presidenza Trump, la scienza del clima fu messa ripetutamente sotto attacco. Il Presidente, noto per le sue posizioni negazioniste, definì il cambiamento climatico “una bufala” e intraprese una sistematica demolizione delle infrastrutture ambientali a livello federale, con l’esplicita intenzione di ridurre l’attenzione sul cambiamento climatico.</p>
<p>In un momento storico come l’attuale, in cui gli effetti del cambiamento climatico sono sempre più visibili - dalle ondate di calore agli eventi meteorologici estremi, dalla fusione dei ghiacciai all’innalzamento del livello dei mari - non possiamo permetterci il lusso di perdere l’operatività di infrastrutture chiave come la stazione di Mauna Loa. Mantenerla in funzione non è solo una scelta scientifica, è un atto di responsabilità civile.</p>
<h2 id="mauna-loa-e-monte-cimone-le-sentinelle-del-clima">Mauna Loa e Monte Cimone, le sentinelle del clima </h2><p>Vorrei a questo punto accendere un faro, per una volta positivo, sul nostro Paese. Infatti, a pochi è noto che la stazione con la seconda più lunga serie storica di misura di CO₂ dopo Mauna Loa è l’Osservatorio di Monte Cimone, posto a 2.165 metri di quota nell’Appennino modenese.</p>
<p>Qui dal 1979 il Centro Aeronautica Militare di Montagna (CAMM) misura, in collaborazione e con le stesse tecnologie della NOAA, la concentrazione di CO₂ in atmosfera. A queste misure si sono aggiunte dal 2018, in stretto accordo con il CAMM, le misure dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche (ISAC-CNR). Il grafico della Fig. 3 riporta l’andamento sovrapposto delle misure di Mauna Loa e di Monte Cimone che seguono lo stesso andamento di crescita della concentrazione di CO₂ in atmosfera.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/trump-chiude-mauna-loa-body-2.png.webp" alt="" width="600" height="371" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Sovrapposizione degli andamenti temporali della concentrazione di CO₂ in atmosfera a Mauna Loa e a Monte Cimone.</p>
<p>La figura riporta anche un’indicazione dell’aumento percentuale della concentrazione di CO₂ nel tempo e si vede come questo aumento stia sempre più accelerando, dagli 0,7 ppm/anno degli anni ’60 ai 2,8 ppm/anno attuali che riflettono le sempre maggiori emissioni causate dalle attività antropiche. Da qui derivano i fenomeni estremi sempre più frequenti e intensi collegati al riscaldamento del clima.</p>
<p>Sia Mauna Loa che Monte Cimone fanno parte di un ampio network di stazioni a livello globale nell’ambito del Global Greenhouse Gas Watch (G3W), coordinato dall’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO), che operano da vere e proprie “sentinelle del clima”. Questo network, del quale fanno parte anche altre tre stazioni climatiche della NOAA a rischio chiusura (Alaska, Samoa e Polo Sud), è una delle basi su cui poggiano le politiche, le strategie e le scelte che possono garantire un futuro vivibile alle prossime generazioni. Creare una discontinuità anche di una sola delle stazioni che costituiscono il network mondiale di misura di CO₂ e degli altri gas a effetto serra che causano il riscaldamento del clima della Terra per motivi ideologici che non hanno alcuna valenza scientifica invia un messaggio politico devastante, oltre a indebolire gli sforzi per il contrasto al riscaldamento del clima e offrire un alibi a paesi, come purtroppo il nostro, che cercano di ritardare la transizione energetica necessaria per la mitigazione del riscaldamento climatico.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Condannata la Francia per la morte da alghe verdi: ecco cosa è successo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/condannata-francia-morte-alghe-verdi-ecco-cosa-successo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/condannata-francia-morte-alghe-verdi-ecco-cosa-successo/</guid><pubDate>Mon, 14 Jul 2025 16:04:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Marengo</dc:creator><category>ambiente</category><description>Una tragedia sulle spiagge della Bretagna ha scoperchiato un caso di inquinamento ambientale e silenzi istituzionali durato decenni. L’8 settembre 2016 un uomo viene ritrovato morto su una spiaggia del comune di Hillion, e la sua morte è attribuita a cause naturali; ma, dopo una serie di indagini approfondite, si scopre che è legata alla presenza di alghe nella zona, al gas che hanno generato e soprattutto all’agricoltura e agli allevamenti intensivi. Questa vicenda ha portato la giustizia francese a riconoscere per la prima volta la responsabilità dello Stato.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/condannata-francia-morte-alghe-verdi-ecco-cosa-successo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/condannata-francia-morte-alghe-verdi-ecco-cosa-successo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Jean-René Auffray era un cinquantenne che abitava lungo la costa bretone, appassionato di jogging e in ottima salute. L’8 settembre 2016 è uscito a correre come al solito, ma non ha  più fatto ritorno. Il suo corpo è stato ritrovato vicino alla foce del fiume Gouessant, nel comune di Hillion, e più precisamente nella baia di Saint-Brieuc, che si affaccia sul golfo di Saint-Malo: giaceva in mezzo al fango, circondato da tonnellate di alghe verdi che tappezzavano la spiaggia e il mare fin dall’inizio della primavera.</p>
<p>Inizialmente, le autorità francesi hanno attribuito la morte a cause naturali: si pensava che Jean-René abbia avuto un infarto. Passano solo quindici giorni e il corpo viene riesumato per un’autopsia approfondita; il caso del jogger bretone diventa mediatico, perché l’uomo non aveva nessuna patologia cardiaca. Quelle alghe verdi potrebbero essere la causa della sua morte? In effetti, da diverso tempo si sa che le alghe che circondavano il suo cadavere sono in grado di uccidere animali come cavalli e cinghiali: pochi anni prima, nel 2011, 36 cinghiali senza vita erano stati ritrovati su una spiaggia e la causa della morte era stata attribuita a queste alghe. L’autopsia del corpo di Jean-René rivela un edema polmonare acuto, una condizione in cui i polmoni si riempiono di liquido bloccando la respirazione e compatibile con un arresto cardiaco, per cui le prime indagini si concludono senza un colpevole.</p>
<h2 id="le-maree-verdi">Le maree verdi</h2><p>Le maree verdi sono un fenomeno che avviene con la forte proliferazione di diverse specie di alghe del genere <em>Ulva</em> o lattuga di mare che poi, con il susseguirsi delle maree, vanno a ricoprire la zona intertidale, cioè quell’area che con l’alta marea è coperta dal mare e con quella bassa è invece asciutta. Sulle coste della Bretagna, le maree sono in grado di cambiare radicalmente il profilo del litorale in poche ore e la zona intertidale può estendersi per diversi chilometri. Le maree verdi non sono un fenomeno recente lungo queste coste, anzi: il problema si osserva di frequente fin dal 1971.</p>
<p><a href="https://bretagne-environnement.fr/article/plages-vasieres-algues-vertes-bretagne" rel="noopener">Secondo l’OEB</a> (l’osservatorio dell’ambiente in Bretagna), le maree verdi hanno colpito 141 spiagge tra il 2007 e il 2018 e ricoperto ogni anno circa 421 ettari di sabbia, cioè la superficie equivalente a 601 campi da calcio. Sembrano essere la conseguenza di un disequilibrio ambientale importante, originato dalla politica di industrializzazione dell’agricoltura iniziata nel 1960 e quasi interamente attribuibile all’agricoltura, agli allevamenti intensivi e in particolare all’uso di grandi quantità di fertilizzanti contenenti nitrati. Dopo essere stati sparsi sui campi, infatti, i fertilizzanti sono portati via dalle piogge e, tramite i corsi d’acqua, raggiungono il mare, dove vengono assorbiti dalle alghe alimentandone la proliferazione. Anche gli allevamenti di suini della regione sono una causa importante di rilascio di nitrati, perché le deiezioni ne sono ricche e vengono spesso direttamente riversate nei corsi d’acqua. Ultimo ma non per importanza, va considerato il ruolo della crisi climatica e in particolare dell&rsquo;aumento delle temperature: le maree verdi si verificano durante le fioriture algali, in primavera ed estate, ma gli inverni più miti permettono alle alghe di proliferare più a lungo e quindi di raggiungere quantità sorprendenti.</p>
<p>I comuni del litorale bretone impiegano diversi mezzi per cercare di limitare l’impatto di un fenomeno dirompente. Durante il periodo di fioritura vengono quotidianamente mobilitati sistemi di raccolta meccanica delle alghe, con trattori e camion operati da lavoratori chiamati &ldquo;i raccoglitori d’alghe”. Le tonnellate di rifiuti organici sono poi veicolate verso centri di raccolta e smaltimento costruiti ad hoc. Nonostante i mezzi impiegati, queste azioni avvengono su piccola scala, privilegiando la pulizia delle spiagge più turistiche e vicine alle città.</p>
<p>Le associazioni ambientaliste sollecitano da anni l’intervento dello stato a monte del problema, chiedendo di regolamentare l’impiego dei fertilizzanti contenenti nitrati, in un’ottica non solo di tutela dell&rsquo;ambiente ma anche e soprattutto della salute pubblica. <a href="https://www.ccomptes.fr/sites/default/files/2023-10/20210702-rapport-algues-vertes.pdf" rel="noopener">Secondo la Corte dei Conti francese</a>, la mancanza di effetti da parte dei piani d’azione realizzati finora sarebbe dovuta alla mancanza di coordinamento, a obiettivi non chiari, a risorse economiche impiegate (stimate a 109 milioni di euro) troppo limitate e allo scarso coinvolgimento degli agricoltori e degli allevatori. La Corte dei Conti consiglia inoltre di promuovere un’agricoltura con pochi nitrati. </p>
<h2 id="come-è-morto-jean-rené">Come è morto Jean-René</h2><p>Il 24 giugno 2025 la Corte d’appello di Nantes ha condannato all’indennizzo della famiglia di Jean-René Auffray lo Stato francese, che ritiene colpevole di non aver rispettato le normative europee e nazionali in termini di protezione delle acque dall’inquinamento agricolo. È una sentenza sorprendente: è la prima volta che viene attribuita una chiara colpa allo Stato francese per il fenomeno delle maree verdi e che si riconosce il collegamento tra questa forma di inquinamento e la morte di un essere umano. </p>
<p>La pericolosità delle maree verdi non è dovuta alle alghe di per sé ma alla proliferazione eccessiva, che ne determina un accumulo anomalo sulle spiagge, dove entro 48 ore inizia il processo di putrefazione. Infatti, la ricerca scientifica ha dimostrato, nel corso degli ultimi dieci anni, che l’accumulo delle alghe verdi può rilasciare grandi quantità di gas. Tra questi, diversi sono considerati gas a effetto serra (per esempio il metano), ma in alcuni casi si è rilevata anche la presenza di gas tossici, come l’acido solfidrico o idrogeno solforato (H2S). A dosi basse (2 ppm), l’acido solfidrico può causare asma, mentre a dosi elevate (500-1000 ppm) può portare a edema polmonare acuto e di conseguenza alla morte. Quando la densità delle alghe è molto elevata possono formarsi delle sacche di gas, intrappolate sotto allo strato superficiale, che funzionano allo stesso modo di un campo minato. Lungo le spiagge della Bretagna sono state misurate concentrazioni di acido solfidrico sufficienti a uccidere un essere umano adulto all’istante. A seguito delle nuove istanze e delle nuove informazioni divulgate dalla comunità scientifica, la Corte d’Appello di Nantes ha concluso il 24 giugno 2025 riguardo il caso Auffray che:</p>
<blockquote>
<p>Le numerose prove che non erano state presentate al tribunale amministrativo di Rennes hanno portato a ritenere che il decesso della vittima, avvenuto in maniera istantanea, sia stato causato da un edema polmonare immediato, che non poteva essere spiegato altrimenti se non con l’intossicazione mortale per inalazione d’idrogeno solforato a livelli altissimi</p></blockquote>
<p>Lo Stato dovrà versare un indennizzo alla famiglia della vittima. Inoltre, non si esclude che nei prossimi anni si possano aggiungere nuovi casi, poiché esistono morti sospette potenzialmente attribuibili alle maree verdi ma finora giudicate “naturali”.</p>
<h2 id="le-accuse-di-omertà">Le accuse di omertà</h2><p>Inès Léraud è una giornalista d’inchiesta indipendente che si è occupata ampiamente del fenomeno delle maree verdi in Bretagna e ha raccontato la sua storia tramite un formato molto innovativo, quello del fumetto: <em>Algues vertes, l’histoire interdite</em> (éditions Delcourt, 2019), in italiano <em>Alghe verdi, la storia innominabile</em>. Oltre ad aver partecipato attivamente alla diffusione delle informazioni che hanno permesso la mediatizzazione del processo, Inès <a href="https://www.rts.ch/audio-podcast/2020/audio/omerta-autour-des-algues-tueuses-sur-les-cotes-bretonnes-une-bande-dessinee-d-ines-leraud-25148039.html" rel="noopener">ha denunciato l’omertà</a> che ha osservato ai vari livelli della sua ricerca. La giornalista denuncia in particolare lo Stato francese di aver mentito spudoratamente per anni. Infatti, nel 2006 la prefettura delle Côtes-d’Armor aveva richiesto uno studio sul potenziale mortale delle alghe verdi; studio che <a href="https://www.airbreizh.asso.fr/voy_content/uploads/2007/01/bilan_activites_2006.pdf" rel="noopener">aveva concluso</a> che in alcune delle sacche di gas contenute dai cumuli di alghe era presente il doppio della dose di acido solfidrico necessaria per uccidere un essere umano. Ciononostante, gli organi statali hanno dichiarato per anni che l’acido solfidrico presente nei cumuli di alghe non è sufficiente a uccidere.</p>
<p>Inès non è l’unica a denunciare l’omertà dei servizi pubblici riguardo agli effetti sulla salute delle maree verdi. Un medico di nome Pierre Philippe <a href="https://splann.org/algues-vertes-autopsie-joggeur-detruit/" rel="noopener">ha segnalato</a> la presenza di altri casi, tra i quali quello di un primo trail runner esperto morto nel 1989 nella baia di St-Michel-en-Grèves. Questa volta, la vittima era un ragazzo di 26 anni ritrovato morto in mezzo a un mare di alghe verdi tre giorni dopo la sua scomparsa. A Pierre Philippe fu chiesto di firmare il certificato di morte per cause naturali, ma si rifiutò, perché il cadavere aveva un odore che un abitante del posto non poteva non associare alle alghe verdi. Potevano questi organismi vegetali essere la causa della morte del ragazzo? I risultati dell’autopsia richiesta da Pierre Philippe non sono mai stati resi noti e, vent&rsquo;anni dopo la vicenda, sono stati dichiarati persi. Altri casi di intossicazioni sospette si sono susseguite con maggiore fortuna per le vittime: nel 1999 un raccoglitore d’alghe si è accascia mentre era intento a raccoglierle alla guida di un trattore; rimarrà in coma per quattro giorni. Nel 2009, un veterinario è vittima di un malore simile: se la cava per miracolo durante una gita a cavallo, mentre l&rsquo;animale si accascia e muore sul colpo. L’autopsia rivela la presenza, nel sangue del cavallo, di dosi di acido solfidrico molto elevate.</p>
<p>Yves-Marie le Lay, presidente dell’associazione ambientalista Sauvegarde du Tregor Goëlo-Penthièvre, che milita attivamente contro le maree verdi, denuncia il danno ambientale delle alghe verdi. Sulle spiagge della Bretagna <a href="https://www.google.com/search?q=yves&#43;marie&#43;le&#43;lay&#43;algues&#43;vertes&amp;oq=yves&#43;marie&#43;le&#43;lay&#43;algue&amp;gs_lcrp=EgZjaHJvbWUqBwgCECEYoAEyBggAEEUYOTIHCAEQIRigATIHCAIQIRigAdIBCDc0ODNqMGo3qAIAsAIA&amp;sourceid=chrome&amp;ie=UTF-8#fpstate=ive&amp;vld=cid:f58e4782,vid:EP-QdHIIipo,st:0" rel="noopener">gli animali sono scomparsi</a>, dagli uccelli ai molluschi ai granchi; il succo delle alghe in decomposizione penetra la sabbia e contiene importanti quantità di acido solfidrico, che si accumula durante i periodi di fioritura algale e persiste tutto l’anno. Yves-Marie è anche l’autore del libro <em>Algues vertes, un scandale d’Etat</em> (Libre &amp; Solidaire 2020, in italiano <em>Alghe verdi, uno scandalo di Stato</em>), che denuncia la collusione tra lo Stato e l’FNSEA (Federazione Nazionale degli Agricoltori), l’equivalente della nostra Coldiretti, allo scopo di mantenere i privilegi dei gruppi e dei consorzi agricoli più importanti.</p>
<p>Inès Léraud ha ispirato un film dal titolo *Les algues vertes, *di Pierre Jolivet, uscito nel 2023, che ripercorre le sue indagini sulla FNSEA. Come Inès, denuncia il sistema agro-industriale: un tessuto industriale composto dalle grandi cooperative e dalle grosse imprese dell’agroalimentare capitanato dallo Stato e dalla FNSEA. Durante le interviste alla giornalista, dipinge gli agricoltori come vittime di un sistema in cui la FNSEA ha a sua disposizione diverse leve con le quali fare pressione su di loro: </p>
<blockquote>
<p>La formazione dei giovani agricoltori, i finanziamenti agricoli da parte di banche e assicurazioni, l’attribuzione delle terre, sono tutte cogestite dalla FNSEA. Questo le dà un potere enorme, gli agricoltori sono praticamente obbligati a votare per questo sindacato se vogliono ottenere terre o prestiti</p></blockquote>
<p>Denuncia inoltre il fatto che gran parte degli organi di decisione locali della Bretagna che riguardano l’acqua o l’ambiente sono sotto la tutela dell’agro-industria. Inès Léraud, assieme a molti suoi testimoni, ha subito diversi tentativi di intimidazione, tra cui minacce di morte, campagne di screditamento e spionaggio dei dispositivi, connessi legati alle sue inchieste sull’agro-industria. </p>
<p>Il film <em>Les algues vertes</em> ha avuto un grande successo, vendendo più di 200.000 ingressi al cinema, ed è stato proiettato anche al Senato, dimostrando quanto le questioni ambientali possono stare a cuore. La vicenda continuerà poiché ancora non è stata presa nessuna misura per contrastare le maree verdi, ma nel frattempo nuovi casi vengono analizzati per cercare di capire quante vittime abbiano realmente causato.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Offshore: più eolico e più biodiversità in un colpo solo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/offshore-piu-eolico-piu-biodiversita-colpo-solo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/offshore-piu-eolico-piu-biodiversita-colpo-solo/</guid><pubDate>Thu, 10 Jul 2025 09:47:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Progettare impianti eolici offshore per tutelare la biodiversità mentre si produce energia pulita, è quanto previsto da alcune indicazioni europee e da un nuovo studio appena uscito su Bioscience .</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/offshore-piu-eolico-piu-biodiversita-colpo-solo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/offshore-piu-eolico-piu-biodiversita-colpo-solo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Progettare impianti eolici offshore in modo che nascano già per generare energia pulita e proteggere e ripristinare la biodiversità marina. È quanto <a href="https://academic.oup.com/bioscience/advance-article/doi/10.1093/biosci/biaf092/8185302?utm_source=authortollfreelink&amp;utm_campaign=bioscience&amp;utm_medium=email&amp;guestAccessKey=183bb3bf-4cb7-4058-a902-7c5a2508b4cd" rel="noopener">propongono</a> Christiaan J van Sluis e altri su <em>Bioscience</em>, tra cui Laura Airoldi del Gruppo2003 – che abbiamo sentito via email – che ha partecipato allo studio per la stazione idrobiologica di Chioggia “Umberto D&rsquo;Ancona” (Università di Padova) e il National Biodiversity Future Center di Palermo.</p>
<p>Lo studio condotto da un team di ricercatori internazionali dimostra che destinare anche solo l'1% degli investimenti globali nell’energia eolica offshore da qui al 2050 potrebbe finanziare il ripristino di milioni di chilometri quadrati di ecosistemi marini come i letti di ostriche e le praterie di fanerogame marine.</p>
<p>«L’eolico offshore è la grande industria marina emergente, quindi c’è la possibilità di creare fin dall’inizio concessioni che siano veramente inclusive della natura, delineando obiettivi chiari di ripristino marino integrati nei requisiti per la concessione delle licenze e generando benefici per la società e l’ambiente», dice Airoldi. Infatti, sono da tenere a mente due target europei imprescindibili. Si deve arrivare a proteggere il <a href="https://www.eea.europa.eu/en/analysis/indicators/marine-protected-areas-in-europes-seas" rel="noopener">30% delle aree marine entro il 2030</a> e ridurre del <a href="https://commission.europa.eu/energy-climate-change-environment/overall-targets-and-reporting/2030-targets_it" rel="noopener">55% entro il 2030 le emissioni di gas serra</a> (rispetto ai livelli del 1990). Per altro, è previsto anche il <a href="https://environment.ec.europa.eu/topics/nature-and-biodiversity/nature-restoration-regulation_en" rel="noopener">ripristino</a> del 20% di aree marine entro il 2030 e, nuovissima proposta della Commissione europea, la <a href="https://climate.ec.europa.eu/eu-action/climate-strategies-targets/2040-climate-target_en" rel="noopener">riduzione del 90%</a> delle emissioni di gas serra entro il 2040.</p>
<p>Continua Airoldi: «Il vantaggio per le aziende sarebbe un iter autorizzativo più equo alla luce dell’attuale legislazione sulla conservazione della natura, che impedirebbe che i consorzi orientati esclusivamente al prezzo più basso per megawatt superino quelli impegnati nella tutela degli ecosistemi marini».</p>
<p><a href="https://www.eea.europa.eu/en/analysis/publications/harnessing-offshore-wind-while-preserving-the-seas" rel="noopener">L’Agenzia europea per l’ambiente ricorda</a> che tendenzialmente l’eolico offshore è istallato in aree costiere, la più profonda è a 58 metri con alcune in sperimentazione per i 70 metri di profondità. E realizzare impianti lungo la costa ha anche un costo minore. Quindi, considerando anche la presenza di vento in specifiche zone, non tutto lo spazio marittimo europeo è per ora idoneo all’offshore. La costa, di conseguenza, è considerata un luogo ad alta intensità antropica, dove c’è pesca, estrazione di aggregati marini, banale trasporto marittimo, posa di cavi e oleodotti sottomarini, acquacoltura, sfruttamento di petrolio e gas, e turismo. Gli impatti sugli habitat marini sembrano quasi inevitabili.</p>
<p>«L’eolico offshore ha l’opportunità unica non solo di contribuire alla transizione energetica, ma anche di essere la prima industria offshore a dare un contributo realmente positivo al ripristino della natura su larga scala» afferma il ricercatore principale Christiaan J van Sluis dello studio. «Incorporando regole intelligenti nei permessi e nelle gare per i parchi eolici ora, possiamo invertire la perdita di biodiversità con solo una frazione degli investimenti totali».</p>
<p>Lo studio stima che «per ogni dollaro investito nel ripristino degli ecosistemi, si possono ottenere benefici sociali compresi tra 2 e 12 dollari». E i ricercatori ricordano che alcuni paesi, come i Paesi Bassi, la Danimarca e il Regno Unito hanno già procedure centralizzate particolarmente adatte a integrare il ripristino della natura.</p>
<p>Ancora l’Agenzia europea per l’ambiente sottolinea che si possono realizzare impianti offshore che possono offrire benefici all’ambiente marino creando ambienti simili a barriere artificiali «che possono fornire rifugio a specie ittiche di interesse commerciale, soprattutto se accompagnate da restrizioni su alcune tipologie di pesca commerciale». Per esempio, il verme <em>Sabellaria spinulosa</em> (che è nella <a href="https://www.iucnredlist.org/" rel="noopener">lista rossa dello IUCN</a> delle specie in via di estinzione) è stato osservato «mentre formava nuove colonie sulle basi delle turbine nel Mare del Nord». Pe quanto gli impianti eolici offshore abbiano impatti minori sull’ambiente circostante rispetto agli impianti tradizionali, «al momento la tendenza è quella di cercare di combinare usi multipli – come la pesca e l’acquacoltura – minacciando quindi il potenziale protettivo», dice Laura Airoldi. E conclude: «Sosteniamo che, contrariamente ai piani attuali che favoriscono sinergie e coesistenza di molteplici usi, gli impianti eolici offshore possano essere progettati per limitare le attività estrattive, per integrare le aree marine protette e per favorire il ripristino attivo delle aree circostanti».</p>
<p>Segnaliamo che in Europa esiste l’Osservatorio e rete europea dei dati marini (<a href="https://emodnet.ec.europa.eu/en" rel="noopener">EMODnet</a>), che fornisce dati ambientali marini per la Commissione europea e delle attività umane; inoltre, la <a href="https://www.government.nl/documents/reports/2024/11/25/greater-north-sea-basin-initiative---antwerp-ministerial-declaration" rel="noopener">Greater North Sea Basin Initiative</a>, istituita nel novembre 2023, che vuole rafforzare la cooperazione su vari aspetti della pianificazione dello spazio marittimo. Oltre chiaramente alla nota rete <a href="https://eur-lex.europa.eu/IT/legal-content/glossary/natura-2000.html" rel="noopener">Natura 2000</a> (<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/aree-protette-opportunita-sviluppo-turistico/">abbiamo parlato qui</a> delle varie misure di protezione, anche in funzione turistica).</p>
<p>La <a href="https://www.fisheries.noaa.gov/topic/offshore-wind-energy/assessing-impacts-to-marine-life" rel="noopener">NOAA indica alcuni esempi</a> di ulteriori attenzioni nell’istallazione di eolico offshore:</p>
<ul>
<li>Evitare l’installazione delle fondamenta nei periodi in cui è più probabile la presenza di balene franche nordatlantiche nell’area</li>
<li>Utilizzare tecnologie di attenuazione del rumore, come le barriere a doppia cortina di bolle, per ridurre i livelli di rumore durante l’installazione delle fondamenta</li>
<li>Effettuare verifiche acustiche sul campo per comprendere i livelli di rumore prodotti durante la costruzione e il funzionamento dei parchi eolici</li>
<li>Ritardare o interrompere le fonti di rumore se i mammiferi marini si trovano entro determinate distanze</li>
<li>Applicare limiti di velocità e restrizioni di avvicinamento per le navi, al fine di ridurre il rischio di interazioni tra i mammiferi marini e le imbarcazioni degli impianti eolici offshore</li>
<li>Richiedere la presenza di osservatori specializzati per le specie protette e il monitoraggio acustico durante alcune attività, come la palificazione</li>
</ul>
<p>Qui sotto un video della NOAA dove si spiega che non tutto il mare è idoneo per l’eolico offshore.</p>

<figure class="art-embed">
  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/Jx9uZ6dinpE" data-titolo="Video: Where Can Offshore Wind Turbines Go?" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">Where Can Offshore Wind Turbines Go?</p>
  <button type="button" class="player-avvia">
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</div>
</figure>

<p>Per raggiugere l’obiettivo di aumentare di oltre 16 volte entro il 2050 la produzione di energia eolica offshore europea, dovrebbe essere necessario non più del 3% dello spazio marittimo complessivo. Integrando soluzioni amiche degli ecosistemi marini possiamo riuscire a portare a casa tutti gli obiettivi ambientali senza troppi problemi ed essere ancora da esempio per il resto del mondo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ammazza che caldo!</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ammazza-caldo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ammazza-caldo/</guid><pubDate>Fri, 04 Jul 2025 10:37:00 +0100</pubDate><description>L&amp;amp;rsquo;estate 2025 è iniziata col botto: 21 città italiane in allerta rossa, temperature che hanno fatto sfrigolare l&amp;amp;rsquo;asfalto oltre i 45 gradi. Eppure, un dato sorprende: nonostante il caldo record, si muore meno. Nel 2023 i morti per calore sono stati 12.800, ma con la vulnerabilità di vent&amp;amp;rsquo;anni fa sarebbero stati il doppio. Ma c&amp;amp;rsquo;è un problema: il clima si scalda più velocemente della nostra capacità di adattarci. Mentre impariamo a resistere alle &amp;amp;ldquo;notti torride&amp;amp;rdquo; che ci rubano 44 ore di sonno l&amp;amp;rsquo;anno, la Terra ci sfida con temperature sempre più estreme. La domanda è semplice: fino a quando potremo reggere questo braccio di ferro con il pianeta?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ammazza-caldo-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/ammazza-caldo-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La prima, poderosa ondata di calore del 2025 ha colpito duramente e ora per fortuna ha le ore contate. La progressione è stata notevole. L’innesco si è avuto dal 20 al 22 giugno, quando un’ondata di calore ha investito l’Europa occidentale, che è risultata più calda e arida di 2,5 °C rispetto alla media, con 2 mm di pioggia in meno al giorno (<a href="https://www.climameter.org/20250620-22-western-european-heatwave?utm_source=chatgpt.com" rel="noopener">ClimaMeter</a>, 2025). Lo scorso weekend il Ministero della salute ha pubblicato il primo bollettino rosso dell’estate che ha coinvolto il numero più ampio di città, passato da sei (il 26 giugno) a 21 il 29 giugno, a 20 il 4 luglio, inaugurando l’inizio della fase critica della stagione su scala nazionale. Il 29 giugno Roma e Foggia hanno superato i 45 °C di temperatura superficiale, mentre in regioni come la <a href="https://www.theguardian.com/environment/2025/jun/30/spain-records-highs-of-46c-and-france-under-alert-as-europe-swelters-in-heatwave" rel="noopener">Toscana</a> i ricoveri ospedalieri sono aumentati del 20%. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ammazza-caldo-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/ammazza-caldo-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ammazza-caldo-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="mosaioco temperatura europa " width="1600" height="935" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Figura 1. Questa immagine, un mosaico composto da cinque passaggi orbitali sovrapposti nella mattinata del 29 giugno 2025, è stata catturata dal radiometro per la temperatura della superficie marina e terrestre della missione Copernicus Sentinel-3. Come suggerisce il nome dello strumento, l&rsquo;immagine rivela la temperatura della superficie terrestre.</p>
<p>Qui sotto la visualizzazione sintetica e in continuo aggiornamento realizzata da <a href="https://www.ondata.it/" rel="noopener">onData</a> in base ai dati ricavati dai bollettini del Ministero della salute relativamente a 27 città.</p>
<p>Credit: <a href="https://observablehq.com/d/0e72b25a07e46af8" rel="noopener">Calendario bollettino ondate di calore by onData</a></p>
<p>Se ci stupiamo non abbiamo capito niente. Il caldo è destinato ad aumentare per molto tempo, pur con gli alti e bassi della variabilità naturale. In effetti ogni anno che passa la temperatura media è superiore alla temperatura media del precedente, come ha mostrato per esempio il 2024 sul 2023 e il 2022, secondo i dati Copernicus, dove il 2024 è stato il primo a superare la soglia degli 1,5°C in più rispetto all’epoca preindustriale, nota per essere diventato il limite ideale al quale fermare il riscaldamento globale nell’Accordo di Parigi del 2015.</p>
<h2 id="ci-adattiamo-al-caldo-ma-siamo-fra-i-più-vulnerabili-deuropa">Ci adattiamo al caldo, ma siamo fra i più vulnerabili d’Europa</h2><p>Le ondate di calore rappresentano un pericolo serio per la salute, soprattutto per gli anziani, le donne (per condizioni fisiologiche come minore sudorazione e vasodilatazione, e sociali), i bambini molto piccoli e le persone affette da malattie croniche cardiovascolari, metaboliche, respiratorie e renali. Altre conseguenze degli eccessi protratti di caldo sono il rischio di complicazioni durante la gravidanza e il parto, e l’aggravamento di condizioni neurologiche e psichiatriche. Per quanto le morti da freddo a livello globale superino quelle da caldo - come ricorda l’interessante Report 2024 di <a href="https://lancetcountdown.org/2024-report/" rel="noopener">Lancet Countdown</a> che analizza le cause climatiche di mortalità e malattie - la distanza si sta riducendo, e potrebbe anche invertirsi in scenari climatici estremi. Vivere sotto stress termico infatti agisce su diversi aspetti della vita: riduce per esempio la propensione a svolgere attività fisica e lavorativa, nonché le ore di sonno. Da questo punto di vista le cosiddette “notti torride” sembrano essere uno dei momenti più delicati nella manifestazione di malesseri anche mentali e di disturbi.</p>
<p>Il numero dei morti da calore è significativo e vede l’Italia fra i paesi più colpiti in Europa. Secondo un recente <a href="https://www.nature.com/articles/s41591-024-03186-1" rel="noopener">studio condotto da Is GLobal e pubblicato su <em>Nature medicine</em></a>, nel 2023 i morti da caldo in una porzione significativa dell’Europa (543 milioni di persone) sono stati stimati in poco più di 47.000, e in Italia 12.800, con una netta prevalenza di donne su uomini (1:55) e un tasso di 209 su 1 milione, superato solo da Grecia (393) e Bulgaria. Lo studio ha inoltre svolto una ricerca controfattuale su un sottoinsieme di Paesi per capire quante persone sarebbero morte con il clima del 2023 ma con le caratteristiche di vulnerabilità e adattamento del periodo 2000-2004 (paragonato al periodo 2015-2019): i risultati mostrano il notevole adattamento della popolazione alle nuove condizioni climatiche, al punto che si stima che i morti nelle condizioni dei primi anni Duemila (quando c’è stata la storica ondata di calore del 2003) con le temperature del 2023 sarebbero state più di 85.000 anziché 47.000. Questo significa che per una serie di ragioni legate al progresso tecnologico, infrastrutturale e di comportamenti, il rischio relativo di morire di calore a parità di esposizione si sarebbe quasi dimezzato.</p>
<p>Anche la situazione italiana sembra rispondere a questi scenari di maggior resistenza al caldo. Il <a href="https://www.salute.gov.it/new/it/sezione/pubblicazioni/?tema=Ondate&#43;di&#43;calore" rel="noopener">report 2024</a> del Piano Operativo Nazionale del Ministero della salute ha evidenziato che nelle 52 città seguite dal Sistema di monitoraggio della mortalità giornaliera (SiSMG) la mortalità complessiva è stata superiore del 2% rispetto al periodo di riferimento nonostante i livelli record di temperatura del 2024. </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ammazza-caldo-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/ammazza-caldo-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ammazza-caldo-body-2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="grafrico giorni allerta caldo" width="1572" height="910" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 2. I giorni di allerta (livello 2 e 3 sistema HHWW) sono stati in media 24 per città, superiori agli anni precedenti, soprattutto al Centro dove si è registrato il numero medio di giorni di allerta (33 giorni), il più elevato degli ultimi anni. Fonte: Dati Ministero della salute, <a href="https://www.salute.gov.it/new/it/sezione/pubblicazioni/?tema=Ondate&#43;di&#43;calore" rel="noopener">Piano Caldo 2024</a>.</p>

<p>Anche nel caso italiano, il Report riscontra una discesa del rischio relativo sia in relazione al periodo di riferimento 2015-19, sia agli anni 2023 e 2022, pur registrando in molte delle 52 città considerate incrementi di mortalità concentrate nelle ondate di calore di luglio e agosto.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ammazza-caldo-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/ammazza-caldo-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ammazza-caldo-body-3.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="2152" height="1054" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Figura 3. Relazione temperatura/mortalità per le città Italiane del Nord (sinistra) e del Centro-Sud (destra) nel periodo estivo per il 2024, 2023, 2022, e nel periodo di riferimento (2015-2019). Fonte: &ldquo;Risultati dei Sistemi di allarme (HHWWS) e del Sistema di Sorveglianza della Mortalità Giornaliera (SiSMG) e degli accessi in pronto soccorso. Sintesi dei risultati estate 2024&rdquo;, DEP Lazio.</p>
<p>Le cause del calo complessivo della mortalità in relazione alle temperature non sono del tutto chiare: possono dipendere per esempio dall’andamento della stagione invernale precedente, sia per le influenze che per i morti di freddo. Negli anni più a ridosso al Covid, come nel 2022, c’è stato un effetto di anticipazione della mortalità della popolazione più vulnerabile, come ipotizza un’<a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0048969723027250?via=ihub" rel="noopener">indagine</a> pubblicata su <em>Science of the total environment</em>. Tuttavia, forse ancora più impattante, <a href="https://www.epicentro.iss.it/caldo/archivio2018-2024" rel="noopener">come evidenziato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS)</a>, è stato il ruolo delle componenti informative e di prevenzione – come bollettini, allerte, campagne pubbliche e sistemi di <em>early</em> <em>warning</em>. Lo afferma anche un <a href="https://conference.iza.org/IZA_Climate_2025/valenti_g36056.pdf?utm_source=chatgpt.com" rel="noopener">working paper</a> recente che ha analizzato l’efficacia del Piano Caldo, secondo cui l’impatto delle giornate con temperature superiori a 30 °C sulla mortalità si è ridotto del 57% nel periodo post-policy. Lo stesso documento ministeriale dedica un’appendice ai risultati del censimento degli interventi di prevenzione soprattutto sui più suscettibili, come anziani e lavoratori. Misure che possono essere ulteriormente migliorate e meglio coordinate con il monitoraggio della mortalità giornaliera per città.</p>
<p>Se la nostra capacità di rispondere con intelligenza ed efficacia al caldo estremo aumenta, aumenta purtroppo di anno in anno anche il caldo, mettendo alla prova queste risposte.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ammazza-caldo-body-4.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/ammazza-caldo-body-4.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ammazza-caldo-body-4.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="2036" height="1148" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Figura 4. La tabella mostra la variazione di alcuni indicatori negli ultimi anni rispetto alla media degli anni 1991-2020. In particolare, sono stati considerati: la temperatura media (T), i giorni caldi (T &gt; 30 °C), i giorni torridi (T &gt; 35 °C), le notti tropicali (Tmin &gt; 20 °C), le notti torride (Tmin &gt; 25 °C) e l’indice di disagio termico estremo (n° giorni con temperatura e umidità elevate).<br>
Fonte: Dati Ministero della salute, Piano Caldo 2024.</p>
<h2 id="lavorare-scalda">Lavorare scalda</h2><p>L’anno scorso quindici regioni italiane hanno emesso ordinanze per vietare di svolgere lavori all’aperto nelle ore più calde, e altrettanto sta accadendo in questo travagliato inizio d&rsquo;estate. Ma non basta, perché i lavoratori all’aperto sono quelli che rischiano di più. Nel mondo circa 1,6 miliardi di persone lavorano all’aperto (dati 2023), con una perdita record di 512 miliardi di ore di lavoro potenziali legata al caldo - il 49% in più rispetto alla media del periodo 1990-99. <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0013935125000957?via=ihub" rel="noopener">Uno studio</a> pubblicato a gennaio su <em>Environmental research</em> stima oltre 25mila infortuni sul lavoro per calore estremo in Italia tra il 2014 e il 2019, pari a una media di 4.272 casi all’anno e 49 milioni di euro in risarcimenti. Le categorie più esposte includono operai edili, agricoltori, rider, senzatetto. In presenza di malattie preesistenti - come quelle cardiache, polmonari e renali - e assunzione di farmaci come diuretici e betabloccanti può aumentare la disidratazione e la conseguente perdita di minerali. Cuore e reni devono compensare questo squilibrio idrico, soprattutto in presenza della combinazione ondata di calore e notti tropicali, predisponendo l’organismo al <a href="https://www.nationalgeographic.it/ambiente/2021/09/perche-il-cambiamento-climatico-e-ancora-la-principale-minaccia-per-la-salute-umana" rel="noopener">rischio di attacchi cardiaci, ictus e danni ai reni</a>. Il quadro si complica se aumenta l’umidità che rende più difficile la dispersione del calore. </p>
<h2 id="oltre-i-limiti-ma-fino-a-quanto">Oltre i limiti, ma fino a quanto?</h2><p>E qui ci avviciniamo ai limiti di vivibilità, un ramo di studio di fisiologia applicata che s’ingegna a capire fino a quali temperature ci possiamo spingere senza trasgredire i limiti termodinamici. I cosiddetti limiti ambientali critici variano molto a seconda dell’umidità e del tipo di attività che si sta svolgendo: secondo <a href="https://journals.physiology.org/doi/epdf/10.1152/japplphysiol.00225.2024" rel="noopener">uno studio recente pubblicato su <em>Journal of applied phisiology</em></a>, un soggetto sano che svolge un’attività modesta (150W) potrebbe resistere a 50°C con una umidità relativa di 5% e 34°C con umidità relativa del 95%, in modo da non superare in 6 ore di attività la soglia di vivibilità rappresentata dalla temperatura centrale del corpo umano pari a 38°C. Tali valori ambientali critici scendono rapidamente all’aumentare dell’attività.</p>
<p>Il caldo estremo preoccupa anche per gli effetti “indiretti” sulla salute: aumenta il tasso di incidenti, incendi, blackout, altera la salute mentale e il sonno. Per ogni grado in più, il rischio di mortalità e morbilità correlate alla salute mentale (tra cui disturbi dell&rsquo;umore, disturbi mentali organici e schizofrenia) aumenterebbe, secondo alcune fonti, rispettivamente, <a href="https://www.researchgate.net/publication/367932956_Effects_of_high_temperatures_on_poor_mental_health_outcomes_a_systematic_review_and_meta-analysis" rel="noopener">del 2,2% e dello 0,9%</a>. Le notti più calde, vale a dire torride (superiori ai 30°C), invece, costerebbero già <a href="https://www.cell.com/one-earth/fulltext/S2590-3322%2822%2900209-3#fig2" rel="noopener">44 ore di riposo in meno ogni anno</a>, proiettate fino a 50-58 ore entro il 2099.</p>
<p>Si può andare avanti così, in un contesto climatico in progressivo riscaldamento?</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ammazza-caldo-body-5.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/ammazza-caldo-body-5.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/ammazza-caldo-body-5.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 5. A day with at least &lsquo;strong heat stress&rsquo; has a maximum feels-like temperature (UTCI) of at least 32°C. Data: ERA5-HEAT UTCI • Reference period: 1991-2020 (right) •" width="2168" height="1146" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Figura 5. A day with at least &lsquo;strong heat stress&rsquo; has a maximum feels-like temperature (UTCI) of at least 32°C. Data: ERA5-HEAT UTCI • Reference period: 1991-2020 (right) • Credit: C3S/ECMWF</p>

<p>Immaginare il futuro in queste condizioni di emissioni climalteranti e riscaldamento ancora crescenti inizia a mettere in discussione la stessa sopravvivenza fisica. Un processo di graduale adattamento è in corso, come si è visto, soprattutto conseguente ai normali aggiustamenti che intervengono alla luce delle esperienze vissute, alle informazioni e agli ancora erratici programmi di prevenzione rivolti alla popolazione più fragile. </p>
<p>Ma questo non è più sufficiente. Di fronte a un clima che diventa ogni anno più ostile, servono strategie organiche che rivoluzionino città e campagne, con programmi di forestazione urbana massiva, e altre misure di urbanistica resiliente al calore, depavimentazioni, passaggio a superfici chiare, pareti e tetti verdi, soluzioni di risparmio e riciclaggio idrico, passaggio a forme di mobilità e dieta sostenibili (vedi progetti come “Co-benefici di salute ed equità a supporto dei piani di risposta ai cambiamenti climatici in Italia”, del Ministero della salute), riconversione energetica rapida verso le rinnovabili: tanti capitoli di un libro in buona parte ancora da scrivere, e di cui parleremo nei prossimi articoli.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Diminuisce la protezione del lupo, ma la scelta ha poca base scientifica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/diminuisce-protezione-lupo-scelta-poca-base-scientifica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/diminuisce-protezione-lupo-scelta-poca-base-scientifica/</guid><pubDate>Sat, 28 Jun 2025 13:07:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Marengo</dc:creator><description>Il Consiglio dell’Unione Europea ha deciso di declassare il lupo da specie “strettamente protetta” a “protetta” nella direttiva Habitat. Una scelta giustificata da ragioni socioeconomiche e di convivenza con gli esseri umani, ma che secondo molti esponenti del mondo della ricerca manca di basi scientifiche solide. Ne abbiamo parlato con Ettore Randi e Marco Musiani, esperti di conservazione e monitoraggio dei grandi carnivori.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/diminuisce-protezione-lupo-scelta-poca-base-scientifica-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/diminuisce-protezione-lupo-scelta-poca-base-scientifica-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorso 5 giugno il Consiglio europeo ha accettato di <a href="https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2025/04/16/habitats-directive-council-agrees-on-the-targeted-proposal-to-change-the-protection-status-of-the-wolf/" rel="noopener">modificare la direttiva Habitat</a>: il lupo passa da <em>strettamente protetto</em> a <em>protetto</em> per «migliorare la coesistenza con l’essere umano e per minimizzare l’impatto della popolazione di lupi in crescita, incluso a livello socioeconomico». Questa decisione è stata molto criticata dalla comunità scientifica, che denuncia la mancanza di fondamenti scientifici a suo sostegno. Abbiamo intervistato Ettore Randi, professore all’Università di Aalborg in Danimarca ed ex dirigente di ricerca presso ISPRA, che ha presentato un rapporto contro questa decisione, e Marco Musiani, professore dell&rsquo;Università di Bologna ed esperto di lupi.</p>
<h2 id="il-lupo-leuropa-e-la-direttiva-habitat">Il lupo, l’Europa e la direttiva Habitat</h2><p>Nel XX secolo il lupo era quasi del tutto estinto sul territorio italiano, come in gran parte del resto dell’Europa per via della caccia, della perdita degli habitat e della riduzione delle prede naturali. Infatti, si stima che negli anni ’70 in Italia fossero presenti solo un centinaio di esemplari distribuiti in popolazioni isolate in alcune porzioni dell’Appennino del centro e del sud. A partire dal 1976 il lupo viene considerato dalla legge italiana una specie di interesse comunitario che richiede una protezione rigorosa, non potendo essere né uccisa né disturbata.</p>
<p>Nel 1992 l’Unione Europea adotta la direttiva Habitat con l’obiettivo di salvaguardare migliaia di specie dall’estinzione e 230 habitat dalla distruzione. La direttiva impone a tutti gli stati membri nuovi standard e obiettivi, fra i quali condizioni minime di conservazione e ricerca. Inoltre, impone ai paesi membri di condividere i dati sulla conservazione e sul monitoraggio delle specie presenti sui territori nazionali e di realizzare aree protette organizzate in una rete ecologica estesa a tutto il territorio. La prima sezione della direttiva Habitat è dedicata proprio ai grandi carnivori che avevano subito drastiche riduzioni delle popolazioni. Il lupo viene inserito nella direttiva come specie <em>strettamente protetta</em>, cioè tra le specie di cui sono specificamente proibiti la cattura, l’uccisione, la detenzione e il commercio. Grazie a queste misure e al declino della pastorizia, la pressione venatoria sulla specie diminuisce e il lupo riprende a diffondersi.</p>
<p>Oggi <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/archivio/notizie-e-novita-normative/notizie-ispra/2022/05/il-lupo-in-aumento-la-popolazione-italiana" rel="noopener">si stima</a> che nel nostro paese siano presenti più di 3.000 lupi - una crescita rilevante. Questa rapida progressione non è però rimasta priva di conseguenze: ha portato all’aumento del numero di attacchi al bestiame e soprattutto a un interesse pubblico crescente. Il 5 giugno 2025 il Consiglio europeo ha accettato di spostare il lupo dalla lista delle specie <em>strettamente protette</em> a quella delle specie <em>protette</em>. Questa categoria permette agli stati di decidere se procedere alla riduzione del numero di lupi presenti sul territorio, qualora si ritenga ce ne siano troppi per una convivenza con l’essere umano.</p>
<h2 id="le-critiche-e-la-risposta-della-comunità-scientifica">Le critiche e la risposta della comunità scientifica</h2><p>A seguito di questa decisione sono pervenute numerose critiche da parte sia della comunità scientifica sia da quella ambientalista. A giustificare questo cambiamento della direttiva Habitat dal punto di vista scientifico viene portato come principale documento il <a href="https://op.europa.eu/en/publication-detail/-/publication/5d017e4e-9efc-11ee-b164-01aa75ed71a1/language-en" rel="noopener">rapporto Blanco e Sundseth</a> del 2023, che pure non propone il declassamento. Più di 700 scienziati nel 2024 hanno scritto una lettera al segretariato generale della convenzione di Berna contro il declassamento del regime di protezione del lupo. Tra questi Ettore Randi, che è anche cofirmatario, assieme a Mark Fisher, professore dell’Università di Leeds, della revisione indipendente che critica questo rapporto.</p>
<p>Le critiche sono principalmente sul metodo scientifico del documento e in particolare sulla raccolta dati, perché a oggi non esiste un modo comune di monitorare il lupo e la specie è altamente elusiva e diffidente. Nonostante ciò, il rapporto considera una combinazione di 24 diversi metodi di monitoraggio utilizzati in 34 paesi europei. Emerge quindi che l’UE ha preso questa decisione senza una stima, nemmeno approssimativa, del numero di lupi di molti paesi.</p>
<p>Marco Musiani, che ha studiato questo carnivoro nell&rsquo;ex Iugoslavia, sostiene che in molti di questi paesi parte dell’UE o prossimi a prendervi parte (in particolare Serbia, Montenegro, Macedonia del Nord, Albania e Bosnia) non hanno sistemi di monitoraggio particolarmente efficienti e in linea con le norme europee. In altri paesi, come la Romania, la maggior parte dei dati presentati dal rapporto provengono da quelli forniti dai cacciatori e da questionari rivolti alla popolazione.</p>
<p>A dicembre 2024, 41 associazioni guidate da <a href="https://www.greenimpact.it/it/" rel="noopener">Green Impact</a> hanno presentato ricorso alla Corte di giustizia europea. Hanno inoltre inviato una lettera alla Presidenza polacca del Consiglio dell’UE, chiedendo di rinviare il voto sulla proposta di cambiamento della direttiva Habitat fino alla decisione della Corte di giustizia europea.</p>
<p>Nonostante i numerosi appelli, la modifica della direttiva è stata ratificata. La decisione non entra in vigore nell’immediato, ma ogni nazione potrà decidere se modificare la propria legislazione e quindi cambiare o meno lo statuto di protezione del lupo all’interno dei propri confini. A questo scopo, Ettore Randi e diversi scienziati italiani <a href="https://www.senato.it/3712" rel="noopener">sono stati chiamati in Senato</a> per presentare le loro argomentazioni verso la decisione europea.</p>
<h2 id="un-cambio-di-rotta-ingiustificato">Un cambio di rotta ingiustificato</h2><p>Le associazioni denunciano un cambio di rotta ingiustificato dell’UE, che negli ultimi decenni ha investito molto sulla protezione del lupo e ha dimostrato e sostenuto che la convivenza essere umano e lupo è possibile. Spiega Ettore Randi: «La convivenza è possibile e di fatto c’è già [&hellip;] I lupi non si sono limitati a popolare le parti alte dell’Appennino, in cui le densità di popolazione umane non sono molto elevate, ma sono presenti anche nella Pianura Padana, dove la densità di popolazione umana e di strutture è altissima. La convivenza tuttavia è possibile, come dimostra il fatto che non si siano mai verificati grossi incidenti».</p>
<p>Un altro studio citato dalla Commissione Europea a sostegno di questa decisione, è <a href="https://rm.coe.int/inf45e-2022-wolf-assessment-bern-convention-2791-5979-4182-1-2/1680a7fa47" rel="noopener">quello di Luigi Boitani</a>, professore ordinario all’Università La Sapienza di Roma, e alcuni ricercatori della Large Carnivore Initiative for Europe (LCIE) del 2022. Lo stesso studio venne già utilizzato dalla commissione per respingere la stessa proposta di declassamento del lupo nel 2022. Nello stesso anno, la Corte di giustizia dell’UE aveva confermato la necessità di mantenere una protezione rigorosa, sostenendo che garantire uno stato di conservazione favorevole del lupo prevale sulle considerazioni socioeconomiche.</p>
<p>Secondo Marco Musiani, questo cambio di rotta è da attribuirsi al fatto che «Il lupo genera polarizzazione». D’altra parte, continua Musiani, «Sono a Bologna da due anni e mezzo, ma qui non ho mai visto il lupo tranne che con l’uso delle fototrappole, nonostante le densità dei lupi siano doppie rispetto a quanto si poteva osservare in Canada, dove mi è capitato di vederli spesso. Qui la specie è talmente elusiva che il monitoraggio rappresenta una grande sfida». Secondo Randi, la preoccupazione dell’UE di minimizzare l’impatto della presenza del lupo sulle attività economiche come la pastorizia e l’allevamento è esagerata, anche perché la situazione a suo modo di vedere è gestibile. «Gli allevamenti di animali domestici oggetto delle predazioni si possono proteggere con metodologie che ormai sono ben sperimentate, anche grazie ai progetti europei come i programmi Life. Si sperimentano tecnologie di prevenzione come l’uso di cani preparati per difendere le greggi, di recinzioni elettrificate o non elettrificate, di ricoveri per la notte destinati al bestiame, e la presenza di pastori che vigilano. Poi ci sono altri metodi come i diffusori sonori, radiocollari che possono lanciare uno stimolo negativo al lupo e altri ancora».</p>
<p>Ciò detto, i problemi e le reazioni da parte di alcune categorie esistono, frutto anche di fattori come l’insufficiente formazione (si pensi ai pastori provenienti dalla Sardegna che si sono trasferiti in Toscana senza essere mai stati a contatto con la realtà del lupo, storicamente assente nella loro regione), e di una corretta comunicazione scientifica che potrebbe dimostrare, per esempio, come i <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita/monitoraggio-nazionale-del-lupo/impatto-del-lupo-sulle-attivita-zootecniche" rel="noopener">danni annui dovuti alle predazioni</a> del lupo in Italia siano molto inferiori a quelli provocati da altre specie, <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/istituto-informa/comunicati-stampa/anno-2023/presentati-in-un-evento-di-confagricoltura-i-risultati-dell2019indagine-nazionale-di-ispra-sulla-gestione-del-cinghiale-in-italia-nel-periodo-2015-2021" rel="noopener">come il cinghiale</a>.</p>
<p>Come spesso accade nel nostro paese, la disinformazione su questi temi acquisisce anche un colore politico, che esaspera le divisioni con la complicità dei media, altrettanto impreparati, secondo Randi e Musiani, ad affrontare il tema riportandolo alle giuste proporzioni. «In Italia ci sono circa 3.500 lupi e 56 milioni di persone, e nemmeno nel luogo più remoto della Penisola ci sono più lupi che esseri umani» commenta Musiani.</p>
<p>Quel che è successo è che la specie si è espansa risvegliando impatti emotivi ed economici che vengono costantemente sollecitati. Il lupo «È l’unico grosso predatore che può essere individuato come target, con le inevitabili conseguenze del caso». La decisione di cambiare lo status del lupo da <em>strettamente protetto</em> a <em>protetto</em> potrebbe avere quindi ripercussioni gravi sulla conservazione di questo animale, che pure è fondamentale dal punto di vista ecologico. Diventerà infatti possibile, per esempio, la caccia sportiva a questa specie; alcune testate giornalistiche internazionali <a href="https://www.euronews.com/my-europe/2024/12/03/wolves-to-lose-protection-as-eu-secures-support-for-status-downgrade" rel="noopener">riportano il timore</a> che questa decisione possa estendersi ad altre specie come la lince o l’orso, che sono già in grande difficoltà in molte zone. Ciò che servirebbe, invece, sarebbe l’allestimento di un vero monitoraggio su scala continentale, anche per contenere il fenomeno del randagismo, che <a href="https://www.uniroma1.it/it/notizia/lupo-libridazione-con-il-cane-domestico-mette-rischio-la-conservazione-della-specie" rel="noopener">mette a reale rischio la conservazione</a> del lupo. Come spiega in conclusione Ettore Randi: «I vantaggi sarebbero evidenti per tutti in termini di conoscenze e di controllo. Avere per esempio una banca dati europea sulla presenza di lupi, sulle unità riproduttive che chiamiamo impropriamente branchi e sulla presenza degli ibridi, quindi degli incroci con i cani randagi, permetterebbe di capire qual è la dinamica del lupo e da lì studiare interventi opportuni».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Conferenza ONU sull'oceano: molte promesse, il mare vuole i fatti</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/conferenza-onu-sulloceano-molte-promesse-mare-vuole-fatti/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/conferenza-onu-sulloceano-molte-promesse-mare-vuole-fatti/</guid><pubDate>Sat, 21 Jun 2025 09:23:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><category>ambiente</category><description>Dal 7 al 13 giugno scorsi si è tenuta a Nizza UNOC3, la terza Conferenza delle Nazioni Unite sugli oceani. Un evento in grande stile, con oltre 15.000 partecipanti da tutto il mondo. Il summit ha ribadito l&amp;amp;rsquo;urgenza di proteggere gli ecosistemi marini e prodotto un piano di azione, che resta però vago sugli strumenti concreti. Il rischio è che resti solo una dichiarazione di intenti, quando l&amp;amp;rsquo;urgenza di azione è massima.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/conferenza-onu-sulloceano-molte-promesse-mare-vuole-fatti-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/conferenza-onu-sulloceano-molte-promesse-mare-vuole-fatti-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Una biglia blu, <em>a blu marble</em>. Così appariva il nostro pianeta in una delle prime iconiche foto che lo ritraeva dallo spazio, scattata nel 1972 dall’Apollo 17. Un&rsquo;immagine illuminata della Terra, divenuta simbolo della sua bellezza e fragilità. Una biglia blu, un pianeta blu, perché al 70% formato dagli oceani. Vasti luoghi sommersi di cui per secoli la nostra specie ha solo intuito la superficie e ignorato la complessità fisica e biologica. Come scrive l’oceanografa Helen Czerski nel suo bellissimo ed enciclopedico saggio <a href="http://https://www.bollatiboringhieri.it/libri/helen-czerski-la-macchina-blu-9788833934426/" rel="noopener"><em>La macchina blu</em></a>, le foto dallo spazio hanno aperto la nostra prospettiva sugli oceani, ma ancora «il blu era visto come lo sfondo sul quale era disegnata la terraferma». Sono passati cinquant’anni, e il 70% del pianeta che abitiamo è ancora un grandissimo mistero che le lenti della scienza ci stanno aiutando a scoprire nella sua immensità. Ma immenso è quel che ancora non sappiamo.</p>
<p>Una cosa però è certa: gli oceani sono centrali per la vita sul pianeta, ne condizionano il clima e dunque le possibilità di vita. Ed altrettanto certo è che sono uno degli ecosistemi maggiormente violati e compromessi dalla nostra crescita inarrestabile, nell&rsquo;ingordigia del capitalismo. Proprio sulla necessità di adottare una maggiore tutela e di porre un freno agli attuali ritmi di sovrasfruttamento delle risorse che si sono riuniti i leader mondiali a Nizza dal 9 al 13 giugno scorso, nell’ambito della <a href="https://sdgs.un.org/conferences/ocean2025" rel="noopener">UNOC3</a>, terza edizione della Conferenza delle Nazioni Unite sull&rsquo;oceano incentrata sugli accordi per il raggiungimento del quattordicesimo goal per lo sviluppo sostenibile (<a href="https://sdgs.un.org/goals/goal14" rel="noopener">SDG14</a>), dedicato alla vita sottomarina. Un evento co-organizzato da Francia e Costa Rica che ha visto la partecipazione di oltre 15.000 tra delegati, ricercatori, economisti e attivisti, grazie anche alla presenza di un ricco programma collaterale, tra cui il convegno scientifico <a href="https://one-ocean-science-2025.org/" rel="noopener">One Ocean Science</a>, il <a href="https://enb.iisd.org/ocean-rise-coastal-resilience-summit" rel="noopener"><em>summit</em> sull’innalzamento degli oceani e le comunità costiere</a> e una serie di eventi divulgativi per la G<a href="https://unworldoceansday.org/" rel="noopener">iornata mondiale degli oceani</a>.</p>
<h2 id="un-piano-dazione-per-gli-oceani">Un piano d’azione per gli oceani</h2><p>UNOC3 si è conclusa con l’adozione di una dichiarazione politica, il <a href="https://docs.un.org/en/A/CONF.230/2025/L.1" rel="noopener">Nice Ocean Action Plan</a>, dal nome evocativo <em>Our ocean, our future: united for urgent actions</em> (il nostro oceano, il nostro futuro: uniti per azioni urgenti) che raccoglie gli accordi raggiunti nel corso dei dieci panel in cui si è articolato il congresso. Ribadisce il ruolo fondamentale degli oceani, la necessità di tutelarli e di portare avanti gli accordi internazionali sottoscritti su clima e biodiversità, e stressa la necessità di un prelievo sostenibile degli stock ittici e di una maggiore guida scientifica nel prelievo delle risorse. Oltre a questo, richiama l’importanza di arginare il crescente inquinamento da plastiche invocando l’adozione di trattati vincolanti internazionali. Il piano d’azione manca però di una strategia di attuazione, di una road map che ne disegni gli strumenti legali e finanziari, e rischia così sin dall’inizio di essere una bella dichiarazione di nobili intenti, che stride con l’urgenza di azione.</p>
<p>Gli oceani sono ben lungi dall’essere lo spazio blu tra i continenti: anche se sembrano luoghi remoti e distanti condizionano la nostra stessa esistenza sul pianeta. Assorbono gran parte della radiazione solare e, grazie alle imponenti correnti che li percorrono, ridistribuiscono il calore per il globo; giocano inoltre un ruolo centrale nella cattura dell’anidride carbonica. Il riscaldamento climatico antropogenico sta minando questo meccanismo. Dal 1982 a oggi la temperatura oceanica è in costante crescita, come dimostrano <a href="https://marine.copernicus.eu/ocean-climate-portal/sea-surface-temperature" rel="noopener">i dati di Copernicus</a>, l’osservatorio europeo dei dati ambientali: nel mese di maggio di quest’anno la temperatura media era di 20,79 gradi centigradi. Il riscaldamento delle acque riduce la capacità di assorbimento dell’anidride carbonica. A questo si somma un&rsquo;acidificazione delle acque crescente, che a sua volta rende inospitale l’habitat per organismi calcificatori come i coralli e ne provoca lo sbiancamento e successivamente la morte. I dati indicano che abbiamo superato una delle <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/pdf/10.1111/gcb.70238" rel="noopener">soglie critiche già nel 2020</a>. Da mondi colorati e stupefacenti per la varietà di forme di vita, i coralli sono destinati a diventare tristi deserti grigiastri. Non ultimo, le acque oceaniche stanno subendo un processo di deossigenazione: l&rsquo;oceano ha perso globalmente circa <a href="https://www.nature.com/articles/s41559-024-02448-y" rel="noopener">il 2% del suo contenuto di ossigeno</a> negli ultimi 50-60 anni. A questo si sommano pesca eccessiva e inquinamento, una serie di fattori che messi insieme possono accelerare l’arrivo a un punto di non ritorno. Eppure, l’attenzione e le misure di adattamento e tutela continuano a essere lente e a basarsi più su dichiarazioni di intenti che sull’azione.</p>
<h2 id="limportanza-del-trattato-per-lalto-mare">L’importanza del Trattato per l’alto mare</h2><p>A ulteriore conferma dell’inadeguatezza delle tempistiche della politica, c’è il fatto che ancora non si raggiungono le firme minime necessarie per l’entrata in vigore del Trattato sull’alto mare (<a href="https://www.un.org/bbnjagreement/en" rel="noopener">High Sea Treaty</a>), il primo accordo per la protezione delle acque internazionali, terre di nessuno e soggette a inquinamento, sovrasfruttamento delle risorse e distruzione dell’habitat. Si tratta dei due terzi degli oceani, e attualmente solo un misero 1% di queste è sottoposto a una forma di tutela. Il trattato prevede la possibilità di creare aree marine protette attraverso una conferenza delle parti istituita ad hoc, un uso sostenibile delle risorse ittiche, l’istituzione di una procedura di valutazione dell’impatto ambientale per le attività commerciali ed estrattive, la necessità di un&rsquo;equa ripartizione dei benefici derivanti dall’utilizzo di risorse genetiche d’alto mare. Il Trattato è stato approvato, dopo una fase di contrattazione di una ventina d’anni, nel corso della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare nel giugno del 2023 e necessita della ratifica di almeno 60 Paesi per entrare in vigore. Prima di UNOC3 le adesioni erano 27, al termine della conferenza si è arrivati a quota 50.</p>
<p>Un recente <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-01665-0" rel="noopener">articolo</a> di commento su <em>Nature</em>, a firma dei principali oceanografi su scala mondiale, spiega perché è così fondamentale tutelare l’alto mare e perché sia urgente adottare misure sulla pesca ora. Con una profondità media di 4.100 m, l’alto mare ospita gran parte della mega-fauna marina, che a sua volta regola il ciclo del carbonio attraverso un rimescolamento dei nutrienti. Il carbonio contenuto in piante e animali morti e nelle deiezioni affonda dagli strati più superficiali a quelli più profondi. Gran parte degli alti mari ha una miscelazione delle acque limitata, perché le acque superficiali sono più calde e galleggiano su quelle sottostanti più fredde e dense. La migrazione verticale che compiono numerose specie, inclusi i grandi pesci predatori e i cetacei, che si immergono a caccia per poi riemergere, aiutano il rimescolamento dei nutrienti, attraverso feci e urine escrete nelle acque superficiali. A loro volta questi nutrienti aumentano la produzione della microscopica biomassa che, oltre a sostenere la catena alimentare, assorbe l’anidride carbonica disciolta. Senza questi cicli, affermano gli oceanografi, i livelli atmosferici di anidride carbonica potrebbero essere di 200 parti per milione più alti, e di conseguenza la temperatura della superficie terrestre più calda di tre gradi.</p>
<p>Il problema è che la pesca intensiva sta costantemente crescendo in queste aree, minacciando la biodiversità e compromettendo il funzionamento di questo meccanismo centrale per il sequestro del carbonio. Più in generale, stiamo svuotando i mari dai loro abitanti, pescando al di sopra delle capacità di rigenerazione degli stock ittici. Il nuovo <a href="http://https://openknowledge.fao.org/server/api/core/bitstreams/69cd62da-7c32-46c8-9be5-9fdd7f21eb91/content" rel="noopener">rapporto sulla pesca</a> della FAO, lanciato proprio nel corso della UNOC3, ci dice che il 35,5% degli stock ittici è soggetto a un prelievo eccessivo e insostenibile. Dal 2011 al 2021 gli stock prelevati in modo insostenibile sono aumentati con un tasso dell'1% all&rsquo;anno. Particolarmente critica è la situazione del <em>mare nostrum</em>: la quota di prelievo insostenibile nel Mediterraneo si assesta intorno al 65%. Tornando nell’alto mare, solo il 29% degli stock è prelevato in modo sostenibile.</p>
<p>L’alto mare è minacciato da metodi di pesca distruttivi e non selettivi come la pesca a strascico, che comporta l’inutile uccisione di un numero elevato di specie e distrugge i fondali, oltre a immettere una quota considerevole di <a href="https://www.frontiersin.org/journals/marine-science/articles/10.3389/fmars.2023.1125137/full" rel="noopener">anidride carbonica</a> in atmosfera e nell’acqua contribuendo così anche all’acidificazione del mare.</p>
<h2 id="alcuni-risultati-positivi-di-unoc3">Alcuni risultati positivi di UNOC3</h2><p>La conferenza di Nizza è stata l’occasione per il <a href="https://commission.europa.eu/news-and-media/news/commission-adopts-ocean-pact-eu1-billion-protect-marine-life-and-strengthen-blue-economy-2025-06-11_en" rel="noopener">lancio</a> del Patto europeo per l’oceano, l’<a href="https://oceans-and-fisheries.ec.europa.eu/european-ocean-pact_en" rel="noopener">EU Ocean Pact</a>, che prevede un miliardo di investimenti per la conservazione, la ricerca e la promozione della pesca sostenibile, oltre a un dimezzamento degli inquinanti organici e della plastica e un ripristino del 20% dei mari europei. Il Patto propone una rivalutazione della Politica Comunitaria della pesca e l’elaborazione di un piano strategico fino al 2040 per l’innovazione e la sostenibilità del settore che passerà attraverso la definizione di una nuova strategia industriale e portuale. Al contempo si punta al turismo sostenibile nelle zone costiere. Sempre in Europa, la Germania ha dichiarato un investimento di 100 milioni di euro per la rimozione di residuati bellici nel Mar Baltico e nel Mare del Nord, mentre la Spagna creerà altre cinque aree marine protette, arrivando a proteggere il 25% dei suoi mari. </p>
<p>Sul tema dell&rsquo;ampliamento delle aree protette il premio per il piano più ambizioso lo vince senza dubbio la Polinesia francese, che punta alla protezione totale delle coste e oceani di sua competenza, con la creazione di un’area marina protetta dell’estensione di quasi <a href="https://oceanographicmagazine.com/news/french-polynesia-will-create-worlds-largest-marine-protected-area/" rel="noopener">cinque milioni di chilometri quadrati</a>, dove saranno consentite solo la pesca tradizionale e le attività di studio e ricerca.</p>
<p>Un altro segnale positivo è la creazione della <a href="https://www.foraquietocean.org/" rel="noopener">High Ambition Coalition for a Quiet Ocean</a>, iniziativa politica lanciata da Panama e Canada con l’adesione di 37 Paesi, Italia inclusa, che punta ad affrontare, su scala globale, l’<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/antropofonia-peso-dell-inquinamento-acustico-mare/">inquinamento acustico degli oceani</a>, un enorme problema per la conservazione di diverse specie animali, tra cui è emblematico il caso di delfini e balene (ma sono tantissime le specie che ne sono affette, anche se meno popolari dei cetacei). Inoltre 95 Stati hanno sottoscritto un <a href="https://www.ecologie.gouv.fr/sites/default/files/documents/The%20Nice%20wake%20up%20call%20for%20an%20ambitious%20plastics%20treaty.pdf" rel="noopener">appello</a> per l&rsquo;adozione di un trattato internazionale che regolamenti la produzione di plastica, obblighi gli Stati a monitorarne la produzione e il ciclo di vita, e bandisca l&rsquo;utilizzo di polimeri pericolosi, con un&rsquo;aggiornamento costante sulle sostanze da eliminare. Su questo vedremo cosa succederà a Ginevra il prossimo agosto, quando si riunirà il gruppo negoziale intergovernativo sull&rsquo;inquinamento da plastica (<a href="https://www.unep.org/inc-plastic-pollution" rel="noopener">INC-5</a>). Finora i negoziati su questo tema sono stati fortemente inconcludenti per via dell&rsquo;impossibilità di raggiungere un accordo.</p>
<h2 id="il-futuro-degli-oceani">Il futuro degli oceani</h2><p>In concomitanza con UNOC3 si è tenuto a Monaco il forum finanziario <a href="https://enb.iisd.org/blue-economy-finance-forum-beff-summary" rel="noopener">Blue Economy and Finance</a>. I fondi non sono mai un discorso secondario quando si tratta di tutela e di ripristino, e il target 14 di Agenda 2030 è uno di quelli <a href="https://unctad.org/news/fast-growing-trillion-dollar-ocean-economy-goes-beyond-fishing-and-shipping#:~:text=Meanwhile%2C%20the%20ocean%20economy%20remains,of%20the%20least%2Dfunded%20goals" rel="noopener">meno finanziati</a>: erano previsti 175 miliardi di investimenti annui, ma dal 2010 a oggi sono stati investiti 30 miliardi in totale. Eppure i ricavi economici derivanti dallo sfruttamento del mare sono immensi. A Nizza e a Monaco si è iniziato a parlare di come colmare questo gap favorendo un flusso virtuoso da parte delle stesse aziende che beneficiano delle risorse marine. Ma sarà altrettanto se non più importante regolare i sussidi per le attività dannose. Su questo tema c&rsquo;è <a href="https://www.wto.org/english/tratop_e/rulesneg_e/fish_e/fish_e.htm" rel="noopener">un trattato</a> del World Trade Organization che attende dal 2022 il raggiungimento di un numero adeguato di adesioni per entrare in vigore.</p>
<p>La protezione del 30% dei mari è uno degli obiettivi del <a href="https://www.cbd.int/gbf" rel="noopener">Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework</a>, il piano d’azione per la biodiversità siglato nel corso della COP15 e più volte richiamato nel Piano d’Azione di Nizza. Ma a cinque anni dal traguardo, le aree marine protette coprono solo l’8% dei mari e troppo spesso sono mere linee su carta. Inoltre, per proteggere il 30% in modo efficace si deve anche lavorare per una gestione sostenibile di quello che sta al di fuori. Gli organismi marini non conoscono confini di sorta e in mare tutto è in perenne movimento. Uno <a href="https://www.science.org/doi/pdf/10.1126/science.adl0239?casa_token=axVQM5wwn-IAAAAA:8708E3JBggXFFB--cwd8i9kjuX4D9QpCzfuomQkC4dwvQks4xcKGgQAXCsc3iONzHP0f4is0ZcAHmR0" rel="noopener">studio</a> pubblicato su <em>Science</em> ha raccolto 30 anni di dati satellitari relativi a circa 15.800 individui appartenenti a 121 specie di grandi vertebrati tra squali, cetacei, tartarughe, foche, uccelli marini, dugonghi e lamantini. Ha dimostrato che ci sono rotte utilizzate intensamente, corridoi ecologici sottomarini, e delle aree di alimentazione più frequentate di altre: dati fondamentali per orientare la definizione delle aree da tutelare. Solo il 5% di queste aree intensamente utilizzate sono protette, e più del 90% subiscono l&rsquo;impatto delle attività umane.</p>
<p>I mari e gli oceani sono il mondo oltre lo specchio di Alice, un mondo rovesciato rispetto a quello delle terre emerse che maggiormente conosciamo, dove i metri si contano in negativo e dove la vista esplode in miriadi di forme. Un luogo pieno di misteri, e allo stesso tempo una fonte di vita, di viaggio, di scoperta, di cibo, fin dall’antichità. Un legame culturale millenario, cui si somma l’attuale consapevolezza che quello che un tempo era uno spazio blu tra i continenti ha un ruolo centrale per l’esistenza del pianeta stesso. Guardare dati e immagini di quanto stiamo depauperando questa immensa ricchezza scoraggia e spinge alla desolazione. Ma uno dei segreti dell’oceano è anche la sua grande capacità di ripresa. Proteggere funziona e già si vedono gli effetti con poche politiche mirate. Siamo ancora in tempo, ma dobbiamo smettere di guardare quell’enorme spazio blu come un non-luogo tra i continenti, riconoscere a pieno la sua imprescindibile centralità e darci una priorità di azione.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>2025, l’anno dei ghiacciai: tra perdita del ghiaccio e futuro dell’acqua</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/2025-anno-ghiacciai-perdita-ghiaccio-futuro-dell-acqua/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/2025-anno-ghiacciai-perdita-ghiaccio-futuro-dell-acqua/</guid><pubDate>Fri, 20 Jun 2025 06:05:00 +0100</pubDate><dc:creator>Grazia Giampaolo</dc:creator><category>ambiente</category><description>Dalle Alpi all’Himalaya, i ghiacciai sono in ritiro in tutto il mondo. In occasione dell’Anno Internazionale della Conservazione dei Ghiacciai, abbiamo fatto un breve viaggio tra crisi idrica e strategie di adattamento, facendoci aiutare a capire i problemi più importanti da Leonardo Stucchi, ingegnere e ricercatore al Politecnico di Milano.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/2025-anno-ghiacciai-perdita-ghiaccio-futuro-dell-acqua-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/2025-anno-ghiacciai-perdita-ghiaccio-futuro-dell-acqua-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 2025 è stato proclamato dall’UNESCO Anno Internazionale della Conservazione dei Ghiacciai; è un invito a riflettere su una delle crisi più silenziose ma devastanti del nostro tempo: il collasso della criosfera, quella estesa porzione del sistema terrestre composta da ghiacci continentali e marini. Le Alpi, cuore idrico del continente europeo, sono uno dei laboratori naturali più evidenti per osservare gli effetti del riscaldamento globale. I nostri ghiacciai, oltre a regalare panorami mozzafiato, hanno un forte impatto sulla regolazione del ciclo idrologico e sulla vita di milioni di persone. Vengono definiti “torri d’acqua” d’Europa: riserve idriche che accumulano precipitazioni invernali e le rilasciano gradualmente nei mesi estivi.</p>
<h2 id="in-italia-sono-essenziali-in-caso-di-siccità">In Italia sono essenziali in caso di siccità</h2><p>Il ruolo dei ghiacciai alpini come serbatoi idrici stagionali è cruciale per i bacini del Po, del Rodano, del Reno e del Danubio. In estate, quando la pioggia scarseggia e aumenta la domanda di acqua per usi civili, agricoli ed energetici, la fusione glaciale <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-019-1822-y" rel="noopener">può contribuire fino al 40%</a> del flusso nei bacini montani secondari. Tuttavia, la criosfera alpina è ormai prossima al “picco dell’acqua da fusione” (<em>peak water</em>), cioè il momento in cui la portata annuale derivante dallo scioglimento glaciale raggiunge il suo massimo storico, per poi declinare a causa della riduzione irreversibile della massa di ghiaccio. Secondo il rapporto <a href="https://iccinet.org/statecryo24/" rel="noopener"><em>State of the Cryosphere 2024</em></a> oltre il 60% dei ghiacciai delle Alpi ha già superato questo punto critico. </p>
<p>Come ci ha spiegato Leonardo Stucchi, ingegnere civile e ricercatore presso il Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale del Politecnico di Milano, benché i fiumi italiani siano meno influenzati dai ghiacciai alpini rispetto a quanto avviene in altre aree, questo presenta comunque delle criticità: «Rispetto ad altri fiumi alimentati da ghiacciai in altre parti del mondo, per esempio i grandi fiumi tipo l&rsquo;Indo, che durante l’estate sono alimentati principalmente dalla fusione dei ghiacciai, i fiumi italiani sono meno influenzati dai ghiacciai alpini, che sono molto più piccoli di quelli asiatici. Se pensiamo all’Adda in Valtellina (prima dell’ingresso nel lago di Como) solo il 2% dell&rsquo;area del bacino è occupata da ghiacciai, quindi il contributo che hanno sulla portata del fiume è relativamente ridotto. Nonostante questo, ci sono problemi durante gli anni siccitosi, per esempio il 2022; alcuni sono studi dicono che, durante quell&rsquo;estate, addirittura fino all'80% dell&rsquo;acqua presente nell&rsquo;Adda veniva dalla fusione glaciale. Quindi possiamo dire che il loro contributo diventa particolarmente importante nei periodi più critici e di maggiore siccità, quando ormai tutta la neve sulle montagne è fusa e quando non c&rsquo;è precipitazione diretta».</p>
<h2 id="ghiacciai-alpini-in-ritirata-a-che-punto-siamo">Ghiacciai alpini in ritirata: a che punto siamo</h2><p>Sulle Alpi italiane sono oltre 900 i ghiacciai censiti, con una superficie complessiva di 369 km², paragonabile a quella del Lago di Garda. Negli ultimi cento anni questa superficie si è ridotta del 50-60%, con un’accelerazione delle perdite negli ultimi decenni. Più del 90% dei ghiacciai italiani ha oggi un’estensione inferiore a 0,5 km², una soglia che li rende estremamente vulnerabili ai cambiamenti climatici. Ghiacciai come l’Adamello (il maggiore ghiacciaio italiano), il Miage e i Forni sono oggetto di monitoraggio da parte di istituti scientifici e associazioni ambientaliste.</p>
<p>Secondo i dati aggiornati della Carovana dei Ghiacciai di Legambiente e del Comitato Glaciologico Italiano, tra il 2022 e il 2023 si è verificata una perdita del 10% del volume glaciale complessivo delle Alpi italiane. La fusione ha favorito la formazione di nuovi laghi proglaciali, l’instabilità delle morene laterali e un aumento del rischio idrogeologico. Il <a href="https://www.greenpeace.org/static/planet4-italy-stateless/2023/10/ed903f98-ghiacciai-def_10ott23.pdf" rel="noopener">rapporto Greenpeace-CGI</a> evidenzia che il ghiacciaio del Lys (Monte Rosa) ha perso il 33% della superficie dal 1860, mentre il ghiacciaio del Fellaria in Valtellina ha subito una riduzione del 46% nello stesso periodo. <br>
A livello europeo, i <a href="https://climate.copernicus.eu/esotc/2023" rel="noopener">dati</a> del servizio Copernicus Climate Change confermano che nell’estate 2022 si è registrata una perdita record di massa glaciale su scala continentale. La Svizzera, in particolare, ha visto svanire in due anni oltre il 10% del proprio volume glaciale, declino definito “senza precedenti” dagli esperti. </p>
<p>A Leonardo Stucchi abbiamo chiesto quali sono i ghiacciai italiani che stanno dando segnali di ritiro più significativi. «Un esempio su tutti è il ghiacciaio dei Forni, il secondo in Italia per estensione, che nella parte più bassa perde circa 5 metri di spessore l’anno. Quello a cui assistiamo è la frammentazione dei complessi glaciali più grandi in corpi più piccoli, isolati tra loro, e quindi paradossalmente il numero dei ghiacciai aumenta col ritiro degli stessi. Premesso che tutti i ghiacciai italiani sono in fase di ritiro, è difficile stabilire quali sono quelli più a rischio, perché nella dinamica di ritiro intervengono diversi fenomeni, alcuni dei quali tendono ad accelerarla, altri a rallentarla. Faccio alcuni esempi. Durante la fase di ritiro dei ghiacciai, le morene (deposito sedimentario glaciale, ndr) tendono a collassare e a franare sui ghiacciai, che quindi si sporcano di detrito e di pulviscolo. Se lo strato di pulviscolo che si deposita sopra i ghiacciai è sottile, come conseguenza i ghiacciai tendono ad assorbire più radiazione solare, perché diminuisce il cosiddetto effetto di albedo, cioè di riflessione della luce solare, e quindi la fusione tende ad aumentare. Al contrario, se questo deposito di detrito supera una certa soglia critica, che è di pochi centimetri, il detrito funge da isolante termico e quindi il ghiacciaio rallenta la sua fusione». </p>
<p>Un altro meccanismo che può accelerare il ritiro del ghiacciaio, spiega ancora Stucchi, è la sua dinamica: dobbiamo pensare ai ghiacciai come a dei corpi che si muovono lentamente da monte verso valle, come dei fiumi al rallentatore. «Un ghiacciaio potenzialmente in equilibrio ha una zona di accumulo a monte, in cui la neve a fine stagione non fonde, ma si trasforma pian piano in ghiaccio, e una zona di ablazione più a valle in cui il ghiacciaio tende a perdere massa; il ghiacciaio si sposta da monte verso valle, redistribuendo il ghiaccio accumulato verso la zona di ablazione. Se nell&rsquo;interfaccia fra ghiacciaio e substrato roccioso, cioè nel punto di contatto fra ghiacciaio e roccia, c’è dell&rsquo;acqua, perché il ghiacciaio fonde, questa fa da lubrificante e il ghiacciaio tende ad accelerare la sua discesa e a portare il ghiacciaio nelle zone più a valle, più calde, dove la fusione aumenta. Per questo si possono verificare fenomeni come quello del Belvedere nel 2002, in cui il ghiacciaio è avanzato, addirittura la sua area è aumentata, ma non perché il ghiacciaio abbia aumentato la sua massa, semplicemente perché è scivolato a valle».</p>
<p>A causa di questi fenomeni, per quanto sia universalmente riconosciuto che si stiano ritirando, i ghiacciai sono corpi per i quali cercare di prevedere le dinamiche future è molto difficile. L’episodio recente del crollo del ghiacciaio del Birch (28 maggio 2025) che ha distrutto quasi completamente il villaggio di Blatten, evacuato in precedenza, mostra tutta l’importanza di un valido sistema di monitoraggio. In Italia, fortunatamente, abbiamo una situazione che presenta minori rischi. Ma anche un sistema di monitoraggio meno efficiente rispetto a quello svizzero.<br>
Spiega ancora Stucchi: «Quello del monitoraggio è un tema importante: in Svizzera c&rsquo;è stato un pronto intervento, è stata sgomberata la popolazione in anticipo e si è evitato il peggio. Tuttavia un caso simile in Italia è improbabile, perché i ghiacciai italiani rispetto a quelli svizzeri sono numericamente meno, molto più piccoli e molti di essi sono in zone isolate dove i danni sarebbero limitati. Le frane che si sono verificate in passato sono per lo più causate da alluvioni, non da crolli di ghiaccio. Un caso si è verificato con la frana del Cengalo nel 2017, al confine tra Italia e Svizzera, che ha avuto conseguenze anche in Italia: in quella circostanza è stato difficile stabilire con esattezza le cause del crollo; sappiamo che la scomparsa del permafrost, la componente di ghiaccio che penetra all&rsquo;interno delle rocce e agisce come collante rendendo il terreno più stabile, ha un ruolo importante in questo tipo di eventi che sono molto rari, ma possono provocare danni importanti». </p>
<p>Detto questo, spiega ancora Stucchi, mentre in Svizzera sostanzialmente tutti i ghiacciai vengono monitorati in modo consistente e il catalogo svizzero viene aggiornato ogni anno, in Italia le risorse sono inferiori e l’ultimo aggiornamento del nostro catasto ha praticamente dieci anni: «Anche la raccolta dei dati utili a fare previsioni è complessa. Per esempio, una questione molto importante è che spesso e volentieri non abbiamo dati consistenti riguardo lo spessore dei ghiacciai. Possiamo misurare la loro area, anche grazie alle immagini satellitari, ma è difficile stabilire quanto siano profondi: 40, 50, 60, 100, 200 metri. Questo perché ottenere il dato richiederebbe misure in sito. Bisognerebbe sostanzialmente attraversare il ghiacciaio con dei radar, magari anche con l’utilizzo di elicotteri. In ogni caso sono operazioni e strumentazioni molto costose e quindi di fatto non sappiamo dire quanto ogni singolo ghiacciaio sia profondo, quale sia il suo volume effettivo».</p>

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  <p class="player-titolo">Time-lapse evolution of the Adamello-Mandrone glacier (2020-2023) (UPDATED VERSION AVAILABLE)</p>
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<p>Time lapse dell&rsquo;Adamello-Mandrone 2020-23</p>
<h2 id="uno-sguardo-oltre-leuropa-himalaya-ande-e-altre-torri-dacqua-mondiali">Uno sguardo oltre l’Europa: Himalaya, Ande e altre “torri d’acqua” mondiali</h2><p>Le Alpi non sono le uniche torri d’acqua del pianeta a soffrire il riscaldamento globale. I ghiacciai dell’Hindu Kush–Himalaya, spesso chiamati il “Terzo Polo”, alimentano fiumi asiatici (Indo, Gange, Brahmaputra, Mekong, Fiume Giallo, ecc.) da cui dipendono quasi due miliardi di persone che vivono in otto diversi paesi (India, Cina, Pakistan, Bhutan, Nepal, Afghanistan, Bangladesh, Myanmar e Tajikistan).</p>
<p>Studi recenti del centro internazionale <a href="https://www.icimod.org/" rel="noopener">ICIMOD</a> indicano che questa regione, nello scenario a più alte emissioni, potrebbe vedere scomparire il 70-80% del volume di ghiaccio entro il 2100 e anche limitando il riscaldamento globale a +1,5 °C (vedi accordi di Parigi), si prevede comunque una perdita più o meno del 30%. Il riscaldamento della regione dell’Himalaya sta già causando importanti cambiamenti nella disponibilità idrica a valle, aumentando il rischio di eventi estremi come le piene da laghi glaciali (GLOF, <em>glacial lake outburst flood</em>). Uno scenario analogo si osserva nelle Ande sudamericane, dove la cordigliera agisce da serbatoio d’acqua per molti bacini aridi o stagionalmente secchi. I ghiacciai andini, in particolare quelli tropicali di Perù e Bolivia, si stanno ritirando a un ritmo circa il 35% più veloce della media globale. Le perdite stimate nelle Ande centrali cileno-argentine sono di poco inferiori, mentre nei ghiacciai più meridionali della Patagonia il regresso è mitigato da precipitazioni più abbondanti ma resta significativo. L’approvvigionamento idrico per quasi 90 milioni di persone dipende dalle “torri d’acqua” andine che fino a oggi hanno garantito acqua per l’irrigazione, il consumo urbano e la produzione idroelettrica. </p>
<p>Anche altre catene montuose del mondo mostrano segnali allarmanti: i ghiacciai delle Montagne Rocciose nordamericane e delle Alpi Neozelandesi stanno recedendo rapidamente, così come quelli del Caucaso e del Kilimangiaro. In Africa orientale, i pochi ghiacciai rimasti (Kenia, Ruwenzori, Kilimangiaro) potrebbero scomparire completamente entro pochi decenni, segnando la fine dei “ghiacci equatoriali”. </p>
<h2 id="verso-ladattamento-gestione-integrata-dei-bacini-idrografici-alpini">Verso l’adattamento: gestione integrata dei bacini idrografici alpini</h2><p>L’adattamento alla crisi della criosfera richiede risposte coordinate su più livelli. A scala locale, regioni alpine come Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta e Canton Grigioni (Svizzera) stanno investendo in bacini di accumulo, reti irrigue ad alta efficienza e sistemi di monitoraggio in tempo reale per ottimizzare l’uso di una risorsa sempre più scarsa: l’acqua. Sul piano nazionale, l’Italia ha aggiornato il <a href="https://www.mase.gov.it/portale/piano-nazionale-di-adattamento-ai-cambiamenti-climatici-pnacc" rel="noopener">Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici</a> (PNACC), includendo la criosfera tra le priorità d’intervento (anche se del Piano stesso non si possono non ricordare i limiti, di cui abbiamo parlato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/piano-nazionale-adattamento-cambiamenti-climatici-pnacc-unanalisi-giuridica/">qui</a>).<br>
A livello europeo, la Direttiva Quadro sulle Acque (2000/60/CE) e il Green Deal promuovono una gestione integrata e adattativa dei bacini idrografici alpini. Programmi transnazionali come Interreg Alpine Space e i progetti LIFE sostengono iniziative pilota che uniscono infrastrutture verdi, tutela del paesaggio e partecipazione delle comunità locali.</p>
<p>Le Alpi stanno diventando un banco di prova per soluzioni tecnologiche e infrastrutturali capaci di fronteggiare la scomparsa dei ghiacciai. Per compensare la riduzione del rilascio idrico naturale, si progettano o potenziano serbatoi e bacini artificiali. In Svizzera, società idroelettriche stanno innalzando dighe esistenti o pianificando nuove strutture, come quella a valle del ghiacciaio del Trift nell’Oberland Bernese, per trattenere l’acqua del lago che si è creato per la fusione del ghiaccio. In Alto Adige e Trentino si discute della creazione di piccoli invasi in quota a supporto dell’agricoltura nei periodi più secchi. Parallelamente, si promuovono tecniche irrigue più efficaci, come l’irrigazione a goccia e l’uso di sensori di umidità nei campi, per minimizzare gli sprechi. </p>
<p>La gestione degli invasi è un altro tema delicato. Come spiega ancora Leonardo Stucchi, gli interessi legati alla gestione degli invasi sono diversi: da un lato ci sono gli agricoltori che vorrebbero un maggior rilascio d’acqua, dall’altro i gestori che producono energia e che pertanto tendono a tenere l’acqua negli invasi. La tensione ovviamente sale nei momenti di carenza d’acqua. Spiega Stucchi: «In Italia ormai tutto lo spazio disponibile per l&rsquo;idroelettrico, almeno per i grandi invasi, per le grandi dighe, è stato sfruttato. L’acqua di fusione per la maggior parte di ghiacciai italiani viene già raccolta all&rsquo;interno degli invasi che in alcuni casi sono stati costruiti proprio con questo scopo. Addirittura per il ghiacciaio del Sabbione in alta Val Formazza in Piemonte lo sbarramento è stato costruito (negli anni ’50, ndr) perché l&rsquo;acqua andasse a sommergere il ghiacciaio, accelerando quindi la fusione e dando la possibilità di produrre più energia elettrica. Quello che si sta cercando di fare oggi invece, è costruire piccoli invasi per piccoli impianti idroelettrici con un impatto ambientale minore, per sfruttare tutte le possibili risorse idriche dovute alla fusione niveo glaciale».</p>
<p>La rapida trasformazione della criosfera costituisce una delle sfide ambientali più complesse del nostro tempo. È essenziale comprendere che l’inerzia del sistema climatico impone decisioni coraggiose, forse impopolari, ma soprattutto lungimiranti, i cui risultati saranno visibili solo nel lungo periodo. Questo rende difficile l’azione politica, spesso vincolata a orizzonti decisionali a breve termine. Tuttavia, ignorare oggi la necessità di interventi strutturali potrebbe compromettere in modo irreversibile l’equilibrio ambientale e sociale per le generazioni future. <br>
L’augurio è che il 2025 non segni il requiem delle nostre vedrette, ma il primo di mille compleanni.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Emissioni di gas serra: un'altra buona ragione per non farsi la guerra</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/emissioni-gas-serra-unaltra-buona-ragione-farsi-guerra/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/emissioni-gas-serra-unaltra-buona-ragione-farsi-guerra/</guid><pubDate>Mon, 09 Jun 2025 08:39:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>pace</category><description>Le emissioni del settore militare potrebbero rappresentare circa il 5,5% delle emissioni globali, ma le stime sono imprecise perché i dati militari sono coperti da segreto o comunicati con diffidenza. In ogni caso, i numeri sono preoccupanti, solo il riarmo della NATO rilascerebbe in atmosfera 200 milioni di tonnellate all’anno.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/emissioni-gas-serra-unaltra-buona-ragione-farsi-guerra-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/emissioni-gas-serra-unaltra-buona-ragione-farsi-guerra-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il <em><a href="https://www.theguardian.com/environment/2025/may/29/nato-military-spending-could-increase-emissions-study-finds" rel="noopener">Guardian</a></em> ha dato notizia di una recente <a href="https://ceobs.org/how-increasing-global-military-expenditure-threatens-sdg-13-on-climate-action/" rel="noopener">analisi</a> a cura del <em>Conflict and Environment Observatory</em> (CEOBS) sulle emissioni legate al settore militare. Questo coprirebbe il 5,5% delle emissioni totali di gas serra e, sempre secondo le stime, solo «il riarmo pianificato dalla NATO potrebbe aumentare le emissioni di gas serra di quasi 200 milioni di tonnellate all&rsquo;anno», cioè tanto quanto si otterrebbe «aggiungendo al budget globale di carbonio rimanente il costo di un Paese grande e popoloso come il Pakistan».</p>
<p>Dice lo studio che «le emissioni generate dai primi 120 giorni del conflitto Israele-Gaza sono state stimate superiori alle emissioni annuali di 26 Paesi presi singolarmente». Dato che si somma a un’altra <a href="https://earth.org/warfare-now-largest-source-of-ukraines-annual-carbon-emissions-report-warns-on-third-anniversary-of-russias-invasion/" rel="noopener">stima</a>, relativa al conflitto Russia-Ucraina: in Ucraina la guerra sarebbe divenuta la principale fonte di emissioni di carbonio del paese, con 230 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente alla fine del terzo anno di conflitto. Tante quante le emissioni annuali di Austria, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia sommate (o di di 120 milioni di automobili a combustibili fossili).</p>
<p>Purtroppo, i dati riguardanti le emissioni dei settori militari nazionali sono molto complessi da scovare e in genere si ottengono con ampi intervalli di incertezza; solo i paesi NATO sono un po&rsquo; più semplici da studiare. Lennard de Klerk, tra i coautori dello studio riportato dal <em>Guardian</em>, ha infatti specificato: «Abbiamo preso la NATO perché è la più trasparente in termini di spese. Quindi non è che vogliamo concentrarci particolarmente su di essa, ma semplicemente perché dispone di più dati fruibili».</p>
<p>Ovviamente, lo studio ricorda che le forze armate sono spesso le prime a fornire aiuto proprio in occasione di disastri climatici, portando l’esempio di quanto accaduto nel Sud della Germania nel 2024, dove la <em>Bundeswehr</em> (cioè l’esercito tedesco) ha garantito un pronto sostegno tramite distribuzione di beni essenziali; così come il Centro per la risposta ai disastri della NATO ha contribuito a combattere incendi in Lettonia e Israele, ma anche grandi nevicate e inondazioni in Albania e Montenegro.</p>
<p>È chiaro però che il potenziamento militare non possa e non debba creare un circolo vizioso, per cui tra l&rsquo;altro verrebbero sacrificati investimenti nell’adattamento climatico civile, soprattutto nella prevenzione dei disastri. E però è proprio quello che sta iniziando a verificarsi. «Esiste una reale preoccupazione riguardo al modo in cui stiamo privilegiando la sicurezza a breve termine e sacrificando quella a lungo termine», ha affermato al <em>Guardian</em> Ellie Kinney, coautrice dello studio, che continua: «A causa di questo approccio poco informato che stiamo adottando, si investe oggi nella sicurezza militare, aumentando le emissioni globali e peggiorando ulteriormente la crisi climatica in futuro».</p>
<p>Per di più, il cambiamento climatico è considerato tra i fattori di rischio diretto e indiretto dei conflitti più vari. L’esempio che si porta sempre riguarda i conflitti legati alle risorse naturali, acqua in primis. È quanto accaduto in Darfur, in Sudan, dove la scarsità di risorse dopo prolungate siccità e desertificazione è stata dirimente. E ancora, ricordano gli autori, il ritiro dei ghiacci marini in Artico sta alimentando tensioni su chi dovrebbe controllare le nuove risorse accessibili di petrolio, gas (combustibili fossili che butterebbero benzina sul fuoco) e minerali critici.</p>
<p>Le emissioni nel settore militare dipendono sostanzialmente da due fattori: uno è l’uso operativo dei mezzi mobili, che sono molto emissivi a causa di diesel e cherosene (aerei, navi, carri armati, …), l’altro è legato a tutta la catena produttiva, che ha gli stessi problemi emissivi dell’industria pesante. «Innanzitutto, per l’equipaggiamento che acquistano, composto principalmente da acciaio e alluminio, la cui produzione è molto ad alta intensità di carbonio», ha spiegato Lennard de Klerk.</p>
<p>Dal <a href="https://ceobs.org/wp-content/uploads/2022/11/SGRCEOBS-Estimating_Global_MIlitary_GHG_Emissions_Nov22_rev.pdf" rel="noopener">rapporto</a> CEOBS da cui sono tratti i dati: la stima globale delle emissioni operative di gas serra delle attività militari si aggira approssimativamente tra i 300 e i 600 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente (MtCO₂e), ovvero tra lo 0,6% e l'1,2% delle emissioni globali totali di gas serra. La stima dell’impronta di carbonio complessiva delle forze militari mondiali è invece compresa tra 1600 e 3500 MtCO₂e, che rappresentano tra il 3,3% e il 7,0% delle emissioni globali totali. Si tratta di intervalli ampi, che sottolineano la carenza di dati disponibili in questo settore.</p>
<p>Per quanto riguarda l&rsquo;Europa, una <a href="https://ccpi.org/guest-article-ccpi-x-military-emissions-gap-how-military-emissions-impact-global-warming/" rel="noopener">stima</a> probabilmente conservativa indica con quasi 25 milioni di tonnellate di CO₂ l’impronta di carbonio del settore militare europeo (considerando sia gli eserciti nazionali che le industrie tecnologico-militari), pari alle emissioni annuali di 14 milioni di automobili.</p>
<h4 id="nota-segnaliamo-il-sito-militaryemissionsorg-che-tenta-limpresa-ardua-di-mappare-i-dati-sulle-spese-e-le-emissioni-militari-nazionali-nellultimo-foglio-dati-si-può-constatare-quanto-sia-complicato-averci-a-che-fare">NOTA: Segnaliamo il sito <a href="https://militaryemissions.org/" rel="noopener">militaryemissions.org</a> che tenta l’impresa ardua di mappare i dati sulle spese e le emissioni militari nazionali. Nell’ultimo <a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/1I1d_MTH6C5GxlZ7pN0lWpT0eSaruvWGABD1gmOx9524/edit?gid=1105995094#gid=1105995094" rel="noopener">foglio dati</a> si può constatare quanto sia complicato averci a che fare.</h4><p>Il <a href="https://ceobs.org/how-increasing-global-military-expenditure-threatens-sdg-13-on-climate-action/" rel="noopener">CEOBS</a>, in generale, sottolinea che la sottrazione di risorse da altri settori può danneggiare l’economia civile, anzitutto perché questo toglierebbe fondi da programmi di riduzione delle emissioni. Il report scrive che</p>
<blockquote>
<p>un aumento della spesa militare di un punto percentuale di PIL incrementerebbe le emissioni nazionali totali tra lo 0,9% e il 2,0%. Con le emissioni annuali complessive di 4861 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente nei 31 Paesi analizzati (dati 2023), l’aumento sarebbe compreso tra 87 e 194 milioni di tonnellate all’anno.</p></blockquote>
<p>Il problema ulteriore è che «questo aumento delle spese militari sta intaccando la fiducia fondamentale necessaria per il multilateralismo» dice al <em>Guardian</em> Kinney. «Alla COP29, paesi del Sud globale come Cuba hanno sottolineato l’ipocrisia degli Stati disposti a spendere sempre di più per i loro eserciti, ma che offrono impegni di finanziamento climatico del tutto inaccettabili e troppo bassi».</p>
<p>Sempre sul <em><a href="https://www.theguardian.com/world/2025/may/30/carbon-footprint-of-israels-war-on-gaza-exceeds-that-of-many-entire-countries" rel="noopener">Guardian</a></em>, un altro articolo dà notizia di stime preliminari ancora non sottoposte a <em>peer-review</em> secondo cui quasi tutte le emissioni di gas serra dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e il cessate il fuoco del gennaio 2025 «è attribuibile al bombardamento aereo e all&rsquo;invasione terrestre di Israele a Gaza». Per altro, il 30% di queste emissioni sarebbe riconducibile agli Stati Uniti, «che hanno inviato 50.000 tonnellate di armi e rifornimenti militari a Israele», e un altro 20% «alle missioni di ricognizione e bombardamento degli aerei israeliani, ai carri armati e al carburante di altri veicoli militari».</p>
<p>E questo sarebbe un gran peccato, dal momento che</p>
<blockquote>
<p>il solare produceva fino a un quarto dell&rsquo;elettricità di Gaza, una delle percentuali più alte al mondo. Tuttavia, la maggior parte dei pannelli e l&rsquo;unica centrale elettrica del territorio sono stati danneggiati o distrutti. L&rsquo;accesso limitato all&rsquo;elettricità a Gaza ora dipende principalmente da generatori alimentati a diesel.</p></blockquote>
<p>Tra le raccomandazioni chiave proposte dal CEOBS c&rsquo;è la richiesta di maggiore trasparenza nella contabilità delle emissioni militari (comprendendo tutta la filiera), la revisione delle linee guida IPCC per facilitare il reporting all’UNFCCC, l&rsquo;adozione di piani seri di tagli netti alle emissioni militari, e la comunicazione chiara verso i cittadini di come queste spese rallentino consapevolmente il raggiungimento degli obiettivi climatici di Parigi.</p>
<p>Insomma, l’aumento delle emissioni di gas serra dovuto al potenziamento del settore militare è un’altra, ennesima e convincente motivazione per non fare la guerra. Oltre che i morti.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Energia pulita: c’è speranza grazie a rinnovabili e accumulo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/energia-pulita-c-speranza-grazie-rinnovabili-accumulo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/energia-pulita-c-speranza-grazie-rinnovabili-accumulo/</guid><pubDate>Thu, 05 Jun 2025 08:16:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>energia</category><description>Due sono le buone notizie recenti per la transizione energetica: la Cina potrebbe aver raggiunto il picco di emissioni grazie alle rinnovabili e la California sta dimostrando che l’accumulo funziona. I risultati si iniziano a toccare con mano, ma il mondo deve fare di più: ogni decimo di grado conta. E forse una terza buona notizia è che la spesa per i combustibili fossili scenderà per la prima volta dalla pandemia.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/energia-pulita-c-speranza-grazie-rinnovabili-accumulo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/energia-pulita-c-speranza-grazie-rinnovabili-accumulo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Una notizia brutta e due belle. Quella brutta è che l’Organizzazione mondiale della meteorologia ha <a href="https://wmo.int/media/news/global-climate-predictions-show-temperatures-expected-remain-or-near-record-levels-coming-5-years" rel="noopener">detto</a> che è abbastanza probabile (al 70%) che la media della temperatura globale dei prossimi 5 anni sia superiore di 1,5°C rispetto al periodo preindustriale. Cioè quello che invece dovrebbe verificarsi nel 2100 e non nel 2030, secondo gli accordi climatici internazionali. Ma ogni decimo di grado in meno guadagnato conta, pertanto non è il caso di gettare la spugna.</p>
<p>Le due buone notizie sono che forse la Cina ha raggiunto il suo picco di emissioni (e dal paese che emette più di tutti gli altri non è niente male) e che in California le energie rinnovabili e l’accumulo energetico stanno dando ottimi risultati.</p>
<h2 id="la-cina-è-arrivata-al-picco-di-emissioni">La Cina è arrivata al picco di emissioni?</h2><p><a href="https://www.carbonbrief.org/analysis-clean-energy-just-put-chinas-co2-emissions-into-reverse-for-first-time/" rel="noopener"><em>Carbon Brief</em></a> ha condotto recentemente un’analisi in cui si mostra che, per la prima volta, «la crescita della produzione di energia pulita in Cina ha causato una riduzione delle emissioni di anidride carbonica (CO₂) del Paese, nonostante la rapida crescita della domanda di energia». Le emissioni sono diminuite dell’1,6% su base annua nel primo trimestre di quest’anno e dell’1% in tutto l’anno passato fino a marzo 2025. L’aspetto importante, meglio ripeterlo, è che nel frattempo la domanda energetica è cresciuta.</p>
<p>In altre occasioni, la Cina – paese in forte espansione economica, che si è conquistato il pessimo primo posto di <a href="https://ourworldindata.org/grapher/annual-co2-emissions-per-country" rel="noopener">paese emettitore</a> – aveva visto decrescere le proprie emissioni di gas serra. Ma in precedenza era avvenuto a causa di crisi economiche che avevano letteralmente “chiuso i rubinetti” di CO₂. Nel 2009 e nel 2012 c’era stata la crisi finanziaria globale, nel 2015 un crollo del settore edile e industriale causato dalla crisi precedente. E nel 2022 il lockdown per la pandemia.</p>
<p>La testata avverte che siamo solo l’1% sotto il picco più recente, «il che significa che qualsiasi aumento a breve termine potrebbe portare le emissioni a un nuovo record». In ogni caso, è doveroso ricordare che questa riduzione è stata possibile grazie alle tecnologie energetiche rinnovabili. Peraltro, le emissioni nel solo settore energetico sono diminuite del 2% nell’ultimo anno, proprio perché, in concomitanza, la crescita di produzione di energia rinnovabile «ha superato l’aumento della domanda di elettricità, sia attuale che a lungo termine, riducendo l’uso di combustibili fossili».</p>
<p>Il calo delle emissioni cinesi è generalizzato in tutti i settori economici importanti, per esempio nella produzione di cemento è diminuito del 27% dal 2021; l’unica eccezione è il carbone, usato per il settore chimico. Per raggiungere una stabilizzazione definitiva, se non proprio un declino strutturale, <em>Carbon Brief</em> ricorda che la Cina dovrà sforzarsi ancora – e già <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/emissioni-crescono-meno-cosa-fanno-ricchi-poveri/">fa molto</a> – per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.<br>
Sembra ora che la guerra commerciale di Trump stia spingendo il Paese a investire nei consumi interni e ad aumentare gli investimenti nelle energie rinnovabili. Vedremo.</p>
<h2 id="accumulare-si-può-impariamo-dalla-california">Accumulare si può: impariamo dalla California</h2><p>La <a href="https://www.energy.ca.gov/data-reports/energy-almanac/california-electricity-data/california-energy-storage-system-survey" rel="noopener">California Energy Commission</a>, cioè l’agenzia per la pianificazione e la politica energetica della California, dice che «dal 2018 al primo trimestre del 2025, la capacità di accumulo delle batterie in California è aumentata da 500 megawatt a oltre 15.700». Nel sito dell’agenzia ci sono l’elenco e la mappatura di tutti i punti di accumulo. Lo stato copre quasi un quarto della capacità di accumulo di tutti gli Stati Uniti, come ricorda <a href="https://www.economist.com/united-states/2025/05/22/california-has-got-really-good-at-building-giant-batteries" rel="noopener">l’<em>Economist</em></a>, e sono previsti ulteriori 8.600 megawatt entro la fine del 2027. Per il 2045 l’obiettivo è arrivare a 52.000 megawatt.</p>
<p>La testata economica scrive che nella contea di Kern «dove il deserto del Mojave incontra le montagne della Sierra Nevada, sta sorgendo un corridoio di energie rinnovabili. Tra turbine eoliche, pannelli solari e alberi di Joshua, si trovano enormi batterie che sembrano container». Addirittura, la quantità di rinnovabili e batterie californiane ha fatto in modo che in alcuni casi, nonostante l’energia dello stato sia “solo” per il 54% rinnovabile, si riuscisse a soddisfare tutta la domanda con solare, idroelettrico ed eolico.</p>
<p>Anche il Texas è a buon punto con l’accumulo. Qui «gli sviluppatori hanno colto l&rsquo;opportunità dell&rsquo;arbitraggio energetico», cioè «trarre profitto acquistando energia solare a basso costo e rivendendola a un prezzo più alto nelle ore successive». E l’<em>Economist</em> afferma anche che nel 2024 il Texas ha superato la California come mercato dell&rsquo;accumulo in più rapida crescita.</p>
<p>Nel sito del <a href="https://www.caiso.com/todays-outlook/supply" rel="noopener">California Independent System Operator</a> (CAISO) si può guardare praticamente in tempo reale da dove viene l’energia generata in California. Per esempio, questo è quello che vediamo nel momento in cui scriviamo questo articolo.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/energia-pulita-c-speranza-grazie-rinnovabili-accumulo-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/energia-pulita-c-speranza-grazie-rinnovabili-accumulo-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/energia-pulita-c-speranza-grazie-rinnovabili-accumulo-body-1.png.webp 850w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="energia rinnovabile california" width="850" height="564" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Alle 13 circa del 6 giugno 2025, più del 70% dell’energia californiana è rinnovabile.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/energia-pulita-c-speranza-grazie-rinnovabili-accumulo-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/energia-pulita-c-speranza-grazie-rinnovabili-accumulo-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/energia-pulita-c-speranza-grazie-rinnovabili-accumulo-body-2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="ricarica batterie california" width="1605" height="578" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Alle 13 circa del 6 giugno 2025, le batterie si stanno ancora ricaricando, per poi fornire l’energia immagazzinata verso sera.</p>
<p>C’è un’interessante <a href="https://pv-magazine-usa.com/2025/04/10/california-battery-dominance-coming-into-view/" rel="noopener">analisi</a> sul think-tank <em>pv magazine USA</em> che ipotizza che la California possa arrivare all’obiettivo di 52.000 megawatt molto prima del previsto, attorno al 2026. Nel testo si ricorda come gli sforzi californiani per le batterie siano aumentati dopo il 2019, quando si temeva che le ore di picco serale potessero mettere a rischio la stabilità della rete. Che infatti è molto migliorata: «Da allora, le batterie hanno sostituito una parte significativa della generazione serale, contribuendo a stabilizzare la rete elettrica di quella che oggi è la quinta economia mondiale». L’articolo riferisce un <a href="https://emp.lbl.gov/maps-projects-region-state-and-county" rel="noopener">dato</a> del Lawrence Berkeley National Laboratory: esistono «oltre 275 gigawatt di progetti di accumulo energetico in California a vari stadi di sviluppo», che basterebbero abbondantemente a raggiungere l’obiettivo del 2045.</p>
<p>Gli ostacoli da tenere in considerazione sono i soliti colli di bottiglia normativi e politici, come la politica dei dazi contro la Cina – che colpirebbe anche la catena di approvvigionamento dell’accumulo energetico – o lo smantellamento degli incentivi dell’Inflation Reduction Act di Biden promesso da Trump. Non dormiamo quindi sugli allori, perché si può cadere in qualsiasi momento, ma non dimentichiamoci nemmeno che la transizione energetica si può fare. Anzi, è iniziata da un pezzo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Scienza ed economia: alleate per l’ambiente</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/scienza-economia-alleate-ambiente/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/scienza-economia-alleate-ambiente/</guid><pubDate>Sat, 31 May 2025 11:30:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>clima</category><description>Roberto Danovaro e Mauro Gallegati hanno scritto un libro sulla crisi climatica vista dal punto di vista economico e ambientale fusi insieme. Un utile testo per ripercorrere tutti i dati e le sfide che ci attendono: &amp;amp;quot; Rigenerare il pianeta. L’alleanza necessaria tra scienza ed economia&amp;amp;quot; , per Laterza (2025).</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/scienza-economia-alleate-ambiente-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/scienza-economia-alleate-ambiente-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il nuovo libro di Mauro Gallegati (economista) e Roberto Danovaro (ecologo) torna a ricordarci come scienza ed economia non possano che allearsi per affrontare la crisi climatica. Titolo e sottotitolo sono chiari: <a href="https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788858157640" rel="noopener"><em>Rigenerare il pianeta. L’alleanza necessaria tra scienza ed economia</em></a> (ed. Laterza). Entrambi docenti all’Università Politecnica delle Marche, vantano una solida collaborazione che dovremmo considerare preziosa, perché non è scontato che l’economia dialoghi con la scienza, a maggior ragione con la scienza ambientale. E quest’approccio è quello che tiene uniti i capitoli del libro, breve, scorrevole e scritto con parole semplici. Adatto a chi ancora non ha (quasi) mai sentito parlare di crisi climatica e quello che si deve fare per risolverla tenendo conto dei temibili lati economici.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/scienza-economia-alleate-ambiente-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/scienza-economia-alleate-ambiente-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/scienza-economia-alleate-ambiente-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="copertina danovaro gallegati" width="1732" height="2835" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Si ricordano tutti i vari aspetti legati all’emissione dei gas serra, del fatto centrale che vadano ridotti fino allo zero netto entro il 2050 per evitare le conseguenze peggiori che avrebbero impatti ovunque sul pianeta e quindi sul nostro benessere. I dati, molti ma non troppi, intrecciano quelli ecologici e climatici con quelli economici e finanziari. Tra le varie riflessioni non poteva mancare l’eterno discorso sul PIL che non misura davvero il benessere, o comunque lo fa in modo parziale (ne abbiamo parlato in <a href="https://www.scienzainrete.it/podcast/vero-benessere-si-misura-solo-pil/">questo podcast</a> con Enrico Giovannini); per altro Gallegati fa parte del comitato scientifico che ha definito gli indicatori del BES (il Benessere Equo e Sostenibile, che integra il PIL nelle leggi di bilancio, o almeno dovrebbe farlo). In più, si ricorda come la ricchezza prodotta dal capitalismo abbia avuto come enormi effetti collaterali la diffusa distruzione di ecosistemi, l’erosione di risorse naturali quasi oltre la loro capacità di rigenerarsi e, per l’appunto, gli squilibri climatici. Oltretutto, sottolineano gli autori, queste immense ricchezze sono distribuite in modo assolutamente iniquo, e questo non può che produrre ulteriori impatti sociali negativi; tra tutti, le ingiuste disuguaglianze nella capacità di adattamento ai cambiamenti climatici.</p>
<p>La sensibilità ecologica di Danovaro si avverte nelle pagine che rammentano che la transizione energetica non può prescindere da una visione ambientale a tutto tondo. E quindi, accanto alle energie rinnovabili e alle varie soluzioni tecnologiche, bisogna avere cura della natura. Non semplicemente per principio, ma perché le evidenze scientifiche sono chiare e numerose: serve tutelare un numero crescente di aree naturali e allo stesso tempo ripristinarne altre, tra le altre cose per assorbire meglio gli impatti climatici crescenti. Già qualcuno ha sollevato qualche perplessità – anche comunicativa – sul fatto che esistano due COP diverse alle Nazioni Unite, una per il clima e una per la biodiversità. Come se questi due negoziati potessero procedere su binari paralleli. È sbagliato. E gli autori lo spiegano bene, anche se riconoscono le oggettive difficoltà nel quantificare il valore dei cosiddetti “servizi ecosistemici” garantiti da abbondanza di biodiversità.</p>
<blockquote>
<p>Negli ultimi decenni, il dibattito scientifico sulle metodologie di valutazione economica dei servizi ecosistemici è stato al centro di una discussione aperta e dinamica. Si tratta, come abbiamo visto, di benefici che gli ecosistemi forniscono all’umanità, tra i quali la fornitura di cibo, la regolazione del clima, la purificazione dell’acqua e molti altri. Sostanzialmente, i servizi ecosistemici trasformano risorse naturali in elementi che hanno un valore per l’essere umano. Come calcolare questo valore? […] la difficoltà sta proprio nel tradurre questa complessità in valori economici tangibili, anche quando il servizio ecosistemico è “intangibile”.</p></blockquote>
<p>Tra i temi affrontati c’è anche un’analisi poco scontata sulla stessa parola “sostenibilità” – al netto del significato che gli si attribuisce nei vari consessi. Per gli autori infatti ha più senso parlare di <em>meta-sostenibilità</em>, viste le limitazioni intrinseche del concetto stesso di sostenibilità.</p>
<blockquote>
<p>Perché non diventi un ossimoro, lo sviluppo sostenibile deve rispettare quattro condizioni: “(i) l’utilizzazione delle risorse rinnovabili non deve essere inferiore al loro rinnovo; (ii) lo stock di risorse non rinnovabili non deve esaurirsi nel tempo; (iii) il processo di produzione deve ridurre ogni “perdita” da ogni fase; e (iv) l’inquinamento dell’ambiente non deve superare la capacità di tolleranza dell’ambiente stesso”. Vista l’impossibilità di rispettare le condizioni ii) e iii), quello a cui possiamo ambire è uno sviluppo <em>meta-sostenibile</em>, ovvero un’economia non erosiva ma rigenerativa in cui siano rispettate le condizioni i) e iv). È come la macchina del moto perpetuo: non può esistere, ma possiamo avvicinarci il più possibile riducendo gli sprechi e restaurando il capitale naturale che consumiamo attraverso il passaggio a un’economia rigenerativa, o <em>meta-sostenibile</em>, cioè che oltre a diminuire gli impatti ambientali provveda anche alle opere di restauro ecologico.</p></blockquote>
<p>I due autori illustrano un interessante confronto dei concetti di crisi e di debito, sia sul piano economico che su quello ambientale. La crisi economica, per quanto grave possa essere, quando è prodotta dall’interno del sistema economico, ha tempi di recupero molto più brevi di crisi ecologiche e ambientali. Queste ultime, visto che fanno i conti con entità fisiche materiali, se abbastanza gravi, potrebbero richiedere decine di anni se non secoli a far tornare l’ambiente naturale come era in origine. È lo stesso discorso per il debito. Prendere in prestito denaro e, per di più, per fare debito pubblico è possibile perché in ultima istanza il denaro non è che una convenzione sociale – oggi completamente dematerializzata per altro – e non certo una quantità fisica che si tocca con le mani.</p>
<blockquote>
<p>Il debito finanziario non è altro che un accordo contrattuale tra individui che sancisce un obbligo, per una delle due parti in causa, di restituire all’altra una data somma di denaro allo scadere di un certo periodo. Se questa somma non viene restituita, la parte lesa subisce una perdita e la parte insolvente andrà incontro a qualche tipo di sanzione. Tuttavia, il tessuto che tiene insieme l’economia e il mondo stesso rimane invariato; e così pure il capitale umano, fisico e naturale. D’altronde, la finanza non è altro che una convenzione creata dall’uomo per regolare i propri scambi. Si occupa solo di pezzi di carta ai quali attribuiamo un valore fittizio – anche se, ormai, più che di pezzi di carta bisognerebbe parlare di cifre su di un terminale. Per quanto possa essere utile, questo artifizio è intrinsecamente distante dalla realtà che ci circonda. Il debito ambientale, al contrario, è un impegno che assumiamo verso l’ambiente e la Terra stessa. […] A differenza del debito finanziario, che può essere usato per far crescere le attività e il livello di benessere di un sistema, prendere a prestito in termini ambientali significa sottrarre capitale naturale dal sistema a danno delle generazioni presenti e future, poiché i danni all’ambiente riducono la sua capacità di produrre quei servizi essenziali alla nostra vita e al nostro benessere. Questi danni impiegheranno decenni, nel migliore dei casi, per ripararsi – se e quando agli ambienti sarà consentito di rigenerarsi – o si trascineranno dietro un lungo elenco di costi di ripristino, come quelli destinati alle bonifiche, alla distruzione causata da alluvioni o incendi, maggiori spese sanitarie per patologie legate all’inquinamento, eccetera.</p></blockquote>
<p>Anzi, gli autori sostengono provocatoriamente che gli umani dovrebbero «accendere un mutuo finanziario per saldare il debito ambientale che abbiamo contratto».</p>
<p>I parallelismi e i confronti tra scienza ed economia continuano per molte pagine e con altri dati ancora, come quelli sui preoccupanti tassi di estinzione o quelli sui casi già avuti di indebitamento che hanno invero salvato dal collasso intere economie. O quelli sulla dieta e sulla demografia, e via dicendo.</p>
<p>Il capitolo finale è dedicato per intero all’elenco di soluzioni, buone pratiche ed esempi, che davvero non mancano di creare speranza, raccolti per sottoinsiemi operativi. Sono:</p>
<ul>
<li>Energia da fonti rinnovabili</li>
<li>Riduzione dei consumi energetici e gestione dell’energia</li>
<li>Mobilità sostenibile</li>
<li>Agricoltura e zootecnia sostenibili</li>
<li>Investire in capitale naturale</li>
<li>Combattere i cambiamenti climatici con la natura</li>
<li>Gestione delle risorse idriche</li>
<li>Tutela della biodiversità</li>
<li>Restauro degli habitat</li>
<li>Economia circolare</li>
<li>Tecnologie <em>green &amp; blue</em></li>
<li>Dalla terra al mare (cioè verso dove dovrebbe dirigersi la pressione antropica)</li>
<li>Le <em>nature-based solutions</em>.</li>
</ul>
<p>Insomma, in poco più di un centinaio di pagine, Roberto Danovaro e Mauro Gallegati riassumono lo stato dell’arte ambientale e climatico, con la lente innovativa dell’economia che ha capito la scienza ecologica. Se non avete ancora deciso cosa leggere sotto l’ombrellone (visto che l’estate ormai è alle porte), sapete cosa comprare.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Le arche della biodiversità: proteggere la natura oltre l'interesse umano</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/arche-biodiversita-proteggere-natura-oltre-linteresse-umano/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/arche-biodiversita-proteggere-natura-oltre-linteresse-umano/</guid><pubDate>Fri, 23 May 2025 09:20:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eleonora Degano</dc:creator><category>ambiente</category><description>Anche se dovessimo causare una nuova estinzione di massa, la Terra sopravvivrà. E comunque, non è troppo tardi per cambiare rotta: “Le arche della biodiversità” di Alessandro Chiarucci ci guida in un viaggio tra scienza, etica e conservazione per salvare la natura - e noi stessi - anche ampliando il concetto tradizionale di conservazione, che diventa partecipata e radicata dal punto di vista culturale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/arche-biodiversita-proteggere-natura-oltre-linteresse-umano-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/arche-biodiversita-proteggere-natura-oltre-linteresse-umano-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p>Qualunque sia la devastazione che la nostra specie potrà, volontariamente o involontariamente, arrecare al nostro pianeta Terra, questo certamente sopravviverà all’uomo e la biodiversità tornerà, in un futuro lontano per la nostra scala del tempo, a fiorire anche se avremo creato una sesta estinzione di massa. [&hellip;] La specie Homo sapiens, e la sua civiltà, non potrà sopravvivere al degrado delle condizioni generali del Pianeta e dei servizi forniti dagli ecosistemi una volta che questi avranno collassato</p></blockquote>
<p>Anche per chi guarda al futuro del pianeta - dunque della nostra stessa specie - con un certo pessimismo, in queste parole c’è qualcosa di rassicurante: la Terra, in un modo o nell’altro, si riprenderà dagli effetti della nostra azione distruttiva. Ma non solo. Questo scenario da incubo è evitabile, se scegliamo oggi di porre un limite al nostro impatto negativo sul pianeta, ascoltando scienziati ed esperti che continuano a studiare, proporre idee e sviluppare strategie concrete per salvare ciò che ancora possiamo preservare <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/restaurare-natura-perche-proteggere-basta-piu/">o restaurare</a>. Il messaggio che lanciano è chiaro: non è troppo tardi, ma bisogna agire adesso. È un invito all’ottimismo, nonostante tutto.</p>
<p>Tra queste voci c’è anche quella di Alessandro Chiarucci, ordinario di Botanica ambientale all’Università di Bologna, che nel suo libro <a href="http://www.hoeplieditore.it/hoepli-catalogo/articolo/le-arche-della-biodiversita-alessandro-chiarucci/9788836016136/3026" rel="noopener"><em>Le arche della biodiversità</em></a><a href="http://www.hoeplieditore.it/hoepli-catalogo/articolo/le-arche-della-biodiversita-alessandro-chiarucci/9788836016136/3026" rel="noopener"><em>. Salvare un po&rsquo; di Natura per il futuro dell&rsquo;uomo</em></a> (Hoepli Telescopi, 2024) accompagna in un intenso viaggio attraverso la storia della natura e della scienza, da Linneo a Darwin fino alla complessità della conservazione ambientale nell’era dell’Antropocene. E la racconta anche attraverso il lavoro di grandi studiosi come <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ricordo-edward-wilson/">Edward O. Wilson</a> con la sua radicale “Half Earth”, la proposta di destinare almeno metà della superficie del pianeta alla sola protezione della biodiversità.</p>
<p>Il libro è per tutti, perché traccia un percorso scientificamente rigoroso ma divulgativo che accompagna chi legge nei secoli fino all’attuale crisi ecologica. Alla fine del libro, anche chi non era esperta o esperto di questi argomenti avrà la sensazione di aver fatto un bel salto in avanti: con più strumenti per capire in che stato si trova davvero il pianeta e, soprattutto, cosa possiamo fare concretamente per salvarlo.</p>
<p>Dal 1950, l’anno che segna ufficialmente l’inizio dell’Antropocene, si sono messi in moto quattro grandi processi che ne definiscono le caratteristiche. Prima di tutto, i tassi di erosione e trasporto dei sedimenti sono aumentati di dieci volte, a causa dell’urbanizzazione e dell’agricoltura intensiva. Poi ci sono i cicli naturali di elementi come carbonio, azoto, fosforo e vari metalli, che sono stati profondamente alterati. A questo si aggiungono enormi cambiamenti ambientali, il più evidente dei quali è il riscaldamento globale con tutte le sue conseguenze a livello planetario. Infine, l’intera struttura e il funzionamento della biosfera sono stati sconvolti: habitat naturali distrutti o degradati, specie in drastico calo o estinte, in parallelo a una crescente diffusione di specie domestiche e invasive. Tutti segni di un equilibrio ormai spezzato che ci mostra quanto sia urgente ripensare il nostro rapporto con la natura se vogliamo garantire una buona qualità della vita alle future generazioni. E, sul più lungo termine, se vogliamo sopravvivere.</p>
<p>In questo contesto di defaunazione, con la previsione di veder estinguersi fino a un milione di specie entro fine secolo, Chiarucci ci invita a non perdere di vista un altro aspetto: c’è ancora tanto da scoprire. Soprattutto tra quelle forme di vita ricchissime di diversità, ma che tendiamo a ignorare se non siamo appassionati del tema. Prendiamo i funghi, per esempio: finora ne abbiamo scoperte circa 120.000 specie, ma si stima che ne esistano tra i 2,2 e i 3,8 milioni. In pratica, conosciamo solo una piccolissima parte di questo regno: tra il 92 e il 97% dei funghi sul pianeta deve essere ancora descritto. Lo stesso vale per le piante. Molte delle nuove specie identificate negli ultimi anni, come le 30 varietà del genere <em>Camellia</em> scoperte in Cina nel 2019, potrebbero rivelarsi risorse preziose anche dal punto di vista alimentare. Segno che, nonostante il declino in corso, la biodiversità ha ancora molto da offrirci. Eppure sta proprio qui, nel non concentrarsi solo sull’aspetto utilitaristico, la chiave per un futuro diverso.</p>
<p>Per arrivare alla proposta dell’autore, il vero spostamento di prospettiva che ci propone non riguarda tanto i numeri, ma il modo in cui guardiamo alla natura. Un cambiamento che è prima di tutto etico. Quando si parla di biodiversità, tendiamo spesso a giustificarne il valore in termini di utilità: quanti benefici ci offre, quanta economia genera, a che cosa serve. Cibo, acqua, impollinazione e persino l’ossigeno che respiriamo sono i cosiddetti “servizi ecosistemici”, un linguaggio tecnico per dirci che, se distruggiamo la natura, stiamo distruggendo anche noi stessi. Quello che manca, secondo l’autore, è proprio una visione meno antropocentrica e più ecocentrica: l’idea, come ricorda nella prefazione Luigi Boitani - professore di zoologia a La Sapienza - che tutte le specie abbiano diritto di esistere, a prescindere dalla loro utilità per l’essere umano. È un principio etico semplice ma potente, che in un mondo ideale ci porterebbe a ridurre spontaneamente il nostro impatto sul pianeta. Così come già facciamo con i beni archeologici, che proteggiamo anche se non servono a niente di pratico, ma perché raccontano la nostra storia. Così dovremmo tutelare la natura per ciò che rappresenta, e non solo per quello che ci fornisce. Ma senza scordarci che, in realtà, ci tiene in vita.</p>
<p>Uno degli aspetti più stimolanti è l’ampliamento del concetto tradizionale di conservazione: non più limitato a parchi o riserve naturali, ma esteso anche a luoghi che, pur non essendo ufficialmente designati come tali, svolgono un ruolo fondamentale nella salvaguardia della biodiversità. Si tratta delle cosiddette <a href="https://www.worldwildlife.org/stories/oecms-a-new-paradigm-for-area-based-conservation" rel="noopener">OECM</a> (<em>Other Effective area-based Conservation Measures</em>), riconosciute dai principali quadri internazionali per la tutela della biodiversità e tra le quali rientrano, ad esempio, i Siti Sacri, ovvero aree di particolare rilevanza culturale e spirituale. Questi luoghi, come Ayer’s Rock in Australia o il monte Fuji in Giappone, sono stati protetti nel tempo grazie alla profonda connessione che li lega alle comunità locali, spesso senza alcun interesse economico, ma solo per rispetto e devozione. L’autore del libro dedica particolare attenzione a questo tema, tanto da aver coordinato uno studio <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s10531-021-02296-3" rel="noopener">che ne ha mappati oltre 2.300</a>. Includere questi siti nei piani di conservazione globale, come il progetto 30x30 (che mira a proteggere almeno il 30% della superficie del pianeta entro il 2030), non solo rafforza l’efficacia delle strategie ambientali, ma crea anche un legame profondo e disinteressato tra le popolazioni e i loro territori, offrendo nuove opportunità per una conservazione partecipata e culturalmente radicata, non legata al solo sfruttamento del territorio e agli interessi economici.</p>
<p>L’autore ci invita a compiere una scelta consapevole e non più rimandabile: designare una rete di aree protette - le cosiddette &ldquo;arche&rdquo; che danno il titolo al libro - che godano della massima tutela ambientale possibile. Si tratta di territori in cui i processi naturali possano svolgersi in modo libero, senza interferenze o interventi umani di gestione, e che dovrebbero estendersi almeno al 10% della superficie terrestre. Una proposta ambiziosa, soprattutto in un’epoca in cui l’impatto della nostra specie ha raggiunto ogni angolo del pianeta. Anche in Paesi come l’Italia, dove formalmente l’estensione delle aree protette è già prossima a questa soglia, l’effettiva qualità della protezione spesso non è sufficiente: molte di queste zone, infatti, continuano a subire pressioni legate ad attività umane come il turismo o lo sfruttamento delle risorse.</p>
<p>Per garantire davvero la continuità dei processi naturali che sostengono la vita sulla Terra è invece fondamentale che questi territori siano, per quanto possibile, incontaminati. L’idea di Chiarucci non è dunque solo ecologica, ma anche profondamente etica: un patto tra umanità e natura per assicurare un futuro condiviso. «Non posso certo tradire il mio innato ottimismo», dice l’autore nelle sue conclusioni. E il nocciolo sta tutto qui: crediamo davvero nella possibilità di un futuro non più antropocentrico?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Gaza e le sfide ambientali della guerra: come ricostruire la vita</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/gaza-sfide-ambientali-guerra-ricostruire-vita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/gaza-sfide-ambientali-guerra-ricostruire-vita/</guid><pubDate>Wed, 21 May 2025 08:40:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Marengo</dc:creator><category>ambiente</category><description>Mentre le bombe echeggiano ancora su Gaza, si fa largo il dubbio riguardo a chi gestirà la striscia nel dopoguerra e quali azioni sarà necessario fare per permettere di abitarla di nuovo. Hotel di lusso, casinò e ville sono alcune delle proposte emerse per dimenticare il conflitto, ma ricostruire palazzi demoliti non è l’unica difficoltà dopo una catastrofe. I vecchi conflitti ci insegnano infatti che l’ambiente naturale, nella sua complessità, va considerato come elemento fondamentale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/gaza-sfide-ambientali-guerra-ricostruire-vita-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/gaza-sfide-ambientali-guerra-ricostruire-vita-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorso gennaio il giornale <em>Al Jazeera</em> <a href="https://www.aljazeera.com/news/2025/1/15/the-human-toll-of-israels-war-on-gaza-by-the-numbers" rel="noopener">riportava</a> una stima di 85.000 tonnellate di bombe che, lanciate su Gaza durante il conflitto, hanno ridotto in tonnellate di rovine le abitazioni. Si stima che circa il 10% delle bombe possa aver avuto dei malfunzionamenti e quindi non sia esploso, rimanendo sommerso sotto ai detriti. Queste bombe sono una minaccia importante per la popolazione di Gaza ancora presente sul territorio, perché rendono la striscia simile a un gigantesco campo minato, un ostacolo pericoloso per le persone in cerca di eventuali superstiti oppure degli oggetti che le hanno accompagnate durante la vita.</p>
<p>Gli ordigni esplosi e non esplosi sarebbero anche la causa del rilascio di sostanze tossiche nel terreno e nella falda, avvelenando i superstiti e i loro discendenti. Per esempio, alcuni metalli pesanti come arsenico, cadmio, mercurio, piombo o cromo vengono rilasciati più o meno lentamente dalle munizioni e dai detriti. Queste e altre sostanze possono persistere per lungo tempo negli ecosistemi, spostandosi lungo la catena trofica e accumulandosi nelle carni animali e nelle piante e rendendo il luogo pericoloso per la vita umana. Inoltre, la Ong Human Rights Watch e altre organizzazioni hanno diffuso <a href="https://www.hrw.org/news/2023/10/12/questions-and-answers-israels-use-white-phosphorus-gaza-and-lebanon" rel="noopener">report</a> sull’uso di armi vietate dai trattati internazionali come quelle contenenti fosforo bianco, un agente che può rimanere nei suoli per diversi anni causando problemi alla sopravvivenza di piante, animali ed esseri umani. In alcune circostanze, questa sostanza può causare pericolosi incendi spontanei. Molti di questi inquinanti sono destinati a rimanere nell’ambiente di Gaza per un lungo periodo, a meno che non vengano svolte rapidamente delle operazioni di bonifica.</p>
<h2 id="una-ripresa-difficile-lesempio-di-verdun">Una ripresa difficile, l’esempio di Verdun</h2><p>Un esempio della portata distruttrice prolungata nel tempo della guerra ci giunge dalla storica battaglia di Verdun, iniziata il 21 febbraio 1916. Si tratta di una battaglia molto diversa dalla situazione di guerra che vediamo oggi: il contesto storico era quello della Prima Guerra Mondiale e nel conflitto si affrontavano le armate francesi e tedesche, trincerate nelle colline verdi intorno al forte di Douaumont. La battaglia terminerà – anche se non in modo definitivo – a dicembre dello stesso anno, lasciando dietro di sé centinaia di migliaia di morti delle due fazioni e un paesaggio radicalmente modificato (<a href="https://www.museedelagrandeguerre.com/" rel="noopener">qui</a> per saperne di più). Infatti, non c’è più traccia né dei borghi né dei campi che caratterizzavano l’area. Le esplosioni provocate dalle bombe sono arrivate a colpire in profondità, forando lo strato impermeabile della falda. Quelle cadute nella campagna hanno spianato le colline, in certi punti anche per più di sei metri, mentre un cumulo di pietre segna per sempre la scomparsa di insediamenti umani. Le fotografie che ci arrivano dall’immediato dopoguerra mostrano un paesaggio simile alla superficie lunare, composto soltanto da terra e pietre. In alcune zone i buchi a forma di cono lasciati dalla guerra più di cento anni fa hanno raccolto l’acqua piovana creando piccole zone umide che ancora oggi sono un ricordo di quanto accaduto.</p>
<p>Secondo gli archivi del governo, nel 1919, a guerra finita, lo stato francese prende in custodia la zona di Verdun e la dichiara zona rossa (<em>zone rouge</em>): un’area di 120.000 ettari interdetta alle attività commerciali e agricole e alle costruzioni umane. I motivi di questo intervento sono da riportare allo stato dell’ambiente naturale circostante e la forte presenza di batteri pericolosi, dovuti all’alta presenza di cadaveri umani e animali su cui si sono sviluppati prima di raggiungere la falda ormai resa altamente permeabile. Lo stesso hanno fatto inquinanti chimici o industriali come i metalli pesanti che ancora oggi vengono costantemente rilasciati dai residui bellici dell’epoca.</p>
<p>Nonostante la zona rossa sia andata riducendosi negli anni, è presente tutt’oggi in molte aree. Risanare un terreno martoriato dalla guerra implica azioni come l’immissione di cloro nell’acqua per eliminare residui batterici, la rimozione di resti, umani e bellici, e di detriti. Ancora oggi, ogni anno, vengono rimosse dal suolo della campagna di Verdun circa 30 tonnellate di pericolosi resti del violento passato. Il Ministero delle armate francese (l’equivalente del nostro Ministero della difesa) sottolinea che per bonificare completamente la zona bisognerebbe agire su diverse decine di migliaia di ettari di terreno, a livello del quale sarebbe necessario rimuovere la copertura boschiva che negli anni si è sviluppata, poi scavare più di un metro di suolo e cercare gli esplosivi sepolti, alcuni dei quali potrebbero ancora esplodere se non disarmati correttamente.</p>
<p>Uno <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/17555801/" rel="noopener">studio</a> pubblicato nel 2007, condotto da due tedeschi dell’Università di Johannes-Gutenberg di Mainz, Tobias Bausinger e Johannes Preuss, e da un francese dell’Ufficio Nazionale delle Foreste, Eric Bonnaire, ha mostrato che i livelli di alcuni inquinanti sono ancora molto elevati in diverse aree del conflitto. Tra quelli che persistono ancora dopo più di cento anni vi è l’arsenico, un elemento chimico molto tossico già a piccole dosi e particolarmente presente nelle aree dove sono state accumulate le munizioni e i resti bellici dopo la guerra. Nelle zone rosse sono state trovate concentrazioni di arsenico 10.000 volte superiori al normale, in aree in cui neanche le piante riescono a crescere, eccetto per tre specie particolarmente coriacee (<em>Holcus lanatus</em>, <em>Pohlia nutans</em> e <em>Cladonia fimbriata</em>).</p>
<p>Verdun non è l’unico esempio del futuro difficile delle zone di conflitto: la guerra del Vietnam è uno di quelli che hanno lasciato cicatrici dolorose che ancora oggi faticano a rimarginarsi. Anche qui inquinanti simili a quelli sopra descritti sono una piaga per la ripresa di aree che forse non somiglieranno mai più a quello che erano: a oggi mancano proprio i servizi resi dagli ecosistemi, un tempo dati per scontati, come l’acqua potabile, l’aria pulita e le terre coltivabili senza il rischio di avvelenamento per la popolazione umana e per il bestiame. In Vietnam, sono gli effetti del famoso Agent Orange a rimanere nel tempo nel modo più evidente. Ancora oggi, nonostante siano passati cinquant’anni dalla fine della guerra, questo terribile defoliante usato nella guerra dagli americani per esporre le fila nemiche è la causa di numerosi problemi di salute gravi nei nuovi nati e nel resto della popolazione. Tra le patologie osservate con una numerosità anomala vi sono tumori, malformazioni (in particolare al sistema nervoso e alla spina dorsale) e gravi malattie congenite.</p>
<h2 id="una-gaza-nel-futuro">Una Gaza nel futuro</h2><p>Siamo ormai abituati ai discorsi di Trump, che pure ogni volta ci meravigliano e spesso ci sorprendono, ma il video generato con intelligenza artificiale postato il 25 febbraio 2025 in cui si vedono il Tycoon e Netanyahu prendere il sole e divertirsi nella “Gaza del futuro” rappresenta qualcosa su tutt’altro livello. Infatti, nonostante i molti dubbi che fosse soprattutto una provocazione, il video rimane anche una delle poche proposte concrete sul piano internazionale per il futuro della striscia. Gaza – senza i suoi abitanti – diventerebbe una meta ambita con resort di lusso a due passi dagli alleati più distanti degli Stati Uniti e, soprattutto, una proprietà americana.</p>
<p>Nel suo discorso del 4 febbraio 2025, Trump parla per la prima volta della “Riviera del Medio Oriente”, un progetto che secondo lui porterà pace e prosperità alla striscia di Gaza. Infatti, nel video, sulla costa ora devastata dalle bombe si vedono grattacieli e ville che ricordano quelle californiane. Nel futuro dipinto da questo video piovono soldi e spopolano statue d’oro del Tycoon; a richiamare il lusso anche hotel, ristoranti e piscine.</p>
<p>Secondo il diritto internazionale, gli Stati Uniti non hanno alcun titolo di reclamare la terra di Gaza e neanche quella di Panama o della Groenlandia; qualsiasi azione diretta o violenta comporterebbe pesanti sanzioni. Inoltre, Trump ha sempre comunicato ai suoi elettori di essere un portatore di pace, arrivando ad annunciare di meritare il Nobel. La BBC <a href="https://www.google.com/amp/s/www.bbc.com/news/articles/cn4z32y12jpo.amp" rel="noopener">suggerisce</a> che queste dichiarazioni potrebbero rientrare in una “strategia negoziale assurda” per il futuro di Gaza e la risoluzione del conflitto con Israele.</p>
<p>Quello che più ci mostra questo video e quanto successo in seguito è quanto il futuro di Gaza sia incerto e quanto penda da un filo molto sottile legato al resto del mondo. È quindi importante comprendere il costo economico che questa guerra porterà ai futuri gestori della striscia di Gaza.</p>
<h2 id="oltre-le-macerie-gaza-e-leredità-tossica-dei-conflitti">Oltre le macerie: Gaza e l’eredità tossica dei conflitti</h2><p>L’agenzia palestinese delle Nazioni Unite comunica che, dopo la guerra, la bonifica del territorio di Gaza sarà molto complessa e costosa. Secondo le stime, ci vorrebbero circa 53 miliardi di dollari americani solo per ricostruire Gaza: di cui 29,9 per ricostruire le infrastrutture, 15,2 per ricostruire le case e 19,1 miliardi per ristabilire l’economia. Oltre alle cifre mostruose da distribuire su dieci anni, l’instabilità politica della striscia di Gaza è una peculiarità che lascia un forte dubbio sulla capacità di ripresa del territorio.</p>
<p>Anche nella speranza che il conflitto possa risolversi presto e nel migliore dei modi, la portata della guerra non terminerà con la fine dei bombardamenti. I veleni di Gaza saranno una delle future sfide e necessiteranno sicuramente di una soluzione per rendere quelle terre di nuovo abitabili. Oggi conosciamo meglio il funzionamento degli ecosistemi e sappiamo che la questione ambientale non sarà limitata ai territori di Gaza; gli inquinanti della striscia sono già osservabili nel Mediterraneo – lo si è misurato durante tutto il conflitto – e si estendono quindi fino a noi, tramite le migrazioni degli animali e le correnti marine.</p>
<p>I costi e le difficoltà politiche, sociali e ambientali lasciano pensare che difficilmente un’unica nazione potrà gestire in solitaria la ricostruzione del territorio di Gaza e sarà pertanto necessaria una collaborazione tra tutte le parti. Oltre a Trump, anche l’Egitto si è fatto avanti con una proposta che vede la collaborazione degli stati arabi. Quest’ultima è sostenuta dalle Big Four europee (Francia, Regno Unito, Italia e Germania).</p>
<p>Nel frattempo, le Nazioni Unite comunicano che continueranno il loro supporto umanitario e finanziario anche dopo la fine dei conflitti in modo da partecipare alla ricostruzione delle fondamenta sociali e finanziarie. In particolare, Muhannad Hadi, assistente segretario generale delle Nazioni Unite e coordinatore umanitario, sottolinea l’importanza di far ripartire i servizi fondamentali quando verranno iniziate le operazioni di rilancio a lungo termine.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Frozen zoo: l’ultima arca per salvare la biodiversità animale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/frozen-zoo-ultima-arca-salvare-biodiversita-animale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/frozen-zoo-ultima-arca-salvare-biodiversita-animale/</guid><pubDate>Tue, 20 May 2025 08:37:00 +0100</pubDate><category>animali</category><description>Nei laboratori di tutto il mondo, il DNA di specie estinte e a rischio è custodito in serbatoi d’acciaio a -196°C. Sono “arche congelate” che potrebbero un giorno riportarle in vita, ma tra promesse scientifiche ed etica, la conservazione della biodiversità si gioca sul filo del freddo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/frozen-zoo-ultima-arca-salvare-biodiversita-animale-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/frozen-zoo-ultima-arca-salvare-biodiversita-animale-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo è il risultato di un progetto PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e l&rsquo;Orientamento) che ha coinvolto la 3°F del Liceo Classico e Linguistico G. Romagnosi di Parma, dedicato alle discipline STEM, al racconto della biodiversità e allo sviluppo di competenze di scrittura giornalistica.</em></p>
<p><em>Il progetto è stato ideato da Alessia Lodola e Alessandro Vitale, comunicatori della scienza, e dalla professoressa Mariangela Fontechiari, con la partecipazione della giornalista scientifica Anna Violato.</em></p>
<p><em>Le studentesse hanno lavorato in autonomia cercando una storia originale, sviluppando una scaletta, i contenuti e curando le interviste agli esperti, con solo un limitato apporto di editing finale. Leggerle è stato un piacere e speriamo sia lo stesso per voi.</em></p>
<p>Si può conservare un’informazione genetica in una cassaforte con la stessa cura che si riserva a opere d’arte e metalli preziosi? Così come nelle isole Svalbard, dal 2008, sono conservati a 18 gradi sottozero circa mezzo milione di semi delle principali colture agricole del pianeta, più recentemente si sono sviluppati progetti – forse ancora più ambiziosi e più urgenti – che hanno come obiettivo la conservazione di materiale genetico animale.</p>
<p>Seguendo l’esempio dello zoo di San Diego, negli Stati Uniti, diverse istituzioni nel mondo si sono riproposte di fondare quelli che potremmo definire a tutti gli effetti delle “arche congelate”: se potessimo visitarne una infatti non vedremmo rinoceronti, tigri o altri animali, ma solo serbatoi d’acciaio che proteggono campioni di materiale genetico. Al suo interno, le informazioni e il DNA della testuggine dell’isola di Pinta, dello stambecco dei Pirenei e del rospo dorato: specie estinte, conservate tramite il congelamento a temperature bassissime, chiamato crioconservazione.</p>
<p>Questi progetti sono iniziative scientifiche che mirano a conservare gameti, cioè le cellule riproduttive, tessuti, sangue, embrioni e interi organismi, rallentandone o interrompendone i processi biologici. I principali si trovano a Melbourne, all’Università di Nottingham e a Londra: la creazione di questi archivi di materiale biologico tramite crioconservazione potrebbe rivelarsi fondamentale nel tentativo di tutelare la biodiversità animale, poiché consente di conservare materiale genetico sia di specie in via di estinzione che, addirittura, di specie già estinte.</p>
<h2 id="conservazione-dei-campioni">Conservazione dei campioni</h2><p>Il funzionamento degli zoo congelati si basa su pratiche biotecnologiche avanzate, tra cui la più importante è la crioconservazione dei campioni: questo termine indica il congelamento in azoto liquido a circa -196°C, che consente di conservare le cellule animali per lunghi periodi mantenendole sempre in condizione di poter tornare vitali.</p>
<p>Il congelamento dei campioni è un processo molto delicato e complesso, che prevede un protocollo in più fasi mirato ad evitare la cristallizzazione dell’acqua. L’acqua, infatti, congelandosi a pochi gradi sotto lo zero, come per esempio succede all’interno di un freezer domestico, forma dei cristalli che occupano più spazio dell’acqua stessa. Se questo succedesse nei campioni, le cellule verrebbero distrutte dall’acqua al loro interno e il materiale genetico sarebbe inutilizzabile. Per evitare che ciò accada i campioni selezionati sono trattati con sostanze chimiche: alcune per creare un ambiente più favorevole alla sopravvivenza delle cellule meno resistenti, come per esempio gli spermatozoi, altre invece (i cosiddetti crioprotettori, come il glicerolo e il dimetilsolfossido) per impedire la formazione dei cristalli.</p>
<p>Per limitare la quantità necessaria a evitare danni per la cellula di sostanze crioprotettive, potenzialmente tossiche per la cellula stessa, è necessario che il congelamento sia il più possibile immediato. I campioni vengono quindi posti direttamente a contatto con azoto liquido che, con una temperatura media di -196 °C, interrompe ogni reazione chimica e biologica e impedisce il deterioramento del materiale genetico.</p>
<p>A essere conservati sono principalmente gameti, cioè gli spermatozoi, gli ovuli (sia fecondati che non) e gli embrioni, dai quali si possono generare nuovi individui grazie a specifiche tecnologie. Ma sono presenti anche campioni di sangue e altri tessuti, per creare una sorta di archivio della diversità genetica di specie e popolazioni. Prima di poter essere usato, il materiale biologico dovrà tornare alla temperatura naturale e il processo, al pari di quello di congelamento, dovrà essere molto delicato e graduale per evitare ancora una volta la morte delle cellule.</p>
<h2 id="il-frozen-ark-project">Il Frozen Ark Project</h2><p>Il più esteso tra i progetti di crioconservazione è il Frozen Ark Project: si trova in Inghilterra, più precisamente a Londra, e coinvolge otto Paesi, conservando il patrimonio genetico di tutte le specie che sono state valutate a rischio di estinzione. Le potenzialità di un progetto come questo sono elevate, ma per ora gli interventi pratici sono stati limitati. Finora il più articolato utilizzo di materiale genetico crioconservato è avvenuto in California: alcune linee cellulari sono state infatti usate insieme ad altre biotecnologie per la reintroduzione del Condor della California, che da 19 esemplari è passato ai 300 nel corso di pochi anni.</p>
<p>Sempre grazie a materiale biologico crioconservato, in questo caso spermatozoi, è stata indotta una gravidanza con inseminazione artificiale in un esemplare femmina di rinoceronte bianco meridionale. Questo risultato ha generato molte aspettative, poiché all’interno degli zoo congelati è conservato anche sufficiente materiale genetico per attuare una simile procedura sul rinoceronte bianco settentrionale: una specie funzionalmente estinta, visto che rimangono solo due esemplari femmine in tutto il mondo.</p>
<h2 id="una-delicata-questione-etica">Una delicata questione etica</h2><p>Per poter intraprendere un’iniziativa del genere però serve ancora molta ricerca e i problemi non mancano. Per questi motivi, i progetti di crioconservazione si stanno muovendo con molta cautela. Per la generazione di un nuovo esemplare a partire dai campioni bisogna infatti ricorrere alla tecnologia della fecondazione assistita, che consiste nell’inserimento di un ovulo già fecondato all’interno dell’utero materno. Le cellule conservate, inoltre, non sempre garantiscono una risposta positiva a questo processo, a causa delle sostanze chimiche a cui sono esposte durante i processi di congelamento e decongelamento.</p>
<p>Un secondo problema etico, evidenziato anche dalla situazione del rinoceronte bianco settentrionale, è che la de-estinzione, cioè il processo di ripopolamento e reintroduzione di una specie funzionalmente estinta, è raramente praticabile in modo efficace solo con le biotecnologie che conosciamo adesso. La scarsa variabilità genetica che si riuscirebbe a raggiungere con i campioni raccolti condannerebbe infatti la specie a essere costantemente in pericolo. Come spiega Licia Colli, ricercatrice presso l’Università Cattolica per il Centro Nazionale per la Biodiversità: «Il materiale genetico raccolto da pochi esemplari consentirebbe di avere una variabilità genetica molto scarsa. Questo comporterebbe l’impossibilità di reintrodurre una specie autosufficiente, perché se la variabilità genetica è bassa allora lo sono anche le possibilità di evoluzione, necessarie per rispondere alle variazioni dell’ambiente e alle malattie».</p>
<p>La crioconservazione di materiale biologico rappresenta dunque uno degli ultimi passi della biotecnologia applicata alla conservazione della biodiversità ma, nonostante i notevoli progressi, l’utilizzo pratico di questo materiale rimane un problema etico non ancora superato. «L’estinzione delle specie è evidente», sottolinea Colli, «e il primo passo per provare a porvi rimedio è di comprenderla. Questo ci consentirà di costruire un senso di responsabilità condiviso, che sicuramente può aiutarci a cercare soluzioni sempre più efficaci».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>I cipressi di Duprez, piante preistoriche nel Sahara</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cipressi-duprez-piante-preistoriche-sahara/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cipressi-duprez-piante-preistoriche-sahara/</guid><pubDate>Tue, 20 May 2025 08:37:00 +0100</pubDate><category>ambiente</category><description>Nel cuore del Sahara, 233 cipressi di Duprez resistono da millenni tra sabbia e silenzio. Relitti viventi di un passato verde, oggi lottano contro l’aridità e l’indifferenza. Un patrimonio fragile da salvare, testimone della biodiversità nascosta nei deserti del mondo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/cipressi-duprez-piante-preistoriche-sahara-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/cipressi-duprez-piante-preistoriche-sahara-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo è il risultato di un progetto PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e l&rsquo;Orientamento) che ha coinvolto la 3°F del Liceo Classico e Linguistico G. Romagnosi di Parma, dedicato alle discipline STEM, al racconto della biodiversità e allo sviluppo di competenze di scrittura giornalistica.</em></p>
<p><em>Il progetto è stato ideato da Alessia Lodola e Alessandro Vitale, comunicatori della scienza, e dalla professoressa Mariangela Fontechiari, con la partecipazione della giornalista scientifica Anna Violato.</em></p>
<p><em>Le studentesse hanno lavorato in autonomia cercando una storia originale, sviluppando una scaletta, i contenuti e curando le interviste agli esperti, con solo un limitato apporto di editing finale. Leggerle è stato un piacere e speriamo sia lo stesso per voi.</em></p>
<blockquote>
<p>Dove ci sono alberi vi è, necessariamente, l&rsquo;acqua, senza la quale la vita è impossibile. Dove mancano l&rsquo;acqua e gli alberi compare il deserto (Gen 1,11-12; 2,8-9)</p></blockquote>
<p>Nell’immaginario di molti il deserto appare come una distesa di sabbia e rocce arse dal sole che creano un ambiente inospitale, dove la vita è impossibile, ma la natura sa meravigliarci anche in ambienti come questo. Esiste un luogo sperduto nel Sahara, esteso per oltre 700 km² nell’altopiano del Tassili n’Ajjer dove il nulla regna sovrano, ma nel quale sopravvivono ancora 233 esemplari di cipresso di Duprez. Alcuni di questi alberi risalgono a 3.500 anni fa e probabilmente a quei tempi ce ne erano tanti quanti se ne possono trovare in un’intera foresta.</p>
<p>I cipressi di Duprez sono come un diario antico: ci raccontano di un mondo cambiato e stravolto, di un deserto in cui scorrevano fiumi e che brulicava di vita… Com’è possibile che oggi il deserto del Sahara ci appaia così diverso? E come può un albero aggrapparsi alla vita così a lungo e in condizioni estreme?</p>
<p>Le prime notizie dei cipressi di Duprez (nome scientifico <em>C. dupreziana</em>) risalgono a Plinio il Vecchio che, nel I secolo d.C., li descrive nel deserto. Si tratta di una pianta endemica, esclusiva di queste zone, dalle caratteristiche fuori dal comune: non solo per la capacità di sopravvivere in luoghi dal clima estremo, ma anche e soprattutto per la straordinaria longevità e per le dimensioni raggiunte. I cipressi di Duprez sono l’unica specie capace di vivere migliaia di anni crescendo fino a 20 metri di altezza nel Deserto del Sahara, con tronchi dal diametro di 4 metri, un perimetro di 12 e chiome estese tra i 15 e i 20 metri. La loro rarità li ha resi patrimonio dell’Unesco e l’area è diventata parco nazionale.</p>
<p>Questi alberi, le uniche piante arboree che crescono su un altopiano tra i 1.400 e 1.800 metri di quota, costituiscono un ecosistema in grado di creare una fonte di nutrimento e di riparo. Ogni pianta ospita circa 11.000 specie di batteri e 5.000 specie di funghi e le chiome sono rifugio per tantissime specie di insetti e uccelli.</p>
<p>«Questi alberi vivono nei letti di alcune fiumare che al momento delle precipitazioni, anche se molto ridotte, si riempiono di un pochino d’acqua e così riescono a sopravvivere nell’aridità del deserto», racconta Gianni della Rocca, ricercatore tecnologo presso l’Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante del CNR di Firenze. «Per farlo mettono in atto alcune strategie: sviluppano un apparato radicale profondo ed esteso per captare e assorbire le falde acquifere, ma anche un apparato radicale estremamente superficiale – così da raccogliere quelle pochissime precipitazioni e avere quindi subito a disposizione l’acqua. Inoltre», prosegue Rocca, «hanno sviluppato ulteriori accorgimenti che garantiscono la capacità di resistere alla disidratazione, come la chiusura degli stomi (strutture presenti sulle piante che regolano la traspirazione, N.d.R.) per tempi prolungati e la capacità di assorbire direttamente dalle foglie l’acqua e l’umidità atmosferica».</p>
<p>Da secoli questa specie non si riproduce quasi più e la pianta più giovane, che ora ha una sessantina d’anni, è stata scoperta intorno al 1970. Negli ultimi cinque anni, inoltre, sono state inoltre scoperte almeno otto piante morte su sessanta visitate – corrispondenti a circa il 10% della popolazione nota. Questo fenomeno è dovuto a un insieme di fattori diversi: la difficoltà germinativa intrinseca dei semi, il cambiamento climatico e l’inaridimento del suolo che rendono quasi impossibile la rigenerazione di queste piante. Trovandosi già in un ambiente estremamente al limite e fragile, anche una variazione minima può comportare il crollo dell’equilibrio biologico e quindi la fine della vita.</p>
<p>Oltre a queste ragioni più ovvie ci sono anche altre motivazioni, come la distanza che separa gli alberi tra loro (a eccezione di due piccoli nuclei, gli altri sono completamente isolati nel mezzo del deserto). Questo distacco geografico porta a un problema “genetico”: rende estremamente difficile la fertilità incrociata tra gli esemplari e porta alla nascita di cloni con validità genetica ridotta, e perciò con una limitata adattabilità al cambiamento. Un altro problema importante è la predazione, soprattutto quella umana: gli alberi di <em>C. dupreziana</em>, prima di diventare specie protetta, venivano tagliati e mutilati dalle popolazioni che vivevano sull’altopiano e dai migranti dal Niger in viaggio per raggiungere l’Europa, per ricavare selle di dromedario, legna da ardere, impugnature di armi, attrezzi da cucina e porte.</p>
<p>Attualmente non c’è un vero proprio programma che metta insieme tutte le risorse o le possibilità per salvaguardare questa specie rara. Tutte le ricerche scientifiche su <em>C. dupreziana</em>, così come su quasi tutte le specie del deserto, sono state svolte sempre in modo individuale. Purtroppo non esiste un contesto globale che organizzi e finanzi dei programmi per preservare la biodiversità sorprendentemente elevata dei deserti, nonostante questi coprano il 17% della massa terrestre. I deserti, infatti, sono raramente considerati aree prioritarie per la conservazione a causa della loro produttività relativamente bassa, eppure questi sistemi ospitano specie uniche, adattate ad ambienti difficili e altamente variabili.</p>
<p>Per trovare una soluzione a questa mancanza, un gruppo di studiosi, interessati e sensibili all’argomento, tra cui Gianni della Rocca, ha fondato il <a href="https://verdepubblico.it/gli-ultimi-cipressi-millenari-del-sahara-stanno-morendo-il-progetto-tarout/" rel="noopener">progetto Tarout</a>: si tratta di un progetto non finanziato, quindi realizzato su base volontaria con risorse proprie, che coinvolge svariate discipline in modo da mettere insieme più competenze possibili. La finalità del progetto è provare a capire le molteplici cause del declino dei cipressi di Duprez e trovare il modo di fermarlo, accendere un interesse politico e poter ottenere le risorse economiche necessarie alla preservazione.</p>
<p>Anche negli ambienti che ci sembrano privi di vita si può trovare biodiversità e il cipresso di Duprez ne è un esempio. Preservarlo significa garantire la continuità di un ecosistema prezioso e fragile, che ci ricorda la meraviglia della natura anche nel deserto.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Natura e science diplomacy tra due Coree: la zona demilitarizzata come laboratorio di biodiversità</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/natura-science-diplomacy-due-coree-zona-demilitarizzata-laboratorio/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/natura-science-diplomacy-due-coree-zona-demilitarizzata-laboratorio/</guid><pubDate>Tue, 20 May 2025 08:36:00 +0100</pubDate><category>ambiente</category><description>Nata per dividere due nazioni, la zona demilitarizzata tra le Coree è oggi un rifugio insperato per la biodiversità. Inaccessibile da decenni, è diventata un santuario naturale dove la vita selvatica prospera lontana dagli essere umani, tra paradossi ecologici e speranze di pace.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/natura-science-diplomacy-due-coree-zona-demilitarizzata-laboratorio-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/natura-science-diplomacy-due-coree-zona-demilitarizzata-laboratorio-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><em>Questo articolo è il risultato di un progetto PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e l&rsquo;Orientamento) che ha coinvolto la 3°F del Liceo Classico e Linguistico G. Romagnosi di Parma, dedicato alle discipline STEM, al racconto della biodiversità e allo sviluppo di competenze di scrittura giornalistica.</em></p>
<p><em>Il progetto è stato ideato da Alessia Lodola e Alessandro Vitale, comunicatori della scienza, e dalla professoressa Mariangela Fontechiari, con la partecipazione della giornalista scientifica Anna Violato.</em></p>
<p><em>Le studentesse hanno lavorato in autonomia cercando una storia originale, sviluppando una scaletta, i contenuti e curando le interviste agli esperti, con solo un limitato apporto di editing finale. Leggerle è stato un piacere e speriamo sia lo stesso per voi.</em></p>
<p>Immaginiamo di trovarci a sorvolare la penisola coreana, osservando dall’alto un’area verde e incontaminata che si estende per chilometri tra due Paesi ancora tecnicamente in guerra. La zona demilitarizzata (DMZ) tra la Corea del Nord e la Corea del Sud è spesso associata a tensioni politiche e militari, ma in realtà è anche un incredibile santuario naturale. Com’è possibile che un’area nata per dividere due nazioni sia diventata uno dei più grandi rifugi di biodiversità al mondo?</p>
<p>A dispetto del suo nome, la DMZ è ancora una delle aree più militarizzate del mondo, ma anche una delle meno toccate dall’attività umana negli ultimi 70 anni. Questo ha permesso a molte specie rare e in via di estinzione di prosperare indisturbate, come il leopardo dell’Amur e l’orso nero asiatico. Uno straordinario paradosso: una zona di guerra che, nell&rsquo;impedire la presenza umana, ha permesso alla natura di riappropriarsi dei suoi spazi, creando uno degli ecosistemi più ricchi e incontaminati dell&rsquo;Asia. Un esempio tangibile di come talvolta, dalle circostanze più avverse, possano nascere opportunità inaspettate per la conservazione della biodiversità.</p>
<p>«La DMZ è un caso di studio eccezionale», afferma il professor Luigi Boitani, zoologo della Sapienza Università di Roma. Questa striscia di terra di 250 chilometri di lunghezza e 4 di larghezza è stata istituita nel 1953 con l&rsquo;armistizio di Panmunjom e si è trasformata in un laboratorio naturale che permette di osservare i diversi stadi della biodiversità in assenza di interferenze umane dirette. Boitani spiega come la DMZ abbia attraversato fasi distinte di rigenerazione ecologica: «Inizialmente, dopo la guerra, il territorio era devastato. Poi, gradualmente, la vegetazione pioniera ha colonizzato l&rsquo;area, seguita dal ritorno di specie animali sempre più complesse. Oggi osserviamo una stratificazione completa dell&rsquo;ecosistema, dalla microflora ai grandi predatori». Questo processo di successione ecologica, normalmente osservabile solo su scale temporali molto più lunghe, si è svolto qui in un tempo relativamente breve, offrendo agli scienziati l&rsquo;opportunità di studiare i meccanismi di resilienza e auto-organizzazione degli ecosistemi.</p>
<p>Il leopardo dell&rsquo;Amur rappresenta uno degli esempi più straordinari tra i predatori che hanno trovato rifugio nella DMZ. Con una popolazione stimata di 60 esemplari in libertà, questo grande felino ha trovato in nell&rsquo;area un habitat adatto alle sue esigenze. «La sua presenza non è casuale, ma testimonia la salute dell&rsquo;intero ecosistema, perché un superpredatore come questo necessita di una catena alimentare completa e ben equilibrata», spiega Boitani. Con un peso che può raggiungere i 60 kg, infatti, il leopardo dell&rsquo;Amur necessita di vasti territori per cacciare. L&rsquo;ambiente della DMZ, caratterizzato da dense foreste e una ricca presenza di prede come cervi e cinghiali, offre condizioni ideali per la sua sopravvivenza. Come sottolinea Boitani, la presenza del felino in quest&rsquo;area rappresenta un miracolo naturale, considerando che la specie ha rischiato l&rsquo;estinzione in gran parte del suo habitat storico, a causa della caccia.</p>
<p>Altrettanto rilevante è la presenza dell&rsquo;orso nero asiatico, classificato come specie vulnerabile dall&rsquo;IUCN—l’Unione internazionale per la conservazione della natura. «Questi orsi dimostrano una notevole capacità di adattamento, ma necessitano di habitat incontaminati per prosperare», prosegue Boitani. «Nella DMZ hanno trovato non solo un sicuro rifugio, ma anche un&rsquo;abbondanza di risorse alimentari che ha permesso loro di stabilire una popolazione duratura». Le più recenti ricerche scientifiche sulla biodiversità della DMZ hanno rivelato numeri sorprendenti: l&rsquo;area ospita più di 6.000 specie diverse tra piante e animali, di cui circa 100 classificate come a rischio di estinzione. Risultati sorprendenti, considerando che vaste porzioni della zona rimangono tuttora inesplorate a causa della presenza di mine antiuomo.</p>
<p>Le mine rappresentano infatti il paradosso più forte di questo santuario naturale. Si ritiene che nella DMZ sia disseminato oltre un milione di ordigni, che costituiscono una minaccia letale non solo per l&rsquo;essere umano, ma anche per gli animali selvatici. Ironicamente, gli stessi strumenti bellici che hanno permesso alla natura di rifiorire, tenendo lontana la presenza umana, ora mettono a rischio proprio la biodiversità. Nel corso degli anni sono stati documentati diversi incidenti, che hanno colpito principalmente ungulati come cervi e cinghiali, oltre ai predatori che ne seguono le tracce.</p>
<p>La bonifica dell&rsquo;area rappresenta una sfida immensa, dal punto di vista sia tecnico che economico, ulteriormente complicata dalle persistenti tensioni politiche della regione. «Una grande difficoltà nelle operazioni di sminamento è rappresentata dalla capacità di movimento delle mine, che spesso si spostano a causa di piogge o movimenti del terreno», racconta Giacomo Destro, comunicatore della scienza e autore di <em>Ragione di Stato, Ragione di Scienza. Storie di scienza, spionaggio e politica internazionale</em> (Codice Edizioni, 2023). «Una soluzione innovativa, che ha mostrato risultati promettenti in altre aree del mondo, potrebbe essere quella di utilizzare i ratti africani giganti, il cui olfatto <a href="https://www.smithsonianmag.com/smart-news/super-sniffing-rat-sets-a-new-world-record-for-discovering-deadly-land-mines-and-hes-just-getting-started-180986432/" rel="noopener">può rilevare le mine senza innescarle</a>. Questa caratteristica permette loro di operare anche in terreni non completamente spianati e la tecnica potrebbe rivelarsi utile anche per la DMZ». Diversi gruppi di ricerca hanno invece suggerito l&rsquo;impiego di soluzioni innovative, come l&rsquo;utilizzo di droni e tecnologie di rilevamento all&rsquo;avanguardia, per individuare e disinnescare questi ordigni minimizzando l&rsquo;impatto ambientale. Il problema dello sminamento è divenuto un punto di convergenza tra movimenti ambientalisti e pacifisti, accomunati dall&rsquo;obiettivo di rendere quest&rsquo;area sicura tanto per la fauna selvatica quanto per le future generazioni.</p>
<p>Eppure la DMZ non è l&rsquo;unico esempio di come la scienza, nella penisola coreana, possa funzionare da mediatore tra nazioni in conflitto. «Un altro importante luogo di “dialogo” si trova presso il Monte Paektu, un vulcano attivo situato al confine tra Corea del Nord e Cina», continua Destro. L’ultima eruzione del Paektu risale al 946 d.C., quando la seconda eruzione vulcanica più grande della storia emise 96 km di materiale in atmosferica. «Per decenni, questo sito è stato uno dei pochi in cui scienziati statunitensi e nordcoreani hanno potuto collaborare direttamente. Le caratteristiche geologiche del vulcano e la sua intensa attività hanno reso necessaria questa cooperazione», dimostrando come la scienza possa aprire canali di comunicazione, anche tra i Paesi più isolati e che considerano avversari.</p>
<p>«Questi esempi si inseriscono in un contesto più ampio di “diplomazia scientifica”, un campo che oggi si sta evolvendo rapidamente. Fino a poco tempo fa, gli sforzi internazionali in questo ambito seguivano un modello a tre pilastri: diplomazia per la scienza, scienza nella diplomazia e scienza per la diplomazia. Tuttavia, in un mondo sempre più complesso e conflittuale, questo paradigma sta mostrando i suoi limiti, specialmente perché non tiene conto del crescente ruolo del settore privato», spiega Destro.</p>
<p>La tutela della biodiversità, inclusa quella della DMZ, non è infatti guidata solo da ideali di conservazione e dietro questi sforzi si celano infatti anche <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/cop16-cali-piani-azione-biodiversita-genetica-finanziamenti-temi/">interessi economici</a>. Le compagnie farmaceutiche ne sono un esempio: investono notevolmente nella protezione di aree naturali incontaminate, consapevoli che potrebbero contenere principi attivi non ancora scoperti, potenzialmente brevettabili e trasformabili in prodotti proficui. Questa dimensione “economica” della biodiversità potrebbe giocare un ruolo fondamentale nel futuro della DMZ.</p>
<p>Va poi considerato che trasformazione di zone selvagge in aree protette può essere vantaggioso per le popolazioni locali, contribuire alla pacificazione e ridurre le attività illecite, come dimostrano alcune esperienze in aree di confine africane. Guardando al futuro, diversi progetti internazionali propongono di trasformare la DMZ in un parco della pace transfrontaliero. Un possibile scenario potrebbe includere un trattato tra le due Coree che riconosca l&rsquo;area come parco nazionale condiviso, con sviluppo di turismo sostenibile e progetti scientifici comuni che porterebbero benefici economici per entrambi i paesi.</p>
<p>Proprio come la natura ha trasformato una zona di guerra in un santuario della vita selvatica, la DMZ potrebbe evolversi da simbolo di conflitto a emblema di riconciliazione, non solo tra le due Coree, ma anche del nostro rapporto con la natura. In un mondo dove la perdita di biodiversità rappresenta una delle sfide più urgenti, la storia della DMZ ci ricorda che la natura ha una straordinaria capacità di rigenerazione, se solo le diamo lo spazio e il tempo necessari per farlo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Restaurare la natura: perché proteggere non basta più</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/restaurare-natura-perche-proteggere-basta-piu/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/restaurare-natura-perche-proteggere-basta-piu/</guid><pubDate>Fri, 09 May 2025 08:53:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eleonora Degano</dc:creator><description>Proteggere non basta più: per contrastare la perdita di biodiversità e i cambiamenti climatici bisogna ripristinare gli ecosistemi perduti. È la sfida del secolo, ma anche una grande opportunità: ne parliamo con l&amp;amp;rsquo;ecologo Roberto Danovaro, autore di &amp;amp;ldquo;Restaurare la natura&amp;amp;rdquo; (Edizioni Ambiente).</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/restaurare-natura-perche-proteggere-basta-piu-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/restaurare-natura-perche-proteggere-basta-piu-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Se le condizioni del pianeta ci preoccupano, è difficile leggere un libro che tratta questi temi senza farsi venire una certa ansia. Perché il punto di partenza è chiaro: la nostra specie ha causato danni enormi, impattando significativamente il 75% delle terre emerse e il 66% dei mari. Nei prossimi 30 anni potremmo perdere da mezzo milione a un milione di specie. <a href="https://www.edizioniambiente.it/catalogo/restaurare-la-natura" rel="noopener"><em>Restaurare la natura</em></a>, dell’ecologo Roberto Danovaro (Edizioni Ambiente, 2025), docente all’Università Politecnica delle Marche, inizia mettendoci di fronte a questa realtà e non fa sconti. Le Conferenze delle Parti sono state costellate di buone intenzioni, scrive l’autore, ma con poche azioni concrete. E proteggere non è più sufficiente, soprattutto perché in genere non vengono tutelate le aree più importanti per la biodiversità, ma quelle che creano meno conflitti con gli interessi economici: le 8 aree più protette sono infatti “ecosistemi ghiacciati”, come il mare di Ross in Antartide o le Terre australi e antartiche francesi.</p>
<p>Se tutelare non basta più, è arrivato il momento di ripristinare gli ecosistemi che abbiamo distrutto o compromesso. E, dati e casi studio alla mano, di riconoscere come il restauro sia un investimento che porta vantaggi in termini economici, di salute pubblica e di contrasto ai cambiamenti climatici. Un esempio? Il restauro dei mangrovieti nei Paesi asiatici, dove le mangrovie sono minacciate da inquinamento, acquacoltura e agricoltura. Ripristinare questi ambienti d’acqua salata, fortemente influenzati dalle maree, ha protetto quasi 300.000 persone dagli eventi alluvionali e - nelle sole Filippine - fa risparmiare 450 milioni di dollari l’anno in danni alle infrastrutture umane. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha dedicato il decennio 2021-2030 al Restauro degli ecosistemi, identificandolo come priorità e chiedendo investimenti adeguati. A oggi i fondi pubblici rimangono la risorsa principale per questi interventi, ed è fondamentale che i governi pianifichino nuove modalità di finanziamento per incoraggiare una finanza sostenibile, anche nel privato.</p>
<p>In tutto il pianeta sono già in corso diversi progetti di restauro ambientale su larga scala, tra i quali troviamo: l’<a href="https://4p1000.org/?lang=en" rel="noopener">Iniziativa 4 per 1000</a> dedicata ai terreni agricoli; la <a href="https://www.bonnchallenge.org/" rel="noopener">Bonn Challenge</a>, che vuole ripristinare almeno 350 milioni di ettari di foreste e ambienti terrestri entro il 2030; il <a href="https://www.ecrr.org/" rel="noopener">Centro europeo per il restauro dei fiumi</a>, che vuole risanare le acque interne del continente; la <a href="https://www.unccd.int/our-work/ggwi" rel="noopener">Great Green Wall Initiative</a> in Africa per recuperare territori desertificati; la <a href="https://globalpeatlands.org/" rel="noopener">Global Peatlands Initiative</a> dedicata alle torbiere; <a href="https://regreeningafrica.org/" rel="noopener">Regreening Africa</a> per ripristinare gli ecosistemi naturali di 8 paesi africani, e la <a href="https://www.mangrovealliance.org/" rel="noopener">Global Mangrove Alliance</a>, che entro il 2030 mira a ripristinare almeno 15 milioni di ettari di mangrovie. La sfida più complessa saranno gli ambienti marini, dove i costi di un progetto di restauro sono anche 100 volte maggiori rispetto a quelli di un habitat terrestre: se per una foresta pluviale si attestano intorno a circa 8.800 euro/ettaro, per un banco di ostriche già si sale a oltre un milione. All’aumentare della profondità dell’habitat aumentano anche i costi per ripristinarlo, perché si rendono necessari macchinari costosi e subacquei sempre più specializzati.</p>
<p><em>Restaurare la natura</em> è un libro che comunica urgenza, ma racconta anche nel dettaglio - e sempre dati alla mano - come una soluzione alla degradazione ambientale ci sia e la necessità di ripristinare gli ecosistemi non sia più rimandabile. C’è molto da fare ma è nell’interesse di tutti, dal punto di vista dei servizi ecosistemici, della salute umana, della tutela della biodiversità e anche delle ricadute economiche di questi progetti. Ne abbiamo parlato con l’autore.</p>
<p><strong>I dati ci dicono che è prioritario restaurare la natura, ma possiamo davvero guardare con ottimismo alla possibilità che venga fatto in tempi rapidi? E stanziando i fondi necessari?</strong></p>
<p>In una prospettiva ampia, quella del secolo in cui viviamo, non solo dobbiamo essere ottimisti ma anche capire che non c’è altro modo: restaurare la natura è indispensabile. Nel libro cerco di spiegare che questa necessità non è un afflato ambientalista ma un ragionamento sostenuto da aspetti scientifici ed economici. Troveremo i finanziamenti? Dobbiamo trovarli, come in passato li abbiamo trovati per tutelare la biodiversità negli ambienti terrestri e marini. Nel 2024 è stata approvata la <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/finalmente-approvata-nature-restoration-law/">Nature Restoration Law</a>, la legge europea in materia ambientale più importante degli ultimi 40 anni e dedicata al ripristino degli ecosistemi degradati. In tal senso credo si viaggerà su due livelli. Da un lato c’è chi la attiverà in modo più convinto, investendo più risorse e di conseguenza ricavandone più benefici, perché alla fine si tratta di “ristrutturare la propria casa”. Non farlo sarebbe come ignorare delle opere d’arte vandalizzate dalla guerra, come ritrovarsi con il Colosseo bombardato e decidere di non restaurarlo per ragioni ideologiche. Dall’altro lato, chi volesse rallentare il processo di restauro della natura non solo rinuncerà ai benefici che porta ma pagherà anche lo scotto delle infrazioni al diritto europeo. Un rischio ulteriore è vedersi superati, anche da questo punto di vista, dai Paesi emergenti. Penso alla Cina, che ha già un piano di restauro ecologico molto avanzato sia per il mare che per la terra. Pensare che l’Europa venga scavalcata a causa di divisioni interne, anche quando avrebbe la possibilità di primeggiare, sarebbe l’ennesima beffa.</p>
<p><strong>Nel libro parla dei sussidi a pesca e agricoltura come un meccanismo che rende le attività dipendenti e controllate, spendendo risorse che sarebbero meglio investite nel restauro ecologico, del quale beneficerebbero anche le attività economiche.</strong></p>
<p>Il problema sostanziale è che molti degli impatti che l’essere umano ha generato sul pianeta derivano da un’agricoltura che è ormai un’industria del suolo, un meccanismo di produzione non più sostenibile e che consuma il 75% dell’acqua, della quale abbiamo sempre più bisogno. In più non incentiviamo le pratiche di agricoltura variegate né la pesca sostenibile; il meccanismo purtroppo è di interesse politico, si tratta di lobby molto forti che alle elezioni risultano determinanti. Quello che serve, e oggi si fa solo timidamente, è una trasformazione del settore. Se non abbiamo il coraggio di accantonare le pratiche più distruttive, la ragione è sempre politica. Un po’ come se per motivazioni politiche lasciassimo ammalare le persone, o scegliessimo di non curarle. Io spero si possa ripartire dai dati scientifici, oggettivi, ed è uno degli obiettivi del libro: la cura dell’ambiente non può diventare una questione politica.</p>
<p><strong>Il restauro che ambisce al massimo successo, scrive nel libro, deve anche coinvolgere le popolazioni locali e la cittadinanza così da renderle partecipi, evitando che ci siano aspetti di contrasto.</strong></p>
<p>Sì, in questo senso parliamo di una vera e propria rivoluzione dell’approccio. Con il restauro, l’idea è quella di sviluppare anche una nuova imprenditorialità diffusa, nuove opportunità di lavoro e nuove professionalità, che coinvolgano e diano un ruolo attivo a chi vive sul territorio. Se ci pensiamo questo accade già oggi in tutto il mondo: molti Paesi dell’Africa hanno enormi introiti derivanti dai parchi naturali, ma lo stesso vale per le Maldive o per la California, che ha cinque volte le aree protette dell’Italia. Senza il supporto locale, le aree protette lo sono solo sulla carta. Ma anche in vista di un turismo che vuole naturalità, l’ambiente è sempre più visto come una risorsa. Nel caso della tutela e della conservazione si “raccoglie” da ciò che esiste già, mentre con il restauro aggiungiamo un elemento in più, quello di investimento, che può offrire occasioni straordinarie. Per restare in Italia possiamo pensare alla baia di Bagnoli, e a cosa vorrebbe dire recuperarla insieme a tutto il retroterra industriale. A quanto varrebbe in termini ambientali e di salute, ma anche dal punto di vista del valore degli immobili. I benefici del restauro sono su molti livelli, non ultima l’importante natura economica.</p>
<p><strong>Quanto è importante la cooperazione internazionale, soprattutto per quanto riguarda i grandi progetti di restauro ambientale?</strong></p>
<p>Molto. E se per gli ecosistemi terrestri possiamo basarci sui confini, la questione si fa più complessa quando parliamo di quelli marini. Penso sarà necessario ragionare su più livelli, proprio in base alla portata dei progetti. Se pensiamo a iniziative come la Grande muraglia verde in Africa, che ha l’obiettivo di fermare l’avanzata del deserto, sono coinvolte le Nazioni Unite, la Banca Mondiale, 20 Paesi africani e chiunque voglia aiutare in un’ottica di cooperazione internazionale. Ogni contributo è utile, e anche per questo sono convinto serva uscire al più presto dal contesto ideologico. Tutti devono cooperare, con i propri mezzi e in base alle proprie motivazioni: che sia l’amore per la natura, l’interesse per la salute umana o le prossime generazioni, l’obiettivo è comune e bisogna lavorare insieme. L’interesse collettivo deve prevalere rispetto a quello individuale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Sanità più sostenibile: le raccomandazioni SIAARTI per una anestesia green</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/sanita-piu-sostenibile-raccomandazioni-siaarti-anestesia-green/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/sanita-piu-sostenibile-raccomandazioni-siaarti-anestesia-green/</guid><pubDate>Mon, 05 May 2025 08:51:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natalia Milazzo</dc:creator><category>ambiente</category><description>Nel contesto della campagna Green Choosing Wisely, sostenuta da Slow Medicine, con la finalità di rendere i sistemi sanitari più sostenibili, la Società italiana di anestesia ha pubblicato le cinque raccomandazioni per rendere le attività legate all’anestesia e all’analgesia meno impattanti sull’ambiente. A partire dalla scelta dei gas utilizzati per addormentare i pazienti, di cui alcuni hanno un effetto serra che supera di migliaia di volte quello della CO 2 .</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/sanita-piu-sostenibile-raccomandazioni-siaarti-anestesia-green-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/sanita-piu-sostenibile-raccomandazioni-siaarti-anestesia-green-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ne abbiamo già parlato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/rendere-piu-sostenibile-sistema-sanitario-esperienza-concreta-asst/">in diverse occasioni:</a> il 5% circa delle immissioni in atmosfera di gas clima-alteranti di origine antropica è riconducibile ai servizi sanitari, un valore equivalente a circa il doppio delle immissioni legate all’intero trasporto aereo mondiale (si veda, per questi dati, il <em><a href="https://www.thelancet.com/article/S0140-6736%2822%2901540-9/fulltext" rel="noopener">Lancet</a></em>). Di queste, circa l’80% delle emissioni può essere ricondotto direttamente o indirettamente all’attività clinica.</p>
<p>Come ricorda Sandra Vernero, Past President dell’associazione <a href="https://www.slowmedicine.it/" rel="noopener">Slow Medicine ETS</a> e coordinatrice della campagna <a href="https://www.slowmedicine.it/choosing-wisely/" rel="noopener">Choosing Wisely Italy:</a> «In questo contesto hanno un ruolo molto importante la consapevolezza e l’assunzione di responsabilità dei medici e degli altri professionisti sanitari verso l’adozione di tecniche e comportamenti sostenibili, sia attraverso una maggiore appropriatezza, cioè limitando esami e trattamenti che non sono necessari e possono addirittura apportare danno ai pazienti, sia evitando il più possibile pratiche dannose per l’ecosistema».</p>
<h2 id="green-choosing-wisely-scegliere-con-attenzione-per-lambiente">Green Choosing Wisely: scegliere con attenzione per l&rsquo;ambiente</h2><p>Slow Medicine ha lanciato nel 2012 la campagna Choosing Wisely Italy, nella quale più di 50 società scientifiche di medici, infermieri, farmacisti e fisioterapisti hanno definito oltre 300 raccomandazioni su esami, trattamenti e procedure a rischio di essere utilizzati quando non sono necessari e possono provocare danni.</p>
<p>Il campo si è esteso alla sostenibilità ambientale nel 2022, quando in collaborazione con l’associazione <a href="https://www.isde.it/" rel="noopener">ISDE Italia - Medici per l’ambiente</a> è stata lanciata l’iniziativa <a href="https://choosingwiselyitaly.org/cwi-green/" rel="noopener">Green Choosing Wisely</a>. Nel contesto di questa iniziativa, le società scientifiche italiane sono state invitate non solo a tenere in considerazione le conseguenze ambientali delle pratiche inappropriate come ulteriore motivazione per la loro riduzione, ma anche a sviluppare raccomandazioni orientate in modo specifico sulle pratiche sanitarie particolarmente dannose per l’ambiente.</p>
<p>Come racconta Sandra Vernero, la risposta è stata positiva: «Nel 2023 AIGO - Associazione italiana gastroenterologi ed endoscopisti digestivi ospedalieri ha pubblicato cinque <a href="https://choosingwiselyitaly.org/societa/aigo/" rel="noopener">raccomandazioni per una endoscopia green</a>; ISDE Italia - Associazione medici per l&rsquo;ambiente ha pubblicato le raccomandazioni per un Medico di medicina generale green (che abbiamo pubblicato anche su <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/sanita-piu-sostenibile-cinque-raccomandazioni-medici-medicina-generale/"><em>Scienza in rete</em>,</a> ndr); e ANIPIO - Società scientifica nazionale infermieri specialisti del rischio infettivo ha definito le <a href="https://choosingwiselyitaly.org/societa/anipio/" rel="noopener">raccomandazioni green per gli infermieri</a>, che tra l’altro mirano a ridurre il consumo di materiale plastico in ambito sanitario.</p>
<p>Nello stesso periodo anche Choosing Wisely Canada, che coordina la rete Choosing Wisely International, ha pubblicato 40 nuove raccomandazioni attente al clima <a href="https://choosingwiselycanada.org/climate/" rel="noopener">(Climate conscious recommendations)</a> prodotte da oltre 20 specialità cliniche».</p>
<h2 id="le-cinque-raccomandazioni-per-una-anestesia-green">Le cinque raccomandazioni per una anestesia green</h2><p>A febbraio 2025 sono state pubblicate le raccomandazioni della SIAARTI - Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva: <a href="https://choosingwiselyitaly.org/societa/siaarti/" rel="noopener">cinque raccomandazioni per una anestesia green</a>, le prime nell’ambito della rete Choosing Wisely International.</p>
<p>Come spiega Elena Giovanna Bignami, presidente della SIAARTI, docente all’Università di Parma e direttrice dell’unità di Anestesia e rianimazione dell’ospedale universitario della stessa città, le sale operatorie sono tra le aree dell’ospedale a più alto impatto ambientale e gli anestesisti rianimatori, con le loro scelte quotidiane, possono contribuire in modo determinante all’adozione di pratiche più sostenibili.</p>
<p>In primo luogo, non tutti sanno che i gas utilizzati per l’anestesia, in particolare il desflurano, sono potenti gas serra e contribuiscono da soli a circa il 5% delle emissioni di gas clima-alteranti dovute ai servizi sanitari. Spiega Bignami: «In particolare un gas oggi ancora molto usato per l’anestesia, il desflurano, ha un indice GWP (Global Warming Potential) pari a oltre 2.500 volte quello della CO₂; si tratta di un ottimo farmaco, che presenta caratteristiche chimicofisiche che lo rendono molto veloce sia a entrare in azione sia ad essere eliminato, senza accumularsi nell’organismo. Siamo consapevoli che dal punto di vista farmacologico è sicuramente un ottimo prodotto, tuttavia dal punto di vista ambientale consigliamo - nei pazienti in cui è possibile - di sostituirlo con gas anestetici meno dannosi per l’ambiente o con tecniche anestesiologiche alternative, come l’endovena e l’anestesia locoregionale. Del resto l’uso del desflurano sarà vietato in Unione Europea dall’anno prossimo. Un’alternativa possibile per continuare a usarlo potrebbe essere prevedere sistemi che ne impediscano la dispersione nell’atmosfera, ma questo comporta investimenti davvero molto notevoli per adeguare le apparecchiature delle camere operatorie».</p>
<p>La prima raccomandazione della SIAARTI per un’anestesia green riguarda proprio i gas anestetici, mentre la seconda raccomanda di limitare il più possibile il flusso di gas freschi, ovvero la miscela di aria e ossigeno impiegata per rimuovere l’anestetico, in modo da evitare sprechi: «Questa è un’attenzione che ho iniziato ad avere fin da quando ho iniziato a lavorare come anestesista, con Massimo Torre, che è stato uno dei pionieri dell’uso di flussi di gas freschi più bassi possibile. Oggi sul mercato ci sono ventilatori molto più efficienti, che consentono di seguire questo metodo, perlomeno sicuramente c’è questa attenzione nei centri ospedalieri più grandi e dove ci sono medici che si sono formati in tempi più recenti», spiega ancora Bignami.</p>
<p>Altre due raccomandazioni suggeriscono di evitare tecniche, materiali e comportamenti poco sostenibili, in particolare riducendo al massimo il ricorso a materiale monouso. Un punto importante, se pensiamo che le sale operatorie generano almeno il 25% dei rifiuti ospedalieri totali e che circa il 25% di questi è attribuibile alle pratiche anestesiologiche. Per quanto riguarda il materiale monouso, Bignami ricorda di avere visto cambiare le abitudini: «Quando ho iniziato a lavorare, più di 25 anni fa, si utilizzava tutto materiale riutilizzabile, risterilizzato. Poi, per ridurre il rischio di infezioni, c’è stata l’ondata di materiale monouso in plastica. Ora, da poco, sta nascendo una nuova sensibilità che va verso il ridurre l’uso della plastica: non possiamo parlare di un tornare indietro, però, perché i materiali nel frattempo sono migliorati. È un aspetto importante perché si tratta di modificare abitudini che si sono consolidate. Sterilizzare oggetti non monouso è possibilissimo, ma obbliga a una migliore organizzazione, per evitare potenziali errori».</p>
<p>Già la <a href="https://associationofanaesthetists-publications.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/anae.15598" rel="noopener">World Federation of Societies of Anaesthesiologists nel 2022</a> e la <a href="https://www.ssapm.ch/fileadmin/user_upload/ssapm/public/Spezialgebiete/Nachhaltigkeit/European_Society_of_Anaesthesiology_and_Intensive_Care_consensus_document_on_sustainability.pdf" rel="noopener">European Society of Anaesthesiology and Intensive Care nel 2024</a> hanno affrontato il tema della sostenibilità in anestesia con importanti documenti di consenso.</p>
<p>Conclude Bignami: «I reparti di anestesia e rianimazione sono presenti in tutti gli ospedali e sono sempre le unità operative più grandi, perché l’anestesista-rianimatore lavora dappertutto: in sala operatoria, in pronto soccorso, in terapia intensiva, in terapia del dolore, in tutte le emergenze e urgenze… trasversalmente a tutto l’ospedale. Per questo può avere un ruolo importante nello spingere e promuovere la diffusione di comportamenti sostenibili, anche con l’esempio. L’anestesista-rianimatore, come abbiamo affermato nelle raccomandazioni SIAARTI, dovrà assumere il ruolo di protagonista e promotore di pratiche sostenibili in sala operatoria e in terapia intensiva accanto a chirurghi e operatori sanitari, ma non solo, con il supporto formativo delle società scientifiche».</p>
<p>Come per le altre raccomandazioni sarà ora fondamentale la loro diffusione e implementazione insieme a un monitoraggio continuo del loro impatto.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Terre rare: l’oro di Pechino che tutti vogliono</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/terre-rare-oro-pechino-tutti-vogliono/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/terre-rare-oro-pechino-tutti-vogliono/</guid><pubDate>Fri, 02 May 2025 17:16:00 +0100</pubDate><category>ambiente</category><description>Il trattato USA-Ucraina appena sancito rivela quanto urgente sia la necessità di dotarsi di minerali critici, fra cui le 17 terre rare, per la transizione digitale ed elettrica. In realtà tutti sono all&amp;amp;rsquo;inseguimento della Cina, che produce il 70% di questi metalli e l&amp;#39;85% degli impianti di raffinazione e purificazione. Questo spiega una serie di ordini esecutivi di Trump e le nuove politiche di Giappone, Australia ed Europa, e forse anche la guerra in Ucraina. Non più tanto le fonti fossili quanto le terre rare sono diventate materia di sicurezza nazionale. Ovunque si riaprono miniere, anche in Italia. Ma essendo difficili da estrarre e purificare si punta anche al riciclo e alla ricerca per mettere a punto le tecnologie di recupero più economiche e sostenibili. Ma come ha fatto la Cina ad acquisire una tale supremazia? E che cosa stanno facendo gli altri?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/terre-rare-oro-pechino-tutti-vogliono-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/terre-rare-oro-pechino-tutti-vogliono-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>C’era una volta, negli anni Novanta del secolo scorso, un mondo con due potenze in sostanziale equilibrio nella produzione di terre rare: Stati Uniti (33%) e Cina (38%), seguiti da Australia (12%), India a e Malesia per il 5% ciascuna e le briciole ad altri paesi. Ora non è più così. La Cina domina il settore da quasi monopolista, anche se negli ultimi anni potenze che hanno troppo a lungo snobbato questi metalli essenziali per lo sviluppo di rotori eolici, macchine ibride ed elettriche, cellulari, batterie, computer e una infinità di altri dispositivi civili e militari, sono alla disperata ricerca di nuove miniere, in casa propria o altrui. Lo dimostra, fra gli altri, il <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/ucraina-usa-firmato-l-accordo-terre-rare-AHCVWSY?refresh_ce=1" rel="noopener">trattato</a> firmato ieri da Stati Uniti e Ucraina per lo sfruttamento dei numerosi minerali critici, fra cui le terre rare. Nulla è gratis a questo mondo, men che meno le armi americane spedite a Kiev.</p>
<p>La ricerca e lo sfruttamento delle terre rare iniziano verso la metà del secolo scorso, ma è negli anni Novanta che la Cina compie il balzo decisivo che la porterà a detenere un sostanziale monopolio su questo gruppo di 17 elementi, noti come terre rare. Sulla tavola periodica, 15 di essi appartengono alla serie dei lantanidi, compresi tra il lantanio e il lutezio, a cui si aggiungono l’ittrio e lo scandio. Si tratta di metalli molto reattivi, che tendono a ossidarsi facilmente e presentano buone proprietà magnetiche, ottiche ed elettroniche, caratteristiche che li rendono fondamentali per applicazioni avanzate nelle tecnologie di punta. Sono utilizzati, per esempio, per trasformare l’energia meccanica in elettrica (come nei generatori) e viceversa (come nei motori delle auto elettriche). Vengono distinti in elementi leggeri (LREE), più abbondanti in natura e più facili da estrarre, ed elementi pesanti (HREE), più rari e difficili da separare.</p>
<p>Tutti si affannano a dire che pur chiamandosi rare, in realtà non lo sono; piuttosto sono disperse e di difficile acquisizione, mischiate come sono in piccole quantità in rocce e terreni. Che a ben vedere è proprio la prima accezione della parola “raro” secondo la <a href="https://www.treccani.it/vocabolario/raro/" rel="noopener">Treccani</a>. Si trovano infatti in quasi tutti i continenti in percentuali variabili. Il lantanio, il cerio, il neodimio e l’ittrio sono, per esempio, più abbondanti del piombo o dell’argento; mentre il tulio e il lutezio sono circa 200 volte più comuni dell’oro, tuttavia sono “diluiti” sulla superficie del nostro pianeta, pertanto è difficile trovare giacimenti utili all’estrazione.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/terre-rare-oro-pechino-tutti-vogliono-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/terre-rare-oro-pechino-tutti-vogliono-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/terre-rare-oro-pechino-tutti-vogliono-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="2822" height="1806" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Tavola periodica, <a href="https://www.euchems.eu/euchems-periodic-table/" rel="noopener">European Chemical Society</a>.</p>
<p>Ma da dove deriva l’innamoramento cinese per queste strane terre? La scintilla scocca con il leader Deng Xiaoping, <a href="https://www.newsecuritybeat.org/2024/08/mine-the-tech-gap-why-chinas-rare-earth-dominance-persists/#:~:text=In%25201992,%2520while%2520visiting%2520Baotou,,most%2520importantly,%2520rare%2520earth%2520magnets" rel="noopener">che nel 1992 disse</a>: «Il Medio Oriente ha il petrolio, la Cina ha le terre rare»<em>.</em> Oggi si può dire che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump cerchi di rallentare la transizione energetica all’elettrico al grido di <em>Drill, baby drill</em> proprio perché consapevole della superiorità della Cina, che oggi produce il 70% di questi metalli, pur possedendo solo il 40% delle riserve da cui estrarle, ma soprattutto ha in mano l’85% del know how e della filiera produttiva, che dalla raffinazione delle terre rare arriva alla produzione di magneti permanenti e altri componenti avanzati. È anche vero però che la postura pro fossile di Trump non esclude - come rivela il trattato sancito con l’Ucraina - il tentativo di recuperare terreno anche su questi minerali critici, se è vero che lo scorso 21 aprile il presidente degli Stati Uniti ha <a href="https://us.cnn.com/2025/03/21/business/trump-increase-production-critical-minerals-hnk-intl" rel="noopener">invocato i poteri di guerra</a> per aumentare la produzione di minerali essenziali, e il 24 aprile ha disposto <a href="https://www.ft.com/content/b0fb5751-f894-4ff7-8585-c362d8ec9d4f?" rel="noopener">permessi più rapidi per i progetti minerari in acque profonde</a>. Nonostante questo - e le politiche di rilancio degli scavi minerari anche delle amministrazioni Biden e Obama - la Cina sembra avere un vantaggio difficilmente colmabile. Con grande preoccupazione dell’Occidente, che <a href="https://www.ft.com/content/65ee2baf-58ab-42e7-997b-7114c8920a91" rel="noopener">si scopre vulnerabile</a>.</p>







<figure class="grafico-plot grafico-mappa not-prose" id="mappa-0">
  <p class="grafico-titolo">La Cina ha da un terzo a metà delle riserve mondiali di terre rare</p>
  <p class="grafico-sottotitolo">Quota di ogni paese sulle riserve mondiali di terre rare, per cento, 2022-2024. Le riserve sono le risorse valutate e sfruttabili in modo economico con le tecnologie attuali.</p>
  
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    <div class="gp-area" role="img" aria-label="Mappa del mondo a paesi colorati per quota delle riserve di terre rare: nel 2023 la Cina ne ha il 40%, il Vietnam il 20%, il Brasile il 19%, gli altri meno del 10%." aria-describedby="mappa-0-descrizione"></div>
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  <figcaption><span>Fonte: <a href="https://ourworldindata.org/explorers/minerals?Mineral=Rare&#43;earths&amp;Metric=Reserves&amp;Share&#43;of&#43;global=true" rel="noopener">USGS, Mineral Commodity Summaries 2025, elaborazione di Our World in Data</a></span><span>Il 40% citato nel testo è il dato del 2023, l&rsquo;anno su cui la mappa si apre. Le quote sono calcolate da Our World in Data sul totale mondiale dell&rsquo;USGS, che è arrotondato: la somma dei paesi vale 96,5% nel 2022, 104,9% nel 2023 e 101,0% nel 2024. Sono esclusi il totale mondiale e la voce «altri paesi» (0,2% nel 2022). Riserve in tonnellate di ossido di terre rare.</span></figcaption>
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    <summary>Descrizione e dati della mappa</summary>
    <p id="mappa-0-descrizione">Mappa del mondo a paesi colorati in cinque classi (meno di 1%, 1-5%, 5-10%, 10-25%, 25% e oltre) per la quota di ogni paese sulle riserve mondiali di terre rare, con un cursore per gli anni 2022, 2023 e 2024. I paesi senza colore non compaiono nei dati. Nel 2023 la Cina ha il 40% delle riserve mondiali, il Vietnam il 20%, il Brasile il 19,1%, la Russia il 9,1%, l&rsquo;India il 6,3%, l&rsquo;Australia il 5,2% e gli Stati Uniti l'1,6%. Nel 2024 la Cina sale al 48,9%, il Brasile al 23,3%, l&rsquo;India al 7,7% e l&rsquo;Australia al 6,3%, mentre la Russia scende al 4,2%, il Vietnam al 3,9%, e gli Stati Uniti sono al 2,1%. Nel 2022 la Cina ha il 33,8%, il Vietnam il 16,9%, il Brasile e la Russia il 16,2%. In tutti e tre gli anni la Cina è il paese con la quota più alta; le quote di Vietnam e Russia nel 2024 sono più basse che nel 2022.</p>
    <p class="gp-scarica">
      <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/terre-rare-oro-pechino-tutti-vogliono-riserve.csv" download>Scarica i dati di «La Cina ha da un terzo a metà delle riserve mondiali di terre rare» (CSV)</a>
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<h2 id="anni-settanta-comincia-la-scalata">Anni Settanta, comincia la scalata</h2><p>Sebbene già dalla fine degli anni ’50 scienziati cinesi abbiano compiuto ricerche su metodi di estrazione e separazione dei minerali di terre rare, è solo a metà degli anni ’70 che la Cina riesce a produrre ossidi di terre rare di qualità in quantità significative, come racconta uno <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s13563-019-00214-2#:~:text=Although%2520China%2520started%2520to%2520develop,products%2520were%2520primary%2520mixed%2520RE" rel="noopener">studio di <em>Mineral Economics</em></a> che ricapitola la storia dello sfruttamento delle terre rare in Cina dal 1975 al 2018. Poiché la domanda interna è limitata, Pechino esporta i primi quantitativi di terre rare per ricavare preziosa valuta estera, soprattutto verso il Giappone e gli Stati Uniti. Alla metà degli anni ’80 la Cina è già in grado di produrre circa 10.000 tonnellate annue di miscele di terre rare e inizia a imporsi come fornitore globale.</p>
<p>Un ulteriore regalo arriva dall’Occidente quando, per evitare le stringenti normative ambientali in patria, molte aziende occidentali e giapponesi verso la fine degli anni ’80 iniziano a delocalizzare in Cina diverse attività di trattamento di terre rare. Analogamente, molte raffinerie giapponesi di terre rare vengono chiuse in patria e ricostruite in Cina, in cambio di contratti di fornitura garantita. Queste partnership favoriscono il salto tecnologico dell’industria cinese, migliorando le capacità di raffinazione e metallurgia delle imprese locali.</p>
<h2 id="dalla-miniera-alla-fabbrica">Dalla miniera alla fabbrica</h2><p>A un’espansione tumultuosa, a prezzi stracciati (il cosiddetto <em>China price</em>), segue un periodo intorno ai primi anni 2000 in cui le terre rare assumono sempre più il profilo di risorsa strategica nazionale da tutelare, in termini sia economici sia ambientali. Il terzo “stadio” delle politiche cinesi (1999-2009) è caratterizzato da restrizioni sostanziali su produzione ed export e da un maggiore impulso allo sviluppo di usi a valle in ambito domestico. In pratica, invece di puntare solo a vendere materie prime grezze all’estero, la Cina in quegli anni vuole conservare più materiale sul mercato interno per alimentare le proprie industrie high-tech. Da quel momento, quote di esportazione, oneri sull’export e veri e propri dazi costruiscono un castello inespugnabile alla concorrenza internazionale su una risorsa di primaria importanza e non rinnovabile come le terre rare. La conseguenza di questa politica, oggi invidiata da molti, è che dopo il 2005 il volume totale di terre rare esportate dalla Cina cala sensibilmente, ma la quota di prodotti semilavorati o finiti sul totale dell’export aumenta di molto. In parallelo, la disponibilità interna a basso costo di terre rare favorisce la crescita di campioni nazionali nelle industrie utilizzatrici: la Cina diventa così il principale produttore di magneti permanenti al neodimio, di leghe speciali per batterie al nickel-metallo idruro, di fosfori per schermi e lampade, e altri beni oggi essenziali alla transizione. In altre parole, il paese conquista non solo la miniera ma anche la fabbrica delle terre rare.</p>
<h2 id="2010-annus-horribilis-delle-terre-rare">2010, <em>annus horribilis</em> delle terre rare</h2><p>Gli anni successivi vedono la reazione dei Paesi colpiti dalle restrizioni delle esportazioni e dei dazi, proprio come ora accade nei confronti degli Stati Uniti. Nel settembre 2010, in seguito a uno scontro nelle acque contese delle isole Senkaku, le autorità cinesi decidono di sospendere le esportazioni di terre rare verso il Giappone. L’embargo di fatto strangola le filiere hi-tech globali. Sul mercato spot internazionale, i prezzi delle terre rare schizzano a livelli record nel giro di pochi mesi. Per esempio, l’ossido di neodimio e altri ossidi critici decuplicano il loro prezzo tra inizio 2010 e metà 2011. Molte imprese occidentali e giapponesi, dai produttori di auto ibride ai fornitori militari, si trovano ad affrontare costi proibitivi e scarsità di materiali, dovendo rallentare la produzione o cercare soluzioni alternative. La corsa ad assicurarsi forniture fa bruciare le scorte esistenti e mette in evidenza la vulnerabilità creata da una fonte unica dominata da un solo paese.</p>
<h2 id="loccidente-prova-a-reagire-al-monopolio-cinese">L’Occidente prova a reagire al monopolio cinese</h2><p>La cosiddetta &ldquo;crisi delle terre rare&rdquo; del 2010-2011 ha anche l’effetto di galvanizzare la reazione politica a livello internazionale. Stati Uniti, Unione Europea e Giappone – i principali importatori – si coordinano per contestare le restrizioni e i dazi cinesi, sollevando gli accordi presi davanti alla Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Sconfitta in questa disputa internazionale, la Cina sceglie di adeguarsi: dal 2015 elimina sia le quote che le tasse all’export sulle terre rare. Parte così la riscossa di paesi come gli Stati Uniti e l’Australia, che riaprono rispettivamente la miniera di Mountain Passe e il giacimento australiano di Mount Weld, mentre altri paesi (come Russia, India, Brasile) riaprono i loro depositi domestici. Giappone, UE e USA aumentano gli investimenti in ricerca per il riciclo delle terre rare e per sostituirle in alcune applicazioni.</p>
<h2 id="terre-rare-risorse-e-criticità">Terre rare, risorse e criticità</h2><h2 id="elementi">Elementi</h2><h2 id="usi">Usi</h2><h2 id="paesi-estrattori">Paesi estrattori</h2><h2 id="problemi-di-estrazione">Problemi di estrazione</h2><p>di Sergio Cima e Grazia Giampaolo, dati: Wikipedia</p>
<h2 id="la-battaglia-finale">La battaglia finale</h2><p>Una riscossa relativa, tuttavia, quella del fronte anti-cinese, poiché la superiorità in fatto di infrastrutture di raffinazione e competenze che la Cina ha coltivato in decenni resiste agli attacchi. Anche perché la crisi viene metabolizzata come opportunità di modernizzazione del sistema: la Cina pone sotto il controllo statale l’attività estrattiva e industriale, creando sei grandi gruppi dedicati alle terre rare. Per esempio, la China Northern Rare Earth Group, legato all’impianto di Baotou in Mongolia Interna, presidia la maggior parte dei depositi del nord ricchi di terre rare leggere, mentre altri gruppi guidati da colossi come China Minmetals o Chinalco assorbono le attività nel sud verso le terre rare pesanti.</p>
<p>Ma la modernizzazione è visibile oggi soprattutto sul fronte tecnologico e industriale, dove la Cina pone l’accento sullo sviluppo di tutta la filiera, dall&rsquo;estrazione alla purificazione. Attualmente la Cina è non solo il primo produttore di ossidi di terre rare (circa il 70% della produzione mondiale nel 2022, in relativo calo dal picco del 97% del 2011), ma controlla soprattutto le fasi di raffinazione e lavorazione con oltre l’85% della capacità mondiale di separazione e purificazione. Detiene inoltre un sostanziale monopolio su alcuni elementi chiave (come disprosio, terbio, neodimio e praseodimio) nella fase di trasformazione in prodotti utilizzabili. Ciò significa che anche quando altri paesi estraggono materie prime (per esempio l’Australia), spesso devono inviarle in Cina per il processo di raffinazione finale, dato che altrove mancano impianti su scala comparabile.</p>
<h2 id="europa-e-la-via-sostenibile-ai-minerali-critici">Europa e la via sostenibile ai minerali critici</h2><p>A fronte di tutto ciò la risposta dell’Europa, che a marzo 2024 ha adottato il <em>Regolamento sulle materie prime critiche</em> (Critical Raw Materials Act - CRMA), sembra purtroppo fuori tempo massimo. Concepito durante la pandemia da SARS-CoV-2 e formalizzato dopo l’invasione russa dell’Ucraina, è la risposta normativa dell’UE a una vulnerabilità emersa con forza negli ultimi anni: la dipendenza da fornitori extraeuropei, in particolare dalla Cina, per l’accesso a materiali fondamentali per la transizione energetica e la difesa. Il documento individua 34 materie critiche e 17 strategiche, e fissa gli obiettivi che mirano a garantire approvvigionamenti sicuri e sostenibili entro il 2030. Diversificare le fonti,  ridurre la dipendenza dai singoli paesi, potenziare la capacità estrattiva, di raffinazione e riciclo all’interno dell’UE sono le parole chiave. I target fissati per il 2030 sono decisamente ambiziosi:</p>
<ul>
<li>Almeno il 10% del fabbisogno annuo dell&rsquo;UE deve provenire da estrazione interna.</li>
<li>Almeno il 40% deve essere lavorato e raffinato nell’UE.</li>
<li>Almeno il 15% deve provenire da riciclo.</li>
<li>Nessuna singola fonte extra-UE deve fornire più del 65% di una qualsiasi materia critica.</li>
</ul>
<p>C’è da dire che la Commissione europea ha cercato di recuperare il tempo perso pubblicando contestualmente al regolamento europeo anche un invito a presentare proposte di progetti da finanziare. In tempi record, lo scorso 25 marzo, è stato pubblicato l’elenco dei <a href="https://www.reuters.com/world/europe/eu-announces-list-47-strategic-metals-projects-2025-03-25/" rel="noopener">47 progetti strategici selezionati in 13 Stati membri</a>, focalizzati sull&rsquo;estrazione, la lavorazione e il riciclo di 14 materie prime critiche, tra cui litio, rame, nichel e terre rare, prevedendo un investimento complessivo di circa 22,5 miliardi di euro (per approfondimenti leggi <a href="https://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-16127-2023-INIT/en/pdf" rel="noopener">qui</a>). L’Italia, nonostante la presenza di circa <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/istituto-informa/comunicati-stampa/anno-2024/materie-prime-critiche-ecco-quali-e-dove-si-trovano" rel="noopener">900 siti minerari storici</a>, al momento è sostanzialmente ferma per quanto riguarda l’estrazione. Ha invece ottenuto l&rsquo;approvazione di <a href="https://economiacircolare.com/materie-prime-critiche-ue-progetti-strategici/" rel="noopener">quattro progetti strategici</a> tutti orientati al riciclo dove, insieme ai minerali critici più ambiti quali litio, rame, cobalto, nichel, platino, vi sono anche alcune terre rare.</p>
<h2 id="lestrazione-mineraria-non-è-un-pranzo-di-gala-aspetti-ambientali-ed-etici">L’estrazione mineraria non è un pranzo di gala: aspetti ambientali ed etici</h2><p>Sebbene la narrativa europea si incentri su una transizione green, il costo ambientale e sociale della crescente domanda di materie prime, in particolare le terre rare, solleva interrogativi etici e scientifici. ** **Il successo della Cina si deve anche al fatto che per molto tempo, e probabilmente ancora oggi, il paese asiatico gioca con regole tutte sue quando si parla di ambiente, diritti civili, e sicurezza sul lavoro. Ma anche alle nostre latitudini il costo ambientale da pagare alla transizione non è certo zero, nonostante le mille attenzioni alla sostenibilità.</p>
<p>Un caso emblematico è rappresentato dal giacimento di Bayan-Obo, in Mongolia Interna (Cina), attivo dagli anni ’60. L’area oggi presenta notevoli contaminazioni  che interessano il suolo, le falde acquifere e anche il Fiume Giallo, risorsa vitale per oltre 200 milioni di persone. Il tasso di mortalità, di insorgenza di tumori e malattie respiratorie tra le comunità che vivono nei pressi del sito - per quanto poco documentata - risulta da molte segnalazioni sopra la media.</p>
<p>Nel 2023, una ricerca congiunta fatta da organizzazioni che si occupano di giustizia ambientale e fanno parte del Global Rare-Earths Element Network ha <a href="https://odg.cat/en/publication/report-mapping-the-impacts-and-conflicts-of-rare-earth-elements/" rel="noopener">documentato</a> oltre 25 conflitti ambientali e sociali legati alla filiera globale delle terre rare in tutti i continenti: Cina, India, America meridionale, ma anche Malesia e Myanmar. Non mancano casi critici nemmeno in Europa, come in Spagna, Norvegia e Svezia.</p>
<p>Significativo in particolare il caso di Myanmar, dove la Cina ha spostato una parte ingente delle proprie estrazioni. Un’indagine della ONG Global Witness <a href="https://globalwitness.org/en/campaigns/transition-minerals/myanmars-poisoned-mountains" rel="noopener">denuncia</a> come il paese, già fragile per effetto della pesante situazione politica e anche di eventi come il recente terremoto, stia pagando il prezzo della transizione energetica delle economie industrializzate, fornendo quasi la totalità delle terre rare pesanti HREE (Heavy Rare Eart Elements) richieste dal mercato. Le comunità di Kachin, lo stato più a nord del Myanmar al confine con la Cina, denunciano per esempio le operazioni di estrazione illegali di terre rare per mano di gruppi armati; le immagini satellitari rilevano la presenza di migliaia di bacini di decantazione, spesso collocati in aree di foresta primaria.</p>
<h2 id="la-sfida-dei-brevetti-e-la-nuova-frontiera-del-riciclo">La sfida dei brevetti e la nuova frontiera del riciclo</h2><p>Oltre alla competizione per l’estrazione e la raffinazione delle terre rare, si sta intensificando la corsa per il controllo della proprietà intellettuale. I brevetti sulle tecnologie di estrazione, separazione e riciclo delle terre rare stanno diventando un campo di battaglia cruciale per definire chi guiderà l’industria del futuro.</p>
<p>Storicamente la Cina ha puntato molto sui brevetti. Secondo <a href="https://www.newsecuritybeat.org/2024/08/mine-the-tech-gap-why-chinas-rare-earth-dominance-persists/#:~:text=Environmental%2520impact%2520is%2520often%2520cited,domestic%2520rare%2520earth%2520development%2520unfeasible" rel="noopener">fonti accreditate</a>, tra il 1950 e il 2018 ricercatori cinesi hanno depositato infatti oltre 25.000 brevetti relativi alle terre rare, superando il secondo paese (gli USA, circa 10.000 brevetti). Gli ingegneri cinesi hanno perfezionato i processi di estrazione mediante solventi e altre tecniche di raffinazione, spesso partendo da tecnologie sviluppate in Occidente ma migliorandole e adattandole su scala industriale.</p>
<p>Ora però si punta molto sul riciclo, anche per ridurre la pressione sulle risorse e i conseguenti impatti ambientali. Un’<a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0301420725000613?via=ihub" rel="noopener">analisi recente</a> condotta da Area Science Park di Trieste evidenzia il dominio cinese nel panorama dei brevetti per il riciclo delle terre rare, con un numero di domande anche nelle nuove tecniche di riciclo delle terre rare nettamente superiore agli altri paesi. Tuttavia i brevetti di Stati Uniti e Giappone, sebbene meno numerosi, sono più citati e qualitativamente migliori, indicando un&rsquo;innovazione tecnologica più avanzata. È noto infatti che le università cinesi sono preda della “febbre dei brevetti”, e che non sempre questo corrisponde a una produzione competitiva e spendibile a livello internazionale. L’Europa per il momento è un volenteroso gregario con pochi risultati di rilevo. Per colmare questo divario, sarebbe necessario un forte impegno dei governi europei nel sostegno all’innovazione, più mirata alla <a href="https://www.eea.europa.eu/en/european-zero-pollution-dashboards/indicators/waste-electrical-and-electronic-equipment-weee-collection-rate-indicator?utm_source=chatgpt.com" rel="noopener">strategia di azzeramento dei rifiuti elettrici ed elettronici e di economia circolare</a> della Commissione europea.</p>
<p>Davanti alla crescente domanda di materie prime legate alla transizione energetica - carenti nel nostro continente - una via importante è una politica che sostenga massicciamente la ricerca per migliorare tecnologie innovative in grado di ridurre la dipendenza dalle importazioni e mitigare l’impatto ambientale, non solo legato all’estrazione ma a tutte le fasi della filiera, compresa la fase del riciclo.</p>
<p>Attualmente, il recupero delle terre rare dai RAEE in Europa è limitato. Si stima che solo il 40% dei dispositivi elettrici ed elettronici venga raccolto a fine vita, e che meno del 5% delle terre rare presenti venga effettivamente riciclato. Questa bassa percentuale è dovuta sicuramente a diversi fattori, tra cui la difficoltà nei processi di separazione e purificazione, e la mancanza di una filiera industriale consolidata per il loro recupero.</p>
<p>Ma la strada è obbligata. Nessuno si può permettere di restare a corto di terre rare. Nelle scorse settimane, di fronte ai nuovi dazi imposti da Trump, <a href="https://www.ft.com/content/0ef4a333-245b-4f42-a026-e72dcd9240db" rel="noopener">la Cina avrebbe cominciato a lesinare agli Stati Uniti alcune terre rare</a> essenziali per l’elettronica dei jet F35, mettendo in allarme il Pentagono. In loro nome si firmano patti leonini con Paesi ricchi solo di minerali, probabilmente si faranno finire guerre, e iniziarne altre. Si ridisegnano le mappe del commercio e si riportano le produzioni essenziali a casa propria in nome di una sovranità tecnologica che rinnega il mantra della globalizzazione che ci ha accompagnato fino ad oggi. Potenti queste terre, ancorché rare!</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L'inattualità come resistenza nell'era dell'Antropocene</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/linattualita-resistenza-nellera-dellantropocene/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/linattualita-resistenza-nellera-dellantropocene/</guid><pubDate>Sat, 19 Apr 2025 10:19:00 +0100</pubDate><dc:creator>Cristiana Pulcinelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Un incontro per presentare il libro &amp;amp;ldquo;Ripensare l&amp;amp;rsquo;Antropocene&amp;amp;rdquo; è stato occasione per riflettere sulla crisi ambientale e la responsabilità di università e comunicatrici e comunicatori scientifici in un&amp;amp;rsquo;epoca in cui la scienza è sotto attacco, e persino le parole per descrivere il cambiamento climatico vengono messe al bando.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/linattualita-resistenza-nellera-dellantropocene-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/linattualita-resistenza-nellera-dellantropocene-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La platea che a inizio mese ha assistito all’incontro organizzato dall’Università di Tor Vergata e da Res viva - Centro interuniversitario di ricerche epistemologiche e storiche sulle scienze del vivente, era spaesata. Se avete un po’ di pazienza, fra poco vi diremo perché, ma intanto occorre una premessa.</p>
<p>L’occasione del ritrovarsi è stata la presentazione del libro <a href="https://www.carocci.it/prodotto/ripensare-lantropocene?srsltid=AfmBOort0M4PBFGXU8rWm3nNfs_JnMvY2LovvKWrw7T_BYmHB72Kl9ec" rel="noopener"><em>Ripensare l’Antropocene. Oltre natura e cultura</em></a> (Carocci editore, pp.198, euro 23,00), di Paola Govoni, Maria Giovanna Belcastro, Alessandra Bonoli e Giovanna Guerzoni. Il libro, come è ben spiegato nell’introduzione, nasce da un&rsquo;esperienza traumatica (la pandemia) e da un progetto (TerraFranca). Tutte e quattro le autrici insegnano all’Università di Bologna, occupandosi di settori disciplinari diversi: Govoni è storica delle interazioni scienza-società, Belcastro è biologa e antropologa, Bonoli è ingegnera delle materie prime, Guerzoni è antropologa dell’educazione, esperta di contesti multiculturali. Durante il confinamento, le quattro autrici, legate anche da amicizia, hanno cominciato a incontrarsi online e a interrogarsi su alcune questioni, certamente non nuove, ma che la pandemia ha messo in evidenza: perché distruggiamo l’ambiente? Quali strumenti abbiamo per affrontare la realtà del cambiamento climatico? Come possiamo dare un contributo?</p>
<p>Nella discussione poi sono stati coinvolti studentesse e studenti, dando così vita al progetto TerraFranca. Il risultato è un libro molto interessante, in cui alle voci delle autrici, a ognuna delle quali si deve la stesura di un capitolo, si alternano le voci di giovani allieve e allievi che hanno risposto a un questionario a risposte aperte.</p>
<p>Il tentativo di superare gli steccati interni a un sistema universitario che si è ingabbiato in una pletora di settori scientifico-disciplinari (oggi sono ben 383, come scrivono le autrici), è riuscito: nel libro si discute da prospettive diverse di temi come il mito di una crescita senza sviluppo, la (presunta) dicotomia natura-cultura, lo sfruttamento delle risorse e l’assenza di una cultura dei limiti, il legame tra lo sfruttamento delle risorse e il patriarcato, la tecnologia e i suoi legami col colonialismo.</p>
<p>Insomma, di quello che ci ha portati dritti dritti nella nostra era, l’Antropocene, l’era in cui l’impatto delle attività degli esseri umani ha plasmato l’ambiente e il clima a livello planetario. Un’era che viene chiamata anche Capitalocene, Chthulucene, Wasteocene, a seconda se si vuole enfatizzare il ruolo del capitalismo nella crisi ecologica, quello delle interconnessioni sotterranee o quello dei rifiuti. Ma che comunque ha connotati tali da destare preoccupazione per la nostra stessa sopravvivenza. Ogni autrice (e vorremmo dire anche ogni studentessa e ogni studente) porta un pezzetto di conoscenza che compone il quadro complessivo del libro e che ci suggerisce come potremo adattarci all’Antropocene che abbiamo scatenato.</p>
<p>Fin qui tutto bene. Un libro interessante, due autrici presenti a discuterne con altri docenti. Perché allora il senso di spaesamento di cui parlavamo? La risposta è semplice: Trump. Il libro è stato chiuso prima che un uragano si abbattesse sulla scena politica mondiale. Nel giro di pochi mesi tutto è cambiato e, come hanno sottolineato Carmela Morabito, storica della psicologia e delle neuroscienze cognitive e Elena Gagliasso, filosofa della scienza, tutto quello di cui si parla nel libro sembra ora sotto schiaffo. E come può essere altrimenti se il presidente degli Stati Uniti ha chiesto addirittura la rimozione delle parole con cui parlare di questi temi dai documenti pubblici delle agenzie federali? Tra le parole vietate infatti non ci sono solo “transgender” e “preferenze sessuali”, ma anche “crisi ambientale”, “diseguaglianza”, “diversità”, “inclusione”, “malattia mentale”, “popolazioni vulnerabili”, “socioeconomico” e “socioculturale”. Il libro in pochi mesi di vita è diventato inattuale?</p>
<p>Lo siamo diventati tutti probabilmente, perché non abbiamo le parole e gli strumenti per affrontare questo nuovo mondo in cui la scienza è sotto attacco, la tecnologia corre in modo esagerato rispetto alla lentezza dei processi antropologici, il capitale è sempre più aggressivo e l’Europa si riarma (ricordate i trattati per il disarmo? Sembrano oramai cosa antica). Ma forse, come ha sottolineato Guerzoni, questo non è un fatto solo negativo: si può coltivare l’inattualità come strumento di resistenza. L’importante è mettersi in movimento e in rete. Ma proprio su questo punto, l’incontro è stato anche una occasione per un mea culpa: noi che questi temi studiamo e che sappiamo da tempo che sulla Terra ogni fenomeno e ogni vivente (e non) si trova all’intersezione con altri, che ogni gesto umano ha un effetto sul pianeta, non abbiamo saputo portare al di fuori dell’università questo sapere: per questo siamo corresponsabili della crisi che stiamo vivendo, ha detto Govoni.</p>
<p>A dirla tutta, corresponsabili siamo anche noi che lavoriamo nel campo della comunicazione. In particolare, parlo di chi negli ultimi anni si è occupato di raccontare la scienza al grande pubblico: non abbiamo avuto la voce abbastanza forte per dire quello che stava succedendo. Eppure lo sapevamo da tempo. Abbiamo visto la vittoria delle ideologie coloniali del dominio, dei dogmi della competitività ad ogni livello e l’illusione di una crescita economica infinita. Abbiamo visto l’aumentare delle ineguaglianze per quanto riguarda la salute e la crisi dei sistemi sanitari con la loro progressiva privatizzazione. Abbiamo ascoltato della impressionante perdita di biodiversità tanto da parlare della sesta estinzione di massa, abbiamo assistito al susseguirsi delle COP: 1, 2, 3… 29. Sempre più stanche e dai risultati deludenti. E abbiamo denunciato troppo poco o con voce troppo flebile. Certo, l’informazione ha subìto, come e forse più di altre categorie, le ingiurie della nostra epoca: precarizzazione, accelerazione dei tempi di produzione, dipendenza dal capitale, ma insomma, questo non ci rende meno colpevoli.</p>
<p>E ora che fare? Prima cosa, bisogna mantenere i luoghi di dialogo, come ha sottolineato Gagliasso, le COP sono ancora importanti per questo. E poi, bisogna individuare zone di interscambio, dicono le autrici del libro, dove applicare i risultati di tante conoscenze “per instaurare alleanze paritarie con altri punti di vista, generi e generazioni”. E forse, come ha detto lo studente che è intervenuto alla fine dell’incontro, bisogna alzare la voce. In tempi in cui probabilmente la resistenza è da preferire alla resilienza.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>No, il metano non «ti dà una mano»: l’iniziativa di Legambiente per ridurlo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/no-metano-ti-mano-iniziativa-legambiente-ridurlo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/no-metano-ti-mano-iniziativa-legambiente-ridurlo/</guid><pubDate>Wed, 16 Apr 2025 15:34:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Il metano è un importante gas serra, con forte potere climalterante. Per questo Legambiente ha ideato MetaNO, per fare luce sulle emissioni legate a questo gas generate dal settore agricolo, e ha organizzato un workshop sul tema a Milano. I dati sono preoccupanti, perché la concentrazione di metano in atmosfera sta crescendo rapidamente.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/no-metano-ti-mano-iniziativa-legambiente-ridurlo-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/no-metano-ti-mano-iniziativa-legambiente-ridurlo-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il metano è un gas serra circa 85 volte più potente della CO₂ in termini di potere climalterante. Nonostante la sua vita media sia di una decina d’anni (mentre quella della CO₂ è nell’ordine dei secoli), deve destare lo stesso preoccupazione: la sua concentrazione in atmosfera sta crescendo velocemente.</p>











<figure class="grafico-plot not-prose" id="plot-0">
  <p class="grafico-titolo">Dal 1983 la concentrazione di metano in atmosfera è salita del 19%: da 1.626 a 1.938 ppb</p>
  <p class="grafico-sottotitolo">Concentrazione di metano in atmosfera, media mondiale mensile da luglio 1983 a dicembre 2024, in parti per miliardo (ppb).</p>
  
  <div class="gp-contenitore">
    <div class="gp-area" id="plot-0-alt" role="img" aria-label="Grafico a linee: la concentrazione di metano in atmosfera passa da 1.626 ppb nel luglio 1983 a 1.938 ppb nel dicembre 2024, con una pausa fra il 1999 e il 2006." aria-describedby="plot-0-descrizione"></div>
    <div class="gp-cursore" aria-hidden="true"></div>
    <div class="gp-lettura" aria-hidden="true"></div>
    <div class="gp-annuncio sr-only" aria-live="polite"></div>
  </div>
  <figcaption><span>Fonte: <a href="https://gml.noaa.gov/ccgg/trends_ch4/" rel="noopener">NOAA, Global Monitoring Laboratory: metano in atmosfera</a></span><span>Dati mensili come nel grafico originale; il mese è indicato con un numero da 1 a 12. L&rsquo;asse verticale parte da 1.600 ppb.</span></figcaption>
  <details>
    <summary>Descrizione e dati del grafico</summary>
    <p id="plot-0-descrizione">Grafico a linee con una serie: sull&rsquo;asse orizzontale il tempo, da luglio 1983 a dicembre 2024, su quello verticale la concentrazione di metano in parti per miliardo (ppb), un valore per ciascuno dei 498 mesi. Media annua: 1.645 ppb nel 1984, 1.715 nel 1990, 1.772 nel 1999, 1.775 nel 2006, 1.781 nel 2007, 1.834 nel 2015, 1.879 nel 2020, 1.930 nel 2024. Il valore mensile più basso è 1.626 ppb (luglio 1983), il più alto 1.941,7 ppb (ottobre 2024); da luglio 1983 a dicembre 2024 l&rsquo;aumento è del 19%. La serie sale quasi senza interruzioni; fa eccezione il periodo 1999-2006, in cui la media annua passa da 1.772 a 1.775 ppb. Gli aumenti annui più forti sono nel 2021 e nel 2022, circa 16 ppb in più in ciascun anno.</p>
    <p class="gp-scarica">
      <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/no-metano-ti-mano-iniziativa-legambiente-ridurlo-metano-atmosfera.csv" download>Scarica i dati di «Dal 1983 la concentrazione di metano in atmosfera è salita del 19%: da 1.626 a 1.938 ppb» (CSV)</a>
      <button type="button" class="gp-link" data-esporta="svg" hidden>Grafico in SVG</button>
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    <div class="gp-tabella"></div>
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</script>

<p>Legambiente ha per questo ideato MetaNO, un progetto per far luce sulle emissioni di metano generate dal settore agricolo, «al fine di una loro riduzione coerente con gli obiettivi a cui l’Italia ha aderito siglando il <a href="https://www.globalmethanepledge.org/" rel="noopener">Global Methane Pledge</a>, a margine della COP26 tenutasi a Glasgow nel 2021».</p>
<p>Il Global Methane Pledge (GMP) impegna i 159 firmatari a ridurre le emissioni globali di metano di almeno il 30% rispetto ai livelli del 2020 entro il 2030, tramite piani d’azione - in 100 lo hanno completato o lo stanno già sviluppando, in 65 lo hanno implementato -, mobilitazione di investimenti per circa 2 miliardi, miglioramento del monitoraggio anche grazie a nuovi satelliti. L’Italia non è a buon punto, come ricorda Legambiente. I risultati sono riferiti prevalentemente «al settore energetico e industriale, dove si concentrano gli investimenti per ridurre le perdite di questo gas, e a quello dei rifiuti, in cui si è già fortemente ridotto il conferimento a discarica di rifiuti organici». Il GMP si concentra anche sui settori dell’agricoltura e dell’alimentazione.</p>
<p>Ecco da dove provengono le emissioni di metano che, ricordiamo, sono per il <a href="https://energy.ec.europa.eu/topics/carbon-management-and-fossil-fuels/methane-emissions_en" rel="noopener">60% di origine antropica</a>.</p>











<figure class="grafico-plot not-prose" id="plot-1">
  <p class="grafico-titolo">Il 60% delle emissioni di metano è di origine umana, soprattutto agricoltura ed energia</p>
  <p class="grafico-sottotitolo">Emissioni mondiali di metano per fonte, in milioni di tonnellate (Mt), con origine naturale o antropica.</p>
  
  <div class="gp-contenitore">
    <div class="gp-area" id="plot-1-alt" role="img" aria-label="Grafico a barre: fra le fonti di metano le zone umide emettono 194 Mt, l&#39;agricoltura 142, l&#39;energia 128, i rifiuti 71; il 60% del totale è di origine umana." aria-describedby="plot-1-descrizione"></div>
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  </div>
  <figcaption><span>Fonte: <a href="https://www.iea.org/reports/global-methane-tracker-2024/understanding-methane-emissions" rel="noopener">International Energy Agency, Global Methane Tracker 2024 (licenza CC BY 4.0)</a></span><span>L&rsquo;energia è tutta di origine antropica. Nomi delle fonti tradotti in italiano; nel grafico originale l&rsquo;energia era divisa per combustibile, qui il dettaglio è nella tabella.</span></figcaption>
  <details>
    <summary>Descrizione e dati del grafico</summary>
    <p id="plot-1-descrizione">Grafico a barre orizzontali ordinate, una per fonte, con la lunghezza pari alle emissioni in milioni di tonnellate (Mt); il colore distingue l&rsquo;origine, naturale o antropica, e accanto a ogni barra sono scritti il valore e l&rsquo;origine. Zone umide 194 Mt (naturale); agricoltura 142 (antropica); energia 128 (antropica: petrolio 49, gas naturale 29, carbone 40, bioenergia 10); rifiuti 71 (antropica); altre fonti naturali 39 (naturale); combustione di biomassa 10 (antropica). Il totale è 584 Mt: 351 di origine antropica (60%) e 233 naturali (40%). Agricoltura ed energia insieme fanno 270 Mt, il 77% delle emissioni antropiche.</p>
    <p class="gp-scarica">
      <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/no-metano-ti-mano-iniziativa-legambiente-ridurlo-fonti-metano.csv" download>Scarica i dati di «Il 60% delle emissioni di metano è di origine umana, soprattutto agricoltura ed energia» (CSV)</a>
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  </details>
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</script>

<p>Le regole previste dalla Commissione Europea in materia, entrate in vigore ad agosto 2024, prevedono</p>
<blockquote>
<ul>
<li>un miglioramento nella misurazione, nella comunicazione e nella verifica delle emissioni di metano del settore energetico;</li>
<li>una riduzione immediata delle emissioni attraverso l’obbligo di rilevamento e riparazione delle perdite e il divieto di pratiche di ventilazione e flaring, che comportano il rilascio diretto di metano nell’atmosfera;</li>
<li>un obbligo di trasparenza sul metano per le importazioni, con la raccolta di informazioni su se e come i Paesi/le aziende esportatrici misurano, comunicano e riducono le emissioni di metano, con l’obiettivo di definire un profilo di intensità di metano di tali entità.</li>
</ul></blockquote>
<p>Per altro, il metano è considerabile non solo gas serra (che trattiene il calore vicino alla superficie terrestre), ma anche inquinante atmosferico. Infatti, insieme alle emissioni da traffico stradale, come denuncia Legambiente è «la causa maggiore del temibile ‘smog fotochimico’ che si forma per azione dei raggi solari sulle sostanze chimiche presenti in atmosfera». Questo tipo di smog colpisce polmoni e tessuti vegetali ed è legato all’ozono, che si forma per l’appunto con l’interazione tra ossigeno e vari inquinanti (come il metano, che è il più abbondante tra quelli in atmosfera). Secondo <a href="https://www.eea.europa.eu/en/analysis/publications/methane-climate-change-and-air-quality-in-europe-exploring-the-connections" rel="noopener">l’Agenzia Europea dell’Ambiente</a> il metano è responsabile del 37% dei livelli di ozono misurati in Europa, causando solo nel 2022 danni alle colture per 2 miliardi di euro.</p>
<p>Legambiente ha organizzato un <a href="https://www.legambientelombardia.it/il-punto-sulle-emissioni-degli-allevamenti-in-un-convegno-di-legambiente-oggi-a-milano/" rel="noopener">workshop</a> a Milano, focalizzato sulla riduzione delle emissioni di metano nel settore agricolo nazionale. Come ha spiegato Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia, «l’obiettivo di ridurre le emissioni di metano richiede un aumento della sostenibilità del sistema agricolo nel nostro Paese», e in particolare «l’innovazione riguarda prioritariamente il settore degli allevamenti, in particolare nelle regioni in cui questa attività è più intensiva per numero di capi in rapporto al territorio».</p>
<p>In Pianura Padana le emissioni di metano sono molto più alte rispetto al resto d’Italia: si pensi solo che i due terzi dei bovini nazionali sono allevati in Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto. Dopo una iniziale riduzione delle emissioni di metano legata alla riforma della PAC a inizio millennio, non si sono più avuti miglioramenti, denuncia Legambiente.</p>
<p>Come è noto, il metano da allevamento deriva dalla digestione dei ruminanti, per cui oltre all’ottimizzazione dei mangimi con specifici additivi non si può fare più di tanto. Poi ci sono i liquami zootecnici, fonte di emissioni anch’essi, su cui si può maggiormente agire: utilizzandoli per la produzione di biogas e biometano, che hanno il vantaggio di emettere <a href="https://www.iea.org/reports/outlook-for-biogas-and-biomethane-prospects-for-organic-growth/an-introduction-to-biogas-and-biomethane" rel="noopener">meno gas serra</a> rispetto ad altri combustibili tradizionali. Una volta prodotti, possono essere immessi tranquillamente nella rete del gas. Come spiega Di Simine: «La produzione di biometano e il suo utilizzo come fonte energetica alternativa al metano fossile è sicuramente il modo migliore per ridurre le emissioni degli allevamenti, ma deve essere &ldquo;fatta bene&rdquo;. Tra i requisiti di un trattamento efficace vi è il rigoroso controllo delle perdite e delle emissioni cosiddette fuggitive» perché, come avverte Di Simine, «anche piccole perdite di gas possono vanificare l’efficacia di questo processo».</p>
<p>Un ulteriore linea di intervento è quella che rientra nella “transizione agroecologica”, che promuove un ripristino dell’equilibrio tra allevamenti e territorio: un equilibrio, come afferma Legambiente, «stravolto da decenni di pratiche sempre più intensive e dalla massiccia importazione di mangimi, che permette di mantenere un numero di animali allevati molto più alto di quanto consentito dall’estensione delle terre coltivate a foraggere».</p>
<p>La rosa di soluzioni disponibili prevede anche l&rsquo;attenzione a tutelare il reddito degli agricoltori, tuttavia non si può prescindere da una riduzione generalizzata del consumo di prodotti di origine animale, soprattutto nei paesi ricchi. «Occorre un coinvolgimento di tutta la filiera, inclusi i consumatori, chiamati a ridurre i loro consumi di prodotti di origine animale, ma allo stesso tempo a essere più esigenti, sia sul benessere degli animali allevati, sia sulla salubrità e sostenibilità dei prodotti del <em>Made in Italy</em> agroalimentare» conclude Di Simine.</p>
<p>È fatto noto e risaputo, del resto, che il settore alimentare è responsabile delle emissioni di gas serra mondiali soprattutto a causa dell’utilizzo di animali. L’ultimo <a href="https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg2/chapter/chapter-5/" rel="noopener">report IPCC</a> dedica infatti un intero capitolo anche al cibo e alle possibili fonti proteiche diverse da quelle animali; le proteine vegetali, tra l’altro, sono anche più salutari, riducendo la <a href="https://www.airc.it/cancro/prevenzione-tumore/alimentazione/proteine-e-rischio-cancro" rel="noopener">probabilità</a> d’insorgenza di disturbi e malattie all’apparato digerente e non solo, tra cui alcuni tumori. Ci sono molti buoni motivi, quindi, per incoraggiare comportamenti e azioni volti alla riduzione delle emissioni di metano. Basta esserne consapevoli.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Limiti planetari: la Terra oltre il punto di non ritorno?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/limiti-planetari-terra-oltre-punto-ritorno/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/limiti-planetari-terra-oltre-punto-ritorno/</guid><pubDate>Wed, 16 Apr 2025 07:54:00 +0100</pubDate><dc:creator>Giulia Olivero</dc:creator><category>ambiente</category><description>Il modello dei limiti planetari, che identifica soglie critiche per la stabilità della Terra, presenta alcune criticità. Ma intanto, secondo l&amp;amp;rsquo;ultimo aggiornamento, sei su nove limiti sono già stati superati.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/limiti-planetari-terra-oltre-punto-ritorno-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/limiti-planetari-terra-oltre-punto-ritorno-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2009, un team di 28 scienziati, guidato da Johan Rockström e Will Steffen, <a href="https://www.nature.com/articles/461472a" rel="noopener">ha introdotto</a> il concetto di &ldquo;limiti planetari&rdquo;. Questo modello, basato su un&rsquo;analisi scientifica rigorosa, identifica nove processi critici essenziali per la stabilità e la resilienza del sistema Terra, e definisce le soglie ecologiche da rispettare per evitare cambiamenti irreversibili. L&rsquo;Antropocene ha reso urgente quantificare quanto il sistema Terra possa sopportare senza collassare, evitando cambiamenti improvvisi e disastrosi. L&rsquo;obiettivo è preservare condizioni simili all&rsquo;Olocene, il periodo stabile che ha permesso lo sviluppo dell&rsquo;agricoltura e delle civiltà moderne, tutelando il clima, la biodiversità e i processi vitali.</p>
<p>Il rispetto di tali limiti consente all&rsquo;umanità di operare in uno &ldquo;spazio operativo sicuro&rdquo;, concetto legato alla capacità di carico del pianeta, ovvero la sua abilità di sostenere l&rsquo;attività umana senza alterazioni irreversibili. Il superamento di queste soglie aumenta il rischio di cambiamenti ambientali bruschi e potenzialmente catastrofici a livello globale. Ma quali sono, e a che punto sono, i nove limiti planetari?</p>
<ul>
<li>Cambiamento climatico: il limite relativo al cambiamento climatico è stato oltrepassato già negli anni &lsquo;90, principalmente a causa delle emissioni di gas serra e aerosol derivanti dalle attività umane. Questo fenomeno altera il bilancio energetico terrestre, provocando modelli meteorologici estremi e gravi impatti ambientali.</li>
<li>Nuove entità: l&rsquo;introduzione crescente di sostanze chimiche sintetiche, come microplastiche e PFAS, ha superato i limiti di sicurezza, con oltre 350.000 composti rilasciati nell’ambiente. La mancanza di test adeguati rende incerti i loro effetti a lungo termine sulla salute e sugli ecosistemi.</li>
<li>Deplezione dell&rsquo;ozono stratosferico: a differenza di altri limiti planetari, lo strato di ozono stratosferico si trova attualmente in una condizione di sicurezza, risultato degli sforzi internazionali volti a vietare sostanze dannose come i clorofluorocarburi (CFC). Questo strato essenziale protegge la vita sulla Terra dalle radiazioni ultraviolette, dannose per gli organismi viventi. Nonostante le gravi minacce affrontate alla fine degli anni &lsquo;90, lo strato di ozono si è stabilizzato e mostra segni di recupero.</li>
<li>Carico di aerosol atmosferico: la concentrazione di particelle aerodisperse influenza significativamente il clima e la qualità dell&rsquo;aria. Nonostante i livelli globali rientrino attualmente nei limiti di sicurezza, l&rsquo;aumento degli inquinanti, in particolare nelle città densamente popolate, rappresenta un rischio considerevole.</li>
<li>Acidificazione oceanica: l&rsquo;aumento dell&rsquo;assorbimento di CO₂ atmosferica da parte degli oceani provoca un incremento dell&rsquo;acidità dell&rsquo;acqua. Questa alterazione chimica danneggia gravemente gli organismi calcificanti e compromette la capacità dell&rsquo;oceano di assorbire ulteriore CO₂, con gravi conseguenze per gli ecosistemi marini. L&rsquo;attuale stato di saturazione dell&rsquo;aragonite, indicatore chiave dell&rsquo;acidificazione, si colloca ancora all&rsquo;interno dello spazio operativo sicuro, ma si avvicina pericolosamente alla soglia critica.</li>
<li>Modifica dei flussi biogeochimici: l&rsquo;interruzione dei cicli nutrizionali naturali di elementi fondamentali come l&rsquo;azoto e il fosforo, essenziali per la vita e la salute degli ecosistemi, ha raggiunto livelli allarmanti. I limiti stabiliti per entrambi gli elementi sono stati quasi raddoppiati, causando gravi problemi ambientali, tra cui l&rsquo;inquinamento delle acque, con conseguenti danni significativi agli ambienti acquatici.</li>
<li>Cambiamento dell&rsquo;acqua dolce: la modifica dei cicli dell’acqua dolce altera la biodiversità, il sequestro del carbonio e le precipitazioni. Le attività umane hanno spinto questi sistemi oltre i limiti di sicurezza, con impatti potenzialmente gravi sul clima e sugli ecosistemi.</li>
<li>Cambiamento del sistema terrestre: la trasformazione dei paesaggi naturali, attraverso attività come la deforestazione e l&rsquo;urbanizzazione, sta riducendo drasticamente le funzioni ecologiche essenziali per la salute del sistema terrestre, come il sequestro del carbonio, il riciclo dell&rsquo;umidità e la disponibilità di habitat per la fauna selvatica. A livello globale, le aree forestali residue, nei tre biomi principali (tropicale, boreale e temperato), sono scese al di sotto dei livelli di sicurezza.</li>
<li>Integrità della biosfera: questo limite riguarda la salute e la diversità degli ecosistemi e delle specie. Gli attuali tassi di estinzione delle specie hanno superato i livelli di sicurezza. Il declino sia della diversità genetica che della salute degli ecosistemi pone gravi rischi alla capacità della biosfera di mantenere funzioni e servizi essenziali.</li>
</ul>
<p>La nostra comprensione dei limiti planetari si è evoluta in modo significativo dalla loro formulazione iniziale, riflettendo una crescente consapevolezza dell&rsquo;impatto antropico sul sistema Terra e delle intricate connessioni tra le diverse soglie ecologiche. Già nel 2009, il superamento di tre limiti cruciali – perdita di biodiversità, cambiamento climatico e ciclo dell&rsquo;azoto – segnalava una preoccupante instabilità del pianeta, spingendo la comunità scientifica a invocare un&rsquo;azione globale urgente. Il 2015 ha segnato una tappa fondamentale: nel pieno di una crisi ambientale sempre più evidente e del dibattito climatico culminato con la COP20 di Parigi, un <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.1259855" rel="noopener">articolo</a> pubblicato su <em>Science</em> da Will Steffen e colleghi ha fornito una definizione più precisa dei limiti per mantenere l&rsquo;umanità entro confini ecologici sicuri.</p>
<h2 id="laggiornamento-dei-limiti-planetari">L&rsquo;aggiornamento dei limiti planetari</h2><p>L&rsquo;aggiornamento ha ridefinito le variabili di controllo e introdotto mappe che illustravano lo stato dei processi chiave attraverso un codice cromatico intuitivo (verde, giallo, rosso), permettendo una valutazione immediata del rischio. Inoltre, è stato evidenziato il superamento del limite relativo all&rsquo;uso del suolo, in particolare a causa della deforestazione.</p>
<p>Nel gennaio 2022, la comunità scientifica <a href="https://pubs.acs.org/doi/10.1021/acs.est.1c04158" rel="noopener">ha lanciato</a> un nuovo allarme, riconoscendo la trasgressione del limite relativo alle &ldquo;nuove entità&rdquo;, un segnale preoccupante del degrado ambientale in atto. Nello stesso anno, <a href="https://www.nature.com/articles/s43017-022-00287-8.epdf?sharing_token=hier2n7O_tPClC8-r06bmdRgN0jAjWel9jnR3ZoTv0P2KmS6Qajbkp2nZuUVCQ0Vp_P0L_fySeHBsRgAquqylOp9LnWtWwctu_gtf2IN3rQca4cpkK1yn9HaZMp0U7_CeAUSZHD1Xu5KL__3KimuwqoA5hdvBx21Dt1POSVkJdo%3D" rel="noopener">è stata rivista</a> la metodologia di valutazione dell&rsquo;uso dell&rsquo;acqua dolce, distinguendo tra:</p>
<ul>
<li>acqua blu: acque superficiali e sotterranee, valutate in base alle variazioni del deflusso rispetto ai livelli preindustriali;</li>
<li>acqua verde: acqua disponibile per la vegetazione, analizzata attraverso le variazioni dell&rsquo;umidità del suolo.</li>
</ul>
<p>Questa nuova analisi ha rivelato che il superamento del limite dell&rsquo;acqua dolce risale all&rsquo;inizio del Novecento (1905-1929).</p>
<p>Man mano che il quadro dei limiti planetari si è sviluppato, è cresciuta l&rsquo;urgenza di un cambiamento trasformativo, poiché i semplici aggiustamenti si sono dimostrati insufficienti. Gli <a href="https://www.stockholmresilience.org/research/planetary-boundaries.html" rel="noopener">aggiornamenti</a> del Stockholm Resilience Centre nel settembre 2023 hanno confermato che sei dei nove limiti planetari sono stati superati, sottolineando la necessità di una governance globale efficace e di strategie proattive. Per monitorare costantemente lo stato di questi parametri vitali, a partire dal settembre 2024 il Potsdam Institute for Climate Impact Research pubblicherà annualmente il <a href="https://www.planetaryhealthcheck.org/" rel="noopener">Planetary Health Check</a>.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/limiti-planetari-terra-oltre-punto-ritorno-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/limiti-planetari-terra-oltre-punto-ritorno-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/limiti-planetari-terra-oltre-punto-ritorno-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="2282" height="1046" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>L&rsquo;aggiornamento dei limiti planetari. Licenza CC BY-NC-ND 3.0, Crediti: <a href="https://www.stockholmresilience.org/research/planetary-boundaries.html" rel="noopener">Stockholm Resilience Center</a>/Azote for Stockholm Resilience Centre, Stockholm University. Based on Richardson <em>et al</em>. 2023, Steffen <em>et al</em>. 2015, and Rockström <em>et al</em>. 2009</p>
<h2 id="criticità-e-dibattito-sui-limiti-planetari">Criticità e dibattito sui limiti planetari</h2><p>Nonostante l’ampio consenso, il modello dei limiti planetari solleva ancora dibattiti scientifici e politici. Una delle principali obiezioni riguarda la capacità del modello di distinguere tra impatti ambientali locali e globali. L&rsquo;applicazione di limiti globali potrebbe non tener conto delle differenze regionali. Johan Rockström sottolinea però che problemi locali possono rapidamente diventare globali e che l&rsquo;obiettivo primario del framework rimane quello di garantire uno spazio operativo sicuro per l&rsquo;intero pianeta.</p>
<p>Un&rsquo;altra questione cruciale riguarda la giustizia climatica e gli impatti sul Sud globale. Alcuni studiosi evidenziano il rischio che l&rsquo;eccessiva dipendenza da limiti quantificabili favorisca un approccio tecnocratico, trascurando le dimensioni etiche e le voci delle comunità emarginate. Ciò potrebbe imporre vincoli che avvantaggiano le nazioni industrializzate, a discapito dei paesi del Sud globale, colpiti in modo sproporzionato dai cambiamenti ambientali. Per esempio, la conservazione delle foreste residue potrebbe favorire i paesi che hanno già sfruttato le proprie risorse forestali. Per equilibrare queste disparità sarebbe necessario un meccanismo di compensazione e supporto economico per le transizioni sostenibili nei paesi più vulnerabili.</p>
<p>Alcuni studiosi ritengono inoltre che il modello dei limiti planetari semplifichi eccessivamente un fenomeno complesso. Approcci alternativi, come la &ldquo;Doughnut Economics&rdquo;, integrano aspetti sociali e biofisici, offrendo una visione più ampia e olistica della sostenibilità. Questi diversi punti di vista possono rivelarsi complementari, arricchendo la nostra comprensione permettendoci di adottare azioni più mirate ed efficaci.</p>
<p>Infine, alcune soglie, come quelle relative all&rsquo;inquinamento chimico e agli aerosol, non sono ancora ben definite, rendendo difficile valutare il rischio reale. È altresì fondamentale riconoscere che l&rsquo;incertezza è intrinseca allo studio dei sistemi complessi, e ciò richiede un approccio precauzionale con aggiornamenti continui e rigorosi.</p>
<p>Nonostante le criticità, il concetto di limiti planetari rimane uno strumento fondamentale per comprendere e affrontare le sfide ambientali globali. La sua capacità di sintesi ha influenzato azioni politiche cruciali, come gli Accordi di Parigi e il Trattato globale sulla plastica. L&rsquo;adozione di politiche basate su questi limiti sta già guidando molte iniziative concrete, tra cui il Green Deal, sviluppato dall’Unione Europea per ridurre l&rsquo;impronta ecologica e migliorare la qualità dell&rsquo;aria, e il Global Biodiversity Framework adottato nel 2022 volto a proteggere il 30% delle terre e degli oceani entro il 2030. Inoltre, il Protocollo di Montreal ha dimostrato come un&rsquo;azione coordinata possa ripristinare l&rsquo;ozono stratosferico. Per affrontare le trasgressioni già avvenute, sarà necessaria una governance globale efficace accompagnata da strategie di adattamento e mitigazione che integrino soluzioni su diverse scale per un approccio più bilanciato. Integrare storia, scienza e aspetti sociali ed economici sarà fondamentale per una visione più olistica e completa della sostenibilità per garantire un futuro sostenibile e resiliente per le prossime generazioni, ma anche per raggiungere l&rsquo;equità sociale e la resilienza di fronte ai cambiamenti ambientali in corso.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Biodiversità oscura: la perdita invisibile</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/biodiversita-oscura-perdita-invisibile/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/biodiversita-oscura-perdita-invisibile/</guid><pubDate>Wed, 09 Apr 2025 07:47:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><category>ambiente</category><description>Una delle immagini più ricorrenti quando si parla di perdita di biodiversità è quella di una foresta pluviale in fiamme o assediata da ruspe e scavatori.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/biodiversita-oscura-perdita-invisibile-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/biodiversita-oscura-perdita-invisibile-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Una delle immagini più ricorrenti quando si parla di perdita di biodiversità è quella di una foresta pluviale in fiamme o assediata da ruspe e scavatori, la nuda terra a prendere il posto di una lussureggiante vegetazione. Meno facile pensare che, anche a centinaia di chilometri dal punto in cui le piante sono divorate dal fuoco o buttate giù, anche in luoghi in cui la foresta pare florida e variegata, la biodiversità si sta erodendo. Perché anche lì, in quel luogo che potrebbe sembrarci selvaggio e pullulante di forme di vita, in realtà ci sono molte meno specie di piante di quelle che potrebbero effettivamente esserci, e la causa va ricercata proprio in quelle azioni antropiche che paiono così distanti. L’influenza degli impatti umani previene infatti la crescita di specie vegetali in luoghi idonei a ospitarle. Un effetto che si verifica a livello globale, come dimostra una <a href="http://www.nature.com/articles/s41586-025-08814-5" rel="noopener">ricerca</a> pubblicata su <em>Nature</em> che porta la firma di oltre 200 ricercatori e ricercatrici provenienti dagli atenei di tutto il mondo.</p>
<h2 id="quello-che-non-cè-la-diversità-oscura">Quello che non c’è: la diversità oscura</h2><p>Si fa presto a dire “biodiversità”, ma questa breve parola racchiude in sé una incredibile complessità, perché va dalle più piccole differenze nel codice genetico che rendono unici gli individui, alla varietà di forme di vita e specie, fino a come queste interagiscono tra loro e con le caratteristiche geologiche e climatiche di un determinato angolo del globo per dar forma a habitat ed ecosistemi. Impacchettare tutta questa complessità in una metrica è estremamente difficile, ma necessario per cercare di comprenderla. Esistono dunque diversi indici per misurare la biodiversità nei vari livelli, che vanno poi integrati tra loro per avere un quadro della situazione. Quello comunemente impiegato per fare comparazioni tra luoghi o tempi diversi e valutare quante specie stiamo perdendo nel corso dell’Antropocene è l’alfa biodiversità, che corrisponde al numero di specie che si trovano in un determinato sito, un valore che però ha dei limiti. «Su scala globale l&rsquo;alfa diversità dipende prevalentemente da fattori biogeografici e climatici, quindi non è un buon predittore degli impatti dell&rsquo;impronta umana. È sicuramente correlata al disturbo, ma funziona meglio su scala locale» spiega Alessandro Chiarucci, professore ordinario di botanica ambientale all’Università di Bologna e coautore dello studio di <em>Nature</em>.</p>
<p>Nel 2011 tre botanici dell’Università di Tartu, Meelis Pärtel, Robert Szava-Kovats e Martin Zobel, hanno introdotto il concetto di <em><a href="https://doi.org/10.1016/j.tree.2010.12.004" rel="noopener">dark diversity</a></em>: l’insieme delle specie ecologicamente idonee a vivere in un determinato sito ma che invece mancano, pur essendo presenti nella regione circostante. Una biodiversità oscura, non misurabile e persa nel suo potenziale, come la materia che dà forma all’universo ma resta a noi invisibile, e che va a completare quella che possiamo invece osservare. Misurare la biodiversità oscura permette quindi di comprendere quanto una data comunità biologica sia completa, ovvero contenga tutte le specie che possono effettivamente vivere in un dato luogo: più basso è il valore della dark diversity, più la comunità che osserviamo è completa e la sua ricchezza potenziale si realizza. Una metrica che ben si presta per valutare quanto e fino a dove le attività antropiche determinano un impoverimento della vegetazione a livello mondiale. Tutto questo è possibile grazie a un progetto di ricerca, <a href="https://macroecology.ut.ee/en/darkdivnet/" rel="noopener">DarkDivNet</a> : un network internazionale fondato e coordinato dall’Università di Tartu, e che annovera botanici in tutti i continenti. «Si tratta di un progetto cooperativo cui i gruppi di ricerca aderiscono in modo volontario, adottando il medesimo protocollo standardizzato di raccolta dati e usando le proprie risorse negli ecosistemi che studiano. È un approccio potente per fare esperimenti ecologici su larga scala», racconta Chiarucci, che è anche membro del comitato direttivo di <em>DarkDivNet</em>.</p>
<h2 id="gli-effetti-nascosti-delle-attività-umane">Gli effetti nascosti delle attività umane</h2><p>Per lo studio di <em>Nature</em> i ricercatori hanno utilizzato i dati relativi a quasi 5.500 siti con una vegetazione naturale relativamente intatta, distribuiti in 119 regioni del mondo rappresentative di tutte le condizioni climatiche del pianeta. In ognuno dei siti hanno censito tutte le specie di piante presenti, raccolto dati sulle condizioni ambientali e stimato, grazie a modelli probabilistici, il numero di specie assenti ma potenzialmente idonee per quel sito. Infine, hanno messo in relazione il dato ottenuto con l’indice dell’impronta ecologica umana, dimostrando una fortissima correlazione negativa.</p>
<p>Ora, c’è una componente naturale che può spiegare certe assenze e le variazioni tra luoghi apparentemente equivalenti, come le abitudini e densità di erbivori o animali che si nutrono dei semi, la presenza di competitori, la capacità di dispersione, le condizioni microclimatiche o geomorfologiche (per esempio alcuni siti possono essere più predisposti di altri agli eventi estremi). Quindi una quota di biodiversità oscura è, per così dire, fisiologica. Nelle regioni poco impattate dall’essere umano, gli ecosistemi contengono tipicamente oltre un terzo delle specie potenzialmente idonee. Se però si considera il fattore umano la percentuale scende: nelle regioni fortemente influenzate dalle attività umane, gli ecosistemi ospitano solo una specie idonea su cinque. E l’effetto tende a essere più forte quanto più grande è l’impronta ecologica della regione che contiene il sito di rilevamento, anche a scala di decine o centinaia di chilometri. Questo dimostra, in pratica, che le attività umane hanno un lungo raggio d’azione: ecosistemi apparentemente incontaminati, a centinaia di chilometri da un disturbo diretto, sono in realtà colpiti.</p>
<p>Degli otto componenti dell’impronta ecologica umana, sei hanno una chiara influenza sul numero di specie vegetali mancanti: densità della popolazione umana, infrastrutture elettriche, ferrovie, strade, ambienti edificati e terreni coltivati. Gli effetti si propagano perché si innescano effetti a catena, il che ci dimostra ancora una volta la complessità delle questioni naturali. Per esempio, la scomparsa di una specie animale che gioca un ruolo importante nella disseminazione delle piante e quindi nella loro espansione può avere effetti su vasta scala. Tutto è collegato, la diversità chiama e crea diversità.</p>
<h2 id="una-ragione-di-speranza">Una ragione di speranza?</h2><p>«L’approccio adottato per questa analisi ci permette di mappare e di quantificare la diversità oscura attuale. Il progetto è operativo da pochi anni, ma se avessimo uno storico di dati, avremmo uno strumento per monitorare come le comunità biologiche si allontanano dal loro potenziale», spiega Chiarucci. Un mezzo potente per indagini future, dunque, e che permetterebbe di valutare non solo le perdite ma anche i progressi, se verranno realmente sviluppate le politiche globali previste dal protocollo internazionale della Convenzione per la Diversità Biologica, il <a href="https://www.cbd.int/gbf" rel="noopener">Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework</a> (il cui finanziamento è stato oggetto della COP16 bis di Roma, su <em>Scienza in rete</em> ne abbiamo parlato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/cop16-roma-accordo-fondi-biodiversita/">qui</a>).</p>
<p>E poi c’è ancora un segnale incoraggiante, che dovrebbe dare stimolo a un cambiamento proattivo, perché lo studio ha dimostrato che nelle regioni in cui almeno un terzo del paesaggio era poco disturbato dall&rsquo;essere umano, la perdita nascosta di biodiversità era significativamente inferiore. «Abbiamo osservato un effetto positivo delle aree protette, e questo dà un ulteriore supporto alle politiche già stabilite, il Global Biodiversity Framework, ma anche la <a href="https://www.eea.europa.eu/policy-documents/eu-biodiversity-strategy-for-2030-1" rel="noopener">Strategia europea per la biodiversità</a>», commenta Chiarucci. «Espandere le aree protette al 30% del territorio è una politica necessaria per supportare la biodiversità. Se vengono ben distribuite sul territorio includendo tutte le sfaccettature degli ecosistemi, fanno da serbatoio e ciò permette di nutrire le aree circostanti. Ecco perché la politica del 30% è assolutamente cruciale per tutelare la biodiversità e garantire che le comunità possano ospitare tutte le specie potenzialmente presenti. Anche il 10% di aree rigorosamente protette, ossia un terzo del target complessivo, è essenziale. Questo concetto non è presente negli obiettivi sanciti nel Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework ma lo è, seppur in forma “addolcita”, nella Strategia europea, il cui primo pilastro dice di proteggere un 30% dei territori dei Paesi Stati membri un terzo dei quali in modo rigoroso. Questo serve a garantire il libero funzionamento dei processi naturali e, quindi, supportare anche tutta quella biodiversità che ancora non conosciamo, come per esempio funghi o fauna del suolo».</p>
<p>Tanta della biodiversità resta inespressa perché risente delle attività umane, un impatto subdolo e difficile da comprendere, che ci dice che perdita di biodiversità non significa “solo” estinzioni, ma un impoverimento complessivo degli ecosistemi, che li spoglia del loro potenziale, li rende monotoni e in alcuni casi più fragili. Ma non è troppo tardi per invertire la rotta, e abbiamo le politiche per farlo. Dobbiamo farle partire, per recuperare il potenziale perduto e dare un futuro a quello che oggi è in difficoltà, ma può ripartire, se gli diamo le condizioni necessarie.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il mito infranto della sostenibilità: intervista ad Antonio Galdo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/mito-infranto-sostenibilita-intervista-antonio-galdo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/mito-infranto-sostenibilita-intervista-antonio-galdo/</guid><pubDate>Fri, 04 Apr 2025 08:50:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>ambiente</category><description>Ne &amp;amp;ldquo;Il mito infranto&amp;amp;rdquo; (Codice Edizioni), il giornalista Antonio Galdo ci mostra, dati alla mano, come sotto il marchio della sostenibilità vengano proposti prodotti e soluzioni che, di fatto, contribuiscono ad aumentare le diseguaglianze, marciando contro ciò che è il vero sviluppo sostenibile.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/mito-infranto-sostenibilita-intervista-antonio-galdo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/mito-infranto-sostenibilita-intervista-antonio-galdo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Considera lo spazzolino, il comune spazzolino da denti. Può essere un buon punto di partenza per iniziare a ragionare sulla sostenibilità e, soprattutto, su come possa diventare un’etichetta che troppo spesso ci fa perdere di vista il vero significato del termine.</p>
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<p>La vera sostenibilità sarebbe alla radice di un nuovo modello di sviluppo in grado di rimettere in moto l‘ascensore sociale, allargare il benessere, offrire opportunità di crescita a tutta la popolazione. La falsa sostenibilità ha reso invece il mondo più ingiusto, creando nuovi muri, nuovi privilegi a vantaggio di ristrette minoranze</p></blockquote>
<p>È così che si presenta nelle sue primissime pagine <a href="https://www.codiceedizioni.it/libri/il-mito-infranto/" rel="noopener"><em>Il mito infranto. Come la falsa sostenibilità ha reso il mondo più ingiusto</em></a> (Codice Edizioni, 2025) di Antonio Galdo, giornalista e direttore del sito <em><a href="https://www.nonsprecare.it/?refresh_cens" rel="noopener">Non Sprecare</a></em>. Il saggio è una disamina di realtà che, sotto il marchio della sostenibilità, rema di fatto contro agli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile: dall’alimentazione alla mobilità, dalle città “che escludono” alla “sanità di classe”, dalla moda all’energia. Un esempio su tutti, forse financo banale, è diventato in questi giorni oggetto di battute sui social. Si può riassumere così: boicottare la Tesla è facile, se non hai i soldi per permettertela. Al di là della figura di Musk, l’auto elettrica è nell’immaginario comune (e in quello del marketing) il prototipo della mobilità sostenibile: ma chi può permettersela?</p>
<p>Quelle ne <em>Il mito infranto</em> sono riflessioni e, soprattutto, dati che si accumulano pagina dopo pagina e si fanno difficili da digerire, anche perché ci mostrano come troppo spesso le nostre scelte non siano in realtà consapevoli ma frutto di un marchio (<em>green</em>, <em>sostenibile</em>, <em>biodegradabile</em>, <em>rispettoso dell’ambiente</em>…) che non tutti si possono permettere. E che proprio per questa ragione aumenta le diseguaglianze invece di ridurle, dimenticando che la sostenibilità è un concetto tanto ambientale quanto sociale.</p>
<p>Il libro parte, e in realtà origina anche, proprio da uno spazzolino da denti. Galdo racconta come ne avesse acquistato uno con il manico di bambù, pubblicizzato appunto come più sostenibile rispetto al classico spazzolino in plastica, dalla degradazione interminabile. In breve tempo, però, il manico si è annerito e ha iniziato a puzzare. Galdo ha iniziato a informarsi, raggiungendo alcune conclusioni. Intanto, anche lo spazzolino di bambù non può poi considerarsi così sostenibile, dal momento che le setole sono di nylon e non biodegradabili. E poi, con il suo prezzo quasi doppio rispetto agli spazzolini in plastica, può a tutti gli effetti considerarsi un bene di lusso. Tanto da diventare, scrive nel libro, «la prova di come la sostenibilità stia stravolgendo la catena dei consumi, allargando sempre più la forbice tra una minoranza di consumatori verdi, green responsabili - chiamateli come vi pare - e una maggioranza che tira la cinghia perché intanto continua a scivolare indietro nella scala sociale».</p>
<p><em>Il mito infranto</em> può facilmente lasciare l’amaro in bocca al termine della lettura. Ma è soprattutto un libro per riflettere, un richiamo alle scelte consapevoli: ne abbiamo parlato con l’autore.</p>
<p><strong>Vicenda dello spazzolino a parte, da dove è nata l’idea di dedicare un saggio alla falsa sostenibilità?</strong></p>
<p>Quello della sostenibilità è un tema di cui mi occupo da tempo, a partire dal sito <em>Non Sprecare</em> che dirigo. E se il primo spunto è stato lo spazzolino di bambù, il secondo è stato quello che considero la bussola dello sviluppo sostenibile: gli obiettivi dell’Agenda 2030. Nessuno dei quali sarà raggiunto nella data prefissata. È importante notare che i primi di questi obiettivi non hanno a che fare con l’ambiente ma con la lotta alla fame, con la salute, con la parità di genere, con l’istruzione e l’accesso all’acqua. Perché la sostenibilità non può prescindere dalla riduzione delle diseguaglianze.</p>
<p>Ma ormai vediamo come le organizzazioni internazionali siano impotenti di fronte a questi problemi. Lo vediamo, e lo racconto ne <em>Il mito infranto</em>, con le COP per il clima, nelle quali il numero dei lobbisti accreditati supera ormai il numero degli Stati partecipanti. In breve, le organizzazioni internazionali non sono all’altezza della globalizzazione; non sono riuscite, cioè, a globalizzare quelle decisioni politiche che sono determinanti per una reale sostenibilità.</p>
<p><strong>Per un consumatore o consumatrice, la lettura del suo saggio può essere frustrante: cosa possiamo fare per rendere le nostre scelte realmente sostenibili?</strong></p>
<p>Dal punto di vista di chi considera la sostenibilità la vera scommessa per il futuro, il punto di partenza è: di che sostenibilità parliamo? Se è un’etichetta, non sappiamo cosa farcene. La vera sostenibilità è il cambiamento del modello di sviluppo, innanzitutto per ridurre le diseguaglianze; altrimenti rimane al massimo un’attività da “pollici verdi”. Dobbiamo insomma imparare a fare i conti con chi bara al tavolo della sostenibilità. Qui i giochi sono su due livelli: il primo è quello dei comportamenti e delle scelte dei singoli individui; il secondo quello delle scelte politiche. Per queste ultime, servono politiche internazionali che, come dicevo, siano all’altezza dell’attuale globalizzazione. Tanto più ora che assistiamo a una politica messa sotto scacco dalla tecnofinanza.</p>
<p>Per consumatori e consumatrici, invece, la questione si pone più in termini di scelte consapevoli e informate. Sia chiaro: sostengo la totale libertà di scelta del consumatore, perché solo in questo modo si possono tenere in considerazione i bisogni di tutti. Per fare un esempio personale, io stesso ho bisogno di acquistare acqua in bottiglia, con il consumo di plastica e le emissioni dovute ai trasporti che ne conseguono, per un problema di calcoli renali. Volendo tenere il <em>fil rouge</em> dello spazzolino da denti, vale la pena considerare che ha una qualità di setole non adatta a ogni persona. Ma se abbiamo gli strumenti informativi per le nostre scelte possiamo comunque orientare meglio i nostri consumi e stili di vita. Possiamo riuscire a guardare oltre l’etichetta e fare valutazioni più approfondite: le scelte sostenibili, anche quelle che non creano minoranze basate sul reddito, sono sempre possibili. Insomma, al tavolo della sostenibilità dobbiamo imparare a riconoscere chi trucca le carte.</p>
<p><strong>Esistono esempi, lezioni di sostenibilità genuina?</strong></p>
<p>Le possibilità ci sono, ed è su quelle che dovremmo concentrarci. Un esempio positivo viene dalle comunità energetiche, gruppi di cittadini, imprese, enti pubblici o associazioni che si uniscono per produrre, condividere e consumare energia rinnovabile in modo collettivo e locale. È una realtà che esiste e che in un Paese come il nostro, con la sua tradizione comunitaria del territorio, rappresenta una soluzione per ottimizzare i costi e aumentare l’autosufficienza energetica. Ci sono voluti diversi anni per la regolamentazione in Italia e il quadro normativo (nonché i finanziamenti) sono tutt’ora fragili, ma il settore delle comunità energetiche rappresenta un buon esempio di sostenibilità da incentivare.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Falso allarme! Come i pipistrelli si riconoscono e smascherano le truffe</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/falso-allarme-pipistrelli-si-riconoscono-smascherano-truffe/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/falso-allarme-pipistrelli-si-riconoscono-smascherano-truffe/</guid><pubDate>Wed, 26 Mar 2025 08:02:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><category>animali</category><description>Aiutereste qualcuno che chiede soccorso se fosse evidente che non è in pericolo? Probabilmente no, e a quanto pare anche i pipistrelli si comportano allo stesso modo. Un nuovo studio pubblicato su Current Biology rivela che questi animali sono in grado di confrontare ciò che vedono od odorano con ciò che sentono, per determinare se una situazione sia autentica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/falso-allarme-pipistrelli-si-riconoscono-smascherano-truffe-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/falso-allarme-pipistrelli-si-riconoscono-smascherano-truffe-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Immaginate di ricevere un messaggio vocale con una richiesta di aiuto da parte di un vostro stretto conoscente che dice di trovarsi in difficoltà (come avviene in questo periodo con i messaggi in cui un ipotetico figlio sostiene di aver perso il telefono), e di smascherare rapidamente la truffa perché la stessa persona siede tranquillamente al vostro tavolo. Ebbene, anche i pipistrelli sono in grado di fare un ragionamento simile. A dimostrarlo è <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S096098222500274X" rel="noopener">uno studio</a> condotto dai ricercatori del Museo di scienze naturali di Berlino e dell&rsquo;Università di Napoli Federico II, che attesta la capacità dei pipistrelli di conciliare ciò che vedono oppure odorano con quello che ascoltano per valutare la veridicità di una situazione, dimostrando una complessa abilità cognitiva e sociale.</p>
<h2 id="la-vita-sociale-di-s-bilineata">La vita sociale di <em>S. bilineata</em></h2><p>La specie oggetto dello studio è un piccolo chirottero insettivoro, <em>Saccopteryx bilineata</em>, che vive nelle foreste tropicali dell’America centro-meridionale e, come suggerisce il nome, è caratterizzato dalla presenza di due linee chiare che percorrono il dorso scuro. La specie va a caccia di notte e durante il giorno riposa all’interno di rifugi che possono essere cavità di tronchi, caverne e altri anfratti naturali, ma anche sottotetti e ponti, essendo adattabile a contesti più antropizzati. I maschi difendono da altri pretendenti un gruppo di femmine, l’harem, formando gruppi di cinque-dieci individui che si riuniscono in colonie più numerose che riposano nello stesso rifugio. Nello specifico, la colonia studiata conta 65 pipistrelli appartenenti a dodici gruppi differenti e vive sull’isola di Barro Colorado, a Panama, in una parte dell’edificio in cui ha sede lo Smithsonian Tropical Research Institute. È un’area di studio storica: gli animali sono abituati alla presenza dei ricercatori e a essere osservati da loro; inoltre, nel corso degli anni diversi pipistrelli sono stati marcati, consentendo così di distinguerli individualmente.</p>
<p>L’osservazione di questa colonia ha permesso di comprendere diverse affascinanti sfaccettature del comportamento di questa specie, che vanta un ricchissimo e complesso repertorio vocale. Per esempio si è visto che i canti dei maschi, territoriali e di corteggiamento, sono formati da una serie di elementi, le sillabe, che vengono combinate in vari modi, a creare una melodia. I giovani imparano questi canti per imitazione dai maschi adulti, e quando sono più piccoli lo fanno ripetendo più volte <a href="https://stri.si.edu/story/baby-bats" rel="noopener">solo alcune sillabe</a>, proprio come fanno i bambini. E oltre a essere un animale culturale che si trasmette per via orale le conoscenze, <em>Saccopteryx bilineata</em> è tra le poche specie in cui è stata dimostrata l’esistenza di un “<a href="https://www.frontiersin.org/journals/ecology-and-evolution/articles/10.3389/fevo.2020.00265/full" rel="noopener">linguaggio per infanti</a>”: gli adulti si rivolgono ai propri piccoli utilizzando cioè un timbro specifico diverso da quello usato con altri adulti. Nello studio pubblicato su <em>Current Biology</em>, i ricercatori si sono focalizzati sui richiami di allarme, forti vocalizzazioni emesse in caso di pericolo imminente, per comprendere se i pipistrelli riescono a riconoscere un membro del loro gruppo che lo lancia, scoprendo che non solo sono in grado di farlo, ma valutano anche se il messaggio ricevuto è verosimile o si tratta di un imbroglio.</p>
<h2 id="il-complesso-linguaggio-dei-richiami-dallarme">Il complesso linguaggio dei richiami d&rsquo;allarme</h2><p>Il gruppo di ricerca ha registrato i richiami di allarme di animali giovani appartenenti a gruppi differenti e ne ha analizzato le proprietà acustiche, scoprendo che contengono “firme vocali”: differenze individuali della struttura del segnale, piccole variazioni di frequenza a &ldquo;timbro&rdquo; che permettono di distinguere un individuo dall’altro sulla base della voce. Il passo successivo è stato quello di scoprire che significato avessero queste firme per i pipistrelli attraverso un esperimento di <em>playback</em>, in cui il segnale registrato veniva trasmesso da un punto non visibile dal rifugio diurno. Quello che hanno osservato è che i pipistrelli abbandonavano il rifugio per andare a controllare cosa fosse successo se il richiamo apparteneva a un membro del loro gruppo, ma solo nel caso in cui questo animale non fosse effettivamente dentro il rifugio. Ignoravano invece la richiesta di aiuto se il soggetto cui apparteneva era accanto a loro. Questo significa che i pipistrelli utilizzano una combinazione di più elementi, uditivi, visivi e olfattori per valutare la situazione, e intervengono solo nel caso di una emergenza plausibile. «La capacità di integrare le informazioni sensoriali per il riconoscimento individuale è una caratteristica tipica della cognizione avanzata, osservata in specie come primati ed elefanti», spiega Danilo Russo, professore di ecologia presso il dipartimento di Agraria dell’Università di Napoli Federico II e coordinatore dello studio. «Il nostro lavoro contribuisce al crescente corpus di conoscenze sulla comunicazione animale e mette in luce le capacità cognitive dei mammiferi con una vita sociale complessa».</p>
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<p>Ma perché i pipistrelli in difficoltà segnalano chi sono emettendo questi richiami? «Non lo sappiamo con certezza, almeno nei pipistrelli» spiega Russo. «Questi segnali potrebbero essere emessi da un individuo catturato semplicemente per disorientare il predatore, e in questo caso l&rsquo;avvicinamento di altri individui significherebbe solo valutare la presenza di pericoli in un&rsquo;area a loro familiare, per un proprio vantaggio. Un po&rsquo; come quando il traffico rallenta sulla corsia opposta a quella di un incidente perché la gente deve &ldquo;vedere che è successo&rdquo;, un comportamento umano sgradevole che, però, ha un retaggio evolutivo di questo tipo. All&rsquo;estremo opposto, i segnali potrebbero servire a evocare un mobbing da parte dei compagni di colonia, cioè un respingimento del predatore grazie a un’azione di gruppo, ma esistono pochissime prove tra i pipistrelli che i richiami di allarme giochino questo ruolo. C&rsquo;è poi, di mezzo, una zona piena di sfumature, di situazioni intermedie tra un vantaggio unilaterale e il mobbing cooperativo. La natura individuale dei segnali di stress di <em>S. bilineata</em> suggerisce che riconoscere l&rsquo;individuo per loro faccia la differenza, strizzando l&rsquo;occhio più a meccanismi cooperativi: mi muovo se l&rsquo;individuo in pericolo mi interessa, insomma».</p>
<p>I pipistrelli <em>Saccopteryx bilineata</em> dimostrano di poter integrare diverse informazioni per riconoscersi tra di loro e di fare un ragionamento complesso, quello di investire energie per intervenire solo se la richiesta di aiuto è verosimile e proviene da un conoscente. I ricercatori hanno osservato una scala di priorità nell’intervento: i primi ad andare a controllare cosa sta succedendo se sentono un richiamo di allarme plausibile sono i maschi detentori dell’harem, seguiti da altri maschi “scapoli” e infine dalle femmine. Questo indica non solo il ruolo dei maschi all’interno del singolo gruppo, ma suggerisce anche una possibile forma di cooperazione tra gruppi della colonia. In questi pipistrelli, le femmine sono un po’ più grandi dei maschi e lasciano il luogo natale una volta divenute adulte, andando alla ricerca di un loro posto in cui stabilirsi per sempre (un comportamento che si chiama dispersione, nella maggior parte dei mammiferi sono i maschi a compierla). Invece la maggior parte dei maschi resta nel luogo di nascita, quindi la struttura generale della colonia è patrilineare. Da un lato, quindi, maschi più o meno strettamente imparentati competono per l’accesso ai territori riproduttivi; dall’altro è stato visto che collaborano per scacciare via eventuali estranei che puntano alla conquista degli harem. In questo caso, commenta l’articolo, il vantaggio di riconoscersi sulla base di più indizi è quello di potersi coalizzare e cooperare per il mantenimento del territorio.</p>
<h2 id="riconoscimento-individuale-una-finestra-sulla-cognizione-animale">Riconoscimento individuale: una finestra sulla cognizione animale</h2><p>Il riconoscimento individuale, cioè la capacità di ricordare e riconoscere gli altri individui, è un aspetto cognitivo complesso e difficile da studiare in natura. Negli anni è stato osservato in diverse specie di mammiferi, uccelli e anfibi, con scale crescenti di complessità. Il caso più semplice è la discriminazione: per esempio, i maschi di rana toro nordamericana <a href="https://royalsocietypublishing.org/doi/10.1098/rspb.2002.2041" rel="noopener">riconoscono i propri vicini</a> e sono meno aggressivi verso di loro rispetto ai completi estranei. In queste forme più rudimentali di riconoscimento, il vantaggio è dato da una regolazione della difesa territoriale e dell&rsquo;aggressività. In altri casi si può avere un riconoscimento unidirezionale: per esempio, nella gazza marina, uccello che atterra sulle coste solo nel periodo di nidificazione formando grandi colonie, è stato osservato che i genitori sono in grado di riconoscere il richiamo del proprio pulcino, ma <a href="https://journals.biologists.com/jeb/article-abstract/206/1/25/9265/Sex-differences-in-razorbill-Alca-torda-parent?redirectedFrom=fulltext" rel="noopener">non è vero il contrario</a>. A livelli più complessi, il riconoscimento individuale rientra in diversi aspetti delle interazioni, regolando al contempo la territorialità e l&rsquo;aggressività, la scelta del partner, le cure parentali, ponendo le basi per vari livelli di cooperazione.</p>
<p>Resta ancora molto da scoprire per comprendere la relazione tra riconoscimento individuale e struttura delle reti sociali. Per esempio: specie di pipistrelli con una socialità più fluida rispetto a <em>S. bilineata</em> si comporterebbero in maniera simile in uno studio analogo? In altre parole, il riconoscimento individuale è alla base di una maggiore complessità di legami individuali e delle società? Tutti gli individui sono uguali nel riconoscimento dei propri consimili o ci sono differenze? Domande aperte per un campo di studio in cui c’è ancora molto da esplorare per comprendere meglio le menti animali con cui condividiamo il pianeta e scoprire sempre più di non essere poi così speciali, unici e inimitabili per le capacità cognitive.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ma quanto consuma l’AI? Beh, intanto chiediamoglielo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/quanto-consuma-beh-intanto-chiediamoglielo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/quanto-consuma-beh-intanto-chiediamoglielo/</guid><pubDate>Wed, 19 Mar 2025 07:53:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>energia</category><description>Quanta energia consuma l’intelligenza artificiale? L’1% abbondante della domanda globale di energia: il numero è in veloce crescita, anche se le incertezze sono molte. E lo stesso vale per il consumo d’acqua. Un’innovazione così potente non si può fermare, ma di sicuro serve sia più ricerca sia più regole per prevenirne l&amp;amp;rsquo;impatto ambientale e renderla quindi a misura di umano.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/quanto-consuma-beh-intanto-chiediamoglielo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/quanto-consuma-beh-intanto-chiediamoglielo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Che succede se chiediamo all’intelligenza artificiale quanta energia consuma? Spoiler: non molto, serve insistere – e comunque poi i dati ce li siamo andati a cercare, come si faceva “una volta”.</p>
<p>Abbiamo usato ChatGPT e la nuova DeepSeek, che dichiara di avere un <a href="https://www.dw.com/en/what-does-chinas-deepseek-mean-for-ais-energy-and-water-use/a-71459557" rel="noopener">impatto energetico</a> molto minore («perché non ha avuto accesso ai potenti chip AI dell&rsquo;azienda statunitense Nvidia e ha dovuto invece innovare», si legge nel <em>Deutsche Welle</em>).</p>
<p>Dopo una domanda quasi inutile sul rispettivo consumo energetico, abbiamo chiesto a tutte e due di confrontare il consumo energetico di entrambe. Abbiamo eliminato dalle risposte le parti decisamente interlocutorie e che non portavano alcun dato significativo (i grassetti sono originali).</p>
<p>Risposta di DeepSeek:</p>
<blockquote>
<p><strong>Confronto generale:</strong></p>
<ul>
<li><strong>ChatGPT</strong> (specialmente GPT-4) è un modello molto grande, con centinaia di miliardi di parametri, e richiede un notevole consumo energetico sia per l&rsquo;addestramento che per l&rsquo;inferenza.</li>
<li><strong>DeepSeek-V3</strong> potrebbe avere un&rsquo;architettura diversa e un numero di parametri inferiore, il che potrebbe tradursi in un consumo energetico minore rispetto a ChatGPT, ma dipende molto dall&rsquo;implementazione specifica.</li>
</ul>
<p><strong>Addestramento vs. Inferenza:</strong></p>
<ul>
<li>L&rsquo;<strong>addestramento</strong> di modelli come ChatGPT o DeepSeek-V3 è estremamente energivoro, con stime che vanno da decine a centinaia di megawattora (MWh) per i modelli più grandi.</li>
<li>L&rsquo;<strong>inferenza</strong> (cioè l&rsquo;uso quotidiano da parte degli utenti) è meno intensiva, ma il consumo totale dipende dal numero di utenti e dalla durata delle sessioni.</li>
</ul>
<p>In sintesi, <strong>ChatGPT probabilmente consuma più energia</strong> rispetto a me (DeepSeek-V3) se consideriamo la sua architettura più grande e il suo ampio utilizzo globale. Tuttavia, senza dati specifici sull&rsquo;infrastruttura e l&rsquo;ottimizzazione di entrambi i modelli, è difficile dare una risposta definitiva.</p></blockquote>
<p>Risposta di ChatGPT:</p>
<blockquote>
<p>Dipende dal modello specifico di DeepSeek con cui facciamo il confronto. In generale, il consumo di risorse di un modello di intelligenza artificiale dipende da vari fattori, tra cui:</p>
<ul>
<li><strong>Numero di parametri</strong>: Modelli più grandi richiedono più potenza computazionale.</li>
<li><strong>Efficienza dell&rsquo;architettura</strong>: Alcuni modelli sono ottimizzati per essere più leggeri.</li>
<li><strong>Hardware utilizzato</strong>: TPU, GPU e CPU possono avere impatti diversi sui consumi.</li>
</ul>
<p><strong>DeepSeek</strong> ha rilasciato vari modelli, tra cui DeepSeek-V3 con <strong>671 miliardi di parametri</strong>, che è significativamente più grande di me (la mia versione attuale ha molti meno parametri attivi in un dato momento per ottimizzare efficienza e costo). Se il confronto è con una versione più piccola di DeepSeek, allora il consumo potrebbe essere simile o addirittura inferiore al mio.</p>
<p>Se ti riferisci al consumo energetico totale nei data center, OpenAI (la mia azienda) e DeepSeek usano entrambi infrastrutture su larga scala, quindi senza dati precisi è difficile stabilire chi consuma di più.</p></blockquote>
<p>Dopodiché, abbiamo dato in pasto a ChatGPT la risposta di DeepSeek chiedendo cosa ne pensasse, e viceversa: erano sostanzialmente d’accordo. Allora, per aggiungere un po’ di interesse alla conversazione, abbiamo chiesto a ChatGPT se la concorrenza con DeepSeek impatterà negativamente su ChatGPT.</p>
<blockquote>
<p><strong>Competizione sui prezzi</strong> </p>
<ul>
<li>Se DeepSeek offre modelli più economici con prestazioni simili, OpenAI potrebbe dover ridurre i costi o trovare nuove strategie per mantenere la sua base utenti.</li>
<li>DeepSeek-V2 ha già mostrato un costo molto competitivo (2 RMB per milione di token), il che potrebbe attirare aziende e sviluppatori.</li>
</ul>
<p><strong>Restrizioni geopolitiche</strong> </p>
<ul>
<li>Se i governi occidentali vedranno DeepSeek come un rischio per la sicurezza (come avviene con TikTok), potrebbero limitarne l’uso nei mercati statunitensi ed europei.</li>
<li>Allo stesso tempo, la Cina potrebbe favorire DeepSeek rispetto a ChatGPT nel proprio mercato interno.</li>
</ul></blockquote>
<p>Dopo aver chiesto a DeepSeek se fosse d’accordo (e dopo una risposta molto pacata), gli abbiamo chiesto invece se non fosse d’accordo con qualcosa. Allora ha scritto:</p>
<blockquote>
<p><strong>La fedeltà degli utenti come barriera insormontabile</strong> </p>
<ul>
<li><strong>Punto di ChatGPT</strong>: ChatGPT sostiene che OpenAI ha un forte vantaggio grazie alla fedeltà degli utenti e alla sua integrazione con prodotti Microsoft.</li>
<li><strong>Mia opinione</strong>: Anche se questo è vero, la fedeltà degli utenti non è immutabile. Se DeepSeek offrisse un prodotto significativamente migliore o più economico, potrebbe attirare una parte del mercato, specialmente tra le aziende più sensibili ai costi o in regioni dove OpenAI ha meno presenza.
<ul>
<li><strong>Esempio</strong>: TikTok è riuscito a scalzare Facebook e Instagram in molte aree, nonostante la forte fedeltà degli utenti a questi ultimi.</li>
<li><strong>Conclusione</strong>: La fedeltà degli utenti è un vantaggio, ma non garantisce una posizione dominante a lungo termine se un concorrente offre un valore superiore.</li>
</ul>
</li>
</ul>
<p><strong>Le restrizioni geopolitiche come svantaggio per DeepSeek</strong> </p>
<ul>
<li><strong>Punto di ChatGPT</strong>: ChatGPT suggerisce che DeepSeek potrebbe affrontare restrizioni nei mercati occidentali a causa di preoccupazioni geopolitiche.</li>
<li><strong>Mia opinione</strong>: Questo è vero, ma potrebbe non essere un problema significativo per DeepSeek. La Cina e altri mercati emergenti (ad esempio, il Sudest asiatico, l&rsquo;Africa o il Medio Oriente) rappresentano un&rsquo;enorme opportunità per DeepSeek. Inoltre, non tutti i paesi occidentali adotteranno restrizioni severe, specialmente se DeepSeek dimostra di rispettare standard di sicurezza e privacy.
<ul>
<li><strong>Esempio</strong>: Huawei ha affrontato restrizioni in alcuni paesi occidentali, ma rimane un leader globale nelle telecomunicazioni grazie alla sua forte presenza in altri mercati.</li>
<li><strong>Conclusione</strong>: Le restrizioni geopolitiche potrebbero limitare DeepSeek in alcuni mercati, ma non necessariamente in tutti.</li>
</ul>
</li>
</ul></blockquote>
<p>È interessante che, dopo essere stimolata, DeepSeek parli di TikTok e Huawei e faccia riferimento alla sicurezza e alla privacy occidentali. Lo fa, evidentemente, sia per portare esempi di specifici prodotti cinesi che si sono bene inseriti nel mercato, ma anche per difendersi dalla accuse di mancanza di trasparenza (nonostante questo tema non fosse stato introdotto da alcuna domanda). Tuttavia, il consumo energetico, quando si parla di competitività economica, non viene neanche menzionato.</p>
<p>Checché ne dicano le dirette interessate, il ruolo dell’energia è ovviamente determinante per lo sviluppo futuro dell’intelligenza artificiale. È giustappunto ripresa la corsa a bruciare più gas e a usare più nucleare proprio con la giustificazione di coprire la crescente domanda energetica per l’AI. Vedi l’accordo che <a href="https://blog.google/outreach-initiatives/sustainability/google-kairos-power-nuclear-energy-agreement/" rel="noopener">Google</a> ha firmato con Kairos Power (azienda californiana che produce <em>small modular reactors</em>) per acquistare energia nucleare anche per l’AI. E pure <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-00616-z" rel="noopener">Microsoft</a> vuole riattivare un reattore nucleare a Three Mile Island, in Pennsylvania, per alimentare le sue operazioni AI.</p>
<p>Il tema è cruciale, si pensi che, in media, una domanda a ChatGPT ha <a href="https://www.goldmansachs.com/insights/articles/AI-poised-to-drive-160-increase-in-power-demand" rel="noopener">bisogno</a> di dieci volte tanto l’energia elettrica di una ricerca su Google. E la stessa Google ha <a href="https://www.gstatic.com/gumdrop/sustainability/google-2024-environmental-report.pdf" rel="noopener">dichiarato</a> che le proprie emissioni di gas serra sono cresciute del 48% rispetto al 2019 principalmente a causa della crescita di consumo energetico nei data center, oltre che in tutta la <em>supply chain</em>.</p>
<p>Ma allora quanto consuma l’AI? L’Agenzia internazionale per l’energia (IEA) ha prodotto un <a href="https://www.iea.org/data-and-statistics/data-tools/world-energy-outlook-2024-gpt" rel="noopener">tool</a> dove si può chiedere a un’AI (guarda caso) cosa c’è scritto nel suo ultimo <a href="https://iea.blob.core.windows.net/assets/140a0470-5b90-4922-a0e9-838b3ac6918c/WorldEnergyOutlook2024.pdf" rel="noopener"><em>World Energy Outlook</em></a> (quello del 2024). Gli abbiamo chiesto di parlarci delle proiezioni sul consumo energetico richiesto dall’AI nel futuro e finalmente abbiamo ottenuto risposte convincenti (e comunque dopo le siamo andate a verificare nel rapporto stesso).</p>
<p>Ci ha detto innanzitutto che i data center, spinti dall’AI, sono oggi 11mila nel mondo e hanno un consumo energetico annuo tra i 240 e i 340 terawattora, ovvero tra l’1% e l’1,3% del consumo di elettricità globale. Questo sarebbe responsabile di circa l’1% delle <a href="https://www.iea.org/energy-system/buildings/data-centres-and-data-transmission-networks" rel="noopener">emissioni</a> di gas serra globali. Una quota abbastanza piccola, anche se in forte crescita: sono 225 i miliardi di dollari investiti in startup AI negli ultimi cinque anni. E, per quanto le stime sull’espansione dei data center e i servizi AI siano incerte, anche considerando gli eventuali colli di bottiglia nella catena di distribuzione, i guadagni in efficienza e i fattori legati alle policy, ci si aspetta che i consumi raddoppieranno entro il 2030. L&rsquo;<a href="https://www.iea.org/commentaries/what-the-data-centre-and-ai-boom-could-mean-for-the-energy-sector" rel="noopener">IEA</a> ci ricorda anche che questo consumo è circa la metà di quello degli apparecchi digitali domestici: computer, telefoni, TV sommati assieme (sempre su base annua). </p>
<p>Una ricerca recente, di cui si parla su <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-00616-z" rel="noopener"><em>Nature</em></a> in un articolo divulgativo, ha stimato che «per integrare un&rsquo;AI simile a ChatGPT in ogni ricerca su Google, sarebbero stati necessari tra 400.000 e 500.000 server NVIDIA A100, consumando tra 23 e 29 terawattora all’anno. Questo è fino a 30 volte il consumo di una ricerca standard su Google».<br>
Quello che sta accadendo ora è l&rsquo;aumento repentino di sempre nuove funzionalità, che in gergo viene definito <em>software bloat</em> («rigonfiamento del software»), e che per ora le aziende stanno demandando allo sviluppo di hardware più potenti. È quanto <a href="https://www.museoscienza.org/it/fatti-per-capire/impatto-ambientale-IA" rel="noopener">spiega</a> Roberto Verdecchia, Ricercatore STLab all’Università di Firenze, che mette in luce l&rsquo;importanza di un fattore ulteriore, quello dello squilibrio geografico:</p>
<blockquote>
<p>Qualche anno fa a Zeewolde, in Olanda, Facebook annunciò di voler costruire un enorme data center, un cosiddetto <em>hyperscaler</em>, con la promessa di alimentarlo completamente con energia rinnovabile. Questo progetto, poi bloccato, avrebbe di fatto impedito l’accesso all’energia pulita ai privati cittadini e alle aziende locali, perché l’*hyperscaler *avrebbe usato tutta quella disponibile.</p></blockquote>
<p>La percentuale di elettricità usata cambia a seconda dei paesi, per l’appunto. Negli Stati Uniti, in Cina e nell&rsquo;Unione Europea, i data center rappresentano oggi circa il 2-4% del consumo totale di elettricità. E in almeno cinque stati americani ha già superato il 10% del consumo di elettricità. In Irlanda siamo al 20%! L’IEA scrive che un data center medio ha di solito potenze piccole, sui 5-10 megawatt, ma quelli <em>hyperscale</em>, che stanno diffondendosi, arrivano a 100 megawatt, con un consumo annuo di elettricità equivalente a quello di circa 400mila auto elettriche. «Per fare un confronto - scrive l&rsquo;IEA - i grandi data center possono avere una richiesta di potenza equivalente a quella di un impianto siderurgico con forno elettrico ad arco. Tuttavia, è meno probabile che gli impianti siderurgici siano raggruppati nella stessa area geografica» come i data center per AI, per l&rsquo;appunto.</p>
<p>Quindi, per avere un&rsquo;immagine più completa dell&rsquo;impatto energetico dell&rsquo;AI, non serve solo sapere come i data center vengono alimentati (rinnovabile, nucleare, gas, …), ma anche quanto sono concentrati nello spazio. Marco Zennaro, ricercatore all’ICTP di Trieste, esprimendosi sul mito che i modelli AI debbano essere giganteschi, ha <a href="https://www.museoscienza.org/it/fatti-per-capire/impatto-ambientale-IA" rel="noopener">dichiarato</a>:</p>
<blockquote>
<p>Modelli specifici per usi limitati possono essere estremamente piccoli e funzionare su dispositivi a bassissimo costo e a bassissimo consumo. Ne sono un esempio i sistemi tinyML (da <em>tiny machine learning</em>), che possono funzionare su dispositivi con pochi sensori e con la capacità di analizzare i dati localmente, quindi senza la necessità di inviare i dati a un data center [&hellip;]. Questo consente anche di usare questi sistemi in Paesi in cui l’accesso a internet e a energia elettrica in abbondanza non è garantito. Alcuni nostri studenti li hanno usati per applicazioni come l’identificazione delle zanzare in Sudan o il conteggio delle api negli alveari in Brasile.</p></blockquote>
<p>Una buona notizia, così come è accaduto per molta altra tecnologia (si pensi solo alle auto elettriche), è che l’efficienza dei chip è già molto migliorata. <a href="https://www.iea.org/commentaries/what-the-data-centre-and-ai-boom-could-mean-for-the-energy-sector" rel="noopener">L’IEA</a> ci dice che è raddoppiata ogni due o tre anni e che un chip moderno legato all’AI utilizzi il 99% di energia in meno rispetto al 2008 per eseguire gli stessi calcoli.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/quanto-consuma-beh-intanto-chiediamoglielo-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/quanto-consuma-beh-intanto-chiediamoglielo-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/quanto-consuma-beh-intanto-chiediamoglielo-body-1.jpg.webp 751w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="751" height="628" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Energia utilizzata per compiti diversi.</p>
<p>Le stesse preoccupazioni valgono per il <a href="https://www.dw.com/en/what-does-chinas-deepseek-mean-for-ais-energy-and-water-use/a-71459557" rel="noopener">consumo d’acqua</a>, che oggi proviene sostanzialmente dal raffreddamento, dalla produzione di energia e in generale dalla <em>supply chain</em>. Il <em>Deutsche Welle</em> esemplifica simpaticamente: «Eseguire da 10 a 50 query può richiedere fino a 500 millilitri d&rsquo;acqua, a seconda del luogo in cui avviene l&rsquo;elaborazione. Quindi, chiedere a un modello AI di scrivere un&rsquo;e-mail di lavoro o di generare un&rsquo;immagine di un unicorno su Marte equivale a sprecare mezzo litro d&rsquo;acqua». In generale, i data center <em>hyperscale</em> di Google (che supportano Gmail e Google Drive, per dire) hanno consumato in media circa 2,1 milioni di litri di acqua al giorno nell&rsquo;ultimo anno. Negli Stati Uniti, «un grande data center consuma un&rsquo;equivalente di acqua pari a quella di 4.200 persone».</p>
<p>Non si può lasciare il controllo dello sviluppo del settore solo alle grandi aziende. Ecco perché, secondo l&rsquo;IEA, c&rsquo;è urgente bisogno di un dialogo pubblico-privato, «con i responsabili politici, col settore tecnologico e con l’industria energetica», anche per capire, tra l&rsquo;altro, come usare l’AI per gestire meglio la transizione ecologica (per esempio per l’ottimizzazione della rete elettrica o di alcuni meccanismi di economia circolare – ne parliamo con <a href="https://www.scienzainrete.it/podcast/economia-circolare-riusciremo-chiudere-cerchio/">Emanuele Bompan in questo podcast</a>). Su AI ed energia, l’IEA <a href="https://www.iea.org/events/special-report-on-energy-ai" rel="noopener">pubblicherà</a> un rapporto nel prossimo mese.</p>
<p>Tornando infine a DeepSeek, non è detto che il suo consumo energetico basso sia completamente una buona notizia, <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-025-00616-z" rel="noopener">dice Sophia Chen su <em>Nature</em></a>. Come al solito, infatti, qualsiasi nuova tecnologia che diventa più efficiente, in assenza di leggi chiare e rigorose, tende a diffondersi al punto di annullare i risparmi energetici. È il cosiddetto paradosso di Jevons (si veda al proposito <a href="http://theconversation.com/deepseek-claims-to-have-cured-ais-environmental-headache-the-jevons-paradox-suggests-it-might-make-things-worse-248720" rel="noopener">questo articolo</a> su <em>The Conversation</em>). E per assurdo, Chen non esclude neppure che alcuni data center possano addirittura chiudere per assenza di domanda nel prossimo futuro, se l’AI generativa «diventerà una tecnologia relativamente di nicchia». Vedremo. Certo, se lo scopo dell’AI sarà principalmente quello di generare unicorni che bevono acqua su Marte in stile impressionista, forse sarà meglio salutarla e preferire i laghetti di Monet o le ballerine di Degas. Ma quelli veri.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>COP16 a Roma: un accordo sui fondi per la biodiversità</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cop16-roma-accordo-fondi-biodiversita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cop16-roma-accordo-fondi-biodiversita/</guid><pubDate>Fri, 28 Feb 2025 22:05:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><description>La COP16 di Roma si è chiusa dopo tre giorni di intense negoziazioni con l&amp;amp;rsquo;approvazione dei documenti su finanziamenti e monitoraggio, oltre alla definizione della roadmap che arriva fino al 2030. Un risultato migliorabile, ma che non era affatto scontato, una conquista fragile su cui bisogna lavorare.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/cop16-roma-accordo-fondi-biodiversita-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/cop16-roma-accordo-fondi-biodiversita-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La sessione bis della COP16 si è conclusa con la sospirata risoluzione dei nodi che erano ancora in sospeso per l’attuazione della strategia globale per la biodiversità. Il secondo appuntamento si è tenuto presso la sede della FAO a Roma, dal 25 al 27 febbraio, per riprendere il discorso interrotto bruscamente a Cali, in Colombia. Si è trattato di una COP asciutta, totalmente incentrata sulla contrattazione politica, senza spazi per eventi collaterali: una tre giorni intensissima, che ha portato a un emozionante accordo sui meccanismi di finanziamento e mobilitazione delle risorse nonché monitoraggio e rendicontazione dello stato di avanzamento.</p>
<p>«Siamo qui per trovare un consenso e approvare una policy veramente buona, basata anche sulla scienza e sul punto di vista di numerosi stakeholders, inclusi quelli che sono ogni giorno in prima linea a fronteggiare la crisi della biodiversità» ha detto nel suo discorso di apertura Susana Muhamad, presidente della COP, che ha fortemente voluto portare a termine, nonostante le <a href="https://elpais.com/america-colombia/2025-02-09/susana-muhamad-renuncia-como-ministra-de-ambiente-de-gustavo-petro.html" rel="noopener">fresche dimissioni</a> da ministro dell’ambiente colombiano. «Questa <em>policy</em> ha il potere di tenere unito il mondo nonostante il contesto geopolitico attuale, e qui abbiamo l’opportunità di pianificare per il nostro futuro. Lo scopo della COP16 è di “fare pace con la natura” e dobbiamo concentrare tutti i nostri sforzi in questi tre giorni per riuscirci» ha continuato la presidente nell’inaugurazione. La potenza del multilateralismo in questi tempi di equilibri rovesciati è stato in effetti uno dei risultati più importanti della COP16, come ribadito da più voci nei discorsi di chiusura dei lavori, nelle prime ore del 28 febbraio. Dopo una lunga giornata trascorsa tra plenarie ritardate, gruppi ristretti di lavoro, consultazioni a porte chiuse e negoziazioni informali, verso mezzanotte tutti i principali nodi sono stati sciolti e le misure approvate, tra scroscianti applausi. A riceverli, un’emozionata Muhamad e il suo commosso team “femminile” come lei stessa ha sottolineato. La presidente ha dimostrato una straordinaria abilità diplomatica e una fortissima determinazione, riuscendo a ottenere un risultato tutt’altro che scontato.</p>
<h2 id="il-nodo-cruciale-la-mobilizzazione-dei-fondi">Il nodo cruciale: la mobilizzazione dei fondi</h2><p>Che non sarebbe stato facile raggiungere gli accordi, malgrado una piena volontà di riuscirci, era chiaro fino dall’inizio. E l’intensa tre giorni è stata una sofferta revisione punto per punto dei documenti sulle finanze e il monitoraggio, in particolare il documento sulla mobilizzazione delle risorse, che in una animata negoziazione ha visto un pesante rimaneggiamento degli articoli 19 - 25 che definiscono la <em>roadmap</em> per lo stanziamento e l’accesso ai fondi, e che è stato approvato con una ovazione della sala alle 22:33 del 27 febbraio.</p>
<p>Il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework prevede infatti lo stanziamento di almeno 200 miliardi di dollari all’anno per la biodiversità, e un contributo a favore dei paesi meno sviluppati e gli Stati insulari di 20 miliardi di dollari all’anno per il 2025 e 30 miliardi entro il 2030. Non solo, si dovrà lavorare per ridurre entro il 2030 di 500 miliardi all’anno il gap che si crea con i sussidi alle attività che vanno a detrimento della biodiversità. I fondi saranno di provenienza mista: pubblici, privati, filantropici e da accordi bancari multilaterali, e dovrà essere supportato da un meccanismo di monitoraggio che garantisca efficacia e trasparenza. Uno dei nodi centrali delle negoziazioni è stata proprio l’architettura dei fondi. A oggi, infatti, le poche risorse mobilitate (siamo intorno ai 380 milioni di dollari) sono state versate nel <a href="https://www.thegef.org/what-we-do/topics/global-biodiversity-framework-fund" rel="noopener">Global Biodiversity Framework Fund</a>, GBFF, istituito all’interno del Global Environmental Fund (GEF), un meccanismo finanziario ONU attivo dal 1991 per i progetti su clima e ambiente. Questa soluzione crea però un diffuso malcontento da parte di diversi paesi in via di sviluppo, che lamentano la difficoltà di accesso. In particolare, sono tagliati fuori i Paesi sanzionati dagli USA e i meccanismi attuali prevedono, tra le altre cose, la presenza di intermediari nella presentazione dei progetti da finanziare e una quasi impossibilità di accesso diretto ai fondi da parte dei popoli indigeni.</p>
<p>La decisione approvata prevede che ci si appoggi provvisoriamente ancora al GEF, rimanda alle successive COP la decisione su se creare un fondo a sé stante o restare in questo alveo, lavorando a una maggiore flessibilità. Rimandata alla COP17, che si terrà in Armenia nel 2026, anche la creazione di una istituzione finanziaria permanente per la gestione e il monitoraggio dei fondi, come previsto dall’articolo 21 della Convenzione, che dovrà essere pienamente operativa entro la COP19 del 2030. Questa istituzione farà capo alla Conferenza delle Parti, e dovrà operare garantendo trasparenza ed equità, supportando i popoli indigeni, i giovani e le donne. L&rsquo;impegno è inoltre quello di lavorare per promuovere un confronto tra i ministri dell’ambiente e quelli delle finanze, e di collaborare con le istituzioni internazionali competenti per approfondire temi come la relazione tra la sostenibilità del debito e l’attuazione della Convenzione, il rapporto tra finanziamenti alla biodiversità e al clima e a come istituire una piattaforma di scambio di buone pratiche ed esperienze acquisite.</p>
<h2 id="fondi-privati-per-luso-delle-risorse-genetiche">Fondi privati per l’uso delle risorse genetiche</h2><p>La COP16 di Roma è stata l’occasione per formalizzare il Cali Fund, fondo legato ai benefici derivanti dall’uso delle risorse genetiche digitalizzate, le DSI (Digital Sequence Information), un risultato della prima parte dei negoziati in Colombia. Il Cali Fund sarà ospitato dall&rsquo;Ufficio del Fondo Fiduciario Multi-Partenariato (MPTFO) in una partnership tra il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) e quello per l&rsquo;Ambiente (UNEP), grazie a un accordo siglato il 24 febbraio a Roma. Il fondo beneficerà dei contributi dell’industria farmaceutica, cosmetica, nutraceutica e biotecnologica, che su base volontaria dovranno versare l’1% dei profitti o lo 0,1% del fatturato. L’accordo prevede che almeno il 50% di questo fondo vada direttamente ai popoli indigeni e alle comunità locali. Alla conferenza stampa di lancio, Astrid Schomaker, segretaria esecutiva della Convention on Biological Diversity (CBD) ha applaudito il fatto che, per la prima volta dalla nascita della Convenzione, un fondo globale, sotto l&rsquo;egida della Conferenza delle Parti, riceverà contributi dal settore privato sotto forma di imposte sul reddito d&rsquo;impresa generate grazie all&rsquo;uso delle informazioni digitali sulle sequenze delle risorse genetiche: la formula è «prendi dalla natura e restituisci alla natura e a chi la protegge».</p>
<p>Resta da vedere quanto effettivamente le industrie saranno motivate a versare questo seppur modesto contributo, dato che la formula è del tutto volontaria. Schomaker ha sottolineato il ruolo delle pubbliche relazioni, suggerendo la presenza di alcune aziende già interessate e di altre che verranno attivamente contattate, ma restando vaga sui numeri effettivi. Si punta soprattutto sull’aspetto reputazionale e sulla esiguità del contributo nella contabilità aziendale complessiva, che secondo la CBD rappresenterebbe una situazione <em>win-win</em> per i privati interessati. A patto non si tratti però di puro <em>greenwashing</em>.</p>
<h2 id="pianificazione-monitoraggio-e-valutazione-delle-azioni-a-supporto-della-biodiversità">Pianificazione, monitoraggio e valutazione delle azioni a supporto della biodiversità</h2><p>Senza un monitoraggio dei progressi e dell’efficacia delle misure adottate, si rischia di vanificare gli sforzi di conservazione, ecco perché il tema della definizione degli indicatori da adottare e di un piano di reporting progressivo è cruciale. A Roma è stato approvato il PMRR: il meccanismo per la pianificazione, monitoraggio, reporting e revisione. Sono indicatori utili per i <em>policy maker</em>, che possono essere facilmente aggregati per fornire una misura globale dello stato di avanzamento, includono metriche biologiche e di sostenibilità, ma anche economiche, e coprono i 23 target previsti dal piano d’azione decennale, il <a href="https://www.cbd.int/gbf" rel="noopener">Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework</a>. Un altro importante accordo è quello di arrivare alla prossima COP con un reporting intermedio, che permetta di aggiustare il tiro sia in termini di misure di attuazione, sia in termini di qualità degli indicatori utilizzati. Le singole parti dovranno assicurare lo svolgimento dei piani d’azione nazionali, coinvolgendo in modo partecipativo tutte le istituzioni pertinenti, i popoli indigeni e le comunità locali, le donne, i giovani e gli stakeholder rilevanti.</p>
<h2 id="la-conservazione-della-biodiversità-richiede-partecipazione-reale">La conservazione della biodiversità richiede partecipazione reale</h2><p>La COP di Cali si era presentata come “la COP delle persone”, per evidenziare la strettissimo legame tra la conservazione della biodiversità e l’inclusione, e in particolare la necessità di dare spazio alle minoranze, ai popoli indigeni, alle donne, ai giovani. Ma i tre giorni romani sono stati dedicati interamente alla politica istituzionale, a causa della stringatezza dei tempi e della necessità di chiudere il negoziato, come la stessa Susana Muhamad ha sottolineato, scusandosi, a conclusione della plenaria. Era già passata di gran lunga la mezzanotte quando la presidente ha riconosciuto di non aver coinvolto nelle discussioni i gruppi osservatori presenti riconosciuti dalla Convenzione, che includevano la <a href="https://www.gybn.org/" rel="noopener">Global Youth Biodiversity Network</a>, coalizione dei giovani attivisti, la <a href="https://cbd-alliance.org/en/about" rel="noopener">CBD alliance</a>, che riunisce diverse ONG, e la <a href="https://cbdwomenscaucus.org/" rel="noopener">CBD Women&rsquo;s Caucus</a>, focalizzata sul rispetto delle questioni di genere. I rappresentanti dei tre gruppi hanno potuto quindi solo esprimersi in plenaria ad avvenuta approvazione dei risultati. La rappresentante del Women’s Caucus con voce tremante di rabbia ha ribadito che «i diritti umani sono imprescindibili, e tutti i partner devono impegnarsi a raggiungerli, perché senza di essi non esiste un vero multilateralismo». In generale tutti i gruppi hanno insistito sulla necessità di un effettiva inclusione di tutte le parti della società e hanno ribadito l’urgenza di un meccanismo di accesso diretto alle risorse finanziarie da parte dei popoli indigeni, che supporti il loro ruolo di custodi della biodiversità.</p>
<p>Gli attivisti del Global Youth Biodiversity Network, che riunisce 280 associazioni provenienti da oltre 140 Paesi e conta più di 1,2 milioni di soci tra i 18 e 35 anni, hanno fatto un <em>flashmob</em> il 26 febbraio, proprio per richiamare attenzione sulla necessità di avere voce all&rsquo;interno della COP,  come era successo a Cali. «Una cosa che si tende a dimenticare è che sono i giovani che trainano la ricerca scientifica» afferma Cristina Cipriano, coordinatrice del capitolo europeo del network. «Tanti di noi sono ricercatori e questo è molto importante. Chi meglio di noi è informato su queste questioni? Chi meglio di noi può spingere per una politica che sia più inclusiva e che tenga conto degli ultimi risultati scientifici? Un errore che si tende a fare molto spesso in ambito politico, in generale, è quello di pensare che una persona giovane non abbia esperienza. In realtà sono proprio le persone giovani a volte quelle più aggiornate e che quindi possono dare un input sulla direzione in cui vogliamo che il mondo vada, ancora più di valore proprio perché si tratta del mondo che ereditiamo noi. Quindi serve un dialogo intergenerazionale reale, che quando ci sediamo ai tavoli politici ci venga data la parola non come contentino, ma in maniera reale, e venire riconosciuti davvero come degli stakeholder estremamente importanti».</p>
<h2 id="un-futuro-biodiverso">Un futuro biodiverso?</h2><p>Susana Muhamad ha dichiarato in conclusione che i lavori della COP16 hanno dato “muscoli, gambe e braccia” al Global Biodiversity Framework. È sicuramente vero che si poteva essere più ambiziosi di così, che si poteva fare meglio, ma in un momento geopolitico come quello attuale, l’applauso commosso all’ultimo colpo di martelletto che sanciva la fine delle negoziazioni e l’adozione del programma di lavoro è stato sicuramente un momento emozionante e che fa sperare in un futuro migliore, anzi lo fa sembrare possibile. Di sicuro colpisce tantissimo l’assenza del ministro dell’ambiente italiano, a sancire la sempre scarsissima attenzione politica verso i temi della conservazione nel nostro Paese, e stride con il discorso della rappresentante dell’UE Jessica Roswall, che ha commentato che, una volta raggiunto l’accordo multilaterale, ora la palla passa ai singoli stati, che devono lavorare e includere la società civile nel processo.</p>
<p>In molti hanno lamentato una scarsa attenzione mediatica, ma in realtà la COP16 ha avuto molto più riverbero delle precedenti, la parola biodiversità, una semi-sconosciuta in Italia, ha rimbalzato tra televisioni e radio nazionali e locali. Può essere un nuovo stimolo da sfruttare per cercare di restituire il bellissimo significato che questa parola racchiude, nel cercare di fare leva sulla biofilia, la profonda affinità con il mondo naturale, di cui parlava il grande ecologo Edward O. Wilson, colui che ha sdoganato il termine biodiversità al di fuori del contesto accademico. In tempi bui si tende a ridisegnare le priorità, affidandole alle contingenze del momento. Ma le crisi degli ecosistemi non rallenterà, anzi al contrario accelererà, se ci volteremo per l’ennesima volta dall’altro lato, fingendo che non ci riguardi, che non sia una responsabilità nostra assicurare la vitalità degli ecosistemi, la sopravvivenza di miriadi di forme di vita che interagiscono e danno forma al pianeta.</p>
<p>La COP16 disegna una ossatura, per quanto imperfetta e fragile per un futuro migliore, che assicuri la diversità dei viventi tutti, e sta anche a ognuno di noi pretendere che prenda forza e si tramuti in una azione reale e non rimanga un esercizio di stile. Di quelli ne abbiamo davvero visti troppi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>COP16 a Roma: la sfida di un approccio olistico per la biodiversità</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cop16-roma-sfida-approccio-olistico-biodiversita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cop16-roma-sfida-approccio-olistico-biodiversita/</guid><pubDate>Mon, 24 Feb 2025 07:58:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><category>ambiente</category><description>Questa settimana, dal 25 al 27 febbraio, si svolge a Roma, presso la sede della FAO, i lavori della Conferenza delle Parti (COP) sulla biodiversità.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/cop16-roma-sfida-approccio-olistico-biodiversita-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/cop16-roma-sfida-approccio-olistico-biodiversita-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Questa settimana, dal 25 al 27 febbraio, si svolge a Roma, presso la sede della FAO, i lavori della <a href="https://www.cbd.int/article/reconvene-cop16-rome-2024" rel="noopener">Conferenza delle Parti (COP) sulla biodiversità</a>, una sorta di “COP16 bis”, che mira a riprendere le negoziazioni interrotte bruscamente a Cali lo scorso novembre (su <em>Scienza in rete</em> ne abbiamo parlato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/cop16-lennesima-occasione-persa-biodiversita/">qui</a>). Due i grandi temi: il fondo globale per la biodiversità e la definizione dei metodi di monitoraggio per valutare i progressi dei paesi firmatari nell&rsquo;arrestare la perdita di biodiversità.</p>
<p>La COP16 è stato il primo incontro dopo l’adozione del <a href="https://www.cbd.int/gbf" rel="noopener">Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework</a>, piano d’azione globale firmato il 19 dicembre 2022 da 196 Stati, che poggia su quattro pilastri: protezione e ripristino della biodiversità, uso sostenibile delle risorse naturali, equa condivisione dei benefici e adeguato sostegno finanziario supportato da una rete internazionale efficace. La stella polare è arrivare a “uno stato di armonia con la natura” entro il 2050, attraverso il raggiungimento di una serie di obiettivi (target) entro il 2030. La conferenza di Cali era partita con le migliori intenzioni e ha portato a casa alcuni risultati importanti, tra cui il Fondo Cali per la condivisione dei benefici derivanti dall’uso delle risorse genetiche, e la creazione di un organismo permanente per i popoli indigeni. In sospeso sono rimaste le questioni economiche, e non secondario lo sviluppo di indicatori efficaci per monitorare i progressi relativi ai vari target. A Roma si riuscirà a trovare un accordo e a quantomeno iniziare a dare la giusta priorità alla tutela della biodiversità e del funzionamento degli ecosistemi naturali?</p>
<h2 id="tutto-è-connesso">Tutto è connesso</h2><p>Tra i tanti problemi che affliggono le politiche ambientali c’è la pretesa di affrontare le questioni legate al mondo naturale per compartimenti stagni: si discute perciò di clima, di suolo, di plastica, di acqua, di aria e di biodiversità, ma anche di salute come se fossero tante tematiche separate. In realtà sono tutte parte di uno stesso complicato ingranaggio: se una delle rotelle si inceppa tutto il resto inizia a scricchiolare o ad andare fuori controllo. Di questi collegamenti e della necessità di considerarli parla il <a href="https://www.ipbes.net/nexus/media-release" rel="noopener">Nexus Report</a>, approvato a Nairobi nel corso dell&rsquo;undicesima plenaria dell&rsquo; IPBES, la piattaforma intergovernativa sulla biodiversità e i servizi ecosistemici. Il rapporto, frutto di tre anni di lavoro di un&rsquo;equipe multidisciplinare formata da165 esperti provenienti da 57 Paesi, esplora le interconnessioni tra biodiversità, acqua, cibo, clima e salute, che sono strettissime. Un esempio eclatante è quello delle acque interne, ovvero fiumi, laghi e aree umide, a livello globale gli ecosistemi più impattati dalle attività antropiche, con una moltitudine di specie animali e vegetali a rischio, colpite da molteplici minacce, tra inquinamento, deviazione dei corsi d’acqua, cementificazione, drenaggio, barriere che ostacolano lo scorrimento delle acque. Le aree umide sono molto importanti per il contrasto e l’adattamento ai cambiamenti climatici, e al contempo ne sono affette. Circa l’80% delle acque interne viene utilizzata per la produzione di cibo; sono oltre 50 le malattie derivanti da una cattiva qualità delle acque. Anche le barriere coralline stanno scomparendo sotto i nostri occhi, vittime dell’acidificazione dei mari. Con esse se ne va la meravigliosa e colorata meraviglia delle specie che tra i coralli vivono, ma scompare anche la protezione delle coste dall’erosione e dalle tempeste, il pesce di cui nutrirsi, nonché le economie locali basate sul turismo che va in cerca di quel colorato mondo e dello stupore che suscita. IPBES stima che le persone che risentiranno in modo grave della scomparsa delle barriere saranno quasi un miliardo, il 13% circa della popolazione globale.</p>
<p>Il report, che ha analizzato oltre 6.500 fonti, tra studi scientifici, relazioni tecniche e anche conoscenze di popoli indigeni, ipotizza sei scenari futuri, basandosi su oltre 186 modelli. Due sono quelli attuali, il <em>business as usual</em>, in cui la priorità viene data o alla produzione di cibo o all’ipersfruttamento delle risorse naturali. In entrambi i casi al collasso delle risorse naturali corrisponde anche un aumento dei rischi per la salute, nonché per la sicurezza alimentare, dato che un mondo impoverito e turbato dalla crisi climatica non sarebbe più in grado di supportare la domanda. Non funzionano però nemmeno gli scenari in cui si da la priorità alla sola crisi climatica, o alla conservazione della natura: per esempio puntare solo sulle tecnologie di adattamento climatico può avere serie ripercussioni sulla biodiversità, e a catena sulla disponibilità di risorse. In sostanza, se si agisce su solo una delle componenti, senza tenere conto delle potenziali ripercussioni, i problemi verranno fuori da altre parti. Le prospettive più rosee e bilanciate si ottengono invece attraverso approcci integrati che combinano il rafforzamento della conservazione, il ripristino degli ambienti degradati, la produzione e il consumo sostenibile delle risorse, e azioni di mitigazione dei cambiamenti climatici. Solo in questi scenari si riesce a invertire la perdita di biodiversità ottenendo al contempo molteplici benefici per la qualità della vita umana, acqua, approvvigionamento alimentare e salute. Ci sono numerose azioni che si possono adottare per sviluppare questi scenari di equilibrio: il report ne individua una settantina riconducibili a dieci categorie; la maggior parte è attuabile potenzialmente da subito, e include il ripristino ambientale, il consumo sostenibile, la riduzione degli inquinanti, la gestione del rischio. L’inclusione sociale nei processi decisivi è altrettanto fondamentale: ci sono infatti diversi esempi che dimostrano come le aree protette co-gestite dai popoli indigeni hanno portato a un miglioramento della biodiversità e a un uso sostenibile delle risorse. Non c’è una risposta unica per ogni contesto, la sfida è globale, ma le soluzioni devono essere applicate nei contesti locali. Scenari positivi e soluzioni sono in linea con quanto già delineato dal Global Biodiversity Framework e dall’Agenda 2030. I problemi di attuazione sono diversi; tra questi, la frammentazione amministrativa e delle politiche, con compartimenti stagni che affrontano i vari problemi come fossero a se stanti, e che si focalizzano sull’immediato, con strategie che non hanno il lungo respiro necessario per poter effettivamente mettere in moto un meccanismo di cambiamento in positivo che riguardi tutte le componenti del nesso.</p>
<p>Un altro report IPBES presentato alla plenaria di Nairobi è il <a href="https://www.ipbes.net/transformative-change/media-release" rel="noopener">Transformative Change Report</a>, che individua nella disconnessione con la natura e in una concezione prevalente del dominio umano su di essa la causa profonda della crisi globale della biodiversità. A essa si sommano la concentrazione iniqua di potere e ricchezza e la priorità data ai guadagni individuali e materiali sul breve termine. Il report quindi sottolinea l’urgenza di un cambiamento trasformativo nella società che comporti un riarrangiamento sistemico della visione sulla natura e le sue risorse, nelle pratiche, che devono essere più sostenibili, e nelle politiche che devono essere più inclusive e adattative rispetto alle crisi ambientali. Insomma la conservazione della biodiversità si può raggiungere solo attraverso un radicale cambio di passo, che porti a una società inclusiva e al superamento delle disparità: un discorso reale e molto sensato, ma che appare poco concreto, soprattutto nel contesto politico globale attuale.</p>
<h2 id="i-fondi-per-il-cambiamento">I fondi per il cambiamento</h2><p>Ma torniamo alla COP 16, la sede in cui si può cercare di dare concretezza al cambiamento trasformativo, che affronti in modo integrato i diversi problemi ambientali. È inverosimile realizzare gli obiettivi del Global Biodiversity Framework senza risorse economiche adeguate: ecco perché il <a href="https://www.cbd.int/gbf/targets/19" rel="noopener">target 19</a> dello stesso stabilisce la necessità di mobilitare annualmente almeno 200 miliardi di dollari per la biodiversità entro il 2030, attraverso l’uso combinato di risorse finanziarie pubbliche e la promozione di investimenti privati. Gli Stati più ricchi, responsabili della gran parte delle azioni a discapito della biodiversità, dovrebbero sostenere gli Stati in via di sviluppo e i piccoli Stati insulari con 20 miliardi di dollari all&rsquo;anno entro il 2025 (cioè oggi) e 30 miliardi all&rsquo;anno entro il 2030. Sta di fatto che tra fondi versati e promessi si stenta a raggiungere i <a href="https://fiftrustee.worldbank.org/en/about/unit/dfi/fiftrustee/fund-detail/gbff" rel="noopener">400 milioni</a>, circa il 2% di quanto prefissato per quest’anno. IPBES stima che oltre la metà del PIL mondiale sia generata in settori moderatamente o fortemente dipendenti dalla natura. Malgrado ciò, dal 2021 a oggi, il finanziamento pubblico globale per le sovvenzioni dannose per l’ambiente è aumentato del 55%. Gli investimenti globali in attività dannose per la biodiversità ammontano a circa 7.000 miliardi di dollari all’anno (5.300 sono investimenti privati, 1700 quelli derivanti da sovvenzioni pubbliche). Nello stesso tempo, solo 200 miliardi vengono destinati alla protezione e ripristino (circa l’1% del prodotto interno lordo globale!), il che genera un gap impressionante. Un punto importante del Global Biodiversity Framework (<a href="https://www.cbd.int/gbf/targets/18" rel="noopener">target 18</a>) è proprio quello di cercare di colmare questo divario, eliminando gli incentivi e le sovvenzioni dannosi per la biodiversità attraverso una riduzione progressiva di almeno 500 miliardi di dollari all&rsquo;anno entro il 2030, a partire dagli incentivi più dannosi. I soldi risparmiati andrebbero quindi trasformati in incentivi positivi per la conservazione e l&rsquo;uso sostenibile della biodiversità.</p>
<p>A Roma si discuterà quindi di come raccogliere fondi adeguati e di come gestirli in modo efficace, a come mettere in piedi sistemi di verifica dei risultati efficaci, e non ultimo a valutare la cooperazione con altre convention e organizzazioni. Come dimostra il Nexus Report dell’IPBES, lavorare separatamente è inefficace e rischia di essere uno spreco di energie. I negoziati si svolgeranno in un clima internazionale scombinato dai nuovi assetti politici. Se è vero che gli Stati Uniti non hanno mai aderito alla Convenzione per la Diversità Biologica, è altrettanto vero che non è affatto un buon segnale lo stop di Trump a USAID che ha già avuto pesanti <a href="https://news.mongabay.com/2025/02/across-the-world-conservation-projects-reel-after-abrupt-us-funding-cuts/" rel="noopener">ripercussioni</a> e il congelamento dei fondi per i programmi internazionali di conservazione del <a href="https://www.vox.com/down-to-earth/399957/fish-wildlife-service-trump-funding-freeze" rel="noopener">Fish and Wildlife Service</a>, cui si somma anche la decisione di Jeff Bezos di non finanziare più l’<a href="https://www.theguardian.com/environment/2025/feb/06/jeff-bezos-climate-group-trump-bezos-earth-fund-science-based-targets-initiative-decarbonisation-aoe" rel="noopener">Earth Fund</a>, fondo privato dedicato appunto a progetti per clima e biodiversità. Insomma un clima politico globale non semplice, ma che rafforza l&rsquo;urgenza di portare avanti con decisione politiche globali a favore della natura, con un&rsquo;ottica olistica e inclusiva, che faccia leva su inclusività e riduzione delle diseguaglianze, tutti temi previsti nel Global Biodiversity Framework, che va dunque assolutamente sviluppato in modo efficace, per non restare solo belle parole su carta. <em>Scienza in rete</em> seguirà i lavori di Roma per aggiornarvi sugli sviluppi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La crisi climatica mette a rischio i siti naturali patrimonio dell’UNESCO</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/crisi-climatica-mette-rischio-siti-naturali-patrimonio-dell/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/crisi-climatica-mette-rischio-siti-naturali-patrimonio-dell/</guid><pubDate>Wed, 19 Feb 2025 07:29:00 +0100</pubDate><dc:creator>Novella Gianfranceschi</dc:creator><category>ambiente</category><description>Il riscaldamento globale minaccia molti siti naturali patrimonio dell&amp;amp;rsquo;umanità: secondo uno studio, la crisi climatica esporrà quasi tutti i siti UNESCO a eventi estremi entro il 2100, con impatti particolarmente gravi nelle regioni tropicali. Tuttavia, scenari di basse emissioni potrebbero ancora preservare luoghi iconici come Ilulissat e la Grande barriera corallina.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/crisi-climatica-mette-rischio-siti-naturali-patrimonio-dell-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/crisi-climatica-mette-rischio-siti-naturali-patrimonio-dell-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>A Ilulissat Icefjord nascono gli iceberg. In Groenlandia, 250 chilometri a nord del Circolo Polare Artico, enormi blocchi di ghiaccio si staccano dalla calotta e finiscono in mare. Non ci sono molti luoghi come questo. Dal 2004, il fiordo è riconosciuto <a href="https://whc.unesco.org/en/list/1149/" rel="noopener">sito naturale patrimonio dell&rsquo;umanità</a> dall&rsquo;UNESCO, agenzia delle Nazioni unite che si occupa, tra le altre cose, di tutela del paesaggio. Tuttavia, le emissioni antropiche e il conseguente riscaldamento globale stanno mettendo in pericolo la possibilità di assistere alla formazione degli iceberg come l&rsquo;abbiamo conosciuta finora.</p>
<p>A dirlo non è solo il programma ONU che monitora lo <a href="https://worldheritageoutlook.iucn.org/explore-sites/ilulissat-icefjord" rel="noopener">stato di conservazione</a> dei siti patrimoni dell’umanità, ma anche uno <a href="https://www.nature.com/articles/s43247-024-01933-3" rel="noopener">studio</a> pubblicato a dicembre 2024 su <em>Communication Earth&amp;Environment</em>, rivista del gruppo <em>Nature</em>. Il team di ricerca - un gruppo dell’Università di Pechino - ha analizzato l’impatto del riscaldamento globale su 250 siti UNESCO, prendendo in considerazione tre fattori principali: ondate di calore, siccità e precipitazioni estreme. La domanda a cui il gruppo di ricerca ha cercato di rispondere è: quanti e quali eventi meteorologici estremi si verificheranno in ecosistemi unici come la Grande barriera corallina, il Pantanal e Ilulissat Icefjord?</p>
<p>Per provare a rispondere, gli autori dello studio hanno utilizzato modelli climatici avanzati per effettuare proiezioni in quattro scenari di emissioni (Shared Socioeconomic Pathways, SSP), corrispondenti a diversi livelli di riscaldamento globale: SSP1-2.6 (basse emissioni), SSP2-4.5 (intermedio), SSP3-7.0 (alte emissioni) e SSP5-8.5 (estremamente alte).</p>
<p>I risultati indicano che, nello scenario con basse emissioni (SSP1-2.6), 33 dei 250 siti analizzati subiranno almeno un tipo di stress climatico entro il 2100. Patrimoni che si trovano per la maggior parte nel Sud-est asiatico. In Europa, Medio Oriente e Nord Africa, invece, nessun sito sarebbe gravemente colpito.</p>
<p>Con livelli di emissioni intermedi (SSP2-4.5), i siti minacciati dal cambiamento climatico sarebbero 188, mentre negli scenari più critici (SSP5-8.5) quasi tutte le aree UNESCO saranno esposte a ondate di calore estremo, siccità o alluvioni. A oggi, il 45% dei siti naturali esaminati ha sperimentato <a href="https://www.ecmwf.int/en/forecasts/dataset/ecmwf-reanalysis-v5" rel="noopener">ondate di calore</a> tra il 2000 e il 2015. Nello scenario peggiore, il caldo estremo colpirebbe il 98% di questi luoghi.</p>
<p>Scenario che comunque risulta oggi <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-020-00177-3" rel="noopener">improbabile</a>, per la maggior parte degli esperti. Al momento, infatti, ci troviamo in una situazione intermedia: ci stiamo allontanando dagli scenari più critici, ma non stiamo ancora facendo abbastanza per restare sotto i 2°C. Le emissioni di CO₂ continuano a crescere, anche se il tasso di aumento sta rallentando. Con le politiche attuali, la traiettoria al 2100 <a href="https://www.unep.org/resources/emissions-gap-report-2024" rel="noopener">è di più 3,1°C</a> rispetto all&rsquo;epoca pre-industriale.</p>
<p>I siti patrimonio mondiale dell&rsquo;umanità coprono meno dell'1% della superficie terrestre, ma ospitano oltre il 20% delle specie conosciute. Secondo lo studio del team dell’Università di Pechino, le aree più vulnerabili sono spesso hotspot di biodiversità che si trovano in regioni tropicali e a latitudini intermedie. Tra questi, il Pantanal in Brasile, la più grande zona umida tropicale al mondo. Il sito è già stato gravemente colpito dal cambiamento climatico: secondo uno <a href="https://www.worldweatherattribution.org/" rel="noopener">studio di attribuzione</a>, il riscaldamento globale ha reso gli incendi che hanno bruciato il Pantanal nel 2024, il 40% più intensi.</p>
<p>Tra i siti a rischio c’è anche Ilulissat Icefjord, il luogo dove nascono gli iceberg. Secondo il programma di monitoraggio dell&rsquo;UNESCO, «il cambiamento climatico è già la principale minaccia per il luogo». Nei prossimi decenni si prevede: un aumento delle temperature in estate e in inverno, un aumento della frequenza delle precipitazioni intense (&gt;10 mm) e una significativa riduzione del ghiaccio marino entro il 2050. Secondo lo studio di <em>Nature</em>, però, il sito non subirebbe alcuna pressione climatica nello scenario a basse emissioni. Tuttavia, nello scenario intermedio, quello attuale, Ilulissat Icefjord sarà soggetto a precipitazioni intense, mentre nei due scenari con le emissioni più elevate affronterà sia piogge estreme che ondate di calore.</p>
<p>Tra i più famosi siti UNESCO c’è la Grande barriera corallina, la più grande struttura vivente sulla Terra. Un ecosistema che attrae due milioni di visitatori all&rsquo;anno, offre lavoro a circa 64.000 persone e contribuisce con oltre 6,4 miliardi di dollari ogni anno all&rsquo;economia australiana. Secondo lo studio di <em>Nature</em>, la barriera corallina dovrà affrontare un aumento dell&rsquo;intensità delle ondate di calore rispetto al clima previsto nel prossimo decennio, in tutti gli scenari considerati dallo studio tranne quello a emissioni più basse. La Grande barriera corallina è, però, già ora minacciata dal cambiamento climatico: le temperature elevate stanno causando lo sbiancamento dei coralli, un fenomeno che si verifica quando, a causa di stress ambientali, i coralli espellono le zooxantelle, le alghe simbiotiche che vivono nei loro tessuti e forniscono loro nutrimento e colore. Senza queste alghe, i coralli appaiono bianchi e muoiono più facilmente. Gli eventi di sbiancamento stanno diventando sempre più frequenti con l&rsquo;aumento delle temperature globali: nel 2024 la Grande barriera corallina ha subito il <a href="https://www.theguardian.com/environment/2024/mar/08/coral-bleaching-great-barrier-reef-australia" rel="noopener">quinto evento</a> di questo tipo in soli otto anni.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Idrogeno bianco: un nuovo alleato per la transizione energetica?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/idrogeno-bianco-nuovo-alleato-transizione-energetica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/idrogeno-bianco-nuovo-alleato-transizione-energetica/</guid><pubDate>Mon, 03 Feb 2025 07:51:00 +0100</pubDate><dc:creator>Riccardo Lo Bue</dc:creator><category>ambiente</category><description>Nel contesto del crescente interesse verso l&amp;amp;rsquo;idrogeno come vettore energetico per la decarbonizzazione, l&amp;amp;rsquo;idrogeno bianco, estratto da giacimenti presenti nella crosta terrestre, si sta guadagnando uno spazio rilevante. Alla fine del 2023 erano 40 le aziende alla ricerca di depositi di idrogeno naturale a fini commerciali, un aumento quadruplo rispetto al 2020. Ciononostante, la IEA segnala che non risultano pozzi di idrogeno naturale che abbiano dimostrato la loro sfruttabilità commerciale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/idrogeno-bianco-nuovo-alleato-transizione-energetica-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/idrogeno-bianco-nuovo-alleato-transizione-energetica-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>L’idrogeno sta emergendo come vettore energetico cruciale nella transizione verso la decarbonizzazione. Nel report <em><a href="https://iea.blob.core.windows.net/assets/89c1e382-dc59-46ca-aa47-9f7d41531ab5/GlobalHydrogenReview2024.pdf" rel="noopener">Global Hydrogen Review 2024</a>,</em> l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) ha stimato che, secondo lo scenario Net Zero Emissions 2050 (NZE Scenario), la domanda mondiale di idrogeno dovrebbe raggiungere circa 150 milioni di tonnellate all&rsquo;anno (Mtpa) entro il 2030, di cui il 45% deve essere idrogeno prodotto con tecnologie a basse emissioni di CO₂.</p>
<p>Sulla base dei progetti annunciati, la produzione potenziale di idrogeno a basse emissioni potrebbe raggiungere i 49 Mtpa entro il 2030. Se si escludono i progetti nelle primissime fasi di sviluppo, che hanno meno probabilità di essere pienamente realizzati entro la fine del decennio, circa due terzi della produzione di idrogeno a basse emissioni nel 2030 potrebbero provenire dall&rsquo;elettrolisi, e questa percentuale potrebbe salire a quasi il 75% se si includessero anche i progetti in fase iniziale di sviluppo. La quota restante invece sarebbe coperta da combustibili fossili con progetti che utilizzano sistemi di cattura e accumulo dell’anidride carbonica (<em>Carbon Capture, Utilisation and Storage</em>, CCUS).</p>
<p>La domanda globale di idrogeno nel 2023 è cresciuta del 2,5% rispetto al 2022, raggiungendo un nuovo massimo di oltre 97 Mt. Ma è dovuta alla crescita dei settori tradizionali in cui trova impiego: petrolchimica, produzione di ammoniaca, metanolo e acciaio. Questa domanda è soddisfatta quasi completamente dall&rsquo;idrogeno prodotto da combustibili fossili che non fanno uso di sistemi di sequestro della CO₂.</p>
<p>Nella transizione verso un sistema energetico a emissioni nette zero, la domanda di idrogeno prodotto con combustibili fossili dovrà essere sostituita con la domanda di idrogeno a basse emissioni. Inoltre, l&rsquo;uso di idrogeno a basse emissioni dovrà anche estendersi a nuove applicazioni in settori in cui le emissioni sono difficili da ridurre, come l&rsquo;industria pesante, i trasporti a lunga distanza, la produzione di carburanti a base di idrogeno o la generazione e lo stoccaggio di elettricità. L&rsquo;uso di idrogeno in queste nuove applicazioni è cresciuto di quasi il 40% nel 2023 rispetto al 2022, sebbene rappresentino ancora meno dell'1% della domanda globale. Nello scenario NZE, entro il 2030 quasi il 40% della domanda globale di idrogeno proviene da nuove applicazioni, il che significa che la domanda in queste nuove applicazioni deve crescere di circa 80 volte entro il 2030.</p>
<p>In questo contesto, dunque, si spiega il crescente interesse per il cosiddetto idrogeno bianco, ossia estratto da giacimenti presenti nella crosta terrestre. L’idrogeno bianco è spesso indicato anche con il termine idrogeno naturale oppure in inglese con <em>geologic hydrogen</em>, <em>geogenic hydrogen</em> e <em>gold hydrogen</em>.</p>
<h2 id="le-origini-dellidrogeno-bianco">Le origini dell’idrogeno bianco</h2><p>L&rsquo;idrogeno naturale è stato ampiamente studiato negli ultimi decenni, in particolare dopo la scoperta di fluidi ricchi di idrogeno nelle dorsali medio-oceaniche: può formarsi attraverso <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1364032123007463" rel="noopener">diversi processi</a> sia geochimici sia biologici.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/idrogeno-bianco-nuovo-alleato-transizione-energetica-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/idrogeno-bianco-nuovo-alleato-transizione-energetica-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/idrogeno-bianco-nuovo-alleato-transizione-energetica-body-1.jpg.webp 756w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 1. Diverse ipotesi sull&rsquo;origine dei giacimenti naturali di idrogeno" width="756" height="522" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 1. Diverse ipotesi sull&rsquo;origine dei giacimenti naturali di idrogeno. Fonte: <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1364032123007463" rel="noopener">Natural hydrogen in the energy transition: Fundamentals, promise, and enigmas</a>; Figura 2</p>

<p>La serpentinizzazione è il principale processo attraverso cui si forma l&rsquo;idrogeno naturale. A pressioni elevate e a temperature comprese tra i 200° C e i 300° C, l’acqua reagisce con una tipica roccia del mantello, la peridotite, che è principalmente composta da un minerale ricco in ferro chiamato olivina. Nella serpentinizzazione il ferro dell’olivina “cattura” l’ossigeno che costituisce le molecole di acqua (H₂O), rilasciando idrogeno e portando alla formazione di serpentiniti, un altro minerale.</p>
<p>Le rocce del mantello non sono le uniche a reagire con l&rsquo;acqua per produrre idrogeno. È stato anche dimostrato che le reazioni basalto-acqua sono possibili. Tuttavia, alcuni lavori suggeriscono che l&rsquo;interazione basalto-acqua non possa produrre grandi quantità di idrogeno, poiché le superfici di contatto acqua-minerale si disattivano rapidamente a causa dei prodotti della loro reazione.</p>
<p>Un&rsquo;altra via di formazione dell’idrogeno bianco, spesso citata, è la radiolisi dell’acqua, un processo dovuto alle radiazioni emesse dagli elementi radioattivi presenti nelle rocce marine, come l&rsquo;uranio, il torio e il potassio. Tali radiazioni possono eccitare e ionizzare la molecola d’acqua, “rompendola” e portando alla formazione di molecole di idrogeno (H₂). Tuttavia, secondo alcuni studiosi, quando i volumi di idrogeno sono significativi, non è possibile attribuire la sua origine solo alla radiolisi.</p>
<p>L’idrogeno può formarsi anche per <a href="https://www.mdpi.com/1996-1073/16/5/2400#B34-energies-16-02400" rel="noopener">generazione meccanica</a>. Questo processo avviene in zone di faglia, dove il movimento della crosta terrestre causa la frantumazione delle rocce e che provoca la rottura dei legami chimici, generando radicali liberi che reagiscono con l&rsquo;acqua per formare idrogeno. Per esempio, i legami Si–O nei silicati vengono rotti da forze meccaniche, producendo radicali liberi sulla superficie della roccia, che reagiscono con l&rsquo;acqua per liberare idrogeno. Questo processo non si verifica solo nelle faglie, ma anche quando i silicati sono frantumati in altri contesti, come sotto i ghiacciai, o in altri processi che causano la frammentazione delle rocce, come il gelo, gli urti o gli impatti di meteoriti, ma l&rsquo;efficacia di questi processi per la produzione di idrogeno non è ancora chiara. Alcuni <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0012825219304787" rel="noopener">studi</a> sollevano più di qualche dubbio su questi processi di formazione dell’idrogeno. Infatti, non tutte le reazioni chimiche sono state caratterizzate, e anche i tentativi di riprodurre tali processi in laboratorio avrebbero dato esiti incerti e contrastanti.</p>
<p>L&rsquo;idrogeno può essere presente <a href="https://www.mdpi.com/1996-1073/16/5/2400#B34-energies-16-02400" rel="noopener">anche nel magma</a>. A temperature di circa 1200 °C una reazione chimica tra acqua e metano produce idrogeno e anidride carbonica. La presenza di gas è stata riscontrata in alcuni campioni di rocce prelevate dalla Dorsale Medio-Atlantica (MAR), circa il 26,7% di questi gas era idrogeno.</p>
<p>Infine, <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0012825219304787" rel="noopener">diverse evidenze</a> suggeriscono che l&rsquo;idrogeno possa provenire da fonti profonde, come il mantello terrestre o addirittura nel nucleo, e che possa risalire attraverso faglie e altri meccanismi geologici. Tuttavia, la presenza di idrogeno nel nucleo della Terra è ancora dibattuta.</p>
<p>L&rsquo;idrogeno può anche essere prodotto dal <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1364032123007463" rel="noopener">metabolismo microbico</a>. Molti microrganismi che si trovano nel sottosuolo producono idrogeno attraverso reazioni di fermentazione e fissazione dell&rsquo;azoto. Sebbene tali microrganismi svolgano un ruolo importante nei cicli biogeochimici nel sottosuolo, non si è ancora ben compresa l&rsquo;entità del loro contributo alla produzione di idrogeno naturale. Recentemente è stato dimostrato che una parte importante dell&rsquo;idrogeno rilevato nel sottosuolo della cintura di pirite iberica è prodotta biologicamente. È importante notare che l&rsquo;idrogeno può anche essere utilizzato come fonte di energia da altri microrganismi del sottosuolo: alcuni <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0012825219304787" rel="noopener">studi</a> osservano infatti che, in natura, i batteri produttori di idrogeno non possono esistere senza i batteri consumatori di idrogeno, perché l&rsquo;idrogeno inibisce l’attività dei primi; quindi tutto l&rsquo;idrogeno prodotto biologicamente viene rapidamente convertito in altri composti.</p>
<p>Secondo alcuni <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0012825219304787" rel="noopener">studi</a>, la varietà di spiegazioni per l&rsquo;origine dell&rsquo;idrogeno evidenzia da un lato la sua presenza diffusa sulla Terra, e dall&rsquo;altro la difficoltà di comprenderne pienamente la sua origine, a causa della mobilità e reattività di questo gas, che forma facilmente composti come acqua e idrocarburi. La presenza di idrogeno nella crosta terrestre indica un rifornimento continuo e suggerisce che le sue fonti siano geologicamente giovani.</p>
<p>Anche alla luce di questa ipotesi, alcuni <a href="https://www.science.org/content/article/hidden-hydrogen-earth-may-hold-vast-stores-renewable-carbon-free-fuel" rel="noopener">studiosi</a>, commentando le potenzialità dell&rsquo;idrogeno naturale, si spingono ad affermare che potrebbe essere una fonte rinnovabile. Mentre occorrono milioni di anni perché i depositi organici sepolti e compressi si trasformino in petrolio e gas, l&rsquo;idrogeno naturale viene sempre prodotto ex novo, quando l&rsquo;acqua sotterranea reagisce con i minerali di ferro a temperature e pressioni elevate.</p>
<h2 id="lidrogeno-bianco-una-vecchia-conoscenza-a-lungo-ignorata">L’idrogeno bianco, una vecchia conoscenza a lungo ignorata</h2><p>Sebbene l’idrogeno bianco sia stato portato solo recentemente all’attenzione di un pubblico più vasto, grazie alla scoperta di alcuni giacimenti, in realtà è conosciuto da tempo.</p>
<p>Secondo il <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0012825219304787" rel="noopener">geochimico Viacheslav Zgonnik</a>, la prima analisi pubblicata di un campione di gas naturale contenente idrogeno è in un rapporto del 1888 di Dmitri Mendeleev, il padre della tavola periodica, sulla composizione del gas che fuoriusciva dalle fratture nel carbone di una miniera vicino alla città di Makiivka, nella regione di Donetsk in Ucraina. Mendeleev ha documentato che il gas conteneva il 5,8-7,5% di idrogeno.</p>
<p>Tuttavia, per lungo tempo si è ritenuto che l&rsquo;idrogeno libero in natura fosse raro e nessuno lo ha cercato attivamente. Inoltre, anche se qualcuno avesse trovato gas contenente idrogeno nel sottosuolo, sarebbe stato difficile rilevarlo, poiché nelle analisi standard di cromatografia gassosa l’idrogeno è utilizzato come gas inerte per trasportare i campioni; l’eventuale presenza di idrogeno sarebbe quindi stata “nascosta”. Questo spiega perché, tra oltre 100.000 campioni analizzati dalla United States Geological Survey (USGS), solo 8 mostravano concentrazioni significative di idrogeno.</p>
<h2 id="alla-ricerca-dellidrogeno-bianco">Alla ricerca dell’idrogeno bianco</h2><p>A riportare in auge l’idrogeno bianco è stato un articolo pubblicato nel 2018 sull&rsquo;<em><a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0360319918327861" rel="noopener">International Journal of Hydrogen Energy</a></em> e dedicato alla scoperta di un giacimento di idrogeno in Mali, nel villaggio di Bourakebougou. Dalla pubblicazione di questo primo articolo, il numero di lavori sull&rsquo;idrogeno naturale è esploso e decine di startup, molte in Australia, hanno iniziato una corsa all’acquisizione dei diritti per prospezioni geologiche alla ricerca di giacimenti di idrogeno.</p>
<p>Alla <a href="https://www.iea.org/reports/global-hydrogen-review-2024" rel="noopener">fine del 2023</a>, 40 aziende erano alla ricerca di depositi di idrogeno naturale a fini commerciali, un aumento quadruplo rispetto al 2020. Prospezioni sono in corso in Albania, Australia, Canada, Colombia, Francia, Finlandia, Corea, Spagna e Stati Uniti. Il produttore canadese Hydroma afferma di estrarre idrogeno naturale a un costo stimato di 0,5 USD/kg H₂ da un giacimento in Mali. In Spagna e Australia, le aziende dichiarano di puntare a un costo di circa 1 USD/kg H₂, a seconda della profondità e della purezza del deposito. Anche i sussidi fiscali, come quelli forniti dall&rsquo;Inflation Reduction Act statunitense, hanno il potenziale di rendere la produzione di idrogeno bianco economicamente sostenibile negli Stati Uniti.</p>
<p>Sebbene siano stati trovati depositi di idrogeno naturale con purezza molto elevata, sono spesso presenti impurità, tra cui azoto, metano o CO₂, nonché umidità. Pertanto, l&rsquo;estrazione di questo gas potrebbe richiedere successivi processi di purificazione che potrebbero aumentare rapidamente il costo di produzione dell&rsquo;idrogeno naturale proveniente da alcuni giacimenti. Tuttavia, alcune impurità, come il metano, potrebbero anche avere un valore economico. In ogni caso i requisiti di purezza dipendono dall&rsquo;applicazione: se l&rsquo;obiettivo è la combustione per la produzione di energia, le impurità organiche insieme all&rsquo;umidità porrebbero essere un problema minore.</p>
<p>Le <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1364032123007463#bib51" rel="noopener">aree più promettenti</a> per trovare giacimenti di idrogeno sono le zone di subduzione sottomarine, dove l&rsquo;approvvigionamento idrico è costante e l&rsquo;esposizione al ferro è frequente a causa dei movimenti delle placche.</p>
<p>Sulla terraferma, invece, le aree candidate a ospitare potenziali giacimenti di idrogeno sono i “cerchi delle fate”, strutture geologiche circolari a cui spesso sono associate fuoriuscite di idrogeno, e i <a href="https://www.science.org/content/article/hidden-hydrogen-earth-may-hold-vast-stores-renewable-carbon-free-fuel" rel="noopener">cratoni</a>, vaste porzioni di crosta terrestre che non sono state significativamente alterata da attività geologiche negli ultimi 500.000 anni. Intrappolate al loro interno ci sono fasce di roccia ricche di ferro, chiamate cinture di roccia verde, che sono i resti della crosta oceanica che è stata schiacciata tra i cratoni in antiche collisioni tra placche continentali.</p>
<p>Il sud dell’Australia sembra avere una geologia particolarmente favorevole per ospitare riserve di idrogeno, sia per la presenza del cratone Gawler sia per le sue miniere ricche di ferro e uranio necessarie per la serpentinizzazione e per la radiolisi.</p>
<p>Per quanto riguarda l’Italia, è in corso il progetto <a href="https://www.igg.cnr.it/en/research/funded-projects/nheat" rel="noopener">NHEAT</a> (<em>Natural Hydrogen for Energy trAnsiTion</em>) finanziato dal PNRR e coordinato da CNR, Università La Sapienza e dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV). Il progetto ha l’obiettivo di stimolare e indirizzare la ricerca sull’idrogeno nel nostro Paese, utilizzando un approccio multidisciplinare per investigare i processi che hanno portato alla formazione dell’idrogeno bianco in aree del territorio italiano che potenzialmente ospitano giacimenti.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/idrogeno-bianco-nuovo-alleato-transizione-energetica-body-2.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/idrogeno-bianco-nuovo-alleato-transizione-energetica-body-2.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/idrogeno-bianco-nuovo-alleato-transizione-energetica-body-2.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 2. Dettaglio dei depositi naturali di idrogeno conosciuti e dei cerchi delle fate" width="1472" height="1206" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 2. Dettaglio dei depositi naturali di idrogeno conosciuti e dei cerchi delle fate. Fonte: <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1364032123007463" rel="noopener">Natural hydrogen in the energy transition: Fundamentals, promise, and enigmas</a>; Figura 4</p>

<p>L’Italia, attraverso l’<a href="https://www.ingv.it/en/press-and-urp/Press/Press-releases/5555-natural-hydrogen-Ingv-is-leading-the-team-that-will-outline-the-research-roadmap" rel="noopener">INGV</a>, fa anche parte della <a href="https://www.ieahydrogen.org/task/task-49-natural-hydrogen/" rel="noopener">Task 49 Natural H₂</a>, un programma di collaborazione tecnologica internazionale attivato dalla IEA e dedicato alla ricerca sull’idrogeno naturale. L&rsquo;obiettivo del gruppo di lavoro è aumentare la consapevolezza sullo stato della ricerca e dell&rsquo;esplorazione industriale di questa nuova fonte di energia. Formulando raccomandazioni per lo sviluppo della ricerca, il gruppo aiuterà governi ed enti di finanziamento ad allocare risorse in questo settore, promuovendo le migliori pratiche per l’esplorazione e l’individuazione di giacimenti idrogeno bianco, e creando modelli economici per la produzione. Saranno inoltre condotti studi sui rischi occupazionali e ambientali per identificare le principali criticità. Infine, il gruppo promuoverà lo scambio di esperienze tra Paesi in cui la normativa mineraria è già stata aggiornata per la ricerca e lo sfruttamento dell’idrogeno bianco e quelli in cui è ancora necessario un adeguamento.</p>
<h2 id="le-normative-per-la-prospezione-e-la-commercializzazione-dellidrogeno-bianco">Le normative per la prospezione e la commercializzazione dell’idrogeno bianco</h2><p>Diversi Paesi hanno modificato le proprie <a href="https://www.iea.org/reports/global-hydrogen-review-2024" rel="noopener">leggi e normative</a> per incoraggiare le prospezioni geologiche per la ricerca di idrogeno naturale, ma solo 3 delle 60 strategie sull&rsquo;idrogeno pubblicate finora fanno chiaro riferimento all’idrogeno bianco come possibile fonte (<a href="https://www.energypolicy.columbia.edu/how-countries-are-planning-to-produce-hydrogen/" rel="noopener">Brasile, Francia e Marocco</a>). </p>
<p>In Europa, a settembre 2023, un emendamento alla legge geologica e mineraria della Polonia ha fornito la base normativa per l&rsquo;esplorazione e il riconoscimento dei giacimenti di idrogeno naturale. In Francia, l&rsquo;idrogeno naturale è considerato un pilastro importante della strategia nazionale per l&rsquo;idrogeno e il paese mira a essere un pioniere nella produzione di idrogeno naturale. </p>
<p>Nel febbraio 2024, le Filippine hanno aperto un&rsquo;asta per i diritti di esplorazione dell&rsquo;idrogeno naturale in due zone a circa 200 km dalla capitale Manila. L&rsquo;Australia ha approvato una legge per consentire l&rsquo;esplorazione dell&rsquo;idrogeno naturale nel maggio 2024. Inoltre, è stato offerto ulteriore supporto legislativo nell&rsquo;Australia meridionale, dove un terzo dello stato è già coperto da permessi di esplorazione dell&rsquo;idrogeno naturale che sono stati richiesti o concessi. Altrove nel mondo il quadro giuridico è meno chiaro, ma il panorama si sta evolvendo rapidamente.</p>
<h2 id="dallidrogeno-bianco-allidrogeno-arancione">Dall’idrogeno bianco all’idrogeno arancione</h2><p>Oltre all&rsquo;idrogeno bianco, i ricercatori <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1364032123007463" rel="noopener">stanno iniziando a prendere in considerazione</a> un&rsquo;altra fonte di idrogeno prodotta da substrati geologici: l&rsquo;idrogeno arancione. L&rsquo;idrogeno arancione deriva dalla stimolazione antropica degli stessi processi geochimici che producono l&rsquo;idrogeno bianco: l’acqua viene fatta infiltrare dalla superficie, mentre l&rsquo;energia richiesta è naturalmente fornita dall&rsquo;ambiente sottoforma di energia geotermica. Un ulteriore vantaggio dell&rsquo;idrogeno arancione è che la purezza potrebbe essere controllata iniettando acqua con composizione controllata, come già accade per l&rsquo;elettrolisi, per ridurre al minimo la presenza di potenziali contaminanti ed evitando la successiva purificazione.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/idrogeno-bianco-nuovo-alleato-transizione-energetica-body-3.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2025/idrogeno-bianco-nuovo-alleato-transizione-energetica-body-3.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2025/idrogeno-bianco-nuovo-alleato-transizione-energetica-body-3.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 3. Diagramma della formazione e dello sfruttamento dell&rsquo;idrogeno naturale e arancione" width="1472" height="585" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Figura 3. Diagramma della formazione e dello sfruttamento dell&rsquo;idrogeno naturale e arancione. Fonte: <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1364032123007463" rel="noopener">Natural hydrogen in the energy transition: Fundamentals, promise, and enigmas</a>; Figura 3</p>

<p>Nonostante l&rsquo;esplorazione e lo sviluppo dell&rsquo;idrogeno naturale abbiano preso piede negli ultimi anni, nel suo report <em><a href="https://www.iea.org/reports/global-hydrogen-review-2024" rel="noopener">Global Hydrogen Review 2024</a></em> (ultimo disponibile), la IEA segnalava che, ad agosto 2024, non risultavano pozzi di idrogeno naturale che avessero dimostrato la loro sfruttabilità commerciale. L&rsquo;unico pozzo produttore di idrogeno documentato al mondo si trova a Bourakébougou, in Mali, con un tasso di produzione di circa 1.500 m³ al giorno, ovvero 0,1 tonnellate di idrogeno al giorno. Per dare un ordine di grandezza, l&rsquo;Advanced Research Projects Agency-Energy del Dipartimento dell&rsquo;energia degli Stati Uniti punta a tassi di produzione di idrogeno da giacimenti di almeno 30.000 tonnellate di idrogeno all&rsquo;anno. Ciò equivale più o meno a un elettrolizzatore con una capacità di 170 MW che funziona per circa 5.000 ore/anno, oppure circa il 15-30% della produzione di un tipico impianto che produce idrogeno a partire dal metano attraverso lo <em>steam reforming</em>.</p>
<p>Sempre secondo lo stesso report, il livello di maturità tecnologica (TRL) dell&rsquo;idrogeno naturale è attualmente stimata a un TRL 5; in una scala che va da 1 a 9, dove 9 indica un prodotto pronto alla commercializzazione. Lo sfruttamento industriale dell&rsquo;idrogeno naturale, sia esso bianco sia arancione, è ancora nelle sue fasi iniziali: sono dunque necessari ulteriori approfondimenti per valutare il potenziale di questa risorsa e il suo impatto ambientale, anch’esso ancora oggetto di studi con risultati contrastanti.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Valanghe: comprendere il rischio e prevenire incidenti</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/valanghe-comprendere-rischio-prevenire-incidenti/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/valanghe-comprendere-rischio-prevenire-incidenti/</guid><pubDate>Fri, 31 Jan 2025 08:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Lucia Ferrarin</dc:creator><category>ambiente</category><description>Le valanghe rappresentano un rischio concreto, che ogni anno miete in media 21 vittime in Italia, quasi sempre legate ad attività ricreative. Il bollettino valanghe, emesso dai servizi valanghe delle Regioni e delle Province autonome dell’arco alpino italiano, è uno strumento fondamentale da consultare per pianificare la propria attività sulla neve. In questo articolo spieghiamo che informazioni fornisce e da quali basi di osservazioni e interpretazione sono ricavate. Il cambiamento climatico, intanto, sta modificando il quadro: la ricerca lavora a modelli che consentono di prevedere l’evoluzione futura.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/valanghe-comprendere-rischio-prevenire-incidenti-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/valanghe-comprendere-rischio-prevenire-incidenti-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le valanghe sono uno dei fenomeni naturali più affascinanti, ma anche pericolosi, per chi frequenta la montagna in inverno. Rappresentano un pericolo concreto per la vita umana e per le infrastrutture, richiedendo un’attenta analisi e pianificazione da parte degli appassionati e dei professionisti della montagna. In Italia, tra il 1967 e il 2018, ben 1.044 persone hanno perso la vita a causa delle valanghe, con una media di 21 decessi per anno. Nella stagione attuale si contano già 5 vittime.</p>
<p>Chi rischia di più? Gli incidenti da valanga vengono di solito classificati in due categorie di attività: le attività ricreative, tra cui lo sci alpinismo, lo sci fuori pista, l’alpinismo e lo sci su pista, e quelle non ricreative, legate principalmente a fatti che avvengono su vie di comunicazione e infrastrutture (il più recente esempio è il tragico incidente di Rigopiano, che ha provocato 29 vittime). Tra le attività ricreative, lo sci alpinismo è quella più rischiosa, causando una media di dieci vittime all’anno.</p>
<h2 id="il-bollettino-valanghe-una-guida-essenziale">Il bollettino valanghe: una guida essenziale</h2><p>Il <a href="https://bollettini.aineva.it/bulletin/latest" rel="noopener">bollettino valanghe</a> è uno strumento fondamentale per chi pianifica attività sulla neve. È un documento istituzionale che sintetizza lo stato del manto nevoso, il pericolo valanghivo e le condizioni meteorologiche rilevanti. Utilizza una scala di cinque livelli di pericolo: debole, moderato, marcato, forte, molto forte. Sul territorio alpino italiano, la maggior parte degli incidenti si verifica con grado di pericolo marcato. Tuttavia, anche i gradi moderato e forte registrano una percentuale significativa di incidenti, soprattutto tra gli sciatori alpinisti.</p>
<h2 id="fattori-determinanti-il-pericolo">Fattori determinanti il pericolo</h2><p>Il bollettino valanghe si basa sia sulle condizioni del manto nevoso sia sulle condizioni meteo (passate, presenti e nell’immediato futuro) ed è elaborato in modo preciso, univoco e coerente. Ecco i fattori principali che determinano il grado di pericolo.</p>
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<li>Consolidamento del manto nevoso: descrive la stabilità del manto nevoso, che dipende dalle sue proprietà fisiche e meccaniche. Un manto ben consolidato è più stabile e meno incline al distacco, mentre un manto meno consolidato è meno stabile e quindi maggiormente soggetto ad attività valanghiva.</li>
<li>Probabilità di distacco: dipende dal tipo di consolidamento del manto nevoso, dalla pendenza del pendio e dalla capacità della neve di sopportare carichi aggiuntivi, come il passaggio di sciatori.</li>
<li>Cause di distacco: possono essere spontanee o provocate da un sovraccarico. L’entità del sovraccarico necessario a causare il distacco di una valanga influisce sul grado di pericolo. Miti popolari, come l’idea che un suono forte possa causare una valanga, sono infondati; tuttavia, in condizioni di pericolo molto forte la variazione repentina di pressione causata dal passaggio di un elicottero o di un aereo a reazione può provocarne il distacco.</li>
<li>Dimensioni delle valanghe: influenzano sia la distanza che possono percorrere sia il loro potenziale distruttivo. Le valanghe di piccole dimensioni possono fermarsi su pendii anche molto ripidi, mentre quelle più grandi possono spingersi fino a terreni poco inclinati, arrivando talvolta a raggiungere il fondovalle. È importante sottolineare che la dimensione di una valanga non è direttamente legata all&rsquo;intensità del carico che la provoca. Per esempio, si possono verificare piccole valanghe causate da carichi elevati, come un gruppo di sciatori che scende velocemente e in modo ravvicinato, oppure grandi valanghe innescate da carichi minimi, come un singolo escursionista che sale lentamente.</li>
</ol>
<h2 id="problemi-tipici-legati-alle-valanghe">Problemi tipici legati alle valanghe</h2><p>Il bollettino valanghe non si limita a indicare il grado di pericolo, ma fornisce anche dettagli sul tipo di valanghe previste. Ecco i tipi principali di valanghe, utili da conoscere per adottare comportamenti adeguati.</p>
<ul>
<li>Valanghe da neve fresca: si verificano successivamente a un evento di precipitazione nevosa, quando la nuova neve accumulata sul terreno non si è ancora stabilizzata. Possono avere dimensioni variabili e rappresentano un rischio elevato, rendendo prudente attendere che il manto nevoso si stabilizzi.</li>
<li>Valanghe da neve ventata: si formano dopo periodi di vento forte, che creano accumuli e croste superficiali variabili in resistenza. In questi casi, è fondamentale evitare gli accumuli di neve, specialmente su pendii ripidi o dove il manto nevoso subisce variazioni di spessore e inclinazione.</li>
<li>Valanghe da strati deboli persistenti: costituiscono una delle principali cause di incidenti. Non è una condizione semplice da identificare e in questi casi è necessario muoversi con cautela per limitare le sollecitazioni sul manto e preferire pendii meno ampi e meno inclinati. Poiché questa condizione può cambiare rapidamente lungo un pendio, è essenziale effettuare valutazioni locali.</li>
<li>Valanghe da neve bagnata: causate dall’aumento della temperatura o dalla pioggia, richiedono particolare attenzione alle condizioni meteorologiche recenti e quelle previste. Eventualmente è consigliabile pianificare le escursioni evitando le ore più calde della giornata.</li>
<li>Valanghe da slittamento: avvengono quando l’intero manto nevoso scivola sul terreno, fenomeno tipico della primavera. Sebbene siano difficili da prevedere, possono essere anticipate dalla formazione delle cosiddette “bocche di balena,” crepe ben visibili nel manto, che precedono il distacco completo.</li>
</ul>
<h2 id="limportanza-del-terreno">L’importanza del terreno</h2><p>La probabilità di valanghe dipende anche dalle caratteristiche del terreno, come pendenza, esposizione e quota. In particolare, pendii con inclinazioni tra i 30° e i 60° sono i più pericolosi. Il bollettino fornisce indicazioni sulle aree più soggette al pericolo valanghivo in base alle condizioni: è quindi fondamentale pianificare un’escursione tenendo conto anche di questi aspetti.</p>
<h2 id="misurazioni-sul-campo-e-modelli-nivologici">Misurazioni sul campo e modelli nivologici</h2><p>Il bollettino viene emesso dai servizi valanghe delle Regioni e delle Province autonome dell’arco alpino italiano, i quali sono associati ad AINEVA, l’Associazione Interregionale di coordinamento e documentazione per i problemi inerenti alla neve e alle valanghe.</p>
<p>La valutazione del pericolo valanghivo si basa su un insieme integrato di strumenti e competenze. Si utilizzano modelli meteorologici a scala locale; modelli nivologici, che ricostruiscono le condizioni dei diversi strati del manto nevoso; dati raccolti da stazioni nivometeorologiche, sia automatiche sia manuali, e osservazioni dirette effettuate sul campo. Questo processo avviene su scala regionale ed è guidato dalle competenze ed esperienze dei previsori, che spesso alternano lavoro sul campo e attività di analisi in ufficio.</p>
<p>Per determinare il livello di pericolo si monitorano costantemente l’evoluzione delle condizioni meteorologiche e lo stato del manto nevoso, con particolare attenzione al grado di consolidamento di quest’ultimo. Le analisi sul campo includono la misurazione di parametri chiave del manto nevoso, come lo spessore, la densità della neve, il profilo termico e la resistenza dei diversi strati di manto nevoso. Questo lavoro si effettua scavando trincee nella neve, profonde fino al suolo, per esaminare ogni strato individuabile e i cristalli di neve che lo compongono, osservandone forma e dimensione; lo studio dei cristalli fornisce informazioni essenziali sulla stabilità di ciascuno strato.</p>
<p>Si eseguono inoltre prove empiriche di stabilità, che consentono di valutare rapidamente e in modo efficace il consolidamento del manto nevoso. Questi test, condotti con strumenti semplici come bastoncini da sci, pale o gli sci stessi, consistono nel separare sezioni di neve e applicare vari tipi di carichi per verificare se e quando si forma una superficie di slittamento e la neve si distacca.</p>
<p>Le informazioni raccolte sul campo vengono integrate in modelli nivologici capaci di rilevare automaticamente la presenza di strati deboli, che potrebbero agire come superfici di distacco e scorrimento di una valanga. I risultati di questi modelli, combinati con i dati empirici e l’esperienza, permettono ai previsori di assegnare un grado di pericolo, identificare i problemi valanghivi tipici e individuare le aree più a rischio.</p>
<h2 id="le-valanghe-e-il-cambiamento-climatico-che-cosa-aspettarsi">Le valanghe e il cambiamento climatico: che cosa aspettarsi</h2><p>Le valanghe sono un fenomeno naturale strettamente legato alle condizioni climatiche. Tuttavia, il riscaldamento globale sta modificando il quadro. Gli studi più recenti mostrano che l’aumento delle temperature ha portato a una diminuzione del numero di valanghe, delle loro dimensioni e dei percorsi attivi nelle aree a bassa quota. Questo è dovuto principalmente alla riduzione della copertura nevosa e al graduale innalzamento della linea di congelamento.</p>
<p>Alle altitudini più elevate, invece, si osserva una tendenza opposta. In queste zone, il freddo persistente combinato con precipitazioni più intense può aumentare temporaneamente l’attività valanghiva. Questo scenario evidenzia un’evoluzione dinamica che sposta i rischi dalle quote più basse a quelle più alte.</p>
<p>Un altro cambiamento significativo riguarda la natura stessa delle valanghe. Gli eventi di neve bagnata, causati da pioggia o scioglimento rapido della neve, sono in aumento, estendendo il periodo in cui possono verificarsi. Al contrario, le tradizionali valanghe asciutte, tipiche dell’inverno, stanno diminuendo. Questi cambiamenti alterano non solo la frequenza ma anche il comportamento delle valanghe, rendendole più imprevedibili e difficili da gestire.</p>
<p>Le implicazioni di questi cambiamenti vanno oltre la neve. I rischi per le comunità montane dipendono anche da come le persone si adattano. Mentre alcune aree vedranno un calo dei pericoli, altre potrebbero affrontare nuove minacce legate a valanghe più imprevedibili, come quelle bagnate. Inoltre, mancano studi approfonditi sull’impatto di queste trasformazioni per gli appassionati di sport invernali e per i lavoratori delle montagne.</p>
<h2 id="la-strada-della-ricerca-modelli-per-prevedere">La strada della ricerca: modelli per prevedere</h2><p>Per affrontare queste sfide, è cruciale colmare le lacune nelle conoscenze attuali. È necessario migliorare la raccolta e la condivisione dei dati e sviluppare modelli più precisi per prevedere i rischi. Solo con un approccio integrato sarà possibile garantire uno sviluppo sostenibile delle regioni montane, proteggendo sia le comunità sia gli ecosistemi. I cambiamenti climatici stanno riscrivendo la storia delle valanghe. Monitorare, comprendere e adattarsi a questi fenomeni sarà essenziale per affrontare il futuro con maggiore sicurezza.</p>
<p>Al Politecnico di Milano, il Climate Lab, diretto da Daniele Bocchiola, docente di Idrologia e costruzioni idrauliche, è un gruppo di ricerca che studia l’impatto del cambiamento climatico sul regime valanghivo con un approccio innovativo. Il team combina l’utilizzo di due approcci: da un lato l’analisi statistica delle variabili meteorologiche di interesse, principalmente temperature e precipitazioni, dall’altro la simulazione degli eventi valanghivi in 2D, tramite un modello basato su equazioni fisiche sviluppato internamente.</p>
<p>L’analisi statistica permette di ricavare un set di dati sufficientemente affidabile che descriva le condizioni climatiche, da cui si traggono informazioni sulle caratteristiche del manto nevoso, come spessore di neve, grado di compattezza, quantitativo di neve fresca. Le caratteristiche del manto nevoso sono quindi utilizzate per far girare il modello di simulazione delle valanghe. Vengono effettuate diverse analisi, sia nelle condizioni climatiche attuali osservate sul territorio, sia in quelle previste dai Modelli Globali Climatici per i prossimi 100 anni. Con questo sistema è quindi possibile simulare in modo dettagliato il regime valanghivo, in diversi scenari di cambiamento climatico, dando informazioni sulle caratteristiche principali delle valanghe come la distanza percorsa, il volume di neve coinvolto e la pressione d’impatto raggiunta. Questo metodo può rappresentare uno strumento utile per valutare i rischi futuri e sviluppare strategie di mitigazione e adattamento efficaci.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Gli studi scientifici sul clima più diffusi sui media nel 2024</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/studi-scientifici-clima-piu-diffusi-media-2024/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/studi-scientifici-clima-piu-diffusi-media-2024/</guid><pubDate>Wed, 29 Jan 2025 07:36:00 +0100</pubDate><dc:creator>Novella Gianfranceschi</dc:creator><category>clima</category><description>Carbon Brief ha pubblicato la classifica degli articoli scientifici sul cambiamento climatico più diffusi nel 2024. Al primo posto, uno studio che ha previsto il possibile collasso della circolazione atlantica meridionale, seguito da una ricerca sui costi economici del riscaldamento globale e da un’analisi che conferma l’estate 2023 come la più calda degli ultimi due millenni. L’analisi mostra altri elementi interessanti: innanzitutto una minore attenzione mediatica rispetto agli anni precedenti, ma anche disuguaglianze geografiche e di genere tra gli autori e la diffusione di disinformazione sul clima.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/studi-scientifici-clima-piu-diffusi-media-2024-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/studi-scientifici-clima-piu-diffusi-media-2024-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Come ogni anno dal 2015, la testata britannica <em>Carbon Brief</em> <a href="https://www.carbonbrief.org/analysis-the-climate-papers-most-featured-in-the-media-in-2024/" rel="noopener">ha pubblicato</a> la classifica degli articoli scientifici dedicati al cambiamento climatico più diffusi dai media nel 2024. La circolazione di questi studi al di fuori dall&rsquo;ambiente accademico contribuisce a formare l’opinione pubblica, indirizza i dibattiti nelle campagne elettorali, traduce la scienza del clima in decisioni politiche. Tuttavia, nonostante il 2024 sia stato un anno record per numero di elezioni e temperature, la diffusione online dei paper sul clima è risultata inferiore rispetto al recente passato.</p>
<p>L’articolo scientifico in vetta alla classifica è stato citato molte meno volte dei paper ai primi posti dei precedenti ranking. La graduatoria di <em>Carbon Brief</em> viene elaborata sulla base di un lavoro svolto da Altmetric, organizzazione di raccolta e analisi dati, che assegna un punteggio agli articoli scientifici in base all&rsquo;attenzione ricevuta online. Per farlo, tiene traccia di quante volte una ricerca pubblicata su una rivista scientifica - e quindi sottoposta a revisione tra scienziati (peer review) - viene menzionata in articoli di giornale online, blog, Wikipedia e piattaforme social (Facebook, Reddit, X e, dal 2024, anche Bluesky).</p>
<h2 id="lallarme-per-il-collasso-dellamoc">L’allarme per il collasso dell’Amoc</h2><p>Lo studio più diffuso nel 2024 ha ottenuto il più basso punteggio tra quelli in vetta alle classifiche degli ultimi anni fino al 2017. Si tratta di un <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.adk1189" rel="noopener">lavoro</a> pubblicato sulla rivista <em>Science</em> che prevede - per la prima volta con un modello climatico avanzato - il collasso (la riduzione fino all’annullamento dell’intensità) della circolazione atlantica meridionale, l’Amoc (Atlantic meridional overturning circulation), il sistema di correnti oceaniche che trasporta acqua calda dai tropici verso l&rsquo;Europa, influenzando il clima globale. L’autore del paper, René van Westen, ha dichiarato a Carbon Brief che «La popolarità dell’articolo deriva dalla conclusione preoccupante sugli impatti negativi che il collasso dell’Amoc potrebbe avere».</p>
<p>Sul tema <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/circolazione-oceanica-nord-atlantico-amoc-sta-spegnersi/">hanno scritto</a> approfonditamente su <em>Scienza in rete</em> Katinka Bellomo, Alessio Bellucci e Susanna Corti che, per cercare di mettere un freno al diffondersi dell&rsquo;allarmismo, hanno spiegato come funzionano i modelli previsionali che stimano il collasso della circolazione atlantica.</p>
<h2 id="i-costi-del-cambiamento-climatico">I costi del cambiamento climatico</h2><p>Il secondo articolo sul clima più discusso del 2024 è stato uno <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-024-07219-0" rel="noopener">studio</a> sui costi economici provocati dal riscaldamento globale. Per l&rsquo;analisi, pubblicata sulla prestigiosa rivista <em>Nature</em>, gli autori hanno utilizzato quarant&rsquo;anni di dati riguardanti i danni causati da temperature e precipitazioni estreme in oltre 1.600 regioni del mondo. Il risultato è il prezzo da pagare dal 2050 per non aver fatto nulla contro la crisi climatica: una cifra pari a 38.000 miliardi di euro all’anno. Un costo sei volte superiore alla spesa per limitare il riscaldamento globale a 2°C nel breve periodo. Inoltre, secondo le stime, il reddito mondiale si ridurrà in media del 19% entro il 2050, indipendentemente dalla mitigazione delle emissioni di gas serra.</p>
<p>«Le perdite maggiori si registrano nel sud globale, in regioni con poche emissioni storiche e redditi già bassi», ha spiegato il gruppo di ricerca, sottolineando che la crisi climatica aumenterà le disuguaglianze economiche. Maximilian Kotz, primo firmatario dello studio, ha dichiarato a <em>Carbon Brief</em> che «Il grande interesse mediatico che l’articolo ha suscitato è probabilmente dovuto alla cifra enorme stimata per i costi del riscaldamento globale». Numeri che, come Kotz ha più volte sottolineato, sono confermati anche dai risultati di altri studi che hanno utilizzato approcci diversi.</p>
<h2 id="caldo-record-in-estate">Caldo record in estate</h2><p>Al terzo posto, un altro <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-024-07512-y" rel="noopener">studio</a> pubblicato su <em>Nature</em>. Un’analisi che ha dimostrato come l&rsquo;estate 2023 nell&rsquo;emisfero settentrionale sia stata la più calda degli ultimi due millenni. Per tornare così indietro nel tempo, il gruppo di ricerca ha utilizzato dati di temperatura ottenuti dallo studio degli anelli di crescita degli alberi. Analizzarli ha permesso di arrivare alla conclusione che la temperatura media estiva del 2023, nell&rsquo;area non tropicale dell&rsquo;emisfero settentrionale, è stata 2,2°C più calda rispetto alla media osservata tra il primo anno dopo Cristo e il 1890.</p>
<h2 id="il-resto-della-classifica">Il resto della classifica</h2><p>Medaglia di legno è andata a un <a href="https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2308901121" rel="noopener">articolo</a> dedicato alla scala Saffir-Simpson, il sistema, introdotto negli anni ‘70 che classifica gli uragani in base alla velocità dei venti. Lo studio, pubblicato su <em>Pnas</em>, sostiene che, a causa del riscaldamento globale, ci sia la possibilità di introdurre una nuova categoria della scala, la sesta. Secondo l&rsquo;analisi, cinque uragani degli ultimi dieci anni sono stati tanto intensi da poter rientrare nella categoria 6.</p>
<p>Al quinto e al sesto posto ci sono, rispettivamente, un <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-023-06970-0" rel="noopener">lavoro</a> che ha stimato che parte della foresta amazzonica diventerà ecosistema di savana entro il 2050 e un <a href="https://www.nature.com/articles/s41586-024-07672-x" rel="noopener">studio</a> sulla scomparsa della Grande Barriera Corallina, causata dal riscaldamento degli oceani.</p>
<h2 id="scetticismo-gender-gap-e-disuguaglianze-geografiche">Scetticismo, gender gap e disuguaglianze geografiche</h2><p>Infine, dall’analisi di <em>Carbon Brief</em> sono emersi alcuni elementi interessanti. Nel 2024, un paper inizialmente pubblicato su una rivista scientifica e poi ritirato, è stato condiviso su X (Twitter) oltre 6.000 volte. Un numero molto grande, soprattutto se paragonato alle quattro citazioni ricevute da parte dei giornali online. Il motivo è da attribuire al tema dell&rsquo;articolo, molto popolare tra gli scettici del clima: l’ipotesi della saturazione dell’anidride carbonica in atmosfera. Secondo questa teoria, l&rsquo;atmosfera ha raggiunto un punto di saturazione della CO₂ e, quindi, ulteriori emissioni non causerebbero altro riscaldamento.</p>
<p>Il paper era stato pubblicato su <em>Applications in Engineering Science</em> a marzo, ma è poi stato ritirato dall’editore che in una nota ha dichiarato: «La qualità del processo di revisione era stata inferiore agli standard richiesti».</p>
<p>Altri dati interessanti estrapolati dell&rsquo;analisi di <em>Carbon Brief</em> riguardano il genere e la provenienza degli autori e delle autrici delle ricerche. Dei 275 firmatari dei primi 25 articoli del 2024, l'85% proviene dal nord globale (Europa, Nord America e Oceania), solo il 15% da altre aree del mondo e solo due scienziati dall’Africa. Inoltre, un terzo degli autori sono donne, ma solo cinque articoli hanno una donna come autrice principale.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Rischiamo di avere troppi satelliti in orbita: è urgente occuparsi di ecologia dello spazio</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/rischiamo-avere-troppi-satelliti-orbita-urgente-occuparsi-ecologia/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/rischiamo-avere-troppi-satelliti-orbita-urgente-occuparsi-ecologia/</guid><pubDate>Mon, 20 Jan 2025 07:55:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natalia Milazzo</dc:creator><category>ambiente</category><description>L’ultimo saggio dell’astrofisica Patrizia Caraveo, &amp;amp;ldquo;Ecologia spaziale, Dalla Terra alla Luna a Marte&amp;amp;rdquo;, segnala i rischi legati al numero sempre maggiore di satelliti che oggi vengono lanciati nello spazio, provocando inquinamento e pericoli in fase di lancio, di orbita e di rientro e contaminando fasce estremamente delicate della stratosfera. Si tratta di una tecnologia fondamentale, che offre servizi oggi cruciali e un tempo impensabili: ma occorre mettere mano a una regolamentazione vincolante per tutti, con urgenza, prima di arrivare a danni irreparabili.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/rischiamo-avere-troppi-satelliti-orbita-urgente-occuparsi-ecologia-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/rischiamo-avere-troppi-satelliti-orbita-urgente-occuparsi-ecologia-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 16 gennaio scorso le immagini di quella che sembrava una spettacolare cascata di stelle cadenti nei cieli dei Caraibi hanno invaso social, siti e poi tutti i media. Si trattava in realtà della ricaduta verso terra dei detriti fiammeggianti dell’astronave Starship di SpaceX – l’azienda di voli spaziali di Elon Musk – esplosa pochi minuti dopo il decollo dalla base di Boca Chica, in Texas. Elon Musk stesso ha pubblicato un video dell’incidente sul suo social X, commentando: «Il successo è incerto, l’intrattenimento garantito».</p>
<p>La Federal Aviation Administration, l&rsquo;agenzia federale che regola i voli commerciali negli Usa, ha annunciato da parte sua di avere rallentato e deviato gli aerei intorno all’area dell’incidente per motivi di sicurezza.</p>
<p>Per coincidenza, questa notizia è arrivata proprio nel momento in cui terminavo di leggere un libro uscito da poco per Hoepli: <a href="https://www.hoeplieditore.it/hoepli-catalogo/articolo/ecologia-spaziale-patrizia-caraveo/9788836016112/3025" rel="noopener"><em>Ecologia spaziale - Dalla Terra alla Luna a Marte</em>,</a> di <a href="https://www.scienzainrete.it/autori/patrizia-caraveo/">Patrizia Caraveo</a> (154 pp, 17,90 euro). Una lettura che permette di contestualizzare l’incidente di Starlink in un panorama molto più ampio. E molto più serio di una questione di semplice “intrattenimento”. L’autrice, astrofisica italiana di fama internazionale, in questo saggio scorrevole, documentatissimo e molto appassionante richiama l’attenzione su un problema emergente: i pericoli – per l’uomo e per l’ambiente – legati ai lanci e soprattutto alla presenza sempre più massiccia e in rapida crescita di satelliti e altri oggetti orbitanti nello spazio che circonda la Terra.</p>
<p>Aumentati a dismisura negli anni più recenti, in seguito all’esplosione della space economy e alla conseguente impennata dei satelliti utilizzati da aziende private per motivi commerciali, si contano ormai a decine di migliaia gli oggetti che orbitano intorno a noi, creando con le loro rotte che si intersecano un fitto reticolo che avvolge il Pianeta. Muovendosi in uno spazio che formalmente non appartiene a nessuno, dove non esistono regole globalmente condivise né tantomeno legislazioni vincolanti. Tutto questo ormai pone seri problemi: di sicurezza, di sostenibilità, di salvaguardia dell’ambiente. E, avverte Caraveo, è urgente occuparsene.</p>
<h2 id="anche-lo-spazio-circumterrestre-è-da-preservare">Anche lo spazio circumterrestre è da preservare</h2><p>Da dove iniziare, dovendo parlare dei pericoli legati all’inquinamento dello spazio? Da un’immagine che è cara a chiunque si sia un po’ occupato di astronomia, anche da dilettante: quella del famoso <em>pale blue dot,</em> il &ldquo;puntino azzurro pallido&rdquo;, come appare la Terra fotografata nel 1990 dalla sonda Voyager 1 da una distanza di sei miliardi di chilometri. Caraveo parte proprio da qui, per sottolineare il profondo legame tra spazio ed ecologia: da quella immagine nacque infatti la celebre riflessione di Carl Sagan (promotore di quello scatto) sulla fragilità e unicità del nostro piccolo punto pallido nello spazio, l’unica casa che abbiamo, che è necessario “preservare e proteggere”. Un invito che ha dato un impulso importante al pensiero ecologista.</p>
<p>Ma che cosa sta succedendo nel vuoto dello spazio, oggi? Paradossalmente, che lo spazio circumterrestre (ovvero da 100 km sopra la superficie della Terra) non solo non è più vuoto, ma rischia addirittura di diventare sovraffollato. Elencando molto precisamente i dati, Caraveo ci mostra che la quantità di satelliti in orbita intorno alla Terra sta aumentando vertiginosamente: il 25 settembre 2024 sono stati censiti 10.326 satelliti attivi (senza contare che comunque continuano a orbitare intorno a noi anche quelli che cessano di funzionare e che nel momento in cui scrivo il numero è sicuramente già aumentato, data la frequenza di lanci).</p>
<p>Ma il problema non è tanto il numero attuale, quanto l’impennata che ha avuto il lancio dei satelliti nello spazio a partire dal 2015. «Mentre per circa mezzo secolo, grossomodo da metà degli anni 60 al 2015, il numero di satelliti lanciati ogni anno, pur con variazioni, si aggirava intorno alle 200 unità, dopo il 2015 si nota un deciso aumento che poi diventa una crescita vertiginosa tanto che nel corso del 2023 sono stati lanciati circa 2.600 satelliti, oltre 2.000 dei quali con bandiera americana».</p>
<p>A che cosa servono, tutti questi satelliti? Caraveo mostra che l’aumento vertiginoso del loro numero è legato interamente all’esplosione di satelliti commerciali, lanciati in orbita per fornire servizi che poi vengono venduti. La parte del leone, in questa attività, la fa la rete Starlink di Elon Musk, che «al 15 giugno 2024 conta già 6.086 satelliti in orbita e si propone di arrivare a breve ad averne 12.000, con una possibile estensione di altri 30.000». A questi, che Elon Musk progetta di aumentare ulteriormente in futuro, bisogna aggiungere i satelliti lanciati da altre compagnie (Amazon, Samsung, Boeing), nonché da altri Paesi come Russia e Cina (qui è stato già lanciato il primo lotto dei 15.000 satelliti per il progetto “Mille vele”).</p>
<p>A conti fatti, conclude Caraveo, si può prevedere di arrivare facilmente al numero di 100.000 satelliti in orbita nei prossimi anni, solo per il servizio Internet. Caraveo non sottovaluta di certo i vantaggi di questi straordinari avanzamenti tecnici e scientifici: al contrario, li spiega con estrema competenza e chiarezza, aiutando il lettore a farsi un’idea più chiara su un ambito di cui si sente molto parlare, ma che non sempre è facile cogliere nella sua complicazione e vastità. Per esempio Caraveo illustra molto chiaramente e sottolinea la straordinaria efficienza tecnica di Space X nei lanci, l’innovatività del nuovo sistema di recupero e riutilizzo del primo stadio dei razzi, l’utilità dei servizi di connessione consentiti dalla rete Starlink, che può portare Internet nelle località più sperdute di tutto il globo, anche nel cuore della foresta amazzonica.</p>
<p>E tuttavia l’autrice non scorda di delineare anche i pericoli legati all’enorme potere legato a questo, che è ormai un vero e proprio monopolio spaziale: e lo si è visto quando Elon Musk ha potuto dimostrare la valenza strategica del servizio di internet orbitale dei suoi Starlink in occasione della guerra in Ucraina. Commenta Caraveo: «Quando un uomo solo può decidere di chiudere l&rsquo;accesso a Starlink per un cliente o un paese e, se volesse, potrebbe avere la capacità di sfruttare le informazioni sensibili raccolte dal servizio, è il caso di porsi qualche domanda». Anche e soprattutto considerando che Elon Musk non fa nulla di illegale.</p>
<h2 id="danni-allambiente-in-tutte-le-fasi-lancio-orbita-e-rientro">Danni all’ambiente in tutte le fasi: lancio, orbita e rientro</h2><p>In primo luogo Caraveo, di fronte a un cielo sempre più fittamente solcato da satelliti, confessa (durante una presentazione del libro tenuta recentemente alla Fondazione Bracco di Milano) che “la mia anima di astronoma si ribella”: gli astrofisici soffrono di questa occupazione del cielo, perché i satelliti diventano una ulteriore fonte di inquinamento luminoso che ostacola le osservazioni. Ma questa è solo una piccola parte del problema. Infatti, spiega Caraveo, i satelliti creano problemi ambientali in tutte e tre le fasi della loro vita: il lancio, l’uso, il rientro.</p>
<p>Al momento del lancio, c’è ovviamente da considerare il disturbo arrecato alla gestione dello spazio aereo e talvolta marittimo, l’inquinamento ambientale legato alle manovre di lancio (incendi, esplosioni, perdite di combustibile, gas di scarico dei razzi nell’aria), a cui si aggiunge il preoccupante scarico di gas nella stratosfera, la fascia atmosferica che ospita lo strato di ozono, elemento estremamente sensibile ai cambiamenti. Caraveo ricorda che i gas di scarico dei razzi contengono ossidi di azoto e cloro, in grado di reagire con l’ozono, distruggendolo e assottigliando lo strato di questo gas così importante per proteggerci dalle radiazioni ultraviolette del sole. «Il Protocollo di Montreal, che ha fissato con successo limiti sulle sostanze chimiche note per danneggiare lo strato di ozono, non affronta le emissioni dei razzi o dei satelliti per l’ottimo motivo che nel 1987, quando il documento è stato approvato, il numero di lanci era molto più modesto di oggi e questo problema non si poneva». Ma se si parla di avere in orbita 100.000 satelliti, con una vita orbitale di 5-10 anni, dovranno essere lanciati in orbita 10.000 satelliti all’anno, avverte Caraveo. E conclude: «Meglio valutare accuratamente il problema adesso per cercare di limitare le conseguenze ambientali della nuova corsa allo spazio».</p>
<p>Ci sono poi molti problemi legati al sovraffollamento in orbita. Aggiungendo ai satelliti attivi quelli fuori uso (perché guasti, spenti o per alti motivi), si può calcolare oggi la presenza in orbita di circa 29.000 oggetti. Tenendo conto che alcune orbite sono particolarmente richieste (e Caraveo ne spiega molto bene i motivi), secondo l&rsquo;autrice «si prospetta un futuro con orbite trafficatissime, cosa che, tra l’altro, amplifica la possibilità di collisioni tra satelliti, con effetti a catena a dir poco preoccupanti. Infatti, in caso di collisione, si formerà una nube di detriti che continuerà a percorrere la stessa orbita del satellite originale moltiplicando la probabilità di altri impatti». E già oggi si parla di “spazzatura spaziale”: migliaia di tonnellate orbitanti costituite da satelliti fuori uso, razzi vettori rimasti in orbita, bulloni esplosivi, attrezzi persi dagli astronauti impegnati nei lavori di manutenzione della ISS, pezzi di satelliti esplosi in modo accidentale o voluto. Non per caso i satelliti di Starlink sono obbligati ad effettuare sempre più frequentemente manovre anti-collisioni: «Con il numero di manovre anti-collisioni che sembra raddoppiare ogni sei mesi, se le tendenze attuali continueranno, i satelliti Starlink dovranno eseguire circa un milione di manovre ogni sei mesi entro il 2028».</p>
<p>Ma anche il rientro fiammeggiante dei satelliti distrutti dall’attrito nell’atmosfera comporta rischi per l’ambiente: oltre ai pericoli concreti legati alla caduta al suolo di pezzi non completamente consumati – evento raro, ma in aumento, proporzionalmente all’aumento dei satelliti che passano sopra le nostre teste, anche perché alcuni detriti hanno dimensioni tali che non riescono a consumarsi completamente – c’è l’inquinamento legato al materiale surriscaldato, che si trasforma in gas e polvere tossica destinati a restare in sospensione nell’atmosfera.</p>
<h2 id="lecologia-della-luna-di-marte-e-degli-altri-pianeti">L’ecologia della Luna, di Marte e degli altri Pianeti</h2><p>Una parte molto interessante del saggio è dedicata a problemi di ecologia relativi alla esplorazione spaziale. Anche per quanto riguarda la Luna si è aperta l’era dello sfruttamento commerciale, esattamente come è già successo per lo spazio circumterrestre, e questo significa che il traffico lunare è in crescendo: il 23 febbraio 2024 è allunata la prima missione privata americana, nella regione strategica del Polo Sud, ambitissima per la presenza di ghiaccio che apre scenari interessanti, oltre che per le ricerche scientifiche, per le future colonie umane e per il business spaziale. Caraveo ricorda che è cruciale, a questo punto, considerare l’impatto di qualsiasi attività sull’ambiente lunare: e racconta l’impatto che già hanno avuto le missioni precedenti. E lo stesso vale per l’esplorazione di Marte, con tutte le sue incognite. Il saggio dedica un capitolo alla “difesa planetaria”, allargando questa visione alle interazioni tra l’ambiente terrestre e gli altri corpi del sistema solare, tra cui includendo la dimensione biologica: ovvero gli sforzi necessari a evitare di contaminare con organismi terrestri i corpi celesti che visitiamo e, viceversa, premunirci perché campioni di materiale extraterrestre non contaminino il nostro mondo.</p>
<p>Caraveo racconta il nascere di queste attenzioni a partire dal programma Apollo, inclusa la storia – a tratti francamente divertente – dei campioni lunari, finiti a volte come omaggi a capi di stato in visita negli Usa, a volte addirittura rubati e venduti all&rsquo;asta, come è successo alla borsa con la scritta <em>Lunar Sample Return</em> usata da Neil Armstrong in persona per raccogliere i campioni di rocce lunari.</p>
<h2 id="verso-uno-spazio-sostenibile">Verso uno spazio sostenibile</h2><p>Chiaro, preciso e anche coinvolgente al punto da risultare più appassionante che preoccupante – nonostante la materia di preoccupazione non manchi certo – il saggio si conclude con una serie di proposte per limitare gli impatti negativi legati ai rapidi sviluppi tecnologici legati allo spazio: inquinamento luminoso, pericolo di collisioni, deposito di gas tossici nell’atmosfera, rischio di incidenti causati da detriti in caduta libera. Come sostiene Caraveo, sappiamo che cosa si deve fare. Il problema è decidersi a farlo. E, soprattutto, stabilire a carico di chi caricare i costi economici di queste operazioni.</p>
<p>Lo spazio è una risorsa liberamente disponibile, ma non infinita: sta evidentemente alle autorità politiche regolamentarne l’uso in modo da garantire la sicurezza collettiva. Un primo segno di consapevolezza sul tema, segnala l’autrice, si può rintracciare nella dichiarazione dei leader del G7 a Carbis Bay, in Cornovaglia, nel 2021, in cui i delegati di Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, USA, Regno Unito e UE si sono impegnati ad agire per affrontare il crescente pericolo dei detriti spaziali. Nella dichiarazione tra l’altro ci si impegna a un uso sicuro e sostenibile dello spazio; a intensificare gli sforzi per un’azione comune di tutte le nazioni; a accogliere e incoraggiare la rimozione dei detriti spaziali; e si chiede a tutte le nazioni di lavorare insieme per preservare l’ambiente spaziale. Tuttavia, ad oggi non è seguita alcuna azione collettiva.</p>
<p>Una proposta per realizzare un sistema di valutazione della sostenibilità spaziale è stata realizzata dal World Economic Forum in collaborazione con l&rsquo;Agenzia spaziale europea e altri enti scientifici: si tratta dello <em>Space Sustainability Rating</em> (SSR), rivolto agli operatori dei servizi satellitari, ai fornitori di servizi di lancio e ai produttori di satelliti, che possono far valutare il loro operato, ottenendo una sorta di voto basato sulla sostenibilità; secondo l&rsquo;autrice è un ottimo punto di partenza, che potrebbe innescare un fenomeno di emulazione virtuosa nella filiera dello spazio. Tuttavia, la buona volontà non sempre è sufficiente e il tempo stringe. Servono misure e incentivi normativi e politici, a livello nazionale e internazionale.</p>
<p>La prima regola, secondo Caraveo, dovrebbe essere che tutti gli operatori evitino di produrre detriti spaziali, attraverso una programmazione e gestione dei satelliti orientata in questo senso: finora le agenzie spaziali lo hanno fatto, a titolo volontario. Ma dato che progettare e gestire i satelliti in modo che non diventino rifiuti - per non parlare del ritiro di quelli che già lo sono diventati -  implica un aumento dei costi, disincentivo inevitabile per le società commerciali, sarebbe necessaria una space law condivisa, che individui regole vincolanti per tutti gli operatori. Caraveo cita alcune norme in questo senso poste dalla Federal Communications Commission USA prima di rilasciare autorizzazioni ai lanci: ma non sono riconosciute internazionalmente.</p>
<p>Deorbitazione di satelliti non più funzionanti, manutenzione di quelli in orbita, stazioni di rifornimento orbitali: sono tutte possibilità che possono aumentare la sostenibilità dell’attività nello spazio. Ma in assenza di regole vincolanti e globali è ben difficile pensare che il mondo commerciale si orienti spontaneamente in questo senso nei tempi necessari. In sostanza, conclude Caraveo, per la politica è tempo di agire. «La proliferazione delle costellazioni di satelliti offre un ottimo esempio della tensione tra l’innovazione e le sue conseguenze, richiedendo una politica spaziale e un sistema di governance adattabile all’evoluzione delle attività spaziali e ai loro impatti previsti. Occorre applicare allo spazio le lezioni che abbiamo imparato sulla Terra».</p>
<p>In appendice, il volume è arricchito ulteriormente da un’utile rassegna dei trattati ONU, accordi internazionali e leggi nazionali riguardanti lo spazio e da una serie di letture consigliate per chi desideri approfondire l&rsquo;argomento.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La trave e la pagliuzza: le vere cause degli incendi e delle alluvioni</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/trave-pagliuzza-vere-cause-incendi-alluvioni/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/trave-pagliuzza-vere-cause-incendi-alluvioni/</guid><pubDate>Mon, 13 Jan 2025 10:05:00 +0100</pubDate><category>ambiente</category><description>Gli incendi a Los Angeles e altri eventi estremi, nonché la loro narrazione mediatica, evidenziano come le cause immediate spesso oscurino il vero problema: il cambiamento climatico, che aumenta la intensità e la frequenza dei fenomeni catastrofici. Affrontare questa crisi richiede azioni urgenti per ridurre le emissioni di gas serra, con tecnologie già disponibili, e investimenti per rafforzare la resilienza dei territori. Solo una combinazione di mitigazione e adattamento può prevenire danni irreversibili, garantendo un futuro sostenibile per le prossime generazioni.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/trave-pagliuzza-vere-cause-incendi-alluvioni-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/trave-pagliuzza-vere-cause-incendi-alluvioni-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Anche di fronte ai vasti incendi di Los Angeles - ancora in corso -, come in altre circostanze recenti, l’attenzione della stampa si incentra perlopiù sulle cause più immediate e “prossime”: il malfunzionamento della rete elettrica, la scarsa riserva idrica, l’impreparazione dei pompieri neo-assunti eccetera. Spesso queste spiegazioni sono pretestuose (come la protezione del pesce sperlano, a rischio di estinzione, che avrebbe portato a un insufficiente rifornimento idrico dalla baia di Los Angeles), ma soprattutto denotano la propensione a non voler vedere e discutere le cause sovrastanti e di lungo periodo, in sostanza il cambiamento climatico. Come se il fatto che il cambiamento climatico è causato principalmente dall’utilizzo dei combustibili fossili e dallo sfruttamento della terra non si possa più nominare nell’era del neo-liberismo dilagante. Se non si comprende la catena causale, i fenomeni “estremi” sono inesorabilmente destinati ad aumentare in intensità e frequenza, e cerchiamo di spiegare perché.</p>
<p>L’aumento della temperatura, che cresce di anno in anno, si associa ad altre perturbazioni atmosferiche che nel loro insieme costituiscono il cambiamento climatico. È importante insistere sul fatto che non si tratta solo dell’aumento della temperatura, ma anche del cambiamento del ciclo dell’acqua (e quindi sia pioggia sia siccità), del modificarsi dei venti eccetera. Questi fenomeni globali sono a monte dei singoli episodi (Valencia, Los Angeles); su di essi si inseriscono di volta in volta le concause locali, come l’eccessiva cementificazione, il disboscamento, la rete elettrica, la risposta insufficiente di contenimento&hellip; È pretestuoso incentrarsi solo sulle concause locali: in quali aree del mondo non esiste almeno uno di questi fattori che le rende vulnerabili? Incendi e alluvioni possono verificarsi pressoché ovunque, se si considera che elementi di debolezza tali da aumentare la vulnerabilità rispetto al cambiamento climatico sono diffusissimi. In questo senso si possono paragonare le cause locali di volta in volta invocate “ad hoc” (si pensi alle polemiche dopo l’alluvione a Valencia) alla pagliuzza citata nel Vangelo, dove la trave è il cambiamento climatico (per chi non abbia dimestichezza il riferimento è al <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Vangelo_secondo_Matteo" rel="noopener"><em>Vangelo secondo Matteo</em></a>, 7, vv. 1-5). Ma questa distinzione non sembra essere chiara a gran parte dei cronisti italiani (diverso il caso del <em>Guardian,</em> che dedica ogni giorno una <a href="https://www.theguardian.com/environment/climate-crisis" rel="noopener">rubrica</a> al cambiamento climatico).</p>
<p>Per limitare il riscaldamento climatico futuro occorre ridurre le emissioni di gas serra, drasticamente e immediatamente. Abbiamo le tecnologie a disposizione: dobbiamo soltanto decidere di investire in progetti di decarbonizzazione che portino, anno dopo anno, a una riduzione delle emissioni di gas serra di almeno il 7% l’anno, così da raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette entro il 2050. Alle azioni di mitigazione (cioè di riduzione delle emissioni) dobbiamo affiancare azioni di adattamento, per rendere il territorio più resiliente e in grado di resistere all’impatto degli eventi estremi. La trave insomma non deve distogliere l’attenzione dalle pagliuzze, che spesso tali non sono. Bisogna agire anche sulle concause, che includono genericamente l’abuso del territorio; ma questi interventi sono inefficaci se non si affronta il problema globale a monte.</p>
<p>L’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra dovrebbe essere comune a tutte le forze politiche, dato che porta benefici diretti e indiretti a tutti. Visto che l’Italia si trova in un’area particolarmente esposta al cambiamento climatico, è nel suo interesse  raggiungere al più presto la decarbonizzazione. Stime dell’Intergovernmental Panel for Climate Change dicono che con investimenti di circa il 2% del Prodotto nazionale lordo (PNL) l’obiettivo di zero emissioni nette potrebbe essere raggiunto entro il 2050. Questo dovrebbe essere l’obiettivo comune di tutti, sia dei partiti di governo sia di quelli di opposizione. Rimandare la decarbonizzazione giova solo a poche lobby potenti che hanno tutto l’interesse a rimandarla per continuare a utilizzare i combustibili fossili.</p>
<h2 id="laccelerazione-del-cambiamento-climatico">L’accelerazione del cambiamento climatico</h2><p>La temperatura dell’atmosfera continua ad aumentare sempre più velocemente (0,28^(o)C ogni decade tra il 2002 e il 2024, mentre era 0,11^(o)C per decade tra il 1980 e il 2001), con grandi differenze territoriali: il riscaldamento medio dell’Europa è circa 2,5 volte quello del globo, quindi circa 3,75^(o)C invece che 1,5^(o)C. Il 2024 e il 2023 sono gli anni più caldi dal periodo pre-industriale, e probabilmente degli ultimi 125.000 anni. Il servizio dell’Unione Europea Copernicus Climate Change Service (C3S) ha confermato venerdì 10 gennaio che la temperatura media globale alla superficie nel 2024 è risultata di 1,6^(o)C più calda del periodo pre-industriale. Il 2023 era stato di 1,48^(o)C più caldo.</p>
<p>Il continuo riscaldamento porta un aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi estremi, che causano sempre più danni a popolazioni ed ecosistemi. Per ogni evento estremo, World Weather Attribution (WWA), una rete di ricercatori di diversi istituti stabilita nel 2014 per investigare legami causali tra clima ed eventi catastrofici, è in grado di calcolare l’impatto del cambiamento climatico sull&rsquo;intensità e frequenza degli eventi. Per esempio, WWA ha calcolato che nell’uragano Helene negli USA le precipitazioni osservate avevano una probabilità di verificarsi aumentata del 70% e i venti del 150% come conseguenza del cambiamento climatico. Per l’alluvione di Valencia del settembre 2024, WWA ha concluso che a causa del cambiamento climatico quel tipo di eventi sono del 12% più intensi e hanno una probabilità doppia di accadere. Mentre per l’alluvione dell’Emilia Romagna del maggio 2023, WWA ha concluso che il cambiamento climatico non ha portato un aumento nella frequenza e intensità di quel tipo di eventi in quella regione.</p>
<p>Gli effetti del cambiamento climatico sulla salute umana sono molteplici. Limitandosi a quelli immediati, l’uragano Helene ha provocato almeno 130 morti negli Stati Uniti, l’inondazione di Valencia almeno 205, e l’ondata di calore del 2023 ha causato la morte di 47.000 persone in Europa (morti in eccesso rispetto all’atteso). Questi sono solo alcuni esempi limitati ai paesi ricchi, cui si devono sommare gli effetti indiretti, come il maggiore rischio di malattie infettive e i danni all’agricoltura e alla produzione di cibo.</p>
<p>La riduzione delle emissioni di gas serra porta co-benefici che vanno oltre la limitazione del riscaldamento globale futuro. Per esempio, una riduzione dell’utilizzo dei motori a combustione comporta anche una riduzione dell’inquinamento e quindi un impatto positivo sulla salute. Per Paesi come l’Italia, una riduzione dell’utilizzo dei combustibili fossili (carbone, olio combustibile e metano) porterebbe inoltre a una maggiore indipendenza economica e a una riduzione dei costi di produzione dell&rsquo;elettricità (come la Spagna sta dimostrando in questi ultimi anni).</p>
<p>I costi umani, sociali ed economici dei fenomeni estremi sono molto elevati, e sul medio-lungo periodo supereranno i costi della mitigazione, cioè della riduzione delle emissioni di gas serra. Nei soli Stati Uniti, il numero di disastri con un costo superiore a 1 miliardo di dollari ciascuno è passato da sei nel 2002 a 18 nel 2022 e 28 nel 2023. La BBC <a href="https://www.bbc.com/news/articles/c07g73p4805o" rel="noopener">riporta</a> che i danni dovuti agli incendi dei primi giorni di gennaio 2025 nell’area di Los Angeles si aggirano intorno ai 135 miliardi di dollari.</p>
<p>Non c’è un livello di riscaldamento globale accettabile: più il sistema Terra si riscalda, maggiori diventano l’intensità e la frequenza di eventi estremi. Per l&rsquo;Italia, questo ha enormi implicazioni sul territorio, per esempio sull’accesso all’acqua, risorsa necessaria per le popolazioni, gli ecosistemi, i processi industriali e l’agricoltura. Un maggiore riscaldamento causa inoltre un aumento delle migrazioni da regioni che diventano sempre più inospitali, come il Centro e Nord Africa, con conseguenti implicazioni dirette sulla stabilità di quelle regioni, e sull’immigrazione.</p>
<p>Sottolineiamo la necessità di una riduzione drastica e immediata delle emissioni di gas serra per evitare che, a causa della continua accelerazione del riscaldamento globale, alcune componenti del sistema Terra possano effettuare delle transizioni quasi-irreversibili. Per esempio, i ghiacci dell’Artico potrebbero sciogliersi completamente, modificando la circolazione oceanica del Nord Atlantico e riducendo l’albedo della Terra e quindi portando a un’ulteriore accelerazione del riscaldamento globale. Oppure la foresta dell’Amazzonia, a causa dell’aumento della temperatura e di prolungati periodi di siccità, potrebbe trasformarsi da un pozzo (che assorbe CO₂) a una sorgente di CO₂, portando a un maggiore accumulo del gas in atmosfera e quindi a un’accelerazione del riscaldamento. Sarebbe pertanto completamente errato rimandare le azioni di mitigazione per qualche decina di anni (per esempio, in attesa di soluzioni tecnologiche a oggi non provate, o troppo costose, per la produzione di elettricità). Occorre decarbonizzare ora, il più velocemente possibile, per limitare il riscaldamento climatico: obiettivo che può essere raggiunto con le tecnologie che abbiamo e che funzionano da anni (per esempio, nella produzione di energia, con impianti solari, eolici e idroelettrici).</p>
<p>Il problema tocca tutte le generazioni, ma soprattutto i più giovani e le future generazioni, creando una grave diseguaglianza inter-generazionale. Per ogni incremento del riscaldamento globale, cambiamenti regionali del clima, anche radicali, diventano più diffusi e pronunciati. È un’eredità che lasciamo alle future generazioni.</p>
<p>Quindi va data priorità a processi che portino a una riduzione immediata e drastica delle emissioni di gas serra: alla mitigazione. È un dovere dell’Italia ridurre le emissioni di gas serra, dato che è uno dei Paesi del mondo che più di molti altri ha contributo all’accumulo di gas serra in atmosfera. Ricordiamo che il cambiamento climatico che viviamo oggi è causato dall’accumulo delle emissioni di gas serra a partire dal periodo pre-industriale, dato che ogni molecola di CO₂ rimane in atmosfera per centinaia di anni. Se si analizza il contributo di diversi Paesi/regioni del mondo all’accumulo delle emissioni di gas serra dal periodo pre-industriale a oggi, si trova che gli Stati Uniti d’America e l’Europa sono i principali contribuenti (tra il 1751 e il 2017, US ed Europa hanno emesso il 25% ed il 22% delle emissioni accumulate). E l’Italia, come Paese europeo, ha anch’essa contribuito con una quantità di emissioni accumulate in linea con la sua percentuale di popolazione.</p>
<p>Le linee strategiche della mitigazione sono state già largamente suggerite da diverse istituzioni o panel internazionali come IPCC, International Energy Agency e Commissione Europea con il Green Deal. Un provvedimento quadro di grande portata è anche l’Inflation Reduction Act dell’amministrazione Biden. Queste proposte tendono a convergere verso diverse azioni coordinate, in particolare una transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili, e interventi volti a bloccare la deforestazione e a limitare gli impatti dell’agricoltura e degli allevamenti sulle emissioni.</p>
<p>L’Unione Europea ha come obiettivo (‘Fit-for-55’) per il 2030 la riduzione delle emissioni del 55% rispetto a quelle del 1990. L’Italia, per raggiungere questo obiettivo, nei prossimi anni deve aumentare di almeno un fattore 5 la riduzione annuale delle emissioni di gas serra, che negli ultimi 10 anni sono state di circa l’1,7% l’anno.</p>
<p>Vanno tuttavia considerati quelli che sono attualmente gli ostacoli a una mitigazione globale: l&rsquo;esportazione delle emissioni, i mancati aiuti alle economie che dipendono dai combustibili fossili e la debolezza degli accordi internazionali. Le restrizioni alle emissioni comportano costi aggiuntivi ai prodotti locali che privilegiano l&rsquo;importazione da paesi meno virtuosi, con un danno all&rsquo;economia e l’inefficacia complessiva nel ridurre le emissioni (che sono di fatto esportate). Per l’Italia, per esempio, le emissioni di CO₂ nel 2022 legate ad attività sul territorio italiano sono state circa 340 Mt (mega-tonnellate), mentre le emissioni corrette tenendo conto dell’importazione/esportazione di beni sono state di circa 440 Mt, quindi circa il 30% maggiori. È pertanto importante realizzare da subito un <em>carbon border adjustment mechanism</em> per arrivare a calcoli più corretti del contributo di ogni singolo Paese.</p>
<h2 id="gli-ostacoli-alle-decisioni-politiche">Gli ostacoli alle decisioni politiche</h2><p>Le difficoltà delle decisioni politiche originano innanzitutto da un certo grado di incertezza su quali sono le soluzioni prioritarie e costo-efficaci. In questo senso sono molto interessanti i bandi del Wellcome Trust e di ESRC nel Regno Unito, che mirano a produrre rassegne sistematiche della letteratura scientifica sulle soluzioni di mitigazione, anche tenendo conto dei co-benefici e dei costi.</p>
<p>Per l’Italia, è indubbio che una riduzione drastica e immediata delle emissioni di gas serra possa portare benefici, dato che si trova in una regione più esposta di molte altre al cambiamento climatico. Raggiungere entro il 2030 l’obiettivo dell’Unione Europea ‘Fit-for-55’ ed entro il 2050 l’obiettivo di zero emissioni nette comporta maggiori benefici che costi, co-benefici per i cittadini e gli ecosistemi, una minore dipendenza energetica da Paesi produttori di combustibili fossili, una riduzione dei costi di produzione dell&rsquo;energia. Per questi motivi dovrebbe essere nell’interesse di tutte le forze politiche decarbonizzare molto velocemente, farsi promotori delle politiche di decarbonizzazione dell’Unione Europea, e convincere tutti i Paesi del mondo che è nell’interesse comune raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette entro il 2050. Agire al contrario, rimandando la riduzione delle emissioni e perpetuando la dipendenza dai combustibili fossili, è miope e danneggia il Paese.</p>
<p>L’esigenza della mitigazione sottolinea la necessità di interventi globali. Ci pare tuttavia che al momento la discussione pubblica sulla mitigazione ristagni ed è difficile intravedere una strategia condivisa. Deve essere stimolata anche in Italia un’analisi degli ostacoli e delle opportunità. Citiamo alcune delle difficoltà:</p>
<ul>
<li>la mancanza di un consenso sufficientemente diffuso, come testimoniano le proteste dei contadini in diversi paesi europei, è un ostacolo alle scelte politiche. La mancanza di consenso si esercita in alcuni casi per difficoltà economico-produttive oggettive e in molti casi per considerazioni settoriali o ideologiche. Spesso si dà troppo spazio a lobby potenti che hanno un chiaro interesse a rimandare la decarbonizzazione, anche se questo va contro gli interessi della maggioranza dei cittadini del Paese;</li>
<li>si pone la necessità di un&rsquo;evoluzione culturale che porti i cittadini a essere cittadini del mondo responsabili per i cambiamenti globali che caratterizzano l’era moderna. Solo l’evoluzione culturale può fornire l’adeguata pressione politica e cambiare le scelte dei governi;</li>
<li>i dissidenti per difficoltà oggettive (categorie produttive penalizzate dalla transizione) devono essere sorretti economicamente e i dissidenti per ragioni ideologiche devono essere convinti dalla pressione sociale e da norme.</li>
</ul>
<h2 id="le-azioni-dei-singoli">Le azioni dei singoli</h2><p>Le misure essenziali sono quelle indicate dalla IEA, dal Green Deal, eccetera citate sopra, e implicano un’azione politica coordinata. Le azioni dei singoli contano se c’è un generale clima di impegno e obiettivi condivisi, a partire dai governi. Senza investimenti che rendano possibili scelte a zero-emissioni di gas serra, i singoli cittadini possono fare molto poco.</p>
<p>Per esempio, consideriamo il trasporto. Così come nell’inizio dell’era dell’automobile a combustione gli stati hanno investito in infrastrutture che hanno reso possibile il loro utilizzo, oggi è necessario un investimento sostanziale per rendere la mobilità elettrica attuabile e per spostare la scelta dei singoli verso il trasporto pubblico. Senza investimenti che rendono il trasporto ferroviario efficiente anche sulle linee regionali, è difficile pensare che i singoli cittadini possano privilegiarlo rispetto all’automobile individuale. E senza un grosso investimento in sistemi di ricarica, è difficile pensare che i singoli decidano di sostituire l’automobile con motore a combustione con quella elettrica. Senza investimenti in energia alternativa (solare, eolico, idroelettrico) che riducano i costi dell’energia e permettano di ridurre le emissioni di gas serra legate alla produzione di elettricità è difficile raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione. Nonostante alcuni progressi (riduzione dell’8% delle emissioni europee nel 2023), al livello globale siamo indietro rispetto agli obiettivi di Parigi di zero emissioni nette entro il 2050.</p>
<p>Questi sono alcuni dei comportamenti individuali che posso contribuire sostanzialmente a mitigare il cambiamento del clima:</p>
<ul>
<li>ridurre i consumi di carne;</li>
<li>usare meno l’auto e di più i trasporti pubblici e (se possibile) andare a piedi e in bicicletta, e ridurre i voli aerei;</li>
<li>promuovere il riciclo;</li>
<li>ridurre i consumi superflui e la produzione di scarti e rifiuti;</li>
<li>rispettare gli spazi verdi e proteggerli;</li>
<li>investire i soldi in azioni orientate in senso ecologico (es. ESG);</li>
<li>ridurre l’uso di energia elettrica.</li>
</ul>
<p>Le modifiche dei comportamenti individuali hanno senso in un contesto di impegno politico attivo, che comporta innanzitutto l’eliminazione drastica e immediata dei combustibili fossili e la transizione alle energie rinnovabili. Ci aspettiamo dai governi il rispetto e l’applicazione del Green Deal europeo, e il raggiungimento dell’obiettivo dell’Unione Europea ‘Fit-for-55’ entro il 2030 come primo passo verso zero emissioni nette. In un clima politico positivo, di transizione ecologica e riconversione industriale e agricola, ci aspettiamo che anche i comportamenti individuali verranno incoraggiati e promossi. Al contrario, politiche di supporto dell’utilizzo dei combustibili fossili (per esempio, l’Agenzia europea per l’ambiente, EEA, riporta che nel 2022 i sussidi a supporto dell’utilizzo dei combustibili fossili sono stati di 25 miliardi in Europa), o di ritardo delle misure che portino al raggiungimento dell’obiettivo di zero emissioni nette entro il 2050, non fanno che suggerire ai singoli cittadini che il problema non è così urgente.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>No, gli incendi in California non sono “ideologici”</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/no-incendi-california-ideologici/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/no-incendi-california-ideologici/</guid><pubDate>Sun, 12 Jan 2025 00:19:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Rampini dal Corriere riporta una serie di errori e inesattezze per corroborare l’insopportabile retorica dell’“ideologia” nella transizione ecologica e finanche nella fisica del clima. Contrariamente a quanto dice, probabilità e intensità degli incendi sono in aumento a causa degli “umanissimi” cambiamenti climatici. Certo, le soluzioni passano anche da una gestione corretta della vegetazione e delle infrastrutture, ma questo non deve oscurare l’obiettivo di azzeramento delle emissioni. Soprattutto dopo che il 2024 ha superato in media la temperatura di 1,5°C per la prima volta.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/no-incendi-california-ideologici-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/no-incendi-california-ideologici-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Continua la battaglia di Federico Rampini contro le “ideologie” della transizione ecologica. Questa volta, in un <a href="https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera/20250111/page/23" rel="noopener">editoriale</a> sul <em>Corriere della Sera</em> (<em>Un incendio &ldquo;ideologico&rdquo;</em>, 11 gennaio 2025) e in un <a href="https://video.corriere.it/esteri/oriente-occidente/california-la-verita-sugli-incendi/981082ba-7fb3-409e-84e7-a27d5138dxlk" rel="noopener">video</a> per la versione online, Rampini si è occupato degli incendi in California, che hanno visto <a href="https://abcnews.go.com/US/live-updates/california-fires-live-updates-santa-ana-winds-rage/?id=117541907" rel="noopener">per ora</a> 11 morti e oltre 100mila evacuati. Vediamo quanto c’è di vero, falso o ambiguo in quello che ha scritto e detto.</p>
<p>Tanto per cominciare, tutto il contenuto è esposto nel solco della svilente retorica degli “ideologici” contro i “pragmatici”, dove la drammaturgia è la solita: i primi sbagliano a imporre assurde leggi ambientali e i secondi, quelli razionali, tentano di riportare il dibattito con i piedi per terra.</p>
<p>Rampini dice che la California ambientalista «ha stabilito che dal 2035 saranno fuori legge le auto a combustione». In realtà lo stato americano ha vietato la vendita di auto a combustione interna dal 2035, ma chi sarà ancora in possesso di auto termiche potrà tranquillamente usarle, senza per questo essere fuori legge, <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2024/dec/18/biden-ban-gas-powered-car-sales" rel="noopener">come racconta il <em>Guardian</em></a>. Identica misura adottata per altro anche dall’Europa - di auto elettriche <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/senso-rallentare-passaggio-auto-elettriche/">avevamo già parlato qui</a>.</p>
<p>Rampini scrive poi che la politica di sinistra sta «innalzando una muraglia di leggi locali, in particolare sulla lotta al cambiamento climatico». Ora, non ha davvero molto senso polarizzare così il dibattito. Senza nuove leggi, e quindi anche nuovi divieti, la transizione ecologica non si può fare. Le leggi ambientali però andrebbero vissute per quello che sono, e cioè delle grandi <a href="http://www.unep.org/news-and-stories/press-release/nature-based-solutions-can-generate-32-million-new-jobs-2030" rel="noopener">opportunità</a> per modernizzare il mercato del lavoro.</p>
<h2 id="natura-ideologica">Natura ideologica</h2><p>Arriva poi il pezzo forte. Gli incendi sarebbero «una catastrofe in parte naturale, in parte prodotta dall’uomo». Ancora insinuazioni per sminuire il ruolo umano nelle cause di questi incendi. Qui serve spendere qualche parola in più.</p>
<p>Le cause possibili dell’innesco e della successiva espansione di un incendio boschivo possono essere molteplici, come spiega, tra gli altri, il sito della nostra <a href="https://rischi.protezionecivile.gov.it/it/incendi-boschivi/incendio-boschivo/" rel="noopener">Protezione Civile</a>. Oltre alle cause naturali, come fulmini o eruzioni vulcaniche, le cause antropiche sono spesso maggioritarie, soprattutto in un contesto di forte presenza umana. E questo Rampini, tragicamente, lo sottolinea, andando già in contrasto con la sua affermazione precedente. In particolare, è stato più volte <a href="https://www.washingtonpost.com/weather/2025/01/10/eaton-fire-southern-california-edison/" rel="noopener">constatato</a> come alcuni degli incendi californiani fossero stati innescati probabilmente da guasti nelle infrastrutture della rete elettrica. Sta di fatto che anche questa sia una causa umana, e non naturale.</p>
<p>Ma l’innesco non basta a spiegare l’enorme quantità di ettari bruciati. <a href="https://www.nbcnews.com/weather/wildfires/what-fueled-la-fires-dry-conditions-wind-rcna186801" rel="noopener">Riporta</a> <em>NBC News</em>:</p>
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<p>Da dicembre a febbraio c’è la tipica stagione delle piogge in California, ma a differenza della parte settentrionale dello Stato, che ha avuto la sua parte di precipitazioni, la California meridionale è stata anormalmente secca negli ultimi otto mesi. L&rsquo;ultima volta che Los Angeles ha registrato più di un decimo di pollice di pioggia è stato all&rsquo;inizio di maggio.</p></blockquote>
<p>Se si somma l’inverno molto secco al vento molto forte, il rischio di un incendio molto esteso si innalza drammaticamente. Le raffiche di vento Santa Ana hanno infatti superato i 160 chilometri orari, valore molto elevato anche considerando che il Santa Ana è un vento già molto intenso.</p>
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<p>Southern California is about to be blasted by one of its most powerful Santa Ana windstorm in recorded history.</p>
<p>It may not be #1, but the combination of high population, drought conditions, abundant fuel, and mountain wave strength may create world-record high fire danger. <a href="https://t.co/iePMforh77" rel="noopener">pic.twitter.com/iePMforh77</a></p>
<p>— Edgar McGregor (@edgarrmcgregor) <a href="https://twitter.com/edgarrmcgregor/status/1876393368957452714?ref_src=twsrc%5Etfw" rel="noopener">January 6, 2025</a></p></blockquote>
<p>La siccità è tranquillamente ascrivibile agli impatti possibili dei cambiamenti climatici dovuti all’innalzamento della temperature globale media. Al proposito, ricordiamo come il 2024 è stato confermato anno più caldo di sempre con una temperatura media <a href="https://www.noaa.gov/news/2024-was-worlds-warmest-year-on-record" rel="noopener">sopra gli 1,5°C per la prima volta</a> da quando esistono misurazioni.</p>
<h2 id="clima-ideologico">Clima ideologico</h2><p>Il ruolo del cambiamento climatico nell’innesco e sviluppo degli incendi è noto e assodato per molte zone del mondo, dove gli studi di attribuzione hanno certificato un nesso evidente e in ogni caso una probabilità di registrare danni maggiore. Si parla in particolare di <em>fire weather</em>, cioè quelle condizioni meteorologiche che favoriscono la diffusione di un incendio boschivo. Lo spiega la guida <em><a href="https://www.worldweatherattribution.org/wp-content/uploads/WWA_GuideIT_2412.pdf" rel="noopener">Eventi meteorologici estremi e cambiamenti climatici. Una guida per i giornalisti</a></em> del <a href="https://www.worldweatherattribution.org/reporting-extreme-weather-and-climate-change-a-guide-for-journalists/" rel="noopener">World Weather Attribution</a> che, come <em>Climate Media Center Italia</em>, abbiamo tradotto in italiano.</p>
<p>Se da un lato, grazie al miglioramento dei sistemi antincendio e al cambiamento dell’uso del suolo si sono ridotte le superfici bruciate tra il 1998 e il 2015, «il pericolo effettivo di incendio sta ancora aumentando in molte parti del mondo». E questo proprio a causa delle temperature sempre crescenti.</p>
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<p>Gli incendi della <em>black summer</em> 2019-20 in Australia, sia nel Queensland che nel New South Wales (NSW), sono stati amplificati dai cambiamenti climatici – le condizioni che hanno portato agli incendi nel NSW sono state rese almeno del 30% più probabili. Lungo la costa occidentale del Nord America, dall’Alaska alla California, i recenti incendi sono diventati più probabili e la loro superficie bruciata è aumentata Dal 1984 al 2015, oltre 4 milioni di ettari di superficie bruciata nell’ovest degli Stati Uniti sono direttamente attribuibili ai cambiamenti climatici.</p></blockquote>
<p>I dati sono schiaccianti per l’Europa, l’Eurasia settentrionale, gli Stati Uniti e l’Australia, e qualcosa inizia a emergere anche nel sud della Cina.</p>
<p>Ecco perché Rampini ha torto quando dice nel <a href="https://video.corriere.it/esteri/oriente-occidente/california-la-verita-sugli-incendi/981082ba-7fb3-409e-84e7-a27d5138dxlk" rel="noopener">video</a> sul <em>Corriere</em> online: «Il riflesso automatico, soprattutto in uno stato ambientalista come la California, è quello di chiamare in causa il cambiamento climatico» aggiungendo nientemeno che gli scienziati «però ci invitano a essere più precisi». E addirittura sostenendo la tesi per cui dare colpa al clima sarebbe un alibi per nascondere altre cause.</p>
<p>Ha ragione, tuttavia, quando afferma che gli «scienziati seri ci invitano a distinguere tra eventi climatici [forse era meglio dire “meteorologici”] estremi e cambiamento climatico di lungo periodo». Un conto è il singolo evento e un conto sono le tendenze di lungo periodo; un conto è il meteo e un conto è il clima. E andando a vedere le statistiche di lungo periodo quello che emerge è quanto abbiamo già detto: anche gli incendi – così come le ondate di calore, la siccità e altro – sono amplificati e/o resi più probabili dalla crisi climatica. Quindi, in ultima istanza, quello che emerge è che Rampini ha di nuovo torto. In più, anche gli studi di attribuzione riferiti a singoli eventi specifici, che sono cosa diversa dalle tendenze, iniziano a confermare quanto detto, come visto.</p>
<p>Un ultimo paio di errori commessi da Rampini sono la strana richiesta di politiche di «deforestazione selettiva» e la costatazione che «gli incendi sono parte del ciclo naturale delle foreste».</p>
<p>Giorgio Vacchiano, presidente di <em>Climate Media Center Italia</em> e docente di selvicoltura, pianificazione ed ecologia forestale alla Statale di Milano, ci ha spiegato che «possono esistere ed esistono programmi di prevenzione incendi, passo assolutamente necessario». E aggiunge che «la California ha implementato il “fuoco prescritto” su 300mila ettari all’anno per ridurre i combustibili [nel terreno]. Ma la superficie a rischio è ancora molto ampia e servono diversi anni a trattarne anche solo una parte», confermando inoltre che «l&rsquo;erba e gli arbusti rispondono con una crescita molto rapida alle annate piovose come il 2023 e si disseccano con grande rapidità dopo quelle secche come il 2024».</p>
<p>Quindi perdoniamo a Rampini l’uso un po’ sprovveduto della parola “deforestazione”.<br>
Per quanto riguarda gli incendi «naturali», Vacchiano ci dice che si tratta di un concetto inappropriato: «Uno, perché ogni foresta ha il suo ciclo naturale di incendi, con una frequenza che può andare da un anno nella savana a molte centinaia di anni nelle foreste tropicali o in quelle centro europee. Due, perché nelle zone antropizzate le accensioni dovute all&rsquo;attività umana hanno quasi completamente sostituito quelle naturali. Tre, quello che interessa non è la resilienza dell&rsquo;ecosistema e la frequenza degli incendi per il suo benessere, ma proteggere le aree di interfaccia vulnerabili».</p>
<p>Insomma, il bel minestrone di Rampini ha contribuito ancora a polarizzare la società (speriamo poca, anche se dalle pagine del <em>Corriere</em>) che avrebbe bisogno innanzitutto di evidenze scientifiche, e non di prese di posizione, su cui costruire il dibattito pubblico. Anzi, cogliamo qui l’occasione per invitare Rampini – con colleghi “pragmatici” e “ideologici” vari – a scaricarsi la guida tradotta in italiano. Sono una trentina di pagine, si legge subito.</p>
<p>Ultima cosa: è buona regola del giornalismo – come prevede anche il <a href="https://www.odg.it/wp-content/uploads/2024/12/Codice-deontologico-approvato-dal-CN-11.12.2024_def.pdf" rel="noopener">nuovo Codice deontologico del CNOG</a> che entrerà in vigore il primo giugno 2025 – «citare le fonti» verificandone «attendibilità e autorevolezza». Non ci pare di averle viste.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Scatti virali, un pericolo per la natura?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/scatti-virali-pericolo-natura/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/scatti-virali-pericolo-natura/</guid><pubDate>Thu, 02 Jan 2025 10:40:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><category>ambiente</category><description>Le foto naturalistiche sui social possono essere armi a doppio taglio per la natura. Se da un lato aiutano a sensibilizzare e informare, dall’altro, soprattutto se diventano popolari, possono contribuire a un sovraffollamento in luoghi sensibili, con impatti su piante, animali e habitat protetti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/scatti-virali-pericolo-natura-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2025/scatti-virali-pericolo-natura-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>I social sono alleati o amici della tutela della natura? E cosa succede quando un luogo naturale diventa virale sulle piattaforme social? Niente di buono, secondo un articolo dal titolo ironico, <em><a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0048969724052562?via%3Dihub" rel="noopener">Liked to Death</a></em>** **(&ldquo;Piaciuti fino alla morte&rdquo;) pubblicato lo scorso novembre sulla rivista <em>Science of the Total Environment</em>, che punta il dito contro la nostra ossessione per la condivisione di immagini accattivanti online. Il presupposto è che le condivisioni e la popolarità delle foto possano potenzialmente portare a un sovraffollamento in alcuni luoghi in cui vivono specie rare, provocando un elevato disturbo ai già compromessi animali o piante.</p>
<h2 id="quando-i-like-diventano-un-problema">Quando i like diventano un problema</h2><p>Diverse mete turistiche sono diventate attrazioni del turismo di massa anche grazie al tam tam dei social. Ormai è una abitudine diffusa, che lascia pochi di noi immuni: quando viaggiamo in luoghi affascinanti condividiamo foto e video sui social, aggiungendo un geotag, cioè la posizione in cui ci troviamo. Questo induce gli altri a voler visitare quel luogo, e a ripostare sugli stessi social foto simili, e così via con una reazione a catena, ancora più potente se a iniziare il tutto sono persone con un ricco numero di follower. Questo provoca, tra le altre cose, un impoverimento dell’esperienza del viaggio, perché i viaggiatori <a href="http://theconversation.com/instagram-is-making-you-a-worse-tourist-heres-how-to-travel-respectfully-209272" rel="noopener">finiscono per dedicare più attenzione alla creazione di contenuti</a> che all’esplorazione, alla scoperta o al rispetto delle usanze locali. Una conseguenza è dunque un turismo &ldquo;mordi e fuggi&rdquo; alla ricerca dello scatto instagrammabile, che trasforma luoghi naturalisticamente ameni in set per i social, e non solo: per i più accaniti cercatori di selfie, la ricerca dell’immagine “acchiappa like” può condurre a infrangere regole e in alcuni casi anche a rimetterci in salute. Uno <a href="http://theconversation.com/trampling-plants-damaging-rock-art-risking-your-life-taking-selfies-in-nature-has-a-cost-211901" rel="noopener">studio</a> condotto in Australia riporta una difficoltà crescente dei ranger delle riserve a far fronte a turisti in cerca dello scatto popolare che ignorano divieti di accesso e regole di comportamento. È ciò che accade nel Parco Nazionale di Carnarvon, nel Queensland, dove i turisti in cerca di selfie si accalcano <a href="http://www.desi.qld.gov.au/our-department/news-media/mediareleases/2023/selfish-selfies-put-carnarvon-rock-art-at-risk" rel="noopener">ignorando i divieti</a> nella gola calcarea decorata con pitture rupestri aborigene, incapaci di resistere alla tentazione di immortalarsi mentre sfiorano i contorni antichi di mani e boomerang dipinti in ocra rossa.</p>
<p>Quale sia però effettivamente il ruolo dei social nell’invasione di massa di luoghi naturali e quindi il loro impatto negativo sulla conservazione è difficile da quantificare. Lo stesso articolo di <em>Science of the Total Environment</em> fa inferenze basate sugli impatti delle attività ricreative in genere. Ma tra chi lavora nelle aree protette la sensazione è che le cose stiano peggiorando da quando abbiamo gli smartphone e social per mostrare i nostri scatti in tempo reale. Saskia Arndt, ricercatrice della Technische Universität di Berlino, <a href="http://parksjournal.com/wp-content/uploads/2023/12/10.2305-ULMJ5060-Arndt.pdf" rel="noopener">ha contattato</a> oltre quaranta aree protette per intervistarle su questo tema. La maggior parte degli intervistati lamenta un crescente aumento di comportamenti non compatibili con gli obiettivi di conservazione dei parchi. «Se un&rsquo;area protetta è già soggetta a un&rsquo;elevata pressione turistica - magari perché presenta un paesaggio unico al mondo ed è facilmente accessibile grazie a buone infrastrutture - i post sui social media possono aggravare ulteriormente la situazione, intensificando il fenomeno del turismo di massa. Credo che questo sia il caso di molti parchi nazionali statunitensi, già molto rinomati e apprezzati a livello globale», afferma Arndt. Negli Stati Uniti, la questione del sovraffollamento nelle aree protette <a href="http://www.nytimes.com/2021/07/08/travel/crowded-national-parks.html" rel="noopener">non è cosa recente</a>, ma negli ultimi decenni il fenomeno è esploso: solo nel 2023 si parla di 325,5 milioni di visitatori nei parchi. Problemi legati ai post social si sono verificati nel Joshua National Park, che deve il suo nome agli alberi di Joshua, <em>Yucca brevifolia</em>, piante del deserto che assomigliano un po’ alle palme e che a loro volta devono il loro nome biblico ai primi coloni che attraversarono il deserto del Mojave. Una pianta che è finita sulla copertina dell’omonimo disco degli U2, <a href="http://www.pbssocal.org/shows/earth-focus/dear-tourists-this-national-parks-neighbors-have-taken-to-instagram-to-change-your-ways" rel="noopener">nonché su diversi post Instagram</a> che ritraggono persone sedute, in piedi o sdraiate sui tronchi di questi alberi, intente a eseguire pose di yoga o a fissare amache tra di essi. Peccato che il sistema radicale degli alberi Joshua sia superficiale e che l’aggiunta di peso eserciti uno stress che rende gli alberi vulnerabili a rotture o crolli, un problema crescente che segue la popolarità dei post.</p>
<h2 id="selfie-selvaggi-le-conseguenze-per-gli-animali">Selfie selvaggi, le conseguenze per gli animali </h2><p>Un esempio invece europeo è quello della cascata di Königsbach nel Parco Nazionale di Berchtesgaden, in Germania. Le piscine naturali ai lati della cascata erano un tempo accessibili solo attraverso due sentieri conosciuti da pochi, ma la loro crescente popolarità, alimentata dai social media, ha portato a un sovraffollamento tale da rendere necessaria la chiusura dell’area. L’elevato afflusso di visitatori ha infatti causato la distruzione della vegetazione, con erosione del terreno, esposizione delle radici degli alberi e disturbo a diverse specie di uccelli protetti. Non sfuggono alla dura legge dei like nemmeno le rocce: in particolare, la moda di costruire piccole sculture con pietre in bilico, perfette per le foto. Nel Parco Nazionale di Acadia, nel Maine, in un anno ne hanno dovute eliminare oltre 3500! Il problema non è solo quello di deviare potenzialmente altri visitatori dai percorsi segnati, ma anche e soprattutto quello di rimuovere le pietre dal luogo in cui si trovavano, <a href="https://www.sciencealert.com/rock-stacking-might-look-amazing-on-instagram-but-there-s-a-dark-side-to-the-magic" rel="noopener">distruggendo il microhabitat di insetti e piccoli animali</a> e in alcuni casi contribuendo all’erosione del suolo.</p>
<p>Arndt riporta che molti degli intervistati lamentano un superamento dei limiti consentiti per la sostenibilità delle attività. Per esempio, il Parco Nazionale della Svizzera Sassone ha oltre 3 milioni di visitatori all’anno, alcuni dei quali non rispettano i divieti sui sentieri, sui falò o sui voli con droni. Il successo riproduttivo di specie target, come la cicogna nera, il falco pellegrino e il gufo reale, è in calo da anni. « In questo caso, i social media contribuiscono al conflitto generale, ma non rappresentano la causa specifica del declino delle popolazioni. In altri contesti, gli utenti pubblicano foto di comportamenti scorretti nelle aree protette, come graffiti su rocce o luoghi raggiunti fuori dai sentieri consentiti, altri utenti vedono queste immagini, si lasciano ispirare e vogliono imitarle, senza riflettere sulle conseguenze», commenta Arndt. Un <a href="http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0006320722003408?via%3Dihub" rel="noopener">sondaggio</a> condotto in Germania, Svizzera e Austria indica che la maggior parte degli utenti si concentra solo sulla bellezza naturale di un paesaggio e non è in grado a priori di distinguere comportamenti negativi per la conservazione. Lo stesso studio evidenzia però che, una volta sensibilizzate sul tema, le stesse persone non apprezzavano più foto e video che riportavano pratiche nocive per la natura.</p>
<p>Il Parco Nazionale di Cairngorms in Scozia è un luogo molto importante per i galli cedroni, grandi galli selvatici dal piumaggio nero-verde lucente, dei quali ospita l’85% della ridotta popolazione totale (solo 530 animali). I gestori <a href="https://cairngormscapercaillie.scot/birdwatchers-photographers-and-wildlife-guides-asked-to-lek-it-be-this-spring/#LekItBe" rel="noopener">sono stati costretti a chiudere l’accesso in primavera</a>, per via del crescente numero di persone che volevano fotografare i maschi nel periodo riproduttivo, quando creano delle arene dette lek in cui si esibiscono per le potenziali partner. La foto del maschio nel lek è diventata una sorta di <em>must have</em> per gli appassionati, e per averla alcuni utilizzano richiami o esche; troppi si avvicinano disturbando gli animali. In Cina una cosa molto simile è successa al <em>Garrulax courtoisi</em>, uccello che ha suppergiù le dimensioni di un nostro merlo e uno splendido piumaggio blu e giallo. La presenza di molti fotografi amatoriali in cerca di foto ha portato questi animali a rischio di estinzione ad abbandonare le aree riproduttive. In California, invece, troppe sono le persone in cerca di un contatto ravvicinato e acchiappa-like con le lontre marine, che <a href="http://www.fws.gov/story/2023-08/reminder-ethical-wildlife-viewing-please-dont-harass-sea-otters" rel="noopener">vengono disturbate</a> mentre si riposano galleggiando a pancia in su. Nel bel mezzo delle giungle africane non sfuggono ai contatti ravvicinati i gorilla: uno <a href="http://besjournals.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/pan3.10187" rel="noopener">studio</a> ha analizzato le foto postate dimostrando che l'86% degli utenti non rispettava la distanza di sicurezza dai gorilla, che dovrebbe essere almeno di sette metri. Questa distanza è fondamentale non solo per evitare il contatto fisico, ma anche per proteggere questi rari animali dal rischio di contrarre malattie umane, come il raffreddore, che può essere letale per loro.</p>
<p>Nemmeno nel bel mezzo dell’Oceano si sfugge alla tirannia dei like: in uno <a href="http://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/13683500.2020.1828312" rel="noopener">studio</a> sono stati intervistati operatori turistici in Nuova Zelanda, Niue e Fiji, e la maggior parte degli intervistati lamenta che molti influencer ignorano le regole di sicurezza fondamentali per ottenere lo “scatto perfetto.” Anche un <a href="http://www.ingentaconnect.com/content/cog/tme/2022/00000017/00000003/art00001" rel="noopener">sondaggio</a> condotto tra i sub che frequentano le aree protette marine del Mediterraneo indica una tendenza a ignorare le regole di comportamento da parte di chi vuole portare a casa uno scatto. Selfie o foto ricordo con alcune specie carismatiche sono diventati moda e incentivato un turismo ad hoc, le <em>wildlife tourist attractions</em>, con conseguenze terrificanti per questi animali, <a href="https://www.smithsonianmag.com/science-nature/the-big-unsexy-problem-with-tiger-selfies-180964489" rel="noopener">per esempio tigri sedate per amor dei profili…Tinder</a> o bradipi sottratti alle madri da piccoli per essere messi in braccio a gioiosi turisti (su <em>Scienza in rete</em> <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/into-the-wild-no/">ne abbiamo parlato qui</a>). Il fenomeno dei selfie con la fauna è un problema di conservazione, ma in alcuni casi anche di sicurezza delle persone, visto che spesso la ricerca di like unita all’inconsapevolezza (o forse meglio dire incoscienza) porta diverse persone ad avvicinare animali potenzialmente pericolosi come gli enormi bisonti o gli orsi, ma anche cervi wapiti, con conseguenze spesso drammatiche. <a href="https://www.nps.gov/subjects/watchingwildlife/index.htm" rel="noopener">Il National Park Service</a> e <a href="https://parks.canada.ca/docs/v-g/oursnoir-blackbear/page1" rel="noopener">il Canada</a> lavorano da anni su questo tema per cercare di sensibilizzare le persone sull’importanza di mantenere le distanze dai selvatici e non offrire loro mai cibo.</p>
<p>«Negli ultimi anni si è assistito a una “democratizzazione della fotografia” grazie ai mezzi digitali, che hanno abbattuto i costi e semplificato l&rsquo;accesso a questa pratica. Inoltre i social network hanno spinto sempre più persone a cimentarsi con la fotografia per mostrare quello che riuscivano a fotografare o il tipo di scatti che riuscivano a fare», spiega Marco Colombo, naturalista, fotografo e divulgatore scientifico. «La condivisione di immagini e video di animali particolarmente minacciati con l&rsquo;indicazione del luogo, per esempio il sito di nidificazione di un gufo reale, può portare a un aumento di persone che si riversano sul posto, e questo è un disturbo per l’animale in un luogo sensibile. Oppure c’è l’effetto di emulazione. Anche se le persone sono in buona fede all&rsquo;animale non interessa molto».</p>
<h2 id="social-media-e-conservazione-le-due-facce-del-fenomeno">Social media e conservazione: le due facce del fenomeno</h2><p>Ma come spiega Colombo, i social possono anche al contrario essere importantissimi strumenti per la conservazione. Sicuramente come strumenti di informazione, sensibilizzazione e anche coinvolgimento, attraverso campagne di <em>citizen science</em>. «È più facile accedere a informazioni per identificare gli animali e quindi sapere se un animale è a rischio estinzione. Poi con la <em>citizen science</em> ognuno praticamente può “sostituire il ricercatore” come osservatore e quindi fare nuove scoperte sul territorio, che sia un video di un comportamento con la foto trappola, oppure una fotografia di un insetto scattata sul balcone, come è capitato per esempio a Bologna, con una signora molto appassionata che aveva fatto diverse segnalazioni interessanti di impollinatori proprio in centro. Un altro vantaggio è che se uno trova un animale in difficoltà è più facile ottenere i numeri di telefono o comunque le indicazioni corrette su come curarli, salvarli, dove portarli e così via». Un altro effetto spiega Colombo è quello che le immagini possono far conoscere meglio specie animali che scatenano disgusto o fobie: «La semplice paura o il rifiuto per certi animali è sicuramente diminuito in certi casi. Molte persone, dopo aver seguito i miei corsi, oppure dopo aver visto le mie foto, mi scrivono anche dopo un anno e mi dicono “avevo paura dei serpenti, però dopo aver visto le tue foto o aver sentito le storie che racconti, adesso addirittura quando ne incontro uno mi fermo a fargli una foto col cellulare e poi cerco di identificarlo invece che scappare, gridare o girarmi dall&rsquo;altra parte”».</p>
<p>I social possono anche essere molto utili per studiare il comportamento delle persone nelle aree protette o nel caso di incontri con gli animali (come nello studio dei gorilla sopra citato) e quindi individuare strategie ad hoc per arginare il problema.</p>
<p>Anche in questo caso i social hanno dunque luci e ombre, e in casi sensibili le ombre possono diventare prevalenti, ma questo non significa che non si possa/debba più condividere un bello scatto sui propri canali. Basta avere qualche accortezza in più, come consiglia Marco Colombo: « Come indicazione generale, innanzitutto è importante non condividere mai le imagini in diretta. Se le specie sono sensibili, è buona norma aspettare almeno un mese circa o addirittura postare foto con la neve in estate e foto marine in inverno, anche se l&rsquo;immagine non ha elementi riconoscibili. Perché così ormai la situazione è passata, si è esaurita; la foto comunque non l&rsquo;ha vista nessuno, quindi l&rsquo;effetto è identico dal punto di vista della resa che puoi avere in termini di eventuale gratificazione da apprezzamenti. E l&rsquo;altra cosa importante è non scrivere mai i luoghi esatti, neanche per le specie comuni. La mia linea guida nei corsi che faccio è quella di scrivere la regione. E se qualcuno chiede degli approfondimenti si può indicare o il parco o la provincia, ma non il posto esatto. Da ultimo è importante ricordarsi di togliere la georeferenziazione dei file. Alcune fotocamere di default mettono le coordinate registrate nel file e quindi condividendo su alcune piattaforme è possibile risalire come esterni alla posizione esatta dello scatto. Questo vale anche per i paesaggi».</p>
<p>Siete pronti a nuovi scatti che non lascino tracce in natura?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>I numeri dei grandi carnivori in Europa</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/numeri-grandi-carnivori-europa/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/numeri-grandi-carnivori-europa/</guid><pubDate>Wed, 04 Dec 2024 09:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><category>animali</category><description>Il trend dei grandi carnivori in Europa è positivo: negli ultimi sei anni la maggior parte delle popolazioni di lupi, orsi, linci, sciacalli e ghiottoni è stabile o in aumento. Un dato positivo per la conservazione di questi carismatici animali, un tempo a rischio di estinzione, e al contempo un ritorno controverso che apre spesso accesi dibattiti. Tra questi il declassamento del livello di protezione del lupo nella Convenzione di Berna.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/numeri-grandi-carnivori-europa-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/numeri-grandi-carnivori-europa-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>In Europa vivono sei specie di grandi carnivori: orso, lupo, lince eurasiatica, lince iberica, ghiottone e sciacallo dorato. La maggior parte delle popolazioni di questi predatori ha mostrato negli ultimi sei anni un complessivo trend di crescita sia numerica che di distribuzione, come dimostra <a href="http://https://circabc.europa.eu/ui/group/3f466d71-92a7-49eb-9c63-6cb0fadf29dc/library/97829710-878b-4bf7-95a1-f135b00dd8f7/details" rel="noopener">il report</a> realizzato per l’Unione Europea dal Large Carnivore Initiative for Europe (LCIE), gruppo specialistico dell&rsquo;Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) che si occupa della conservazione e gestione dei grandi carnivori in Europa. Studiare gli andamenti numerici e distributivi di una popolazione animale è fondamentale per capire l&rsquo;evoluzione e lo &ldquo;stato di salute&rdquo; di una popolazione e di conseguenza per indirizzare le scelte gestionali e di conservazione. Lo è per qualsiasi specie, e nel caso dei grandi predatori è cruciale per ricondurre il discorso, che è spesso fortemente polarizzato, su dati oggettivi.</p>
<p>Il report della LCIE, a firma di oltre 200 esperti europei, ha proprio lo scopo di fornire un quadro di sintesi basato sui migliori dati disponibili raccolti tra il 2017 e il 2022. L’area investigata comprende 34 stati: oltre a quelli che fanno parte dell’UE, anche Svizzera, Norvegia e parte dell’Ucraina e della Turchia. La distribuzione delle specie è stata valutata mappando tutti i dati di presenza, classificati in base all’affidabilità del dato (una valutazione basata su una serie di criteri rigorosi), e sovrapponendo alla carta una griglia con quadrati di 10 km di lato, un metodo utilizzato per fare la valutazione di tutte le specie animali e vegetali protette dalla Direttiva habitat. Le mappe prodotte distinguono per ogni quadrato se si tratta di una presenza stabile della specie o occasionale. Per tutte, è stato fatto un confronto con le stime ottenute nel report analogo pubblicato nel 2016.</p>
<h2 id="la-complessità-di-un-quadro-di-insieme">La complessità di un quadro di insieme</h2><p>I grandi carnivori sono animali elusivi che possono coprire grandi distanze con i loro spostamenti e, come ogni specie animale, non tengono conto dei nostri confini amministrativi. Per questo motivo, le analisi sono condotte a livello delle singole popolazioni, identificate <em>in primis</em> sulla base di fattori geografici ed ecologici, oltre che gestionali. Stimare la consistenza e la distribuzione a livello di popolazione e su scala europea non è un esercizio facile, perché, innanzitutto, assai raramente si ha un coordinamento transfrontaliero (e in alcuni Stati transregionale) delle attività di raccolta dati di presenza, e questo può portare al conteggio ripetuto più volte per alcuni individui. Questa assenza di coordinamento si riflette anche nelle tempistiche, perché non tutti effettuano le stime con la stessa cadenza temporale (e in alcuni casi si tratta di dati non aggiornati), o nello stesso periodo dell’anno.</p>
<p>Anche i metodi di rilevamento sono molto differenti a seconda dell’area geografica, e in alcuni casi le stime sono affidate alla valutazione da parte di esperti e non basate su stime numeriche basate su una rigorosa raccolta dati. In alcuni casi, i dati  nazionali non sono stati di facile accesso per chi ha redatto le analisi di sintesi su scala europea. Lo sforzo profuso sul campo per cercare segni di presenza è fondamentale; non basta che una specie sia presente in un dato luogo per rilevarne la presenza. Per avere una stima numerica accurata, occorre una strategia di raccolta dati e, nelle zone di nuova espansione, una verifica delle segnalazioni, altrimenti una presenza sporadica può passare del tutto inosservata. Viceversa, all’aumentare della numerosità e densità di una popolazione, diventa complesso avere contezza dei singoli individui (che è molto più facile in piccole popolazioni). Per la maggior parte dei grandi carnivori le stime dovrebbero basarsi prevalentemente sulla raccolta di campioni genetici o sull’utilizzo di fototrappole (macchine fotografiche posizionate in natura che si attivano grazie a un sensore al passaggio di un animale). In entrambi i casi è necessario un disegno sperimentale che permetta di avere una raccolta dati capillare e sistematica e l’applicazione di modelli matematici per l’analisi che restituisca stime accurate e precise, corredate da un errore associato alla misura. Questo tipo di approccio non è però adottato in modo consistente da tutti gli Stati. Infine, il confronto con i dati pregressi risente anche dell’affinarsi continuo dei metodi di rilevamento e di stima delle specie: per esempio le tecniche di sequenziamento genetico, la qualità delle fototrappole, i metodi matematici che a partire dal dato grezzo restituiscono una stima. Complessa è anche la valutazione di una presenza stabile o temporanea, se non si ha a disposizione il dato sulla avvenuta riproduzione, indice solitamente di un insediamento permanente in un sito, e per i problemi di cui sopra, non ovunque si hanno a disposizione questi dati.</p>
<h2 id="i-numeri">I numeri</h2><p>Considerate tutte le difficoltà metodologiche e di valutazione, la tendenza per i grandi carnivori europei è positiva. L’orso vive in 10 popolazioni, la più numerosa delle quali è quella dei Carpazi (che include Romania, Polonia, Slovacchia, Ungheria e Repubblica Ceca) con una stima di novemila animali, seguita da quella dinarico-balcanica con circa quattromila individui e dalla scandinava che conta tremila orsi. Riguardo alla qualità delle stime, il monitoraggio transfrontaliero è condotto tra Svezia e Norvegia e nei Pirenei. Diverse popolazioni, incluse quella carpatica e balcanica, non hanno invece uniformità di raccolta dati. In Italia ci sono due popolazioni: l’alpina, con un centinaio di esemplari, e quella appenninica, con la sottospecie di orso bruno marsicano che è la popolazione più piccola e minacciata in Europa. Il monitoraggio indica un&rsquo;incoraggiante seppur limitata espansione geografica. La stima numerica basata sul campionamento genetico è datata (risale al 2014), ma un nuovo campionamento che porterà a una stima aggiornata è in preparazione per il prossimo anno. A livello globale, su tutti i 34 Stati considerati ci sono 20.500 orsi, con una crescita del 17% rispetto al 2016 e una espansione del 4% dell’area di presenza. Malgrado il trend generalmente positivo, diverse di  popolazioni di orso sono ancora piccole e isolate dal punto di vista genetico.</p>
<p>Più importante è l’espansione geografica del lupo, con un aumento del 35% dell’areale di presenza e del numero di individui rispetto al 2016 (la stima complessiva è 23.000) in tutte e nove le popolazioni. Questo è però in parte legato al miglioramento della qualità del dato più che a un cambiamento effettivo, discorso che vale anche per la penisola italiana, nella quale è stato condotto un <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita/monitoraggio-nazionale-del-lupo" rel="noopener">monitoraggio nazionale</a> standardizzato e coordinato su tutte le regioni per la prima volta tra il 2020 e il 2021. Detto ciò, è innegabile la generale ripresa numerica e spaziale di questo predatore, caratterizzato da una grande adattabilità agli ambienti più disparati e dalla capacità di spostarsi in modo rapido e colonizzare nuove aree anche molto distanti da quella natale. Per il monitoraggio del lupo esistono due esempi virtuosi di stima transfrontaliera e coordinata tra diversi Stati sia per la <a href="https://www.lifewolfalps.eu/wp-content/uploads/2023/05/C4_Deliverable_WAG_2020_2022_updated.pdf" rel="noopener">popolazione alpina</a> che per quella scandinava, ma in molte popolazioni si riscontra invece una discrepanza di metodi di stima in Paesi confinanti che condividono un&rsquo;unica popolazione. Un altro canide che sta decisamente espandendo la sua area di presenza è lo sciacallo dorato, che dall’Est è arrivato in Europa occidentale, Italia inclusa: rispetto al 2016, l’areale complessivo è quasi raddoppiato (con un aumento del 46%). Per quanto riguarda il numero di individui però non si può parlare di stima, perché manca un monitoraggio sistematico della specie in tutti e 34 gli Stati. Quindi, secondo il report, potrebbero esserci fino a 150.000 esemplari, ma si tratta di un dato basato sui prelievi venatori, dove la specie è cacciabile, e dati di presenza occasionali, quindi da prendere con le pinze.</p>
<p>Meno marcato è invece l’aumento della lince eurasiatica: si contano complessivamente 9.400 animali in 11 popolazioni, con una crescita rispetto al 2016 del 12% e un ampliamento del 21% dell’areale. Un cambiamento che però potrebbe essere dovuto all’adozione di metodi di monitoraggio diversi per la popolazione baltica e carpatica. La ripresa numerica è in diversi casi legata a interventi di traslocazione, come per la popolazione dinarica e quella delle Alpi sudorientali. Nel 2017 la popolazione dinarica era in declino, fortemente compromessa da una scarsissima variabilità genetica dovuta all’esiguità degli individui fondatori della popolazione reintrodotta in Slovenia nel 1973. Sulle Alpi invece non si registravano più cucciolate. Il progetto europeo <a href="https://www.lifelynx.eu/?lang=it" rel="noopener">LIFE Lynx</a>, che ha visto la collaborazione di Slovenia, Croazia, Italia, Romania e Slovacchia, ha permesso di salvare questa popolazione attraverso il trasferimento di 22 nuovi esemplari, di cui 20 provenienti dai Monti Carpazi e 2 dalla Svizzera. Sulle Alpi italiane sono state rilasciate 4 linci e lo scorso settembre è stata documentata <a href="https://www.youtube.com/watch?v=mMuhJvza5K4" rel="noopener">una cucciolata</a> dal Progetto Lince Italia**.** Altre popolazioni per le quali si è intervenuti con rilasci negli ultimi 7 anni sono quella dei Vosgi e della Foresta Nera in Germania, ma in entrambi i casi si tratta di popolazioni ancora esigue, formate da una decina di individui al massimo.</p>
<p>Il report LCIE non riporta invece informazioni sulla lince iberica che, come suggerisce il nome, vive tra Spagna e Portogallo. Una specie che è stata a un passo dall’estinzione e salvata da un decennale intenso lavoro di conservazione, che ha portato a una ripresa della popolazione del 22%, secondo la IUCN (Unione internazionale per la conservazione della natura) passando da specie a rischio critico di estinzione a specie <a href="https://www.iucnredlist.org/species/12520/218695618" rel="noopener">vulnerabile</a>.</p>
<p>Ultimo della lista è il ghiottone, 1.300 individui distribuiti in due popolazioni nella penisola scandinava, con una crescita del 16% rispetto al 2016, registrata in Finlandia, e un&rsquo;espansione del 4%.</p>
<h2 id="il-declassamento-del-livello-di-tutela-del-lupo">Il declassamento del livello di tutela del lupo</h2><p>Un tema caldo e attuale è la proposta di abbassamento del livello di protezione del lupo, avanzata dall’UE lo scorso dicembre 2023 e approvata formalmente da parte degli Stati membri il 26 settembre 2024. La proposta è stata oggetto di discussione ed è <a href="https://www.coe.int/it/web/portal/-/bern-convention-standing-committee-approves-eu-proposal-to-modify-wolf-protection" rel="noopener">stata adottata</a> nella <a href="https://www.coe.int/en/web/bern-convention/-/44th-meeting-of-the-standing-committee" rel="noopener">44esima riunione della Standing Committee</a> della Convenzione di Berna, che si sta svolgendo in questi giorni a Strasburgo. La Convenzione di Berna è uno strumento giuridico internazionale vincolante in materia di conservazione della natura, che copre gran parte del patrimonio naturale a livello di continente europeo. Ratificata a Berna nel 1979, la Convenzione è entrata in vigore nel 1981 ed è stata sottoscritta da 50 Parti (l&rsquo;UE è una di esse). Fino a oggi, la convenzione ha classificato il lupo come specie “<a href="https://www.coe.int/en/web/bern-convention/eu-proposition-protection-of-the-wolf-faq" rel="noopener">strettamente protetta</a>”. La proposta UE, adottata ieri, è <a href="https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2024/09/26/bern-convention-eu-will-propose-changing-the-conservation-status-of-wolves/" rel="noopener">declassarlo a “specie protetta”</a>. La modifica entrerà in vigore tra tre mesi, a meno che almeno un terzo delle Parti della Convenzione di Berna del Consiglio d&rsquo;Europa non si opponga bloccando la proposta. Se a opporsi a questa decisione sarà meno di un terzo delle Parti, la decisione entrerà in vigore solo per i Paesi che non hanno espresso obiezioni.  La Commissione Europea potrà quindi nei prossimi mesi proporre un adeguamento del regime di protezione del lupo nell&rsquo;ambito della Direttiva Habitat, abbassando anche qui il livello di tutela attuale. Nel <a href="https://rm.coe.int/inf15e-2024-submission-on-behalf-of-the-european-union-of-a-proposal-f/1680b1e94e" rel="noopener">testo</a> della proposta UE si legge che l&rsquo;adattamento del livello di protezione servirà a garantire una maggiore flessibilità nella gestione delle crescenti conflittualità socio-economiche, ma che «l&rsquo;adozione di sistemi di prevenzione dei danni resterà essenziale per garantire una coesistenza tra umani e grandi carnivori sostenibile». Il testo riconosce inoltre che, malgrado il lupo sia in netta ripresa, restano minacce alla sua conservazione quali il bracconaggio e l&rsquo;ibridazione con il cane, ma è più vaga nelle sue conclusioni su come queste minacce continueranno a essere gestite.</p>
<p>Gli esperti della LCIE-IUCN hanno rilasciato nelle scorse settimane un <a href="https://lciepub.nina.no/pdf/638670498186284408_LCIE%20-%20statement%20on%20wolf%20downlisting%20proposal.pdf" rel="noopener"><em>position statement</em></a> in cui esprimono preoccupazione per questa proposta di declassamento, perché non è supportata da solide evidenze scientifiche, come è invece previsto dalla Convenzione stessa. Basare un declassamento su una volontà politica non solo potrebbe compromettere gli sforzi di conservazione raggiunti finora, ma creare un precedente pericoloso per altre specie oggetto di tutela. Gli esperti LCIE sottolineano che non esistono evidenze scientifiche a supporto del fatto che una riduzione dello dello status di protezione possa alleviare i conflitti socio-economici legati alla presenza dei lupi. Al contrario, sostiene il <em>position statement</em>, i conflitti sociali più profondi difficilmente saranno risolti con un abbassamento del livello di protezione, perché questa decisione potrebbe soddisfare alcune parti interessate, ma scontentarne altre. Inoltre, il regime di protezione attuale previsto dalla Convenzione di Berna e dall&rsquo;Allegato IV della Direttiva Habitat consente già l&rsquo;abbattimento dei lupi quando necessario per prevenire gravi danni al bestiame o rischi per la sicurezza umana, quindi è già possibile intervenire in situazioni problematiche senza declassare il livello di protezione legale. Anche se il lupo è in generale ripresa ed espansione in Europa, il miglioramento dello stato di conservazione non è uniforme in tutte le popolazioni e, nella maggior parte dei casi, manca un sistema coordinato e robusto di stima degli effettivi, necessario per guidare le decisioni gestionali. La LCIE contempla quindi la possibilità di non arrivare a un declassamento <em>tout-court</em> per tutta Europa, ma a una distinzione a livello di direttiva delle singole popolazioni. Ma ancora una volta tale strategia dovrebbe essere supportata da solidi dati alla mano. Sottolinea inoltre che, anche qualora il lupo passasse da strettamente protetto a protetto, resterà comunque l’obbligo di garantire uno “stato favorevole di conservazione” e quindi la distribuzione attuale e la connettività tra le popolazioni. Sarebbe a tal punto ancora più sostanziale dotare gli Stati UE di linee guida per garantire il conseguimento di questo obiettivo, evitando forti discrepanze legislative e gestionali tra normative nazionali e internazionali, che renderebbero ancor più complessa la gestione delle tante popolazioni transfrontaliere.</p>
<h2 id="la-complessità-del-ritorno">La complessità del ritorno</h2><p>Per secoli, i grandi predatori sono stati oggetto di una persecuzione sistematica che, unita alla perdita di habitat e alla diminuzione delle prede selvatiche, ne ha drasticamente ridotto le popolazioni, causando estinzioni locali su aree più o meno estese. Le predazioni sul bestiame e la potenziale pericolosità per le persone hanno da sempre reso complicata la relazione con questi animali, temuti e avversati antagonisti da un lato, ma con un fascino che li ha resi protagonisti di leggende, racconti e fiabe, simboli di casate, emblemi di forza. Ancora oggi, i grandi predatori sono un tema complesso e controverso, che trova spazio nei tavoli di discussione politica a vari livelli, da quello locale a quello internazionale, che diventa oggetto di disinformazione e infodemia e che genera accese polemiche tra fazioni opposte.</p>
<p>Il ritorno dei grandi carnivori nell’antropizzata Europa è un importante banco di prova per la società attuale. Questi animali sono quasi scomparsi per azione umana nel passato e ora, anche grazie alle politiche di tutela e a interventi di conservazione, stanno tornando, ma si trovano a condividere un territorio molto affollato (nel territorio UE, dove sono stimati per esempio 23.000 lupi, vivono circa <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/web/interactive-publications/demography-2024" rel="noopener">450 milioni di persone</a>!), dove le occasioni di conflitto sono dietro l&rsquo;angolo. La natura non è necessariamente un&rsquo;immagine da cartolina ed è spesso, al contrario, non piacevole per i nostri parametri. Sicuramente i grandi carnivori incarnano alla perfezione questo dualismo e sono vittime da un lato di una secolare, a volte millenaria, demonizzazione, dall’altro di una visione iconica e che non ne accetta in egual misura la reale natura, non volendo considerare gli aspetti scomodi della presenza di questi animali. In mezzo sta l’imparare a coesistere con la natura reale, e preservarne la diversità e complessità, laddove coesistenza non è sinonimo né di armonia totale né di amore universale e incondizionato verso gli altri viventi, piuttosto la ricerca di un compromesso che garantisca la presenza di popolazioni vitali delle specie animali, che consenta la gestione attiva delle situazioni problematiche, ma al contempo valorizzi e promuova l’adozione di strumenti di prevenzione delle stesse. I grandi carnivori e la loro espansione europea, frutto in moltissime situazioni di sforzi tesi a scongiurare una estinzione nel passato, ci costringono a questo confronto, meritevole di un dialogo aperto e informato.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La COP29 delude. Ma quanti soldi servono per fermare il cambiamento climatico?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cop29-delude-quanti-soldi-servono-fermare-cambiamento-climatico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cop29-delude-quanti-soldi-servono-fermare-cambiamento-climatico/</guid><pubDate>Sun, 24 Nov 2024 12:52:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Il presidente della COP 29 di Baku, Mukhtar Babayev, chiude i lavori con applausi più di sollievo che di entusiasmo. Per fortuna è finita. Il tradizionale tour de force che come d&amp;amp;rsquo;abitudine è terminato in ritardo, disegna un compromesso che scontenta molti. Promette 300 miliardi di dollari all&amp;amp;rsquo;anno per aiutare i paesi in via di sviluppo ad affrontare la transizione, rimandando al 2035 la &amp;amp;ldquo;promessa&amp;amp;rdquo; di 1.300 miliardi annui richiesti. Passi avanti si sono fatti sull&amp;amp;rsquo;articolo 6 dell&amp;amp;rsquo;Accordo di Parigi, che regola il mercato del carbonio, e sul tema della trasparenza. Quella di Baku si conferma come la COP della finanza. Che ha comunque un ruolo importante da giocare, come spiega un report di cui parla questo articolo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/cop29-delude-quanti-soldi-servono-fermare-cambiamento-climatico-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/cop29-delude-quanti-soldi-servono-fermare-cambiamento-climatico-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La <strong>COP 29 di Baku</strong> si è chiusa un giorno in ritardo con un testo variamente criticato, soprattutto dai paesi in via di sviluppo che hanno poca responsabilità ma molti danni derivanti dai cambiamenti climatici in corso. I 300 miliardi di dollari all&rsquo;anno invece dei 1.300 miliardi considerati necessari per affrontare la transizione sono stati commentati così da Tina Stege, inviata delle Isole Marshall per il clima: «Ce ne andiamo con una piccola parte dei finanziamenti di cui i paesi vulnerabili al clima hanno urgentemente bisogno. Non è neanche lontanamente sufficiente. Ma è un inizio». </p>
<p>È bene ricordarlo: qualche decina di paesi, fra i quali le piccole isole, saranno inabitabili se non definitivamente sott’acqua se non si rispetteranno i limiti posti dall’ articolo 2 dell&rsquo;<a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:22016A1019%2801%29&amp;from=IT" rel="noopener">Accordo di Parigi</a> del 2015, cioè «mantenendo l&rsquo;aumento della temperatura media mondiale ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli preindustriali e proseguendo l&rsquo;azione volta a limitare tale aumento a 1,5 °C, riconoscendo che ciò potrebbe ridurre in modo significativo i rischi e gli effetti dei cambiamenti climatici». Cosa possibile solo uscendo a tappe forzate dalla dipendenza dalle fonti fossili. Il testo finale di Baku non fa menzione di questo impegno, nemmeno nella forma edulcorata (<em>“transition away from fossil fuels”</em>) passata l’anno scorso alla COP di Dubai.</p>
<p>A giudicare dagli attuali contributi determinati dei diversi paesi (National Determined Contributions, NDCs), l&rsquo;aumento della temperatura media globale a fine secolo si assesterà fra 2 e 3,6°C, a seconda degli scenari, mentre è virtualmente escluso che si possa restare a +1,5°C (<a href="https://www.unep.org/resources/emissions-gap-report-2024" rel="noopener">Emission Gap Report 2024</a> di UNEP). Il 2024 si chiuderà con un aumento di temperatura media annuale che per la prima volta supera gli 1,5°C. Ricordiamo anche che ad oggi il picco delle emissioni globali di gas serra non è ancora stato raggiunto, e nelle decisioni di Baku non se ne parla.  </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/cop29-delude-quanti-soldi-servono-fermare-cambiamento-climatico-body-1.png.webp" alt="Andamento delle emissioni globali dei gas serra dai 37,8 miliardi di tonnellate CO2 equivalenti del 1990 alle 57,1 miliardi di tonnellate del 2023" width="600" height="309" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Andamento delle emissioni globali dei gas serra dai 37,8 miliardi di tonnellate CO2 equivalenti del 1990 alle 57,1 miliardi di tonnellate del 2023. Fonte Emission Gap Report 2024, UNEP .</p>

<h2 id="la-cop-della-finanza">La &ldquo;COP della finanza&rdquo;</h2><p>Ma torniamo ai soldi: 300 miliardi di dollari all&rsquo;anno da raggiungere &ldquo;entro il 2035&rdquo;, quando sarebbe bene che diventassero 1.300 miliardi (1,3 trilioni). Il bicchiere mezzo pieno è che l’investimento dovuto dai paesi sviluppati ai paesi vulnerabili va triplicato rispetto alla situazione attuale (in realtà meno, come spiega il <a href="https://www.theguardian.com/environment/2024/nov/25/cop29-deal-fails-consider-inflation-not-tripling-target-economists" rel="noopener">Guardian</a>), quello mezzo vuoto è che è quattro volte meno di quanto chiesto dai paesi in via di sviluppo. Questi investimenti dovranno essere fatti sia dal pubblico che dai privati, non sono tutti a fondo perduto, buona parte sono anche prestiti agevolati, che andranno quindi ripagati.</p>
<p>La promessa comunque è che dal 2035 si arriverà alla cifra di 1,3 trilioni. Basterà? Che tipo di investimento complessivo comporterà l&rsquo;azione climatica? Una risposta autorevole arriva dal rapporto, pubblicato appena prima dell&rsquo;inizio della COP29, <a href="https://www.lse.ac.uk/granthaminstitute/wp-content/uploads/2024/11/Raising-ambition-and-accelerating-delivery-of-climate-finance_Third-IHLEG-report.pdf" rel="noopener"><em>Raising Ambition and Accelerating Delivery of Climate Finance</em></a>, di ILHEG, curato da esperti di alto livello quali Amar Bhattacharya, Vera Songwe e <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Nicholas_Stern,_Baron_Stern_of_Brentford" rel="noopener">Nicholas Stern</a>. </p>
<p>Il documento offre una analisi dettagliata del panorama attuale degli investimenti per l&rsquo;azione climatica e avanza proposte concrete per mobilitare le risorse necessarie, che sono ovviamente ben maggiori delle cifre girate a Baku. Per gli economisti dell’IHLEG quello che effettivamente servirebbe a partire dal 2030 per stare nei termini dell’Accordo di Parigi è pari a <strong>6,3-6,7 trilioni di dollari all&rsquo;anno,</strong> di cui</p>
<ul>
<li>2,7-2,8 trilioni per le economie avanzate,</li>
<li>1,3-1,4 trilioni per la Cina</li>
<li>2,3-2,5 trilioni  per i paesi in via di sviluppo. </li>
</ul>
<h2 id="puntare-sulla-crescita">Puntare sulla crescita</h2><p>Ma oggi quanto stiamo già investendo per la transizione? Il rapporto IHLEG stima che il volume di investimenti per l’azione climatica nel 2023 sia stato di circa 1,6 trilioni. Si tratta peraltro di una cifra destinata a crescere rapidamente: l’<a href="https://www.iea.org/reports/world-energy-outlook-2024" rel="noopener">Agenzia internazionale per l’energia</a> prevede che il 2024 si chiuderà con 2 trilioni di investimenti nelle energie rinnovabili, soprattutto il solare che va come un razzo (soprattutto in Cina) e che è destinato in pochi anni a superare in termini di capacità energetica tutte le altre fonti energetiche. Il suo sviluppo, seguito da quello dell’eolico, è quasi esponenziale, secondo un <a href="https://www.economist.com/leaders/2024/06/20/the-exponential-growth-of-solar-power-will-change-the-world" rel="noopener">articolo dell’Economist</a>.</p>
<p>Purtroppo però se le rinnovabili crescono, gas e petrolio non scendono. Le prime costano di meno, ma le secondo sono ancora blindate da circa 1,3 trilioni di sussidi cosiddetti tossici.</p>
<p>Per il think tank di economisti autori del rapporto, la vera sfida è passare da 2 a più di 6 trilioni all’anno, di cui 2,4 destinati ai paesi in via di sviluppo, così suddivisi:</p>
<ul>
<li>1,6 trilioni destinati alla transizione energetica pulita,</li>
<li>0,25 trilioni per l&rsquo;adattamento e la resilienza,</li>
<li>0,25 trilioni per perdite e danni climatici,</li>
<li>0,3 trilioni per il capitale naturale e l&rsquo;agricoltura sostenibile</li>
<li>0,04 trilioni per promuovere una transizione giusta. </li>
</ul>
<p>Giusto per curiosità, le spese militari globali ammontano oggi a 2,4 trilioni.</p>
<h2 id="i-costi-e-i-benefici-di-una-nuova-rivoluzione-industriale">I costi e i benefici di una nuova rivoluzione industriale</h2><p>Ce la faremo a passare da 2 a 6 trilioni? Seimila miliardi di dollari sono circa il 6% del PIL mondiale previsto al 2030.</p>
<p>Va anche detto che il PIL globale cresce di almeno 15 trilioni al decennio, come è successo dal 2010 al 2020, ma dal 2000 al 2010 è cresciuto di 30 trilioni, e probabilmente al 2050 potrebbe raddoppiare se è vero che quella che stiamo vivendo è una nuova rivoluzione industriale. Ed è questo il messaggio più interessante degli economisti: l&rsquo;aumento degli investimenti climatici soprattutto nei paesi emergenti e in via di sviluppo può sbloccare una significativa crescita economica nel 21° secolo, generando notevoli risparmi e benefici rispetto ai costi dell&rsquo;inazione. I costi evitati (come gli impatti negativi sulla produttività e la salute, i danni alle risorse e la perdita di biodiversità) e i co-benefici dell&rsquo;azione climatica (come l&rsquo;aumento della produttività, il miglioramento dei servizi ecosistemici e il rafforzamento della stabilità sociale) potrebbero ammontare a circa il 15-18% del PIL globale nel 2030. Inoltre, i risparmi finanziari derivanti dal passaggio a un&rsquo;economia a basse emissioni di carbonio potrebbero ammontare all'11-18% del PIL globale (derivanti, ad esempio, dalla riduzione degli investimenti, dei consumi e delle importazioni di combustibili fossili e da un minor numero di sussidi dannosi per l&rsquo;ambiente).</p>
<h2 id="il-futuro-degli-investimenti-è-soprattutto-in-africa">Il futuro degli investimenti è soprattutto in Africa</h2><p>Ma le COP fanno solo un pezzo della rivoluzione verde, comunque importante se si pensa al fatto che un altro risultato significativo di Baku è stato per la prima volta mettere a posto i meccanismi di mercato di cui si parla nell’<a href="https://unfccc.int/process-and-meetings/the-paris-agreement/article-64-mechanism" rel="noopener">articolo 6 dell’Accordo di Parigi</a>, e altri aspetti che riguardano trasparenza e adattamento (<a href="https://www.italiaclima.org/cop29-analisi-completa-italian-climate-network/#trasparenza" rel="noopener">qui</a> l&rsquo;analisi completa di Italian Climate Netwotk).</p>
<p>Il resto del lavoro lo dobbiamo fare noi, soprattutto il mondo della governance economica pubblica e privata mondiale: con un mercato del carbonio da rendere più regolato ed efficiente, banche multilaterali di sviluppo da riformare, fiscalità orientata all’innovazione verde, una politica del debito più avanzata. Soprattutto una cooperazione Nord-Sud e ancora di più Sud-Sud più lungimirante. Perché la transizione - piccolo particolare - ha bisogno per farcela di avvicinare i più poveri ai più ricchi, ridurre drasticamente le disuguaglianze, e mettere la crescita sostenibile nelle mani di chi adesso non riceve quasi niente, a partire dall’Africa.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Di latticini, biotecnologie e latte sintetico</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/latticini-biotecnologie-latte-sintetico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/latticini-biotecnologie-latte-sintetico/</guid><pubDate>Wed, 20 Nov 2024 08:52:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Giulia Lupi</dc:creator><category>alimentazione</category><description>La produzione di formaggio è tradizionalmente legata all’allevamento bovino, ma l’uso di batteri geneticamente modificati per produrre caglio ha ridotto in modo significativo la necessità di sacrificare vitelli. Le mucche, però, devono comunque essere ingravidate per la produzione di latte, con conseguente nascita dei vitelli: come si può ovviare? Una risposta è il latte &amp;amp;ldquo;sintetico&amp;amp;rdquo; (non propriamente coltivato), che, al di là dei vantaggi etici, ha anche un minor costo ambientale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/latticini-biotecnologie-latte-sintetico-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/latticini-biotecnologie-latte-sintetico-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Per fare il formaggio ci vuole il latte (e il caglio). Per fare sia il latte che il caglio servono le vacche (e i vitelli). Cioè ci vuole una vitella di razza lattifera, allevata fino a raggiungere l’età riproduttiva, inseminata artificialmente appena possibile con il seme di un toro selezionato e successivamente “forzata”, cioè con periodi brevissimi tra una gravidanza e la successiva e tra una lattazione e l’altra, in modo da produrre più latte possibile per il maggior tempo possibile nell’arco dell’anno.</p>
<p>Questo è a grandi linee il metodo di produzione industriale del latte. Il destino del “sottoprodotto” della gravidanza, se è di sesso femminile, segue il destino di sua madre; se è maschio, diventa “<a href="https://www.sfizioso.it/vitello-carne-bianca-o-rossa/" rel="noopener">vitello a carne bianca</a>” … o caglio. Per fare il formaggio infatti si deve cagliare il latte. Il caglio contiene enzimi prodotti dallo stomaco di tutti i mammiferi; dagli erbivori in età precocissima, prima che siano svezzati, viene il caglio migliore. Quindi per fare un caglio ci vuole uno stomaco (semicitazione dal <a href="https://www.youtube.com/watch?v=EEZTIwhRf48" rel="noopener">grande classico</a>). In passato, l’aumentare della richiesta di formaggio ha causato autentiche carneficine, fino a rischiare di non avere abbastanza vitellini da &ldquo;usare&rdquo; per cagliare tutto il latte necessario, anche perché il consumo di carne di vitello, invece di crescere come quello di formaggio, calava. I cagli alternativi, vegetali, non vanno bene perché sono di scarsa qualità.</p>
<p>Questo finché non <a href="https://www.scientificamerican.com/blog/food-matters/do-gmo-opponents-have-a-problem-with-cheese/" rel="noopener">si è escogitato</a> un ottimo sistema: far produrre gli enzimi del caglio a dei batteri modificati geneticamente. La solita, cara, vecchia, immancabile <em>Escherichia coli</em>; cosa faremmo senza di lei, oltre a estinguerci per mancanza di un simbionte intestinale importantissimo? Inserito in quello del batterio il pezzetto di DNA utile a fargli produrre la chimosina et voilà, il gioco è fatto.</p>
<p>La maggior parte del formaggio di produzione industriale oggi (<a href="https://gizmodo.com/you-can-thank-genetic-engineering-for-your-delicious-ch-1701156684" rel="noopener">circa il 90%</a> in Gran Bretagna e Stati Uniti) si ottiene mediante caglio prodotto da organismi geneticamente modificati, non più dagli stomaci dei vitelli. In Italia si utilizza ancora caglio animale per i formaggi DOP, perché il disciplinare lo impone, per ragioni, francamente incomprensibili alla scrivente, di fedeltà ai metodi tradizionali di produzione, e naturalmente per quello biologico, che non ammette in partenza nessuna biotecnologia in quanto “innaturale”.</p>
<p>Benissimo, non serve più uccidere per forza dei vitelli per fare il caglio. Però cosa si fa allora di tutti quei vitelli? Perché le vacche vadano in lattazione e producano latte devono essere ingravidate, e questo comporta due risultati: il latte e il vitello. La soluzione c’è già: basta eliminare le vacche.</p>
<p>Di latte &ldquo;sintetico&rdquo; è un bel po&rsquo; che si parla: niente a che fare con il latte vegetale, si può produrre con lo stesso sistema con cui si fa il caglio, cioè attraverso la cosiddetta fermentazione di precisione, utilizzando microorganismi geneticamente modificati ai quali sono aggiunti i geni dei bovini per la produzione di caseine, partendo, come fonte nutritiva, da altri substrati, che possono essere residui di altre lavorazioni. Le caseine quindi possono essere mescolate a zuccheri e grassi per ottenere un liquido dalle caratteristiche organolettiche uguali al latte.</p>
<p>Adesso poi si è messo a punto anche un altro sistema: si allevano direttamente le cellule delle ghiandole lattifere senza il resto della vacca. Probabilmente sulla scia della carne coltivata, si comincia a parlare di latte coltivato. In realtà non sarebbe esatto nemmeno &ldquo;coltivato&rdquo;, come paragone con la carne: quelle della carne sono cellule muscolari, connettive e lipidiche che si moltiplicano di numero, come quasi tutte le cellule dei viventi. Quindi il termine &ldquo;coltivare&rdquo; ci sta: sono colture di cellule. Il latte non è un tessuto, non può crescere né moltiplicarsi, è prodotto da determinate cellule, ma non si può mettere in coltura. Quindi come non si parla di coltivare il latte allevando vacche, in realtà non si &ldquo;coltiva&rdquo; il latte coltivato.</p>
<p>Sottigliezze linguistiche a parte, la soluzione è già applicata da diversi paesi. Il sapore &ldquo;è quasi identico&rdquo;, assicurano i produttori. E per questo l&rsquo;unico modo per saperlo sarebbe di verificare bevendone un bicchiere. Ma il &ldquo;quasi&rdquo; eventuale viene annullato se il latte è utilizzato come ingrediente in tutti i prodotti a base di latte o che ne contengono, prodotti da forno, pasticceria, gelati eccetera. Infatti <a href="https://www.timesofisrael.com/topic/cultured-milk/" rel="noopener">in Israele</a> e Stati Uniti si usa già per quegli scopi. Il primo paese a metterlo in commercio è stato proprio Israele, è già autorizzato anche negli Stati Uniti e <a href="https://www.agcanada.com/daily/animal-free-milk-gets-green-light-in-canada" rel="noopener">in Canada</a>, poi <a href="https://fhafnb.com/blog/cultured-milk/" rel="noopener">a Singapore</a>. La Danone ha investito 3,5 milioni di dollari in Israele sul latte cow-free e la Remilk (start up israeliana) pensa di aprire uno stabilimento di produzione in Danimarca.</p>
<p>Aspetti etici a parte, l&rsquo;impatto ambientale, come la sottrazione di suolo per coltivare il cibo per le vacche, il consumo di acqua, le emissioni di gas serra per le colture del cibo e del micidiale metano prodotto dai bovini, sarebbe assai ridotto allevando solo le cellule delle ghiandole mammarie invece che le intere vacche che le possiedono.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Siamo troppi o troppo pochi? Dalla sovrappopolazione all'Age of Depopulation</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/siamo-troppi-troppo-pochi-sovrappopolazione-allage-of-depopulation/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/siamo-troppi-troppo-pochi-sovrappopolazione-allage-of-depopulation/</guid><pubDate>Wed, 13 Nov 2024 08:24:00 +0100</pubDate><category>ambiente</category><description>Rivoluzione verde e miglioramenti nella gestione delle risorse hanno indebolito i timori legati alla sovrappopolazione che si erano diffusi a partire dagli anni &amp;amp;lsquo;60. Oggi, il problema è opposto e siamo forse entrati nell’“Age of Depopulation,” un nuovo contesto solleva domande sull’impatto ambientale: un numero minore di persone potrebbe ridurre le risorse disponibili per la conservazione della natura e la gestione degli ecosistemi.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/siamo-troppi-troppo-pochi-sovrappopolazione-allage-of-depopulation-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/siamo-troppi-troppo-pochi-sovrappopolazione-allage-of-depopulation-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel 1962, John Calhoun, un giovane biologo statunitense, pubblicò su <em>Scientific American</em> un articolo concernente un suo esperimento. Calhoun aveva constatato che i topi immessi all’interno di un ampio granaio si riproducevano rapidamente ma, giunti a un certo punto, la popolazione si stabilizzava: i topi più anziani morivano perché era loro precluso dai più giovani l’accesso al cibo, mentre la maggior parte dei nuovi nati erano eliminati. Calhoun concluse che l’esperimento offriva utili indizi anche in riferimento all’aumento della popolazione umana (sull’esperimento si veda Alan Dugatkin, <em>Dr Calhoun’s Mousery: The strange Tale of a celebrated scientist, a rodent Dystopia and the future of Humanity</em>, University of Chicago Press, 2024).</p>
<p>Lo studio costituisce il primo segnale del diffondersi della paura per la sovrappopolazione: molti nei paesi industrializzati accusano i paesi poveri, dove l’aumento della popolazione era più consistente, di essere i principali responsabili della distruzione delle risorse naturali e dell’ambiente. Due libri alimentano questa paura. <em>Famine 1975! America’s Decision: Who Will Survive?</em> di William e Paul Paddock, pubblicato nel 1967, afferma che, a causa del rapido aumento della popolazione nel mondo, entro pochi anni si sarebbe verificata una carestia di enormi proporzioni con milioni di vittime. Dell’anno seguente è <em>The Population Bomb</em>, di un ambientalista ed entomologo statunitense, Paul Ehrlich. L’autore avverte che, a causa dell’incontenibile aumento della popolazione mondiale, «Nei prossimi 15 anni arriverà la fine. E con la parola fine intendo il crollo nell’intero pianeta della possibilità di nutrire l’umanità».</p>
<p>Queste affermazioni crearono un vasto allarme sociale, ma si sono rivelate prive di fondamento. Il problema, ammonisce la FAO, non è tanto la sovrappopolazione mondiale e la mancanza di risorse, quanto la cattiva gestione delle risorse esistenti. Danneggiano l’ambiente i consumi incontrollati, la riduzione della biodiversità dovuta all’estendersi degli allevamenti e il cambiamento climatico provocato dall’uso di combustibili fossili. La fame non è prodotta dalla mancanza di risorse ma dalla disuguaglianza, ricorda l’economista premio Nobel Amartya Sen. Peraltro, proprio in quegli anni si stavano manifestando gli effetti della Rivoluzione verde lanciata anni prima dall’agronomo e genetista statunitense Norman Borlaug, basata su tre strumenti: la ricerca e l’utilizzazione di sementi più resistenti o più produttive, l’applicazione di adeguate tecniche di irrigazione e l’uso di fertilizzanti appropriati. Peraltro il tasso di fertilità globale, da 4,8 nascite per donna nel 1950, comincia a diminuire fino a raggiungere quota 2,2 nel 2021.</p>
<p>Da anni l’idea che siamo troppi è stata accantonata. Nel 2013 lo studioso di sistemi ambientali Erle C.Ellis pubblicava sul <em>New York Times</em> “<a href="https://www.nytimes.com/2013/09/14/opinion/overpopulation-is-not-the-problem.html" rel="noopener">La sovrappopolazione non è il problema</a>”. Oggi, al contrario, l’allarme è dato dal calo della popolazione in diversi contesti, come in molte regioni d&rsquo;Europa. Ma se nel 1300 la riduzione era stata causata da cause naturali, la pandemia di peste, oggi è prodotta da scelte delle persone che non fanno più figli. Quella era una storia di fallimento e di incapacità nel contenere la diffusione dell’epidemia; il declino della popolazione attuale è una storia di successo che riflette i progressi nell&rsquo;accesso a moderni metodi contraccettivi, nell&rsquo;istruzione femminile e nell’estendersi dei diritti per le donne. Sempre più donne scelgono di ritardare la maternità o di avere meno figli per perseguire l’obiettivo dell’indipendenza e opportunità di istruzione e di lavoro. Questa tendenza si rileva chiaramente, per esempio nella <a href="https://www.thelancet.com/action/showPdf?pii=S0140-6736%2820%2930677-2" rel="noopener">ricerca del Global Burden of Disease Study pubblicato da <em>Lancet</em> nel 2020</a>, in cui si prevede che la crescita globale della popolazione si invertirà nel 2064, e dai 9,7 miliardi scenderà  a 8,7 miliardi nel 2100. Alla luce di queste proiezioni, solo un pugno di Paesi avrà ancora un numero di figli per donna superiore a 2,1 (tasso di sostituzione). Al punto che nelle <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2824%2900550-6/fulltext" rel="noopener">nuove stime</a> del Global Burden of Disease Study pubblicate su <em>Lancet</em> nel 2024, a fine secolo i paesi che avranno un tasso di fertilità sopra il tasso di sostituzione di 2,1 saranno solo sei: Samoa, Somalia, Tonga, Niger, Chad, e Tagikistan. </p>
<p>Va detto che l&rsquo;agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di popolazione (UNDP) fa culminare l&rsquo;aumento della popolazione un po&rsquo; dopo, nel 2084, e a un livello più alto (10,4 miliardi di persone, <a href="https://ourworldindata.org/un-population-2024-revision" rel="noopener">vedi sintesi di Our World in Data</a>). Ma è anche vero che buona parte dei modelli utilizzati dall&rsquo;IPCC per gli scenari climatici a fine secolo impiegano un metodo più vicino allo studio che prevede una diminuzione demografica più netta, perché considerato più robusto. L&rsquo;IPCC sottolinea anche che una diminuzione della popolazione resta un presupposto importante per ridurre le emissioni e quindi positiva per il constrasto dei cambiamenti climatici. Peraltro, anche considerando l&rsquo;adattamento agli impatti climatici, ridurre le nascite nei paesi più popolosi e più poveri come quelli dell&rsquo;Africa subsahariana esporrebbe meno persone alle condizioni ambientali insostenibili che ormai caratterizzano quelle latitudini.</p>
<p>Ma se guardiamo all&rsquo;altra parte del mondo dove la cosiddetta <a href="http://www.foreignaffairs.com/world/age-depopulation-surviving-world-gone-gray-nicholas-eberstadt#" rel="noopener">Age of Depopulation</a> è in pieno corso, non è detto che i benefici ambientali siano altrettanto assicurati. Non bisogna dimenticare infatti che la natura e l’ambiente non sono ormai entità indipendenti nelle quali l’essere umano conduce la sua esistenza. Sono oggi, come avvertiva Bill McKibben in <em>The End of Nature</em>, in gran parte prodotti e plasmati dall’essere umano e mantenuti grazie ai suoi sforzi e ai suoi investimenti. Sforzi e investimenti in un mondo dove ci saranno sempre meno persone in età lavorativa e sempre più anziani da accudire e assistere, e dove le diminuite risorse finanziarie degli Stati dovranno essere utilizzate prioritariamente per pensioni, sanità e assistenza, riducendo così i finanziamenti destinati alla tutela dell’ambiente.</p>
<p>Questo significa che il mondo futuro nell’Age of Depopulation sarà da scoprire e da costruire. E così pure il suo ambiente.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Trump ora è un serio problema per il clima</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/trump-ora-serio-problema-clima/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/trump-ora-serio-problema-clima/</guid><pubDate>Thu, 07 Nov 2024 08:53:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Donald Trump, da gennaio 2025, sarà il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America (e il primo che lo farà da pregiudicato).</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/trump-ora-serio-problema-clima-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/trump-ora-serio-problema-clima-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Donald Trump, da gennaio 2025, sarà il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America (e il primo che lo farà da <a href="https://www.bbc.com/news/world-us-canada-61084161" rel="noopener">pregiudicato</a>). Il Senato passa a maggioranza repubblicana così come, probabilmente, lo sarà la Camera. I risultati sono perfettamente in linea con i <a href="https://www.270towin.com/" rel="noopener">sondaggi</a>, secondo i quali, soprattutto nelle ultime settimane, era evidente il sostanziale pareggio negli stati in bilico tra i due candidati. Tutto si è svolto fatalmente all’interno degli intervalli di incertezza: nessuna sorpresa, forse solo molte speranze infrante.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/trump-ora-serio-problema-clima-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/trump-ora-serio-problema-clima-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/trump-ora-serio-problema-clima-body-1.png.webp 1050w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1050" height="670" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>270toWin, a pochi giorni dal voto, illustrava uno scenario in cui entrambi i candidati avrebbero potuto vincere.</p>
<h2 id="il-vano-tentativo-di-sostenere-harris">Il vano tentativo di sostenere Harris</h2><p>Le preoccupazioni provenienti da una parte considerevole della comunità scientifica, infatti, erano già state esplicitate, a partire innanzitutto dalla rivista <em>Scientific American</em>, che a settembre aveva <a href="https://www.scientificamerican.com/article/vote-for-kamala-harris-to-support-science-health-and-the-environment/" rel="noopener">esortato</a> a votare Kamala Harris, così come era <a href="https://www.scientificamerican.com/article/scientific-american-endorses-joe-biden1/" rel="noopener">accaduto</a> per Biden quattro anni prima. È quindi la seconda volta nella storia che una rivista del genere si espone così tanto nelle elezioni americane. Nel 2020, anche <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-020-02852-x" rel="noopener"><em>Nature</em></a> aveva appoggiato Biden, quest’anno non ha esplicitato l’<em>endorsement</em> ma ha comunque <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-024-03417-y" rel="noopener">scritto</a> molto chiaramente cosa sarebbe potuto succedere con Trump alla Casa Bianca:</p>
<blockquote>
<p>I due candidati […] rappresentano visioni molto diverse sulle sfide e le opportunità che il paese deve affrontare e sul ruolo degli Stati Uniti sulla scena internazionale. Nei suoi ruoli precedenti [di Harris, ndr] e attuali, ha cercato di promuovere politiche in linea con il consenso scientifico, con l&rsquo;obiettivo di mantenere la sicurezza delle persone e proteggere la salute pubblica e l’ambiente. […] Da presidente, Trump ha ignorato più volte le evidenze scientifiche, minando le agenzie di scienza e salute pubblica nazionali e globali. Ha negato la scienza sul clima, mentito sulla risposta del governo agli uragani e chiesto agli scienziati di indagare sull’uso di disinfettanti per curare il COVID-19.</p></blockquote>
<p><em>Nature</em>, come altri, ricorda che il risultato maggiore dell’amministrazione Biden è chiaramente stato l’<em>Inflation Reduction Act</em> del 2022, che prevede investimenti per oltre un trilione di dollari in tecnologie per la transizione energetica entro un decennio. Provvedimento che va a potenziare particolarmente l’industria statunitense, generando numerosi posti di lavoro. D’altra parte, che la transizione ecologica richieda più posti di lavoro rispetto a quelli che farà perdere è <a href="https://www.iea.org/data-and-statistics/charts/employment-growth-in-clean-energy-and-related-areas-to-2030-in-the-announced-pledges-and-net-zero-scenarios" rel="noopener">cosa nota</a> da tempo secondo l’Agenzia internazionale per l’energia. Questo dato, secondo le analisi che si trovano un po’ ovunque in riviste specializzate, potrebbe in effetti essere uno dei pochi motivi per cui Trump avrà difficoltà a eliminare l’<em>Inflation Reduction Act</em>, anche <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2024/oct/28/donald-trump-climate-change-environment" rel="noopener">perché</a> molti «conservatori hanno visto un afflusso sproporzionato di investimenti e posti di lavoro nelle energie pulite nelle loro circoscrizioni», scrive il <em>Guardian</em>. In ogni caso, da candidato ha promesso di farlo e contestualmente dare man forte a nuove esplorazioni petrolifere.</p>
<p><em>Nature</em> ci ricorda anche come Biden abbia cercato di «proteggere le agenzie di regolamentazione, come l&rsquo;Agenzia per la Protezione dell&rsquo;Ambiente (EPA), da interferenze politiche». La stessa agenzia che Trump ha invece <a href="https://www.nytimes.com/2024/10/29/climate/epa-trump-election.html" rel="noopener">indebolito</a> fortemente quando era Presidente. In più, ora, ha promesso di voler «riorganizzare le posizioni di decine di migliaia di impiegati federali, inclusi scienziati e funzionari dell’esecutivo».</p>
<p>Gli effetti della vittoria di Trump, secondo un’analisi che <em>Carbon Brief</em> aveva condotto a marzo, porterebbero 4 miliardi di tonnellate di emissioni in più negli Stati Uniti entro il 2030 rispetto alle politiche di Joe Biden. In più, «è molto probabile che gli Stati Uniti non raggiungano il loro impegno globale per il clima» entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005: «le emissioni scenderebbero solo del 28%». Attualmente l&rsquo;obiettivo posto da Biden è del 50-52%.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/trump-ora-serio-problema-clima-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/trump-ora-serio-problema-clima-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/trump-ora-serio-problema-clima-body-2.png.webp 1024w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1024" height="763" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Lo stesso <em>think tank</em> ha raccolto le principali affermazioni sul clima di Trump e Harris (e dei loro vice) che fanno svanire i dubbi sulle possibilità che in questi anni l’ex Presidente abbia cambiato idea al riguardo. Ne segnaliamo alcune, le altre <a href="https://www.carbonbrief.org/us-election-2024-how-kamala-harris-and-donald-trump-differ-starkly-on-energy-and-climate/" rel="noopener">possono essere consultate qui</a>.</p>
<blockquote>
<p>La minaccia più grande non è il riscaldamento globale, dove l&rsquo;oceano salirà di un ottavo di pollice nei prossimi 400 anni… e avrai più proprietà fronte mare… La minaccia più grande è il riscaldamento nucleare… Per me, il problema più grande non è il cambiamento climatico. (Agosto 2024 [affermazione completamente falsa: oggi il mare si sta <a href="https://climate.copernicus.eu/climate-indicators/sea-level#:~:text=Global%20mean%20sea%20level%20rise%20has%20accelerated%20from%20a%20trend,over%20the%20past%2030%20years." rel="noopener">alzando</a> di 4 millimetri circa ogni anno, ndr])</p></blockquote>
<blockquote>
<p>Vogliamo terminare la truffa del Green New Deal. (Agosto 2024)</p></blockquote>
<blockquote>
<p>We will drill, baby, drill… Molto dipende dall&rsquo;energia. E ricorda, abbiamo più oro liquido sotto i nostri piedi di qualsiasi altro paese di gran lunga. Siamo una nazione che ha l&rsquo;opportunità di fare una fortuna assoluta con la sua energia. Ce l&rsquo;abbiamo noi e la Cina no. (Luglio 2024)</p></blockquote>
<p>D’altra parte, la decisione simbolo della lotta di Trump contro la transizione ecologica fu l’assurda <a href="https://www.bbc.com/news/science-environment-54797743" rel="noopener">uscita</a> degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sul clima e la quasi assenza di partecipazione alle COP delle Nazioni Unite durante la sua presidenza. Il segretario ONU Antonio Guterres ha espresso la sua preoccupazione qualche mese fa al riguardo, «è molto importante che gli Stati Uniti rimangano nell&rsquo;Accordo di Parigi [&hellip;]. Non vogliamo un accordo di Parigi azzoppato», scrive il <em><a href="https://www.theguardian.com/environment/2024/nov/01/a-trump-presidency-could-cripple-the-paris-climate-agreement-warns-un-chief-antonio-guterres" rel="noopener">Guardian</a></em>. Il climatologo Micheal Mann, da parte sua, era stato più pessimista: «Una seconda presidenza di Trump significherebbe la fine per un&rsquo;azione climatica significativa in questo decennio, e stabilizzare il riscaldamento sotto i 1,5°C probabilmente diventerà impossibile».</p>
<h2 id="le-leggi-ambientali-cancellate-o-indebolite-da-trump">Le leggi ambientali cancellate o indebolite da Trump</h2><p>Nel 2021 il <em>New York Times</em> – che ora <a href="https://www.nytimes.com/2024/11/02/climate/trump-climate-courts-lawsuits.html" rel="noopener">mette in guardia</a> da possibili interferenze repubblicane in processi contro le politiche climatiche di Biden nei tribunali federali – aveva <a href="https://www.nytimes.com/interactive/2020/climate/trump-environment-rollbacks-list.html" rel="noopener">elencato</a> tutte le norme ambientali che Trump ha smantellato o indebolito negli anni di presidenza. Modifiche che hanno inevitabilmente causato maggiori emissioni tanto di gas serra quanto di inquinanti vari.</p>
<h3 id="abbiamo-tradotto-lelenco-in-italiano-compilato-in-tabelle-specificando-lagenzia-di-riferimento-e-lo-stato-della-modifica-completata-in-corso-eccpotete-trovarlo-a-questo-link">Abbiamo tradotto l&rsquo;elenco in italiano, compilato in tabelle, specificando l&rsquo;agenzia di riferimento e lo stato della modifica (completata, in corso, ecc.): <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/trump-ora-serio-problema-clima-leggi-clima-trump-nytimes-tradotte.pdf">potete trovarlo a questo link</a>.</h3><p>Il <em>New York Times</em>, ancora, è tra i giornali che segnalano la vicinanza delle politiche di Trump al piano d&rsquo;azione conservatore e sovranista <a href="https://www.project2025.org/truth/" rel="noopener">Project 2025</a>. Lo stesso Trump aveva preso le distanze durante il dibattito con Harris, <a href="https://www.bbc.com/news/articles/c977njnvq2do" rel="noopener">fatto sta</a> che decine di ex funzionari della sua ultima amministrazione hanno contribuito a formularne le proposte. Neanche a dirlo, il Project 2025 non vede di buon occhio le politiche climatiche democratiche e vorrebbe, tra le altre cose:</p>
<ul>
<li>«Interrompere la collaborazione e i finanziamenti verso fondazioni progressiste, imprese, istituzioni internazionali e ONG che promuovono il &ldquo;fanatismo climatico&rdquo;»</li>
<li>«Porre fine alla &ldquo;guerra&rdquo; dell&rsquo;amministrazione Biden contro i combustibili fossili nei paesi in via di sviluppo e sostenere la gestione responsabile delle riserve di petrolio e gas come metodo più rapido per porre fine alla povertà e alla dipendenza dall&rsquo;aiuto internazionale»</li>
<li>«Deregolamentazione per le grandi imprese e l&rsquo;industria petrolifera»</li>
<li>«Aumento delle trivellazioni nell&rsquo;Artico».</li>
</ul>
<h2 id="oltre-il-clima">Oltre il clima</h2><p>Doveroso ricordare anche qualche altra impresa compiuta dal nuovo capo degli Stati Uniti, in aggiunta ai danni arrecati al clima globale. Ricordiamo che, nel bel mezzo della pandemia, Trump <a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2820%2931527-0/fulltext" rel="noopener">ritirò</a> gli Stati Uniti dall&rsquo;Organizzazione Mondiale della Sanità causando non pochi problemi alla salute pubblica del proprio paese e del resto dei mondo. Secondo il <em>Lancet</em> si <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2021/feb/10/us-coronavirus-response-donald-trump-health-policy" rel="noopener">sarebbero potuti</a> evitare il 40% dei morti americani dalla gestione di Trump di Covid-19.</p>
<p>Il <em><a href="https://www.scientificamerican.com/article/vote-for-kamala-harris-to-support-science-health-and-the-environment/" rel="noopener">Scientific American</a></em> ci ricorda che l’amministrazione Biden-Harris ha aumentato l’accesso all’assicurazione sanitaria e che Harris «sostiene l&rsquo;espansione di Medicaid, il programma sanitario degli Stati Uniti per le persone a basso reddito». Parallelamente, Trump promette «tagli di bilancio miliardari per il Centers for Disease Control and Prevention e per i National Institutes of Health, gli enti che hanno avviato il programma di ricerca sui vaccini Covid». E gli esempi potrebbero continuare.</p>
<p>Insomma, Trump non ha sostanzialmente mai dato prova di riconoscere le evidenze scientifiche nel fare politica, come anche molti altri leader di stampo conservatore in giro per il mondo. Per la prima volta, Trump ha addirittura superato Harris anche nel voto popolare, cioè quello non filtrato dai meccanismi maggioritari che passano dai collegi dei singoli stati e dai Grandi Elettori. Pensare che la scienza resti neutrale di fronte a tutto questo è un’illusione, <em>endorsement</em> espliciti o meno. D&rsquo;altra parte, è dall&rsquo;invenzione della bomba atomica che la scienza non è neutrale. E forse nemmeno l&rsquo;informazione scientifica può più esserlo.</p>
<p>La lunga analisi dell’esito elettorale dovrà tenere conto inevitabilmente anche del ruolo di attori <a href="https://www.ilpost.it/2024/11/06/elon-musk-donald-trump-campagna-elettorale/" rel="noopener">esterni</a>, come le lotterie milionarie di Elon Musk e gli spazi di X concessi a Trump senza contraddittorio né verifica dei fatti; o come anche il ruolo della <a href="https://www.ilpost.it/2020/08/19/trump-russia-rapporto-elezioni-2016/" rel="noopener">Russia</a>, le cui ingerenze nel 2016 sono state confermate dallo stesso Senato americano. In ogni caso, la propaganda &ldquo;anti-scienza&rdquo; (e non solo) attecchisce probabilmente dove il contesto culturale non è sufficientemente solido per digerire la disinformazione. Stiamo entrando nel quinquennio al termine del quale dovremmo ridurre del 55% le emissioni di gas serra: da qui al 2028, forse, ci toccherà fare senza gli Stati Uniti. Questo, per tutti noi che siamo professionisti della comunicazione, ci pone davanti a sfide molto complesse. Almeno per i prossimi quattro anni.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>COP16: l'ennesima occasione persa per la biodiversità</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cop16-lennesima-occasione-persa-biodiversita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cop16-lennesima-occasione-persa-biodiversita/</guid><pubDate>Wed, 06 Nov 2024 09:12:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><category>ambiente</category><description>La COP16 si è conclusa senza accordi concreti sui finanziamenti per la biodiversità, lasciando in sospeso obiettivi cruciali per proteggere la natura. Mentre i progressi sulla gestione delle risorse genetiche e sul coinvolgimento delle comunità indigene sono incoraggianti, l&amp;amp;rsquo;assenza di un piano finanziario chiaro rende incerto il futuro della biodiversità globale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/cop16-lennesima-occasione-persa-biodiversita-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/cop16-lennesima-occasione-persa-biodiversita-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La COP16 si è conclusa rimandando a prossimi appuntamenti i risultati concreti che si dovevano portare a casa nei dieci giorni di consesso, <em>in primis</em> con un niente di fatto sulla questione dei finanziamenti a favore della biodiversità. Che si finisse con l’essere rimandati lo faceva presagire il tremendo ritardo dei singoli Stati nel fare i propri compiti a casa: su 196 Paesi solo 44 hanno redatto i piani nazionali per la biodiversità (National biodiversity pledges) che dovevano essere uno dei principali oggetti di discussione, molti sono stati sottomessi alla comunità internazionale durante lo svolgimento della COP stessa. I piani servono per definire le strategie nazionali per la biodiversità e le metodologie di valutazione dell&rsquo;efficacia, nel quadro della strategia globale definita dal Global Biodiversity Framework, approvato dopo due anni di trattative nella scorsa COP15. Ricordiamo che il framework si articola in <a href="https://www.cbd.int/gbf/targets" rel="noopener">23 target</a> da raggiungere entro il 2030, che includono la protezione del 30% delle terre emerse e di mari e oceani, il ripristino di almeno il 30% degli ecosistemi degradati, e uno stop alla perdita di specie, minimizzando minacce quali la perdita di habitat, il sovrasfruttamento delle risorse, il traffico illegale, le specie aliene invasive e l’inquinamento. Il tutto in un’ottica di sviluppo sostenibile, dando valore a popoli indigeni e comunità locali e lavorando per la risoluzione dei conflitti con la fauna.</p>
<p>La COP16 di Cali è stata coloratissima e molto partecipata sia dalle ONG che dalle imprese, con una Green Zone ricca di appuntamenti che ha accolto più di 900.000 visitatori, il che indica che c’è finalmente interesse crescente sulla biodiversità anche da parte delle aziende. All&rsquo;interno della Blue Zone, area dedicata alle negoziazioni, i lavori si sono protratti di un giorno, <a href="https://www.cbd.int/article/agreement-reached-cop-16" rel="noopener">chiudendosi</a> alle nove del mattino del 2 novembre dopo una lunga discussione durata oltre dodici ore che non poteva però raggiungere il quorum. La seduta è stata infatti sospesa per insufficienza di partecipanti, dato che la maggior parte dei delegati era ripartita, lasciando in sospeso uno dei temi più caldi e fondamentali per il raggiungimento degli obiettivi: i fondi comuni da destinare alla biodiversità. Come è già successo nelle COP del clima, non si è trovato un accordo su come vanno costituiti i fondi e i meccanismi di utilizzo, con un sostanziale disaccordo tra i Paesi ricchi e quelli poveri.</p>
<h2 id="la-biodiversità-senza-soldi-il-fallimento-dellaccordo-per-i-finanziamenti">La biodiversità senza soldi: il fallimento dell&rsquo;accordo per i finanziamenti</h2><p>L’obiettivo ambizioso del Global Biodiversity Framework è infatti quello di investire per la biodiversità complessivamente almeno 200 miliardi di dollari all&rsquo;anno entro il 2030, per arrivare, <a href="https://www.cbd.int/gbf/goals" rel="noopener">entro il 2050</a>, a 700 miliardi annui , cifra che rappresenta il <a href="https://www.paulsoninstitute.org/conservation/financing-nature-report/" rel="noopener"><em>biodiversity finance gap</em></a> ovvero il divario finanziario tra quanto in media si spende per la tutela della natura e degli ecosistemi e quanto sarebbe necessario davvero investire. Per colmare il gap è prevista una commistione di fondi pubblici (cioè una maggiore spesa di ogni singola nazione nelle attività di tutela e ripristino, per esempio) e privati, con investimenti di fondazioni, privati singoli e aziende nelle azioni di conservazione. Ma mentre si potenziano gli incentivi per la conservazione e l&rsquo;uso sostenibile della biodiversità, è necessario eliminare le sovvenzioni a tutto ciò che continua a distruggerla: l’obiettivo sancito nel target 18 è di ridurle di almeno 500 miliardi di dollari all&rsquo;anno entro il 2030. Si tratta di cifre che possono sembrare alte, ma per capire la loro reale dimensione, basta pensare che nel mondo si spendono almeno 2,6 trilioni di dollari all&rsquo;anno in sovvenzioni che contribuiscono al riscaldamento globale e distruggono la natura, circa il 2,5% del prodotto interno lordo mondiale, secondo le <a href="https://www.earthtrack.net/sites/default/files/documents/ehs_report_september-2024-update_final.pdf" rel="noopener">ultime stime</a> prodotte dalla ONG Earth track. Si tratta per la maggior parte di spese per i carburanti fossili, trasporti, costruzione e agricoltura. Dal 2022 a oggi l’aumento degli investimenti in attività impattanti sulla natura è di circa 800 miliardi l’anno, complici anche le guerre, in particolare l’impennata dei costi dei carburanti legata al conflitto in Ucraina.</p>
<p>Altro punto critico del Global Biodiversity Framework è la mobilitazione dei fondi dei Paesi ad alto reddito a favore di quelli a basso reddito, cominciando per il 2025 con almeno 20 miliardi l’anno complessivi, che dovrebbero diventare 30 nel 2030. A oggi però tra fondi già versati e fondi promessi siamo a <a href="https://www.carbonbrief.org/developed-countries-failing-to-pay-fair-share-of-nature-finance-ahead-of-cop16/" rel="noopener">solo il 2% della cifra prefissata</a> per il 2025: sono circa 230 milioni quelli già versati (con il contributo di Canada, Giappone, Regno Unito, Germania e Spagna), e in parte già allocati per progetti di conservazione, e 163 milioni quelli <a href="https://www.thegef.org/newsroom/news/joint-statement-donors-pledge-163-million-and-confirmation-support-global" rel="noopener">promessi</a> da sette Paesi (tra cui Quebec, Nuova Zelanda, Regno Unito, Austria e Germania), per un totale complessivo di circa 396 milioni di dollari. Siamo dunque lontani anni luce dai finanziamenti necessari e su cui a Montreal si era trovato l’accordo, e ancora più lontani sui meccanismi di gestione degli stessi. Nella COP15 di Montreal si era deciso di utilizzare un fondo provvisorio, il <a href="https://www.thegef.org/what-we-do/topics/global-biodiversity-framework-fund" rel="noopener">Global Biodiversity Framework Fund</a>, ospitato dal Global Environment Facility, una organizzazione internazionale fondata nel 1991 che opera in collaborazione con le Nazioni Unite e diverse ONG e che fornisce finanziamenti ai paesi in via di sviluppo per progetti a tutela dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile. A Cali la discussione si è focalizzata sulla richiesta, partita dal Brasile e appoggiata da diversi Stati africani, di creare un fondo apposito e svincolato dal GEF, con obblighi maggiori per i Paesi ad alto reddito. Proposta che però è stata fortemente opposta, tra gli altri, anche dai rappresentanti dell’UE, che in questo vedono il rischio di un ulteriore dilatamento dei tempi e di ulteriori inceppamenti burocratici. A sancire la grande difficoltà di trovare una quadra c’è <a href="https://www.cbd.int/doc/c/2728/208f/985a0b6e33150b9636b76b86/non-paper-item-11-submissions-v1-en.pdf" rel="noopener">questo</a> “non paper”, documento informale che cerca di riassumere le aspettative per i prossimi cinque anni dei vari Stati in termini di mobilitazione delle risorse per la biodiversità, impiegando ben 98 fitte pagine.</p>
<p>Si esce quindi dalle negoziazioni di Cali sui finanziamenti per la biodiversità con uno stallo totale, sia di accordi politici, che di progressi finanziari, con grosso disappunto di tutti, soprattutto i Paesi più poveri che sono anche quelli che ospitano maggiore ricchezza di specie e al contempo la più rapida perdita di biodiversità, e che si trovano quindi impossibilitati all’azione, come hanno <a href="https://www.naturefinancealliance.org/our-statement" rel="noopener">dichiarato</a> i ministri di 20 nazioni del Sud del mondo facenti parte della Nature Finance Alliance.</p>
<h2 id="le-buone-notizie">Le buone notizie</h2><p>Se sul fronte finanziamenti la COP16 è stata un fiasco, ci sono stati invece progressi sul fronte della gestione delle risorse genetiche digitalizzate o DSI (Digital Sequence Information). Sotto l’egida della convenzione per la biodiversità era stato siglato l’Accordo di Nagoya che prevede una condivisione equa dei benefici derivanti da queste sequenze. Alla COP16 si è raggiunto un accordo per un fondo apposito, il <a href="https://www.cbd.int/doc/c/bd4f/2861/9dce4f46d43a637231a442e0/cop-16-l-32-rev1-en.pdf" rel="noopener">Cali fund</a>, che verrà alimentato dalle aziende che utilizzano le risorse genetiche per la messa a punto di prodotti farmaceutici, cosmetici, nutraceutici e biotecnologici che dovrebbero versare l’1% dei profitti o lo 0,1% delle entrate derivanti dalle vendite. I fondi così raccolti dovrebbero beneficiare in particolare le comunità locali e i popoli indigeni che tutelano le risorse, favorendo in particolare le donne e i giovani. Un timido buon risultato, se si considera che l’accordo raggiunto non si sbilancia, facendo largo uso del condizionale, e non indicando alcun paletto per le aziende, lasciando quindi intendere che molto starà alla loro buona volontà di contribuire al fondo (e di non usarlo come <em>greenwashing</em>).</p>
<p>Sempre sul fronte delle notizie positive, alla COP16 si è deciso di rendere permanente il gruppo di lavoro su popoli indigeni e comunità locali, che diventa così un organo sussidiario permanente sull&rsquo;<a href="https://www.cbd.int/doc/legal/cbd-en.pdf" rel="noopener">Articolo 8(j) della Convenzione sulla Biodiversità</a> per vigilare e assicurare la giusta rappresentatività dei popoli indigeni nelle decisioni delle COP e un&rsquo;equa ripartizione dei benefici derivanti dalla tutela della biodiversità. Ci sono inoltre stati progressi sulla definizione di Piano d’Azione globale che, secondo i principi di One Health, tiene in conto il profondo legame tra tutela della diversità biologica e salute umana. Ma anche in questo caso si tratta di un documento piuttosto vago, che non porta a impegni concreti, e lo stesso si può dire sul gruppo di lavoro sui cambiamenti climatici. </p>
<h2 id="il-tempo-stringe">Il tempo stringe</h2><p>Il Natural History Museum di Londra ha appena pubblicato <a href="https://www.nhm.ac.uk/our-science/services/data/biodiversity-intactness-index/policy/30by30.html" rel="noopener">uno studio</a> in cui mostra l’andamento di un indice, il Biodiversity Intactness Index, che mostra come la biodiversità terrestre locale risponda alle pressioni umane, utilizzando dati sull&rsquo;abbondanza di piante, funghi e animali a livello globale. L’indice è calato in media di quasi il 2% tra il 2000 e il 2020, passando dal 61% al 59%. Lo studio dimostra inoltre che questo decremento è più forte negli hotspot di biodiversità, che l’istituzione di aree protette non garantisce necessariamente una maggior conservazione (il grande problema della protezione solo su carta), e che solo il 22% delle aree cruciali per i servizi ecosistemici è in uno stato di tutela. Secondo le stime del <a href="https://digitalreport.protectedplanet.net/" rel="noopener">Protected Planet Report</a>, sono protetti il 17,6% delle aree terrestri e l'8,4% delle aree marine, la connettività tra aree protette è alquanto scarsa e più di un terzo delle aree chiave per la conservazione non gode di tutela alcuna. Un altro indicatore, il <a href="https://www.wwf.it/uploads/WWF_Report_LP_2024_ITA_V2_WEB-c1-1.pdf" rel="noopener">Living Planet Index</a>, mostra come negli ultimi 50 anni la dimensione media delle popolazioni di vertebrati si sia ridotta del 73%, con un decremento più marcato nelle acque dolci e nei mari. La IUCN ha pubblicato un report che indica che un terzo delle specie di alberi del pianeta <a href="https://iucn.org/press-release/202410/more-one-three-tree-species-worldwide-faces-extinction-iucn-red-list" rel="noopener">rischia l’estinzione</a> nell’immediato futuro. Qualunque sia l’indice che si guarda, la realtà è sotto gli occhi di tutti: stiamo erodendo la diversità della vita, la ricchezza di specie che assicura il funzionamento del mondo come lo conosciamo. Non è impossibile cambiare le cose, non è obbligatorio stare qui a guardare le specie scomparire. Le azioni di conservazione esistono e possono invertire la rotta (su <em>Scienza in rete</em> ne abbiamo parlato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/conservare-natura-funziona/">qui</a>), ma funzionano se opportunamente finanziate e implementate. Non serve istituire aree protette che sono solo linee su carta, non si possono portare avanti programmi di reintroduzione, riforestazione o rimozione di minacce senza fondi adeguati e senza aver lavorato per rimovere o quantomeno minimizzare le minacce. </p>
<p>Il fallimento della COP di Cali, dove si è agito in modo blando, inefficiente o in alcuni casi fallimentare di fronte all’urgenza di un pianeta in balia del riscaldamento globale che affronta una gravissima perdita di specie, fa rabbia perché di tempo da perdere davvero non ce n’è. Così facendo si rischia per l&rsquo;ennesima volta di mancare gli obiettivi, e la scrittura del piano globale diventa un mero esercizio di stile, è già successo troppe volte, basti pensare all&rsquo;inefficacia della strategia 202, con gli Aichi target raggiunti in <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/aspettando-cop-15-verso-nuovo-accordo-tutela-biodiversita/">minima parte</a>. </p>
<p>I prossimi lavori della COP17 saranno nel 2026 in Armenia, ma si spera in negoziati intermedi che vadano almeno a finire di definire le modalità di valutazione dei piani d’azione nazionali e gli indicatori condivisi dei progressi. La biodiversità è uno dei valori più incommensurabili e al contempo meno riconosciuti. Se il cambiamento climatico, con tante difficoltà inizia a entrare nei discorsi quotidiani, a fatica si è parlato della COP16 nei media <em>mainstream</em> italiani, e più in generale, la paralisi degli investimenti per la biodiversità e la conservazione è un problema tutt’altro che nuovo. Tutelare la biodiversità non è solo un obbligo morale verso le altre forme di vita che con noi condividono il pianeta, ma un qualcosa che garantisce la vita come la conosciamo. Servono scelte coraggiose, serve l’interesse della società, serve il capire fino in fondo che non può esserci benessere in un pianeta malato.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>COP16 di Cali: piani di azione sulla biodiversità, genetica e finanziamenti i temi caldi</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cop16-cali-piani-azione-biodiversita-genetica-finanziamenti-temi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cop16-cali-piani-azione-biodiversita-genetica-finanziamenti-temi/</guid><pubDate>Sun, 20 Oct 2024 09:08:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><category>ambiente</category><description>Ed ecco la sedicesima conferenza delle parti per la Convenzione sulla diversità biologica, la COP16 della CBD, che si tiene a Cali, in Colombia.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/cop16-cali-piani-azione-biodiversita-genetica-finanziamenti-temi-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/cop16-cali-piani-azione-biodiversita-genetica-finanziamenti-temi-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ed ecco la sedicesima conferenza delle parti per la Convenzione sulla diversità biologica, la <a href="https://www.cop16colombia.com/es/en/" rel="noopener">COP16 della CBD</a>, che si tiene a Cali, in Colombia, dal 21 ottobre al 1° novembre. Il tema della convention sarà <em>Peace with Nature</em>, e si tratta del primo incontro dopo l’adozione del <a href="https://www.cbd.int/gbf" rel="noopener">Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework</a>, il piano d’azione globale con l’ambizioso obiettivo di fermare la perdita di biodiversità. Il Global Biodiversity Framework è un documento guida per le politiche nazionali, il cui scopo è facilitare il coordinamento globale delle azioni a tutela della biodiversità. Si articola in una serie di target da raggiungere entro il 2030, con l’obiettivo finale di un 2050 in “armonia con la natura”. Armonia raggiungibile attraverso quattro obiettivi: la protezione e il ripristino della diversità biologica in ogni sua forma, inclusa quella genetica; l’utilizzo sostenibile delle risorse naturali; un’equa condivisione dei benefici; un adeguato sostegno finanziario e una rete efficiente di collaborazione internazionale. Il piano, siglato il 19 dicembre 2022 da 196 Stati (su <em>Scienza in rete</em> ne abbiamo parlato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/cop-15-terzo-pianeta-biodiversita/">qui</a>), inclusi l’Italia e l’UE, ma con l&rsquo;<a href="https://www.vox.com/22434172/us-cbd-treaty-biological-diversity-nature-conservation" rel="noopener">assenza significativa degli Stati Uniti</a>, è il risultato di negoziati complessi e ha posto le basi per le future azioni globali sulla biodiversità.</p>
<p>La convention di Cali avrà il compito di valutare le agende politiche per la biodiversità dei singoli Stati e di stabilire, tra le altre cose, gli standard comuni di monitoraggio dei progressi. Si parte già un po’ sghembi perché, secondo gli accordi, gli Stati firmatari avrebbero dovuto aggiornare le loro strategie e piani d’azione nazionali per la biodiversità (National Biodiversity Strategies and Action Plans -NBSAP) in base a quanto concordato nella scorsa convention, ma a oggi <a href="https://www.carbonbrief.org/cop16-tracking-country-pledges-on-tackling-biodiversity-loss/" rel="noopener">solo il 10%</a> dei firmatari lo ha fatto; tra questi l’Italia. I NBSAP devono indicare gli obiettivi a livello nazionale per la biodiversità e una pianificazione per come raggiungerli, ma un punto critico è che non sono vincolanti, quindi c’è un ampio rischio che rimangano mere dichiarazioni di intenti.</p>
<p>Un tema caldo della COP16 sarà sicuramente quello dei finanziamenti, argomento che aveva già messo <a href="https://www.italiaclima.org/il-ruolo-della-finanza-a-cop15/" rel="noopener">a rischio</a> i negoziati della COP15. Il target 19 del Global Biodiversity Framework prevede infatti la messa a punto di un fondo dedicato alla biodiversità, cui ogni Stato contribuisce in base alla disponibilità e con un impegno particolare da parte dei Paesi più ricchi verso quelli in via di sviluppo, che ospitano la maggior parte degli hotspot di biodiversità globale. L’obiettivo per il 2030 è di arrivare a mobilitare 200 miliardi di dollari all’anno per le azioni a favore della biodiversità, che includono finanziamenti pubblici e privati, con un sostegno agli Stati in via di sviluppo e i piccoli Stati insulari di almeno 20 miliardi di dollari all&rsquo;anno entro il 2025 e 30 miliardi all&rsquo;anno entro il 2030. Al momento sono 7 i Paesi che hanno contribuito al fondo dedicato, il <a href="https://www.thegef.org/what-we-do/topics/global-biodiversity-framework-fund" rel="noopener">GBFF</a> (Global Biodiversity Framework Found), che al momento ha avviato il finanziamento di quattro progetti: due in Brasile, uno in Messico e l’altro in Gabon. A oggi hanno versato il loro contributo Canada, Giappone, Regno Unito, Germania e Spagna. Il GBFF è un fondo dedicato istituito all’interno del Global Environmental Fund (GEF), un meccanismo finanziario attivo dal 1991, e quindi già rodato, che raccoglie i fondi per finanziare progetti ambientali, che includono biodiversità, cambiamento climatico, gestione degli inquinanti.</p>
<p>Una parte dei fondi del GBFF è dedicata a un altro tema cruciale che verrà discusso nel corso della COP 16: il <a href="https://www.cbd.int/ABS" rel="noopener">protocollo di Nagoya</a> sull’accesso alle risorse genetiche e l’equa distribuzione dei benefici derivanti dal loro utilizzo. Il protocollo  fa riferimento a uno scambio fisico delle risorse naturali, ma oggi le sequenze genetiche e proteiche di migliaia di organismi sono contenute in database digitali liberamente accessibili da ogni angolo del globo. A Cali si discuterà infatti della gestione  delle DSI (Digital Sequence Information), ovvero le sequenze biologiche digitali (che includono DNA, RNA, proteine). Uno degli aspetti poco narrati della biodiversità è, infatti, proprio il cruciale apporto allo sviluppo di prodotti alimentari, biomedici, cosmetici e tecnologici. Un contributo che ha radici antichissime, dato che le piante che coltiviamo e gli animali che alleviamo derivano dalla domesticazione di una specie selvatica. Si stima che almeno il 70% della farmacopea abbia una origine naturale. La biodiversità microbica è anche un motore dello sviluppo biotecnologico: un caso tra tutti è quello del batterio <em>Thermus aquaticus</em>, che vive nelle pozze termali di Yellowstone e che, con la sua polimerasi, ha rivoluzionato le tecniche genetiche consentendo la replicazione in tempi velocissimi del DNA in laboratorio. Anche in questo caso, spesso l’utilizzo delle risorse naturali ha ricadute sulla conservazione, come nel caso dei limuli, artropodi oceanici che popolano gli oceani da oltre 450 milioni di anni, il cui sangue blu è stato largamente impiegato per la purificazione dei vaccini, grazie alla sua capacità di evidenziare rapidamente la presenza di contaminazioni batteriche. Un utilizzo che tra ha portato a un <a href="https://theconversation.com/horseshoe-crab-blood-is-vital-for-testing-intravenous-drugs-but-new-synthetic-alternatives-could-mean-pharma-wont-bleed-this-unique-species-dry-214622" rel="noopener">prelievo eccessivo</a> di questo fossile vivente: solo recentemente si sta iniziando a utilizzare un equivalente sintetico.</p>
<p>Proteine e acidi nucleici di numerosi organismi, siano essi animali, piante, funghi o batteri, sono quindi risorse preziosissime per la sopravvivenza, la salute e l’economia. Le proprietà molecolari della biodiversità sono merce ambita, che non poche volte ha dato luogo a uno sfruttamento commerciale completamente sbilanciato, che non tiene conto dell&rsquo;origine delle risorse. Così molte risorse biologiche o conoscenze e pratiche tradizionali sono state sfruttate per la messa a punto di prodotti brevettati, la cui efficacia ha fatto intascare grossi guadagni unicamente alle aziende che li hanno sviluppati, un fenomeno noto come &ldquo;biopirateria&rdquo; e tutt&rsquo;altro che raro anche quando le sequenze digitali non esistevano. Un caso celebre è quello di un estratto dell&rsquo;olio di Neem, utilizzato da migliaia di anni nelle zone rurali dell&rsquo;India come repellente, e brevettato dalla multinazionale W.R. Grace nel 1994. Brevetto <a href="https://cordis.europa.eu/article/id/23505-epo-accepts-biopiracy-argument-and-revokes-patent/it" rel="noopener">annullato</a> dall&rsquo;Organizzazione per la protezione dell&rsquo;ambiente (EPO) solo nel 2000 grazie a una accesa campagna di protesta.</p>
<p>Il protocollo di Nagoya si basa proprio sul presupposto di suddividere i benefici derivanti dalle innovazioni legate allo sviluppo delle risorse naturali con i Paesi che le ospitano, in particolare con i popoli indigeni che ne hanno consentito la conservazione. Più facile a dirsi che a farsi: come spiega <a href="https://www.iisd.org/articles/insight/what-expect-CBD-cop16-nature" rel="noopener">in questa intervista</a> Elsa Tsioumani dell’<a href="https://www.iisd.org/" rel="noopener">Istituto Internazionale per lo Sviluppo Sostenibile</a>, l’informatizzazione  consente la libera condivisione ed è quindi una potentissima risorsa per l’innovazione tecnologica, ma rende ancora più complessa la ripartizione dei benefici. I database aperti contengono infatti sequenze genetiche e proteiche che possono essere scaricate da qualsiasi utente in ogni angolo del globo, e riutilizzate come base di partenza per lo studio o lo sviluppo biotecnologico senza alcun bisogno di avere fisicamente l’organismo da cui tale sequenza deriva. Spesso è complicato ricostruire la reale attribuzione geografica dato che la geolocalizzazione delle sequenze caricate nel database è diventata obbligatoria piuttosto recentemente. A chi appartengono dunque le sequenze? Come garantire  lo sviluppo tecnologico e al contempo favorire la tutela della biodiversità riconoscendo il ruolo di chi la preserva?</p>
<p>Per cercare di risolvere questo problema, nel corso della COP15 si era stabilito di creare <a href="https://www.cbd.int/doc/press/2024/pr-2024-08-16-dsi-en.pdf" rel="noopener">un fondo dedicato</a>, gestito attraverso accordi multilaterali. Tale fondo dovrebbe essere alimentato con parte dei guadagni derivati dall&rsquo;utilizzo delle risorse biologiche ed essere speso per progetti a tutela della biodiversità e a supporto delle comunità locali che la tutelano. Lo scorso agosto ci sono state le <a href="https://enb.iisd.org/oewg-2-digital-sequence-information-genetic-resources-dsi-cbd-summary" rel="noopener">prime negoziazioni</a> sui DSI a Montreal, che aprono la strada ai lavori della convention colombiana della settimana prossima. Un lavoro che si profila tutt&rsquo;altro che semplice e lineare, considerata la pluralità di interessi in gioco e la necessità di coinvolgere le aziende del Big Pharma vincendone le perplessità. Il tema dei DSI non riguarda ovviamente solo la convenzione sulla biodiversità, ma sarà oggetto di discussione in altri consessi, tra cui il trattato internazionale sulle risorse genetiche vegetali per l’alimentazione e l’agricoltura (<a href="https://www.fao.org/plant-treaty/en/" rel="noopener">ITPGRFA</a>) e i negoziati internazionali per la risposta alle pandemie. Questo, ancora una volta, dimostra quanto un tema così fortemente sottovalutato come quello della tutela della diversità delle specie viventi e di ecosistemi vitali che le supportino giochi un ruolo imprescindibile per la nostra sopravvivenza. Se il fondo comune per i DSI andasse in porto, sarebbe una chiave di volta importante per iniziare davvero ad avere risorse economiche sufficienti per la tutela della biodiversità, che soffre di una cronica mancanza di fondi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Selvatici o domestici? Il confine tra cattività e domesticazione</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/selvatici-domestici-confine-cattivita-domesticazione/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/selvatici-domestici-confine-cattivita-domesticazione/</guid><pubDate>Wed, 16 Oct 2024 07:58:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Giulia Lupi</dc:creator><category>animali</category><description>Nonostante la crescente popolarità di animali esotici come pet, la loro diffusione come animali d’affezione non equivale né contribuisce alla domesticazione. Quest’ultima richiede processi genetici complessi, che avvengono nel corso di migliaia di anni, e influenzano comportamento, fisiologia e riproduzione.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/selvatici-domestici-confine-cattivita-domesticazione-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/selvatici-domestici-confine-cattivita-domesticazione-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il commercio di animali esotici venduti come pet, animali d’affezione, sembra essere in perenne crescita e, alimentato anche dai social media, vede anche di continuo nuove specie che si aggiungono alla lista di quelle in voga, dai <a href="http://www.italian-journal-of-mammalogy.it/The-next-exotic-pet-to-go-viral-Is-social-media-causing-an-increase-in-the-demand,145762,0,2.html" rel="noopener">galagidi</a> ai <a href="https://www.traffic.org/news/unveiling-japans-owl-trade-volume-diversity-and-conservation-implications/" rel="noopener">gufi</a>. In alcuni casi, questi animali vanno anche incontro a un processo di selezione da parte degli allevatori, che li incrociano per ottenere determinate caratteristiche dal punto di vista estetico: ne sono un esempio i pitoni, commerciati in diversi morph, con colorazioni e pattern delle squame differenti.</p>
<p>La letteratura scientifica ha ampiamente sottolineato i rischi del commercio di animali esotici, che vanno dalla diffusione di specie aliene invasive (nel caso di abbandoni volontari o fughe involontarie) al contrabbando, fino alle minacce, in alcuni casi, per la conservazione delle specie. Ma c’è un altro aspetto sul quale vale la pena riflettere tenendo in considerazione i dati scientifici: possiamo iniziare a considerare questi animali come domestici, magari in virtù di una lunga storia di detenzione come animali d’affezione o della selezione genetica nell’allevamento?</p>
<p>Un animale nato in cattività, cresciuto con l’essere umano, che non lo teme ed è confidente, magari figlio e nipote di animali nati in cattività, non è automaticamente un animale domestico. La domesticazione è qualcosa di ben diverso dalla confidenza con la nostra specie: è un processo lungo centinaia o più spesso migliaia di anni e relativo numero di generazioni, sulle quali da un lato ha agito in modo più o meno deliberato l&rsquo;essere umano, scegliendo certi animali ed escludendo gli altri, in base alle caratteristiche che di volta in volta gli venivano utili (docilità, tasso riproduttivo, dimensioni, velocità di crescita eccetera).</p>
<p>«Una forma di cambiamento evolutivo mediante la quale una popolazione di animali selvatici diventa adattata all’umano e all’ambiente captivo attraverso cambiamenti genetici», così <a href="https://www.journals.uchicago.edu/doi/10.1086/413673" rel="noopener">l’ha definita</a> l&rsquo;etologo Edward Owen Price nel 1984.</p>
<p>Dall’altro, ad agire c’è sicuramente stata anche una selezione “naturale” degli individui più adatti alla vita con la nostra specie, in merito alla quale si fanno diverse ipotesi. Una è per esempio <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/j.1365-2907.1992.tb00122.x" rel="noopener">quella di Juliet Clutton-Brock</a>, un’archeozoologa scomparsa di recente che ha prodotto una letteratura imponente in merito, frutto di una vita di ricerche effettuate combinando DNA mitocondriale e ritrovamenti paleontologici, due metodi che usati insieme sono abbastanza infallibili. Clutton-Brock sostiene che, poiché uno dei primi comportamenti che saltano in caso di malessere è quello riproduttivo (basta pensare alla percentuale di elefanti, grandi felini, orsi eccetera, che devono essere inseminati artificialmente, o allevati a mano perché rifiutati o addirittura uccisi dalla madre), il primo passo della selezione è stato “automatico”: solo gli animali che sopportavano meglio la cattività lasciavano discendenti.</p>
<p>Un’ipotesi, probabilmente collegata alla precedente, è quella della cosiddetta <a href="https://academic.oup.com/genetics/article/197/3/795/5935921?login=false" rel="noopener"><em>domestication syndrome</em></a>. I domestici spesso presentano caratteristiche fisiche come macchie bianche, orecchie flosce, dimensioni di cranio e denti o muso più corto (tutto il progresso è registrato da reperti archeologici), e comportamentali, come maggiore docilità e minore paura nell’approccio con gli umani, assenti nei selvatici. Tutto comincia allo stadio embrionale, quando l’organismo non presenta ancora né tessuti né organi completi, la cui formazione è per gran parte responsabilità di cellule particolari ed esclusive dei vertebrati, le famose cellule staminali, in grado di specializzarsi e ricoprire ruoli differenti (un gruppo si occupa dello sviluppo del cranio, un altro forma le cellule che si occupano della pigmentazione del manto, un altro ancora dello sviluppo di una parte del sistema nervoso che produce l’adrenalina e così via). Queste cellule “intelligenti” sono le cellule della cresta neurale, così chiamate perché si trovano sul bordo dorsale (formando una sorta di cresta appunto) dell’ancora rudimentale sistema nervoso.</p>
<p>Sebbene la quantità di queste cellule e la loro capacità di migrare e raggiungere le diverse parti del corpo sia diversa da specie a specie e da individuo a individuo, è stato notato come negli embrioni degli animali domestici siano molto meno numerose e mobili rispetto a quelle dei selvatici; oltre alle differenze fenotipiche, come la struttura del corpo e colorazione del manto, questo determina anche una notevole differenza per quanto riguarda le risposte agli stress e la produzione di adrenalina che porta a una più o meno accentuata paura nei confronti di un pericolo (come per esempio la risposta “<a href="https://www.sciencedirect.com/topics/veterinary-science-and-veterinary-medicine/fight-or-flight-response" rel="noopener">combatti o fuggi</a>” o la paura nei confronti dell’essere umano). Così si spiega anche il perché ci siano animali tendenzialmente più socievoli con noi mentre altri sono molto più schivi o, in termini più egoistici, che hanno una più o meno marcata “predisposizione nell’essere addomesticati”.</p>
<p>In conclusione, forse il motivo per il quale siamo stati in grado di rendere adattabili alla vita con noi più facilmente alcuni animali, è dovuto al fatto che tra questi c’erano individui che presentavano un deficit di cellule della cresta neurale.</p>
<p>Per cani e gatti il discorso è in parte diverso e conviene farlo in altra sede, dato che non sono stati addomesticati passivamente ma nel loro caso si parla di “autodomesticazione” (e nel caso del cane, cioè del lupo, anche di simbiosi mutualistica e di coevoluzione). Per il gatto, tra l’altro, il processo è molto più recente che per il cane, e diversi studiosi lo considerano ancora incompleto. Quanto sopra riguarda tutti gli animali da reddito: dai polli ai cavalli, ovini, bovini, suini eccetera.</p>
<p>A proposito di suini, questi sono un caso abbastanza evidente degli effetti della domesticazione: dal punto di vista zoologico, tassonomico, il maiale e il cinghiale sono la stessa specie: <em>Sus scrofa</em>. Si può dire che gli effetti del processo di domesticazione siano evidenti per chiunque.</p>
<p>Quindi, tornando all’inizio, non basta che gli animali nascano e crescano in cattività e siano stati abituati all’essere umano, per poterli definire domestici; né è sufficiente quella selezione per tratti estetici usata per alcune specie, che non tocca i tratti comportamentali, fisiologici e riproduttivi che caratterizzano un vero processo di domesticazione. Un lupo cresciuto in un appartamento non diventa un pechinese: resta un lupo, frustrato, vessato, triste e pure pericoloso. È un lupo, ha tutto il bagaglio comportamentale innato del lupo: meno correlazione con l&rsquo;umano, non lo considererà mai un capobranco, a differenza del cane; ha bisogno di percorrere chilometri ogni giorno, ha bisogno di predare, non basta la pallina per lui. Ha bisogno di un branco, di meccaniche comportamentali che noi non possiamo sostituire. Lo stesso i suoi figli e nipoti eccetera: serve un processo di selezione che richiede molte generazioni, perché un lupo diventi un cane (circa 30.000 anni, nel caso specifico).</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Solo il 3, 5% delle città europee monitorate ha una buona qualità dell’aria</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/solo-3-5-citta-europee-monitorate-buona-qualita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/solo-3-5-citta-europee-monitorate-buona-qualita/</guid><pubDate>Wed, 02 Oct 2024 08:23:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Solo 13 città europee tra quelle monitorate su 370 circa rispettano il limite OMS di 5 microgrammi per metro cubo annui di PM2,5. La svedese Uppsala è la prima. Nessuna di queste è italiana. Nonostante la qualità dell&amp;amp;rsquo;aria e le morti associate sono in continuo calo in Europa, serve fare di più.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/solo-3-5-citta-europee-monitorate-buona-qualita-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/solo-3-5-citta-europee-monitorate-buona-qualita-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La maggior parte delle città europee monitorate non rispetta il nuovo limite dell’OMS del 2021 di 5 microgrammi per metro cubo all’anno di concentrazione di PM2,5. L’esposizione a particolato atmosferico causa accresce il rischio di malattie cardiovascolari, respiratorie, sviluppo di tumori, effetti sul sistema nervoso, effetti sulla gravidanza.</p>
<p>L’Agenzia europea per l’ambiente ha <a href="https://www.eea.europa.eu/en/newsroom/news/updated-data-uppsala-has-cleanest-city-air-in-europe" rel="noopener">aggiornato</a> i dati sulla concentrazione di PM2,5 in circa 370 città europee, con una popolazione maggiore a 50mila abitanti, per gli anni 2022 e 2023. Sono state escluse quelle non presenti nel database Urban Audit della Commissione europea e quelle che non dispongono delle apposite stazioni di monitoraggio. </p>
<p>Ecco come appaiono le città raggruppate per intervalli di concentrazione di particolato. La denominazione “buona” (sotto 5), “discreta” (tra 5 e 10), “moderata” (tra 10 e 15), “scarsa” (tra 15 e 25), “molto scarsa” (oltre 25) è stata fatta in base alle <a href="https://www.who.int/publications/i/item/9789240034228" rel="noopener">linee guida dell’OMS del 2021</a> (si veda tabella a fondo articolo). </p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/solo-3-5-citta-europee-monitorate-buona-qualita-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/solo-3-5-citta-europee-monitorate-buona-qualita-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/solo-3-5-citta-europee-monitorate-buona-qualita-body-1.png.webp 800w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="800" height="490" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Dati EEA, grafico Jacopo Mengarelli</p>
<p>Le poche città che rispettano il limite OMS sono tredici: Uppsala, Umeå, Faro, Reykjavik, Oulu, Tampere, Norrköping, Funchal, Tallinn, Narva, città metropolitana di Stoccolma, città metropolitana di Helsinki, Bergen. Cork, Trondheim e Tartu lo superano di poco. Il grosso risiede quindi in Scandinavia e dintorni.</p>
<p>Prima di proseguire con i dati sulle città europee, ricordiamo che il <a href="https://environment.ec.europa.eu/topics/air/air-quality/eu-air-quality-standards_en" rel="noopener">limite più recente</a> in vigore in Europa relativo al PM2,5 è di 20 microgrammi al metro cubo l&rsquo;anno. Dopo la pubblicazione delle nuove linee guida OMS, però, è stata messa in moto una <a href="https://environment.ec.europa.eu/topics/air/air-quality/revision-ambient-air-quality-directives_en" rel="noopener">revisione</a> delle direttive in materia che <a href="https://eur-lex.europa.eu/resource.html?uri=cellar:2ae4a0cc-55f8-11ed-92ed-01aa75ed71a1.0005.02/DOC_2&amp;format=PDF" rel="noopener">propone</a> il nuovo limite a 10 microgrammi, da raggiungere entro il 2030. In Italia il <a href="https://indicatoriambientali.isprambiente.it/it/qualita-dellaria/qualita-dellaria-ambiente-particolato-pm25" rel="noopener">limite</a> di legge è ancora a 25 microgrammi.</p>
<p>Nell’immagine seguente abbiamo rappresentato le sole città europee, tra quelle monitorate, con più di un milione di abitanti. Con “<em>greater city</em>” si intende la città metropolitana, quindi con una popolazione ben maggiore rispetto a quella nei soli confini comunali. Milano, per esempio, avrebbe 1,35 milioni di abitanti contro i 3,25 della città metropolitana. Discorso analogo per Napoli, Stoccolma, Zurigo e altre.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/solo-3-5-citta-europee-monitorate-buona-qualita-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/solo-3-5-citta-europee-monitorate-buona-qualita-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/solo-3-5-citta-europee-monitorate-buona-qualita-body-2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="2513" height="2672" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Dati EEA, grafico Jacopo Mengarelli</p>
<p>L’Agenzia ci ricorda che il Green Deal europeo stabilisce un obiettivo per il 2030 di ridurre del 55% le morti premature causate dal particolato fine, rispetto ai livelli del 2005, impegni che dovranno essere portati avanti dalla <a href="https://commission.europa.eu/about-european-commission/president-elect-ursula-von-der-leyen/commissioners-designate-2024-2029_en" rel="noopener">Commissione europea</a> in fase di definizione.</p>
<p>In Italia nessuna città tra quelle monitorate rispetta il limite di 5 microgrammi annui al metro cubo. E solo cinque hanno un’aria definibile discreta: Sassari, Livorno, Savona, Battipaglia e Siracusa. La maggior parte sono classificate con qualità moderata o scarsa.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/solo-3-5-citta-europee-monitorate-buona-qualita-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/solo-3-5-citta-europee-monitorate-buona-qualita-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/solo-3-5-citta-europee-monitorate-buona-qualita-body-3.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1653" height="3415" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Dati EEA, grafico Jacopo Mengarelli</p>
<p>Ricordiamo, in ogni caso, che la qualità dell’aria europea è tra le migliori al mondo e in continuo miglioramento, così come il tasso di mortalità è in continua decrescita da quasi trent’anni, come visibile dal grafico.</p>
<p>Di seguito si possono osservare gli andamenti anche degli altri inquinanti atmosferici in Europa dal 2006 al 2022, in lenta decrescita. Ossidi di azoto, diossido di zolfo, monossido di carbonio, black carbon, ammoniaca, composti organici volatili non metanici (NMVOCs).</p>
<p>Complessivamente, in tutto il mondo, gli inquinanti atmosferici (sia al chiuso che all’aperto) causano ancora circa 6,7 milioni di morti premature all’anno, <a href="https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/household-air-pollution-and-health" rel="noopener">secondo l’OMS</a>. Le misure da prendere, come noto, sono molto simili a quelle che servono a ridurre le emissioni di gas serra, e cioè usare tecnologie pulite, per produrre energia, per alimentare i trasporti e nell’industria. Le evidenze sono note, basta non ignorarle.</p>
<h2 id="livelli-oms-raccomandati-e-ad-interim-per-pm25-e-altri-inquinanti">Livelli OMS raccomandati e &ldquo;ad interim&rdquo; per PM2,5 e altri inquinanti</h2><p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/solo-3-5-citta-europee-monitorate-buona-qualita-body-4.png.webp" alt="" width="566" height="462" loading="lazy" decoding="async">
</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Coscienti, senzienti, emotivi: la dichiarazione di Cambridge (e qualche crepa nel nostro ego)</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/coscienti-senzienti-emotivi-dichiarazione-cambridge-qualche-crepa-nostro/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/coscienti-senzienti-emotivi-dichiarazione-cambridge-qualche-crepa-nostro/</guid><pubDate>Fri, 27 Sep 2024 08:33:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Giulia Lupi</dc:creator><category>animali</category><description>Quest’anno è stata proposta la New York Declaration on Animal Consciousness, che fa seguito alla Dichiarazione di Cambridge del 2012, secondo la quale molti animali non umani, dai mammiferi ai cefalopodi, possiedono i substrati neurologici per la senzienza e le emozioni. Una presa di posizione su basi scientifiche che sfida la visione cartesiana degli animali come macchine prive di emozioni. Ma l&amp;amp;rsquo;idea fatica a radicarsi nel pubblico generale, che spesso rifiuta il concetto di senzienza negli animali.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/coscienti-senzienti-emotivi-dichiarazione-cambridge-qualche-crepa-nostro-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/coscienti-senzienti-emotivi-dichiarazione-cambridge-qualche-crepa-nostro-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Si dichiara quanto segue: L’assenza di una neocorteccia non sembra precludere ad un organismo l’esperienza di stati affettivi. Prove convergenti indicano che animali non-umani possiedono i substrati neuroanatomici, neurochimici e neurofisiologici degli stati consci assieme alla capacità di esibire comportamenti intenzionali. Conseguentemente, il peso delle prove indica che gli umani non sono unici nel possedere i substrati che generano la coscienza. Gli animali non-umani, inclusi tutti i mammiferi e gli uccelli, e molte altre creature, compresi i polpi, anch’essi possiedono tali substrati neurologici». <em>Proceedings of the Francis Crick Memorial Conference</em>, Churchill College, Cambridge University, 7 luglio 2012.</p>
<p>Questa la famosa <a href="http://fcmconference.org/img/CambridgeDeclarationOnConsciousness.pdf" rel="noopener">Cambridge Declaration on Consciousness</a>, scritta e firmata non da animalisti ma da neuroscienziati, accademici, ricercatori, docenti universitari nel campo delle scienze cognitive e delle neuroscienze. Come è venuto loro in mente?</p>
<p>Perché c&rsquo;erano, dieci anni fa, già 2.500 pubblicazioni (adesso sono come minimo il triplo) che, dati alla mano, dimostravano sperimentalmente che non è la neocorteccia la sede delle emozioni, della gioia e del dolore, della paura e della felicità. La neocorteccia interviene e complica le cose per le specie più dotate, ma non è lei la responsabile. Per l’esattezza lo è invece il tronco encefalico, come spiega il neuroscienziato Antonio Damasio <a href="https://www.youtube.com/watch?v=LMrzdk_YnYY" rel="noopener">in questo video</a>, una zona molto antica e conservata del cervello dei vertebrati. Altro esempio: noi umani siamo molto più cognitivi di altre specie, ma non siamo per niente i detentori unici dei neuroni specchio, oltre che del tronco encefalico; e anche se a tutt’oggi l’importanza del loro ruolo nel caso dell’empatia è ancora discussa e ci sono scienziati, a partire da Frans De Waal, che avanzano riserve, non si tratta solo di empatia: si parla di senzienza, cioè della capacità di provare emozioni in generale.</p>
<p>Tra queste, la più facile da identificare, quindi il parametro più usato, è il dolore - che non è nocicezione. La differenza è che mentre la nocicezione è la percezione di stimoli negativi che possono creare danno e quindi porta a una reazione di evitamento, il dolore comporta una componente emozionale, oltre a quella sensoriale: paura, distress, ansia; «È un&rsquo;esperienza sensoriale ed emozionale negativa associata a danno tissutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di danno», secondo la <a href="https://www.iasp-pain.org/publications/iasp-news/iasp-announces-revised-definition-of-pain/" rel="noopener">definizione</a> dell’International Association for the Study of Pain. Quindi dolore = sofferenza = senzienza; la nocicezione è possibile in assenza di coscienza, il dolore (la senzienza) no.</p>
<p>La coscienza in realtà (<em>consciousness</em>, autocoscienza) è una cosa più complicata e a tutt’oggi non c’è ancora una definizione univoca, ma per quello che concerne la dichiarazione di Cambridge è un po’ questione di lana caprina. Nel video sopra citato, Antonio Damasio prova a spiegare la coscienza, e dal suo discorso si evince che essere senzienti ma non coscienti non ha molto senso.</p>
<p>In realtà la dichiarazione è stata un atto formale, a uso del &ldquo;pubblico&rdquo;; in ambiente accademico tutto ciò si sapeva già da un pezzo. La dichiarazione non era cioè rivolta agli scienziati ma alle persone non del campo. Questo perché, anche se a livello accademico nessuno dubitava dei fatti, a livello popolare la visione degli animali non umani era ancora piuttosto cartesiana: macchine animate. Per “colpa” degli scienziati chiusi nelle loro torri d’avorio, hanno pensato. Ed ecco il perché della dichiarazione congiunta, per dire che la scienza sapeva e aveva dimostrato che i non umani non sono macchine cartesiane.</p>
<p>Sempre dalla dichiarazione: «Il campo della ricerca sulla coscienza è in rapida evoluzione. Sono state sviluppate abbondanti nuove tecniche e strategie di ricerca sugli animali umani e non-umani. Di conseguenza, si sta rendendo sempre più facilmente disponibile una maggiore quantità di dati, e ciò richiede una rivalutazione periodica dei preconcetti precedentemente detenuti in questo settore. Studi di animali non-umani hanno dimostrato che omologhi circuiti cerebrali correlati all’esperienza cosciente e alla percezione possono essere selettivamente facilitati e interrotti per valutare se sono in realtà necessari a tali esperienze. Inoltre, negli esseri umani, sono facilmente disponibili nuove tecniche non invasive per rilevare i termini di correlazione della coscienza».</p>
<p>Per esempio gli uccelli sembrano offrire, nel loro comportamento, nella loro neurofisiologia e nella loro neuroanatomia, un caso eclatante di evoluzione parallela della coscienza, dimostrando ancora una volta che l’assioma «non è fatto come noi quindi non può essere come noi» è fasullo e che l’evoluzione può percorrere strade diverse per arrivare a meta. Per fare un esempio, se si usa la vista come parametro per valutare la capacità di orientarsi nello spazio, i pipistrelli ne escono malissimo. Ma se si usa l’ecolocazione ci battono a mani basse e i “disabili” siamo noi.</p>
<p>La dichiarazione non ha funzionato molto bene, nel senso che, in parte perché ha avuto scarsa risonanza (non è stata diffusa dai media), e in parte certamente per ragioni culturali a monte, sono molte le persone al di fuori dell’ambiente accademico che hanno ancora difficoltà ad accettare, o rifiutano del tutto, questa idea. Basti pensare a quanti sono ancora sicuri che i pesci non siano capaci di sofferenza: al mercato del pesce si vedono ancora tutti i giorni cose (come i pesci e crostacei lasciati sempre morire lentamente per soffocamento o su un letto di ghiaccio) ritenute <a href="https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2014-03-14&amp;atto.codiceRedazionale=14G00036&amp;elenco30giorni=true" rel="noopener">inaccettabili in campo scientifico</a>, a partire da quello della ricerca biomedica, nel quale i pesci godono a pieno titolo della protezione riservata agli animali senzienti, e non in base a qualche forma di antropomorfizzazione ma in base a riscontri scientifici. Inoltre la dichiarazione di Cambridge è stata attaccata, sempre da un pubblico di non esperti, perché “poco scientifica” - ma va’? Forse era voluto, proprio perché non era diretta a degli scienziati?</p>
<p>Proprio quest’anno si sta facendo un altro tentativo con la proposta della <a href="https://www.yorku.ca/yfile/2024/07/05/professor-advances-understanding-of-animal-consciousness/" rel="noopener">New York Declaration on Animal Consciousness</a>, che peggiora addirittura le cose dal momento che suggerisce la senzienza anche per gli insetti.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Non è la fine del mondo. E un pianeta sostenibile è (ancora) possibile</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/fine-mondo-pianeta-sostenibile-ancora-possibile/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/fine-mondo-pianeta-sostenibile-ancora-possibile/</guid><pubDate>Thu, 19 Sep 2024 18:09:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luciano Butti</dc:creator><category>ambiente</category><description>I problemi ambientali e la crisi climatica sono senz&amp;amp;rsquo;altro seri, ma affrontabili con azioni concrete e basate sui dati. È il punto centrale del saggio Non è la fine del mondo di Hanna Ritchie. Con un approccio ottimistico e critico, possiamo conciliare sviluppo sostenibile e salvaguardia ambientale, evitando scorciatoie come la decrescita demografica ed economica.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/fine-mondo-pianeta-sostenibile-ancora-possibile-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/fine-mondo-pianeta-sostenibile-ancora-possibile-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il negazionismo ambientale e climatico è completamente infondato, perché il problema dell’inquinamento e quello del riscaldamento globale sono assai seri e richiedono misure radicali. Altrettanto infondata, tuttavia, è la convinzione che ormai non vi sia più nulla da fare, perché stiamo andando verso il disastro. Nel suo libro <em>Non è la fine del mondo. Come possiamo costruire un pianeta sostenibile</em> (pubblicato in italiano da Aboca Edizioni), Hanna Ritchie ci spiega che le soluzioni sono possibili. E che non sempre quelle che a molti di noi paiono le scelte migliori sono anche le più efficaci.</p>
<p>Secondo il <em>Guardian</em>, il libro è pieno di soluzioni utili e pragmatiche, tanto che «We urgently need her and people like her» (Abbiamo urgente bisogno di lei e di persone come lei). Sulla stessa linea la prestigiosa rivista <em>Science</em>: «As Ritchie demonstrates, a better future for both people and planet is possible and even achieveble» (Come dimostra Ritchie, un futuro migliore sia per le persone sia per il pianeta è possibile e possiamo perfino raggiungerlo). A condizione, naturalmente, che studiamo le varie questioni basandoci sui dati, e non su ideologie preconcette. Ma entriamo nei dettagli.</p>
<p>Hanna Ritchie è una scienziata ambientale, attualmente senior researcher all’Università di Oxford. Sin dall’introduzione, l’autrice si appoggia esclusivamente a dati solidi e scientificamente accertati. Per ammonirci, prima di tutto, sulle conseguenze del catastrofismo ampiamente diffuso fra gli ambientalisti. Questo determina, fra i giovani, una visione estremamente spaventata del futuro, con riflessi persino sulla volontà di avere dei figli. Come se stessimo viaggiando verso la fine del mondo. Ora, se questo fosse vero, ci sarebbe poco da fare. Ma l’estremo pessimismo verso la possibilità di un futuro sostenibile per il pianeta non è fondato. I principali indicatori di benessere sociale e ambientale sono infatti in miglioramento a livello globale: la percentuale di persone che vivono in estrema povertà, il numero di bambini che muoiono, il numero delle bambine e ragazze che non vanno a scuola, le percentuali dei bambini vaccinati anche nel Sud del mondo, la disponibilità di acqua pulita e di cibo, persino le emissioni climalteranti. Questo, naturalmente, se attiviamo non lo zoom ma il grandangolo, vale a dire se guardiamo ai fenomeni sociali sui tempi lunghi e da lontano.</p>
<p>Di fronte a questi dati, un ragionevole e critico ottimismo è un dovere, perché è il solo atteggiamento che determina conseguenze positive sia sul piano individuale che sul piano sociale. Non siamo “l’ultima generazione” e non dobbiamo ribellarci a una “estinzione” in corso. Pensare così porta molti, soprattutto giovani, a gesti distruttivi e di pessimismo e li allontana dall’impegno costruttivo per risolvere i problemi, secondo le indicazioni della scienza e con la giusta (ma non acritica) fiducia nella tecnologia. I giovani di oggi non sono “l’ultima generazione”, anzi, potrebbero essere la prima a conseguire un mondo nel complesso sostenibile, vale a dire un mondo in cui sia possibile conciliare un ragionevole sviluppo con la salvaguardia ambientale. Perché, per quanto controintuitivo ciò possa apparire, il mondo non è mai stato complessivamente “sostenibile”.</p>
<p>Il libro di Hannah Ritchie analizza in dettaglio alcuni fra i principali problemi ambientali che il mondo sta affrontando e dovrà (meglio) affrontare nei prossimi anni. Per ciascun problema, l’analisi parte da un&rsquo;affermazione di estremo pessimismo, presente e spesso dominante nel dibattito pubblico. Per dimostrare, sempre e solo con dati scientifici, che i problemi ambientali sono molto seri, ma concretamente affrontabili, se lo vogliamo. E che non stiamo sprofondando verso l’abisso. Il tutto con quattro fondamentali avvertenze preliminari. La prima è che i problemi ambientali da affrontare sono davvero gravi. In mani sbagliate, l’ottimismo critico professato dall’autrice può fare seri danni. Può aggravare le conseguenze dell’inquinamento, soprattutto verso chi vive in condizioni già disagiate. Non possiamo rilassarci pensando che, tutto sommato, non stiamo scivolando verso l’estinzione e che il mondo è ambientalmente migliore rispetto a un secolo addietro. Anzi, dobbiamo trovare una spinta per agire più e meglio, anziché cullarci nel pessimismo.</p>
<p>La seconda avvertenza è che, mentre riflettiamo sull’ambiente e pensiamo a cosa possiamo fare, anche nella nostra vita individuale, per migliorare la situazione, non siamo soli. Certo, vi sono forze che frenano l’azione per il miglioramento ambientale. Ma, in tutto il mondo, molti economisti, scienziati e tecnici, sia nelle agenzie internazionali che nei governi e persino nei consigli di amministrazione di molte grandi società, stanno lavorando per migliorare le cose. Stanno lavorando spesso nel silenzio e con grande fatica. Stanno lavorando seguendo le indicazioni della scienza.</p>
<p>Ancora, seguire le indicazioni della scienza è quanto anche ciascuno di noi deve provare a fare nella propria vita individuale. Perché non basta agire, nel nostro piccolo, per l’ambiente e il clima. Bisogna anche e soprattutto agire nel modo più efficace. Leggendo questo libro, scoprirete che in molti casi la nostra percezione di quanto è ambientalmente utile differisce dalla realtà.</p>
<p>Infine, occorre sapere e accettare che due scorciatoie, spesso sostenute con entusiasmo, non sono efficaci, né realistiche, per raggiungere la sostenibilità ambientale. La prima è quella di spingere la decrescita demografica. Secondo le statistiche delle Nazioni Unite, il numero dei bambini da 1 a 5 anni nel mondo ha raggiunto il suo picco nel 2017. Questo significa che la popolazione mondiale raggiungerà il suo picco intorno al 2080 (da 10 a 11 miliardi). Ora, anche ammesso che esistano modi umani per costringere le persone a non avere figli (o ad averne non più di uno), questo non risolverebbe i problemi dei prossimi vent’anni. Non siamo in troppi, sono le impronte ecologiche di ciascuno di noi a essere eccessive.</p>
<p>La seconda scorciatoia, tanto frequentemente invocata quanto irrealistica, è quella della decrescita economica (più o meno felice). Le nazioni ricche devono molto migliorare la propria sostenibilità. Ma non erano più socialmente e ambientalmente sostenibili quando erano più povere. Inoltre, per far accedere tutta la popolazione mondiale a standard di vita dignitosi, abbiamo ancora bisogno di crescita economica, purché sostenibile ambientalmente. Decine di migliaia di anni fa, gli umani potevano produrre energia solo bruciando legno. Poi si sono aggiunti carbone e olio. Tutte soluzioni ambientalmente insostenibili. Solo con la crescita e la tecnologia degli ultimi decenni sono state rese disponibili, e sono in grande (seppur ancora insufficiente) crescita, soluzioni sostenibili: il fotovoltaico, il solare, l’eolico, ecc.</p>
<p>Sulla base di queste interessanti premessi, il volume di Ritchie affronta in dettaglio sette fra i più gravi problemi ambientali: sostenibilità, inquinamento ambientale, cambiamento climatico, deforestazione, cibo, biodiversità, plastiche nell’oceano, pesca eccessiva nei mari. Per ciascuno di essi, vengono identificati i problemi e le possibili soluzioni. E vengono illustrati gli errori di valutazione che spesso compiamo anche nella nostra vita privata. Un problema alla volta, ne parlerò nei prossimi mesi. Ma nel frattempo, soprattutto se questa introduzione NON vi convince, cosa aspettate a comperare e leggere il libro?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Decarbonizzazione: le strategie basate su un mix di politiche sono le più efficaci</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/decarbonizzazione-strategie-basate-mix-politiche-piu-efficaci/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/decarbonizzazione-strategie-basate-mix-politiche-piu-efficaci/</guid><pubDate>Mon, 16 Sep 2024 09:14:00 +0100</pubDate><dc:creator>Riccardo Lo Bue</dc:creator><category>ambiente</category><description>Per mitigare gli effetti del cambiamento climatico, i governi di tutto il mondo stanno adottando varie politiche di decarbonizzazione volte al raggiungimento.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/decarbonizzazione-strategie-basate-mix-politiche-piu-efficaci-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/decarbonizzazione-strategie-basate-mix-politiche-piu-efficaci-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Per mitigare gli effetti del cambiamento climatico, i governi di tutto il mondo stanno adottando varie politiche di decarbonizzazione volte al raggiungimento degli obiettivi climatici dell&rsquo;accordo di Parigi. Sebbene l&rsquo;accordo cerchi di limitare l&rsquo;aumento della temperatura media globale a «ben al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli preindustriali e di proseguire gli sforzi per limitare l&rsquo;aumento della temperatura a 1,5 °C», il suo successo dipende in modo rilevante dall&rsquo;attuazione di politiche climatiche efficaci a livello nazionale. <br>
Tuttavia, analizzando le politiche volte alla riduzione delle emissioni climalteranti elaborate dai singoli Paesi, emerge che esse non sono sufficienti al raggiungimento delle riduzioni delle emissioni richieste. Secondo stime delle Nazioni Unite, infatti, entro il 2030 ci sarebbe un divario di emissioni, tra l’obiettivo prefissato e la riduzione di emissioni effettivamente raggiungibili con le politiche attuali, di circa 23 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalenti. Questo divario di emissioni non è causato solo da una scarsa ambiziosità delle politiche volte alla riduzione delle emissioni, ma anche da un divario tra i risultati attesi e i risultati effettivi che le politiche adottate raggiungono in termini di riduzioni delle emissioni. Non tutte le politiche, infatti, hanno avuto lo stesso successo, e la loro efficacia varia notevolmente a seconda del contesto economico, sociale e tecnologico.</p>
<p>Lo studio <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.adl6547" rel="noopener">Climate policies that achieved major emission reductions: Global evidence from two decades</a> pubblicato su <em>Science</em> esplora come le diverse combinazioni di politiche influenzino la decarbonizzazione. </p>
<p>Lo studio fornisce una valutazione ex post globale e sistematica su 1.500 politiche climatiche implementate tra il 1998 e il 2022 in 41 Paesi di sei continenti, per identificare le combinazioni di politiche che hanno portato a grandi riduzioni delle emissioni. I ricercatori hanno identificato 63 interventi di successo con riduzioni totali delle emissioni tra 0,6 miliardi e 1,8 miliardi di tonnellate di CO₂.</p>
<h2 id="alla-ricerca-della-formula-per-la-riduzione-delle-emissioni">Alla ricerca della formula per la riduzione delle emissioni</h2><p>Nonostante oltre vent’anni di esperienza con migliaia di strategie applicate in tutto il mondo per fronteggiare il cambiamento climatico, non è chiaro quali misure siano significativamente efficaci nella riduzione delle emissioni. Ciò evidenzia la necessità di una valutazione globale dettagliata delle politiche sul clima che presti molta attenzione sia alle diverse strategie sia alla loro complementarità.</p>
<p>La realizzazione di un simile inventario, che raccolga le politiche climatiche più efficaci a livello globale, è stata finora ostacolata da due fattori principali: in primo luogo, nonostante vi sia una gran quantità di dati sui quadri normativi e sulle promesse di riduzione delle emissioni nazionali, mancano dati sistematici e comparabili a livello transnazionale sui tipi e le combinazioni specifiche di strumenti implementati; in secondo luogo, gli strumenti empirici sono in genere adattati per isolare l&rsquo;effetto di singole misure e sono prevalentemente applicati a politiche che i ricercatori ritengono soggettivamente particolarmente rilevanti. Di conseguenza, solo pochi strumenti ricevono molta attenzione. <br>
Per esempio, la tassazione delle emissioni di carbonio è ampiamente studiata nei Paesi ad alto reddito, mentre innumerevoli strumenti alternativi rimangono scarsamente valutati, in particolare nei Paesi a basso reddito.</p>
<p>Ultimo ma non meno importante, ci sono pochi strumenti per valutare empiricamente gli effetti delle combinazioni di più politiche attuate simultaneamente. <br>
I dati sulle politiche ambientali dell&rsquo;OCSE rivelano un aumento costante del numero di politiche climatiche implementate in tutti i settori tra il 1998 e il 2022 (Grafico A), con una media compresa tra quattro e otto provvedimenti per Paese. Allo stesso tempo, vi è una notevole variabilità nei tipi di misure adottate sia tra i vari settori sia nei diversi Paesi (Grafico B). Con 270 casi, le misure che regolamentano un determinato settore, per esempio definendo i limiti delle emissioni e gli obblighi tecnologici, sono le politiche più frequentemente utilizzate in tutti i settori, a eccezione dei trasporti. </p>
<p>Le politiche basate sul mercato sono principalmente concentrate nelle economie sviluppate e più diffuse nel settore dei trasporti. Tra queste, i sussidi sono i più diffusi, mentre politiche sul prezzo del carbonio, come le tasse sul carbonio e sistemi di scambio delle emissioni, rimane limitata, con un totale di 116 casi, di cui 88 nelle economie sviluppate.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/decarbonizzazione-strategie-basate-mix-politiche-piu-efficaci-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/decarbonizzazione-strategie-basate-mix-politiche-piu-efficaci-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/decarbonizzazione-strategie-basate-mix-politiche-piu-efficaci-body-1.png.webp 964w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Aumento numero di politiche di decarbonizzazione dati OCSE" width="964" height="507" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<h2 id="le-politiche-per-la-decarbonizzazione-limportanza-del-policy-mix">Le politiche per la decarbonizzazione: l’importanza del <em>policy mix</em></h2><p>Lo studio sottolinea l&rsquo;importanza dei <em>policy mix</em>, ovvero la combinazione di vari strumenti come meccanismi basati sul prezzo del carbonio, regolamentazioni e sussidi. Secondo gli autori, i <em>policy mix</em> risultano essere molto più efficaci nel ridurre le emissioni rispetto all&rsquo;adozione di singole politiche isolate, infatti, la maggior parte (70%) delle riduzioni significative delle emissioni sono abbinate a due o più politiche.</p>
<p>Nel settore della produzione dell’energia elettrica, gli studiosi hanno rilevato per il Regno Unito due momenti, nel 2015 e nel 2016, in cui si sono registrate riduzioni significative delle emissioni. Queste seguono l&rsquo;introduzione a metà del 2013 del [Carbon Price Floor](<a href="https://commonslibrary.parliament.uk/research-briefings/sn05927/#:~:text=The%20Carbon%20Price%20Floor%20%28CPF,What%20is%20the%20CPF%3F%29" rel="noopener">https://commonslibrary.parliament.uk/research-briefings/sn05927/#:~:text=The%20Carbon%20Price%20Floor%20(CPF,What%20is%20the%20CPF%3F)</a> (CPF) che ha imposto un prezzo minimo del carbonio per i produttori di energia del Regno Unito per supportare il sistema di scambio delle emissioni dell&rsquo;UE.</p>
<p>Sebbene la letteratura esistente abbia attribuito la maggior parte delle riduzioni delle emissioni ottenute al CPF, lo studio ha rivelato che il provvedimento faceva parte di un ampio mix di politiche che andavano dall&rsquo;espansione delle energie rinnovabili a norme più severe sull&rsquo;inquinamento atmosferico, oltre all&rsquo;annuncio dell&rsquo;eliminazione graduale delle centrali elettriche a carbone. A questi provvedimenti si aggiungevano altri incentivi come le aste per le energie rinnovabili.</p>
<p>Analogamente la Cina nel 2016 ha registrato un significativo crollo delle emissioni nel settore industriale sebbene con un po’ di ritardo rispetto all’implementazione di un sistema di scambio di quote di emissione introdotto nel 2013. I precedenti studi attribuivano proprio a quest’ultimo il drastico calo delle emissioni osservato, senza considerare invece il ruolo giocato dall’introduzione di incentivi per l’efficienza energetica nel 2015 e la riduzione dei sussidi alle fonti fossili del 2016.</p>
<p>Diversi strumenti molto utilizzati, come sussidi, norme edilizie e per l’efficienza energetica, sono efficaci solo se adottatati insieme ad altre politiche, mentre producono un effetto minore se sono applicati come provvedimenti singoli e non coordinati tra loro. Per esempio, nel settore edilizio se le politiche di <em>phase-out</em> e i divieti di specifiche attività, prodotti o tecnologie dannose per l&rsquo;ambiente, vengono attuati come parte di un <em>policy mix</em>, l&rsquo;effetto sulla riduzione di emissioni di CO₂ è di circa il 32%, mentre è solo del 13% se le stesse politiche fossero applicate singolarmente. L’efficacia dei <em>policy mix</em> dipende fortemente dal settore in cui vengono applicate. <br>
Al contrario, la tassazione delle emissioni di carbonio rappresenta in tal senso un’eccezione, infatti questa misura da sola risulta essere efficace nella riduzione delle emissioni in tutti i settori.</p>
<p>La capacità di riduzione delle emissioni mostrata dai mix di provvedimenti come la tassazione delle emissioni di carbonio o la riduzione dei sussidi ai combustibili fossili, uniti a politiche come il <em>phase-out</em> o l’introduzione di divieti, suggerisce che nella maggior parte dei casi le politiche sul prezzo del carbonio sono lo strumento che consente riduzioni più efficaci delle emissioni. <br>
Inoltre, lo studio rivela che anche la regolamentazione, tra le politiche applicate singolarmente, è una strategia molto efficace.</p>
<h2 id="lefficacia-delle-politiche-dipende-anche-dal-grado-di-sviluppo-economico-del-paese-che-le-attua">L’efficacia delle politiche dipende anche dal grado di sviluppo economico del Paese che le attua</h2><p>Un altro aspetto cruciale evidenziato nello studio è la differenza nell&rsquo;efficacia delle politiche tra i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo. Nelle economie avanzate, le strategie basate sul prezzo del carbonio, come le tasse sul carbonio o i sistemi di scambio delle emissioni, sono particolarmente efficaci nel ridurre le emissioni di CO₂ quando applicate da sole. In particolare, il 20% degli interventi che hanno avuto successo in termini di riduzione delle emissioni sono stati associati esclusivamente a politiche basate sul prezzo del carbonio. I sussidi invece sono particolarmente efficaci quando vengono utilizzati insieme ad altri strumenti, specialmente in combinazione con i meccanismi che sfruttano il prezzo del carbonio, ciò è stato riscontrato nel 33% degli interventi di successo analizzati dallo studio.</p>
<p>Al contrario, nelle economie in via di sviluppo, la politica più efficace è la regolamentazione, sia quando è utilizzata da sola sia quando è applicata in combinazione con sussidi e politiche basate sul prezzo del carbonio. Nelle economie sviluppate non sono stati riscontrati sussidi efficaci da soli. </p>
<p>Nel settore industriale, le politiche basate sul prezzo del carbonio giocano un ruolo prominente. Sono più efficaci singolarmente nelle economie sviluppate (43%) e mostrano la maggiore sinergia con altre politiche nelle economie in via di sviluppo (50%). Tuttavia, i sussidi possono essere complementi efficaci in entrambi i contesti. Nel settore dell’edilizia, i risultati suggeriscono che un ampio set di strumenti può essere altrettanto efficace, ma i sussidi dominano leggermente, sia come provvedimenti singoli e sia in combinazione con altre politiche, nelle economie sviluppate; mentre nelle economie in via di sviluppo è la regolamentazione la politica leggermente più efficiente.</p>
<p>In netto contrasto con le economie sviluppate, non sono state trovate politiche basate sul prezzo del carbonio che abbiano portato a riduzioni significative delle emissioni nel settore elettrico nei Paesi in via di sviluppo, nonostante circa il 13% delle politiche adottate o rafforzate siano di questo tipo. Questo risultato è coerente con la mancanza di mercati liberalizzati e la presenza di altre distorsioni dei prezzi che possono limitare l&rsquo;efficacia di questi strumenti. È anche in linea con la teoria del <em>policy sequencing</em>, che afferma che, in una prima fase delle politiche climatiche, le regolamentazioni e i sussidi sono efficaci nel costruire interesse economico verso le tecnologie verdi e nel ridurne il costo. Tuttavia, è importante considerare che l’analisi per i Paesi in via di sviluppo condotta dagli studiosi si basa su un campione limitato, dato il numero ridotto di politiche rilevate, in particolare nel settore elettrico.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/decarbonizzazione-strategie-basate-mix-politiche-piu-efficaci-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/decarbonizzazione-strategie-basate-mix-politiche-piu-efficaci-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/decarbonizzazione-strategie-basate-mix-politiche-piu-efficaci-body-2.png.webp 964w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="I diagrammi di Eulero politiche decarbonizzazione efficaci per economie sviluppate ed economie non sviluppate al confronto" width="964" height="743" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">I diagrammi di Eulero mostrano quali combinazioni di tipi di politica sono efficaci in ciascun settore separatamente per le economie sviluppate e in via di sviluppo. <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.adl6547" rel="noopener">Fonte</a></p>

<h2 id="prospettive-future">Prospettive future</h2><p>Lo studio sottolinea l&rsquo;efficacia di alcuni dei <em>policy mix</em> analizzati, ovvero di quelle politiche basate sulla combinazione di vari strumenti. Ciò suggerisce che alcuni di questi strumenti, già ampiamente utilizzati, sono complementari ad altri strumenti o addirittura rafforzano l’effetto complessivo, mentre gli stessi strumenti applicati da soli hanno spesso una portata limitata.</p>
<p>In secondo luogo, i risultati evidenziano che i <em>policy mix</em> di successo variano a seconda dei settori e che i decisori politici dovrebbero concentrarsi sulle <em>best practice</em> specifiche dei vari settori quando progettano le politiche climatiche piuttosto che seguire un approccio unico per tutti i settori.<br>
Dallo studio emerge che le strategie basate sul prezzo del carbonio sono una politica particolarmente efficace nelle economie sviluppate, in particolare in quei settori dominati da aziende che massimizzano i profitti, come l&rsquo;industria e il settore della produzione dell’energia elettrica.<br>
Al contrario, per il settore edile e in parte anche per quello dei trasporti, che includono entrambi una quota elevata di consumatori privati, soggetti a fattori comportamentali, risultano più efficaci le politiche che attuano più strumenti in sinergia. In questi settori sono necessari incentivi ampi, come il rinnovo degli impianti di riscaldamento o delle auto.</p>
<p>In conclusione, i risultati offrono una prospettiva chiara ma preoccupante sugli sforzi politici necessari entro il 2030 per colmare il divario di emissioni pari a 23 Gt CO₂ equivalenti. </p>
<p>Utilizzando le dimensioni medie e massime delle riduzioni delle emissioni rilevate, sono stati ipotizzati due scenari possibili entro il 2030: nel primo scenario supponendo che tutti i 41 paesi del campione esaminato nello studio ottengono riduzioni delle emissioni pari alla dimensione media delle riduzioni osservate, si avrebbe una diminuzione dell’attuale divario delle emissioni pari al 26% entro il 2030; nel secondo scenario, presumendo che gli stessi paesi ottengono riduzioni delle emissioni pari alla dimensione massima delle riduzioni osservate, il divario si ridurrebbe del 41%. </p>
<p>Tuttavia, anche se tutti i Paesi del campione fossero in grado di replicare i successi passati, sarebbe necessario un impegno più che quadruplo nel primo scenario, o di una volta e mezza nel secondo scenario, rispetto a quanto osservato finora per colmare completamente il gap di emissioni entro il 2030.<br>
Pertanto, concludono i ricercatori, estendere le buone prassi identificate nello studio a ogni settore degli altri Paesi può rappresentare a breve termine una potente strategia di mitigazione climatica. </p>
<p>Questo evidenzia anche la necessità di altre ricerche che forniscano prove sistematiche su quali combinazioni di politiche climatiche siano le più efficaci per stimolare lo sviluppo necessario di tecnologie a basse emissioni di carbonio per arrivare a un&rsquo;economia a emissioni nette zero.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Carne coltivata, un libro sulla rivoluzione tra etica e sostenibilità</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/carne-coltivata-libro-rivoluzione-etica-sostenibilita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/carne-coltivata-libro-rivoluzione-etica-sostenibilita/</guid><pubDate>Fri, 13 Sep 2024 10:12:00 +0100</pubDate><dc:creator>Franca Braga</dc:creator><category>alimentazione</category><description>Edito da Fandango Libri, Carne coltivata. La rivoluzione a tavola è una stimolante lettura che offre una buona panoramica delle diverse visioni su questo cibo del futuro, stimolando in maniera critica e ben documentata il lettore a porsi domande non solo scientifiche, ma anche etiche, morali e politiche.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/carne-coltivata-libro-rivoluzione-etica-sostenibilita-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/carne-coltivata-libro-rivoluzione-etica-sostenibilita-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Uscito quest’anno nella collana Icaro di Fandango, che si prefigge l’obiettivo di “confrontarsi con le promesse e con le problematiche delle nuove tecnologie”, <em>Carne coltivata. La rivoluzione a tavola</em> di Arianna Ferrari (168 pp, 12 euro) risponde pienamente a questa impostazione, offrendo una discussione ben più allargata rispetto al dibattito sulla carne coltivata cui siamo ormai abituati, con posizioni fortemente polarizzate e in linea di massima limitate ad un confronto di questo cibo del futuro con il cibo tradizionale. L’autrice, che ha conseguito un dottorato di ricerca in filosofia ed è specializzata in questioni etiche e politiche legate alle innovazioni tecnologiche, ci accompagna in un percorso decisamente stimolante che tocca diversi punti.</p>
<p>Il libro si definisce adatto e rivolto al grande pubblico. In realtà la lettura presuppone una certa preparazione scientifica di base e le pagine non scorrono così leggere, ma ne vale la pena.</p>
<h2 id="la-carne-coltivata-è-artificiale">La carne coltivata è artificiale?</h2><p>La prima parte è una documentata introduzione alla storia della carne coltivata, dalle sue origini immaginate nel saggio sul futuro <em>Possible Worlds and Other Essays</em> del 1927 e nel noto <em>Fifty Year Hence</em> del 1932 scritto da Winston Churchill agli studi che a partire dagli anni Novanta hanno lavorato sulla produzione di carne in vitro, per arrivare alla presentazione pubblica del primo esempio concreto di carne coltivata: un hamburger. Era il 2013. Mark Post, ricercatore olandese, invitò 70 giornalisti alla conferenza stampa: su YouTube si può ancora trovare il video di promozione introdotto da Sergey Brin, cofondatore di Google e finanziatore convinto di questo cibo del futuro.</p>
<p>Segue un excursus sulle tecniche di produzione e sui punti critici ancora da risolvere, in primis la scalabilità del prodotto, che a oggi è ancora decisamente lontano da una modalità di produzione di tipo industriale.</p>
<p>Il secondo capitolo si apre con questa domanda: la carne coltivata è artificiale? La distinzione tra ciò che è naturale e ciò che è artificiale è un tema di grande interesse. Cosa si intende per naturale? Tutto ciò che segue l’ordine della natura. E agire contro questo ordine sarebbe quasi come sostituirsi a Dio. Le riflessioni che ne conseguono sono assai complesse.</p>
<p>Ciò che – a torto o a ragione – è considerato “naturale” è ritenuto buono, sicuro, accettato. Si parla di “pregiudizio sulla naturalità”. Conseguentemente ciò che non segue l’ordine della natura è cattivo, pericoloso. Basti pensare all’avversione verso gli alimenti OGM. Percezione di artificialità che porta al disgusto, al rifiuto.</p>
<p>La carne coltivata è vista da molti come artificiale, perché fatta in laboratorio. Non importa se si parte da cellule animali e non si tratti di un prodotto sintetizzato in laboratorio. Quello che passa è la contrapposizione con la carne tradizionale. Ma è giusto porsi la domanda: la carne tradizionale è naturale? La selezione di animali da reddito resi sempre più produttivi con inseminazioni artificiali e altre procedure biotecnologiche è naturale?</p>
<h2 id="carne-coltivata-e-sviluppo-sostenibile">Carne coltivata e sviluppo sostenibile</h2><p>Uno dei vantaggi messo sempre in evidenza dai fautori della carne coltivata è il ridotto impatto ambientale di questo nuovo alimento. Arianna Ferrari analizza studi e dati disponibili e conclude che finora non è stata portata a termine un’analisi esaustiva di LCA (Life Cycle Assessment), che consenta di valutare in modo esaustivo l’impatto ambientale della carne coltivata, anche perché le valutazioni fatte sono tutte basate su modelli ipotetici e dati provenienti da esperimenti a livello di laboratorio.</p>
<p>Le variabili ancora incerte per il passaggio a una vera produzione di massa non consentono una valutazione corretta. Per esempio, uno dei nodi cruciali ancora da sciogliere è quello del liquido di coltura e la scelta finale potrebbe influenzare in maniera importante l’impatto ambientale. E poi c’è la variabile bioreattori. Come saranno i bioreattori in grado di consentire una produzione industriale? In questa incertezza non va dimenticato il ruolo giocato dalle informazioni mancanti in quanto coperte dal segreto industriale.</p>
<h2 id="la-carne-coltivata-e-il-rispetto-dei-diritti-degli-animali">La carne coltivata e il rispetto dei diritti degli animali</h2><p>Nel libro è dedicata una parte importante alla valutazione della carne coltivata come soluzione per eliminare la sofferenza animale e rispettare i diritti degli animali. Anche su questo punto l’autrice non si ferma alla semplicistica conclusione di vedere nella carne coltivata una soluzione poiché coltivo la carne e non devo uccidere gli animali. Il processo produttivo parte a oggi da una biopsia muscolare che è un atto che provoca stress all’animale. Quante volte è necessario prelevare cellule e da quanti animali?</p>
<p>Il ricorso agli animali potrebbe essere in futuro evitato nel caso di utilizzo di linee cellulari immortalizzate, capaci di riprodursi all’infinito. È un’ipotesi. Il ricorso a <a href="https://www.research4life.it/non-solo-sperimentazione-animale-luso-del-fbs-per-le-colture-cellulari/" rel="noopener">siero fetale bovino</a> è un altro aspetto critico per il benessere animale e anche su questo si sta muovendo la ricerca. E poi, ipotizzando l’impossibilità di abbandonare l’allevamento come fonte iniziale di cellule, è fondamentale che si passi a un allevamento estensivo per un numero decisamente inferiore di animali.</p>
<h2 id="la-carne-coltivata-nella-transizione-alimentare">La carne coltivata nella transizione alimentare</h2><p>La carne coltivata apre anche una questione politica. Sarà necessario risolvere i punti critici nella tecnologia produttiva, risolvere le questioni di sostenibilità e avere un’attenzione particolare ai diritti degli animali. Ma non basta. Bisogna pensare oggi a una politica di innovazione, al ruolo che potrà giocare la carne coltivata nella transizione alimentare verso modelli più sani, sostenibili e in grado di garantire la sicurezza alimentare intesa come security ovvero disponibilità per tutti di cibo sano e nutriente in quantitativi sufficienti. Modelli che prevedono una drastica riduzione degli apporti di proteine animali.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il mare, la pesca e il clima</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/mare-pesca-clima/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/mare-pesca-clima/</guid><pubDate>Wed, 11 Sep 2024 09:18:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Come stanno le riserve ittiche? Un terzo sono in sovrasfruttamento secondo i dati FAO e la maggior parte è sfruttata al massimo delle potenzialità. Serve rafforzare adattamento climatico, protezione e ripristino della biodiversità e continuare a ridurre le emissioni di gas serra.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/mare-pesca-clima-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/mare-pesca-clima-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Durante quest’estate è capitato spesso di leggere o ascoltare avvertimenti e allarmi sullo stato degli stock ittici, sia dal punto di vista dell’eccesso di pesca sia dal punto di vista dell&rsquo;impatto delle temperature crescenti. Il WWF <a href="https://www.wwf.it/pandanews/societa/nel-2024-finite-le-risorse-ittiche-del-mediterraneo/" rel="noopener">ricorda</a> con il Fish Dependence Day che a luglio 2024 l’Europa ha esaurito le risorse interne per la produzione di pesce, compresi molluschi e crostacei, analogamente a quanto avviene con l’Overshoot Day. Il Post <a href="https://www.ilpost.it/2024/09/02/cozze-muoiono-riscaldamento-mediterraneo/" rel="noopener">racconta</a> della riduzione della proliferazione di molluschi in Veneto, Emilia-Romagna e Puglia, dove il Mare Adriatico ha registrato <a href="https://www.snpambiente.it/snpa/arpa-fvg/un-mare-sempre-piu-caldo-i-record-del-2024-e-i-segnali-dal-clima-in-fvg-nel-golfo-di-trieste-e-nella-laguna-di-marano-e-grado/" rel="noopener">temperature</a> decisamente alte. Si veda al riguardo questo video girato nelle coste del Conero, dove si documenta la <a href="https://www.centropagina.it/ancona/ancona-strage-mortalita-mosciolo-conero-cambiamenti-climatici-cnr-irbim/" rel="noopener">moria</a> di cozze.</p>

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  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/hh4lOhSWncY" data-titolo="Video: Mortalità di massa del mosciolo selvatico del Conero" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">Mortalità di massa del mosciolo selvatico del Conero</p>
  <button type="button" class="player-avvia">
    <svg viewBox="0 0 16 16" aria-hidden="true"><path d="M3 1.5v13l11-6.5z" fill="currentColor"/></svg>Carica il video da YouTube</button>
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<h2 id="adattamento-protezione-e-natura">Adattamento, protezione e natura</h2><p>L’ultimo <a href="https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg2/chapter/chapter-3/" rel="noopener">rapporto</a> dell’IPCC, nel volume dedicato all’adattamento, indica quali sono le soluzioni da applicare per contenere gli impatti del riscaldamento globale sulla salute dei mari, pesca compresa. Ricordiamo infatti che i cambiamenti climatici peggiorano gli impatti sulla vita marina già dovuti ad altri fattori, come il degrado degli habitat, l&rsquo;inquinamento marino, la pesca eccessiva e l&rsquo;introduzione di specie non indigene. In più, le temperature maggiori incrementano l’eutrofizzazione costiera e l’ipossia associata che aumentano la mortalità anche negli stock ittici.</p>
<p>Sulle Aree Marine Protette, nella fattispecie, l’IPCC indica che serve aumentarne l’efficacia.</p>
<blockquote>
<p>le AMP possono contribuire in modo sostanziale all&rsquo;adattamento e alla mitigazione se sono progettate per affrontare i cambiamenti climatici, implementate in modo strategico e ben governate. Il ripristino degli habitat limita la perdita di servizi ecosistemici legata ai cambiamenti climatici, tutela la biodiversità, protegge le coste, promuove il turismo, fornisce benefici di mitigazione su scala locale e regionale (per esempio, attraverso ecosistemi “blue carbon” che immagazzinano carbonio) e può salvaguardare la produzione ittica in un clima più caldo.</p></blockquote>
<p>Al riguardo, è recente la notizia dell’<a href="https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2024/06/17/nature-restoration-law-council-gives-final-green-light/" rel="noopener">approvazione</a> definitiva del regolamento europeo sul ripristino della natura (<em>Nature Restoration Law</em>) di almeno il 20% entro il 2030 delle zone terrestri e marine, che si inserisce nel <a href="https://www.consilium.europa.eu/it/policies/biodiversity/" rel="noopener">contesto</a> di protezione della biodiversità del Green Deal europeo – vedi target di protezione del 30% entro il 2030. Politiche che avranno bisogno del pieno sostegno della nuova Commissione europea in fase di composizione (e che però non sono ben viste dall’attuale Governo italiano).</p>
<p>Dal punto di vista dell’adattamento climatico, in generale, l’IPCC ricorda il ruolo e l’efficacia crescente delle <em>nature-based solution</em>, le soluzioni basate sulla natura. Cioè quelle azioni che usano il più possibile meccanismi adattativi che producano benefici contemporanei anche sulla riduzione delle emissioni di gas serra e sulla conservazione della biodiversità (oltre che benefici sociali, economici e culturali). Infatti, si legge nel rapporto IPCC, «l&rsquo;efficacia delle <em>nature-based solution</em> diminuisce con il riscaldamento; la conservazione e il ripristino da soli non saranno sufficienti a proteggere le barriere coralline oltre il 2030 e a proteggere le mangrovie oltre il 2040». In altre parole, serve sempre e comunque continuare a ridurre le emissioni.</p>
<h2 id="come-stanno-le-riserve-ittiche">Come stanno le riserve ittiche</h2><p>Nel rapporto della FAO <em><a href="https://openknowledge.fao.org/server/api/core/bitstreams/7493258e-e420-4840-a95d-cfec8833219d/content" rel="noopener">The State of World Fisheries and Aquaculture 2024</a></em>, viene descritto lo stato delle riserve ittiche nel mondo, distinguendo tre gruppi principali: le riserve sfruttate sotto le potenzialità massime, quelle sfruttate al massimo delle potenzialità (dove prelievo e rigenerazione sono in equilibrio) e quelle sovrasfruttate. Dal 1974 al 2021 si registra un andamento in continuo peggioramento: oggi un terzo circa degli stock è sovrasfruttato.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/mare-pesca-clima-body-1.png.webp" alt="" width="629" height="475" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Interessante anche osservare come l’uso delle risorse ittiche vari geograficamente: il Mar Mediterraneo è tra le zone più sovrasfruttate.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/mare-pesca-clima-body-2.png.webp" alt="" width="660" height="446" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>La FAO <a href="https://www.fao.org/newsroom/detail/climate-risks-projected-to-affect-fish-biomass-around-the-world%27s-ocean--fao-report-says/en" rel="noopener">mette in guardia</a> anche sulla differente modifica della quantità degli organismi marini a seconda che si consideri uno scenario ad alte o basse emissioni.</p>
<blockquote>
<p>Entro la fine del secolo, nello scenario ad alte emissioni, che prevede un riscaldamento globale di 3-4 °C, le diminuzioni peggioreranno fino al 30% o più in 48 Paesi e territori.<br>
Al contrario, nello scenario a basse emissioni, che prevede un riscaldamento globale di 1,5-2 °C, i cambiamenti si stabilizzano tra l&rsquo;assenza di variazioni e una diminuzione del 10% o meno in 178 Paesi e territori entro la fine del secolo.</p></blockquote>
<p>In particolare, nei piccoli stati insulari, dove l’economia locale dipende fortemente dalla pesca, tra il 68 e il 90% delle perdite a fine secolo nello scenario a emissioni elevate sarebbero evitate nello scenario a basse emissioni. Stiamo parlando degli Stati Federati di Micronesia, di Nauru e Palau, delle Isole Salomone e Tuvalu.</p>
<p>Ecco ulteriori <a href="https://ourworldindata.org/grapher/ghg-emissions-seafood" rel="noopener">dati</a> sulla salute degli stock ittici per tipologia di pesce.</p>
<p>In questo caso si rappresenta il valore della biomassa di uno stock diviso la biomassa al suo massimo sostenibile rendimento.</p>
<p>Di seguito la quota di stock ittici che (al 2019) si trovano entro livelli sostenibili, cioè se la loro “abbondanza” è stimata pari o superiore al livello che può produrre il rendimento massimo sostenibile.</p>
<p>Un fattore che verrà modificato dalle temperature crescenti è anche la distribuzione geografica delle specie ittiche. Secondo quanto afferma la <a href="https://new.nsf.gov/news/warming-oceans-due-climate-change-will-mean-fewer" rel="noopener">National Science Foundation</a> statunitense, nei prossimi duecento anni di riscaldamento globale</p>
<blockquote>
<p>le specie si rimescoleranno continuamente e potranno spostare i loro areali. […] Non solo le grandi specie e le attività di pesca importanti dal punto di vista commerciale si sposteranno dai loro areali storici […], ma probabilmente non saranno così abbondanti nemmeno nei loro nuovi areali geografici. Un pescatore di merluzzo nell&rsquo;Atlantico, per esempio, potrebbe ancora trovare pesce tra 200 anni, ma in numero significativamente inferiore.</p></blockquote>
<p>La <a href="https://www.eea.europa.eu/en/analysis/indicators/status-of-marine-fish-and" rel="noopener">situazione</a> in Europa vede forti differenze regionali. Più del 60% degli stock ittici nell&rsquo;Oceano Atlantico nord-orientale e nel Mar Baltico soddisfa almeno uno dei due criteri GES (“good environmental status”, indicatori che misurano il livello di sfruttamento, la capacità riproduttiva e la distribuzione dell’età e della taglia). Nel Mar Mediterraneo e nel Mar Nero la situazione è più critica: «solo il 26% degli stock valutati è in buono stato sulla base di almeno un criterio».</p>
<p>Non mancano le buone notizie dalla <a href="https://www.fisheries.noaa.gov/national/sustainable-fisheries/status-stocks-2023" rel="noopener">NOAA</a>. Negli Stati Uniti, nel 2023, è stato ricostituito il 50° stock ittico tra quelli monitorati: «il salmone Coho di Snohomish era stato dichiarato sovrasfruttato nel 2018 e ora si è ricostituito fino a raggiungere il suo livello sostenibile». Questo grazie tanto a una gestione migliore della pesca, quanto al ripristino di specifici habitat marini. La NOAA ci ricorda come sia stato possibile grazie al quadro normativo che ha al centro la legge Magnuson (democratico) – Stevens (repubblicano) del 1976: il <em>Fishery Conservation and Management Act</em>, che è la legge principale che regola la gestione della pesca marina nelle acque federali.</p>
<p>Infine, è interessante conoscere anche quanti chilogrammi di gas serra per chilogrammo di prodotto marino vengono emessi, perché, come dicevamo, l’obiettivo della riduzione delle emissioni di gas serra resta in ogni caso il faro delle politiche ambientali da oggi al 2050.</p>
<h4 id="per-un-confronto-completo-ricordiamo-però-che-le-emissioni-per-chilo-di-manzo-sono-di-circa-100-kg-di-agnello-e-montone-circa-40-kg-vedi-dati-qui">Per un confronto completo ricordiamo però che le emissioni per chilo di manzo sono di circa 100 kg, di agnello e montone circa 40 kg (vedi <a href="https://ourworldindata.org/grapher/ghg-per-kg-poore" rel="noopener">dati qui</a>).</h4><p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/mare-pesca-clima-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/mare-pesca-clima-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/mare-pesca-clima-body-3.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="3400" height="3003" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Basato su una meta-analisi di dati provenienti da 1690 allevamenti ittici e 1000 registri unici di pesca. Gli impatti sono espressi in chilogrammi di equivalenti di anidride carbonica per chilogrammo di peso edibile.<br>
L&rsquo;elenco tradotto in italiano è: platessa (selvaggia), aragosta (selvaggia), gamberi (selvaggi), bivalvi (selvaggi), tilapia (allevata), scorfano e branzino (selvaggi), carangidi (selvaggi), gamberi (allevati), pollo, calamari (selvaggi), pesce gatto (allevato), tonno (selvaggio), carpa (allevata), salmone e trota (selvaggi), pesce lattea (allevato), trota (allevata), merluzzo ed eglefino (selvaggi), salmone (allevato), aringhe e sardine (selvagge), carpa argentata/bighead (allevata), bivalvi (allevati) e alghe marine (allevate).</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il battito della natura selvaggia: intervista a David Quammen</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/battito-natura-selvaggia-intervista-david-quammen/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/battito-natura-selvaggia-intervista-david-quammen/</guid><pubDate>Mon, 09 Sep 2024 00:23:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><category>ambiente</category><description>È uscito per Adelphi Il cuore selvaggio della natura di David Quammen, raccolta aggiornata di reportage e saggi scritti in vent’anni di viaggi attorno al mondo alla scoperta della natura e dei suoi abitanti, umani e non umani. In questa intervista di Laura Scillitani l’autore ci racconta il libro e come è nato, parlando di natura selvaggia, viaggi, equilibri naturali, pandemie e coesistenza.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/battito-natura-selvaggia-intervista-david-quammen-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/battito-natura-selvaggia-intervista-david-quammen-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Non è sicuramente facile parlare di temi come la perdita di biodiversità, la comparsa di nuovi virus, l’evoluzione o il rapporto con animali pericolosi tenendo i lettori incollati al libro con tomi di quattrocento e più pagine, ma <a href="https://davidquammen.com/" rel="noopener">David Quammen</a> ci riesce splendidamente. Complici i suoi viaggi avventurosi, lo stile ironico, tagliente e molto diretto dei suoi scritti, la capacità documentaristica di descrivere luoghi, situazioni e persone. È uscito la scorsa settimana per Adelphi <em><a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845939228" rel="noopener">Il cuore selvaggio della natura</a></em>, che Quammen ha presentato alla ventottesima edizione del <a href="https://www.festivaletteratura.it/it/racconti/e-tardi-ma-non-e-troppo-tardi" rel="noopener">Festival Letteratura di Mantova</a>. </p>
<p>L’ho incontrato nella splendida cornice di palazzo Castiglioni, cuore della città animata dalla kermesse letteraria, in una giornata rinfrescata da continui scrosci temporaleschi. Quammen è gentile, sorridente e disponibile, ascolta fissandomi attentamente con i suoi occhi chiari dietro gli occhiali dalla montatura leggera; ripesca dalla memoria i mille aneddoti della sua vita avventurosa e sceglie con molta cura le parole con cui rispondere; chiacchierando scopriamo anche di avere conoscenze in comune nel mondo della conservazione. Dopo la presentazione al festival ripartirà alla volta del Mozambico, dove lo attende un workshop sulle foreste, e poi si sposterà in Tasmania, per raccogliere storie per il suo prossimo libro, che tratterà del cancro e della sua evoluzione.</p>
<p><em>Il cuore selvaggio della natura</em> raccoglie, aggiornandoli, i principali reportage scritti per <em>National Geographic</em>, nei quali Quammen parla di temi a lui molto cari come la difesa della ricchezza di specie che popolano il nostro pianeta, i diritti dei popoli indigeni, il profondo legame tra benessere umano e benessere del pianeta. Non mancano storie tragiche di estinzioni e conflitti umani-fauna che si creano a causa dell’erosione degli ambienti naturali, come nel caso della drammatica convivenza tra persone e scimpanzé nell’Uganda occidentale, o tra Masai e leoni in Tanzania. Ma ci sono anche molte storie di speranza, come quella del parco di Gorongosa, esempio virtuoso di coinvolgimento delle comunità locali a sostegno di una natura che pareva soccombere sotto il peso delle azioni umane e che è oggi invece florida e pulsante, o come i progetti di rinaturalizzazione, ripristino ambientale e reintroduzione di specie minacciate di estinzione in Cile e Argentina.</p>
<p><strong>Nell’introduzione de <em>Il cuore selvaggio della natura</em> scrive che un libro di <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ricordo-edward-wilson/">Edward Wilson</a> ha contribuito in modo molto importante alla sua scrittura di saggi e reportage sul mondo naturale. Ci spiega in che modo?</strong></p>
<p>Sì, è stato intorno al 1985. All’epoca scrivevo regolarmente su una rivista, avevo una rubrica di scienze naturali. Lessi che nell’isola di Guam, nel Pacifico occidentale, le numerose specie indigene, endemismi unici dell’isola, stavano scomparendo. All’inizio il perché di questa scomparsa era un mistero, poi fu scoperta la causa: si trattava di un serpente esotico trasportato accidentalmente con gli aerei provenienti dalla Nuova Guinea o dalle Isole Salomone. Un serpente arboricolo, predatore di uccelli. Gli uccelli di Guam erano una preda molto facile: erano per così dire ingenui, non avendo mai avuto predatori naturali su quell&rsquo;isola. Ho quindi iniziato ad approfondire l’argomento, e fu un’illuminazione, come se avessi aperto una porta su una grande stanza buia o se avessi strisciato attraverso un cunicolo in una caverna scoprendo i dipinti di Lascaux. Le isole generano nuove specie uniche e molto vulnerabili: la maggior parte delle estinzioni avvenute negli ultimi trecento anni sono tutte avvenute sulle isole. Cercai la letteratura scientifica su questo problema, e uno dei libri fondamentali che trovai fu <em>The theory of island biogeography</em>(La teoria della biogeografia insulare) di Ed Wilson e Robert McArthur, pubblicato nel 1967. Il testo non solo parla delle caratteristiche peculiari delle isole, ma introduce il problema della frammentazione: ovunque ci sia una porzione di habitat circondata da terra inospitale, anche quella funziona come un&rsquo;isola, ed è soggetta a estinzione. Questo libro fu un testo imprescindibile per l’ecologia e la conservazione che ispirò molti ricercatori a occuparsi della frammentazione dell’habitat e degli ecosistemi insulari. E portò me a dedicare otto anni alla scrittura del mio libro, <em>The song of the dodo</em>. Nel corso delle mie ricerche conobbi Wilson, che mi fu di grande aiuto, e diventammo amici. Scrivevo già di conservazione, ma il suo libro fu fondamentale per me e per realizzare il mio primo saggio.</p>
<p><strong>Una sua cifra stilistica caratteristica è quella di documentarsi anche attraverso viaggi lunghi e avventurosi, alla scoperta di luoghi naturali selvaggi e in compagnia dei ricercatori di campo&hellip;</strong></p>
<p>Uno dei miei principi ispiratori nella scrittura di saggi sul mondo naturale – o di qualsiasi altro argomento – è “andare là, essere sul posto”. Vuoi scrivere dei gorilla in Congo che stanno morendo a causa forse di una epidemia di ebola? <em>Vai là</em>. Vuoi scrivere dell’estinzione delle specie in Tasmania? <em>Vacci</em>. Questo è quello che faccio. E questo libro raccoglie vent&rsquo;anni di questo principio, di essere sul posto per viverlo e raccontarlo. Nel 1999 il <em>National Geographic Magazine</em> mi ha assunto per scrivere storie per loro, fornendomi risorse che hanno reso più semplice per me fare questo lavoro, perché mi hanno mandato nei luoghi selvaggi di tutto il mondo per scrivere di creature selvagge.</p>
<p><strong>Appunto nel 1999 il <em>National Geographic</em> la ingaggiò per la sua prima spedizione, che forse resta uno dei suoi viaggi più avventurosi, il “megatransect”, un&rsquo;idea dell’ecologo conservazionista Mike Fay, un percorso a piedi di oltre 3600 chilometri che si snoda lungo il bacino del Congo, in mezzo a posti impenetrabili, per raccogliere e documentare tutta la biodiversità presente. Nel libro scrive che all’inizio hanno dovuto insistere perché lei partecipasse, ce lo racconta?</strong></p>
<p>All’epoca stavo lavorando al libro <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845935039" rel="noopener"><em>Alla ricerca del predatore alpha</em></a>. Facevo avanti e indietro dalla Romania, dove andavo sul campo per l’orso bruno, e poi in Australia per passare del tempo con gli aborigeni e raccogliere materiale sui coccodrilli. E mi chiamarono dal <em>National Geographic</em> per chiedermi se volessi andare ad attraversare a piedi il Congo con quel tizio. Risposi che sembrava interessante, ma ero molto impegnato, e li salutai. Addio. Ma poi loro chiamarono ancora, e ancora. Fu una buona negoziazione, offrirono più fondi e soprattutto la promessa di non distruggere e cambiare i miei scritti, lasciando inalterato il mio stile. Accettai.</p>
<p><em><strong>Quammen ci tiene a indicarmi che la sua ultima raccolta è proprio dedicata a Mike Fay e a Nick Nichols, il fotografo della spedizione.</strong></em> Fu la più grande occasione della mia vita di essere davvero nella natura selvaggia. È stata un&rsquo;opportunità meravigliosa. È stato difficile fisicamente. È stato scomodo. Ma l’ho amato. Attraversammo a piedi dei luoghi così selvaggi che nessun essere umano era mai stato lì, nemmeno le tribù che una volta chiamavamo pigmei, gli Aka, i Baka, i Ba-benzélé e i Gombi, le piccole persone della foresta. Questi popoli vivevano nella foresta in molte parti dell&rsquo;Africa Centrale, ma alcune delle aree che abbiamo attraversato erano così selvagge che non c&rsquo;erano. E come sapevamo che non c&rsquo;erano? Perché non c&rsquo;erano segni di machete sugli alberi, nemmeno di cinquant’anni prima. E se non c&rsquo;erano segni di machete, allora non c&rsquo;erano state persone.</p>
<p><strong>Una cifra comune dei suoi viaggi è portare i lettori con sé in territori naturali remoti, in cui l’impronta umana è quasi assente. Ma appunto quasi, perché ci sono sempre tracce di popolazioni presenti o passate. Per diversi pensatori, soprattutto nel passato,  selvaggio è sinonimo di assenza della presenza umana. Lei cosa ne pensa, quando possiamo parlare di selvaggio?</strong></p>
<p>Concordo nel fatto che gli umani sono stati quasi ovunque; ma non sul fatto che la selvaticità implichi necessariamente l’assenza umana, perché ci sono popoli locali, indigeni, che hanno vissuto in molti di questi territori selvaggi per migliaia di anni, e senza alterare più di tanto la foresta perché hanno da sempre vissuto in piccole popolazioni con impatto minimo sull’ambiente. C’è un intenso dibattito sul significato di <em>wilderness</em>, un concetto che dovrebbe essere ridefinito. È un termine che non uso molto nel libro proprio per questo motivo. Ma <em>wild</em>, selvaggio, è un termine che chiunque riconosce, e quindi nell’introduzione ho cercato di definirlo; il titolo in inglese è infatti il battito del <em>cuore</em> selvaggio. Una tigre all’interno di una gabbia allo zoo non ha molto di selvaggio, anche se si tratta di un animale feroce. Perché qualcosa possa essere selvaggio sono necessarie quattro cose. Inanzitutto la scala: deve essere grande. E poi richiede connessione, devono esserci interconnessioni tra i viventi e gli ambienti fisici. Ci devono essere i processi ecologici: fotosintesi, predazione, erbivoria, competizione, parassitismo, decomposizione. Tutti questi processi di interazione e trasformazione. E se ci sono queste tre prime cose, allora molto probabilmente ci sarà anche la quarta, la diversità ecologica. Se un posto ha tutte e quattro queste caratteristiche allora puoi dire che il cuore di quel posto sta ancora battendo.</p>
<p><strong>Un suo saggio, <em><a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845932045" rel="noopener">Spillover</a></em>, in cui nelle pagine finali lei parlava proprio del fatto che la prossima pandemia avrebbe potuto essere associata a un coronavirus, è diventato davvero molto famoso in Italia durante la pandemia di Covid. Il libro è stato letto da molti media come un aspetto spaventoso della natura, ma in realtà parla di come la natura possa diventare spaventosa a causa delle nostre azioni, è corretto?</strong></p>
<p><em>Spillover</em> è stato scritto molti anni prima del Covid. È un libro sull’ecologia e l’evoluzione. Il suo obiettivo è dire alle persone che i virus pericolosi e spaventosi che sembrano arrivare dal nulla e attaccare le persone, in realtà non sbucano affatto fuori dal nulla. Non c’è niente di magico o innaturale in questo; al contrario, è molto naturale e si basa su ecologia ed evoluzione di questi virus spaventosi che obbediscono alle leggi della selezione naturale darwiniana. Fanno del loro meglio per massimizzare il loro successo riproduttivo, proprio come fanno gli esseri umani, o i ratti, o le farfalle. Vivono nei loro ospiti naturali, se glielo permettiamo: ma se disturbiamo i loro ospiti naturali, allora sono capaci di fare un salto di specie, arrivando a noi. E se lo fanno, aumenteranno il loro successo darwiniano. Per esempio, prendiamo un virus che ha il suo ospite-serbatoio in una specie di pipistrello in pericolo di estinzione nell&rsquo;Africa orientale. Quando quel pipistrello si estingue, anche quel virus si estinguerà. A meno che un essere umano non si avvicini, catturi uno di quei pipistrelli, uno degli ultimi pipistrelli in pericolo, lo porti al suo villaggio, lo mangi ed esponga così la sua famiglia al virus. E il virus si radica nella sua famiglia, poi passa a un&rsquo;altra famiglia, poi a un altro villaggio e poi a un altro paese. Improvvisamente, quel virus può diventare uno degli organismi più di successo sul pianeta.</p>
<p>Andiamo in foreste tropicali ricche di biodiversità, e costruiamo strade, e tiriamo giù gli alberi, costruiamo campi minerari, e uccidiamo la fauna selvatica per nutrire i lavoratori. I lavoratori devono mangiare. È così che succede. È così che le foreste vengono distrutte. Le persone entrano per sfruttare una risorsa, per raccogliere qualcosa, e devono mangiare. Quindi abbattono gli alberi e mangiano gli animali. E anche se la foresta, anche se il 90% di essa è ancora in piedi, ma ci sono strade che la attraversano tutta, e ci sono persone che vivono nei villaggi, diventerà quella che chiamano la “foresta vuota”. La foresta esiste, è ancora in piedi, ma gli esseri umani sono entrati e hanno ucciso tutta la vita selvatica.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/battito-natura-selvaggia-intervista-david-quammen-body-1.jpeg.webp" alt="David Quammen con un diavolo della Tasmania, ritratto durante una indagine sui tumori" width="640" height="480" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">David Quammen con un diavolo della Tasmania, ritratto durante una indagine sui tumori. Crediti foto Menna Jones</p>

<p><strong>Nel libro <em>Alla ricerca del predatore alpha</em> affronta invece il nostro rapporto con i grandi predatori, o meglio ancora con quelle specie che sono per noi pericolose, un tema oggi fortemente attuale, anche in Italia. Nel testo lei definisce la relazione con questi animali «cruciale nel determinare il modo in cui noi umani interpretiamo il nostro ruolo nel mondo naturale». Cosa ne pensa della coesitenza con i grandi predatori?</strong></p>
<p>È sempre molto complesso, difficile, il tema dei predatori e del conflitto. Nel libro, che ormai ha vent&rsquo;anni, dedico molta attenzione al fatto che i grandi predatori sono pericolosi, costosi, scomodi. Voglio dire, sono animali meravigliosi, importanti, ma sono anche queste cose: scomodi, pericolosi e costosi. Ci sono benefici e costi associati alla presenza di questi animali. E i costi li pagano i locali che condividono l&rsquo;habitat con loro, nella maggior parte dei casi le persone più povere che vivono nella foresta o nel paesaggio circostante, lottando per nutrire i loro figli, per mantenere qualche mucca, per mantenere qualche pecora. E per affrontare questo problema, il primo passo è riconoscerlo e riconoscere che le persone lontane, che invece hanno soprattutto i benefici, devono trovare modi per pagare di più i costi.</p>
<p>E poi c’è un altro discorso fortemente legato ai grandi predatori. Nel corso della vita incontriamo pericoli di ogni sorta, e tutti prima o poi moriremo. Ma ci sono alcuni tipi di pericoli che le persone accettano, e altri che non vogliono accettare. Ci sono tipi di rischio a cui siamo abituati, come quello di essere investiti da un autobus. Lo accettiamo. Non ci spaventa. Realizziamo semplicemente che devi essere cauto, che devi guardare prima di attraversare una strada trafficata. Ma il rischio di avere predatori nella foresta è diverso, ci spaventa, ci mette in condizione di chiederci cose come: «Posso camminare nella foresta? I miei figli possono camminare nella foresta?». Io vivo in Montana, per esempio, sai che se esci devi prestare attenzione, devi rispettare delle regole, e avere il <em>bear spray</em>.</p>
<p><strong>Lei ha sicuramente avuto una vita avventurosa. Che emozioni ha provato nel trovarsi in posti così remoti, così a contatto con la potenza della natura? Si è sentito indifeso, o al contrario connesso all’ambiente in cui si trovava?</strong></p>
<p>Io sono una persona molto razionale. Naturalmente provo molte emozioni, ma non sono quello che si potrebbe chiamare una persona spirituale, quindi non mi sono sentito come dire, “a contatto con lo spirito della foresta”. Ma ero molto felice e onorato, e mi sono sentito umile a essere lì. Uno dei nostri colleghi, il pilota Player Crosby, che non camminava con noi ma faceva avanti e indietro tra le piccole piste di atterraggio, mi disse: «Non dimenticarti che se precipiti nella foresta, la foresta è tua amica, puoi sopravvivervi». Gli risposi «La foresta non è tua amica. La foresta vuole le tue molecole. È affamata. Tutto nella foresta è affamato. Se sei ferito, la foresta vuole il tuo sangue. Ci sono i parassiti, le zanzare. La foresta ha fame delle tue molecole. Quindi se muori, la foresta ti divorerà in fretta e riciclerà le tue molecole. Non sentirti male per questo, è quello che accade nella natura: è un continuo mangiare, e riprodursi, e morire e essere riciclati. Accade a ogni singolo essere vivente: siamo tutti uniti in questo destino». E io mi sentivo e mi sento a posto con tutto ciò. Questo era il modo in cui mi sentivo connesso, sapendo che il calcio e il potassio del mio corpo sarebbero diventati qualcos’altro per piccoli nuovi esseri viventi, fossero esse formiche o zanzare. Detto ciò, non volevo morire, volevo uscire da lì sano e salvo. Ma ero consapevole di tutto questo, e mi pareva giusto.</p>
<p><strong>Torniamo al cuore pulsante della natura. La biodiversità, come ben descrive nei suoi libri, è molto importante, fondamentale. Ma è in pericolo, sta attraversando un&rsquo;enorme crisi, a causa soprattutto delle azioni umane. Cosa si deve fare per sensibilizzare le persone su questo argomento, renderle consapevoli della loro importanza?</strong></p>
<p>Raccontando storie. Storie di avventure, di magnifici animali, di bellissime piccole creature. Storie di una natura che è selvaggia e ha un battito in sé. Non dobbiamo per forza usare il termine a volte ostico “biodiversità”. È importante che ci sia intrattenimento, divertimento nell’educazione. Questo non significa indorare una pillola, mettere dello zucchero sulla medicina amara. È più come un panino farcito: ci puoi mettere dentro due diversi ingredienti, e se lo prendi sarai interessata solo a uno di questi, ma lo provi lo stesso perché contiene qualcosa che ti piace.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Gli ippopotami di Escobar: il dilemma tra etica ambientale ed etica animale delle specie invasive</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ippopotami-escobar-dilemma-etica-ambientale-etica-animale-specie/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ippopotami-escobar-dilemma-etica-ambientale-etica-animale-specie/</guid><pubDate>Wed, 28 Aug 2024 08:41:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>ambiente</category><description>Pablo Escobar, noto boss del narcotraffico, ha lasciato in eredità non solo un impero criminale, ma anche un grosso problema ambientale. Dopo la sua morte, gli ippopotami che aveva importato per il suo zoo privato sono stati abbandonati e la loro popolazione è cresciuta esponenzialmente, causando gravi danni all&amp;amp;rsquo;ecosistema colombiano. Nonostante i tentativi di sterilizzazione, la soluzione più praticabile sembra essere l&amp;amp;rsquo;eutanasia, una misura che solleva significativi dilemmi etici tra il dovere di preservare l&amp;amp;rsquo;ambiente e quello di proteggere gli animali.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/ippopotami-escobar-dilemma-etica-ambientale-etica-animale-specie-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/ippopotami-escobar-dilemma-etica-ambientale-etica-animale-specie-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La figura di Pablo Escobar è ben nota ed è stata resa ulteriormente celebre da film e serie televisive. Meno nota è una parte dell’eredità che il grande boss del traffico mondiale di cocaina ha lasciato e che, a distanza di quasi vent’anni dalla sua morte, pone un problema etico tra la tutela dell’ambiente e quella degli animali. Un problema – quello delle specie aliene invasive – del quale abbiamo molti esempi anche in Italia (non ne è esente <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/sempre-piu-sempre-piu-diffuse-specie-invasive-mar/">nemmeno il nostro mare</a>), ma che ha una storia molto particolare e che è stata affrontata solo di recente.</p>
<p>Escobar si era costruito, nel distretto di Antioquia, in Colombia, quella che era di fatto una via di mezzo tra un’enorme villa, un bunker e una cittadella fortificata, dotata di aeroporto privato, hangar, fiumi, laghi, cascate, innumerevoli piscine, un distributore privato di benzina: l’Hacienda Nápoles. Poteva mancare uno zoo? Naturalmente no. Escobar vi aveva importato varie specie animali, incluse zebre, antilopi, giraffe, tutte quelle che il denaro poteva comprare. Con la morte del narcotrafficante, avvenuta nel 1993 in uno scontro a fuoco con la polizia colombiana, il suo impero è andato in rovina, fino all’acquisizione da parte del governo locale, nel 2007, che, con un’azienda privata, ne ha realizzato un parco e ha affidato gli animali a diversi zoo distribuiti nel mondo. Ma non gli ippopotami.</p>
<p>Spostarli poneva infatti grandi problemi logistici e rischi. Inoltre, gli investimenti richiesti per la stabulazione degli ippopotami negli zoo non sono una questione banale: «La maggior parte delle strutture non è in grado di ospitarli. Gli ippopotami sono difficili da tenere in cattività, sono enormi e il sistema di filtraggio dell’acqua [necessario per il grande quantitativo di feci che producono, <em>ndr</em>] è costoso», ha spiegato <a href="https://www.smithsonianmag.com/science-nature/pablo-escobar-abandoned-hippos-wreaking-havoc-colombian-jungle-180984494/" rel="noopener">sullo <em>Smithsonian Magazine</em></a> Rebecca Lewison, ecologa della San Diego State University e co-chair dell’Hippo Specialist Group della IUCN.</p>
<p>Ma il problema è che, rimasti sotto custodia dell’agenzia ambientale locale dopo l’abbandono dell’hacienda e privi di ogni tipo di gestione, gli ippopotami si sono moltiplicati. A partire dai quattro individui originariamente importati da Escobar (un maschio e tre femmine), oggi le <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-023-01818-z" rel="noopener">stime</a> indicano che la popolazione sia cresciuta fino 180-200 esemplari circa, e si sia diffusa lungo il Magdalena River, dove vive anche la maggior parte della popolazione colombiana. E gli ippopotami continuano ad aumentare, forse perché raggiungono la maturità sessuale prima rispetto a quanto avviene in Africa, forse perché il minor conflitto per spazi e risorse permette loro un maggior successo riproduttivo. Secondo quanto affermano gli <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0006320720309812" rel="noopener">studi</a>, nel 2040 la popolazione potrebbe raggiungere i 1.400 individui.</p>
<p>Al crescere della popolazione, crescono i rischi associati a quelli che ormai sono noti come i <em>cocaine hippos</em>, che causano <a href="https://www.cbsnews.com/news/cocaine-hippo-pablo-escobar-killed-highway-collision-colombia/" rel="noopener">incidenti stradali</a>, distruggono le coltivazioni, entrano nei centri abitati (uno ha anche <a href="https://www.cbsnews.com/news/cocaine-hippos-pablo-escobar-school-yard-colombia/" rel="noopener">visitato il cortile di una scuola</a>). Gli ippopotami sono in effetti animali aggressivi e, anche se finora non hanno causato incidenti mortali, il rischio è concreto.</p>
<p>Ma il problema non è solo il conflitto con la popolazione locale. È anche (forse soprattutto?) di ordine ecologico. I discendenti degli ippopotami di Escobar rappresentano la più grande popolazione al di fuori dell’Africa, ma la foresta umida tropicale che caratterizza la regione dove si sono espansi è un sistema ad altissima biodiversità, che non si è evoluto per supportare grandi erbivori. Un problema tra tanti, l’ippopotamo produce enormi quantitativi di feci (un singolo individuo medio di una tonnellata e mezzo di peso produce <a href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7282896/" rel="noopener">quasi 20 chili di feci al giorno</a>), che si depositano in spessi strati sui fondali dei fiumi e ne alterano la composizione biochimica, mettendo a rischio la fauna autoctona. In Africa, questo è uno degli aspetti che li rende importanti “ingegneri ambientali”, ruolo che riprendono in Sudamerica con effetti però molto differenti. Per esempio, uno <a href="https://esajournals.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/ecy.2991" rel="noopener">studio</a> del 2020 ha evidenziato come nei laghi frequentati dagli ippopotami aumentino i livelli di cianobatteri, che riducono l’ossigeno disponibile: «Abbiamo visto arrivare l’ossigeno a livelli tali che ci si sarebbe aspettati di iniziare a vedere i pesci a pancia in su», ha commentato <a href="https://www.washingtonpost.com/climate-environment/2021/01/11/invasive-hippos-escobar-colombia-castrate/" rel="noopener">sul <em>Washington Post</em></a> Jonathan Shurin, primo autore dello studio.</p>
<p>Senza contare la sottrazione dello spazio trofico necessario a lamantini, capibara, lontre, tartarughe e altre specie native.</p>
<p>Dopo un lungo periodo di sostanziale mancanza di gestione, il problema dei <em>cocaine hippos</em> come specie alloctona invasiva – quale sono stati dichiarati – era diventato urgente. Inizialmente, l’approccio si è focalizzato sulla sterilizzazione, a causa delle proteste degli attivisti contrari alla loro uccisione, <a href="https://www.latimes.com/archives/la-xpm-2009-jul-15-fg-colombia-hippos15-story.html" rel="noopener">già insorte</a> a seguito dell’abbattimento di un individuo nel 2009. Inoltre, gli ippopotami rappresentano un’attrazione turistica e una fonte di reddito per alcune persone del luogo.</p>
<p>A parte qualche timido tentativo partito negli anni precedenti, un primo progetto pilota era <a href="https://www.theguardian.com/world/2021/oct/16/cocaine-hippos-pablo-escobar-sterilized-colombia" rel="noopener">iniziato</a> nel 2021, quando si era tentato anche di <a href="https://www.bbc.com/news/world-latin-america-58937415" rel="noopener">utilizzare la sterilizzazione chimica</a>. Ma questa, che richiede più dosi somministrate a distanza di mesi nel corso di due anni, è risultata impossibile, perché non si riescono a tracciare gli animali che hanno ricevuto la prima somministrazione. Nel novembre 2023 <a href="https://www.minambiente.gov.co/inicia-fase-de-esterilizacion-del-plan-de-medidas-que-busca-controlar-la-poblacion-de-hipopotamos-en-colombia/" rel="noopener">è iniziata</a> la fase di sterilizzazione chirurgica, da effettuare in situ (trasportare animali così pesanti in cliniche attrezzate, peraltro scarsamente disponibili, non è una soluzione attuabile). L’idea era arrivare a sterilizzare 40 ippopotami all’anno. Nonostante un notevole investimento (ogni intervento prevede un team di 7-8 componenti tra veterinari, tecnici, staff di supporto, e 6-8 ore di lavoro, senza considerare gli ingenti costi logistici), però, è stato possibile sterilizzare solo pochissimi individui (sette in tre mesi, secondo quanto riportato dallo <em>Smithsonian Magazine</em>). Le difficoltà pratiche sono oggettive: si tratta di operare in mezzo alla foresta animali enormi, con le gonadi nascoste sotto un considerevole strato di grasso e una pelle estremamente spessa e resistente.</p>
<p>Così, la soluzione più praticabile sembra ritornare quella dell’eutanasia degli animali. Il <a href="https://www.minambiente.gov.co/hipopotamos/#1691010861578-68288af0-216f" rel="noopener">Plan para la Prevención, Control y Manejo del Hipopótamo</a> del Ministero dell’ambiente colombiano, pubblicato a luglio, prevede sì il ricollocamento degli animali, il loro confinamento e attività di allerta e informazione per la popolazione, ma anche la caccia e l’abbattimento degli ippopotami.</p>
<p>Per chi contesta la scelta della soppressione degli animali, alcune delle argomentazioni sono basate sul fatto che, in fondo, questi sono fenomeni già avvenuti in passato (si pensi alle grandi estinzioni di massa, come quelle dovute alla deriva dei continenti) e che tentare di influenzarli sarebbe una scelta arrogante. E, naturalmente, gli ippopotami non hanno alcuna colpa, né di trovarsi al di fuori del loro areale di origine, né di esservisi riprodotti e insediati con successo. Per chi si pone a favore, invece, le argomentazioni evidenziano la responsabilità umana: a fronte di un tasso attuale di estinzione delle specie che è centinaia, se non migliaia di volte superiore a quello normale, la responsabilità (anche etica) di affrontare e tentare di risolvere i danni che abbiamo causato è innegabile. Anche perché il nostro benessere è strettamente legato a quello del pianeta che abitiamo e i danni ecologici causati dagli ippopotami finiscono per ripercuotersi anche sulla specie umana.</p>
<p>È il dilemma etico posto da ogni specie invasiva, dagli scoiattoli grigi americani e dalle nutrie in Italia ai gatti in Australia: cos’è peggio tra l’uccidere centinaia (e, a seconda delle specie, anche diverse migliaia) di animali oppure lasciare che facciano il loro corso nell’ambiente in cui sono riusciti a prosperare, lasciando però che, per conseguenza nemmeno tanto indiretta, ne muoiano molti altri?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Conservare la biodiversità monitorando le farfalle</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/conservare-biodiversita-monitorando-farfalle/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/conservare-biodiversita-monitorando-farfalle/</guid><pubDate>Fri, 16 Aug 2024 07:47:00 +0100</pubDate><dc:creator>Giorgia Mocilnik</dc:creator><category>ambiente</category><description>Negli ultimi anni si è registrato un calo globale del numero e delle specie di insetti, la classe di animali che comprende più della metà di tutte le specie descritte al mondo. La loro conservazione risulta sempre più cruciale per la carica che ricoprono nei confronti del funzionamento degli ecosistemi. Studiare gli insetti, in particolare le farfalle, è un modo per monitorare lo stato di salute di un ecosistema. Nella.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/conservare-biodiversita-monitorando-farfalle-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/conservare-biodiversita-monitorando-farfalle-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il periodo dell’anno nel quale si osserva il maggior numero di farfalle è l’estate, ma la loro presenza si estende da poco prima della primavera fino all’autunno. Sono considerate dalla comunità scientifica degli indicatori biologici perfetti perché sono facili da riconoscere anche da occhi non esperti, sono tra gli insetti più studiati e rispondono velocemente ai cambiamenti ambientali indotti dall’essere umano. Insieme alle falene, le farfalle appartengono all’ordine dei Lepidotteri; sono entrambe impollinatori e si differenziano tra loro dalla forma delle antenne: clavate per le farfalle e più vistose per le falene.</p>
<p>Secondo l’ultimo <a href="https://www.lepidoptera.life/wp-content/uploads/2020/04/Comitato_IUCN_Lista_Rossa_delle_farfalle_italiane_2016.pdf" rel="noopener">report</a> della IUCN, delle 482 specie di farfalle presenti in Europa, il 9% è minacciato di estinzione e il 10% è prossimo alla minaccia. Per valutare il loro stato di conservazione, negli anni si è creato lo <a href="https://nora.nerc.ac.uk/id/eprint/529534/" rel="noopener">European Butterfly Monitoring Scheme</a> (eBMS), una rete composta da oltre venti partner che raccoglie dati standardizzati in 30 paesi europei. Un’alleanza preziosa accumunata dall’uso dello stesso metodo di monitoraggio e che condivide i dati raccolti in un database centrale. «È partito tutto nel 1976, nel Regno Unito, dallo scienziato Ernie Pollard, che voleva creare un metodo di monitoraggio standardizzato dei lepidotteri diurni», spiega Marta Depetris, borsista dell’Università di Torino e collaboratrice di ITBMS. L’Italia è entrata a far parte della rete nel 2019, con la nascita di <a href="https://butterfly-monitoring.net/it" rel="noopener">Butterfly Monitoring Scheme Italia</a> (ITBMS), un progetto che ha lo scopo di valutare l’abbondanza delle popolazioni di farfalle al fine di stabilire strategie di conservazione appropriate grazie all’impegno di citizen’s scientists. «Siamo uno dei dieci paesi entrati nell’eBMS, con il progetto europeo <a href="https://butterfly-monitoring.net/it/able" rel="noopener">Assessing Butterflies in Europe</a> (ABLE)», racconta l’esperta.</p>
<p>Per partecipare basta avere un foglio, le guide di campo ITBMS, un proprio profilo all’interno del sito eBMS (dove andranno trasferiti i dati raccolti), un retino entomologico per la classificazione dei lepidotteri e un cellulare per scattare delle foto qualora si dovessero avere dei dubbi sulla specie. I cittadini possono scegliere di collaborare con gli scienziati attraverso due attività di osservazione sul campo: il transetto di Pollard e il Butterfly count. Il primo consiste in una camminata all’interno di un percorso fisso in un’area tra i 500 m e 1 Km, nella quale si contano e individuano le specie di farfalle. I cittadini possono scegliere in modo autonomo la zona dove svolgere l&rsquo;attività di monitoraggio oppure chiedere supporto a un referente di ITBMS. Il consiglio è di selezionare un’area vicina a casa o in un punto facilmente raggiungibile, perché l’impegno minimo richiesto è di effettuare sei campionamenti l’anno, cioè uno ogni due settimane concentrati in tre mesi consecutivi da maggio a luglio o da giugno ad agosto. Il secondo modo è più rapido, perché si svolge in 15 minuti, in qualsiasi posto ci si trovi e tramite l’applicazione Butterfly count ideata da Butterfly Conservation Europe e dallo UK Center for Ecology &amp; Hydrology. A differenza di piattaforme di citizen science come iNaturalist, che segnalano solo la presenza della specie, questa modalità di monitoraggio permette di raccogliere dati sull’abbondanza delle specie conteggiate. Per effettuare una buona raccolta dei dati, i parametri ambientali necessari sono una temperatura compresa dai 13 ai 32 gradi centigradi, l’assenza quasi completa di vento e condizioni di bel tempo.</p>
<p>Dopo la Turchia, l’Italia è il secondo paese europeo a detenere, con 293 specie, la maggiore biodiversità di farfalle. Le aree popolate da un numero elevato di specie si trovano sulle Alpi con alcuni spot anche in altre regioni italiane del Centro e del Sud. Questi lepidotteri possono essere polivoltini, cioè avere in un anno più generazioni, e univoltini, contraddistinti da un’unica generazione primaverile o estiva. Le principali minacce alla loro conservazione sono la riforestazione naturale, conseguenza dell&rsquo;abbandono delle aree rurali che determina la perdita delle praterie e ambienti aperti dove vivono, l&rsquo;intensificazione dell&rsquo;agricoltura insieme all’utilizzo dei pesticidi, e i cambiamenti climatici, che modificano la composizione della vegetazione e interrompono la sincronia tra fioriture e nascita dell’insetto. I lepidotteri diurni si differenziano tra specie polifaghe, oligofaghe e monofaghe: le prime si nutrono di più specie di piante, le seconde di poche specie e le ultime di una sola specie di pianta. «Le farfalle oligofaghe e monofaghe risultano più a rischio in un ambiente mutevole, perché la diminuzione o la scomparsa delle risorse alimentari può causare una riduzione significativa della popolazione. Ne è un esempio la farfalla <em>Phengaris teleius</em> che, quando è allo stadio di bruco, si nutre solo della pianta <em>Sanguisorba officinalis</em>, senza la quale non può sopravvivere», spiega Depetris.</p>
<p>Tra le dieci specie più osservate, <em>Pieris rapae</em> è stata la più campionata durante i <a href="https://butterfly-monitoring.net/sites/default/files/Pdf/Italy%20BMS/ITReport_23_def_IT.pdf" rel="noopener">monitoraggi del 2023</a>. Fa parte delle “cavolaie”, chiamate così perché si nutrono di piante appartenenti alla famiglia delle Brassicaceae e delle Cruciferae. Si possono trovare le loro uova e i loro bruchi non solo su specie selvatiche ma anche su piante comunemente coltivate negli orti come cavoli, cavolfiori, broccoli e molte altre. Nello stesso anno le altre specie rilevate sono state 166, con oltre 28.000 individui contati in totale da parte di 138 cittadini coinvolti all’interno di 75 transetti. «La comunità ITBMS continua a crescere, come dimostra l’espansione in quasi tutte le regioni d’Italia e anche fuori dal territorio nazionale, incluso lo Stato di San Marino, attivo con un transetto dal 2022», racconta Depetris.</p>
<p>Per contribuire al mantenimento o anche all’incremento della biodiversità di questi impollinatori nei propri balconi e giardini si consigliano sia piante nettarifere che nutrici, da quelle aromatiche a quelle selvatiche come <em>Sinapis arvensis</em> (sinapis), <em>Daucus carota</em> (carota selvatica) e <em>Lotus dorycnium L</em>. Le piante alloctone invece, sono poco considerate dai nostri lepidotteri e possono creare danni alla biodiversità. Un esempio recente è il geranio sudafricano, responsabile della diffusione in Europa meridionale e centrale del licenide dei gerani <em>Cacyreus marshalli</em>, attualmente l’unica specie alloctona di farfalla presente in Italia, che depone le sue uova sopra ai boccioli della pianta.</p>
<p>Tra gli obiettivi futuri di Butterfly Monitoring Scheme Italia c’è quello di riuscire a coprire tutte le aree geografiche italiane nelle sue diverse tipologie di habitat. Al momento le regioni ancora scoperte sono Sardegna, Basilicata e Campania. Oltre alle attività di campo vengono proposti workshop e training su tutto il territorio nazionale, con lo scopo di presentare il progetto e coinvolgere nuovi volontari. Un’occasione, quella offerta da ITBMS, non solo per conoscere il mondo delle farfalle e di comprendere meglio il patrimonio naturale, ma anche di entrare a far parte di una comunità che permette di rimanere aggiornati sugli andamenti delle osservazioni annuali e condividere a fine di ogni anno, con un incontro online, le proprie impressioni ed esperienze.</p>
<p>«Le farfalle rientrano tra le specie ombrello, cioè ogni azione introdotta per la loro tutela crea un effetto a catena di esiti positivi per moltissime altre specie, per lo più invertebrati. Ed è per questo che l’Unione Europea ha deciso di inserire nella Nature Restoration Law il <a href="https://butterfly-monitoring.net/sites/default/files/Publications/Technical%20report%20EU%20Grassland%20indicator%201990-2017%20June%202019%20v4%20%283%29.pdf" rel="noopener">Grassland Butterfly Indicator</a>, uno dei risultati raggiunti con i dati racconti tramite la rete eBMS», spiega l’esperta. La rete eBMS finora ha raccolto quasi 15 milioni di conteggi in 44 anni da oltre 10.392 transetti, dimostrando quanto sia utile e necessario collaudare dei sistemi standardizzati tra i vari paesi per introdurre strategie mirate alla tutela della biodiversità. Con la stessa filosofia, alcuni partner eBMS sono già al lavoro per sviluppare un altro monitoraggio standardizzato, il meno invasivo possibile per studiare l’altra metà dell’ordine tassonomico cui appartengono le farfalle: le falene.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Vivere con le iene: un viaggio ad Harar</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/vivere-iene-viaggio-harar/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/vivere-iene-viaggio-harar/</guid><pubDate>Wed, 24 Jul 2024 09:31:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><category>animali</category><description>Le iene sono spesso considerate feroci e sleali, ma non nell&amp;amp;rsquo;antica città di Harar, in Etiopia orientale. Qui girano indisturbate tra i vicoli di notte e gli abitanti offrono loro cibo, rendendole attrazioni turistiche. In La vita segreta delle iene , edito da Adelphi, l&amp;amp;rsquo;antropologo Marcus Baynes-Rock racconta questa particolare relazione e i suoi incontri con le iene, offrendo una prospettiva del rapporto umani-selvatico che apre molti interrogativi. Ne parliamo con l’autore.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/vivere-iene-viaggio-harar-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/vivere-iene-viaggio-harar-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Malgrado il suo titolo italiano, <em><a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845938818" rel="noopener">La vita segreta delle iene</a></em> non è un trattato sul comportamento delle iene, ma un libro complesso che mescola etnografia, etologia e diario di campo. L’autore, Marcus Baynes-Rock, antropologo australiano, racconta in queste pagine l’esperienza vissuta quando si è trasferito ad Harar, antica città dell’Etiopia orientale, per raccogliere i dati per il suo dottorato. La narrazione è a volte simile a un romanzo di formazione: con uno sguardo curioso, avventuroso, a volte dubbioso e altre volte entusiasta, l’autore accompagna il lettore nelle diverse fasi della sua ricerca di campo, portandolo tra i vicoli della città vecchia, Jugol, crocevia di popoli, culture e religioni.</p>
<p>Inizialmente interessato a una ricerca etnografica per comprendere gli adattamenti contro i predatori, Baynes-Rock è arrivato nel Corno d’Africa dopo aver letto il saggio dedicato alle iene del celebre etologo olandese Hans Kruuk, pubblicato nel 1972, e in particolare un passaggio in cui il biologo descrive la mansuetudine delle iene di Harar, caso unico in cui gli abitanti non guardano con terrore e spregio questi grandi carnivori ma ne tollerano la presenza per le strade e in alcuni casi le nutrono. Così, incoraggiato dal suo supervisore e armato di voglia di conoscenza, il giovane ricercatore si trasferisce per un anno ad Harar. All&rsquo;inizio non conosce nessuno e non parla la lingua locale: la sua ricerca è un foglio bianco e la sua testa un insieme di domande cui è complesso dare risposte, perché non ci sono molte fonti da cui partire. A rendere le cose più complicate è la decisione di non fare una classica ricerca etnografica basata sulla descrizione di usi e costumi umani, ma di includere come soggetti della sua ricerca gli animali stessi.</p>
<p>I grandi carnivori incutono un misto di attrazione e repulsione: sono animali che portano cuciti addosso simbolismi e stereotipi. Le iene sono sicuramente tra i meno fortunati, perché per esse predomina una visione prettamente negativa: anche nella lingua italiana sono sinonimo di slealtà, crudeltà e ferocia. Come racconta Baynes-Rock, questi pregiudizi affondano le radici nel nostro remoto passato, quando gli ominidi competevano con questi animali per l’accesso alle carcasse degli ungulati, resti delle prede di grandi carnivori come le tigri dai denti a sciabola. A questa ancestrale relazione competitiva si sommano l’aspetto sgraziato, il verso che ricorda una sinistra risata, le abitudini notturne, le potentissime mascelle e i grandi denti in grado di ridurre in frantumi anche ossa di grandi dimensioni, e le abitudini necrofaghe, che in alcuni casi le portano a disseppellire cadaveri. Infine la loro peculiare sessualità, con i genitali femminili esterni identici nell’aspetto a quelli maschili, definiti appunto pseudopeni. Esistono diverse specie di iena: la più abbondante in Africa, cui appartengono quelle di Harar, è la maculata. Contrariamente a quanto si crede, le iene non vivono cercando di sottrarre prede di altri ma sono ottime predatrici. Formano società matrilineari complesse, i clan, che possono contare centinaia di individui. Nel clan si distinguono gerarchie ben definite: le figlie ereditano il rango della madre, fino a quando essa non viene “destituita”. I maschi, più piccoli, sono al livello più basso e lasciano il gruppo in cui sono nati per unirsi ad altri intorno ai tre-quattro anni di età.</p>
<p>Ad Harar, Baynes Rock individua due distinti clan, che si trovano ai due estremi della città vecchia: il clan Sofi e il clan Aboker. Ognuno di questi fa riferimento a un “uomo delle iene”, rispettivamente Yusuf e Malugayta, che durante la notte le alimentano porgendo loro pezzi di carne serviti su un bastoncino, spesso tenuto in bocca, attorniati da un pubblico che osserva le potenti mandibole delle iene afferrare il boccone a pochi centimetri dalla testa o la mano di chi le alimenta, diviso tra la meraviglia e il terrore. Nel libro seguiamo le sorti del clan Sofi, insieme all’autore che ogni sera osserva iene e persone seduto sulle scale accanto a Yusuf. Nel suo anno ad Harar, Baynes-Rock stringe una relazione speciale con alcune giovani iene del clan Sofi: Baby, Kamareya, Willi, con le quali familiarizza al punto di seguirle nei loro spostamenti notturni fino alle tane, giocare con loro e provare a instaurare un contatto fisico.</p>
<p>Il rapporto tra Baynes-Rock e le iene, la descrizione documentaristica e precisa delle serate di alimentazione, gli spostamenti di questi animali tra i vicoli bui della città sono il punto di forza del libro, anche se a volte disturbante perché è quanto di più lontano dalla nostra concezione di coesistenza col selvatico e conservazione delle specie. Cibare un selvatico è rubargli un po’ della sua selvaticità, è creare un rapporto ravvicinato forzato e di dipendenza. Nel caso dei carnivori, significa anche creare situazioni potenzialmente pericolose. Eppure Baynes-Rock fa riflettere sul fatto che esistano prospettive e contesti completamente differenti e su come ogni situazione vada approfondita e studiata nella sua complessità. E proprio mentre si percepisce nella lettura un senso di disagio per la descrizione di questi animali urbani snaturati dalla vita selvaggia e legati all’elemosina di un pasto sicuro, l’autore rimette ulteriormente tutto in discussione portando i lettori nel Masai Mara, paesaggio naturale per eccellenza nel nostro immaginario, dove però i turisti, a centinaia, vanno su fuoristrada a osservare e fotografare la fauna, sostando a pochi metri da un predatore che consuma la sua preda. Segue le iene marcate con i ricercatori, vedendo che anche nel bel mezzo della natura le discariche offrono un pasto sicuro, o le osserva predare bestiame e magari cadere vittima del veleno con cui vengono ricoperte le carcasse per disfarsi dei predatori. E conclude che «La biologia non riguarderà mai organismi in ambienti naturali, ci saranno sempre esseri umani ai margini, con i loro animali domesticati e i loro veleni; esseri umani lì nel mezzo, sulle auto con le macchine fotografiche puntate, ed esseri umani che tracciano confini politici ed economici intorno ai poligoni verdi sulle mappe».</p>
<p>Un punto di vista diverso, a volte scomodo, distante dalla nostra cultura, che ci fa interrogare ancora una volta sul nostro rapporto col mondo selvatico. Abbiamo approfondito questi temi con l&rsquo;autore.</p>
<h2 id="la-vita-tra-i-mangiatori-di-ossa-intervista-a-marcus-baynes-rock">La vita tra i mangiatori di ossa: intervista a Marcus Baynes-Rock</h2><p><strong>I conflitti tra umani e iene sono presenti in molti luoghi, soprattutto a causa della predazione sul bestiame e/o di attacchi alle persone. Questo però non è vero per Harar: cosa la rende così particolare?</strong></p>
<p>Non c&rsquo;è bisogno che dica che le iene non sono popolari. Anche al di fuori dell&rsquo;Africa le persone le detestano. In tutta l&rsquo;Etiopia si riscontrano gli stessi atteggiamenti negativi, ma per varie ragioni sociali, culturali, politiche e pratiche le iene sono ampiamente tollerate. Per questo motivo la popolazione di iene in Etiopia è così numerosa ed è comune vederle di notte nelle città etiopi, compresa Addis Abeba. Ad Harar esiste un certo livello di denigrazione nei confronti delle iene. Se qualcuno è inaffidabile o ruba, lo si può chiamare “iena”. Nei racconti folcloristici di Harar, il personaggio della iena è solitamente rappresentato come pericoloso, avido, stupido. Ma queste caratterizzazioni negative sono affiancate da atteggiamenti positivi. La gente vede le iene come un beneficio in quanto puliscono la città, attirano il turismo, scacciano gli spiriti invisibili, trasmettono i messaggi dei sufi defunti che vegliano sulla città e tengono lontane le iene pericolose. Gli abitanti di Harar fanno una distinzione tra le iene della loro città e le iene di montagna. Mentre le iene di Harar sono ritenute benefiche, le iene di montagna che occupano le colline circostanti sono considerate pericolose. Spetta alle iene di Harar proteggere i cittadini dalle iene di montagna.</p>
<p><strong>Quali sono i fattori che contribuiscono alla tolleranza degli abitanti di Harar nei confronti delle iene? Crede che la religione o la tradizione giochino un ruolo importante?</strong></p>
<p>Credo che il sistema di credenze pre-islamico e animista della regione abbia avuto un&rsquo;influenza importante. E l&rsquo;introduzione dell&rsquo;Islam si è inserita in modi che hanno permesso di integrare e adattare le credenze animiste. Un elemento importante a questo proposito è il concetto islamico di <em>jinn</em>. Si tratta di spiriti invisibili potenzialmente dannosi che si ritiene possano possedere le persone. Le iene di Harar e di altre parti della regione fino alla Somalia sono ritenute un beneficio per le persone perché cacciano e mangiano i <em>jinn</em>. Le iene vengono persino utilizzate per curare le persone dalla possessione dei <em>jinn</em>; ho assistito a due occasioni in cui persone che si riteneva fossero possedute sono state esposte alle iene come cura. In pratica si tratta di un esorcismo, ma invece di preghiere e acqua santa si usa una iena.</p>
<p><strong>Utilizzare la fauna come attrazione turistica alimentandola è una questione alquanto controversa per la conservazione e rischia di rendere gli animali oggetto di commercializzazione. Non mi è chiaro se l&rsquo;abitudine di dare da mangiare alle iene sia nata perché i turisti lo richiedevano o se fosse qualcosa di già radicato nella tradizione del popolo harar. E se il vero motivo per cui la gente tollera le iene è che portano soldi ai turisti.</strong></p>
<p>Il turismo è una delle ragioni per cui le persone e soprattutto il governo di Harar hanno un atteggiamento positivo nei confronti delle iene, ma ci sono molti altri vantaggi che le persone percepiscono. È impossibile stabilire come sia nata l&rsquo;alimentazione delle iene orientata al turismo. Le guide turistiche ti diranno che si tratta di una pratica antica, ma non ho un&rsquo;opinione precisa al riguardo. Non penso che sia nata come risposta al turismo perché Harar è stata una destinazione fuori mano fin da quando è stata colonizzata dall&rsquo;impero cristiano. Per quanto riguarda l&rsquo;effetto sul comportamento delle iene, gli harar pensano che nutrirle sia necessario per evitare che attacchino le persone. Le iene non mi hanno mai attaccato, nemmeno nel cuore della notte nei vicoli, quindi forse c&rsquo;è qualcosa di vero in questo. O forse pensavano che non ci fosse abbastanza carne su di me per cui valesse la pena farlo.</p>
<p><strong>Cosa succede se una iena uccide o fa del male alle persone ad Harar?</strong></p>
<p>È estremamente raro che una iena uccida o attacchi qualcuno ad Harar. So solo di un bambino sottratto a una senzatetto che dormiva per strada. Quando la notizia si è diffusa, la gente del posto mi ha detto che non poteva essere stata una iena di Harar, ma una iena di montagna. In un altro caso, in una città vicina, c&rsquo;è stata una serie di attacchi da parte delle iene e un bambino è stato ucciso. Le autorità locali volevano intervenire senza però uccidere le iene. Hanno quindi rimosso la vegetazione in cui le iene si nascondevano. Il problema è stato risolto e gli attacchi sono cessati. Nella città di Koromi, un abitante del luogo mi ha detto che se una iena attacca una persona deve essere perché le persone non lasciano abbastanza cibo per le iene. Queste persone hanno adottato un approccio al conflitto tra umani e fauna basato sul tentativo di capire meglio le iene.</p>
<p><strong>Da un punto di vista antropologico, perché pensa che agli esseri umani piaccia così tanto nutrire gli animali selvatici?</strong></p>
<p>Credo che gli esseri umani siano l&rsquo;unica specie a dare da mangiare ad altri animali senza alcun beneficio apparente. Strano. Sono d&rsquo;accordo con lo scrittore Paul Shepard che parla di «inquietante somiglianza degli animali con noi, ma con una differenza». È come se fossimo attratti dagli animali perché c&rsquo;è qualcosa di noi che vediamo in loro e vogliamo capire, per accedere a quell&rsquo;aspetto di noi stessi. L&rsquo;ironia è che abbiamo creato una tale separazione tra noi e gli altri animali che, per quanti documentari sulla fauna selvatica guardiamo, per quante ore passiamo a osservarla dai nostri binocoli, per quanti sacchetti di noccioline offriamo, non riusciamo mai a ottenere da loro ciò che cerchiamo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Osservare senza preconcetti: la cinciallegra Star e la lezione sulla divulgazione scientifica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/osservare-senza-preconcetti-cinciallegra-star-lezione-divulgazione-scientifica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/osservare-senza-preconcetti-cinciallegra-star-lezione-divulgazione-scientifica/</guid><pubDate>Fri, 12 Jul 2024 08:30:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>animali</category><description>Pubblicato da Adelphi alla fine del 2023, Star. Una cinciallegra di genio è un libro inusuale tra quelli di divulgazione scientifica. A scriverlo non è infatti una scienziata, ma una musicista amante del birdwatching, che ha raccolto le sue osservazioni negli anni passati a stretto contatto con cince, merli, cinciallegre, pettirossi e altre specie, precorrendo alcune delle scoperte sulle abilità cognitive e sociali degli uccelli.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/osservare-senza-preconcetti-cinciallegra-star-lezione-divulgazione-scientifica-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/osservare-senza-preconcetti-cinciallegra-star-lezione-divulgazione-scientifica-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Cosa rende un libro di divulgazione scientifica un bel libro di divulgazione scientifica? Se dovessi rispondere in breve, direi che è la qualità dei dati e degli studi che raccoglie, la logica con cui ne ricostruisce i legami. E, ovviamente, una scrittura fluida, comprensibile anche a chi meno conosce la materia trattata.</p>
<p>Leggendo <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845937798" rel="noopener"><em>Star. Una cinciallegra di genio</em></a> (Adelphi, 2023), mi sono resa conto che c’è qualcos’altro in grado di rendere affascinante un libro di divulgazione scientifica. Qualcosa che esula dal rigore degli studi: la capacità di osservare, e farlo a mente aperta, senza preconcetti.</p>
<h2 id="la-musicista-appassionata-di-birdwatchig">La musicista appassionata di birdwatchig</h2><p>Dell’autrice, Len Howard, è stata pubblicata una biografia un paio di anni fa (<em>Il cottage degli uccelli</em>, edizione Nottetempo, 2022), firmata dalla filosofa e ricercatrice Eva Meijer. Ma, per chi non l’avesse letta, vale comunque raccontare in breve la sua vita.</p>
<p>Nata nel 1894 a Wallington, nella South London, Howard è diventata musicista, violista per la precisione. Ma poco prima della Seconda guerra mondiale, nel 1938, lascia la carriera londinese e compra un pezzo di terreno in un paesino del Sussex, dove fa costruire quella che diventerà la sua casa: il Bird Cottage.</p>
<p>«Prima di trasferirmi a Bird Cottage non ero mai riuscita a studiare personalmente il comportamento degli uccelli, sebbene a Londra ci fosse un’ampia letteratura a disposizione nelle biblioteche», scrive Howard. Perché è proprio questo che fa nella sua nuova casa: osserva gli uccelli che frequentano il giardino e le zone circostanti. E, si può forse dire, loro osservano lei: e lo fanno abbastanza da capire di potersi avvicinare, arrivando anzi a farsi nutrire e curare, scegliendo addirittura come posatoi notturni aste delle tende e testata del letto.</p>
<p>Dalle osservazioni raccolte e diligentemente appuntate nel corso degli anni a Bird Cottage, Len Howard ha scritto due libri: <em>Bird as Individuals</em> (1952) e <em>Living with Birds</em> (1956). Non erano mai stati tradotti in italiano: <em>Star</em>, che li raccoglie entrambi, ha portato le due opere nella nostra lingua per la prima volta.</p>
<h2 id="senza-preconcetti">Senza preconcetti</h2><p><em>Bird as Individuals</em> è stato pubblicato con una prefazione di Julian Huxley, biologo noto per i suoi contributi al neodarwinismo. Scrive Huxley: «Miss Howard non potrà certo aspettarsi che gli studiosi di biologia accettino tutte le sue tesi, ma non c’è dubbio che le saranno molto grati per il suo lavoro; quanto a me, posso dire che ne sono rimasto avvinto e deliziato».</p>
<p>Chissà se Huxley immaginava anche solo vagamente quante delle teorie che emergono dal libro sarebbero state confermate nel corso degli anni.</p>
<p>Len Howard non era una scienziata, ma la sua capacità di osservare senza preconcetti le ha permesso di anticipare molti degli studi che sarebbero poi stati condotti in seguito (con più rigore, certo). Nel farlo, ha precorso alcune di quelle scoperte che sfatano l’idea che certe capacità siano prerogativa esclusiva della nostra specie: Howard riconosce la personalità (lei parla di individualità) degli uccelli; propone analisi finissime della comunicazione canora (d’altronde era musicista lei stessa) e dell’espressione delle emozioni (mentre alcuni scienziati faticano tutt’ora a riconoscere che specie diverse dai primati provino emozioni); evidenzia le loro abilità di apprendimento e <em>problem solving</em>. Il tutto partendo da una considerazione che guida la sua alternativa forma di ricerca: l’importanza di osservare gli animali nel loro ambiente naturale, invece che in laboratorio.</p>
<p>«Molto spesso il comportamento degli uccelli viene valutato in situazioni in cui gli animali sono terrorizzati dalla presenza dell’osservatore. Nessuno vorrebbe sottoporsi a un test d’intelligenza in condizioni di pericolo di vita, la sua o quella dei suoi figli» scrive. «Trovo che gli uccelli, e in particolare le cince, agiscano in modo intelligente in circostanze insolite, a meno che non siano in uno stato di agitazione dovuto alla paura».</p>
<p>Sia chiaro, non tutte le ipotesi di Howard sono state confermate (in effetti, c’è anche un bizzarro suggerimento, solo brevemente accennato, sulla capacità degli uccelli di comunicare per via telepatica). Ma non si può non riconoscerle il merito di averne invece anticipate tante altre.</p>
<h2 id="ecologia-e-toporagni">Ecologia e toporagni</h2><p>Alle osservazioni cognitivo-comportamentali, Howard aggiunge alcune considerazioni ecologiche. Racconta, per esempio, dei rischi dei gatti liberamente vaganti, sui quali tutt’oggi insistono gli zoologi; critica chi, trovato un nidiaceo caduto dal nido, se lo porta a casa senza avere le competenze per prendersene cura (anche qui, i Centri di Recupero Animali Selvatici devono ancora richiamare l’importanza di rivolgersi a persone competenti nel caso ci si imbatta in selvatici in difficoltà).</p>
<p>Più interessante ancora, anticipando in un certo senso di qualche anno <em>Primavera silenziosa</em> di Rachel Carson, Howard scrive: «Sia le cince bigie sia i codibugnoli sono ormai piuttosto rari, li vedo solo occasionalmente. Quando mi sono trasferita qui erano numerosi, ma come molte altre specie soffrono per la scarsità di cibo e di siti di nidificazione a causa dei veleni usati nell’agricoltura moderna, del taglio degli alberi e delle siepi e di molte altre pratiche dannose per gli uccelli. L’acqua nei fossi e negli stagni è spesso contaminata, soprattutto quando è utilizzata per spruzzare arsenico sulle colture».</p>
<p>Né si deve temere che il libro sia troppo monotematico. Gli uccelli in generale e le cinciallegre in particolare ne sono senz’altro i protagonisti: a Star, Testapelata, Piitur, Naomi, Tamburo, Pagliaccio e ai molti altri riconosciuti singolarmente e chiamati per nome, Howard non dedica solo le sue osservazioni, ma anche diversi (bellissimi) disegni, raccolti nel libro insieme alle fotografie che testimoniano la loro vita al Bird Cottage, appollaiati sull’autrice oppure intenti a interagire con oggetti come scatole di fiammiferi e teiere. Ma la sensibilità di Howard la porta a dedicare diverse pagine anche agli altri animali che la accompagnano nella vita al Bird Cottage: topi e toporagni, ricci, perfino ragni.</p>
<p><em>Star</em> può non essere definito un saggio scientifico propriamente detto. Forse, alla fine dei conti, nemmeno del tutto un’opera di divulgazione scientifica. Ma è di certo un libro che ci insegna a guardarci intorno, a osservare le specie che ci circondano con pazienza e senza preconcetti. Anche se, invece che in un cottage della campagna inglese, abitiamo in piena città: mentre terminavo di leggere le ultime pagine, ho notato un nido di merli davanti alla mia finestra. È stato con Star in mente che ho seguito, nei giorni successivi, le cure che i genitori prestavano ai piccoli e il loro successivo involo. È stata un’impresa quasi epica per i piccoli. E forse, senza avere la mente su quelle pagine, non l’avrei nemmeno notata.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Attenzione agli sponsor quando partecipate a eventi sul clima: alcune riflessioni e proposte</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/attenzione-sponsor-quando-partecipate-eventi-clima-alcune-riflessioni/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/attenzione-sponsor-quando-partecipate-eventi-clima-alcune-riflessioni/</guid><pubDate>Thu, 11 Jul 2024 09:44:00 +0100</pubDate><description>Capita di venire invitati a eventi pubblici sul clima con sponsor controversi dal punto di vista ambientale e spesso in odore di greenwashing. Che fare in questi casi? Gli autori riflettono sui vari dilemmi che si pongono e come - senza pretesa di avere formule magiche - risolverli per preservare la propria coerenza e dare il massimo risalto ai messaggi che vogliono mandare al pubblico. Immagine tratta da United Nations Climate Action .</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/attenzione-sponsor-quando-partecipate-eventi-clima-alcune-riflessioni-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/attenzione-sponsor-quando-partecipate-eventi-clima-alcune-riflessioni-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Molti governi limitano o vietano la pubblicità di prodotti che danneggiano la salute umana, come il tabacco. Esorto tutti i Paesi a vietare la pubblicità delle aziende produttrici di combustibili fossili. E invito i media e le aziende tecnologiche a smettere di fare pubblicità ai combustibili fossili». Così il segretario delle Nazioni Unite António Guterres nel suo discorso alla sede newyorkese delle UN per l’ultima Giornata mondiale dell’Ambiente, occasione in cui ha definito le aziende fossili «i padrini del caos climatico», che hanno <em>«fatto un greenwashing spudorato»</em>.</p>
<p>Il tema di accelerare la decarbonizzazione “tagliando alla fonte” gli appoggi legali, economici e di immagine per i combustibili fossili, si pone anche a quelle comunicatrici e a quei comunicatori scientifici impegnati sul clima e che vengono invitati a partecipare a eventi di divulgazione sponsorizzati da aziende il cui business principale è il fossile. In generale ci sono molti sponsor non ancora allineati a una transizione compatibile con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, come per esempio ENI, ma molto presenti quando si parla di “Green”. Un caso che ci sembra sempre più frequente, nello scenario di apparente colonizzazione culturale con cui aziende di questo tipo cercano di accreditarsi presso l’opinione pubblica attraverso la sponsorizzazione di eventi con un grande seguito (Festival di Sanremo, Serie A), media a diffusione nazionale, o che trattano direttamente il tema della sostenibilità ambientale.</p>
<p>Ci è capitato anche di recente di dover decidere se presenziare o meno a una di queste conferenze pubbliche su clima e sostenibilità, che annoverava fra gli sponsor anche aziende di questo tipo. Nel caso specifico, abbiamo deciso di non partecipare. Ma la scelta non è stata facile, perché il nostro impegno ci spinge a portare la nostra testimonianza ovunque, e anche perché la comunità di persone che svolgono attività di divulgazione su questi temi non ha elaborato linee di condotta chiare in materia. Si pongono in effetti alcuni dilemmi etici e pratici che vogliamo passare in rassegna, sperando di alimentare una discussione che, nel rispetto delle scelte personali e professionali, possa contribuire a delineare una posizione condivisa e soprattutto efficace per favorire, e non scoraggiare, la transizione.</p>
<p>Il primo dei dilemmi riguarda il fatto che questi eventi solitamente non pongono vincoli espliciti a quanto si andrà a dire, lasciando relatori e relatrici formalmente liberi di esprimere le loro opinioni. In apparenza tutto bene: anzi, questi sponsor appaiono così rispettosi della libertà di parola da finanziare eventi in cui si potrebbe parlare molto male di loro! Il problema, però, sta proprio in quel “formalmente”. È plausibile, infatti, che chi viene invitato a una manifestazione con sponsor discutibili possa autocensurarsi, anche solo evitando, per esempio, di menzionare lo sponsor e le sue politiche energetiche nel proprio discorso, restando su termini più generali (“l’industria del fossile”). Questo anche nel caso che l’evento specifichi che le sponsorizzazioni sono “incondizionate”. Questioni di tatto - diciamo così - possono indurre ad ammorbidire i toni, a non fare riferimenti espliciti, facendo perdere incisività e precisione agli interventi.</p>
<p>Poniamo invece di fare menzione chiara dell’azienda in questione. Resta il fatto che il nostro discorso verrà ascoltato solitamente da alcune decine di persone presenti all’evento. Molti di più potranno essere coloro che, non presenti, leggeranno le locandine o la cronaca dell’evento con il nome dello sponsor ben visibile, spesso riportato per più giorni sulle pagine dei quotidiani locali o nazionali. L’effetto netto sarà un miglioramento dell’immagine virtuosa dello sponsor, che avrà goduto di molta più visibilità rispetto all’eventuale testimonianza contraria del divulgatore o divulgatrice, con un considerevole ritorno in termini di greenwashing. Ecco perché anche una possibile scelta alternativa e coraggiosa - ovvero intervenire comunque, stigmatizzando apertamente sia le attività dell’azienda in questione sia il tentativo di accreditarsi presso il pubblico con la sponsorizzazione dell’evento - sembra comunque poco efficace. Al contrario, se si decide di non prendere parte a una manifestazione, sarebbe bene pretendere di non risultare nella programmazione, e ancora meglio potrebbe essere esplicitare tale scelta o darle qualche tipo di evidenza, visibilità o tracciabilità pubblica.</p>
<p>Le scelte possibili sono tante e diverse, anche in funzione della situazione professionale, del grado di esperienza e notorietà di cui si gode, delle collaborazioni in atto con questo o quel soggetto, e del grado di sensibilità personale. Ma occorre una riflessione perché, se da un lato esserci o meno a quell’evento con sponsor discutibili probabilmente non sposterebbe di molto la situazione climatica, dall’altro la partecipazione rischia di fare la differenza in termini di coerenza e reputazione, segnando la credibilità di tutta l’attività di divulgazione successiva.</p>
<p>Questione tutt’altro che semplice, a cui si aggiunge un altro dilemma: quali sponsor sì e quali no? Dove tracciare la linea di demarcazione? La questione è scivolosa. Di alcune aziende definire la condotta appare più facile, analizzando bilanci e documenti, leggendo le sentenze di carattere penale, amministrativo o commerciale, approfondendo il persistere di un investimento nell’estrazione o commercializzazione di combustibili fossili in contrasto con la necessità, richiamata dall’IPCC e dalle stesse Nazioni Unite, di una rapida decarbonizzazione. Si possono scoprire pratiche commerciali scorrette, comunicazioni ingannevoli, o politiche internazionali di dubbia eticità. Ma per molte altre aziende le cose sono più sfumate. Che dire, per esempio, di una società di produzione elettrica che utilizza ancora centrali a gas o a carbone, ma in via di dismissione nell’arco di alcuni anni? O delle aziende che semplicemente trasportano l’energia, delle compagnie crocieristiche che consumano grandi quantità di olio combustibile, delle società automobilistiche che vendono Diesel e non abbastanza auto elettriche, delle aziende food and beverage che non si impegnano abbastanza per un packaging più sostenibile o per la riduzione del consumo di carne. Che dire di quelle imprese su cui si nutrono profondi dubbi relativi al loro ruolo in altre crisi, da quella della biodiversità a quelle militari o umanitarie?</p>
<p>Non è facile decidere. Ma - soprattutto - può essere ritenuto un compito di chi comunica la scienza (quella per cui studia, ricerca, lavora e si applica) spingersi in una analisi etica così appronfondita delle varie realtà aziendali? Accertare impatti, ruoli e coinvolgimento delle aziende in questioni poco condivisibili è complicato, richiede tempo e competenze profonde, ed è ostacolato dalla scarsa trasparenza dei bilanci e degli impatti aziendali, quando non dalle intricate connessioni economico-finanziare che legano un’azienda a molte altre in gruppi più o meno difficili da dipanare. Insomma, può nascere la frustrazione e l’impressione di non riuscire a essere pienamente coerenti con se stessi o con il proprio messaggio. Si tratta probabilmente di un lento apprendimento di un sistema complesso, pieno di luci e ombre, e in continua evoluzione.</p>
<p>Eubulide di Mileto inventò il paradosso del sorite: un mucchio (il sorite) è fatto di tanti granelli, poniamo diecimila. Se ne togliamo uno, ma anche due, ma anche tre, ma anche quattro, e così via, quel mucchio resterà sempre un mucchio. Fino a che resterà un solo granello. Non c’è soluzione: ognuno deve ricercare e porre un limite personale, mettendosi in discussione, impegnandosi magari a iniziare ad approfondire un singolo ambito, o una singola azienda, provando a prendere una decisione, consapevole della sua possibile arbitrarietà e del “velo d’ignoranza” nel quale sempre si opera. L&rsquo;obiettivo però è chiaro: superare l’inazione che questa difficoltà rischia di comportare.</p>
<p>Una prima soluzione pratica potrebbe essere individuare quelle aziende per le quali esistono sentenze o prove ben documentate di pratiche di greenwashing. E poi, pensiamo che il passo giusto sia iniziare a porsi il problema come singoli e come comunità, sollevare domande e richieste di trasparenza presso aziende, media e soggetti organizzatori di eventi, avviare un lavoro “investigativo” appoggiandosi  non solo alle conoscenze di colleghi e colleghe, ma al lavoro di soggetti autorevoli, indipendenti e riconosciuti che pubblicano report su temi specifici, o ancora progetti come il database internazionale <a href="https://www.reprisk.com/" rel="noopener">RepRisk </a></p>
<p>Ci siamo anche posti un ultimo problema: se i rappresentanti dello sponsor partecipassero all’incontro, aprendosi all’ascolto di posizioni diverse, magari in una tavola rotonda, la nostra opzione cambierebbe? Non abbiamo una risposta chiara, ma ci sembra che “metterci la faccia” e discutere liberamente insieme di certe posizioni e strategie potrebbe aver più efficacia, o se non altro spostare in modo netto sull’azienda la responsabilità di attuare o meno le nostre raccomandazioni basate sulla scienza, una volta che le abbiamo espresse chiaramente (e magari pubblicamente).</p>
<p>In sintesi, i suggerimenti principali emersi dalle nostre riflessioni sono questi:</p>
<ul>
<li>Pretendere di conoscere gli sponsor prima della pubblicizzazione dell’evento, così come il loro grado di coinvolgimento nel programma.</li>
<li>Accertare - per quanto possibile - il coinvolgimento dello sponsor in pratiche climatiche, ambientali, commerciali o umanitarie scorrette. Se il ruolo dello sponsor è solo di facciata, il rischio di greenwashing è forte, per cui declinare l’invito potrebbe essere più efficace (anche come forma di attivismo e pressione verso chi ha l’opportunità di organizzare gli eventi e quindi scegliere gli sponsor). Se si era acconsentito a partecipare all’evento prima di conoscere questi dettagli, sentirsi liberi di fare un passo indietro, valutando se esplicitare o meno i motivi della propria rinuncia. In questo caso si può chiedere di essere tolti dal palinsesto prima che diventi pubblico.</li>
<li>Chiedere sempre come il proprio nome o la propria immagine verranno usati (comunicati stampa, video online), puntando a una contrattualizzazione chiara di questi aspetti a tutela della propria immagine e professionalità.</li>
<li>Elaborare una strategia lucida per affrontare eventuali critiche e attacchi sui social, sia in caso di partecipazione all’evento che in caso di rinuncia - ricordando che anche non rispondere, evitando di ingaggiare comunicazioni tossiche, fa parte delle possibili strategie. Il tutto naturalmente mantenendo il rispetto verso il lavoro di chi organizza eventi e di chi non la pensa come noi, puntando a costruire un dialogo capace di alimentare un processo di miglioramento.</li>
</ul>
<p>Sebbene non esistano risposte semplici o definitive, è fondamentale continuare a discutere e a sviluppare linee guida che possano aiutare divulgatori e divulgatrici a navigare in queste acque insidiose.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Parliamo di etica e agricoltura sostenibile</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/parliamo-etica-agricoltura-sostenibile/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/parliamo-etica-agricoltura-sostenibile/</guid><pubDate>Fri, 05 Jul 2024 09:56:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefano Bocchi</dc:creator><description>Negli anni &amp;amp;lsquo;70, l&amp;amp;rsquo;agronomo Giovanni Haussmann criticava l&amp;amp;rsquo;approccio produttivistico dell&amp;amp;rsquo;agricoltura industriale, che trascurava gli equilibri ambientali, sostenendo la necessità di una nuova etica che integrasse conoscenza e rispetto per la natura, un&amp;amp;rsquo;idea ripresa nel suo libro del 1992, L&amp;amp;rsquo;uomo simbionte . Oggi, l&amp;amp;rsquo;importanza di un&amp;amp;rsquo;etica agroecologica è sempre più riconosciuta, e sempre più necessaria per affrontare le sfide ambientali e socio-economiche globali.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/parliamo-etica-agricoltura-sostenibile-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/parliamo-etica-agricoltura-sostenibile-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Negli anni ’70 del secolo scorso, per concludere il libro <em>Suolo e Società</em>, l’agronomo Giovanni Haussmann scriveva: «La conoscenza isolata dall’etica diventa ambigua. Una mentalità soggiogata da ideali di arricchimento e di benessere materiale, le cui risorse naturali hanno unicamente da far le spese, non è la più disponibile ad ascoltare la voce della natura». Il capitolo conclusivo, intitolato <em>L’uomo simbionte. Per un nuovo equilibrio fra suolo e società</em> non venne pubblicato, probabilmente perché ritenuto, per varie ragioni, non appropriato per un’opera scientifica. Venne invece ripreso nel libro edito da Vallecchi alcuni anni dopo (G. Haussmann, 1992).</p>
<p>Haussmann ha vissuto, da agronomo, la parabola dell’innovazione dell’agricoltura italiana del ventennio compreso fra gli anni Sessanta e Ottanta, durante il quale si è diffuso il modello proposto dalla cosiddetta rivoluzione verde di ispirazione industriale. Il modello industriale era stato preso come riferimento in termini di principi, metodiche, obiettivi e per la sua supposta efficacia. Un modello focalizzato sugli obiettivi produttivistici e poco attento agli equilibri ambientali.</p>
<p>Il pensiero agronomico, di fronte ai forti rischi di svuotamento dei significati e dei valori conservati per secoli all’interno del settore primario, reagiva in modo chiaro, grazie ad alcune voci particolarmente autorevoli, come Haussmann. Per Haussmann, la frattura umanità-ambiente, causa ed effetto di una profonda crisi culturale, non può essere ricomposta se non in un quadro ecologico di profonda revisione dei criteri di comportamento.</p>
<p>Le pagine scritte da Haussmann costituiscono un vero e proprio modello di epistemologia dell’ecologia (Ruggiero Romano, 1992). Haussmann era pienamente consapevole di fasi storiche del passato durante le quali il pensiero agronomico italiano era riuscito ad assumere una posizione influente, con risvolti socio-economici, ambientali ed ecologici. La costituzione dell’Istituto Agrario presso l’Università di Pisa e la realizzazione di un curriculum di studio triennale in Scienze Agrarie, primo nel mondo nel 1845, fu un vero e proprio salto etico epocale, capace di elevare l’agricoltura da “arte umile” a “scienza nobile”. Come ricorda Fabio Caporali (2021) fu un’operazione complessa, con l’integrazione di quattro istituzioni importanti: il Granducato di Toscana che deliberò l’avvio, l’Accademia dei Georgofili che legittimò l’operazione, l’Università di Pisa che si propose come sede, il giornale <em>Agrario Toscano</em> che divenne l’organo di comunicazione. Il tutto sotto la regia di Cosimo Ridolfi. L’intero processo di creazione e avvio dell’istituto viene interpretato come un’operazione di etica di solidarietà istituzionale per la diffusione della conoscenza in agricoltura e Caporali ne sottolinea l’attualità segnalando le analogie con la moderna “teoria dell’azione comunicativa” di Habermas che, attraverso la modalità dell’etica del discorso, giunge al fine strategico del consenso pubblico (Caporali, 2021).</p>
<h2 id="temi-attuali-di-riflessione">Temi attuali di riflessione</h2><p>Oggi i temi di riflessione sono molteplici, ma integrabili fra loro in un’unica visione. Sono di seguito elencati in forma di domande alle quali, successivamente, si fornisce una risposta sintetica.</p>
<ol>
<li>È necessaria una nuova visione etica per progredire?</li>
<li>Come definire un’etica del sistema agroalimentare?</li>
<li>Come far crescere una coscienza ecologica in tempo di emergenze sanitarie, ambientali, climatiche, socioeconomiche di scala planetaria?</li>
</ol>
<h2 id="serve-una-nuova-etica">Serve una nuova etica</h2><p>Partendo da un’analisi del pensiero agronomico del passato, possiamo constatare che il concetto di “madre terra” ha dominato tutta la cultura dai latini in poi, come del resto dimostrano i trattati dedicati all’agricoltura come quelli di Catone, Varrone e Virgilio.</p>
<p>Tenuto conto che l’agricoltura rappresenta la più forte modifica antropogenica determinata sulle strutture e dinamiche degli assetti naturali degli ecosistemi, è necessario riconoscere all’azienda agraria e all’agricoltura il ruolo di interfaccia e legame trofico tra il sistema sociale e il sistema naturale. Questa consapevolezza era intrinseca e naturale nelle società del passato, se non altro perché la maggior parte della popolazione viveva a contatto diretto con le risorse naturali, in gran parte gestite attraverso l’attività primaria. Con il sorpasso della popolazione urbana rispetto a quella rurale - in molte società più industrializzate e urbanizzate la percentuale di agricoltori è scesa al di sotto del 5% - il legame con la terra si è fortemente allentato. Perdendo codici di interpretazione dei segnali di feedback da parte delle risorse naturali, si è depotenziato il sistema di interventi preventivi che fino alla metà del secolo scorso consentivano di mantenere gli assetti territoriali.</p>
<p>Per queste ragioni, assistiamo oggi a una rinascita dell’interesse nei confronti di un nuovo atteggiamento etico, interesse sempre più chiaro sia in ambito scientifico sia in alcuni ambiti politici. Troviamo le tracce di tutto ciò nei documenti che descrivono innovative strategie di intervento politico europeo, come per esempio i recenti <a href="https://publications.jrc.ec.europa.eu/repository/handle/JRC126575" rel="noopener"><em>Concepts for a sustainable food system. Reflections from a participatory process</em></a>. Questo documento - ed è il caso di notarlo - affronta i temi della sostenibilità dell’intero sistema agroalimentare e propone una serie di indicatori, inclusi quelli relativi ai temi dell’etica (vedi tabella <em>A fair, ethical, socially acceptable and inclusive food system</em>).</p>
<p>Si forma così una doppia elica, con una componente scientifica e una politica/sociale, elica che focalizza l’attenzione sull’etica come leva per fare nascere soluzioni sui due fronti da proporre alla società al fine di cambiare l’attuale modello di produzione e consumo, considerato insostenibile e non etico. Ciò al fine di recuperare un modello di relazione simbiotica fra umanità e natura. Già il <a href="https://www.weforum.org/publications/the-global-risks-report-2020/" rel="noopener">Global Risks Report</a>, pubblicato nel 2020, ha affrontato in modo chiaro questi temi mettendo in risalto la necessità di un pensiero e una pratica sistemici alle diverse scale, da quella del vivere la quotidianità del singolo individuo a quella delle dinamiche sociali delle comunità in un arco temporale più vasto, rispetto a quello in genere considerato. La moderna scienza denominata “agroecologia” si muove su questo terreno e lo coltiva.</p>
<h2 id="come-definire-unetica-del-sistema-agroalimentare">Come definire un’etica del sistema agroalimentare?</h2><p>Una responsabilità particolare riguarda gli studiosi e i ricercatori che si occupano del sistema agroalimentare e in particolare le università e tutti gli enti che si occupano di formazione professionale in agricoltura, alimentazione e ambiente. Su <em>Science</em>, Jane Lubchenco <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.279.5350.491" rel="noopener">ricorda</a> agli scienziati il loro obbligo ad assumere un’etica della responsabilità per la loro missione, che include «una più completa, comprensibile informazione e tecnologia per la società per incamminarsi verso una biosfera più sostenibile, vale a dire ecologicamente basata, economicamente equa, socialmente giusta».</p>
<p>La cartesiana <em>Weltbild</em> fondata su antropocentrismo, concezione meccanicistica della natura, dualismo metafisico tra umanità e il resto del mondo naturale è ancora la radice del pensiero delle moderne società industriali di economia neoliberale e condiziona fortemente il settore agroalimentare, dalle attività di ricerca fino a quelle di produzione, trasformazione, commercializzazione, includendo quelle che riguardano la comunicazione. Per la cosiddetta e ambigua etica tecnologica, scienza, tecnologia e economia sono le principali componenti e il mondo non-umano è valutato in termini di bene materiale.</p>
<p>Questa visione, ancora predominante, fu fortemente contestata da Max Weber negli anni ‘40 del secolo scorso (Scuola di Francoforte), e numerosi furono i contributi che servirono per chiarire questa tematica. Più recentemente, l’economista e filosofo Amartya Sen, nel tracciare i contorni di un’economia del welfare comune (vedi <em>On Ethics and economics</em>, 1987), sostiene la necessità di una riconciliazione con la natura. Egli pone l’ecologia come base del suo pensiero economico per quella che viene definita <em>cultural conversion</em> (anni Novanta; per approfondimenti si rimanda a <em>From ecology to ethics: the step is inevitable</em>, di Keller and Golley, 2000, o a <em>Ecological Ethics</em>. Il ruolo dei valori nella ricerca scientifica viene ricordato da Eliott nel bel suo libro <em>A Tapestry of Values</em>, del 2017).</p>
<p>Il paradigma tecnocratico, che ha determinato evidenti lacerazioni, viene chiaramente contestato nell’enciclica di Francesco, <em>Laudato Si</em>; anche in questo ambito si richiama la necessità di focalizzare la nostra attenzione sull’ecologia, di ripartire con un atteggiamento ecologico, nel senso più ampio e profondo del termine, per potere affrontare le grandi emergenze del nostro tempo.</p>
<p>Per quanto riguarda più in particolare il sistema agroalimentare, l’innovazione tecnocratica proposta e attuata nel secolo scorso dalla Green Revolution ha portato l’azienda agraria ad assumere modelli di tipo industriale. La maggior parte delle aziende agrarie è ancor oggi prevalentemente attenta agli aspetti economici, è alimentata da input di origine industriale (fertilizzanti sintetici, fitosanitari, antibiotici, varietà coltivate definite sintetiche e ottenute con tecnologie genetiche), si basa su fonti non rinnovabili di materiali ed energia. È un modello che ha spinto verso livelli di specializzazione e standardizzazione dei prodotti e per questo ha ridotto la biodiversità e l’agrobiodiversità; ha adottato processi non ciclici di mantenimento della fertilità dei terreni, di controllo di stress biotici e abiotici attraverso ripetuti interventi con prodotti acquistati dal mercato.</p>
<p>L’azienda intensificata secondo queste dinamiche ha perso gradi di autonomia economica e culturale perché ha progressivamente accresciuto la dipendenza dal mercato internazionale delle commodity. Diventa, suo malgrado, fonte di disservizi nei confronti del territorio e dell’ambiente con crescenti emissioni di gas serra, erosione, dissesti idrogeologici, lisciviazione, impatti sulla salute degli ecosistemi.</p>
<p>I valori e i principi dei tempi di Cuppari, Ridolfi, Haussmann, testimoniati in passato nella quotidiana, continua e sistematica cura delle risorse naturali non sono stati considerati dalla Green Revolution. Avviene così che l’eredità lasciata sui territori di tutta Italia e rappresentata dai bei paesaggi, dalle sistemazioni idraulico-agrarie di piano e di colle, dalle ricche rotazioni agronomiche, dall’equilibrio tra allevamento e colture, dalla coesistenza dei seminativi con siepi, filari, boschi aziendali, si sgretola.</p>
<p>Diventa, pertanto, necessario e urgente progettare e diffondere un nuovo modello agroecologico per il sistema agroalimentare che sia in grado di restituire alle aziende agrarie, alle filiere, ai cittadini, una cultura della sostenibilità e della rigenerazione agroecologica. La tabella riportata sotto sintetizza, in forma di confronto, i caratteri distintivi delle due strategie industriale e agroecologica.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/parliamo-etica-agricoltura-sostenibile-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/parliamo-etica-agricoltura-sostenibile-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/parliamo-etica-agricoltura-sostenibile-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1742" height="1224" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<h2 id="far-crescere-una-coscienza-ecologica-in-tempo-di-emergenze">Far crescere una coscienza ecologica in tempo di emergenze?</h2><p>Un’etica per l’agroalimentare è quindi da riscoprire a partire dall’innovazione del modello di azienda agraria e dal rapporto individuale e sociale con le risorse terra, acqua, aria, biodiversità, lavoro. Un modello che sia in grado di ristabilire gli equilibri perduti e assumere un assetto multifunzionale, funzionale per un ampio dialogo con il territorio circostante.</p>
<p>Un’azienda che sia progettata e gestita su basi agroecologiche che la predispongano a stabilire processi di rigenerazione e recupero della fertilità dei terreni, di immagazzinamento del carbonio, di incremento della capacità idrica di campo dei terreni, di disponibilità degli elementi nutritivi, di miglioramento della gestione dei parassiti delle colture, di protezione degli impollinatori, di individuazione di forme di mitigazione dell’emergenza climatica, di attivazione di nuovi mercati del lavoro, di forte riduzione delle iniquità, di valorizzazione di beni comuni legati a patrimoni naturali e culturali, di integrazione di lavoratori provenienti da fasce sociali più deboli, di produzione locale di forme innovative di ricreazione e intrattenimento, lo sviluppo di servizi legati alla salute del singolo e del pianeta, la riqualificazione dei paesaggi rurali grazie a nuove forme di agroforestazione.</p>
<h4 id="per-approfondire">Per approfondire</h4><h4 id="altieri-m-niccholls-c-ponti-l-2010-agroecologia-una-via-percorribile-per-un-pianeta-in-crisi-edagricole-278-pp-bernardi-e-2015-il-mais-miracoloso-storia-di-uninnovazione-tra-politica-economia-e-religione-carocci-ed-196-pp-bocchi-s-2021-lospite-imperfetto-lumanità-e-la-salute-del-pianeta-nellagenda-2030-carocci-ed-118-bocchi-s-2015-zolle-storie-di-tuberi-graminacee-e-terre-coltivate-cortina-ed-197-pp-caporali-f-2019-agricoltura-e-servizi-ecologici-città-studi-ed-122-pp-caporali-f-2021-ethics-and-sustainable-agriculture-springer-ed-2021-263-pp-eliott-2017-a-tapestry-of-values-an-introduction-to-values-in-science-oxford-univ-press-ny-haussmann-g-1964-la-terra-e-luomo-boringhieri-ed587-pp-haussmann-g-1986-suolo-e-società-ist-sper-colture-foraggere-lodi-ed-750-pp-haussmann-g-1992-luomo-simbionte-per-un-nuovo-equilibrio-fra-suolo-e-società-vallecchi-ed-71-pp-keller-dr-golley-fb-2000-the-philosophy-of-ecology-from-science-to-synthesis-georgia-press-pazzagli-r-2008-il-sapere-dellagricoltura-franco-angeli-ed-333-pp">Altieri M, Niccholls C, Ponti L (2010) <em>Agroecologia. Una via percorribile per un pianeta in crisi</em>. Edagricole. 278 pp Bernardi E (2015) <em>Il mais “miracoloso”. Storia di un’innovazione tra politica, economia e religione</em>. Carocci Ed. 196 pp. Bocchi S (2021) <em>L’ospite imperfetto. L’umanità e la salute del pianeta nell’Agenda 2030</em>. Carocci Ed. 118 Bocchi S (2015) <em>Zolle. Storie di tuberi, graminacee e terre coltivate</em>. Cortina Ed. 197 pp Caporali F (2019) <em>Agricoltura e servizi ecologici</em>. Città Studi Ed. 122 pp. Caporali F (2021) <em>Ethics and Sustainable Agriculture</em>. Springer Ed. 2021 263 pp Eliott (2017) <em>A Tapestry of Values: an introduction to values in science</em>. Oxford Univ Press, NY Haussmann G (1964) <em>La terra e l’uomo</em>. Boringhieri Ed.587 pp. Haussmann G (1986) <em>Suolo e Società</em>. Ist. Sper. Colture Foraggere Lodi Ed. 750 pp. Haussmann G (1992) <em>L’uomo simbionte. Per un nuovo equilibrio fra suolo e società</em>. Vallecchi Ed. 71 pp Keller DR, Golley FB (2000) <em>The philosophy of ecology. From Science to Synthesis</em>. Georgia Press Pazzagli R (2008) <em>Il sapere dell’agricoltura</em>. Franco Angeli Ed. 333 pp</h4>]]></content:encoded></item><item><title>Nascite pretermine: il fattore clima</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/nascite-pretermine-fattore-clima/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/nascite-pretermine-fattore-clima/</guid><pubDate>Wed, 26 Jun 2024 07:14:00 +0100</pubDate><dc:creator>Alessandra Tognolli</dc:creator><category>clima</category><description>Gli studi stanno iniziando a evidenziare una nuova e ancora poco discussa conseguenza del cambiamento climatico: l’aumento delle nascite pretermine legato a dei periodi prolungati di caldo estremo. Durante il terzo trimestre di gestazione più alta è la temperatura, maggiore è il rischio che corrono madri e neonati.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/nascite-pretermine-fattore-clima-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/nascite-pretermine-fattore-clima-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Tra il 2005 e il 2013 la California ha registrato numerose ondate di calore, che hanno inciso sulle condizioni di salute dei suoi abitanti. Le donne in gravidanza sono state una delle fasce più colpite dal fenomeno: le naturali difficoltà di questo delicato periodo sono state esacerbate dalle alte temperature, aumentando il rischio di complicazioni per madri e neonati.</p>
<p>Per comprendere meglio le ripercussioni di questo evento, un team di esperti guidato da Sindana D. Ilango ha analizzato un campione di quasi due milioni di partorienti tra maggio e settembre di quegli anni. I risultati dell’<a href="https://www.sciencedaily.com/releases/2020/02/200225133736.htm" rel="noopener">analisi</a> hanno ipotizzato una nuova conseguenza del cambiamento climatico: l’aumento di nascite pretermine in periodi con temperature sopra la media. Tra il 2005 e il 2013, infatti, lo studio ha evidenziato un aumento del 13% di parti pretermine in conseguenza di ondate di calore di almeno quattro giorni. Pubblicato nel 2020 sulla rivista <em>Environment International</em>, lo studio ha concluso che durante il terzo trimestre di gestazione, più alta è la temperatura o più lunga è l’ondata di calore, maggiore è il rischio di nascita prematura. <a href="https://epiprev.it/articoli_scientifici/effetti-delle-alte-temperature-e-dell-inquinamento-atmosferico-sul-rischio-di-nascita-pretermine.analisi-in-sei-citta-italiane-2001-2010" rel="noopener">Anche ricerche italiane</a> più recenti hanno scandagliato questa relazione fra caldo e nascite pretermine considerando i dati in sei città italiane.</p>
<p>I parti pretermine, definiti come la nascita di un bambino prima delle 37 settimane di gestazione, concludono circa 15 milioni di gravidanze ogni anno a livello globale. I nati prematuri <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S266676572200151X#bib0004" rel="noopener">sono più suscettibili</a> a problemi respiratori e cardiaci, infezioni, e difficoltà di alimentazione. A lungo termine, possono manifestare inoltre diverse forme di disabilità dello sviluppo, tra cui difficoltà nell’attenzione, nel movimento e nel linguaggio. Per le madri invece, il parto pretermine può significare un aumento dello stress psicologico e fisico, complicazioni durante il travaglio e maggiori difficoltà nella cura del neonato.</p>
<p>Gli effetti del caldo estremo sulla gravidanza sono stati esaminati anche in un recente <a href="https://www.sciencedaily.com/releases/2024/02/240226114546.htm" rel="noopener">studio</a> condotto da Shanshan (Shandy) Li, della Monash School of Public Health and Preventive Medicine. Il team di ricerca ha esaminato la relazione tra nascita prematura e l’esposizione alle alte temperature, prendendo anche in considerazione come fattore attenuante la presenza di verde nella città di residenza delle madri. Dopo l&rsquo;analisi di 1,2 milioni di parti avvenuti a Sydney tra il 2000 e il 2020, inclusi 63.144 casi di prematurità, i dati hanno evidenziato un legame significativo, soprattutto nel terzo trimestre, tra i giorni di caldo estremo e la nascita prematura.</p>
<p>«Il dato è sicuramente da approfondire il prima possibile», commenta Domenico De Rose, neonatologo presso la Terapia intensiva neonatale, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, e membro dei Gruppi di studio Nutrizione neonatale, Infettivologia neonatale e Neonato chirurgico della Società Italiana di Neonatologia (SIN). «Durante la gravidanza, il corpo della donna subisce cambiamenti significativi che aumentano la sensibilità agli sbalzi di temperatura. Questo fenomeno è dovuto ai cambiamenti ormonali e alle modificazioni nella circolazione sanguigna che caratterizzano questo periodo. Le variazioni che ne derivano possono alterare la capacità del corpo di regolare e sopportare il calore, rendendolo più suscettibile alle condizioni meteorologiche estreme».</p>
<p>I <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S266676572200151X#bib0004" rel="noopener">fattori</a> già accertati che influenzano un parto pretermine possono essere suddivisi in tre categorie: aspetti biologici, socioculturali e comportamentali. Oltre a questi oggi sembra quindi delinearsi sempre più il fattore clima.</p>
<p>Le temperature elevate per un lungo periodo di tempo possono inoltre avere un impatto diretto sulla qualità e durata del sonno, compromettendo il ritmo circadiano naturale (l&rsquo;alternanza sonno-veglia che si ripete ciclicamente per ogni essere umano). «Durante il riposo si verificano diverse funzioni fisiologiche cruciali per il benessere fisico e mentale. Un disturbo del sonno può avere delle ripercussioni negative sulla pressione sanguigna, aumentando il rischio di ipertensione e <a href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC9962022/" rel="noopener">preclampsia</a>», spiega De Rose. Anche un <a href="https://www.nature.com/articles/s41591-024-03002-w#:~:text=Heat%20exposure%20is%20associated%20with,China%20from%202015%20to%202018." rel="noopener">recente studio pubblicato su Nature</a> ha confermato l&rsquo;ipertensione materna in condizioni di caldo estremo come possibile spiegazione del fenomeno delle nascite pretermine.</p>
<p>Tuttavia, il motivo per cui temperature elevate aumentano il rischio di una nascita pretermine è ancora in discussione. «È molto difficile dimostrare la correlazione tra i due fenomeni. I cambiamenti che il corpo subisce durante la gravidanza rendono complesso il processo di isolare e studiare l&rsquo;effetto specifico del calore».</p>
<p>Per cercare di comprendere le possibili cause del fenomeno, negli ultimi anni sono state formulate diverse ipotesi. Una <a href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5459758/" rel="noopener">teoria</a> suggerisce che il calore possa causare disidratazione, aumentando la densità del sangue e riducendo il flusso verso l&rsquo;utero. In risposta, si verificherebbe un aumento dei livelli di ormoni antidiuretici e ossitocina nel corpo della madre, inducendo il travaglio. Altri <a href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7503599/" rel="noopener">studi</a> si sono concentrati invece sulla condizione fisiologica che si verifica quando il corpo è esposto a temperature elevate per periodi prolungati, ovvero lo stress da calore. Quest’ultimo comporterebbe un’attivazione eccessiva dell&rsquo;asse ipotalamo-ipofisi-surrene, aumentando il livello dei due ormoni principalmente associati a contrazioni uterine e parto pretermine, corticotropina e cortisolo. Anche l&rsquo;aumento di peso durante la gravidanza <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/30776752/" rel="noopener">può ridurre</a> la capacità di dissipare il calore, così come il feto stesso contribuisce allo stress termico della madre.</p>
<p>Non tutte le regioni del mondo sono colpite allo stesso modo dalle conseguenze del cambiamento climatico. Le aree con climi già caldi e quelle in via di sviluppo sono <a href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC9518061/" rel="noopener">particolarmente vulnerabili</a>: paesi come l&rsquo;India, il Brasile e quelli dell&rsquo;Africa sub-sahariana, dove l&rsquo;accesso ai servizi sanitari è limitato, affrontano rischi maggiori. Anche all’interno dei paesi sviluppati - Stati Uniti in primis - si riscontrano aree <a href="https://link.springer.com/article/10.1186/1471-2393-10-S1-S1" rel="noopener">con alti tassi di nascite pretermine</a>, in particolare all’interno delle comunità socioeconomicamente svantaggiate che vivono in aree urbane densamente popolate con risorse limitate per mitigare l’impatto del calore.</p>
<p>In Italia ogni anno nascono circa 400.000 bambini, di cui più del 6% prematuri. «I risultati di altri paesi evidenziano la necessità di ulteriori indagini anche nelle nostre regioni, per comprendere meglio i meccanismi coinvolti. Ogni anno le temperature sono più elevate, soprattutto nel periodo estivo, e le previsioni ci dicono che continueranno a salire. Occorrono studi prospettici con un campione di popolazione molto vasto, in modo da chiarire il ruolo che il caldo gioca nell’incremento delle nascite pretermine e sviluppare strategie di prevenzione efficaci», conclude De Rose.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Piante OGM, quando l’ideologia schiaccia la scienza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/piante-ogm-quando-ideologia-schiaccia-scienza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/piante-ogm-quando-ideologia-schiaccia-scienza/</guid><pubDate>Mon, 24 Jun 2024 09:09:00 +0100</pubDate><dc:creator>Eddo Rugini</dc:creator><category>alimentazione</category><description>La distruzione della prima sperimentazione in campo di riso TEA sottolinea come persista una forte resistenza ideologica alle piante OGM. Ed è quindi più importante che mai discutere, su base scientifica, le potenzialità delle piante geneticamente modificate per il benessere umano e ambientale, anche a fronte delle sfide che la crisi climatica pone all&amp;amp;rsquo;agricoltura.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/piante-ogm-quando-ideologia-schiaccia-scienza-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/piante-ogm-quando-ideologia-schiaccia-scienza-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 13 maggio scorso, previo parere tecnico di ISPRA, è stata avviata in Lombardia una sperimentazione con piante ingegnerizzate - o meglio editate con le Nuove Tecniche Genomiche (NGT), in Italia chiamate TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita) che in UE sono ancora considerate OGM. Era la prima sperimentazione in campo aperto e, come <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/finalmente-campo-prime-piantine-riso-tea-brambilla-fornara/">ha riportato <em>Scienza in rete</em></a>, rappresentava una conquista per la libertà di ricerca.</p>
<p>È di pochi giorni fa la notizia che riporta come la coltivazione <a href="https://www.ilpost.it/2024/06/21/distrutto-campo-riso-sperimentale-ris8imo-pavia/" rel="noopener">sia stata distrutta</a>, probabilmente da attivisti. Notizia che rimarca l’importanza di riflettere, su base scientifica, sulle potenzialità delle piante geneticamente modificate per il benessere umano e dell’ambiente.</p>
<h2 id="il-caso-delluniversità-della-tuscia">Il caso dell’Università della Tuscia</h2><p>Un esempio dell’ostilità politica alle piante GM viene da quando, nel 2012, il ministero dell’Ambiente non ha concesso la proroga all’Università della Tuscia, necessaria per portare a termine una sperimentazione molto complessa, regolarmente autorizzata, costringendo così  a distruggere 360 piante da frutto. È stato un danno irreparabile, in particolare per la scienza, non foss’altro perché le piante arboree sono difficilissime da manipolare e successivamente da valutare, poiché richiedono tempi estremamente lunghi.</p>
<p>Quella sperimentazione, unica al mondo per complessità, era monitorata da numerosi esperti in diversi campi scientifici, con l’obiettivo tra l’altro di valutarne l’impatto su ambiente, umani, animali, microbi e insetti. Le piante erano state trasformate nei laboratori della stessa università, con diversi geni per differenti finalità (resistenze a malattie fungine, al freddo, alla siccità, alla salsedine, per l’habitus vegetativo compatto e per facilitare la propagazione). Una sperimentazione di quella portata, con ripetizioni per una corretta analisi statistica, ambita da tutti coloro che l’avevano visitata (scienziati italiani, americani, australiani, giapponesi e altri), si sarebbe dovuta mantenere ed essere presa a modello da tutti coloro che hanno a cuore il benessere umano e ambientale.</p>
<p>Al contrario indifferenza, scarsa lungimiranza e ideologia dei decisori politici hanno prevalso su buon senso e raziocinio, distruggendo il frutto di trent’anni di un lavoro pionieristico, ignorando l’appello dei biotecnologici di tutto il mondo. Con questo irresponsabile gesto i nostri governanti hanno introdotto un ulteriore elemento di disuguaglianza tra i già bistrattati ricercatori italiani nei confronti dei loro colleghi stranieri, impedendo di raccogliere dati scientifici di estremo interesse. Al contempo hanno privato il mondo agricolo e i fruitori della possibilità di conoscere direttamente da esperti (e non da improvvisati comunicatori) i possibili rischi e i reali benefici che questa tecnologia può generare sulla sicurezza alimentare, negando altresì l’accesso alle innovazioni atte a garantire una maggiore sostenibilità dei sistemi produttivi, e oggi addirittura ad accelerare la transizione ecologica.</p>
<h2 id="gli-ogm-nellunione-europea">Gli OGM nell’Unione Europea</h2><p>Molti ignorano che 29 paesi al mondo coltivano OGM e che ben 71 ne sono consumatori, inclusi gli stati dell’UE, che ha già da tempo autorizzato 60 prodotti derivati da queste colture e che ci accompagnano quotidianamente a tavola, nell’abbigliamento e nelle cure ospedaliere (abbigliamento intimo, fiocchi e garze di cotone per curare le ferite e altro). Senza considerare le centinaia di migliaia di tonnellate di mais e soia OGM importati per alimentare gli animali domestici, molti dei quali allevati per produrre cibi tipici locali e per prodotti <em>made in Italy</em>.</p>
<p>L’importazione di derrate alimentari da parte della UE è costantemente in crescita, perché la coltivazione di gran parte dei prodotti di largo consumo è stata delegata a paesi extra-europei nei quali percentuali significative delle superfici coltivate a mais, soia, cotone, canola sono OGM. Sul mercato mondiale è quindi sempre più difficile reperire derrate da colture tradizionali, considerato il continuo aumento di quelle geneticamente modificate (<a href="https://www.isaaa.org/resources/publications/briefs/55/executivesummary/default.asp" rel="noopener">ISAAA</a>, 2019) e quando si trovano spesso derivano da coltivazioni con protocolli non equiparabili ai disciplinari europei.</p>
<p>Nell’UE l’uso in agricoltura delle piante OGM è percepito come potenziale rischio per l’ambiente e la salute, per cui (con l’eccezione di Spagna e Portogallo) si è obbligati a non coltivarle, con evidenti svantaggi. Nel secolo scorso, per esempio, l’Italia era quasi auto-sufficiente in fabbisogno di mais; oggi, a causa dell’abbandono delle coltivazioni, è costretta a importare <a href="https://www.ilpuntocoldiretti.it/attualita/economia/e-crisi-mais-in-20-anni-produzione-dimezzata/" rel="noopener">oltre il 50%</a> del proprio fabbisogno, vale a dire circa 6-7 milioni di tonnellate all’anno, di cui in parte è mais OGM. L’abbandono è dovuto al fatto che gli ibridi tradizionali che gli agricoltori italiani, e non solo, sono obbligati a coltivare non reggono la concorrenza del mais (Bt) prodotto per resistere agli insetti e all’erbicida glifosato, sia per resa unitaria sia per qualità. Questo mais si difende autonomamente dagli insetti, per cui non richiede insetticidi e necessita una minor quantità di diserbante per il controllo delle infestanti rispetto ai mais tradizionali. Oltre a rappresentare un costo, gli insetticidi non sono sempre efficaci e sicuramente non sono selettivi (non distinguono gli insetti dannosi da quelli utili), con evidenti danni all’ambiente e all’agricoltore che, in annate piovose e calde, è obbligato a svendere il raccolto ai termovalorizzatori perché non commestibile per l’alimentazione, né umana né animale, per la presenza di muffe contenenti micotossine (fumonisine e aflatossine), notoriamente cancerogene, che si sviluppano nelle gallerie provocate nella spiga dagli insetti allo stadio larvale.</p>
<h2 id="ogm-nei-paesi-extra-ue">OGM nei paesi extra-UE</h2><p>I paesi extra-europei meno soggetti a fenomeni ideologici, approfittando della scadenza di alcuni brevetti e visti gli ottimi risultati degli OGM in coltivazione, favoriti anche dalla <em>deregulation</em> applicata dai loro governi, continuano a modificare con le classiche tecnologie OGM sia varietà della stessa specie già in commercio sia varietà di altre specie. In USA le nuove piante OGM, prodotte con la stessa collaudata tecnologia usata per quelle già in commercio, sono considerate <a href="https://greenamerica.org/gmos-stop-ge-wheat/better-sources-wheat-genetic-engineering-gmos-organic-food-farmers/gras-generally-recognized-safe" rel="noopener">GRAS</a> (<em>Generally Recognized As Safe</em>), cioè sicure, quindi sono autorizzate al commercio con una semplice comunicazione; ben presto anche questi loro nuovi prodotti potrebbero arrivare sul mercato europeo e con regolare autorizzazione della UE.</p>
<p>Attualmente in Italia molte piante modificate con entrambe le tecnologie e per giunta libere da qualsiasi brevetto giacciono in serre o in frigoriferi, in attesa di essere sperimentate in campo. L’elenco include olivo, vite, susino, fragola, actinidia, pero, piccoli fruttiferi, pomodoro e frumento, modificate per migliorarne la resistenza a malattie (funghi, batteri, virus), siccità, freddo, per il processo di maturazione del frutto, per l’auto-fertilità, per la produzione dell’amido adatto per un migliore processo di panificazione o di pastificazione, oltre a insetticidi capaci di colpire lo specifico patogeno o parassita lasciando indenni quelli utili. Gravi malattie (Xylella, Sharka, Erwinia) provocate alle nostre coltivazioni frutticole potrebbero essere controllate con queste nuove tecnologie non invasive.</p>
<h2 id="quale-futuro-per-le-piante-ngt-in-europa">Quale futuro per le piante NGT in Europa?</h2><p>La regolamentazione UE sulle nuove tecniche genomiche non è definitiva. Né l’approvazione finale della proposta della Commissione, con le modifiche apportate dai parlamentari, è data per scontata, considerato l’esiguo numero di voti che separa i favorevoli dagli oppositori e gli sforzi da parte delle lobby degli ambientalisti e del biologico. La proposta della Commissione Agricoltura consiste nel suddividere le NGT in due categorie, con due percorsi distinti. Delle NGT1 farebbero parte le piante in cui contengono meno di 20 modifiche (inserimento o sostituzione non più di 20 nucleotidi, un numero molto basso), e piante cis-geniche e intra-geniche, cioè piante che hanno rispettivamente ricevuto materiale genetico proveniente dalla stessa pianta o da piante sessualmente compatibili. Secondo la Commissione e i ricercatori, questa tipologia di piante potrebbe trovarsi in natura o tra il materiale selezionato dall’essere umano, per cui verrebbero trattate come piante convenzionali e pertanto sarebbero esentate dalla regolamentazione sugli OGM.</p>
<p>Le piante NGT2, con più di 20 mutazioni o che contengono materiale genetico proveniente da specie non compatibili sessualmente, dovrebbero invece essere considerate ancora come OGM. Sarebbero soggette quindi alla valutazione del rischio, ma con procedure semplificate, perché è dato per scontato che dovrebbero contribuire a un sistema agroalimentare più sostenibile, in particolare quelle tolleranti a siccità e ai microrganismi e l’immissione sul mercato dovrà essere preceduta da autorizzazioni. Per entrambe le categorie, i deputati hanno preteso per il momento il divieto assoluto di brevettazione. Probabilmente ci saranno ancora altri nodi da sciogliere, per esempio per le piante con mutazioni <em>off-target</em>, cioè involontarie, o scaturite durante il processo di rigenerazione da cellula a pianta. Si dovrebbe anche chiarire se le piante NGT1 potranno subire ulteriori modifiche in futuro, qualora si ritenessero necessarie.</p>
<p>Mentre nell’UE si sta ancora discutendo sul futuro delle NGT, in molti paesi nel mondo sono già da tempo assimilate alle piante ottenute con i metodi tradizionali di miglioramento genetico. Questa scelta evita tra l’altro la complessa valutazione del rischio che, essendo analogo a quello praticato per i farmaci, comporta costi esorbitanti, sostenibili solo dalle multinazionali e con l’esclusione di fatto dal mercato delle istituzioni pubbliche e delle piccole imprese.</p>
<h2 id="dallideologia-alla-scienza">Dall’ideologia alla scienza</h2><p>È un rallentamento frutto di ideologie e paure, alimentate prevalentemente da una comunicazione carente, non corretta, spesso di parte e priva di confronto aperto tra le parti interessate. Le numerose ricerche scientifiche e le meta-analisi dimostrano che le piante autorizzate alla coltivazione dalle varie agenzie di controllo (FDA, EFSA, EEA e altre) hanno apportato in tutto il mondo solo benefici per gli umani e per l’ambiente, ma non sono valse a mitigare certi convincimenti.</p>
<p>Questa diffidenza spiegherebbe il motivo per cui in Italia il legittimo principio di precauzione sia ancora rigidamente applicato e prolungato oltre ogni accettabile ragionevolezza, vietando perfino la sperimentazione di campo, con danni enormi alla collettività. Se esercitata dai ricercatori del settore pubblico, la sperimentazione di campo è essenziale non solo per valutare le performance delle piante e saggiare la sicurezza ambientale, ma anche per mitigare le incertezze di molti cittadini, un elemento necessario per tranquillizzare i decisori politici. È attraverso la dimostrazione diretta da parte di esperti che i cittadini possono rendersi meglio conto dei reali benefici, vantaggi, eventuali rischi e soluzioni utili messe in atto per rendere più sicure le filiere agricole (incluse quelle del biologico), oltre a essere rassicurati sul fatto che la ricerca pubblica esercita un certo controllo su quella privata.</p>
<h2 id="ntg-e-omg-per-unagricoltura-più-sostenibile">NTG e OMG per un’agricoltura più sostenibile</h2><p>Entrambe le tecnologie (NTG e OGM) debbono essere salvaguardate e incentivate con differente regolamentazione, perché complementari ed entrambe indispensabili per ampliare in tempi relativamente brevi la variabilità genetica mirata. Con le NGT si può intervenire modificando i geni presenti nella pianta, mentre con le altre si possono aggiungere anche geni non presenti nel genoma e potenziare quelli presenti, per usarle anche come biofabbrica di prodotti farmaceutici o per l’industria alimentare.</p>
<p>Abbandonare i tradizionali OGM sarebbe un errore insensato: una tecnologia collaudata non si abbandona, semmai si perfeziona, perché l’efficacia di un intervento migliorativo su una pianta dipende da tanti fattori e la scelta della tecnica più idonea da usare va lasciata alla scienza, previa valutazione dei pro e i contro ed entro regole etiche e in base alla rapidità di intervento richiesto.</p>
<p>Oggi dobbiamo affrontare con urgenza, oltre la resistenza a <a href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7464907/#:~:text=Osmotin%20is%20a%20multifaced%20protein,is%20decreased%20in%20obese%20patients." rel="noopener">siccità</a> e <a href="https://www.mdpi.com/2223-7747/10/2/350" rel="noopener">salinizzazione</a>, la lotta ai patogeni e ai parassiti. Questi si spostano rapidamente da un angolo remoto all’altro del nostro pianeta, non seguiti dai loro nemici naturali; non possiamo fare affidamento né sulla reperibilità di fitofarmaci efficienti e non inquinanti, né sul miglioramento genetico tradizionale, in particolare per piante da frutto e forestali, che richiede tempi molto lunghi. Servono quindi interventi rapidi e con tecniche biotecnologiche appropriate, in particolare con la tecnica dell’ <a href="https://www.mdpi.com/1422-0067/21/16/5701" rel="noopener">RNAi</a>, che sono per ora strumenti aggiuntivi per far fronte alle impellenti richieste da parte degli agricoltori per migliorare le filiere produttive, incluse quelle del biologico, realizzando un’agricoltura di precisione e salvando rapidamente dall’estinzione le varietà che fanno parte delle nostre tipicità locali, per le quali la ricerca privata non mostra alcun interesse a causa degli scarsi ritorni economici.</p>
<h2 id="un-fallimento-di-successo">Un fallimento di successo</h2><p>Per quanto riguarda le preoccupazioni avanzate da no-OGM relative all’insorgenza di allergie (teoricamente possibile con qualsiasi altro tipo di miglioramento genetico) o eventuali altre minori imperfezioni non desiderate, con la <a href="https://www.efsa.europa.eu/en/discover/infographics/risk-assessment-genetically-modified-plants" rel="noopener">valutazione del rischio</a> le piante sospette verrebbero subito eliminate. Semmai il rischio potrebbe esserci per le piante ottenute con i metodi tradizionali di miglioramento genetico (incrocio, selezione clonale, massale etc.), soprattutto quando si ricorre a incroci con piante selvatiche nel tentativo di trasferire geni di resistenza, peraltro più volte verificatosi in passato, perché per le piante così prodotte non c’è alcun obbligo di valutare il rischio.</p>
<p>Anche il rischio di diffondere il transgene con il polline alle piante selvatiche o ad altre colture agrarie compatibili sessualmente non esiste o è superabile. Non esiste per specie edibili importate nei decenni o secoli da altri continenti, perché le specie selvatiche sono assenti; non esiste per le specie dioiche (cioè che portano organi sessuali solo maschili o solo femminili), non esiste per le specie che non producono polline o che lo producono sterile e infine non esiste per i portinnesti.</p>
<p>Per specie compatibili, la coesistenza viene assicurata dalle distanze di sicurezza tra le diverse colture (nel caso di lotta agli insetti, le colture tradizionali contigue traggono vantaggio dai vicini OGM), dallo sfasamento dell’epoca di fioritura o dalla trasformazione genetica degli organelli cellulari che non sono trasmessi dal polline.</p>
<p>I detrattori degli OGM vogliono far credere che la tecnologia sia stata un fallimento in agricoltura, solo perché il numero delle piante OGM in commercio è limitato; semmai la vera motivazione va ricercata nell’attivismo anti-OGM, che ha bloccato la ricerca pubblica favorendo le multinazionali, che a loro volta hanno investito - e continuano a farlo - su specie di più ampio valore commerciale e di profitto a livello globale, e nelle leggi restrittive che regolano l’autorizzazione al commercio, applicate anche quando razionalmente non sarebbe necessario. Per convincersi del contrario è sufficiente dare uno sguardo alla letteratura scientifica, dalla quale balza subito all’occhio il salvataggio dall’estinzione, nelle Hawaii, della <a href="https://www.apsnet.org/edcenter/apsnetfeatures/Pages/PapayaHawaiianRainbow.aspx" rel="noopener">papaia</a> attaccata da virus con la sostituzione di una varietà transgenica resistente al patogeno, e i risultati della complessa <a href="https://pgeconomics.co.uk/pdf/Globalimpactbiotechcropsfinalreportoctober2022.pdf" rel="noopener">meta-analisi</a> del 2022, con centinaia di lavori referenziati sulle 4-5 specie OGM più coltivate al mondo. Si potrebbe affermare che è stato un “fallimento di successo”!</p>
<p>Della meta-analisi, che evidenzia i principali benefici per economia, salute e ambiente apportati da mais, soia, cotone, canola e barbabietola da zucchero OGM tra il 1996 e il 2020, riportiamo una sintesi in forma schematica.</p>
<ul>
<li>Aumento progressivo delle superficie coltivate a OGM: sono aumentate costantemente dal 1996 al 2020 e hanno raggiunto 186 milioni di ettari, di cui il 36% in USA, 30% Brasile, 12% Argentina, 7% India, 6% Canada, e il resto diviso tra Cina, Africa e il resto del mondo.</li>
<li>Aumento reddito degli agricoltori: +261,3 miliardi di dollari: un guadagno netto di 3,75 dollari per ogni dollaro speso in semi OGM.</li>
<li>Maggiore sicurezza alimentare: l’uso di erbicidi e insetticidi si è ridotto del 17% grazie all’impiego di OGM (per minore quantità di tossine e minori residui fitofarmaci nei prodotti).</li>
<li>Riduzione della povertà per 65 milioni di persone: per 1 $ investito in semi OGM ha reso 3,75 $, fino a 4,42 $ in paesi in via di sviluppo (soprattutto per OGM resistenti a insetti).</li>
<li>Migliore sostenibilità ambientale: per riduzione di consumo di carburante si è ridotto di 39.947 milioni di litri, riducendo l’emissione di CO₂ (l’equivalente 25,9 milioni di macchine tolte dalla strada per un anno).</li>
<li>Riduzione emissione di CO₂ di 27,1 miliardi di Kg: pari 16,7 milioni di auto tolte dalle strade per un anno (per risparmio gasolio per la distribuzione di pesticidi e aratura del terreno (<em>no-tillage</em>).</li>
<li>Maggior sequestro CO₂ nel suolo: solo nel 2020 grazie agli OGM il sequestro di CO₂ nel suolo è aumentato di 5.750 milioni di kg.</li>
<li>Aumento della produzione di cotone, mais, soia, canola e barbabietola da zucchero: dal 1996 è stato di 979,49 milioni di tonnellate: se si volesse tenere tale livello produttivo con le piante tradizionali bisognerebbe occupare 23,4 milioni di ettari in più della già limitata superficie disponibile con conseguenze sulla conservazione della biodiversità.</li>
</ul>
]]></content:encoded></item><item><title>Finalmente approvata la Nature Restoration Law</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/finalmente-approvata-nature-restoration-law/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/finalmente-approvata-nature-restoration-law/</guid><pubDate>Fri, 21 Jun 2024 09:43:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><category>ambiente</category><description>Il 17 giugno è stata finalmente approvata la Nature Restoration Law, la legge per il ripristino degli habitat degradati in Europa, dopo un iter tortuoso e sofferto che ha in parte indebolito l&amp;amp;rsquo;efficacia del regolamento. Un risultato importante per garantire la resilienza degli ecosistemi ai cambiamenti climatici e affrontare le sfide del futuro.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/finalmente-approvata-nature-restoration-law-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/finalmente-approvata-nature-restoration-law-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>«Quando la posta in gioco è garantire una vita sana e felice alle generazioni future, è necessario prendere decisioni coraggiose. Ecco perché oggi ho votato a favore di questa legge». Scrive <a href="https://x.com/lgewessler/status/1802624468084305950" rel="noopener">così su X</a> la ministra dell’Ambiente austriaca Leonore Gewessler, il cui voto a favore della <a href="https://data.consilium.europa.eu/doc/document/PE-74-2023-INIT/it/pdf" rel="noopener">Nature Restauration Law</a>, lo scorso 17 giugno al Consiglio ambiente dell’Unione Europea ha permesso l’approvazione del regolamento per il ripristino degli habitat degradati. Un voto arrivato a sorpresa che ha modificato le sorti dell’ambiente europea, oltre infuocare accese <a href="https://www.reuters.com/world/europe/eu-countries-approve-landmark-nature-law-after-delays-2024-06-17/" rel="noopener">polemiche interne al paese</a>, con tanto di richiesta di annullamento da parte del cancelliere austriaco. Il voto austriaco ha infatti fatto la differenza, consentendo di superare la soglia dei 15 paesi e del 65% dei voti a favore necessaria per l’approvazione di un nuovo regolamento da parte del Consiglio. Nella votazione dello scorso marzo infatti si era raggiunto il 64% dei voti a favore, e l’Austria era uno dei paesi che si era opposta alla ratificazione della Nature Restoration Law insieme a Italia, Ungheria, Polonia, Olanda, Finlandia e Svezia (che invece sono restati fermi nelle loro posizioni di contrasto al regolamento).</p>
<p>La Nature Restoration Law è uno dei pilastri portanti dello European Green Deal, ed è uno strumento innovativo e fondamentale per invertire la rotta dell’attuale crisi della biodiversità. L’innovazione del regolamento è il passaggio dalla tutela degli ambienti naturali europei di valore naturalistico al garantire una nuova funzionalità agli ecosistemi degradati. Nonostante l&rsquo;UE sia all&rsquo;avanguardia nella legislazione per la biodiversità (le vigenti  direttive proteggono oltre 460 specie di uccelli selvatici, 1.389 specie animali e vegetali e 233 tipi di habitat), solo il 27% delle specie tutelate ha uno stato di conservazione soddisfacente e l’<a href="https://www.consilium.europa.eu/it/policies/nature-restoration/" rel="noopener">81% degli habitat europei è degradato</a>. La prima proposta risale a ben due anni fa, precisamente al 22 giugno 2022. La Nature Restoration Law è stata però fortemente osteggiata dalla destra europea, che ha presentato oltre 2.000 emendamenti e soprattutto ha strumentalizzato il regolamento portando a una campagna di disinformazione massiccia. Così una legge nata per ridare resilienza a habitat ormai degradati da agricoltura intensiva, urbanizzazione, sfruttamento eccessivo delle risorse e inquinamento di aria, acqua e suolo, si è trasformata nella campagna di disinformazione in un grave pericolo per l’economia e la sicurezza alimentare dell’UE. La proposta di legge è stata approvata all’Europarlamento il 12 luglio 2023, dopo una serie di votazioni in bilico e con la clausola di un riesamino del testo. Nell’autunno 2023 questo riesame è stato portato avanti con il trilogo europeo, una fase di negoziazione che coinvolge il Parlamento, il Consiglio e la Commissione europei. L&rsquo;accordo è stato raggiunto a fine novembre 2023, con la ratifica della Commissione per l&rsquo;ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare dell’UE. Infine c’è stata l’adozione formale nella plenaria Parlamento Europeo che ha approvato il regolamento il 27 febbraio, con 329 voti a favore, 275 contrari e 24 astensioni. Quella che sembrava ormai una formalità, l’approvazione da parte del Consiglio, si è appunto rivelata un ulteriore scoglio, e il voto contrario di 7 stati UE ha portato a un ulteriore procrastinazione dell’iter di approvazione.</p>
<p>Se da un lato i partiti di destra hanno guidato una forte opposizione alla Nature Restoration Law ed espresso il malcontento del mondo agricolo, dall’altra c’è stata una forte spinta perché la legge venisse adottata da parte di associazioni ambientaliste: la <a href="https://www.restorenature.eu/en" rel="noopener">petizione online</a> ha superato un milione di firme, ed è solo una delle iniziative in tal senso che ha ricevuto tale riscontro. Anche il <a href="https://www.science.org/content/article/scientists-urge-european-parliament-vote-nature-restoration-law" rel="noopener">mondo scientifico</a> si è schierato fortemente a favore dell’approvazione del regolamento e lo stesso hanno fatto decine di aziende, incluse alcune multinazionali, oltre ai <a href="https://www.gov.ie/en/press-release/3f723-eleven-eu-states-so-far-sign-up-to-ireland-led-call-to-approve-the-nature-restoration-law/" rel="noopener">ministri dell’ambiente</a> di 11 stati dell’Unione.</p>
<h2 id="ma-cosa-prevede-esattamente-la-nature-restoration-law">Ma cosa prevede esattamente la Nature Restoration Law?</h2><p>Uno degli obiettivi principali è quello di ripristinare almeno il 20% degli habitat degradati entro il 2030, per arrivare al 90% nel 2050. Fino al 2030 le attività si dovranno concentrare prevalentemente nelle aree protette a livello europeo, quelle che fanno parte della <a href="https://www.mase.gov.it/pagina/rete-natura-2000" rel="noopener">Rete Natura 2000</a>, istituite sulla base della Direttiva Habitat. In particolare, gli stati membri devono ripristinare almeno il 30% delle torbiere drenate per il 2030 e il 50% entro il 2050. Nelle aree agricole sarà obbligatorio misurare tre diversi indicatori di biodiversità (abbondanza farfalle comuni, stock di carbonio organico nei terreni, percentuale di superficie agricola con elementi caratteristici del paesaggio a elevata diversità) e ottenere per gli anni futuri un miglioramento degli andamenti di almeno due di questi parametri. Altro parametro di cui si vuole invertire la tendenza attualmente negativa è il numero degli impollinatori. Per quanto riguarda i corsi d’acqua, l’obiettivo è quello di ripristinare almeno 25.000 km di fiumi a scorrimento libero entro il 2030, attraverso l’eliminazione delle tante barriere obsolete ancora presenti. I fiumi europei contengono oggi più di un milione di barriere artificiali, e versano in uno stato di degrado delle acque. La rimozione delle barriere esistenti garantirà una maggiore continuità nelle reti fluviali, fondamentali per migliorare lo stato delle acque dell&rsquo;UE e rafforzare la biodiversità. Per quanto riguarda le città, non sarà consentito un consumo suolo che vada a discapito delle aree verdi, e si dovrà al contrario incrementare progressivamente tali aree e la copertura arborea. A proposito di alberi, la Nature Restoration Law punta a un aumento della biodiversità forestale, attraverso una gestione che mantenga una diversificazione delle età degli alberi e delle specie, nonché garantisca un aumento della diversità e abbondanza delle specie di uccelli boschivi. Oltre a questo, sarà obbligatoria la piantumazione di nuovi alberi (almeno tre miliardi entro il 2030 in tutto il territorio UE).</p>
<p>Le misure individuate vanno tutte nella direzione di ridare vita a una natura degradata dall’azione umana, con lo scopo di garantire a lungo termine i servizi ecosistemici da cui dipende la qualità della vita. Come dimostrano centinaia di studi scientifici (egregiamente riassunti nel <a href="https://files.ipbes.net/ipbes-web-prod-public-files/2021-06/20210609_workshop_report_embargo_3pm_CEST_10_june_0.pdf" rel="noopener">report</a> congiunto di IPBES e IPCC), la salute degli ecosistemi è fondamentale per la mitigazione e l’adattamento alla crisi climatica. L&rsquo;obiettivo di ripristinare la natura è compatibile con l&rsquo;attività economica: suoli ricchi e biodiversi consentono una maggiore resa, per non parlare del fondamentale ruolo degli impollinatori. L’UE stima che per ogni euro investito nel ripristino ne torneranno dai 4 ai 38 guadagnati. E, in generale, sappiamo che quasi la metà del prodotto interno lordo globale (<a href="https://www.weforum.org/publications/nature-risk-rising-why-the-crisis-engulfing-nature-matters-for-business-and-the-economy/" rel="noopener">44 trilioni</a> secondo il World Economic Forum!) è legata a servizi ecosistemici garantiti da habitat biodiversi e funzionali.</p>
<p>Rispetto alla prima stesura del regolamento sono state allentate molte misure, soprattutto grazie alla possibilità di deroghe, ma resta comunque una vittoria il fatto che la legge sia passata dopo due tumultuosi anni. Ora il regolamento sarà pubblicato sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea e diventerà subito operativo. Il primo compito per gli stati membri sarà quello di redigere i Piani nazionali per il ripristino ambientale. L’Italia ha votato contro l’adozione, ma sarà ora comunque obbligata a lavorare per il ripristino ambientale, fondamentale in un paese vulnerabile ai cambiamenti climatici e caratterizzato da un intenso consumo di suolo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Come rendere più sostenibile il sistema sanitario? L’esperienza concreta della ASST Bergamo Est</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/rendere-piu-sostenibile-sistema-sanitario-esperienza-concreta-asst/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/rendere-piu-sostenibile-sistema-sanitario-esperienza-concreta-asst/</guid><pubDate>Mon, 17 Jun 2024 09:13:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natalia Milazzo</dc:creator><category>ambiente</category><description>Il settore sanitario è il primo, tra quelli che erogano servizi, per emissioni di gas serra. La diminuzione delle emissioni relative ai servizi sanitari dovrebbe essere un obiettivo primario per medici e direttori sanitari. Antonio Bonaldi ha tracciato per noi uno schema dei settori e degli interventi che dovrebbero essere realizzati. Bianca Ricciardella, direttrice sanitaria dell’ASST Bergamo Est, racconta l’esperienza nei poli ospedalieri e territoriali della ASST nell’orientare la gestione complessiva verso una maggiore sostenibilità.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/rendere-piu-sostenibile-sistema-sanitario-esperienza-concreta-asst-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/rendere-piu-sostenibile-sistema-sanitario-esperienza-concreta-asst-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Tra i settori che contribuiscono alle emissioni di CO₂, causa dell’effetto serra e del conseguente riscaldamento climatico, si annovera anche quello sanitario. E non in una posizione secondaria, anzi: il suo contributo si calcola, secondo una pubblicazione del <em>Lancet</em>, nella misura del 5,2%, il che lo pone al primo posto tra i settori che erogano servizi.</p>
<p>Come osserva Antonio Bonaldi, medico ed esperto di sanità pubblica: «Tenuto conto delle ricadute del riscaldamento globale sulla salute - è considerato la più grave minaccia per la salute del XXI secolo - e del principio deontologico di non nuocere cui sono tenuti, i medici dovrebbero svolgere un ruolo di leadership nell’opera di decarbonizzazione dei servizi sanitari».</p>
<p>Un aspetto cruciale è che la decarbonizzazione dei servizi sanitari passa anche attraverso una più attenta selezione delle prestazioni sanitarie, che porti in primo luogo a non erogare quelle non necessarie (scelta che non si può davvero dare per scontata, come insegna l’esperienza del progetto <a href="https://choosingwiselyitaly.org/" rel="noopener">Choosing Wisely,</a> da anni impegnato a segnalare le pratiche sanitarie a rischio di essere inappropriate). Questo significa che agire a favore dell’ambiente può avere anche un effetto positivo sulla qualità e sulla sicurezza delle cure. Che non sono correlate positivamente alla quantità di CO₂ emessa. Al contrario, il <a href="https://www.thelancet.com/article/S0140-6736%2822%2901540-9/fulltext" rel="noopener">Report 2022 on Health and Climate Change del <em>Lancet</em></a> riporta un confronto tra 37 sistemi sanitari analizzati singolarmente: gli Stati Uniti hanno registrato la maggior parte delle emissioni di CO₂ pro capite legate ai servizi sanitari, ben 50 volte le emissioni dell&rsquo;India. Eppure, gli Stati Uniti hanno la sesta più bassa aspettativa di vita in salute alla nascita (66,2 anni) tra i paesi considerati. Le emissioni pro capite legate ai servizi sanitari nei dieci paesi con l&rsquo;aspettativa di vita più alta variano dai 1.065 kg CO₂ equivalenti a persona in Corea del Sud ai 321 kg di CO₂ equivalenti a persona in Francia. Questo evidenzia che è possibile ottenere un&rsquo;assistenza sanitaria di alta qualità con emissioni inferiori.</p>
<h2 id="diminuire-le-emissioni-agendo-su-sette-settori">Diminuire le emissioni agendo su sette settori</h2><p>Ogni struttura sanitaria - ospedali e aziende sanitarie - dovrebbe dotarsi di un piano d’azione volto a ridurre le emissioni, agendo su più fronti.</p>
<p>Bonaldi indica sette settori in cui si può segmentare l’intervento.</p>
<p>1) rendere più efficienti gli edifici sanitari e ampliare il ricorso alle fonti di energia alternative;<br>
2) limitare e razionalizzare gli spostamenti - sia quelli dei pazienti sia quelli del personale sanitario - rientrano in questo ambito anche le iniziative di telemedicina;<br>
3) contenere il volume dei rifiuti sanitari, tenendo presente che la maggior parte dei rifiuti ospedalieri (75-80%), se raccolti in modo differenziato, può essere smaltita con i rifiuti urbani e riciclata, impattando 50 volte meno sull’ambiente; in particolare, compatibilmente con la sicurezza dei pazienti, è consigliato limitare l’impiego di dispositivi monouso e la distribuzione dell’acqua in bottiglie di plastica (ove possibile la scelta ideale è utilizzare solo acqua del rubinetto);<br>
4) promuovere un’alimentazione sana e sostenibile. In campo alimentare, infatti, sostenibilità e salute coincidono dato che un’alimentazione più ricca di cereali integrali, legumi, verdura e frutta e con meno proteine di origine animale riduce l’incidenza dell’obesità, del diabete, delle malattie cardiovascolari e dei tumori, ma diminuisce anche le emissioni di gas serra. Le strutture sanitarie, oltre ad agire in questo senso sui menu proposti ai pazienti, dovrebbero eliminare le bevande zuccherate dai distributori automatici, installare erogatori di acqua comune e avviare progetti di recupero del cibo non consumato;<br>
5) rivedere l’utilizzo di gas anestetici, farmaci e dispositivi medici; un aspetto strettamente connesso all’attività sanitaria è l’utilizzo di anestetici: i gas anestetici sono potenti gas serra, responsabili del 5% delle emissioni del settore sanitario; il desflurano ha un impatto sull’ambiente 2.500 volte superiore a quello della CO₂; la Federazione mondiale delle Società di anestesia raccomanda di sostituire l’ossido nitroso e il desflurano con gas anestetici altrettanto efficaci, sicuri e meno dannosi per l’ambiente oppure con tecniche anestesiologiche alternative (intravenose, neuroassiali); la Commissione Europea prevede che dal gennaio 2026 nell’UE non si potrà più utilizzare il desflurano come gas anestetico, al di fuori di casi eccezionali, strettamente motivati; ma l’attenzione alla sostenibilità si può applicare anche in generale ai farmaci: basta pensare che secondo l’OMS circa la metà dei medicinali sono prescritti o venduti in modo inappropriato e la metà dei pazienti non li assume correttamente; oltre a una maggiore attenzione alle prescrizioni eccessive (in particolare di antibiotici, antidepressivi, Fans, inibitori di pompa protonica, benzodiazepine, statine, vitamine e integratori), occorre scegliere i farmaci in formato meno dannoso per l’ambiente, per esempio inalatori in polvere anziché spray, somministrazione, quando possibile, orale anziché endovenosa; infine, occorre avere attenzione massima allo smaltimento corretto dei farmaci;<br>
6) favorire acquisti sostenibili: si stima che oltre il 70% dei gas serra emessi dai servizi sanitari siano legati alla produzione, trasporto, utilizzo e smaltimento di prodotti commerciali. Prodotti e servizi più sostenibili fanno risparmiare tempo, spazio, energia e acqua; generano meno rifiuti; riducono le sostanze tossiche immesse nell’ambiente. Acquistare in modo sostenibile è quindi un potente mezzo di contenimento dell’impatto ambientale dei servizi sanitari; i professionisti sanitari hanno un ruolo fondamentale nell’orientare i consumi sanitari;<br>
7) migliorare l’appropriatezza delle cure: Bonaldi sottolinea come la letteratura scientifica ci ricordi che solo il 60% delle prestazioni sanitarie è basato su linee-guida di riconosciuta efficacia, il 30% delle cure è inutile o di scarso valore clinico e il 10% è addirittura dannoso, tanto che sia OMS sia OCSE considerano il controllo dell’eccesso di prestazioni sanitarie una tra le più importanti misure di contenimento dell’impronta carbonica dei servizi sanitari, oltre che un valido strumento per migliorare la qualità delle cure.</p>
<h2 id="lesperienza-dellasst-bergamo-est">L’esperienza dell’ASST Bergamo Est</h2><p>L’ASST Bergamo Est, che con i suoi 2.447 dipendenti include tre distretti e tre dipartimenti (Salute mentale e dipendenze, Prevenzione e Cure primarie) per quanto riguarda il polo territoriale e quattro ospedali per acuti, un ospedale riabilitativo e un ospedale per subacuti nel polo ospedaliero, ha messo in atto negli ultimi anni una serie di azioni volte a ridurre le emissioni di CO₂ nei diversi settori che abbiamo elencato sopra e progetta di continuare su questa linea con un cronoprogramma preciso, articolato su tre anni, affidato a uno specifico gruppo aziendale.</p>
<p>Ne abbiamo parlato con Bianca Ricciardella, direttrice sanitaria della ASST, che ci ha illustrato le principali misure messe in atto o progettate.</p>
<p>Per quanto riguarda gli immobili, sul fronte energetico è stato avviato un contratto che prevede un risparmio energetico garantito, è stato installato un impianto fotovoltaico a Trescore Balneario e sono state sostituite le caldaie con apparecchi più efficienti in tre presidi; sono state realizzate misure di riqualificazione energetica dell’ospedale di Lovere, con la realizzazione di cappotto termico e sostituzione di serramenti, per un risparmio calcolato in 129,6 tonnellate di CO₂, sono stati riqualificati due immobili, di cui uno realizzato come Near Zero Emission Building.<br>
Per il futuro, spiega Ricciardella, è stata prevista inoltre l’installazione di lampade a LED e valvole termostatiche per il controllo del riscaldamento negli ospedali di Seriate, Lovere, Alzano Lombardo, Piario, Calcinate e Gazzaniga; di lampade a LED anche in alcune strutture territoriali, di sensori per il controllo dell’illuminazioni negli uffici.<br>
È stato progettato infine un aumento delle aree verdi nell’ospedale di Seriate.</p>
<p>Per quanto riguarda la riduzione e l’aumento della sostenibilità degli spostamenti, a luglio 2023 è stato nominato un Mobility Manager ed è iniziata un’analisi della mobilità degli operatori tecnici e sanitari dei poli ospedalieri di Seriate e Alzano Lombardo per inquadrare la situazione e predisporre azioni migliorative. Come spiega Ricciardella: «Tra gli interventi possibili sono in studio sistemi di navette per ridurre l’uso delle autovetture, incentivi all’uso dei mezzi pubblici e del <em>car pooling</em>, per esempio garantendo un posto in parcheggio alle auto usate in condivisione».<br>
Su questo fronte si è anche lavorato a incrementare la telemedicina. Racconta ancora Ricciardella: «Già dal 2020 erano intanto iniziati i lavori del team di telemedicina, che negli anni seguenti hanno portato a un aumento netto di questi processi. Tra il 2022 e il 2023 le televisite erogate dalla ASST Bergamo Est sono aumentate del 52%, le specialità coinvolte del 171% e gli operatori con accesso alla piattaforma di telemedicina aziendale del 260%. Tra 2022 e 2023 sono state erogate 1.048 televisite, con un risparmio calcolato di 12,3 tonnellate di CO₂».</p>
<p>Sul fronte del contenimento dei rifiuti, nel 2023 è stata svolta un’iniziativa di sensibilizzazione del personale per il miglioramento ulteriore della raccolta differenziata e il corretto stoccaggio nelle piazzole ecologiche e sono stati posizionati, presso le mense aziendali erogatori di acqua per promuovere l’utilizzo di borracce al posto delle bottigliette usa e getta. Per il 2024 le iniziative attuate o previste riguardano la mappatura di possibili aree di riutilizzo o riciclo di materiale, l’installazione di triturazione e sterilizzazione dei rifiuti sanitari e la mappatura di aree in cui si può ridurre l’uso di carta dematerializzando la documentazione sanitaria.</p>
<p>Per quanto riguarda l’alimentazione, dal 2024 è entrato in vigore il nuovo Dietetico ospedaliero (la ASST fornisce complessivamente circa 600.000 pasti), redatto secondo le linee di indirizzo nazionale per la ristorazione ospedaliera del ministero della Salute e le linee guida del CREA. L’obiettivo è promuovere salute e benessere aumentando il consumo di verdura e legumi e diminuendo quello di carne rossa. I distributori automatici sono inoltre stati sostituiti con apparecchiature a basso consumo energetico e imballaggi e bicchieri in materiale riciclabile o compostabile, forniti di alimenti salutari. È in progetto un sistema di prenotazione dei pasti per ogni singolo degente, per ridurre gli sprechi, e l’adozione di carrelli servitore a risparmio energetico. Si sta studiando inoltre un diverso sistema di gestione della distribuzione dell’acqua che riduca drasticamente l’uso di bottigliette di plastica, sostituendole con erogatori collegati alla rete idrica.</p>
<p>Per quanto riguarda gli anestetici, l’uso del desflurano nel corso del 2023 è stato praticamente azzerato.</p>
<p>Nell’ambito degli acquisti sostenibili, sono stati attivati gli appalti green, con l’obiettivo di diffondere fattori ambientali e prodotti ambientalmente preferibili, per favorire lo sviluppo di filiere circolari e stimolare il mercato dei materiali riciclati. In questo modo si premiano prodotti e servizi a più elevato valore di sostenibilità. Questo avviene per una serie di servizi e prodotti, tra cui arredi per interni, veicoli, tessili, illuminazione, riscaldamento e raffrescamento e molti altri.</p>
<p>Per quanto riguarda l’appropriatezza delle cure e degli esami preoperatori precedenti al ricovero, nell’autunno del 2022 è iniziata l’attività di un gruppo multidisciplinare di professionisti, che ha lavorato con l’obiettivo di uniformare le richieste di esami e di indagini prima del ricovero per perseguirne l’appropriatezza. Il gruppo ha riesaminato il protocollo di esami preoperatori, realizzandone una razionalizzazione condivisa che nel dicembre 2023 ha portato a un nuovo protocollo aziendale. Il lavoro di gruppo ha portato a una sensibilizzazione dei professionisti, facendo registrare una riduzione delle prestazioni richieste per quanto riguarda radiografie al torace ed ECG. Non si sono però registrati scostamenti sugli esami di laboratorio.</p>
<h2 id="difficoltà-e-sviluppi-futuri">Difficoltà e sviluppi futuri</h2><p>Abbiamo chiesto a Ricciardella quali sono state le difficoltà maggiori incontrate nell’attuazione di questi cambiamenti.<br>
Sicuramente in un campo, quello della riduzione delle emissioni legate ai trasporti, c’è stata la difficoltà legata al coinvolgimento di attori esterni all’azienda sanitaria. Spiega Ricciardella: «Molte azioni devono vedere il coinvolgimento di molti altri attori, per esempio i comuni per quanto riguarda la gestione dei mezzi pubblici. Per rendere più efficienti i trasporti in termini di emissioni è stato necessario coinvolgere diversi enti e coordinare i lavori non è mai semplice. Dopo il questionario sulle abitudini dei dipendenti per quanto riguarda gli spostamenti da e verso gli ospedali e gli altri centri, ora abbiamo in programma una rilevazione dello stesso tipo estesa all’utenza, per valutare a livello più macro quali sono le traiettorie di viabilità maggiormente utilizzate, in una logica anche di parcheggi periferici collegati con navette. Anche per quello che riguarda i pazienti vogliamo implementare iniziative di mobilità più sostenibili, in collaborazione con Trenitalia e con l’Azienda dei Trasporti di Bergamo».<br>
Sicuramente un aspetto complicato è anche la gestione e il controllo degli appalti. Spiega Ricciardella: «Le attività di riqualificazione sono state affidate a un’azienda esterna, occorre tenere sotto controllo lo sviluppo dei lavori mentre dal 2025 è previsto anche il monitoraggio del contenimento delle emissioni di CO₂, quantificate in tonnellate di petrolio (TEP). Bisogna tenere sotto controllo il cronoprogramma dell’iniziativa. Un grosso impegno per il nostro ufficio tecnico, anche per definire su quali aree agire prioritariamente. La certificazione del risparmio per ora non è affidata a un ente terzo, ma alle aziende stesse, ma in Lombardia si prevede che si dovrebbe arrivare intorno al 2026 a un obbligo di certificazione attraverso ente terzo».<br>
C’è poi l’aspetto del coinvolgimento del personale: su certi aspetti si sono registrate resistenze al cambiamento, per esempio nella sostituzione di materiale monouso con materiale riutilizzabile. Come spiega Ricciardella: «C’è sempre una certa resistenza quando è richiesto di modificare abitudini consolidate».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Dal Botswana al Trentino, la difficile convivenza con la fauna selvatica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/botswana-trentino-difficile-convivenza-fauna-selvatica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/botswana-trentino-difficile-convivenza-fauna-selvatica/</guid><pubDate>Mon, 10 Jun 2024 07:55:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefano Nespor</dc:creator><category>ambiente</category><description>In Botswana, il numero crescente di elefanti, dovuto a politiche di conservazione di successo, ha portato a conflitti con le popolazioni locali a causa della distruzione dei raccolti e risorse. Sembra una storia lontana dall&amp;amp;rsquo;Italia, ma non è così: lo dimostra la difficile convivenza con gli orsi reintrodotti in Trentino. È possibile la via per la coesistenza tra umani e fauna selvatica?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/botswana-trentino-difficile-convivenza-fauna-selvatica-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/botswana-trentino-difficile-convivenza-fauna-selvatica-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Molti quotidiani hanno recentemente riportato l’offerta alla Germania del presidente del Botswana di inviare 20.000 elefanti per far vivere ai tedeschi l’esperienza di convivere con questi animali. Il ministro dell’ambiente di quel paese ha rivolto un’analoga offerta al Regno Unito, <a href="https://metro.co.uk/2024/03/21/botswana-threatens-send-10-000-elephants-hyde-park-trophy-hunting-row-20502931/?ico=trending-module_tag_london_item-2" rel="noopener">aggiungendo</a>: «Voglio che gli inglesi sperimentino la convivenza con animali che stanno distruggendo il mio paese: in molte zone gli elefanti calpestano bambini ed esseri umani, prosciugano le risorse idriche, devastano e mangiano i raccolti dei contadini lasciando le persone senza cibo».</p>
<p>Le offerte, finora non accettate, hanno fatto seguito alla proposta di legge delle organizzazioni ambientaliste dei due paesi e alla campagna condotta dall’organizzazione Humane Society International per vietare l’importazione di trofei di caccia grossa dall’Africa (già vietata nel gennaio di quest’anno dal parlamento <a href="https://www.hsi.org/news-resources/ultima-ora-il-belgio-vieta-limportazione-di-trofei-di-caccia-una-decisione-storica-che-garantira-maggiore-protezione-a-elefanti-leoni-rinoceronti-e-altre-specie/?lang=it" rel="noopener">del Belgio</a>).</p>
<p>In Botswana, Tanzania e Kenya il permesso per abbattere un elefante costa 50.000 dollari. Ma il costo non spaventa i cacciatori: tra il 2005 e il 2014 <a href="https://www.hsi.org/issues/trophy-hunting/" rel="noopener">sono stati importati</a> negli Stati Uniti 32.500 trofei, mentre sono stati quasi 15.000 quelli importati dal 2014 al 2018 in Europa. Le proposte a sostegno del divieto di caccia al trofeo, seppur sostenute dall’opinione pubblica europea, non sono da tutti condivise: molti ritengono che si debba tenere conto anche dei benefici prodotti per i paesi ove la caccia è consentita, mentre da altri sono <a href="http://www.aljazeera.com/features/2024/4/13/elephant-in-the-room-why-botswana-namibia-want-fewer-of-the-gentle-giants" rel="noopener">apertamente contestate</a>, in particolare da coloro che si occupano della conservazione nei paesi africani, in quanto i proventi derivanti dalle licenze sono per la maggior parte rinvestite in progetti di sviluppo, conservazione dell’ambiente e assistenza alle comunità locali. Inoltre, la caccia al trofeo dei <em>big five</em> (leone, elefante, leopardo, rinoceronte, bufalo) è disciplinata da normative che prevedono l’abbattimento di esemplari di specie non a rischio di estinzione, selezionati secondo un programma di quote annuali in linea con le indicazioni formulate dal CITES.</p>
<h2 id="dalla-ripresa-al-conflitto-gli-elefanti-in-botswana">Dalla ripresa al conflitto, gli elefanti in Botswana</h2><p>Oggi gli elefanti rappresentano il caso di maggior successo, insieme ai leoni, delle politiche di conservazione dell’ambiente in Africa, sostenute dall’attività delle associazioni ambientaliste e da finanziamenti da parte dei paesi ricchi. I dati sul declino degli elefanti non sono precisi, soprattutto perché è incerto il loro numero in passato. Le <a href="https://ourworldindata.org/elephant-populations" rel="noopener">stime</a> più attendibili indicano che c’erano 10 milioni di esemplari all’inizio del secolo scorso, ridotti a poco più di 200.000 alla fine degli anni Settanta: un risultato cui hanno contribuito non solo la caccia e il commercio internazionale dell’avorio (proibito solo nel 1989), ma anche la convinzione in molti paesi africani che la natura selvaggia fosse il marchio del sottosviluppo e dell’inferiorità rispetto ai paesi ricchi: una situazione descritta da Romain Gary in uno dei primi romanzi ambientalisti, <em>Les racines du ciel</em>. Nel libro, gli elefanti sono visti dai movimenti di liberazione africani come un simbolo di arretratezza e inferiorità; chi vuole evitarne la caccia e l’estinzione in nome della tutela dell’ambiente è considerato come un esponente di un nuovo, più insidioso colonialismo.</p>
<p>Così, gli elefanti furono classificati nel 1996 in pericolo di estinzione ma già nel 2004 furono promossi al livello superiore, come specie a rischio. Sono attualmente oltre 400.000 distribuiti su un’ampia area dell’Africa meridionale.</p>
<p>Il Botswana è il paese che ha applicato con maggior rigore le politiche di protezione degli elefanti, con la partecipazione delle popolazioni locali che hanno tratto benefici per l’incremento del turismo. Il risultato è che lì si trova un terzo del totale degli elefanti africani: sono più di 130.000 e aumentano di circa 6.000 unità ogni anno. Tuttavia meno della metà si trova nei parchi e nelle aree protette, gli altri si sono diffusi sul territorio nazionale, distruggendo i raccolti e l’habitat: un elefante adulto consuma fino a 150 kg di vegetazione al giorno.</p>
<p>Per limitarne il numero, il Botswana ha regalato migliaia di elefanti a paesi vicini (Angola e Mozambico) che progettano di sviluppare il turismo, utilizzando anche la caccia ai trofei per contenerne il numero, ricavando un utile da reimpiegare nei vari progetti di tutela delle specie protette.</p>
<p>L’incremento del numero di elefanti preoccupa anche altri paesi, tra cui Kenya e Tanzania.</p>
<p>In conclusione, le reazioni del presidente e del ministro dell’ambiente del Botswana riflettono il difficile compito di molti paesi africani di conciliare le esigenze e la protezione delle popolazioni interessate con la tutela delle specie protette, spesso in aumento per la riuscita delle politiche di conservazione adottate.</p>
<h2 id="e-gli-orsi-in-italia">E gli orsi in Italia</h2><p>Sembrano problemi lontani che non ci riguardano, ma non è così. È infatti dell’aprile dello scorso anno il tragico episodio dell’uccisione di un giovane escursionista aggredito da un’orsa in un bosco della Val di Sole (preceduta da due altre aggressioni, sempre di orsi, fortunatamente senza esiti fatali) che ha occupato per molti giorni le pagine dei quotidiani e ha innescato un acceso dibattito sulle iniziative da intraprendere tra la Provincia di Trento, l’Istituto per la ricerca e la protezione ambientale (ISPRA) e le associazioni di ambientalisti, coinvolgendo anche la giustizia amministrativa. Già in passato si erano verificati nella regione due episodi, fortunatamente senza esiti fatali: nel settembre del 2014 l’orsa Daniza aveva assalito un cercatore di funghi, probabilmente ritenuto una minaccia per i suoi due cuccioli ed era deceduta a seguito di un maldestro tentativo di cattura. Nel luglio del 2017 un uomo era rimasto ferito a seguito dell’aggressione dell’orsa KJ12, poi uccisa dal Corpo forestale.</p>
<p>Sono <a href="https://air.unipr.it/handle/11381/2870782" rel="noopener">rimasti sullo sfondo</a>, ignorati o travisati, sia il quadro normativo di riferimento sia la storia dell’introduzione dell’orso in Trentino. L’orso bruno (<em>Ursus arctos</em>) è una specie protetta dalla Legge quadro 11 febbraio 1992, n. 157, dalla Convenzione di Berna e dalla Direttiva Habitat 92/43/CEE (recepita dall’Italia con DPR 8 settembre 1997 n. 357, modificato e integrato dal DPR 12 marzo 2003, n. 120). La normativa prevede un divieto di abbattimento, cattura, disturbo (in particolare durante le fasi del ciclo riproduttivo e l’ibernazione), detenzione e commercio di esemplari di orso bruno. La Direttiva Habitat e le relative <a href="https://www.mase.gov.it/sites/default/files/archivio/allegati/rete_natura_2000/Regolamento_D.P.R._8_settembre_1997_n._357.PDF" rel="noopener">norme nazionali di recepimento</a> hanno, tra l’altro, imposto un obbligo, per le regioni e province autonome, di garantire il monitoraggio dello stato di conservazione delle specie sulla base di linee guida prodotte dal Ministero dell’ambiente con l’ISPRA.</p>
<p>Deroghe ai divieti di cattura o abbattimento possono essere concesse per finalità di prevenzione di gravi danni, nell’interesse della sicurezza pubblica a condizione che non esistano soluzioni alternative previa un’autorizzazione del Ministero dell’ambiente espressa sulla base di una valutazione tecnica dell’ISPRA.</p>
<p>Nel 1992, il Parco Adamello Brenta e la Provincia autonoma di Trento, usufruendo di un finanziamento dell’Unione Europea, hanno avviato un progetto per reintrodurre 40-50 orsi, da tempo estinti. Il progetto è stato preceduto da uno studio di fattibilità socio-economica ed ecologica e da un sondaggio di opinione che ha coinvolto 1.500 abitanti delle comunità locali interessate dell’area (più del 70% ha dichiarato di essere a favore del rilascio di orsi nell’area). Il Parco ha adottato <a href="http://www.pnab.it/wp-content/uploads/2018/02/linee_guida.pdf" rel="noopener">linee guida</a> che, tra l’altro hanno previsto la costituzione di una squadra d’emergenza «…nel caso in cui un orso diventi una potenziale fonte di pericolo per l’uomo, in grado di intervenire&hellip; nei casi estremi, con la ricattura o l’abbattimento. Le medesime contromisure possono essere intraprese anche quando un orso diventi fonte di tensione sociale a causa dell’eccessivo grado di danni arrecati».</p>
<p>Nel 1999 il progetto è divenuto operativo: dieci orsi sono trasportati dalla Slovenia al Trentino e gli orsi hanno cominciato a ripopolare l’area, altamente frequentata anche da turisti. Il progetto si è concluso nel 2004. Era presente una ventina di orsi, tra l’altro per popolare un territorio assai più vasto, le Alpi centrali. La gestione degli orsi è stata assunta a questo punto direttamente dalla Provincia di Trento che dal 2007 predispone annualmente un <a href="https://grandicarnivori.provincia.tn.it/Rapporto-Orso-e-grandi-carnivori" rel="noopener">rapporto <em>Grandi carnivori</em></a> in merito alla situazione delle popolazioni di orso bruno, lupo e lince.</p>
<p>Nel 2010, il Ministero per l’ambiente e ISPRA hanno predisposto un <a href="http://www.isprambiente.gov.it/files/pubblicazioni/quaderni/conservazione-natura/files/Qua_CN__32_10_PACOBACE.pdf" rel="noopener">Piano d’azione interregionale</a>, dove sono previste le procedure di controllo e monitoraggio, la formazione del personale da adibire al controllo, le strategie di comunicazione e di informazione per il pubblico. Sono inoltre previste le procedure da seguire nei confronti degli orsi problematici: il Piano, come in precedenza le linee guida, prevede l’abbattimento tra gli interventi da adottare nel caso di orso che crei problemi o sia pericoloso o «assuma atteggiamenti che possano comportare un concreto rischio per l’incolumità delle persone», dopo aver valutato la praticabilità di soluzione alternative idonee.</p>
<p>Nel frattempo, in vent’anni gli orsi hanno ripopolato l’area in misura maggiore di quanto inizialmente previsto: sono attualmente un centinaio, tutti concentrati nella medesima zona, e pongono problemi di coesistenza e di conflitto simili a quelli creati dagli elefanti in Botswana. L&rsquo;aumento della popolazione degli orsi è un obiettivo raggiunto, ma non sono state sufficienti le fondamentali attività di informazione agli abitanti e agli escursionisti in merito alla possibilità di incontri con orsi e al comportamento da mantenere per evitare incidenti - nonché processi partecipativi che favoriscano l&rsquo;accettazione e la conoscenza dei rischi, e forniscano supporto gestionale.</p>
<p>Per ciò che riguarda l’orso che ha ucciso l’escursionista, gli esperti hanno ritenuto che l’orso dovesse essere abbattuto in conformità con le linee guida e il piano d’azione. In questo senso <a href="https://www.repubblica.it/green-and-blue/2023/04/07/news/orso_trentino_attacco_piero_genovesi_ispra-395298281/" rel="noopener">si è espresso</a> Piero Genovesi, uno dei maggiori esperti mondiali di orsi e responsabile del Servizio per il coordinamento della fauna selvatica di ISPRA: dopo aver ricordato che le aggressioni di orsi sono molto rare anche in paesi dove la popolazione di orsi è assai più numerosa che in Trentino, afferma che per orsi pericolosi in modo conclamato deve essere preso in considerazione l&rsquo;abbattimento.</p>
<p>Nello stesso modo <a href="http://www.repubblica.it/green-and-blue/2023/04/08/news/orso_trentino_attacco_luigi_boitani-395338056/" rel="noopener">si è espresso</a> Luigi Boitani, presidente della Large Carnivore Initiative for Europe: dopo aver chiarito che la convivenza con l’orso è possibile se l’essere umano sa come comportarsi, ha concluso che l’orso in questione «è giusto che sia abbattuto, perché potenzialmente pericoloso. La popolazione trentina è tale per cui la perdita di un orso maschio non la intacca».</p>
<p>Gli elefanti del Botswana e gli orsi del Trentino pongono lo stesso problema: il coordinamento dei programmi di preservazione della fauna selvatica con la tutela delle persone e delle comunità coinvolte. Nella COP15 della Convenzione per la tutela della biodiversità svoltasi nel 2022 <a href="http://www.cbd.int/gbf" rel="noopener">è stato approvato</a> un accordo quadro, il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, con il fine di fermare la perdita di biodiversità entro il 2030. Il <a href="http://www.cbd.int/gbf/targets" rel="noopener">quarto obiettivo</a> dell’accordo indica specificatamente l’obiettivo di gestire i conflitti tra esseri umani e fauna selvatica al fine di ridurre al minimo i conflitti partendo dal presupposto che essi pongono un problema di conservazione della biodiversità, ma anche una importantissima questione sociale e di sviluppo sostenibile.</p>
<h2 id="trovare-la-strada-per-la-coesistenza">Trovare la strada per la coesistenza</h2><p>A questo proposito, su <em>Scienza in rete</em> Laura Scilitani <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/prima-conferenza-mondiale-coesistenza-fauna/">ha ricordato</a> che oggi ci sono «Elefanti che distruggono preziosi raccolti, leopardi che si aggirano per le strade di Mumbai, tentacolare megalopoli affollata, leoni e lupi che predano il bestiame, attacchi a esseri umani di tigri, grizzly e squali, morsi velenosi di serpenti. Animali che minano la sicurezza delle persone e delle loro attività, spesso in luoghi nel mondo in cui la vita è già complicata dalle disuguaglianze economiche e da un clima incerto. Animali che causano problemi, certo, che però sono a loro volta messi in grave pericolo di estinzione dalle azioni umane».</p>
<p>In un mondo in cui vivono otto miliardi di esseri umani mentre gran parte della fauna selvatica è a rischio di estinzione, è possibile trovare un modo per raggiungere situazioni di coesistenza? Per affrontare questo problema è stato costituito nell’ambito dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) un gruppo, <a href="http://hwctf.org" rel="noopener">Human Wildlife Conflicts and Coesistence</a>. Inizialmente pensato come una task force temporanea, si è trasformato in un gruppo specialistico permanente «con lo scopo di offrire competenze e conoscenze sul tema della risoluzione dei conflitti con la fauna con un approccio basato sullo scambio tra le differenti discipline coinvolte nella gestione del problema». Il gruppo ha organizzato a Oxford nell’aprile del 2023 la <a href="https://www.hwctf.org/conference" rel="noopener">prima conferenza internazionale</a> sui conflitti e la coesistenza tra animali selvatici e umani, cui hanno partecipato più di cinquecento esperti provenienti da oltre settanta paesi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Sostenibilità ambientale e gestionale degli ospedali: less is more</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/sostenibilita-ambientale-gestionale-ospedali-less-is-more/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/sostenibilita-ambientale-gestionale-ospedali-less-is-more/</guid><pubDate>Fri, 07 Jun 2024 10:20:00 +0100</pubDate><dc:creator>Claudio Maffei</dc:creator><category>ambiente</category><description>Il consumo energetico degli ospedali è circa tre volte più elevato di quello degli edifici residenziali: migliorarne la sostenibilità significa ridurre il numero di strutture e concentrare le attività più energivore. Ma per un sistema sanitario resiliente, la sostenibilità ambientale dev&amp;amp;rsquo;essere integrata con l&amp;amp;rsquo;efficienza gestionale. In Italia, ci sono spazi importanti di razionalizzazione delle reti ospedaliere, in funzione di una loro maggiore sostenibilità sia gestionale che ambientale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/sostenibilita-ambientale-gestionale-ospedali-less-is-more-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/sostenibilita-ambientale-gestionale-ospedali-less-is-more-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quello della sostenibilità ambientale della sanità è un tema da anni al centro della attenzione degli addetti ai lavori e dei decisori. In Italia molto più dei primi che dei secondi. Già un paio di anni fa comparve qui su <em>Scienza in rete</em> un <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/decarbonizzazione-sistema-sanitario-impresa-possibile/">intervento</a> di Francesco Baroni-Adesi sulla decarbonizzazione del sistema sanitario, definita «impresa possibile».</p>
<p>Dentro il generale tema della sostenibilità ambientale della sanità, particolarmente rilevante è quello della sostenibilità degli ospedali, che sono notoriamente energivori. Nel <a href="https://www.efficienzaenergetica.enea.it/pubblicazioni/raee-rapporto-annuale-sull-efficienza-energetica/rapporto-annuale-sull-efficienza-energetica-2019.html" rel="noopener">Rapporto Annuale sull’Efficienza Energetica</a> dell’ENEA del 2019, il consumo specifico di energia in ospedale è stato stimato superiore di circa tre volte rispetto a quello per uso abitativo. Sempre nello stesso rapporto, nel sottolineare come i consumi varino negli ospedali in funzione dei servizi offerti, si fa presente che un fattore comune è che, in tutte le strutture, l’energia viene utilizzata sotto forma di energia elettrica, termica e frigorifera per soddisfare la necessità di climatizzare gli ambienti e assicurare il ricambio dell’aria in aree speciali come le sale operatorie o i reparti di terapia intensiva. Un importante contributo ai consumi lo forniscono anche le apparecchiature diagnostiche in cui la richiesta di energia è legata sia alla loro alimentazione che alla dissipazione termica loro collegata (particolarmente rilevante in quelle dedicate alla diagnostica per immagini).</p>
<p>Ma gli ospedali sono anche e soprattutto grandi consumatori di risorse umane ed economiche in generale, proprio per gli stessi motivi: continuità della attività nelle 24 ore, presenza di aree ad alta intensità assistenziale e presenza di tecnologie avanzate.</p>
<h2 id="lospedale-che-non-cè-è-quello-a-miglior-sostenibilità">L’ospedale che non c’è è quello a miglior sostenibilità</h2><p>Date queste premesse, è rilevante ragionare su come integrare l’analisi della sostenibilità ambientale degli ospedali con quella della loro sostenibilità gestionale. Dentro questo termine facciamo rientrare sia la sostenibilità economica legata ai costi rispetto al finanziamento complessivo della sanità pubblica, sia quella organizzativa legata al personale. In tempi di crisi del Servizio sanitario nazionale (determinata tra l’altro dal suo sottofinanziamento e dalla carenza di personale nelle strutture pubbliche, fenomeni che sono ben evidenziati nell’<a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/possiamo-fare-meno-servizio-sanitario-pubblico/">appello</a> pubblicato qualche tempo fa su <em>Scienza in rete</em>) le due dimensioni della sostenibilità ambientale e della sostenibilità gestionale vanno presidiate contemporaneamente e tutte le azioni che migliorano l’una e l’altra dovrebbero essere perseguite in via prioritaria.</p>
<p>Una di queste azioni è tanto concettualmente banale quanto trascurata nei fatti ed è la riduzione nel numero degli ospedali e la concentrazione delle loro attività maggiormente energivore in tutti sensi. Questa azione non solo potrebbe garantire delle economie di scala in termini gestionali, ma anche concentrare gli interventi di miglioramento di sostenibilità ambientale in un numero ridotto di strutture. Facciamo degli esempi: la riduzione delle strutture ospedaliere in generale e di quelle che ospitano dipartimenti di emergenza di primo o secondo livello in particolare, e quindi con una organizzazione complessa ed energivora con copertura nelle 24 ore delle aree di degenza e dei servizi, porterebbe certamente a significative economie in termini di personale e verosimilmente a un minor consumo di energia e a un minor impatto ambientale. Negli stessi ospedali, non a caso, c’è un sottoutilizzo delle sale operatorie e delle piattaforme tecnologiche, oltre che ridotti volumi di attività rispetto agli standard di volume “auspicabili”.</p>
<h2 id="a-buona-programmazione-minor-impatto">A buona programmazione, minor impatto</h2><p>In tema di sostenibilità ambientale degli ospedali, i possibili articoli, documenti e siti di riferimento sono moltissimi, ma quasi mai si cita la programmazione delle strutture ospedaliere come possibile misura per la migliore gestione della loro sostenibilità ambientale. Questo vale per esempio per il peraltro ottimo <a href="https://greenhospitals.org/about" rel="noopener">The Global Green and Healthy Hospitals Network</a>, un network che ha 1.900 membri in oltre 80 paesi. In Italia, a oggi (dato aggiornato al 2 maggio 2024), hanno aderito otto strutture: l’ASST Melegnano e Martesana, l’Istituto Auxologico Italiano, l’ASST Bergamo Est, l’Ospedale di Alessandria, il Policlinico Sant’Orsola di Bologna, l’Azienda USL della Romagna, l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Meyer di Firenze e l’Azienda Ospedaliero Universitaria di Sassari.</p>
<p>Filosofia, organizzazione e metodo di lavoro del network sono ben descritti <a href="https://www.innlifes.com/esg/gghh-ospedali-sostenibili/#:~:text=In%20Italia%2C%20ad%20oggi%2C%20hanno,l%27Azienda%20Ospedaliero%20Universitaria%20di" rel="noopener">qui</a>, dove troviamo anche una descrizione dell&rsquo;<a href="https://greenhospitals.org/goals" rel="noopener">Agenda</a> del network che prevede dieci aree di obiettivi, ognuna delle quali comprende decine di azioni da intraprendere per garantire una maggiore sostenibilità e una maggiore salute ambientale in modo da migliorare la salute dei pazienti, della comunità e del pianeta. Ma del ruolo di una diversa programmazione delle strutture ospedaliere non si fa cenno, mentre vengono per esempio presi in considerazione la leadership (per dare priorità alla salute ambientale), i rifiuti (in modo da ridurre, trattare ed eliminare in modo sicuro i rifiuti sanitari), l’energia (in modo da arrivare a un uso efficiente di energia pulita e da favorire l’uso di energia rinnovabile) e ovviamente gli edifici (in modo da favorire la progettazione di ospedali green e “salutari”).</p>
<h2 id="cè-spazio-per-razionalizzare">C’è spazio per razionalizzare?</h2><p>A questo punto diventa logico chiedersi se nel Servizio sanitario nazionale del nostro Paese ci siano spazi importanti di razionalizzazione delle reti ospedaliere, in funzione di una loro maggiore sostenibilità sia gestionale che ambientale. Non solo ci sono, ma sono molto consistenti. Il racconto favolistico del taglio di ospedali e posti letto, di cui <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/favola-taglio-posti-letto-ospedali-italia/">ho già scritto</a> su <em>Scienza in rete</em>, tiene in una sorta di incomprensibile (per me) cono d’ombra la dispersione irrazionale e inefficiente di troppe strutture ospedaliere nella stragrande maggioranza delle regioni italiane. Non solo è ancora elevato il numero di piccoli ospedali pubblici che, in un capitolo del <a href="https://cergas.unibocconi.eu/sites/default/files/files/9_OASI2020.pdf" rel="noopener">Rapporto OASI 2020</a> dell&rsquo;Università Bocconi, sono censiti nel 2017 pari a 210 su un totale di 630 ospedali per acuti con una funzione di Pronto Soccorso, ma sono ancora numerose le strutture ospedaliere pubbliche sede di un Dipartimento di emergenza e accettazione (DEA) molto vicine tra loro con una moltiplicazione spesso ingiustificata di funzioni coperte nelle 24 ore ad alto assorbimento di risorse di tutti i tipi.</p>
<p>Ciò che è grave è che la spinta a una razionalizzazione di queste reti ospedaliere regionali già debole si è ulteriormente affievolita quando a governarle sono arrivate le sanità populiste, come avvenuto nelle Marche (per saperne un po’ di più leggere <a href="https://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=121668" rel="noopener">qui</a>). A titolo di esempio, in questa regione la nuova giunta ha rivisto i progetti di integrazione strutturale in corso tra coppie di ospedali con DEA di primo livello vicinissimi tra loro e ha previsto la riapertura “mascherata” di piccoli ospedali già riconvertiti.</p>
<p>Ancor più grave è il fatto che queste reti sono interessate da programmi di edilizia ospedaliera all’insegna della bassa sostenibilità sia gestionale che ambientale, programmi che proiettano i loro effetti negativi sul lungo periodo (su questo leggere <a href="https://www.quotidianosanita.it/marche/articolo.php?articolo_id=113062" rel="noopener">qui</a>). Infatti, se una regione costruisce o adegua più ospedali di quelli sostenibili, dati i tempi dell&rsquo;edilizia sanitaria (in Italia serve un decennio per costruire un nuovo ospedale pubblico), quella rete ospedaliera non si correggerà se non troppo tardi.</p>
<p>In realtà lo strumento per governare la programmazione più razionale delle reti ospedaliere ci sarebbe (il Decreto Ministeriale 70 del 2015), ma nessuno ne verifica la applicazione sistematica e gli effetti del mancato controllo si vedono oggi e si vedranno ancor di più domani.</p>
<p>Quanto alla domanda inevitabile «Ma così non si favorisce il privato?», la risposta è che il privato viene favorito dalla ridondanza delle strutture ospedaliere pubbliche, che le condanna all&rsquo;inefficienza e al sottoutilizzo delle potenzialità operative, e non dalla loro integrazione e caratterizzazione. Fenomeno alla base anche della fuga nel privato di molti professionisti, specie di area chirurgica. Insomma, messaggi da portare a casa: sostenibilità ambientale e sostenibilità gestionale degli ospedali vanno affrontate contemporaneamente, la sanità per essere sostenibile deve essere sobria e, quanto agli ospedali, <em>less is more</em>.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Dopo l’alluvione dell’Emilia Romagna va ripensato tutto</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto/</guid><pubDate>Thu, 06 Jun 2024 18:32:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>ambiente</category><description>Evento eccezionale ma non irripetibile, l&amp;amp;rsquo;alluvione che ha allagato un terzo della pianura romagnola, con altissimi costi umani ed economici, sfida i luoghi comuni e i vecchi modi di agire. D’ora in poi deve essere chiaro che questi eventi estremi non saranno evitabili. Si dovrà imparare a conviverci preparandosi meglio, e soprattutto mettendo in atto misure più radicali e adatte al cambiamento climatico in atto, come ridare spazio ai fiumi allontanando case e stabilimenti dal loro alveo, e applicare soluzioni “basate sulla natura”.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Era già tutto previsto. L’allerta meteo, idrogeologica e idraulica di lunedì 15 maggio 2023, dopo una prima sottovalutazione, aveva dato un allarme forte e chiaro. A cominciare dal giorno dopo una valanga d’acqua si sarebbe riversata sulla Romagna e un tratto dell’Emilia, con rischio altissimo di frane e inondazioni. La protezione civile, i vigili del fuoco, la guardia di finanza, gli addetti al consorzio di bonifica, i volontari. Tutti erano pronti per fronteggiare un altro allarme dopo quello dei primi giorni di maggio, dove piogge decisamente sopra la media avevano provocato molte frane e più a valle pericolose onde di piena, con numerose rotture di argini ed esondazioni ai piedi delle colline a ridosso della via Emilia, interessando il Savena, il Sillaro, il Quaderna, l’Idice, il Gaiana, il Senio e altri fiumi e torrenti. Da inizio maggio la pioggia e i primi allagamenti avevano ormai saturato i suoli d’acqua. Fino a quella allerta del 15 maggio.</p>
<p>In realtà non tutto era previsto. Soprattutto su monti e colline della Romagna si è scaricato infatti un diluvio durato due giorni - il 16 e il 17 maggio - che resterà a lungo impresso nei cuori e nelle menti dei romagnoli. Le piogge hanno fatto sì che moltissime nuove frane colpissero i rilievi appenninici, e che i fiumi in piena portassero tutto a valle - acqua, fango, tronchi, e radici strappate dai campi e dai boschi -, distruggendo tutto quello che trovavano sulla loro strada: auto case, stabilimenti. E uccidesse 17 persone che non avevano fatto in tempo a essere tratte in salvo da barche ed elicotteri.</p>
<p>Morte e distruzione. Tutt’intorno un panorama completamente trasformato: una delle pianure più produttive d’Italia era tornata a essere la palude di prima delle bonifiche iniziate secoli fa.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-1.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-1.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-1.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Figura 1. Inondazione dell&rsquo;abitato di Solarolo (Ravenna) il 17 maggio 2023 (crediti immagine: autore ignoto, via pagina Facebook Emilia Romagna Meteo)" width="1500" height="844" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Figura 1. Inondazione dell&rsquo;abitato di Solarolo (Ravenna) il 17 maggio 2023 (crediti immagine: autore ignoto, via <a href="https://www.facebook.com/EmiliaRomagnaMeteo" rel="noopener">pagina Facebook Emilia Romagna Meteo</a>).</p>

<p>Oggi, a un anno di distanza, la peggiore alluvione degli ultimi decenni ha lasciato la sua firma di fango e macerie. E tanta rabbia e tristezza appena mitigate dal buon umore e l’operosità di quella gente, che si è messa subito all’opera per riparare i danni. Soprattuto i giovani «come risvegliati», come nota la poetessa di Cesena <strong>Mariangela Gualtieri</strong>, che <a href="https://www.raiplaysound.it/audio/2023/05/Il-cavallo-e-la-torre---Puoi-essere-tu---18052023-f8450291-6a95-4266-837f-46f0eb39dd34.html" rel="noopener">in diretta televisiva in quei giorni recita «Puoi essere tu»</a>.</p>
<p>Dopo che l’acqua ha ristagnato per settimane nei campi e in città come Forlì, Faenza, Conselice e negli immediati dintorni di Ravenna, sanata l’emergenza puzza, sventati con screening e vaccinazioni i rischi sanitarii e spalato fino all’ultimo secchio di fango, si è messo mano ai lavori di ripristino di “somma urgenza”, come da decreto legge “Alluvioni” del 1° giugno n. 61. I molti punti in cui gli argini dei fiumi interessati sono stati sormontati o hanno ceduto sotto la furia dell’acqua sono in via di riparazione e consolidamento; le tonnellate di rifiuti, detriti e piante rimosse dagli alvei e dalle spiagge. Dal canto suo, la rete di più di 2.000 chilometri di canali e tubi collegati alle pompe idrovore del Consorzio di bonifica della Romagna, sta mettendo i cerotti ai danni da ripristinare più urgentemente, ma anche ripensando la rete stessa per contrastare in modo più efficace le piene a venire.</p>
<p>Ai primi 250 milioni di euro investiti per le urgenze legate all’acqua vanno poi aggiunti i tanti cantieri aperti per rifare le strade investite dalle migliaia di frane sulle colline e le montagne del tratto di Appennino più a rischio d’Italia, (a metà aprile 2024 i cantieri aperti erano in tutto 402, fra Bologna, Ravenna e Forlì-Cesena), così come la protezione dei beni culturali, la ricollocazione di case e stabilimenti situati in aree troppo pericolose, e molte altre azioni disposte dal “Piano speciale di interventi sulle situazioni di dissesto idrogeologico” introdotto dall’articolo 8 della legge 100 del luglio 2023, redatto dall’Autorità di Bacino del Po e coordinato dal Commissario straordinario Francesco Paolo Figliuolo.</p>
<h2 id="cronaca-di-una-catastrofe">Cronaca di una catastrofe</h2><p>Molto resta ancora da fare. Ma cominciamo ripercorrendo cosa è successo in quei giorni di maggio. L’impatto dell’alluvione sarebbe stato meno devastante se non si fossero verificate alcune coincidenze, come si è capito già nelle ore successive del 16 di maggio, quando la pioggia ha cominciato a cadere dopo l’allerta rossa: da un lato le piogge intense in pianura, ma ancora più intense nelle zone collinari e montuose; dall’altro le frane - ben 80.000 secondo gli ultimi conti, fra grandi e piccole; infine il mare con onde molto alte nei giorni del 16 e 17 maggio che ha ostacolato il deflusso delle acque. <img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-2.jpeg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-2.jpeg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-2.jpeg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="frane.png" width="2260" height="1094" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Figura 2. Dissesti di versante (crediti immagine: ARPAE Regione Emilia Romagna).</p>
<p>Tutto nasce da un vortice depressionario che si è incuneato fra due anticicloni, uno sulla penisola iberica e uno sull’Europa nord-orientale. Soprattutto quest’ultimo ha generato potenti venti di bora, cioè venti freddi contro costa che si sono scontrati con le correnti calde e umide in risalita dal Nord Africa. Il vortice rimane stazionario sopra la Romagna per due giorni consecutivi, bloccato dalla barriera degli Appennini, con piogge a impulsi il 16 e il 17 maggio. Analizzando i pluviometri dell’Arpa Emilia Romagna, ci si è accorti che in collina pioveva molto di più, anche 200 millimetri nella giornata del 16 maggio.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-3.jpeg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-3.jpeg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-3.jpeg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Immagine 1" width="2292" height="1504" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Figura 3. Precipitazioni cumulate in 48 ore dalle h 21 UTC (h 23 locali) del 15 maggio 2023 alle h 21 UTC del 17: in viola, tre nuclei &gt;200 mm sui rilievi alle spalle di Forlì e Faenza (crediti immagine: ARPAE Regione Emilia Romagna).</p>

<p>Se si misura la precipitazione dell’intero periodo, dal primo al 17 maggio, si vede come in collina si siano raggiunti anche i 500 millimetri, che corrispondono a circa la metà della pioggia che cade normalmente in un anno. Nel frattempo i suoli montani franano, e quelli di pianura sono a loro volta saturi, per le piogge diffuse e persistenti della prima metà del mese, quindi incapaci di assorbire altra acqua. Come se l’intera piana romagnola fosse un unico pavimento impermeabile. L’acqua così gonfia i fiumi che aumentano rapidamente i colmi di piena.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-4.jpeg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-4.jpeg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-4.jpeg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Immagine 3" width="2138" height="1172" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Figura 4. Cumulata di precipitazione osservata nell’intero periodo dal 1 al 17 maggio 2023, con indicazione dei valori puntuali e dei confini dei territori comunali (crediti immagine: ARPAE Regione Emilia Romagna, <a href="https://www.arpae.it/it/temi-ambientali/meteo/report-meteo/rapporti-post-evento/rapporto_idro_meteo_20230516-18.pdf" rel="noopener">Rapporto 2023/13 del 16-18 maggio 2023</a>).</p>

<p>Non si fa in tempo a temere il peggio che il peggio è già arrivato. Gli idrogrammi di piena di fiumi quali il Lamone, il Ronco e il Montone indicano valori tutti bene al di sopra della soglia 3, la cosiddetta linea rossa con cui la Protezione civile lancia l’allarme alluvione.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-5.jpeg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-5.jpeg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-5.jpeg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Immagine che contiene linea, Diagramma, diagramma, schermataDescrizione generata automaticamente" width="2426" height="520" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Figura 5. Idrogrammi di piena nelle sezioni idrometriche più significative dei fiumi Montone, Lamone e Ronco (crediti immagine: ARPAE).</p>

<p>A questa situazione preoccupante si somma il fatto che dal 15 al 18 maggio si sono registrate condizioni a mare ugualmente critiche, con picchi di marea di quasi 90 centimetri, e onde fino a tre metri e mezzo di altezza. In pratica un muro di 4 metri rallenta quindi il deflusso dei fiumi, peraltro ingombri di detriti scesi dalle montagne e vegetazione strappata da argini e golene.</p>
<p>L’acqua inizia quindi a esondare e rompere in più parti gli argini dei fiumi invadendo campi e città. È il caso del Santerno che allaga Sant’Agata, ma che rompe gli argini anche a Ca’ di Lugo, a Mordano e a Bagnara. Il Senio invece rompe a Biancanigo, e da lì le acque inondano anche Solarolo e il centro di Lugo. Il Sillaro invece allaga Conselice, mentre il Lamone straripa colpendo pesantemente Faenza e altri comuni.</p>
<p>L’alluvione mette fuori gioco la rete di canali del Consorzio della bonifica della Romagna,  così come alcune stazioni di pompaggio, normalmente usate per sollevare l’acqua dalle molte aree soggette a subsidenza, come racconta in una conferenza post evento <strong>Andrea Cicchetti</strong>, direttore tecnico del Consorzio. Gli argini franano un po’ ovunque sotto la piena. Squadre di tecnici cercano di rialzare alcuni argini, provvedere con sacchettature, chiudere i fontanazzi che si aprono come buchi di groviera. Alle potenti idrovore ancora funzionanti del Consorzio di bonifica si aggiungono pompe mobili anche da 1.500 metri cubi al secondo arrivate da diversi Paesi, fra cui Slovenia, Slovacchia, e Francia. Ci si concentra per esempio sul canale Canala, che difende Ravenna. Si pompa fuori l’acqua, e a un certo punto si taglia anche l’argine per deviare l’acqua verso i campi, “sacrificati” dagli agricoltori per scongiurare l’allagamento di centri urbani.</p>
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<p class="didascalia">Figura 6. Sintesi delle criticità idrauliche occorse sui corsi d’acqua, e immagine satellitare dei territori allagati a seguito delle piene dal 17 al 21 maggio 2023 (fonte Agenzia Regionale per la Sicurezza Territoriale e la Protezione Civile su dati Programma UE Copernicus Emergency Management Service) (crediti immagine: ARPAE Regione Emilia Romagna).</p>

<p>La visione dall’alto è impressionante. Laghi di fango occupano circa 800 chilometri quadrati, un terzo della pianura romagnola, mettendo in ginocchio città e campagne. Sotto emergenza si ha tempo giusto per salvare il salvabile, issare con i verricelli degli elicotteri le persone imprigionate negli ultimi piani delle case. Alcune vengono salvate con l’acqua appena sotto la bocca, altre non ce la faranno, trascinati via dall’onda, o annegati in cantina. Lo spiegamento di forze di soccorso e volontari è impressionante, commovente. Ma non può che tallonare la catastrofe.</p>
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<p class="didascalia">Figura 7. Operazioni di salvataggio (crediti immagine: <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/File:Operazione_di_Salvataggio.jpg" rel="noopener">Wikipedia</a>).</p>

<h2 id="la-componente-del-rischio-climatico">La componente del rischio climatico</h2><p>Nelle tante interviste fatte in quei giorni la gente menziona spesso il cambiamento climatico, quasi fosse il nume d’un sventura inevitabile. Si fa anche un po’ d’accademia se sia corretto attribuire questo evento al clima che cambia. A ridosso dell’alluvione esce infatti un articolo scientifico, ma non ancora vagliato dai revisori, che ridimensiona la cosiddetta attribuzione climatica dell’alluvione di maggio. <a href="https://www.climalteranti.it/2023/06/03/alcune-gravi-limitazioni-nello-studio-del-world-weather-attribution-sullemilia-romagna/" rel="noopener">Articolo poi smontato dalla rivista <em>Climalteranti</em></a>.</p>
<p>Per non farsi mancare niente, le polemiche rimbalzano sui giornali. Ma se non si è in malafede, bisogna ammettere che qualcosa è cambiato, e che il cambiamento climatico fa sentire i suoi effetti. È vero che i modelli climatici utilizzati dai ricercatori colgono bene l’aumento della temperatura, ma con meno precisione l’umidità e il regime delle piogge. Tuttavia le serie storiche delle precipitazioni in Italia (alcune delle quali risalgono, come nel caso di Padova, al diciottesimo secolo) mostrano un deciso aumento di probabilità di piogge via via più intense.</p>
<p>Come fa notare <strong>Marco Marani</strong>, che dirige il Centro Studi sugli Impatti dei Cambiamenti Climatici dell’Università di Padova a Rovigo, fra gli autori del Rapporto regionale sull’alluvione del 2023 e tra i coordinatori del <a href="https://www.fondazionereturn.it/en/" rel="noopener">progetto sui rischi antropici e naturali “Return”</a>, la progettazione di opere come ponti, argini o dighe deve prevedere eventi estremi sempre più frequenti e intensi. Marani fa un esempio: supponiamo di essere nel 1919, anno di piogge record fino a quel momento, alle prese con la costruzione di un’opera, come un ponte o un argine, e avessimo a disposizione 30 anni di osservazioni. Queste ci indicano un’altezza massima di pioggia di circa 126 mm (cerchio verde in figura). Tuttavia, l’opera, nella sua vita utile, supponiamo di 100 anni, avrebbe sperimentato degli eventi estremi tra il 1919 e il 2022 accresciuti fino al 20% (cerchio rosso nella figura) rispetto al valore di progetto per cui era stata dimensionata l’opera.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-8.jpeg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-8.jpeg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-8.jpeg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Immagine 2" width="2137" height="1337" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Figura 8. Altezza di pioggia con probabilità annuale 1/100 mm (crediti immagine: Marco Marani, comunicazione personale).</p>

<p>Lo stesso potrebbe accadere se dovessimo progettare una diga, un ponte o un argine oggi,  dopo l’alluvione del 2023. Questo perché tutte queste opere hanno una vita utile piuttosto lunga, che le espone a estremi in un clima cambiato, nel quale il rischio di insufficienza dell’opera cresce.</p>
<p>«Dovendo ora ricostruire dopo l’alluvione dobbiamo fare attenzione al fatto che il pericolo, vale a dire la probabilità di eventi estremi come le precipitazioni, ma anche come le ondate di calore, la siccità, gli incendi, sta aumentando» spiega la climatologa del CMCC <strong>Paola Mercogliano</strong>, fra gli autori del Rapporto regionale sull’alluvione del 2023. «Gli impatti del cambiamento climatico andrebbero considerati insieme - per esempio l’effetto dirompente dell’essere passati dalla siccità record del 2022 alle piogge record del 2023, che a più impulsi hanno prima saturato i suoli e quindi fatto esondare i fiumi. E dobbiamo considerare come anche l’altra fondamentale componente del rischio climatico, vale a dire la vulnerabilità del territorio, stia aumentando. Per questo è così importante, accingendoci ad affrontare i postumi di questa alluvione, dare la massima urgenza alla mitigazione e lavorare per ridurre il più possibile la vulnerabilità di questi territori». Proprio per progredire nella conoscenza di eventi così complessi e imparare a gestirli al meglio, il CMCC sta conducendo da alcuni anni per conto della Regione Emilia-Romagna una Scuola - la Future Earth Research School (<a href="https://www.cmcc.it/projects/fers-future-earth-research-school" rel="noopener">FERS</a>) - per giovani ricercatori provenienti da tutto il mondo su diverse tematiche attinenti alle scienze del clima e dei suoi ormai inevitabili impatti.</p>
<p>La mutata situazione climatica sembra suggerire di essere più lungimiranti nel pensare alla nuove infrastrutture. Non è un caso che, per il corretto dimensionamento delle opere future, la <a href="https://ec.europa.eu/newsroom/cipr/items/722278/en" rel="noopener">Commissione europea oggi raccomandi</a> agli stati membri di fare riferimento ai modelli climatici dell’IPCC, in particolare agli scenari ad alte emissioni come l<a href="https://ipccitalia.cmcc.it/ssp-gli-scenari-dellipcc/" rel="noopener">’SSP3-7.0</a>. Alcuni paesi si sono dotati di proprie indicazioni, anche più cautelative. L’Italia ancora non ha una regolamentazione del genere, ma sulla base di alcuni modelli sviluppati dal Centro studi impatti cambiamenti climatici dell’Università di Padova e Rovigo le nuove opere dovrebbero tener conto di un incremento dell’intensità di circa il 40% per gli eventi estremi con tempi di ritorno di vent’anni.</p>
<p>«Il cosiddetto “tempo di ritorno”, di cui si è molto parlato a seguito dell’alluvione, è un modo diverso per indicare la probabilità, ed è importante non travisarne il significato» spiega Marco Marani: «dire che un evento ha un tempo di ritorno di 100 anni non significa che possiamo stare tranquilli per un secolo prima che torni, ma che ogni anno si ha una probabilità su cento che si manifesti. Che moltiplicato per 100 anni di vita di una persona porta la probabilità di incontrare un evento simile al 63%». Infatti componendo la probabilità annuale dell'1% che un evento si verifichi (0,01) con la lunghezza di una vita umana (poniamo 100 anni) si ha la formula: 1 - (1-0,01)¹⁰⁰= 0,63 (cioè 63%).</p>
<p>La pioggia che è scesa in Emilia Romagna nel maggio 2023 ha pochi precedenti storici. L’insieme di questi eventi, soprattutto nelle aree appenniniche più colpite, hanno tempi di ritorno superiori ai 500 anni, quindi una probabilità molto bassa. Ma come fa notare Mercogliano, se ricalcoliamo la probabilità comprendendo l’evento stesso, ci si accorge che quello che può apparire una evenienza molto rara, non lo è forse più tanto in un futuro in rapida trasformazione climatica (Il CMCC ha pubblicato sul sito <a href="https://www.dataclime.com/cmcc-agevola-laccesso-ai-dati-di-precipitazione-per-gli-eventi-meteorologici-di-maggio-2023-in-emilia-romagna/" rel="noopener">Dataclime</a> le serie temporali storiche e future, basate su modelli, delle precipitazioni sull&rsquo;Emilia Romagna).</p>
<p>L’anno 2023 è per i meteorologi e climatologi un anno record, che ha registrato un aumento di temperatura media globale che non si riscontra negli ultimi 100mila anni, e che eccede di circa 0,2°C gli aumenti annuali a cui ormai ci stiamo abituando. Certo nel 2023 si è avuto El Niño, che è associato ad anni più caldi. Anche l’attività solare è andata crescendo in quell’anno. Ma come <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-024-00816-z?WT.ec_id=NATURE-20240321&amp;utm_source=nature_etoc&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=20240321&amp;sap-outbound-id=92CAB40CCDAB363CFDFF2AB66F46D0A594ADB6EC" rel="noopener">ha spiegato recentemente su <em>Nature</em> il climatologo <strong>Gavin Schmidt</strong></a>, un aumento di temperatura del genere non trova facili spiegazioni. E ha aggiunto: «Quando ho assunto la direzione del Goddard Institute for Space Studies della NASA, ho ereditato un progetto che traccia le variazioni di temperatura dal 1880. Utilizzando questo patrimonio di dati, ho fatto previsioni sul clima all&rsquo;inizio di ogni anno dal 2016. È umiliante e un po&rsquo; preoccupante ammettere che nessun anno ha confuso le capacità di previsione degli scienziati del clima più del 2023».</p>
<h2 id="laltalena-di-siccità-e-alluvioni">L’altalena di siccità e alluvioni</h2><p>Non è affatto facile capire dove il riscaldamento globale porterà ondate di calore, siccità, o piogge torrenziali. Di solito porta le une e le altre, in una altalena capricciosa e mortifera. Il 2022 per esempio è stato dominato in tutta Europa dalla siccità, che ha <a href="https://insideclimatenews.org/news/01032024/links-between-melting-arctic-ice-and-summertime-extreme-weather-in-europe/" rel="noopener">portato il 63% dei fiumi a secche</a> che hanno spesso limitato la navigazione e l’attività delle centrali elettriche.  Un anno preoccupante, anche il 2022, in cui il caldo record, in cui è tornata in atmosfera sotto forma di vapore il 70% delle precipitazioni, anziché la metà come avviene di solito. Nel 2022, il Po in particolare ha avuto la siccità peggiore degli ultimi due secoli, come ha spiegato in un <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.adg8304" rel="noopener">articolo su <em>Science Advances</em></a> <strong>Alberto Montanari</strong> dell’Università di Bologna. Ma in quell’anno, a metà settembre, le Marche e l&rsquo;Umbria sono andate inaspettatamente sott’acqua (13 morti), come l’Emilia Romagna a maggio 2023 e la Toscana settentrionale a novembre (8 morti). Il caldo, così come l’aumento della temperature dei mari, ha un andamento lento e più prevedibile delle piogge, che invece sono estremamente variabili e localizzate. Possono essere previste qualche giorno prima, ma i modelli climatici difficilmente riescono a dirci con esattezza quanto e dove pioverà su tempi più lunghi.</p>
<p>L’Emilia Romagna si trova più spesso ad avere a che fare con siccità che con piogge torrenziali. Come spiega il direttore scientifico del CMCC <strong>Giulio Boccaletti</strong> nel suo recente libro <em>Siccità</em>, «Il Reno, che nasce nei pressi di Pistoia, in Toscana, attraversa la provincia di Bologna e sfocia nell’Adriatico vicino a Ravenna, è un fiume torrentizio stagionale. Da solo non accumula abbastanza acqua per sostenere l’agricoltura della bassa Emilia-Romagna. Inoltre, la Romagna tende a essere arida, con precipitazioni sotto la media per l’Italia settentrionale. Fin dal dopoguerra, però, l’agricoltura di questa zona sfrutta il Po grazie al Canale emiliano romagnolo (CER), una delle infrastrutture idrauliche più importanti d’Italia, che sposta verso Ravenna circa duecentocinquanta milioni di metri cubi d’acqua all’anno, prelevati a Salvatonica, frazione del comune di Bondeno».</p>
<p>Nel 2022, il CER non portava abbastanza acqua per l’agricoltura della bassa, che infatti è andata in crisi, cercando di salvare (e solo in parte riuscendoci) le risaie del Nord Ovest. Mentre nel 2023 l’alluvione ha messo in ginocchio allevatori e agricoltori per motivi opposti, senza che le diverse autorità preposte alla sicurezza idrica del territorio potessero fare altro che gestire la catastrofe. E i <a href="https://climate.copernicus.eu/esotc/2023/river-flow" rel="noopener">rilievi satellitari di Copernicus</a> testimoniano come il 2023 abbia messo in crisi molti fiumi, per le piogge più abbondanti del solito.</p>
<h2 id="le-tante-facce-della-vulnerabilità">Le tante facce della vulnerabilità</h2><p>Come per tutti gli eventi estremi, i danni provocati dalle alluvioni non dipendono solo dalla quantità d’acqua che cade, ma anche dalla nostra capacità di risposta, in ultima analisi dalla nostra capacità di governo e di preparazione della popolazione a mettersi al riparo. L’entità del cosiddetto rischio climatico si misura infatti considerando la probabilità dell’evento estremo moltiplicato per la vulnerabilità dei territori esposti.</p>
<p>In cosa l’Emilia Romagna è vulnerabile alle alluvioni? Da un punto di vista fisico, molte aree in Romagna sono sotto il livello del mare, a causa del fenomeno della subsidenza, vale a dire l’abbassamento del suolo che va da mezzo centimetro a 4 centimetri all’anno, per esempio nella zona di Ravenna. Cosa che ovviamente non ha aiutato lo spedito deflusso delle acque alluvionali.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-9.jpeg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-9.jpeg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-9.jpeg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Distribuzione della subsidenza nella pianura emiliano romagnola nel periodo 1973/93-1999 " width="1984" height="1134" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Figura 9. Distribuzione della subsidenza nella pianura emiliano romagnola nel periodo 1973/93-1999 (crediti immagine: ARPAE Regione Emilia Romagna).</p>

<p>Un altro aspetto molto problematico è l’altissimo consumo di suolo che si è registrato negli ultimi 70 anni, e che pone l’’Emilia Romagna nelle posizioni di testa della classifica nazionale, appena dietro a Lombardia, Veneto, e più recentemente Puglia. Ogni anno il territorio viene sigillato per decine di chilometri quadrati (nel 2022 secondo i dati ISPRA per 77 kmq), i fiumi hanno sempre meno spazio dove esondare liberamente, costretti come sono fra infrastrutture, poli urbani, stabilimenti e strutture di logistica.</p>
<p>«L’Emilia Romagna ha una percentuale di copertura del 9%, superiore quindi alla media nazionale che è intorno al 7%, e soprattutto registra una crescita anche negli ultimi anni delle superfici artificiali, fra costruzioni e infrastrutture, che nel 2022 è stata di circa 650 ettari» spiega <strong>Michele Munafò</strong>, responsabile del report annuale sul consumo di suolo dell’ISPRA. «La cosa preoccupante è che di questi 650 ettari, circa 400 ettari di nuovo suolo “sigillati” si sono riscontrati proprio nelle aree di pericolosità idraulica media della regione, aumentando dunque l’esposizione e il rischio rispetto a questi fenomeni».</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-10.jpeg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-10.jpeg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-10.jpeg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Pericolosità idraulica.png" width="1806" height="1045" loading="lazy" decoding="async">
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<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-11.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-11.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-11.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Percentuali aree allagabili per regione" width="2198" height="1422" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Figura 10. Percentuale di territorio regionale interessato da aree allagabili per i tre scenari di probabilità di alluvione e valori calcolati a scala nazionale - Mosaicatura ISPRA, 2020.</p>

<p>Figura 11. A sinistra mappatura delle aree a pericolosità idraulica media (aree P2, allagabili per eventi con tempo di ritorno tra 100 e 200 anni). A destra la mappa evidenzia come nella Regione Emilia Romagna si concentri una forte connessione tra consumo di suolo e rischio idraulico (crediti immagine: ISPRA).</p>
<p>L’alluvione ha messo a nudo questa situazione, spingendo il presidente della Regione <strong>Stefano Bonaccini</strong> a dichiarare: «Nelle zone alluvionate non si costruirà più. Non si tratta di una scelta da eroi ma di una lezione che abbiamo imparato dalla tragedia di maggio». Un segnale molto importante, anche se non sarà una passeggiata far recedere interessi consolidati.</p>

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  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/kR73yg7UObU" data-titolo="Video: Consumo di suolo in Italia: rischi e conseguenze per l&#39;Emilia Romagna" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">Consumo di suolo in Italia: rischi e conseguenze per l&#39;Emilia Romagna</p>
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<p>Nel quadro di una progressiva artificializzazione di queste zone, anche l’agricoltura intensiva della pianura ha un ruolo, sfruttando ogni centimetro utile per coltivare, riducendo le reti minute di scolo che dovrebbero veicolare l’acqua verso i canali più grandi e farla defluire più speditamente. L’agricoltura, essenziale per la nostra alimentazione ed economia, può entrare in conflitto con le esigenze della sicurezza idrica, così come con la preservazione della biodiversità. Basti pensare alla difficoltà di avanzamento del progetto PNRR sulla rinaturalizzazione di alcuni tratti del Po, dove si scontrano le esigenze di forestazione, di creazione di corridoi per la fauna, e quelle molto forti della pioppicoltura che storicamente ha connotato le aree golenali del fiume. La Pianura Padana, peraltro, è la zona più priva di alberi d’Europa, con indici ecologici e di qualità dell’acqua bassissimi.</p>
<p>Ma anche distogliendo la sguardo dai campi della pianura romagnola per rivolgerlo alle colline e alle pendici dell’Appennino, da cui l’alluvione ha preso il via,  le cose non vanno meglio. A prima vista ci si potrebbe compiacere di quanto sono aumentati i boschi nei rilievi dell’Appennino emiliano-romagnolo. Ma come spiega il <a href="https://www.regione.emilia-romagna.it/alluvione/rapporto-della-commissione-tecnico-scientifica" rel="noopener">Rapporto della Commissione tecnico-scientifica</a> istituita dalla Regione in seguito alla alluvione del maggio 2023, quei boschi spesso sono coperture vegetali non gestite che hanno rimpiazzato campi agricoli abbandonati, terrazzamenti e muri a secco crollati, canaline di scolo interrate. Spiega <strong>Giorgio Vacchiano</strong>, ricercatore forestale dell’Università degli studi di Milano. «Quando noi pensiamo al bosco ci immaginiamo qualcosa che ci aiuta nei confronti del rischio alluvionale: le foglie trattengono l’acqua, il suolo può fare da spugna, le radici consolidano i pendii. Questo funziona con piogge moderate, ma possono venir meno con piogge molto intense e improvvise. Nel caso di questa alluvione aveva piovuto molto anche nelle settimane precedenti, saturando i suoli. Boschi gestiti fino a ieri e ora in transizione verso condizioni più naturali attraversano fasi di possibile instabilità, con grandi ceppaie che in alcuni casi (soprattutto i castagni) possono crollare e innescare piccoli dissesti. Qualcosa di simile può accadere con rimboschimenti mai diradati, dove la competizione genera alti tassi di mortalità degli alberi che, se vicini agli alvei dei torrenti, crollano e aumentano il materiale solido trasportato da eventuali piene». Con il rischio che vadano a ostruire ponti o altre infrastrutture che si trovano a valle.</p>

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  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/oXvSNLjHNMs" data-titolo="Video: Boschi e alluvioni: un rapporto complesso" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">Boschi e alluvioni: un rapporto complesso</p>
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<h2 id="uno-spartiacque-fra-gli-interventi-del-passato-e-del-futuro">Uno spartiacque fra gli interventi del passato e del futuro</h2><p>L’alluvione, conclude il Rapporto regionale, rappresenta «uno spartiacque fra passato e futuro nel settore della difesa idraulica e idrogeologica del territorio». Non è pensabile di costruire e ricostruire come si è fatto finora. I cambiamenti climatici e gli eventi sempre più estremi che ne conseguono impongono forme di monitoraggio del territorio molto più ambiziose. Idealmente sarebbe importante realizzare per esempio un “gemello digitale idrogeologico” della regione, da far girare sui supercomputer presenti per esempio nei poli di calcolo di Bologna, in modo da prevedere con precisione molto maggiore del passato gli effetti degli eventi meteo. Una risorsa di questo genere sarebbe utile anche per studiare le interazioni fra la rete dei canali di bonifica della regione e gli eventi alluvionali, e gestirla al meglio in caso di nuove alluvioni.</p>
<p>Ma non si tratta solo di migliorare i sistemi di monitoraggio idrometeorologico. Gli esperti non si nascondono che per prevenire disastri futuri bisognerà metter mano anche a una pianificazione diversa di città e campagne: costruire di meno, risparmiare suolo, soprattutto lasciare mobilità agli alvei dei fiumi, dove possibile arretrando, anziché alzando argini già pericolosamente pensili. E, dove le condizioni lo consentono, realizzare casse di espansione in pianura per dare sfogo alle piene. Ma serve anche una paziente opera di rammendo ecologico, da monte a valle. E servirebbe anche una pianificazione territoriale con una forte regia pubblica.</p>
<p>Un capitolo importante del ripristino in corso riguarda la minuziosa opera di stabilizzazione dei versanti montani, la regimazione della rete idrografica minore e l’avvio di buone pratiche agricole e forestali capaci di rendere l’Appennino e le colline di Forlì, Cesena, Ravenna e Bologna meno soggette a frane e dissesti. Percorrendo la bellissima strada statale 67 da Forlì verso Firenze a un anno dall’evento, si possono ancora notare - fermi ai semafori che alternano il traffico nei due sensi di marcia - i segni di decine di frane sui fianchi delle montagne. Molto c’è ancora da studiare delle difesa idrogeologica della regione, se addirittura il 70% delle circa 80mila frane verificatesi in maggio, che hanno distrutto 311 edifici e 1950 tratti stradali, cade al di fuori delle aree a rischio frana della cartografia esistente.</p>
<p>Le alluvioni - dicono gli esperti - spesso non si possono evitare, ma si può ridurre il danno che infliggono a cose e persone. Per esempio provocando tracimazioni controllate, come si è fatto sotto emergenza anche in questa alluvione, anziché permettere che le acque sbriciolino gli argini riversando quantità molto superiore d’acqua su campi e città.</p>
<h2 id="largo-alle-nature-based-solution">Largo alle &ldquo;nature based solution&rdquo;</h2><p>Sotto lo schiaffo di eventi sempre più estremi non tutto si potrà prevenire e controllare. È meglio che ce ne facciamo una ragione e ci mettiamo di buona lena alle opere di adattamento necessarie. Ed è appunto quello che si prefigge di fare il Piano speciale di interventi sul dissesto idrogeologico, che si compone di molte misure e del lavoro dei più importanti centri di ricerca e università italiane per mettere a frutto tutte le competenze necessarie alla ricostruzione, sugli argini, ponti, tombinature, l’abbassamento delle golene, e più in generale quelle che oggi si chiamano “soluzioni basate sulla natura” (<em>nature based solution</em>).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-12.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-12.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/dopo-alluvione-dell-emilia-romagna-va-ripensato-tutto-body-12.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1908" height="926" loading="lazy" decoding="async">
Figura 12. Misure verdi e misure grigie di contrasto alle piene (crediti immagine: Andrea Colombo, <a href="https://youtu.be/CWH_QXq-uOQ?t=3901" rel="noopener">slide presentata alla Green week, Parma 2024</a>).</p>
<p>«Più che imparare a difenderci, dobbiamo imparare a convivere con le alluvioni» afferma <strong>Barbara Lastoria</strong>, idrologa dell’ISPRA coinvolta nel Piano speciale. Fra le misure più importanti ci sono anche quelle di rinaturalizzazione di fiumi e versanti. «Le *nature based solution *comprendono diversi interventi che da un lato vanno a beneficio e tutela degli ecosistemi e della biodiversità, e dall’altro possono aumentare la resilienza verso eventi estremi come le alluvioni. Va chiarito che la vegetazione in alcuni casi può costituire un problema e in altri un vantaggio; molto dipende dal contesto e da come la si gestisce. Gli interventi quindi verranno valutati, per esempio per far sì che una gestione adeguata della vegetazione aiuti a ridurre l’impatto delle piene, anche rispetto alle sollecitazioni a cui possono essere soggetti gli argini, mentre gli interventi prioritari sulla vegetazione dovranno concentrarsi per esempio sulla rimozione di piante vetuste, deperienti o instabili che verrebbero facilmente portate via dall’acqua andando a intralciare il suo corso specie in prossimità di ponti e attraversamenti. Un’altra criticità da gestire è l’impatto dei cosiddetti animali fossori (nutria, istrice, volpe, tasso) che con le loro tane scavate nei corpi arginali ne possono compromettere la stabilità. In generale» prosegue Barbara Lastoria, «le <em>nature based solution</em> rappresentano spesso un approccio più efficace e sostenibile rispetto agli interventi strutturali privilegiati nel passato, che hanno alti costi di realizzazione e manutenzione e, a differenza di queste, non sono altrettanto adeguati in un quadro reso non più stazionario dal cambiamento climatico in corso».</p>

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  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/8Opu048_X8Y" data-titolo="Video: La strategia dell&#39;ISPRA per la convivenza con il rischio idrogeologico" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">La strategia dell&#39;ISPRA per la convivenza con il rischio idrogeologico</p>
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<p>I lavori quindi stanno procedendo, anche se ci vorrà tempo perché l’Emilia Romagna rimargini tutte le sue ferite. Nella tragedia, l’alluvione del maggio 2023 ha avuto quanto meno la funzione di mettere in moto, almeno per ora, una risposta politica, oltre che tecnica, sul dissesto idrogeologico che si aspettava da anni. C’è sempre tempo per dimenticarsi anche di questa. Tuttavia, come ha osservato maliziosamente in una recente <em>lectio magistralis</em> al Politecnico di Milano l’idrologo veneziano <strong>Andrea Rinaldo</strong>, «le piene fra un po’ avranno un tempo di ritorno di quattro anni, come il ciclo elettorale», e quindi sarà difficile scordarsele.</p>
<h2 id="demoliamo-le-case-a-rischio-e-ricostruiamole-con-criteri-anti-piena">Demoliamo le case a rischio e ricostruiamole con criteri anti-piena</h2><p>Piene, inondazioni, siccità interessano in effetti sempre più di frequente parti diverse del Paese, e ci fanno capire come il nodo non sia tanto scientifico, quanto di natura politica. Spiega <strong>Francesco Comiti</strong>, esperto di gestione dei bacini idrografici, Università di Padova e progetto Return: «L’efficacia e la sostenibilità economico-ambientale degli interventi per mitigare il rischio idraulico è quasi sempre inversamente proporzionale alla loro accettabilità sociale e quindi alla loro desiderabilità politica» spiega. «Si continuano a privilegiare soluzioni di tipo strutturale da realizzarsi su aree pubbliche, spesso di pregio ambientale. Questo perché la politica vuole evitare conflitti con associazioni di categoria potenti (quali quelle del mondo agricolo), e spesso per favorire le filiere economiche legate all’edilizia (estrazione inerti, progettazione e realizzazione costruttiva). Invece misure non strutturali importanti come la delocalizzazione degli insediamenti a maggior rischio e l’avvio di piani assicurativi obbligatori misti pubblico-privati - strumenti virtuosi utilizzati da anni in molto Stati - vengono scartati a priori per non urtare la “sensibilità” dei cittadini, chiaramente per non perdere consensi».</p>
<p>Molto si può fare anche con interventi a scala urbana e di singolo caseggiato con le cosiddette case anti-piena. Spiega Comiti: «Questi interventi “flood proofing” di solito riguardano sia le parti sotterranee degli edifici (impermeabilizzazione delle fondazioni e delle cantine, installazione di valvole per prevenire la risalita dalla rete fognaria) sia quelle fuori terra, solitamente fino al primo piano (impermeabilizzazione dei muri perimetrali, paratoie e schermi mobili alle porte e alle finestre, rinforzi strutturali sui muri più esposti alla corrente). Per i nuovi edifici o le ristrutturazioni, vanno evitate porte e finestre sui lati esposti ai flussi idrici. Possono servire anche muretti esterni per deviare il flusso principale della corrente, fino a creare “isole” asciutte attorno alle case avendo cura di impermeabilizzare i cancelli di ingresso».</p>
<h2 id="costruire-il-consenso-e-uneducazione-pubblica-al-rischio">Costruire il consenso e un&rsquo;educazione pubblica al rischio</h2><p>Un&rsquo;altra’ingegneria che ci sarà molto utile nei prossimi anni per far fronte alla messa in sicurezza del nostro territorio sarà soprattutto quella istituzionale e del consenso sociale. Scrive infatti Giulio Boccaletti nel libro <em>Siccità</em>: «I prossimi anni saranno una sequenza continua di aggiustamenti territoriali, investimenti infrastrutturali - dighe, bacini, argini, protezioni costiere, gestione forestale, scelte agricole - scommesse esistenziali per interi settori dell’economia (…) Per poter giustificare decisioni economiche e giustificare scelte impopolari, i tecnici dovranno guadagnarsi la fiducia di una cittadinanza abituata a non sapere della loro esistenza e a dubitare della legittimità delle loro posizioni». Ma soprattutto «serviranno una sintesi politica che descriva il paesaggio nazionale e una forte sussidiarietà che nella gestione assicuri la centralità dell’esperienza locale (l’acqua è sempre locale). E servirà che istituzioni preposte a coordinare, come le autorità di bacino, abbiano le risorse e il potere di negoziare».</p>
<p>Infine si impone un ampio programma di educazione pubblica per affrontare questo genere di rischi.  Commenta <strong>Pierluigi Claps</strong>, del Dipartimento di ingegneria dell’ambiente al Politecnico di Torino e del progetto Return: «Bisogna fare i conti con il fatto che le difese possano essere superate, ma non ci devono essere vittime. È molto grave che a causa di un evento previsto con tanto dettaglio ci siano stati così tanti morti. Bisogna utilizzare la descrizione di ciò che è accaduto per spiegare alle persone che certi comportamenti vanno evitati. Per esempio, quando gli allarmi vengono diramati non bisogna mettersi in macchina e non bisogna utilizzare locali sotto il livello stradale, perché gli allagamenti dei piani interrati sono rapidissimi e la spinta dell’acqua non lascia scampo. Sul breve periodo intensificando l’azione della Protezione civile ed educando i cittadini a seguire le norme di auto-protezione indicate nei piani comunali di emergenza».</p>
<h2 id="letture-consigliate-giulio-boccaletti-siccità-un-paese-alla-frontiera-del-clima-mondadori-2023-giulio-boccaletti-acqua-una-biografia-mondadori-2024-guido-caroselli-fiumi-le-arterie-della-vita-sulla-terra-il-sole-24ore-2021-silvia-avallone-matteo-cavezzali-cristiano-cavina-lorenza-ghinelli-gianni-gozzoli-mariangela-gualtieri-carlo-lucarelli-mario-missiroli-simona-vinci-francesco-zani-riemersi---romagna-2023-storie-per-unalluvione-solferino-2023-ecoscienza-arpae-n52023-rapporto-della-commissione-tecnico-scientifica-regione-emilia-romagna-2023-rapporto-sulle-condizioni-di-pericolosità-da-alluvione-in-italia-e-indicatori-di-rischio-associati-ispra-2021-piano-di-gestione-del-rischio-di-alluvioni-regione-emilia-romagna-2021" class="titolo-minore"><strong>Letture consigliate</strong> Giulio Boccaletti, Siccità. Un paese alla frontiera del clima, Mondadori, 2023. Giulio Boccaletti, Acqua. Una biografia, Mondadori, 2024. Guido Caroselli, Fiumi. Le arterie della vita sulla terra, Il Sole 24Ore, 2021. Silvia Avallone, Matteo Cavezzali, Cristiano Cavina, Lorenza Ghinelli, Gianni Gozzoli, Mariangela Gualtieri, Carlo Lucarelli, Mario Missiroli, Simona Vinci, Francesco Zani, Riemersi - Romagna 2023, storie per un’alluvione, Solferino, 2023. Ecoscienza, Arpae, n.5/2023. Rapporto della Commissione tecnico-scientifica, Regione Emilia Romagna, 2023. Rapporto sulle condizioni di pericolosità da alluvione in Italia e indicatori di rischio associati, ISPRA, 2021. Piano di gestione del rischio di alluvioni, Regione Emilia-Romagna, 2021.</h2>]]></content:encoded></item><item><title>Il troppo caldo uccide e lo farà sempre di più</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/troppo-caldo-uccide-fara-sempre-piu/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/troppo-caldo-uccide-fara-sempre-piu/</guid><pubDate>Fri, 24 May 2024 19:04:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Ogni anno, almeno in Italia, il picco di decessi avviene in inverno.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/troppo-caldo-uccide-fara-sempre-piu-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/troppo-caldo-uccide-fara-sempre-piu-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ogni anno, almeno in Italia, il picco di decessi avviene in inverno. Però, a causa delle temperature crescenti, stanno aumentando anche i decessi per il troppo caldo durante i mesi estivi. Per esempio, nel più recente <a href="https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg2/downloads/report/IPCC_AR6_WGII_Chapter06.pdf" rel="noopener">rapporto IPCC</a> (nel capitolo dedicato agli impatti climatici e all&rsquo;adattamento nelle città) si legge che</p>
<blockquote>
<p>«nel 2020 più di 430 milioni di persone vulnerabili sono state esposte al caldo estremo durante la pandemia, di cui circa 75,5 milioni durante l&rsquo;ondata di calore europea di luglio e agosto 2020, con un eccesso di mortalità di oltre 9000 persone dovuto all&rsquo;esposizione al calore».</p></blockquote>
<p>Nonostante siano previste ondate di gelo meno frequenti e meno intense, dice il rapporto, in inverno continueranno a esistere le influenze stagionali e altri fattori medici che di fatto renderanno improbabile che la mortalità diminuisca significativamente durante i periodi freddi. E in più, tra le altre cose, esistono prove evidenti di rischi per la salute in aumento negli anziani e nei centri urbani dove è e sarà più marcato l’effetto “isola di calore”, dovuto al troppo cemento e alla poca vegetazione. In poche parole, l’IPCC ci avverte che il riscaldamento globale in atto farà aumentare la mortalità generale della popolazione.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/troppo-caldo-uccide-fara-sempre-piu-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/troppo-caldo-uccide-fara-sempre-piu-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/troppo-caldo-uccide-fara-sempre-piu-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Decessi mensili in Italia da gennaio 2011 a luglio 2023 (fonte dati: Istat). Grafico dell’autore" width="4179" height="1305" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Decessi mensili in Italia da gennaio 2011 a luglio 2023 (fonte dati: <a href="https://www.istat.it/it/archivio/240401" rel="noopener">Istat</a>). Grafico dell’autore.</p>

<p>A questo proposito, sono interessanti i risultati di uno studio di marzo 2023 uscito su <em><a href="https://www.thelancet.com/journals/lanplh/article/PIIS2542-5196%2823%2900023-2/fulltext#seccestitle150" rel="noopener">The Lancet Planetary Health</a></em>, che ha analizzato l&rsquo;andamento dell’eccesso di mortalità per il troppo freddo e per il troppo caldo in venti anni, in cinque classi di età, per 854 aree urbane da 30 paesi europei (quindi anche con Norvegia, Svizzera e Regno Unito). La stima totale per il periodo dal 1° gennaio 2000 e il 12 dicembre 2019 è di un eccesso di morti annue per il freddo tra 181mila e 225mila. Tra le 17mila e le 23mila per il caldo. Rispettivamente 129 e 13 su 100mila persone. Gli impatti maggiori per il troppo caldo si sono registrati in Europa orientale e in Europa meridionale. Tra i paesi più colpiti c’è l’Italia, di cui sono state selezionate 87 città. Le abbiamo riportate nella mappa seguente, limitandoci all’eccesso di mortalità per troppo caldo.</p>
<h4 id="i-dati-sono-reperibili-qui">I dati sono reperibili <a href="https://zenodo.org/records/7672108" rel="noopener">qui</a>.</h4><p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/troppo-caldo-uccide-fara-sempre-piu-body-2.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/troppo-caldo-uccide-fara-sempre-piu-body-2.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/troppo-caldo-uccide-fara-sempre-piu-body-2.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1354" height="1286" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>I comuni italiani selezionati sono: Acireale, Alessandria, Altamura, Ancona, Andria, Anzio, Arezzo, Asti, Avellino, Bagheria, Bari, Barletta, Battipaglia, Bergamo, Bisceglie, Bitonto, Bologna, Bolzano, Brescia, Brindisi, Cagliari, Campobasso, Carpi, Caserta, Catania, Catanzaro, Cerignola, Como, Cosenza, Cremona, Ferrara, Firenze, Foggia, Forlì, Gela, Genova, Grosseto, La Spezia, L&rsquo;Aquila, Latina, Lecce, Lecco, Livorno, Massa Marittima, Matera, Messina, Milano, Modena, Molfetta, Napoli, Novara, Padova, Palermo, Parma, Pavia, Perugia, Pesaro, Pescara, Piacenza, Pisa, Pordenone, Potenza, Prato, Ragusa, Ravenna, Reggio Calabria, Reggio Emilia, Rimini, Roma, Salerno, Sassari, Sassuolo, Savona, Siracusa, Taranto, Terni, Torino, Trani, Trapani, Trento, Treviso, Trieste, Udine, Varese, Venezia, Verona, Vicenza. Grafico dell’autore.</p>
<p>Dallo studio emerge anche come siano le fasce più anziane a patire maggiormente le temperature estreme (sia fredde che calde). Interessante notare che il freddo è meglio sopportato via via che l’età si abbassa, i 45enni rischiano di morire molto poco per il troppo freddo; il troppo caldo, invece, colpisce tutte le fasce d’età con molte meno distinzioni. Nel grafico abbiamo rappresentato come varia l’eccesso di mortalità per troppo caldo nelle classi di età, nelle otto città italiane con i maggiori eccessi di mortalità: Bologna, Caserta, Ferrara, Firenze, Palermo, Cremona, Pavia e Roma. Milano è un po’ sotto la media nazionale con circa 22 morti in più su 100mila, ma ha la popolazione over 85 più colpita d’Italia con un eccesso di oltre 540 decessi su 100mila per troppo caldo, più di Roma (421) e Napoli (320).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/troppo-caldo-uccide-fara-sempre-piu-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/troppo-caldo-uccide-fara-sempre-piu-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/troppo-caldo-uccide-fara-sempre-piu-body-3.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="2430" height="1243" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Le prime otto città italiane con eccesso di mortalità standardizzato maggiore (su 100mila persone) sono Bologna (32,7), Caserta (32,4), Ferrara (30,5), Firenze (30,2), Palermo (30,2), Cremona (29,8), Pavia (29,8) e Roma (28,2). Come si evince dal grafico, le differenze tra età sono molto marcate, con il record di Roma per gli over 85. Grafico dell’autore.</p>
<p>È in generale stato rilevato anche «un leggero effetto costiero, con effetti più elevati legati al freddo e più bassi legati al caldo nelle località vicine al mare rispetto ai loro vicini dell&rsquo;entroterra», si legge nello studio. Di seguito la mappa con tutte le città europee analizzate.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/troppo-caldo-uccide-fara-sempre-piu-body-4.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/troppo-caldo-uccide-fara-sempre-piu-body-4.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/troppo-caldo-uccide-fara-sempre-piu-body-4.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Grafico dell’autore" width="1500" height="1500" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Grafico dell’autore.</p>

<p>Sembra esserci in generale una intuitiva dipendenza dal clima tipico del luogo. Da un lato i ricercatori hanno trovato una maggiore sopportazione del caldo nei paesi meridionali: le temperature di mortalità minima (a partire dai 65 anni) sono sotto i 15°C in paesi come la Scozia e la Norvegia, e attorno ai 21°C nelle zone costiere d’Italia e in Grecia. Dall’altro lato, tuttavia, emerge come siano proprio queste ultime a registrare i tassi di mortalità per troppo caldo maggiori, insieme all’Europa dell’Est.</p>
<p>Gli autori dello studio, inoltre, ricordano che il 40% degli europei vive in città con almeno 50mila abitanti, suscettibili, come detto, a crescenti stress termici soprattutto caldi.</p>
<p>Di seguito le 25 città europee che hanno registrato negli ultimi 20 anni l’eccesso maggiore di mortalità per troppo caldo - per comodità raggruppate per nazionalità.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/troppo-caldo-uccide-fara-sempre-piu-body-5.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/troppo-caldo-uccide-fara-sempre-piu-body-5.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/troppo-caldo-uccide-fara-sempre-piu-body-5.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Grafico dell’autore" width="2048" height="1391" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Grafico dell’autore.</p>

<p>Ecco anche quali sono le città con più morti per caldo per ogni singolo stato europeo.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/troppo-caldo-uccide-fara-sempre-piu-body-6.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/troppo-caldo-uccide-fara-sempre-piu-body-6.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/troppo-caldo-uccide-fara-sempre-piu-body-6.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Grafico dell’autore" width="2185" height="1986" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Grafico dell’autore.</p>

<p>Di fronte a tutto questo, però, il <a href="https://climate.copernicus.eu/esotc/2023/extreme-weather-and-human-health" rel="noopener">rapporto sullo stato del clima europeo</a> da poco uscito a cura di Copernicus ci avverte che anche «gli attuali interventi contro le ondate di calore saranno presto insufficienti per far fronte all&rsquo;onere sanitario previsto per il caldo». Ecco, ancora una volta, un ulteriore ottimo motivo per accelerare la transizione ecologica in corso, tanto sulla mitigazione quanto sull’adattamento.</p>
<h4 id="una-versione-ridotta-dei-contenuti-di-questo-articolo-è-stata-pubblicata-nel-bollettino-informami-dellordine-dei-medici-di-milano-a-pag-36-37">Una versione ridotta dei contenuti di questo articolo <a href="https://omceomi.it/wp-content/uploads/2024/04/bollettino-01-24-web.pdf" rel="noopener">è stata pubblicata</a> nel Bollettino <em>Informami</em> dell&rsquo;Ordine dei medici di Milano (a pag. 36-37).</h4>]]></content:encoded></item><item><title>I droni per la mobilità aerea urbana pronti a spiccare il volo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/droni-mobilita-aerea-urbana-pronti-spiccare-volo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/droni-mobilita-aerea-urbana-pronti-spiccare-volo/</guid><pubDate>Wed, 22 May 2024 08:04:00 +0100</pubDate><dc:creator>Riccardo Lo Bue</dc:creator><category>ambiente</category><description>La ricerca sui droni negli ultimi anni si è evoluta velocemente, trovando applicazioni in vari ambiti. A livello mondiale, tra il 2019 e il 2023, il 30% dei 1.471 casi applicativi di droni censiti dall’ Osservatorio Droni e Mobilità Aerea Avanzata del Politecnico di Milano riguarda progetti di Innovative Air Mobility &amp;amp;amp; Delivery, di cui circa un quarto si tratta di progetti annunciati finalizzati al trasporto di persone. In tempi recenti si sono intensificati gli annunci di questo tipo di progetti, soprattutto in prossimità di grandi eventi: Olimpiadi di Parigi 2024, Giubileo di Roma 2025, Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Ma Il successo di una qualunque tecnologia passa anche per la sua accettazione sociale e questa è una delle principali sfide che il settore si trova ad affrontare. Fonte.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/droni-mobilita-aerea-urbana-pronti-spiccare-volo-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/droni-mobilita-aerea-urbana-pronti-spiccare-volo-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>La ricerca sui droni negli ultimi anni si è evoluta velocemente, trovando applicazioni in vari ambiti. Uno studio del 2023, facendo una ricognizione della letteratura disponibile sui droni a pilotaggio da remoto, ha provato a censire i principali ambiti di interesse.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/droni-mobilita-aerea-urbana-pronti-spiccare-volo-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/droni-mobilita-aerea-urbana-pronti-spiccare-volo-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/droni-mobilita-aerea-urbana-pronti-spiccare-volo-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1472" height="886" loading="lazy" decoding="async">
Distribuzione delle principali linee di ricerca sugli aeromobili a pilotaggio remoto</p>
<p>Secondo l’<a href="https://www.osservatori.net/it/ricerche/osservatori-attivi/droni-e-mobilita-aerea-avanzata" rel="noopener">Osservatorio Droni e Mobilità Aerea Avanzata del Politecnico di Milano</a>, nel 2023 il mercato italiano professionale di soluzioni e servizi con droni, sia rivolto alle imprese (B2B) sia rivolto alle pubbliche amministrazioni (B2G), vale 145 milioni di euro (+23% rispetto al 2022). Questo valore è generato per il 97% dal segmento delle Aerial Operations, si tratta prevalentemente di attività di rilievo, riprese aeree e ispezioni, per esempio per il monitoraggio di infrastrutture come le linee elettriche e tralicci dell’alta tensione.</p>
<p>Il restante 3% derivata dal segmento emergente dell’Innovative Air Mobility &amp; Delivery, chiamata dalla NASA anche Advanced Air Mobility (AAM), che la definisce come: «un sistema di trasporto aereo sicuro, accessibile, automatizzato e conveniente per passeggeri e merci in grado di servire località urbane e rurali difficili da raggiungere».</p>
<p>A livello mondiale, tra il 2019 e il 2023, il 70% dei 1.471 casi applicativi di droni censiti dall’Osservatorio del Politecnico afferisce al segmento delle Aerial Operations, con applicazioni nell’ambito delle ispezioni e sopralluoghi e della sicurezza e sorveglianza, e il restante 30% riguarda progetti di Innovative Air Mobility &amp; Delivery, di cui circa un quarto si tratta di progetti annunciati finalizzati al trasporto di persone, mentre la restante parte riguardante il trasporto merci.</p>
<p>Il <a href="https://advisor.morganstanley.com/the-busot-group/documents/field/b/bu/busot-group/Electric%20Vehicles.pdf" rel="noopener">report di Morgan Stanley</a>, pubblicato nel 2021, stima che il mercato della mobilità aerea urbana entro il 2040 avrà un valore di un trilione di dollari.</p>
<p>In tempi recenti si sono intensificati gli annunci di questo tipo di progetti, soprattutto in prossimità di grandi eventi: Olimpiadi di Parigi 2024, Giubileo di Roma 2025, Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. </p>
<h2 id="tipologia-di-droni">Tipologia di Droni</h2><p>Quando parliamo di droni in generale, esistono diverse configurazioni. Come spiega Alberto Curnis, ricercatore dell’Osservatorio Droni e Mobilità Aerea Avanzata del Politecnico di Milano, «tra le principali configurazioni che abbiamo, ci sono i multicotteri che utilizzano più rotori per il movimento, all’altro estremo abbiamo i droni ad ala fissa, tipicamente utilizzati per i voli a lungo raggio grazie alla loro struttura alare. Per quanto riguarda la Advanced Air Mobility stanno destando particolare interesse gli eVTOL, ossia droni a decollo e atterraggio verticali, in grado di combinare le peculiarità delle combinazioni tradizionali, alimentati da energia elettrica».</p>
<p>Come spiega il ricercatore, nell’ambito degli eVTOL possiamo distinguere diverse configurazioni, tra cui:</p>
<ul>
<li>Vectored-Thrust, caratterizzati da più propulsori ognuno dei quali è utilizzato sia per il decollo/atterraggio sia per il volo di crociera, mediante meccanismi di vettorizzazione della spinta;</li>
<li>Lift+Cruise, caratterizzati da gruppi di propulsori indipendenti per il decollo/atterraggio e volo di crociera;</li>
<li>Wingless Multicopter, non dotati di struttura alare e privi di propulsori dedicati per il volo di crociera; il moto viene controllato cambiando l’orientamento di tutto l’aeromobile.</li>
</ul>
<p>Secondo l’analisi condotta sui progetti censiti dall’Osservatorio del Politecnico, le configurazioni più diffuse tra gli sviluppatori sono il Vectored-Thrust, con circa il 34%, il Wingless Multicopter con circa il 27% e infine i Lift+Cruise con circa il 21%.</p>
<h2 id="droni-per-il-trasporto-passeggeri">Droni per il trasporto passeggeri</h2><p>Negli Stati Uniti la società <a href="https://www.jobyaviation.com/news/joby-flies-quiet-electric-air-taxi-new-york-city/" rel="noopener">Joby Aviation</a> ha annunciato di voler lanciare il suo servizio di air-taxi a New York nel 2025, in attesa che le autorità federali americane rilascino le necessarie autorizzazioni.</p>
<p>In Europa, la Francia voleva lanciare un servizio di air-taxi proprio in occasione dei Giochi olimpici del 2024, visto l’esistenza già di un servizio di aero-taxi, mediante elicotteri, tra Parigi e Charles de Gaulle. Già questa estate nella capitale francese, gli <a href="https://www.urbanairmobilitynews.com/air-taxis/what-evtol-operations-will-happen-this-year-in-paris/" rel="noopener">eVTOL effettueranno dei voli di validazione</a> per essere impiegati nei servizi medici di emergenza, in particolare per il trasferimento dei pazienti tra ospedali e per le forniture logistiche ospedaliere. Gli eVTOL utilizzeranno le rotte esistenti dedicate agli elicotteri, ma ad altitudini diverse. Una volta convalidati questi eVTOL si procederà a testare, entro la fine dell’anno, quelli dedicati ad altri business case.</p>
<p>Nell’ambito della Urban Air Mobility in Italia Aeroporti di Roma, Gruppo SAVE, Aeroporto di Bologna e Aéroports de la Côte d’Azur, hanno costituito la società specializzata UrbanV. Avviata a ottobre 2021, UrbanV punta a essere tra le prime società al mondo a lanciare reti commerciali di AAM, partendo da Roma, dove si prevede la realizzazione di un servizio di aerotaxi che dovrebbe collegare l’aeroporto di Roma Fiumicino con la capitale, mediante droni elettrici a decollo verticale con equipaggio a bordo, forniti da Volocopter. Il servizio dovrebbe iniziare a fine 2024 per diventare pienamente operativo per il Giubileo del 2025.</p>
<p>La regione Veneto nel 2021 ha approvato il <a href="https://bur.regione.veneto.it/BurvServices/pubblica/DettaglioDgr.aspx?id=465482" rel="noopener">Protocollo di Intesa</a> tra Regione Veneto ed Ente Nazionale per l&rsquo;Aviazione Civile (ENAC) per lo sviluppo di servizi di Mobilità Aerea Avanzata.</p>
<p>A gennaio 2023 il gruppo SAVE ha presentato il <a href="https://www.grupposave.it/upload/comunicati/1674738400/comunicato_stampa.pdf" rel="noopener">piano di Mobilità Area Avanzata</a> per collegare l’aeroporto Marco Polo di Venezia con le principali aree logistiche e di attrazione turistica del territorio lagunare, con una movimentazione prevista di 340mila passeggeri all’anno.</p>
<p>Ma non sarà solo il territorio lagunare a beneficiare delle nuove tecnologie. Il piano di mobilità aerea avanzata infatti prevederà un sistema di oltre una decina di vertiporti che, partendo da Venezia, collegheranno tutto il Nord Est arrivando a lambire i territori di Cortina, Brescia e Bologna. Un’innovazione che si integrerà, seguendo un modello di intermodalità, con l’attuale rete di trasporti, così da ridurre i tempi di spostamento tra Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Il progetto prevede una durata triennale, e dovrebbe essere pronto per il 2026 in vista delle Olimpiadi di Milano-Cortina.</p>
<p>Sempre in previsione dell’evento olimpico, anche Regione Lombardia nel gennaio 2022 ha firmato un <a href="https://moduliweb.enac.gov.it/Applicazioni/comunicati/comunicato.asp?selpa1=2766&amp;NumCom=5" rel="noopener">Protocollo d’Intesa con ENAC</a> per realizzare attività comuni a favore dello sviluppo di nuovi progetti di mobilità aerea avanzata e sostenibile. <br>
Più recentemente, ad aprile 2023, è stata presentata la proposta di realizzazione del primo vertiporto dell’Emilia-Romagna, presso l’aeroporto Marconi di Bologna. In particolare, la società aeroportuale ha incaricato la partecipata UrbanV di dare il via a uno studio di fattibilità per lo sviluppo di una nuova rete di collegamenti tramite velivoli elettrici a decollo verticale.</p>
<h2 id="legislazione-dei-droni">Legislazione dei droni</h2><p>Negli Stati Uniti già nel 2022 l’<a href="https://www.faa.gov/air-taxis" rel="noopener">Autorità federale per l’aviazione</a> (FAA) aveva emanato standard di progettazione dei vertiporti. Nel giugno 2023 FAA ha pubblicato una proposta normativa per la formazione e la certificazione dei piloti.</p>
<p>A livello europeo il <a href="https://www.enac.gov.it/sicurezza-aerea/droni" rel="noopener">31 dicembre 2020</a> è stato emanato il <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32019R0947" rel="noopener">Regolamento di Esecuzione (UE) n. 947/2019</a>, relativo a norme e procedure per l&rsquo;esercizio degli aeromobili senza equipaggio. Al suo ingresso in vigore, avvenuto solo nel 2024, sono decadute le regolamentazioni nazionali in materia di operazioni con aeromobili a pilotaggio remoto (UAS), eccetto alcuni aspetti che rimangono di competenza dei singoli stati membri.</p>
<p>L’ENAC ha pubblicato a gennaio 2021 il <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32019R0947" rel="noopener">Regolamento UAS-IT</a>, che disciplina quanto di competenza degli stati membri.</p>
<p>Sempre l’ENAC, al fine di indirizzare le iniziative pubbliche e private per la creazione dell’ecosistema nazionale per l’AAM, ha pubblicato il <a href="https://www.enac.gov.it/pubblicazioni/piano-strategico-nazionale-aam-2021-2030-per-lo-sviluppo-della-mobilita-aerea-avanzata-in-italia" rel="noopener">Piano Strategico Nazionale AAM (2021-2030) per lo sviluppo della Mobilità Aerea Avanzata in Italia</a>. Il piano, che è articolato in diverse fasi, prevede la definizione di una serie di tappe per colmare i vuoti normativi e le carenze tecnologiche e infrastrutturali; inoltre contiene una ricognizione e allocazione delle risorse pubbliche e private da destinare allo sviluppo del settore.</p>
<p>Il piano ha individuato quaranta possibili applicazioni per questa nuova modalità di trasporto che, in linea con l’evoluzione tecnologica e della regolamentazione, dovranno essere aggiornate periodicamente, e riguardano quattro macroaree:</p>
<ul>
<li>trasporto di persone in ambiente urbano ed extraurbano;</li>
<li>trasporto di merci generiche e materiale biomedicale;</li>
<li>ispezione e mappatura di aree e infrastrutture;</li>
<li>supporto all’agricoltura.</li>
</ul>
<p>Come spiega Curnis, l’Italia «è stata tra i primi Paesi europei ad aver realizzato un piano strategico dedicato all’AAM, con una roadmap che ha portato anche negli ultimi anni a siglare accordi con regioni e città italiane. A dimostrazione della bontà del piano italiano, va segnalato l’annuncio dello scorso ottobre di Amazon, che ha visto nel nostro Paese, insieme al Regno Unito, un terreno fertile per avviare servizi di consegna con droni entro la fine di quest’anno».</p>
<h2 id="le-infrastrutture">Le infrastrutture</h2><p>Affinché si possa realizzare sempre un maggior numero di progetti occorre che si sviluppino le infrastrutture necessarie come i vertiporti, aree adibite all’atterraggio e al decollo di veicoli a decollo verticale, e i servizi di comunicazione e gli U-space, ossia l’Insieme di servizi volti a regolare l&rsquo;accesso sicuro ed efficiente dei droni nello spazio aereo, garantendo l&rsquo;integrazione tra traffico aereo tradizionale e quello dei mezzi a pilotaggio remoto.</p>
<p>Secondo il Report dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, sarebbero 97 i progetti di sviluppo di network di vertiporti nel mondo, di cui circa un terzo sarebbe in uno stadio di prototipazione, sviluppo infrastrutturale o di conduzione dei primi importanti test dimostrativi.<br>
In Italia il 6 ottobre 2022 Aeroporti di Roma, Volocopter, UrbanV e Atlantia hanno inaugurato all’aeroporto di Roma Fiumicino, il <a href="https://www.adr.it/it/viewer?p_p_id=3_WAR_newsportlet&amp;p_p_lifecycle=0&amp;p_p_state=normal&amp;p_p_mode=view&amp;_3_WAR_newsportlet_redirect=%2Fit%2Fviewer%3Fp_p_id%3D3_WAR_newsportlet%26p_p_lifecycle%3D0%26p_p_state%3Dnormal%26p_p_mode%3Dview%26_3_WAR_newsportlet_keywords%3D%26_3_WAR_newsportlet_advancedSearch%3Dfalse%26_3_WAR_newsportlet_andOperator%3Dtrue%26_3_WAR_newsportlet_orderByCol%3Ddate%26_3_WAR_newsportlet_orderByType%3Ddesc%26_3_WAR_newsportlet_resetCur%3Dfalse%26_3_WAR_newsportlet_delta%3D40%26_3_WAR_newsportlet_cur%3D4&amp;_3_WAR_newsportlet_jspPage=%2Fhtml%2Fnews%2Fdetails.jsp&amp;_3_WAR_newsportlet_nid=26001086" rel="noopener">primo vertiporto italiano</a>.</p>

<figure class="art-embed">
  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/_TAtxOaGomA" data-titolo="Video: Flying into the future – Vertiport Experience in Rome" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">Flying into the future – Vertiport Experience in Rome</p>
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</div>
</figure>

<p>Il vertiporto è stato progettato per ospitare vari tipi di test sia per il volo, sia per le operazioni a terra, come per esempio la ricarica delle batterie.  L&rsquo;infrastruttura, che occupa un&rsquo;area di circa 5.500 metri quadrati, è stata progettata per garantire la compatibilità con i principali eVTOL, electric vertical take-off and landing, veicoli a decollo e atterraggio verticali alimentati da energia elettrica, che saranno certificati nei prossimi anni.</p>
<p>L&rsquo;inaugurazione del vertiporto di Fiumicino è stato il primo passo per l&rsquo;implementazione della Mobilità Aerea Avanzata in Italia, e per l&rsquo;attivazione delle prime rotte tra l&rsquo;aeroporto di Fiumicino e il centro di Roma entro la fine del 2024, in vista del Giubileo.</p>
<h2 id="accettazione-sociale-della-urban-air-mobility">Accettazione sociale della Urban Air mobility</h2><p>Il successo di una qualunque tecnologia passa anche per la sua accettazione sociale e, come ricorda Alberto Curnis, questa è una delle principali sfide che il settore si trova ad affrontare.</p>
<p>Uno <a href="https://www.easa.europa.eu/sites/default/files/dfu/uam-full-report.pdf" rel="noopener">studio dell’EASA</a> pubblicato nel 2021 basato su un sondaggio condotto tra i cittadini europei, evidenzia un atteggiamento iniziale positivo nei confronti della Urban Air Mobility in tutta l’UE; l’83% degli intervistati si sente molto o piuttosto positivo riguardo all’introduzione della mobilità aerea urbana intesa sia come trasporto di persone sia come trasporto di merci. I risultati mostrano che un’ampia quota della popolazione sarebbe interessata a utilizzare questo tipo di servizi: il 64% sarebbe interessato a utilizzare la consegna tramite droni e il 49% sarebbe interessato a utilizzare un aerotaxi; il 43% sarebbe interessato a utilizzarli entrambi, il 71% probabilmente utilizzerebbe almeno un servizio. Solo il 29% non utilizzerebbe nessuno di questi servizi.</p>
<p>Dallo studio è emerso che i principali vantaggi che i cittadini si aspettano sono: collegamenti più veloci, riduzione delle emissioni e del traffico, e collegamenti migliori con aree remote.</p>
<p>Per quanto riguarda i timori che i cittadini esprimono rispetto ai droni in generale e agli aerotaxi in particolare, dallo studio emerge che la sicurezza e le questioni ambientali sono state le principali preoccupazioni degli intervistati. I risultati hanno mostrato che queste preoccupazioni aumentano con l’età, l’istruzione e il reddito. Mentre il 4% degli intervistati non ha espresso preoccupazioni.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/droni-mobilita-aerea-urbana-pronti-spiccare-volo-body-2.png.webp" alt="Gli intervistati hanno espresso preoccupazioni simili riguardo ai droni per le consegne e agli aerotaxi" width="642" height="359" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Gli intervistati hanno espresso preoccupazioni simili riguardo ai droni per le consegne e agli aerotaxi Fonte immagine: <a href="https://www.easa.europa.eu/sites/default/files/dfu/uam-full-report.pdf" rel="noopener">Study on the societal acceptance of Urban Air Mobility in Europe EASA</a>  pagina 71.</p>

<p>La classifica delle preoccupazioni per droni e aerotaxi è relativamente simile; si possono notare solo due differenze principali:</p>
<ul>
<li>Il rumore nel caso degli aerotaxi si è classificato al secondo posto, ma è stato significativamente inferiore per i droni al sesto posto;</li>
<li>La sicurezza dei droni è stata indicata come elemento di preoccupazione maggiore rispetto alla sicurezza degli aerotaxi, raccogliendo un 10% in più nel campione intervistato. Molto probabilmente, ciò è dovuto al fatto che i droni sono senza equipaggio, mentre gli aerotaxi, almeno inizialmente, dovrebbero essere dotati di equipaggio e quindi potrebbero essere meno inclini a minacce alla sicurezza agli occhi del pubblico.</li>
</ul>
<p>Per quanto riguarda gli aerotaxi, circa il 16% dei partecipanti ha anche espresso preoccupazioni relative alla possibile perdita di posti di lavoro, inquinamento visivo e all’accessibilità economica del servizio.</p>
<p>Nello stesso anno anche l’Osservatorio Droni e Mobilità Aerea Urbana, ha fatto un sondaggio focalizzato sui cittadini italiani. Come spiega Alberto Curnis, «Il 57% degli italiani ha riconosciuto l’utilità di questi servizi; tuttavia, vanno fatti dei distinguo: il 75% di questi ha affermato che lo utilizzerebbe, mentre un 25% manifestava ancora un certo grado di scetticismo. Tra gli utilizzatori si possono inoltre distinguere dei pionieri, disposti a utilizzare subito questi servizi, una parte disponibile dopo dei voli di prova, e infine un altro gruppo disponibile a utilizzarlo successivamente, ma questo fa parte del normale ciclo di qualunque nuova tecnologia». Il ricercatore dell’Osservatorio del Polimi, evidenzia che «parte dello scetticismo è comprensibile perché parliamo di servizi complessi che richiedono dimostrazioni concrete per aumentarne l’accettazione. Inoltre, vi è anche un altro aspetto da affrontare, ossia la visione distorta che il pubblico ha della Mobilità Aerea Urbana, influenzata anche probabilmente dai film di fantascienza e dai videogiochi; dunque, è necessario far capire bene in che direzione sta lavorando l’ecosistema di attori del settore».</p>
<h2 id="la-sostenibilità-ambientale-dei-droni">La sostenibilità ambientale dei droni</h2><p>Come visto, tra i principali benefici attesi dal pubblico, e spesso enfatizzati da chi promuove questa nuova forma di mobilità urbana, vi è da una parte il decongestionamento del traffico stradale, dall’altra la maggior ecosostenibilità, dovuta al fatto che nella maggior parte dei progetti si parla di veicoli elettrici.</p>
<p>Secondo uno studio pubblicato nel 2019 dall’<a href="https://www.nature.com/articles/s41467-019-09426-0" rel="noopener">Università del Michigan</a> gli eVTOL sono efficienti durante la crociera ma consumano una quantità notevole di energia per il decollo e la salita in quota di crociera; quindi, il loro impatto ambientale dipende in modo rilevante dalla distanza percorsa durante il viaggio.</p>
<p>Per un viaggio diretto dal punto di partenza al punto di destinazione, distanti tra loro 100 chilometri, un eVTOL a pieno carico con tre passeggeri avrebbe emissioni inferiori del 52% rispetto a un veicolo con motore a combustione interna e del 6% rispetto a un’auto elettrica, considerando un’occupazione media delle auto di 1,5 persone.</p>
<p>Per viaggi brevi, al di sotto dei 35 chilometri, gli eVTOL hanno un consumo energetico ed emissioni di gas serra più elevati rispetto ai veicoli terrestri.</p>
<p>Secondo gli studiosi, dunque, dal punto di vista del consumo energetico e quindi delle emissioni di gas serra, sembra che gli eVTOL potrebbero avere un ruolo di nicchia nella mobilità sostenibile, in particolare nelle regioni con percorsi tortuosi e/o elevata congestione.</p>
<p>Uno <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0959652622017450" rel="noopener">studio coreano</a> del 2022, condotto sull’area metropolitana di Seoul, invece, ha stimato che l’introduzione della mobilità aerea urbana ridurrebbe le emissioni di CO² di 90 mila tonnellate all’anno.</p>
<p>Come spiega Curnis, l’apparente contraddittorietà di questi studi è dovuta al fatto che «si tratta di un tema complesso e non è possibile generalizzare, poiché ci sono molteplici variabili da prendere in esame come: contesto, tipologia di servizio, regione in cui viene realizzato il servizio; dunque, i risultati variano molto in funzione della specifica situazione. Per questo motivo, quindi, è bene valutare i singoli progetti, tenendo conto della sostenibilità, ma anche di altri aspetti come l’utilità e il risparmio di tempo. Inoltre, questi servizi di trasporto vengono implementati in un’ottica di intermodalità con altri mezzi, quindi va valutato tutto il sistema nel suo complesso».</p>
<p>L’<a href="https://www.easa.europa.eu/en/domains/drones-air-mobility/drones-air-mobility-landscape/noise-sustainability" rel="noopener">EASA</a> a tal proposito scrive che la sostenibilità dei droni e della mobilità aerea dipende da fattori quali fonte di energia, emissioni, inquinamento acustico, infrastrutture, sicurezza, efficienza, accettazione pubblica, progressi tecnologici e valutazione dell’impatto ambientale. L’implementazione sostenibile, con particolare attenzione all’utilizzo di fonti rinnovabili e alla riduzione delle emissioni e all’efficienza delle infrastrutture, può rendere queste tecnologie più rispettose dell’ambiente, ma un’attenta pianificazione e una valutazione continua sono essenziali per garantire che siano in linea con gli obiettivi di sostenibilità e non danneggino l’ambiente o le comunità.</p>
<p>Per garantire che tutti questi fattori siano presi in considerazione, è necessaria una valutazione ambientale dell’intero ciclo di vita, e l’EASA sta sviluppando una metodologia per farlo in modo standardizzato che garantirà che non vi sia <em>greenwashing</em>.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La circolazione oceanica nel Nord Atlantico (AMOC) sta per spegnersi?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/circolazione-oceanica-nord-atlantico-amoc-sta-spegnersi/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/circolazione-oceanica-nord-atlantico-amoc-sta-spegnersi/</guid><pubDate>Thu, 16 May 2024 18:33:00 +0100</pubDate><category>clima</category><description>Negli ultimi anni, varie testate hanno riportato la diminuzione dell&amp;amp;rsquo;Atlantic Meridional Overturning Circulation (AMOC) nel Nord Atlantico, cruciale per il clima dell&amp;amp;rsquo;emisfero Nord, avvertendo del rischio che si stia spegnendo. È quanto, in effetti, suggeriscono alcuni studi recenti, ma c&amp;amp;rsquo;è disaccordo tra gli esperti: la complessità e l&amp;amp;rsquo;incertezza dei modelli climatici rendono difficile prevedere con certezza il futuro di AMOC. Schema delle correnti di AMOC.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/circolazione-oceanica-nord-atlantico-amoc-sta-spegnersi-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/circolazione-oceanica-nord-atlantico-amoc-sta-spegnersi-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>A più riprese negli ultimi anni, testate importanti hanno pubblicato <a href="https://www.theguardian.com/environment/2023/jul/25/gulf-stream-could-collapse-as-early-as-2025-study-suggests" rel="noopener">articoli</a> che raccontano come, secondo alcune ricerche, l’intensità della circolazione termoalina nel Nord Atlantico, nota come Atlantic Meridional overturning Circulation (AMOC) sia non solo in diminuzione, ma sia proprio sull’orlo di uno spegnimento totale.</p>
<p>AMOC è il risultato della convezione profonda che avviene nel Nord Atlantico e nell&rsquo;Artico: qui acque superficiali molto dense (perché molto saline) provenienti dai tropici, fra le quali predomina la Corrente del Golfo, sprofondano e ritornano verso l’emisfero Sud, dando vita a una circolazione che prende il nome di “circolazione termoalina”. AMOC esiste solo nel Nord Atlantico: non c’è una circolazione analoga nel Pacifico, e la sua esistenza è fondamentale nel determinare il clima nell’emisfero Nord, attorno al quale la nostra civiltà si è sviluppata. Per esempio, grazie a AMOC il clima a Napoli è molto più mite rispetto a quello di New York, pur essendo alla stessa latitudine. Per cui ci chiediamo: è vero che AMOC sta per spegnersi? E quali sarebbero le conseguenze di un totale blocco di questo nastro trasportatore oceanico?</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/circolazione-oceanica-nord-atlantico-amoc-sta-spegnersi-body-1.jpg.webp" alt="Figura: schema delle correnti di AMOC" width="600" height="473" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura: schema delle correnti di AMOC (fonte: <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Atlantic_meridional_overturning_circulation" rel="noopener">Wikipedia</a>)</p>

<p>Tra i più citati dalla stampa, troviamo articoli scientifici tra cui <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.adk1189" rel="noopener">Van Westen</a> (2024), <a href="https://www.nature.com/articles/s41467-023-39810-w" rel="noopener">Ditlevsen &amp; Ditlevsen</a> (2023), e il più recente articolo riassuntivo di <a href="https://tos.org/oceanography/article/is-the-atlantic-overturning-circulation-approaching-a-tipping-point" rel="noopener">Rahmstorf</a> (2024). Tutti questi articoli propongono uno spegnimento di AMOC come ipotesi più plausibile nel prossimo futuro. In realtà, la risposta di AMOC al cambiamento climatico è un argomento di ricerca in pieno sviluppo che vede esperti di stampo teorico, osservativo e modellistico contribuire con prospettive tra loro talvolta contrastanti all’ipotesi di un possibile spegnimento di AMOC nel ventunesimo secolo.</p>
<h2 id="nel-passato-del-pianeta-amoc-si-è-già-spenta-contribuendo-alle-glaciazioni">Nel passato del Pianeta, AMOC si è già spenta, contribuendo alle glaciazioni</h2><p>Molto prima dell’avvento di sistemi osservativi in grado di caratterizzare con maggiore continuità e precisione AMOC, misure oceanografiche hanno riscontrato la presenza di una circolazione oceanica a scala globale. La ricostruzione di questa circolazione ha dimostrato inoltre che, in tempi in cui il clima terrestre si stava scaldando, la diminuzione di AMOC e la sua interruzione hanno riportato la Terra in una clima freddo, contribuendo all’alternanza delle ere glaciali e interglaciali. In particolare, <a href="https://www.annualreviews.org/content/journals/10.1146/annurev-marine-010816-060415" rel="noopener">ricostruzioni paleoclimatiche</a> delle oscillazioni <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Dansgaard%E2%80%93Oeschger_event" rel="noopener">Dansgaard-Oeschger</a> e degli <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Heinrich_event" rel="noopener">Heinrich events</a> suggeriscono che uno spegnimento di AMOC ha contribuito a una glaciazione più o meno totale dell’emisfero Nord. Negli anni ‘60 l’oceanografo Stommel ha proposto un modello teorico di AMOC molto semplice che prevede il passaggio da AMOC accesa ad AMOC spenta passando per una soglia critica di densità dell’acqua che innesca il passaggio da uno stato all’altro. Questo modello ha introdotto il concetto di “bistabilità” di AMOC, confermato dalle ricostruzioni paleoclimatiche.</p>
<p>In questo contesto, alcuni lavori recenti, tra cui <a href="https://doi.org/10.1038/s41561-021-00699-z" rel="noopener">Caesar e collaboratori</a> e Ditlevsen &amp; Ditlevsen, basandosi su “impronte” di AMOC su altre variabili osservabili (per esempio, temperatura o salinità), riscontrano che il cambiamento recente di questi indici potrebbe voler indicare che ci stiamo avvicinando allo spegnimento di AMOC nel prossimo futuro. Tuttavia, mentre AMOC si accende e si spegne molto facilmente in un modello teorico, nelle proiezioni climatiche per il ventunesimo secolo eseguite con modelli climatici globali altamente complessi, su cui tra l’altro si basano in gran parte i rapporti dell&rsquo;Intergovermental Panel on Climate Change (IPCC), non si riscontra uno spegnimento drastico di AMOC. Gli scienziati attribuiscono il mancato spegnimento di AMOC all&rsquo;esistenza di meccanismi di compensazione (“feedback” climatici stabilizzanti) che tendono a riportare il clima in uno stato di equilibrio. Questi meccanismi sono assenti nei modelli più semplici.</p>
<p>Tuttavia, ci sono alcune eccezioni. Il lavoro di Van Westen (2024) si distingue poiché, per la prima volta, dimostra che anche in un modello complesso (tra quelli usati per l’IPCC), AMOC presenta due stati stabili. Il passaggio da uno stato all’altro avviene solo quando il modello viene forzato con una quantità molto alta di acqua dolce come quella che proverrebbe dalla fusione dei ghiacciai, e su una scala temporale molto lunga, dell&rsquo;ordine delle migliaia di anni. Simulazioni numeriche centennali forzate da un aumento di gas serra di origine antropica eseguite con un modello di complessità analoga dal gruppo della NASA-GISS (Romanou et al. 2023) mostrano lo spegnimento di AMOC, ma questo avviene in alcune integrazioni e in altre no, al variare (anche minimo) delle condizioni iniziali atmosferiche da cui queste simulazioni prendono l&rsquo;avvio. Le <a href="https://journals.ametsoc.org/view/journals/clim/36/18/JCLI-D-22-0536.1.xml" rel="noopener">simulazioni</a> di Romanou e colleghi mettono in evidenza un aspetto totalmente casuale, ovvero un possibile effetto farfalla che si propaga su scale molto lunghe. Al momento, i modelli climatici complessi che mostrano l&rsquo;esistenza di due stati di AMOC sono molto pochi (due), e comunque nei pochi modelli in cui questo avviene, le scale temporali sono molto lunghe.</p>
<h2 id="osservazioni-e-modelli-dicono-cose-diverse">Osservazioni e modelli dicono cose diverse</h2><p>Alla ricerca di tipo teorico e modellistico, si affianca una ricerca di stampo più osservativo, condotta sia da ricercatori impegnati nel capire la variabilità di AMOC attraverso ricostruzioni paleoclimatiche, sia da ricercatori dediti a campagne di osservazioni attuali attraverso l’uso di strumenti di misura in oceano (per es.: OSNAP e RAPID-MOCHA). Gli oceanografi osservazionali hanno dimostrato da un lato che i modelli teorici sono troppo semplificati, ma dall’altro anche che i modelli climatici attuali hanno grosse difficoltà a riprodurre in maniera accurata le caratteristiche di AMOC. Inoltre i modelli climatici non sono in grado di riprodurre spontaneamente lo spegnimento di AMOC associato ad ere glaciali.</p>
<p>Bisogna notare inoltre che le osservazioni dirette di AMOC coprono un periodo temporale molto breve, essendo iniziate solo nel 2004; mentre le ricostruzioni paleoclimatiche sono affette da grosse incertezze. In ultimo è necessario sottolineare che per quanto le osservazioni provenienti dai dati strumentali forniscano la migliore rappresentazione della realtà a cui possiamo accedere, esse sono limitate e non omogenee nello spazio e nel tempo. Per questi motivi, le osservazioni sono caratterizzate da molta variabilità interna e imprecisione. Per sopperire alla mancanza di osservazioni lunghe e accurate, ma anche per capire i processi dinamici fondamentali per la bistabilità di AMOC, è quindi sempre necessario costruire dei modelli sia semplificati che complessi che inquadrino le osservazioni. Questi modelli potranno aiutarci a capire i possibili cambiamenti di AMOC nel prossimo futuro.</p>
<p>Le maggiori testate giornalistiche si sono principalmente concentrate sui risultati più sensazionali che ipotizzano un possibile spegnimento di AMOC nel prossimo futuro, ma di certo non è l’unico filone attivo su questo fronte di ricerca: si tratta di un argomento molto dibattuto tra i ricercatori stessi. Trattare solo di questo risultato su riviste importanti, senza metterlo nel contesto molto più sfaccettato della ricerca attuale sulla risposta di AMOC al cambiamento climatico, è certamente fuorviante. Capire come cambierà AMOC in futuro continuerà ad essere una sfida nei prossimi anni se non decenni, e richiederà di capire e affrontare il problema da diverse angolazioni.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Finalmente in campo le prime piantine di riso TEA di Brambilla e Fornara</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/finalmente-campo-prime-piantine-riso-tea-brambilla-fornara/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/finalmente-campo-prime-piantine-riso-tea-brambilla-fornara/</guid><pubDate>Tue, 14 May 2024 11:02:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Meldolesi</dc:creator><category>ambiente</category><description>Giornata storica il 13 maggio: Vittoria Brambilla e Fabio Fornara di Unimi hanno messo a dimora le prime piantine di riso geneticamente editate TEA (tecniche CRISPR di evoluzione assistita) per resistere a parassiti come il brusone senza usare fitofarmaci, nella campagna pavese di Mezzana Bigli. Si tratta di una sperimentazione, ma in campo aperto, il primo consentito in Italia. Il permesso è fino a fine anno, ma prorogabile in attesa delle nuove regole europee. All&amp;amp;rsquo;evento erano presenti una piccola folla di amici delle biotecnologie, tra cui spiccano la senatrice a vita Elena Cattaneo e Marco Cappato dell’associazione Luca Coscioni. Era presente anche la giornalista Anna Meldolesi, che firma l&amp;amp;rsquo;articolo, e il ricercatore CNR Roberto Defez, nella foto insieme a Vittoria Brambilla. Credito.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/finalmente-campo-prime-piantine-riso-tea-brambilla-fornara-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/finalmente-campo-prime-piantine-riso-tea-brambilla-fornara-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La rete delimita ventotto metri quadrati di nudo terreno, in mezzo alla campagna pavese. Al suo interno si muove una decina di ricercatrici e ricercatori dell’Università di Milano. Il computer portatile appoggiato a terra mostra lo schema delle parcelle. Un metro viene srotolato per segnare le coordinate sulle zolle. Le targhette gialle da conficcare nel suolo sono pronte: la scritta TEA (tecniche di evoluzione assistita) serve a segnalare le piante di riso geneticamente editato nella speranza di renderlo più resistente a una malattia fungina (il brusone), mentre la sigla WT indica le wild-type, che non sono state modificate e servono come gruppo di controllo. Eccole lì, duecento di un tipo più duecento dell’altro, finora erano cresciute al sicuro dentro a una cella climatizzata ed è finalmente arrivato il momento di trasferirle all’aperto. Il terreno però si è seccato troppo, colpa del sole degli ultimi giorni. «Zappe, servono delle zappe», dice Vittoria Brambilla, che insieme a Fabio Fornara è l’artefice dell’esperimento. «E annaffiatoi», aggiunge il biotecnologo Roberto Defez, arrivato da Napoli per dare una mano. Poi speriamo che piova, la prima settimana di vita all’aperto è la più delicata.</p>
<p>In futuro sembrerà una scena di ordinaria ricerca, almeno si spera. Ma per l’Italia dei giorni nostri quello che si è consumato il 13 maggio 2024 a Mezzana Bigli è stato un evento. Abbastanza insolito e significativo da aver portato fin qui - nella tenuta messa a disposizione da un imprenditore attivo nella Fondazione Bussolera Branca - una piccola folla di amici delle biotecnologie, tra cui spiccano la senatrice a vita Elena Cattaneo e Marco Cappato dell’Associazione Luca Coscioni. Sono venuti a festeggiare l’avvio della prima sperimentazione in campo con piante geneticamente editate in Italia. La regolamentazione europea sulle Nuove Tecniche Genomiche non è stata ancora adottata in via definitiva: dopo l’approvazione in plenaria a Strasburgo il 7 febbraio di quest’anno, nella prossima legislatura dovrà riprendere la triangolazione tra Parlamento, Consiglio e Commissione dell’UE. Perciò le vecchie regole che disciplinano i rilasci sperimentali di OGM continuano a valere anche per le piante che non contengono geni estranei e presentano solo qualche correzione puntiforme, che con molta fortuna avrebbe potuto verificarsi in natura per mutagenesi spontanea. Dunque anche per il riso di Brambilla e Fornara, che presenta tre geni disattivati (Pi21, HMA1 e HMA2) grazie all’impiego delle forbici genetiche CRISPR e nessun transgene. </p>
<p>Per vent’anni nessun gruppo di ricerca aveva osato chiedere l’autorizzazione per sperimentare in condizioni realistiche (dunque in campo) le piante modificate in laboratorio e cresciute in serra (l’ultima domanda relativa a un OGM risale al 2004 e fu respinta). Nel frattempo la tecnologia si è evoluta e un numero crescente di attori politici, economici e sociali ha ammorbidito la propria opposizione all’innovazione genetica, almeno nei casi in cui non sono coinvolti transgeni. È così che un comma inserito nel decreto siccità un anno fa ha riconosciuto l’importanza di preparare l’agricoltura italiana alla sfida dei cambiamenti climatici anche con l’aiuto delle nuove biotecnologie, <a href="https://www.nature.com/articles/d43978-024-00018-1" rel="noopener">aprendo uno spiraglio</a> e sbloccando l’impasse delle autorizzazioni. Presentare una notifica comunque resta un impegno notevole, per la mole di dati da presentare al Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, allo scopo di dimostrare che anche i rischi più remoti per flora, fauna, microrganismi target e non target sono virtualmente azzerati.</p>
<p><em>Give CRISPR a chance</em>, sta scritto sulla t-shirt di una ricercatrice al lavoro dentro alla recinzione, che sembra una gabbia ma rappresenta una conquista per la libertà di ricerca, a patto che questo sia soltanto l’inizio. Una sperimentazione non fa primavera, e un campo di un anno non è sufficiente a raccogliere dati scientificamente solidi. Perché il successo di Brambilla e colleghi non sia soltanto simbolico, dunque, i termini del decreto dovranno essere prorogati ben oltre il 31 dicembre 2024, fino all’approvazione delle nuove regole europee. A novembre sapremo se il riso editato (ribattezzato Ris8imo) ha retto bene la prova del campo, ma intanto potrebbe partire una seconda sperimentazione. Proprio a Mezzana Bigli Luigi Cattivelli ha annunciato che il CREA (il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l&rsquo;analisi dell&rsquo;economia agraria, finanziato dal Ministero dell&rsquo;agricoltura e della sovranità alimentare) ha depositato una notifica per testare in Emilia Romagna un pomodoro editato resistente all’orobanca, una pianta parassita. Poi potrebbe essere la volta del Veneto, confida Mario Pezzotti dell’Università di Verona, ma prima di procedere con una coltura pluriennale come la vite bisognerà essere certi di poter contare su un sostegno stabile da parte delle istituzioni e un orizzonte temporale abbastanza lungo.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Conservare la natura funziona!</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/conservare-natura-funziona/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/conservare-natura-funziona/</guid><pubDate>Fri, 10 May 2024 09:10:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><category>ambiente</category><description>Siamo ancora in tempo: possiamo salvare le specie a rischio di estinzione e ripristinare ecosistemi danneggiati, regalando loro una nuova vitalità, e molto è già stato fatto, grazie alle azioni di conservazione, come dimostra uno studio pubblicato su Science .</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/conservare-natura-funziona-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/conservare-natura-funziona-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Troppo spesso, di fronte ai crescenti tassi di scomparsa di specie (sono <a href="https://www.iucnredlist.org/about/background-history" rel="noopener">44.000 quelle che rischiano di estinguersi</a> secondo la IUCN, unione internazionale per la conservazione della natura) si rischia di vedere solo il bicchiere mezzo vuoto, e di giungere all’errata conclusione che sia inutile investire soldi e tempo per la conservazione. Niente di più sbagliato: lavorare per la biodiversità premia e fa ottenere risultati tangibili. Lo dimostra un <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.adj6598" rel="noopener">articolo pubblicato su <em>Science</em></a> lo scorso 25 aprile che ha analizzato l’efficacia degli interventi di conservazione su scala globale, dimostrando che agire a favore delle specie e degli ecosistemi funziona ed è estremamente più fruttuoso dell’inazione.</p>
<p>«La domanda a cui volevamo rispondere con questa analisi è proprio: la conservazione funziona davvero?», dice Penny Langhammer, prima autrice dello studio e vicepresidente esecutivo della ONG <a href="https://www.rewild.org/" rel="noopener">Re:wild</a>, per la quale dirige i programmi di conservazione a livello globale. «Abbiamo quindi confrontato due scenari: quello che è successo intervenendo per la tutela delle specie e cosa invece si sarebbe verificato se non avessimo fatto nulla. Esistono diversi studi che valutano l’efficacia dei singoli interventi, ma è la prima volta che questa analisi viene fatta su scala globale, analizzando gli effetti delle misure di conservazione sulla biodiversità a diversi livelli, genetica, specie e ecosistemi, e nel corso del tempo. E i risultati sono chiari: nella maggior parte dei casi le azioni di conservazione beneficiano in modo significativo la biodiversità».</p>
<p>I ricercatori hanno analizzato i risultati di 186 articoli scientifici, relativi a ben 665 interventi di conservazione distribuiti nel tempo a livello globale. Questo ha permesso di valutare l’efficacia di un’ampia gamma di azioni intraprese da fine Ottocento ad oggi. Nei due terzi dei casi esaminati, le misure di conservazione adottate hanno invertito la rotta o quantomeno rallentato significativamente il declino della biodiversità. Si sono rivelati particolarmente efficaci gli interventi di controllo e eradicazione delle specie esotiche (dette anche “aliene”) invasive, la gestione sostenibile degli ecosistemi, il ripristino degli habitat e l’istituzione delle aree protette.</p>
<h2 id="la-gestione-delle-specie-invasive-promuove-la-biodiversità">La gestione delle specie invasive promuove la biodiversità</h2><p>«Le specie aliene invasive sono una delle principali cause delle estinzioni cui abbiamo assistito negli ultimi cinquecento anni, il motivo di un drammatico declino della biodiversità. Ma dove si interviene con la gestione, i risultati sono incredibili e rapidi: le popolazioni di specie native tornano a essere vitali», afferma Langhammer. «L’eradicazione, il controllo e la gestione delle specie esotiche invasive permette di invertire gli attuali trend di perdita di biodiversità, salvando potenzialmente centinaia di specie dall’estinzione», commenta Piero Genovesi, responsabile del Servizio per il coordinamento della fauna selvatica di <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it" rel="noopener">ISPRA</a> e Chair del gruppo specialistico sulle specie aliene invasive della IUCN, nonché coautore dell’articolo. Un esempio lampante viene dalle isole Key West, piccolo arcipelago caraibico a largo della Florida. Le candide spiagge dalla sabbia fine hanno smesso di essere un posto sicuro per le tartarughe marine a causa di procioni e maiali rinselvatichiti: prima del 2006 quasi nessuna tartarughina riusciva a nascere o a correre indenne verso il mare. La stessa sorte toccava a diverse specie di uccelli marini nidificanti sull’isola. Il controllo dei predatori nelle isole di Cayo Costa e North Captiva ha dato risultati immediati e positivi, con un significativo e <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0022098110003588" rel="noopener">rapido aumento</a> dei nidi e delle schiuse delle uova. «Sicuramente sulle isole gli interventi sono più consolidati e più strutturati, in particolare quelli di eradicazione, ma il controllo delle specie invasive è risultato molto efficace anche in territori estesi. Un esempio è quello della <em>Salvinia molesta</em>, una pianta acquatica invasiva che in Africa era un grosso problema, e che adesso è tenuta sotto controllo con un agente biologico, un parassitoide specifico della pianta che riduce il livello di invasione», dice Genovesi. <em>Salvinia molesta</em> è una felce acquatica d’origine brasiliana, esportata a scopo ornamentale. Cresce in modo estremamente rapido, può raddoppiare di massa in pochi giorni, formando sulle acque stagnanti un tappeto denso che altera il flusso delle acque e limita i livelli di luce ed ossigeno con un forte impatto sulle specie native che vivono in quelle acque e provoca problemi alle persone, limitando l’accesso all’acqua e danneggiando i sistemi di irrigazione.</p>
<p>Lo scorso settembre <a href="https://www.ipbes.net/" rel="noopener">IPBES</a> ha pubblicato un <a href="https://www.ipbes.net/ias" rel="noopener">report</a> sulle specie aliene invasive, alla cui realizzazione hanno contribuito 86 ricercatori da tutto il mondo, che hanno raccolto e analizzato 13.000 articoli scientifici sull’argomento. Sono ben 37.000 le specie animali e vegetali trasportate per l’azione umana, volontaria o involontaria, in luoghi diversi da quelli di origine; tra queste 3.500 sono invasive, cioè in grado di insediarsi con successo nel luogo in cui arrivano a danno delle specie locali. Le specie esotiche invasive sono state la causa di oltre 1200 estinzioni locali di specie native, e sono fonte di gravi problemi per le comunità locali. Il fatto che però il numero di queste specie esotiche invasive sia tutto sommato “contenuto” rende altamente fattibile, secondo gli esperti IPBES, un intervento risolutivo che ne argini la minaccia. «Parliamo di specie esotiche invasive, in realtà è più corretto parlare di popolazioni esotiche invasive», chiarisce Genovesi. Ci sono specie che diventano esotiche invasive in un determinato luogo in cui sono state introdotte, ma ovviamente non lo sono nel loro luogo originario. Per esempio, l’ermellino, che in Italia è una specie tutelata e importantissima in Nuova Zelanda ha sterminato tantissime specie autoctone, causando estinzioni. «Una cosa importante da chiarire è che noi combattiamo una frazione minima delle specie aliene che sono quelle che causano grossi danni. Ed è possibile mettere sotto controllo questa minaccia, purché si faccia uno sforzo globale per adottare politiche più stringenti, come investire risorse adeguate e collaborare per creare delle politiche di biosicurezza nazionali. Questo richiede ovviamente un aumento molto forte dell&rsquo;attenzione, della sensibilità, degli investimenti, delle politiche» commenta Genovesi.</p>
<h2 id="le-aree-protette-funzionano-ma-bisogna-investirci-davvero">Le aree protette funzionano ma bisogna investirci davvero</h2><p>«Le aree protette sono misure di conservazione molto efficaci, se sono gestite in modo equo ed efficace e dispongono di risorse adeguate. Altrimenti sono solo linee su una mappa, parchi di carta», afferma Penny Langhammer. «Se le aree protette fossero sempre ben finanziate e ben gestite, vedremmo un tasso di successo ancora maggiore per questo intervento nel ridurre la perdita di biodiversità». I risultati di aree protette ben amministrate e dotate di fondi si vedono, e consentono di ridurre la perdita di habitat e il consumo di suolo, diminuire quindi la pressione antropica e il rischio di estinzione di specie chiave. Il problema è che invece moltissime aree protette sono di fatto, come dice Langhammer, solo linee su carta, perché non dispongono di adeguato personale, fondi e pianificazione degli interventi di conservazione da attuare. Anche in Italia sono molte le aree protette, soprattutto quelle marine, che mancano della effettiva messa in opera di misure di gestione a causa di un sottofinanziamento costante. Eppure il Mediterraneo è un mare ricco di biodiversità, e intensamente minacciato da inquinamento, sovrasfruttamento delle risorse e riscaldamento globale. D’altro canto, malgrado le tante lacune e costante carenza di finanziamenti adeguati, il sistema di aree protette italiane può essere considerato un esempio virtuoso per altri aspetti: «non abbiamo in Italia nessuna area veramente “incontaminata”, ma, proprio per questo, i nostri parchi sono un esempio di come integrare le attività umane alla tutela della natura, dove possiamo sperimentare tecniche di compatibilità anche molto avanzate» dice Genovesi.</p>
<p>«Dovremmo investire di più nella aree protette: non è necessario che siano governative, perché ci sono molti studi che dimostrano quanto siano efficaci per proteggere la biodiversità gli usi tradizionali delle popolazioni indigene e delle comunità, che spesso sono i migliori e più efficaci amministratori della loro terra e delle loro acque», dice Langhammer. In generale, la gestione sostenibile (e anche in questo caso bisogna che “sostenibile” non sia solo un aggettivo piacevole per il <em>greenwashing</em>) permette di trovare un compromesso tra utilizzo delle risorse e tutela della biodiversità. Un esempio arriva dal bacino del fiume Congo, dove un approccio di gestione forestale sostenibile ha favorito nel tempo una diminuzione della deforestazione di <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0921800919305890" rel="noopener">oltre il 70%</a>. In modo simile, nelle aree abitate dalle comunità indigene amazzoniche e all’interno delle riserve, il tasso di perdita delle foreste è fino a venti volte inferiore che altrove. Ancora, puntare su pratiche agricole estensive, riduzione dell’uso dei pesticidi e differenziazione del paesaggio (siepi, pozze d’acqua, boschetti e siepi) consente di ospitare anche nelle zone rurali un ricco numero di specie. Per esempio l’adozione di pratiche agricole sostenibili in Scozia ha favorito <a href="https://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1080/00063657.2011.608117" rel="noopener">la ripresa</a> delle popolazioni di uccelli legati alle zone umide, come la pavoncella, la pettegola e il beccaccino.</p>
<p>In generale, il ripristino delle aree degradate è una azione importante che può dare nuova vita a ecosistemi impoveriti. L’eliminazione di barriere restituisce ai fiumi il loro naturale ruolo di corridoio ecologico: per esempio, tre anni dopo la rimozione di una diga si è osservato un notevole aumento del numero di specie e dell’abbondanza delle popolazioni in alcuni torrenti montani nel <a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s11769-018-0995-x" rel="noopener">fiume Jidu</a>, in Cina. Il ripristino dei mangrovieti nel Sud Est del Brasile, ha favorito una rapidissima <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/27220099/" rel="noopener">ripresa degli invertebrati</a> e di conseguenza delle specie che se ne cibano. Una diminuzione del pascolo e un restauro della vegetazione ripariale in Messico hanno consentito un aumento della popolazione di parula pettogiallo, un uccello passeriforme che come suggerisce il nome ha uno sgargiante piumaggio giallo intenso.</p>
<h2 id="nel-tempo-si-migliora">Nel tempo si migliora</h2><p>L&rsquo;efficacia delle misure di conservazione è andata via via migliorando: le azioni intraprese in tempi più recenti hanno una maggiore probabilità di successo. Una delle spiegazioni, secondo gli autori, è che stiamo facendo esperienza e imparando da essa. La biologia della conservazione è infatti una disciplina molto giovane, nata nel Novecento con lo scopo di sviluppare metodi e tecniche per fronteggiare la grave perdita di biodiversità a causa delle azioni umane. «Nel tempo i nostri metodi stanno diventando più sofisticati, e stiamo migliorando nel misurare l’efficacia delle nostre azioni, e anche a definire meglio quali sono gli obiettivi da raggiungere», dice Langhammer. La biologia della conservazione non è una scienza esatta e come in molti altri casi a volte si procede per tentativi, che servono per migliorare le azioni future. «Nei progetti più recenti il tasso di successo è più alto di quelli più vecchi» afferma Genovesi. «Nel caso delle specie invasive l&rsquo;attenzione all&rsquo;impatto degli interventi di controllo o eradicazione sulle specie non target è molto cresciuto, con tecniche sempre più selettive, o con lo spostamento temporaneo delle specie potenzialmente a rischio che vengono riportate nel luogo originario una volta completata l&rsquo;eradicazione».</p>
<p>Non sempre le cose vanno per il verso giusto. Per esempio nel golfo di Mannar, in India, l’intervento per la rimozione dell’alga rossa invasiva <em>Kappaphycus alvarezii</em>, si è rivelato dannoso: nel tentativo di rimuovere manualmente l’alga si è contribuito involontariamente alla sua <a href="https://www.jstor.org/stable/24102487" rel="noopener">ulteriore diffusione</a> anche in zone protette. Il motivo sta nel fatto che i frammenti creati nella raccolta erano in grado di sviluppare nuove alghe. Ma questo ha creato l’opportunità per aggiustare il tiro in altre situazioni simili, in Piemonte per esempio, spiega Genovesi, si è intervenuto sulla <em>Ludwigia grandiflora</em>, pianta anfibia che aveva invaso alcuni fiumi e che presenta problemi simili di diffusione, utilizzando reti che fungessero da barriera alla diffusione. «In casi in cui le azioni di conservazione non hanno funzionato, impariamo dai risultati. Quindi, in un certo senso, non lo consideriamo un fallimento, perché possiamo garantire che la volta successiva potremo fare meglio. E questo permette di sviluppare o sperimentare un metodo che abbia meno probabilità di avere un impatto negativo e che sia molto più probabile che abbia successo. Credo che questo dimostri quanto sia importante porsi la domanda sull&rsquo;efficacia delle azioni di conservazione», commenta Langhammer.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/conservare-natura-funziona-body-1.jpg.webp" alt="Piccoli di coccodrillo nati grazie a un programma di riproduzione in cattività a Cuba" width="675" height="450" loading="lazy" decoding="async">
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<p class="didascalia">Piccoli di coccodrillo nati grazie a un programma di riproduzione in cattività a Cuba. Foto © Robin Moore/Re:wild</p>

<h2 id="limportanza-del-fare-conservazione-oggi-e-domani">L’importanza del <em>fare conservazione</em> oggi e domani</h2><p>Applicare le misure di conservazione funziona, anche se a volte non si trova subito la via migliore per agire. È importante farlo ed è cruciale documentare quello che si fa per permettere agli altri di replicare le cose positive e di evitare di commettere gli stessi errori, e possibilmente cercare di superarli. Soprattutto per gli interventi più indietro nel tempo non ci sono studi che misurino l’efficacia delle azioni intraprese e confrontino il risultato con l’inazione. In altri casi, gli studi sono talmente pochi da non consentire una valutazione robusta dei risultati. Per esempio, troppo poche sono le informazioni sull’efficacia di interventi per la rimozione degli inquinanti o per l’adattamento ai cambiamenti climatici e, soprattutto in questo ultimo caso, purtroppo, probabilmente le ricerche mancano perché si sta facendo troppo poco nel concreto.</p>
<p>Interventi per cui manca una documentazione robusta dell’efficacia, ma che in molti casi hanno dato i loro frutti sono le reintroduzioni. Per esempio l’orice arabo, grossa antilope dalle lunghe e appuntite corna, estinto in natura nel 1972, oggi conta una popolazione di migliaia di individui grazie a <a href="https://www.iucn.org/content/a-grain-hope-desert" rel="noopener">programmi</a> di riproduzione in cattività e rilascio in natura in diversi Paesi tra cui Oman, Arabia Saudita, Giordania. Anche il condor della California, grande avvoltoio dal piumaggio scuro e un’apertura alare di quasi tre metri, è stato <a href="https://storymaps.arcgis.com/stories/38df4a23a32d4bbfbb85b61c261c36a1" rel="noopener">salvato</a> da una imminente estinzione (ne restavano circa una ventina in natura) grazie a un programma di riproduzione in cattività. E le reintroduzioni hanno giocato un ruolo chiave per molte specie di mammiferi erbivori anche in Italia, tra cui l’iconico caso dello <a href="https://www.pngp.it/natura-e-ricerca/fauna/praterie-e-ambienti-rocciosi/lo-stambecco" rel="noopener">stambecco alpino</a> e del <a href="https://www.camoscioappenninico.it/camoscioappenninico.it/it/contenuti/il-camoscio-appenninico.html" rel="noopener">camoscio appenninico</a>, splendidi animali delle alte vette montane, entrambi ridotti a una manciata di esemplari a causa di un troppo intenso prelievo venatorio, ed entrambi tornati a popolare gran parte delle zone in cui erano scomparsi grazie allo spostamento di alcuni esemplari dalle popolazioni relitte.</p>
<p>Alcuni interventi di conservazione sono difficili da digerire proprio per una fetta della società che ha a cuore la natura, o meglio, alcuni animali. L’eradicazione e il controllo delle specie aliene invasive animali è spesso causa di grossi conflitti sociali che rischiano di minare l’efficacia delle misure di conservazione stesse, che, come abbiamo visto funzionano invece molto bene e tutelano la biodiversità. Questo si verifica in realtà solo per alcune specie di mammiferi e uccelli aliene invasive, animali attraenti esteticamente e con cui è forse più facile empatizzare. Basti pensare al conflitto sociale generato in Italia dal controllo dello scoiattolo grigio, causa provata dell’estinzione locale dello scoiattolo europeo, o dal più recente caso dei mufloni dell’isola del Giglio, oggetto di un intervento di rimozione per la salvaguardia della vegetazione endemica insulare. Al contrario, il granchio blu o la zanzara tigre o la vespa velutina, per citarne qualcuno, non suscitano nessun tipo di risposta emotiva.</p>
<p>Uno degli argomenti principali degli oppositori agli interventi su alcune specie animali aliene è che la natura fa il suo corso, che noi siamo a tutti gli effetti parte della natura e che quindi sia lecito lasciar vivere queste popolazioni invasive, eliminarle è una stupida crudeltà. Ma è un argomento che semplifica la complessità della fitta rete di relazioni tra specie evolutesi nel tempo e che garantiscono la funzionalità degli ecosistemi, oltre a non tenere minimamente in conto del fatto che una estinzione è per sempre. «Tutto il campo della conservazione è mirato a rimediare agli impatti che abbiamo causato noi umani», dice Genovesi. «Non è che noi vogliamo cambiare i cicli naturali dei vulcani, delle maree, interveniamo solo dove l&rsquo;uomo fa disastri. Tutto è naturale, la caccia è naturale, però certo, se poi stermini tutti i rinoceronti, forse intervenire per fermarla può essere una buona idea. L&rsquo;uomo ha sempre lasciato i suoi residui fin da 10.000 anni fa nel terreno e nei fiumi. Però se ci sono industrie che rilasciano tonnellate di sostanze tossiche, possiamo essere d’accordo che regolamentarle sia una buona idea. L&rsquo;uomo ha sempre portato con sé organismi nei suoi viaggi, certo, ma adesso sappiamo che da un capo all&rsquo;altro del mondo, provoca disastri e che la forma più efficace di conservazione che possiamo attuare, è quella di limitare e togliere specie invasive, una volta presenti in un’area. Quando noi portiamo i ratti sulle isole, in poco tempo osserviamo l&rsquo;estinzione di tantissime specie, basti pensare alle Galapagos. Il serpente bruno degli alberi, ha praticamente estinto quasi tutte le specie di uccelli presenti nell&rsquo;isola di Guam. Se consideriamo che le cose che fa l&rsquo;uomo sono parte della natura, allora questo ragionamento dovremmo estenderlo all&rsquo;urbanizzazione, la caccia, l&rsquo;inquinamento e la distruzione degli habitat naturali. Non credo che sia l&rsquo;approccio giusto se vogliamo tutelare gli ecosistemi naturali. Capisco che le azioni che vengono fatte sulle specie invasive non siano affascinanti. È più bello liberare un uccellino dalla gabbietta che ucciderne uno, però abbiamo imparato nel corso degli anni che a volte liberare un uccellino può avere effetti negativi e che a volte togliere un animale esotico nelle prime fasi dell&rsquo;espansione può essere molto positivo».</p>
<p>Ma il punto principale, sottolinea Genovesi è lavorare in modo efficace sulla prevenzione oggi e domani. Impedire l’ingresso di organismi alieni è la migliore strategia per la conservazione della biodiversità, e minimizza anche gli aspetti etici degli interventi. «Le azioni di conservazione in alcuni campi hanno senso soprattutto se lavoriamo su ambiti di prevenzione che non di cura degli impatti. Questo vale per le specie aliene invasive, per l’utilizzo sostenibile delle risorse con la regolamentazione della pesca e della caccia, la creazione di aree tutelate dove alcune attività umane sono limitate. Ma ovviamente in alcuni casi l&rsquo;intervento è necessario per rimediare agli squilibri creati. Speriamo che prima o poi la Restoration law venga realmente applicata in Europa, potrebbe essere un buon segnale per cercare di arrestare la perdita di biodiversità». La Nature Restoration Law, è la proposta di legge europea che punta a un ripristino degli habitat danneggiati e a un uso sostenibile delle risorse, ma dopo un lungo, osteggiato e strumentalizzato percorso, oggi la sua approvazione è ferma a causa dell&rsquo;opposizione di una serie di Paesi, tra cui l&rsquo;Italia, l&rsquo;Ungheria e la Polonia (su <em>Scienza in rete</em> ne abbiamo <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/approvata-legge-ripristino-natura-europea-vittoria-meta/">parlato qui</a>).</p>
<p>Perché la conservazione funzioni ci vogliono politiche idonee, fondi strutturali adeguati e personale dedicato. «Speriamo che il nostro studio e altri documenti simili ispirino i governi e la società civile, i privati e le aziende a incrementare davvero gli investimenti in cose che funzionano come la conservazione per aiutare il pianeta e a porre fine agli investimenti che stanno lavorando contro di noi. Un esempio sono le sovvenzioni ai combustibili fossili, che, secondo i dati del 2022 sono state di 7.000 miliardi di dollari, che è una cifra enorme, 13 volte superiore alla somma più alta stimata per implementare un programma di conservazione globale per proteggere e ripristinare la natura», conclude Penny Langhammer. Ai governanti, ma anche a noi tutti, la scelta di investire nel futuro del pianeta, forse meno splendente nell’immediato del <em>business as usual</em>, ma sicuramente di una lungimirante luminosità.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>L’Europa è impreparata per affrontare i rischi climatici</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/europa-impreparata-affrontare-rischi-climatici/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/europa-impreparata-affrontare-rischi-climatici/</guid><pubDate>Wed, 08 May 2024 08:15:00 +0100</pubDate><dc:creator>Riccardo Lo Bue</dc:creator><category>clima</category><description>Il primo marzo scorso l’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) ha pubblicato i risultati della prima valutazione europea dei rischi climatici.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/europa-impreparata-affrontare-rischi-climatici-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/europa-impreparata-affrontare-rischi-climatici-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il primo marzo scorso l’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) ha pubblicato i risultati della prima valutazione europea dei rischi climatici, <a href="https://www.eea.europa.eu/publications/european-climate-risk-assessment" rel="noopener">European Climate Risk Assessment</a> (EUCRA). Il report evidenzia che le politiche e gli interventi di adattamento adottate in Europa non procedono con la stessa rapidità con cui stanno evolvendo i rischi climatici. <br>
Il 2023 è stato l’anno più caldo mai registrato e la media globale della temperatura nel periodo tra febbraio 2023 e gennaio 2024 ha superato i livelli preindustriali di 1,5°C. L&rsquo;Europa è il continente con il riscaldamento più rapido a livello globale. Il caldo estremo, un tempo relativamente raro, sta diventando più frequente mentre le precipitazioni estreme stanno aumentando di intensità e negli ultimi anni si sono verificate inondazioni catastrofiche in varie regioni europee. Allo stesso tempo, l’Europa meridionale è soggetta a un notevole calo delle precipitazioni e a siccità più gravi.</p>
<h2 id="i-rischi-climatici-variano-in-base-ad-aspetti-geografici-e-socio-economici">I rischi climatici variano in base ad aspetti geografici e socio-economici</h2><p>Il rischio (<em>risk</em>) dipende dall’esposizione di persone e beni ad un determinato pericolo (<em>hazard</em>) e dalle condizioni ambientali e socioeconomiche che determinano la loro vulnerabilità a questo pericolo. I rischi climatici, quindi, variano notevolmente in funzione delle regioni geografiche, dei settori economici e dai gruppi di soggetti vulnerabili colpiti da un determinato pericolo.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/europa-impreparata-affrontare-rischi-climatici-body-1.png.webp" alt="Tendenze osservate e previste nei principali fattori di rischio climatico in diverse regioni europee" width="642" height="600" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Tendenze osservate e previste nei principali fattori di rischio climatico in diverse regioni europee. <em><a href="https://www.eea.europa.eu/publications/european-climate-risk-assessment" rel="noopener">Fonte European climate risk assessment Executive summary pagina 5</a></em></p>

<p>Le regioni del sud Europa, le aree costiere basse e le <a href="https://eur-lex.europa.eu/IT/legal-content/glossary/outermost-regions.html#:~:text=L%27Unione%20europea%20%28UE%29,le%20sue%20leggi%20e%20obblighi." rel="noopener">regioni ultraperiferiche UE</a> sono hotspot per molteplici rischi climatici. L’Europa meridionale è particolarmente esposta ai rischi dovuti al crescente impatto del caldo e della siccità sulla produzione agricola, sul lavoro all’aperto, sul turismo estivo e sugli incendi.<br>
Le regioni costiere basse, comprese molte città densamente popolate, sono a rischio di inondazioni, erosione e intrusione di acqua salata nelle falde acquifere, tutte minacce ulteriormente aggravate dall&rsquo;innalzamento del livello del mare.<br>
Le regioni ultraperiferiche dell’UE, infine, si trovano ad affrontare rischi causati dalla loro posizione remota, dalle infrastrutture più deboli e dalla limitata diversificazione economica.</p>
<h2 id="il-cambiamento-climatico-è-un-moltiplicatore-di-rischi">Il cambiamento climatico è un moltiplicatore di rischi</h2><p>I rischi associati ai pericoli climatici dipendono anche da fattori di rischio non climatici; infatti, l’uso insostenibile del territorio, la gestione inadeguata delle risorse idriche, la perdita di biodiversità, l’eutrofizzazione e l’inquinamento aumentano la vulnerabilità degli ecosistemi ai rischi climatici, amplificando le minacce già esistenti e innescando rischi a cascata che possono diffondersi da una regione all’altra e propagarsi a più sistemi tra loro interconnessi.<br>
Per esempio, il rischio crescente di gravi siccità e le ondate di calore estremo costituiscono una minaccia per l’industria, le centrali e le reti elettriche, le reti idriche e di trasporto. Le reti infrastrutturali sono spesso interconnesse, quindi un guasto in un punto della rete può estendersi anche ad altre regioni e Paesi. I danni a queste infrastrutture critiche possono influenzare a loro volta quasi tutti gli aspetti della società, dall’economia alla salute umana. Viceversa, anche gli impatti climatici sulla salute e sul benessere umano, compresi quelli dei lavoratori, possono influenzare a loro volta la produttività e il fabbisogno di risorse del sistema sanitario, e quindi dell’economia in generale.<br>
Le precipitazioni estreme e le inondazioni su vasta scala che si sono verificate in Germania e Belgio nel 2021 hanno causato 44 miliardi di euro di danni e oltre 200 morti. In Slovenia nel 2023 i danni stimati a seguito dell’alluvione ammontavano circa al 16% del PIL nazionale. Questi eventi, in combinazione con altri fattori di rischio economico, finanziario o geopolitico, possono superare le capacità finanziarie dei Paesi colpiti, arrivando a minare la disponibilità di risorse economiche necessarie per altri settori, come per esempio la sanità.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/europa-impreparata-affrontare-rischi-climatici-body-2.png.webp" alt="Collegamenti tra fattori di rischio e cluster di rischi climatici valutati" width="552" height="820" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Collegamenti tra fattori di rischio e cluster di rischi climatici valutati <em><a href="https://www.eea.europa.eu/publications/european-climate-risk-assessment" rel="noopener">Fonte European climate risk assessment Executive summary pagina 9</a></em></p>

<p>La consapevolezza dei fattori di rischio non climatici e delle cascate di rischio è fondamentale per ridurre i rischi climatici perché offre diversi possibili obiettivi per le strategie di riduzione del rischio. Spesso è più efficace affrontare un rischio all’inizio della cascata piuttosto che a valle.</p>
<p>È necessario che politiche globali di adattamento prevengano il deterioramento delle risorse che stanno alla base dei bisogni umani fondamentali, come gli ecosistemi, il cibo e la salute, promuovendo al tempo stesso la resilienza dei sistemi economico-sociali e delle infrastrutture.<br>
Un’infrastruttura ben mantenuta con sistemi di ridondanza ha meno probabilità di collassare durante un evento estremo rispetto a un’infrastruttura obsoleta; così come servizi sanitari efficienti, con piani d’azione per affrontare gli effetti sulla salute delle ondate di calore, hanno meno probabilità di essere sopraffatti rispetto ai servizi sanitari che sono già in difficoltà quotidianamente.<br>
Le politiche di adattamento devono anche considerare le disuguaglianze preesistenti e l’onere sproporzionato che grava sui gruppi vulnerabili più colpiti dalla mancanza di servizi essenziali.</p>
<h2 id="diversi-rischi-climatici-hanno-già-raggiunto-livelli-critici">Diversi rischi climatici hanno già raggiunto livelli critici</h2><p>Il report ha individuato e analizzato i 36 maggiori rischi climatici per l’Europa e li ha suddivisi in 5 gruppi: ecosistemi, cibo, salute, infrastrutture ed economia e finanza. Più della metà, 21 rischi su 36, richiedono ulteriori interventi e 8 di questi rischi climatici richiedono interventi urgenti. Circa un terzo dei rischi necessita di ulteriori studi e approfondimenti o di una revisione del quadro delle politiche per la loro gestione. Tutto ciò indica che le politiche volte alla mitigazione dei rischi climatici devono aumentare in termini di ambizione, portata e attuazione.<br>
Va anche tenuto conto che numerose misure volte a migliorare la resilienza richiedono tempi lunghi per la loro realizzazione, ciò rende necessari interventi urgenti anche per quei rischi che non hanno ancora raggiunto livelli critici.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/europa-impreparata-affrontare-rischi-climatici-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/europa-impreparata-affrontare-rischi-climatici-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/europa-impreparata-affrontare-rischi-climatici-body-3.png.webp 1058w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="Collegamenti tra fattori di rischio e cluster di rischi climatici valutati" width="1058" height="1399" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Collegamenti tra fattori di rischio e cluster di rischi climatici valutati. <em><a href="https://www.eea.europa.eu/publications/european-climate-risk-assessment" rel="noopener">Fonte European climate risk assessment Executive summary pagina 1</a>2</em></p>

<h2 id="gli-ecosistemi">Gli ecosistemi</h2><p>Il gruppo degli “Ecosistemi” è quello che richiede il maggior numero di “azioni urgenti” o che “necessita di ulteriori azioni”.<br>
I rischi per gli ecosistemi marini e costieri sono particolarmente gravi a causa dell’interazione tra fattori climatici, come le ondate di caldo, l’acidificazione e la carenza di ossigeno e fattori non climatici, quali l’inquinamento e l’eutrofizzazione, la pesca e altre attività antropiche. Ciò può comportare una sostanziale perdita di biodiversità e un declino dei servizi ecosistemici, propagando il rischio ad altri sistemi sociali. Per esempio l&rsquo;eutrofizzazione, causata dall&rsquo;inquinamento ed esacerbata dai fattori climatici, aumenta la proliferazione di alghe dannose e agenti patogeni nelle acque costiere, creando rischi per la salute umana.<br>
Gli ecosistemi costieri sono inoltre colpiti da erosione e inondazioni causati degli effetti combinati dell&rsquo;innalzamento del livello del mare e delle mareggiate da una parte e dagli argini dovuti alle infrastrutture costiere dall’altra. Ciò crea rischi critici con la conseguente necessità di adattamento sia per gli ecosistemi stessi, così come per le comunità che vivono nelle zone costiere.<br>
I principali rischi legati al clima per gli ecosistemi terrestri e di acqua dolce includono siccità più lunghe e gravi, cambiamenti nei modelli delle precipitazioni e aumento degli incendi. Questi rischi, uniti a pratiche insostenibili di gestione delle acque e delle attività industriali, possono portare a cambiamenti nella composizione delle biodiversità dovuti a cambiamenti negli habitat, alterazione della salute del suolo e aumento delle specie esotiche invasive.<br>
L&rsquo;UE e i suoi Stati membri dovrebbero attuare politiche per il mantenimento e il ripristino degli ecosistemi, soprattutto marini e costieri, in particolare minimizzando le pressioni antropiche. <br>
Il rimboschimento, la conservazione e il ripristino delle foreste possono contribuire sia alla mitigazione sia all’adattamento al cambiamento climatico. A tal fine, gli ecosistemi trarranno vantaggio dall&rsquo;attuazione da parte degli Stati membri della normativa sul ripristino della natura promulgata dall’UE. Tuttavia le politiche ad oggi adottate dovrebbero essere rafforzate.</p>
<h2 id="la-sicurezza-alimentare">La sicurezza alimentare</h2><p>Tra i rischi riguardanti la produzione alimentare, quelli relativi alla produzione agricola sono i più urgenti. Nell’Europa meridionale i cattivi raccolti e i rendimenti ridotti hanno già raggiunto un rischio critico durante i periodi di siccità prolungata e caldo eccessivo. La gravità dei fenomeni dipende, anche in questo caso, da fattori non climatici che variano su base regionale, come le condizioni idrologiche e lo stato degli impianti irrigazione. Inoltre, i cambiamenti climatici possono aumentare la frequenza di alluvioni, piogge intense e gelate, oltre che contribuire alla diffusione di fitopatie, tutti eventi che possono danneggiare i raccolti. <br>
La sicurezza alimentare in Europa dipende anche dall’importazione dall’estero. Secondo il report, i rischi legati alla produzione di cibo e all’interruzione della catena di distribuzione di prodotti alimentari, provenienti dai Paesi extraeuropei, aumenteranno rapidamente a causa degli impatti climatici ancora più elevati in questi Paesi e dell’aumento della domanda dovuta alla crescita della popolazione globale.<br>
Le principali politiche dell’UE relative alla produzione alimentare, la politica agricola comune (PAC) e la politica comune della pesca (PCP), non affrontano adeguatamente i rischi climatici e le esigenze di adattamento.<br>
Per affrontare i rischi climatici relativi alla produzione e alla sicurezza alimentare occorre attuare politiche sia per la trasformazione dei sistemi di produzione alimentare, sia per l’influenzare la domanda e migliorare l’accesso al cibo per tutta la popolazione. Sono necessari maggiori sforzi per gestire il rischio di siccità prolungata. Occorre dunque sostenere colture più resistenti alla siccità e colture a minore consumo idrico, favorire modelli di agricoltura sostenibile come l’agricoltura rigenerativa.<br>
Anche politiche volte a cambiamenti nella dieta della popolazione possono contribuire a migliorare la sicurezza alimentare. Un passaggio parziale dagli alimenti di origine animale a quelli di origine vegetale, come previsto dalla strategia <a href="https://food.ec.europa.eu/horizontal-topics/farm-fork-strategy_en" rel="noopener">Farm to Fork</a>, può ridurre il consumo di acqua per la produzione alimentare, nonché la dipendenza dai mangimi provenienti da Paesi extraeuropei.</p>
<h2 id="la-salute">La salute</h2><p>I cambiamenti climatici minacciano la salute sia a livello individuale sia a livello sistemico mettendo sotto pressione i sistemi sanitari. I maggiori rischi sono connessi alle ondate di calore e al rischio di malattie, un tempo tipicamente tropicali. <br>
Il calore estremo espone gran parte della popolazione allo stress da caldo, in particolare nell’Europa meridionale e occidentale. Secondo le stime del report, il caldo record dell’estate 2022 ha causato tra i 60.000 e i 70.000 morti Europa, nonostante i considerevoli investimenti nei piani d’azione per la tutela della salute dei cittadini durante le ondate di calore.<br>
Estati più calde, inverni più miti, inondazioni più frequenti e siccità prolungate stanno creando condizioni favorevoli alla diffusione di numerose malattie infettive trasmesse dall’acqua e dagli alimenti come quelle da campylobacter e salmonella. Inoltre, le temperature più alte stanno facilitando la migrazione verso nord degli insetti vettori di malattie e la loro diffusione ad altitudini più elevate. L’Europa meridionale, per esempio, è già abbastanza calda affinché le zanzare possano trasmettere malattie come il dengue e chikungunya.<br>
Anche gli incendi, favoriti dalle temperature più alte, costituiscono una minaccia per la salute umana, sia per il rischio di feriti causati dall’incendio stesso, sia per le intossicazioni causate dal fumo.<br>
I rischi per la salute legati al clima sono maggiori per i soggetti fragili, come bambini, anziani, persone con disabilità e coloro che sono immunocompromessi o hanno altre condizioni mediche preesistenti. <br>
Anche i fattori socio-economici influenzano il modo in cui i cambiamenti climatici e le condizioni meteorologiche estreme influiscono sulla salute umana. I soggetti che vivono in abitazioni con scarso isolamento termico, in quartieri urbani densamente abitati o all’interno di isole di calore e con accesso limitato ad aria condizionata e all’acqua potabile sono maggiormente a rischio durante le ondate di caldo.<br>
Inoltre, le strutture sanitarie potrebbero essere compromesse da eventi climatici estremi, quali le alluvioni, acuendo l’emergenza sanitaria.<br>
Le politiche sanitarie sono principalmente responsabilità degli Stati membri. <br>
L’UE sta già adottando misure per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici sulle malattie infettive. Ciò viene fatto attraverso iniziative politiche, come <a href="https://health.ec.europa.eu/funding/eu4health-programme-2021-2027-vision-healthier-european-union_it" rel="noopener">EU4Health</a>. Inoltre, diversi servizi della Commissione e agenzie dell’UE garantiscono un’adeguata preparazione e risposta a possibili future epidemie. <br>
Tuttavia, l’UE potrebbe supportare gli Stati membri nell’attuazione di politiche che mirino a rendere i sistemi sanitari pronti ad affrontare i rischi climatici, rafforzando e armonizzando i sistemi di sorveglianza delle malattie correlate al cambiamento climatico, sostenendo programmi di controllo dei vettori e delle malattie infettive, compresi i programmi di vaccinazione laddove esistono vaccini, incentivando la formazione continua per gli operatori sanitari affinché possano imparare a identificare malattie che non erano presenti in un dato Paese.<br>
Inoltre, potrebbe rafforzare il meccanismo europeo di protezione civile. Ciò sosterrebbe la mobilitazione transfrontaliera del personale medico e delle forniture durante le emergenze sanitarie legate al clima. <br>
L’UE può utilizzare la propria funzione legislativa, inclusa la European Framework Directive for Safety and Health at Work, per proteggere i lavoratori all’aperto dal caldo estremo.</p>
<h2 id="le-infrastrutture">Le infrastrutture</h2><p>Gli edifici e le infrastrutture in Europa sono sempre più spesso minacciati da eventi meteorologici estremi. Tali eventi possono interrompere i servizi essenziali, tra cui l’approvvigionamento idrico, le reti di trasporto ed energetiche. Il sistema energetico nell&rsquo;Europa meridionale è già esposto a rischi rilevanti causati dal caldo e della siccità prolungata, che si ripercuotono sulla produzione, sulla trasmissione e sui picchi di domanda di energia. Le nuove infrastrutture energetiche nelle regioni con scarsità d’acqua dovrebbero essere il più efficienti possibile dal punto di vista idrico ed essere pianificate tenendo conto delle proiezioni climatiche e delle richieste potenzialmente concorrenti di altri settori, come per esempio l’agricoltura.<br>
La <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32022L2557" rel="noopener">Direttiva sulla resilienza delle entità critiche</a> adottata nel 2022 offre importanti opportunità per valutare e migliorare la resilienza delle infrastrutture critiche in Europa, indipendentemente dal fatto che siano di proprietà pubblica o privata. Queste opportunità dovrebbero essere sfruttate al meglio, anche per quanto riguarda la resilienza ai cambiamenti climatici e agli eventi estremi.<br>
Attualmente sono in fase di aggiornamento gli <a href="https://eurocodes.jrc.ec.europa.eu/" rel="noopener">Eurocodici</a>, norme europee per orientare la progettazione strutturale degli edifici e delle opere di ingegneria civile. Tuttavia, questi standard si basano in gran parte su dati climatici storici. Per tenere conto dei futuri rischi climatici durante la vita delle attuali infrastrutture, questi standard devono incorporare proiezioni climatiche basate su analisi di scenari, compresi gli scenari peggiori per infrastrutture particolarmente critiche.</p>
<h2 id="economia-e-finanza">Economia e finanza</h2><p>Le valutazioni attuali prevedono che il sistema macrofiscale e finanziario europeo corra seri rischi a causa degli impatti dei cambiamenti climatici. Gli eventi climatici estremi che causano ingenti danni possono comportare, tra le altre cose, una riduzione delle entrate fiscali, un aumento della spesa pubblica, un abbassamento del rating creditizio e un aumento del costo del debito pubblico.<br>
Anche il settore privato è esposto a notevoli rischi, in particolare il mercato immobiliare e il settore assicurativo. L’intensificarsi degli impatti climatici può aumentare ulteriormente i premi assicurativi e le istituzioni finanziarie sono esposte ai rischi climatici derivanti dall&rsquo;aumento della probabilità di default e dalla perdita di valore delle attività. Le aziende europee, comprese le imprese e i servizi nei settori essenziali, sono esposte ai rischi derivanti dalle interruzioni delle catene di approvvigionamento legate al clima, che possono essere ulteriormente aggravate da altri fattori, tra cui le tensioni geopolitiche.<br>
Con una maggiore consapevolezza del rischio finanziario legato al clima, i mercati finanziari e le aziende valuteranno sempre più i rischi climatici e ne terranno conto per i loro investimenti. Ciò potrebbe comportare disinvestimenti o uscite da settori e regioni ad alto rischio, con possibili ricadute sulle famiglie e sul settore pubblico.</p>
<h2 id="leuropa-è-impreparata-per-affrontare-gli-scenari-più-critici">L’Europa è impreparata per affrontare gli scenari più critici</h2><p>Il report evidenzia come le attuali valutazioni del rischio climatico tendano a sottostimare il rischio complessivo, che è dato anche dall’interazione tra fattori climatici e non climatici, e da scenari improbabili ma plausibili.<br>
Le attuali politiche di adattamento europee si concentrano in gran parte su scenari intermedi, e trascurano gli scenari a bassa probabilità e ad alto impatto, i cosiddetti rischi di coda. Poiché gli eventi meteorologici estremi degli ultimi anni suggeriscono sempre più che gli effetti del cambiamento climatico probabilmente supereranno molti scenari previsti dai modelli climatici, sarebbe saggio che le politiche di adattamento e mitigazione siano sviluppate considerando anche gli impatti dei rischi più estremi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (PNACC): un'analisi giuridica e scientifica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/piano-nazionale-adattamento-cambiamenti-climatici-pnacc-unanalisi-giuridica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/piano-nazionale-adattamento-cambiamenti-climatici-pnacc-unanalisi-giuridica/</guid><pubDate>Thu, 02 May 2024 10:01:00 +0100</pubDate><category>ambiente</category><description>Il 20 febbraio scorso è stato pubblicato il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (PNACC).</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/piano-nazionale-adattamento-cambiamenti-climatici-pnacc-unanalisi-giuridica-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/piano-nazionale-adattamento-cambiamenti-climatici-pnacc-unanalisi-giuridica-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 20 febbraio scorso è stato pubblicato il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (PNACC). In considerazione dell’importanza del documento e della rilevanza degli aspetti giuridici e scientifici coinvolti, la direzione della <em>Rgaonline</em> e la redazione di <em>Scienza in rete</em>, due riviste che, nei diversi settori del diritto e dell’informazione scientifica, da tempo collaborano condividendo articoli, contributi e riflessioni in materia di ambiente, hanno deciso di organizzare un esame congiunto del Piano. In questo numero pubblichiamo quindi i commenti pervenuti da collaboratori delle due riviste. Il PNACC è stato approvato dal Ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica con un decreto del 21 dicembre 2023 ed è consultabile sul sito del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, al link: <a href="https://www.mase.gov.it/notizie/clima-approvato-il-piano-nazionale-di-adattamento-ai-cambiamenti-climatici" rel="noopener"><em>Clima: Approvato il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici | Ministero dell&rsquo;Ambiente e della Sicurezza Energetica (mase.gov.it)</em></a> e sulla piattaforma nazionale adattamento cambiamenti climatici, al link: <a href="https://climadat.isprambiente.it" rel="noopener">https://climadat.isprambiente.it</a>.</p>
<p>Rinviando ai contributi che trattano specificatamente alcuni aspetti del PNACC, offriamo qui alcuni dati generali. Il PNACC è lo strumento di attuazione della <a href="https://www.mase.gov.it/pagina/strategia-nazionale-di-adattamento-ai-cambiamenti-climatici" rel="noopener">Strategia nazionale di adattamento ai cambiamento climatici</a> del 2015, cui è affidato il compito di indicare le modalità per affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici come definiti nella Strategia europea di adattamento ai cambiamenti climatici adottata nel 2013 e successivamente modificata nel 2021.</p>
<p>L’approvazione del Piano ha richiesto sei anni: la prima bozza è stata pubblicata nel 2018 dal governo Gentiloni, ma non è stata adottata dai tre governi successivi (i due di Giuseppe Conte e quello guidato da Mario Draghi). Nel 2022 Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica del governo guidato da Giorgia Meloni, ha pubblicato una nuova bozza, avviando la fase di consultazione. Il 21 dicembre 2023 è arrivata l’approvazione definitiva.</p>
<p>Nel frattempo, nel dicembre del 2018 la Francia ha pubblicato il suo secondo PNACC per il periodo 2018-2022 (il Piano può essere consultato <a href="http://www.ecologie.gouv.fr/sites/default/files/2018.12.20_PNACC2.pdf" rel="noopener">qui</a>, mentre un esame critico è in A. Anisimov, L. Vallejo, A. Magnan, <a href="https://www.jstor.org/stable/resrep52334" rel="noopener"><em>L’adaptation au changement climatique en France: focus sur le cadre national, Institute for Sustainable Development and International Relations</em></a> (IDDRI), 2019), mentre la Spagna ha pubblicato il proprio <a href="http://www.miteco.gob.es/content/dam/miteco/es/cambio-climatico/temas/impactos-vulnerabilidad-y-adaptacion/pnacc-2021-2030-en_tcm30-530300.pdf" rel="noopener">piano</a> nel 2021.</p>
<p>L’obiettivo dichiarato dal PNACC è “fornire un quadro di indirizzo nazionale per l’implementazione di azioni finalizzate a ridurre al minimo possibile i rischi derivanti dai cambiamenti climatici, a migliorare la capacità di adattamento dei sistemi socioeconomici e naturali, nonché a trarre vantaggio dalle eventuali opportunità che si potranno presentare con le nuove condizioni climatiche”. Il Piano è articolato in cinque aree: il quadro giuridico di riferimento, il quadro climatico nazionale, gli impatti dei cambiamenti climatici e le vulnerabilità settoriali, le misure e le azioni di adattamento e, da ultimo, la governance per la quale è prevista l’istituzione di un Osservatorio nazionale composto dai rappresentanti delle Regioni e degli enti locali.</p>
<p>Le misure e le azioni di adattamento sono articolate in 361 azioni (sono solo 58 nel PNACC francese) suddivise in 18 settori: acquacoltura, agricoltura, dissesto geologico, idrologico e idraulico, desertificazione, ecosistemi delle acque interne e di transizione, ecosistemi marini, energia, ecosistemi terrestri, foreste, industrie e infrastrutture pericolose, insediamenti urbani, patrimonio culturale, pesca marittima, risorse idriche, salute, trasporti, turismo, zone costiere.</p>
<p>Per ciascuna di esse è descritto il contenuto, quali sono gli enti di riferimento, quali sono gli obiettivi e le modalità di valutazione dell’esito.</p>
<p>Ciascuna azione è inoltre classificata in tre diverse tipologie: “soft”, “green” e “grey”.</p>
<p>“Soft” indica iniziative di comunicazione, governance, partecipazione mentre le azioni “green” e “grey” prevedono interventi sul territorio; di questi gli interventi “green” sfruttano le potenzialità della natura per attuare politiche di adattamento, gli interventi “grey” prevedono opere su impianti e infrastrutture. Su 361 azioni 250, quindi il 70%, sono “soft” e non prevedono alcun intervento effettivo di adattamento, ma solo azioni per creare consapevolezza.</p>
<p>La parte riguardante i finanziamenti occupa quattro pagine nelle quali si citano i programmi europei, nazionali e regionali esistenti a cui fare riferimento, senza alcuna previsione di spese effettive. In un file Excel alla colonna R sono indicati i costi degli interventi: quasi tutte le caselle sono però vuote.</p>
<p>In sostanza, un piano di adattamento senza investimenti e finanziamenti. Per esempio, il settore delle foreste, per il quale è previsto il maggior numero di misure prevede solo 3 interventi “grey” corrispondenti alla realizzazione di opere o interventi concreti. Ha <a href="http://www.legambiente.it/comunicati-stampa/approvato-il-piano-nazionale-di-adattamento-ai-cambiamenti-climatici/" rel="noopener">commentato</a> Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente: «Per attuare il PNACC sarà fondamentale stanziare le risorse economiche necessarie, ad oggi ancora assenti e non previste neanche nell’ultima legge di bilancio, altrimenti il rischio è che il piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici resti solo sulla carta».</p>
<h2 id="indice">Indice</h2><p><a href="https://www.scienzainrete.it/node/20154">L’adattamento al cambiamento climatico nella scienza</a>, <em>Luca Carra</em></p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/node/20148">L’adattamento al cambiamento climatico nel diritto internazionale</a>, <em>Stefano Nespor</em></p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/node/20149">L’adattamento al cambiamento climatico nel diritto comunitario</a>, <em>Luciano Butti</em></p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/raccolte/piano-nazionale-cambiamenti-climatici/pnacc-poca-attenzione-salute/">PNACC: poca attenzione alla salute</a>, <em>Paolo Vineis</em></p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/node/20162">La comunicazione dell’adattamento al cambiamento climatico nel PNACC</a>, <em>Simona Re</em></p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/raccolte/piano-nazionale-cambiamenti-climatici/processo-approvazione-green-deal/">Processo di approvazione del PNACC e collegamento con il Green Deal</a>, <em>Dario Bevilacqua</em></p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/raccolte/piano-nazionale-cambiamenti-climatici/danno-ambientale-danno-climatico/">Differenze tra danno ambientale e danno climatico</a>, <em>Emanuela Gallo</em> e* Federico Vanetti*</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/node/20155">La dimensione regionale e locale dell’adattamento ai cambiamenti climatici</a>, <em>Lorenzo Ugolini</em></p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/raccolte/piano-nazionale-cambiamenti-climatici/tutela-biodiversita-pnacc/">La tutela della biodiversità nel Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici</a>,* Laura Scillitani*</p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/raccolte/piano-nazionale-cambiamenti-climatici/adattamento-risorse-idriche/">Adattamento climatico e risorse idriche nel PNACC</a>, <em>Claudia Galdenzi</em></p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/raccolte/piano-nazionale-cambiamenti-climatici/rischio-geo-idrologico/">Cambiamento climatico e rischio geo-idrologico: reinventare la ruota senza mai agire</a>, <em>Francesco Comiti</em></p>
<p><a href="https://www.scienzainrete.it/node/20159">L’applicazione al clima dei principi sull’ambiente e la tutela dei diritti umani</a>, <em>Fabio Cusano</em> e <em>Riccardo Stupazzini</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>L’adattamento al cambiamento climatico nel diritto internazionale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/adattamento-cambiamento-climatico-diritto-internazionale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/adattamento-cambiamento-climatico-diritto-internazionale/</guid><pubDate>Thu, 02 May 2024 10:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefano Nespor</dc:creator><category>ambiente</category><description>La disciplina italiana dell’adattamento al cambiamento climatico posta da PNACC si può considerare il terzo livello della regolamentazione di quello che è il.</description><content:encoded><![CDATA[<h2 id="1i-tre-livelli-delladattamento">1.I tre livelli dell’adattamento</h2><p>La disciplina italiana dell’adattamento al cambiamento climatico posta da PNACC si può considerare il terzo livello della regolamentazione di quello che è il secondo pilastro del contenimento del cambiamento climatico.</p>
<p>Il primo è il livello internazionale, dove il riconoscimento dell’adattamento come secondo pilastro della strategia per contenere il cambiamento climatico è giunto a compimento con l’Accordo di Parigi.</p>
<p>Il secondo è il livello dell’Unione europea che si avvia con la comunicazione della Commissione del 2021 “Plasmare un&rsquo;Europa resiliente ai cambiamenti climatici – La nuova strategia dell&rsquo;UE di adattamento ai cambiamenti climatici”.</p>
<p>Il terzo livello è costituito dai piani e dalle strategie adottate a livello nazionale, rappresentato, per l’Italia, dal PNACC.</p>
<h2 id="2-il-livello-internazionale-cenni-storici">2. Il livello internazionale: cenni storici.</h2><p>Inizialmente a livello internazionale per affrontare il cambiamento climatico fu prescelta un’unica strategia, la <em>mitigazione</em>, consistente in interventi di riduzione dei gas serra immessi nell’atmosfera o di rimozione dei gas serra già presenti, in modo da stabilizzarne la concentrazione a un livello considerato accettabile per evitare l’aumento di temperatura globale. Fu trascurata la strategia di <em>adattamento</em>, cioè l’adozione di politiche idonee a ridurre gli effetti e le conseguenze negative del cambiamento climatico e, se possibile, a sfruttare le conseguenze positive, limitando i danni in attesa dell’eliminazione delle sue cause mediante gli interventi di mitigazione. Per molto tempo l’adattamento era considerato “un’idea inaccettabile e politicamente scorretta”, in quanto espressione di un rifiuto di impegnarsi per limitare le emissioni o, ancor peggio, di un sostegno alle ragioni dei produttori di petrolio. Era presente in queste valutazioni anche una forte componente etica, in base alla quale la responsabilità del contenimento del cambiamento doveva gravare su chi aveva ampiamente sfruttato i benefici e i vantaggi che ora avevano condotto all’emergenza.</p>
<p>I costi sociali e economici del ritardo dovuto alla scelta iniziale di attuare esclusivamente una strategia di mitigazione sono stati elevati, anche se nel giro di pochi anni si è avviato il processo che ha condotto a considerare l’adattamento come il secondo pilastro della lotta contro il cambiamento climatico.</p>
<p>Il mutamento di prospettiva è segnalato dai rapporti dell’IPCC.</p>
<p>Nel primo Rapporto del 1990 l’adattamento è preso molto succintamente in considerazione nel terzo volume, <em>The IPCC Response Strategies</em>.</p>
<p>Passano dieci anni e il terzo Rapporto del 2001 dedica all’adattamento l’intero secondo volume (denominato <em>Impacts, Adaptation and Vulnerability</em>), mentre la mitigazione è trattata nel terzo volume. Il Rapporto avverte che le strategie di adattamento devono divenire complementari a quelle di mitigazione e saranno necessarie per molti decenni, e forse secoli: “l’adattamento è necessario sia nel breve che nel lungo periodo per contenere l’impatto del riscaldamento globale che si verificherà anche negli scenari più ottimistici. Inoltre, esso può avere benefici immediati per i sistemi sociali e ecologici, riducendo la vulnerabilità a fronte di futuri cambiamenti e di rischi climatici e aumentando le capacità degli uomini e dei sistemi ecologici di adeguarsi”.</p>
<p>Il mutamento di rotta è confermato nel 4° Rapporto del 2007 ove si chiarisce che “il processo di adattamento è necessario nel breve e nel lungo periodo per il surriscaldamento che si produrrà anche nella migliore ipotesi di mitigazione del cambiamento” sicché “l’adattamento deve divenire una strategia parallela agli sforzi di mitigazione in quanto i rischi derivanti dal cambiamento climatico potrebbero aumentare in modo consistente se essa non venga posta in essere.</p>
<p>Si giunge così all’Accordo di Parigi del 2015 che avvia una nuova strategia per affrontare il cambiamento climatico basata sui due pilastri della mitigazione e dell’adattamento. Così l’adattamento passa da presenza sospetta e indesiderata a componente essenziale del contrasto al cambiamento climatico.</p>
<p>L’Accordo indica i principi fondamentali delle azioni di adattamento, specificando gli obiettivi, ponendo particolare attenzione a gruppi, comunità, ecosistemi particolarmente vulnerabili e la necessità di risolvere problemi di carattere giuridico, economico e sociale soprattutto nei paesi in via di sviluppo e in quelli particolarmente esposti agli impatti del cambiamento. Inoltre, l’accordo invita tutti gli Stati a presentare e aggiornare periodicamente una specifica comunicazione sull’adattamento.</p>
<h2 id="3-che-cosè-ladattamento-la-ricerca-di-una-definizione">3. Che cos’è l’adattamento? La ricerca di una definizione</h2><p>Il concetto di adattamento è restato per un lungo periodo sfuggente ed è tuttora utilizzato con vari significati nella letteratura scientifica, economica e giuridica. La ragione è data anche dall’ambivalenza dell’espressione che si riferisce sia alle attività poste in essere, sia al risultato che viene conseguito, sia alle finalità perseguite.</p>
<p>È certamente superata la concezione iniziale che riconduceva l’adattamento alla resilienza, alla capacità di un sistema naturale o sociale di assorbire i mutamenti conservando la propria modalità di funzionamento, un processo spontaneo che non aveva bisogno di interventi a livello internazionale.</p>
<p>Attualmente, restano molte incertezze sul contenuto e i limiti degli interventi riconducibili a questa strategia: se debba essere limitato a opere di adeguamento dei sistemi naturali o umani in risposta agli stimoli climatici attuali o attesi o ai loro effetti (quarto rapporto dell’IPCC), oppure se l’adeguamento sia finalizzato anche a far fronte a nuove condizioni determinate dal cambiamento climatico (Commissione dell’Unione europea), oppure ancora, secondo l’ampia definizione dell’UNDP, sia il “processo strutturato per lo sviluppo di strategie, politiche e misure finalizzate ad accrescere ed assicurare lo sviluppo umano di fronte al cambiamento climatico, inclusa la variabilità del clima”.</p>
<p>La concezione più semplice concepisce l’adattamento come una azione di riduzione della vulnerabilità o dell’esposizione ai cambiamenti del clima, incrementando le capacità di farvi fronte. Una seconda concezione inserisce anche azioni di correzione di situazioni esistenti, in modo da migliorare le modalità con le quali si possono affrontare gli effetti del cambiamento del clima. La terza concezione, indicata generalmente come adattamento trasformativo, consiste nel preparare l’assetto economico e sociale esistente per un futuro clima diverso da quello presente in modo da sfruttarne le potenzialità, limitando i danni. L’adattamento non è quindi limitato solo a prevenire gli effetti negativi del cambiamento, ma diviene anche un’opportunità per operare riforme politiche, economiche e sociali che modifichino le disuguaglianze esistenti e limitino comportamenti ambientalmente o climaticamente insostenibili: è quindi un’opportunità di creare un futuro diverso.¹</p>
<h2 id="4-la-finanza-delladattamento">4. La finanza dell’adattamento</h2><p>Per realizzare interventi di adattamento servono risorse finanziarie e piani di lungo periodo. A livello internazionale, l’attenzione è stata rivolta all’assistenza dei paesi più esposti agli effetti del cambiamento climatico (Most vulnerable developing countries): i paesi poveri (Least developed countries LDCs), le piccole isole (riunite nell’associazione AOSIS) e molti paesi africani colpiti da siccità, desertificazione e inondazioni, mediante la costituzione di appositi fondi.</p>
<p>Gli interventi finanziati dai Fondi per l’adattamento comportano la soluzione di enormi problemi per gli scienziati che si occupano dell’ambiente, dei sistemi naturali, della flora e della fauna. Altrettanto enormi sono i compiti che attendono i giuristi, gli economisti e gli scienziati sociali. Devono infatti affrontare gli aspetti di sicurezza e di sanità delle collettività interessate, i piani di sviluppo economico e produttivo delle aree nelle quali saranno effettuati gli interventi, la pianificazione della produzione e la riorganizzazione delle fonti energetiche, la dislocazione delle infrastrutture; infine, i problemi di riconversione agricola e in generale della produzione alimentare. Tutto ciò, nel quadro di un insieme coerente e efficace di risposte a cambiamenti imprevedibili e magari irreversibili che lacerano l’involucro della stazionarietà, la stabilità complessiva alla quale siamo abituati da secoli: ha osservato un noto giurista dell’ambiente che sarà il più grande esercizio di futurismo legale mai in precedenza concepito. I giuristi debbono cominciare a esaminare gli scenari dei futuri impatti del cambiamento climatico e domandarsi quali risposte darà il sistema legale ai problemi di adattamento: come dovrà modificarsi il diritto di proprietà, il diritto delle assicurazioni, i rapporti tra diritto pubblico e diritto privato e come dovranno cambiare gli accordi internazionali che governano oggi le migrazioni.</p>
<h4 id="note">Note</h4><h4 id="1-su-questo-argomento-m-pelling-adaptation-to-climate-change-from-resilience-to-transformation-routledge-2013-a-patt-should-adaptation-be-a-distinct-field-of-science-in-climate-and-development-2013-3-pp-187-188-m-d-zinn-adapting-to-climate-change-environmental-law-in-a-warmer-world-in-ecology-law-quarterly-quarterly-vol-34-2007-pp-61-105">1. Su questo argomento: M. PELLING, <em>Adaptation to Climate Change: From resilience to transformation</em>, Routledge 2013; A. Patt, <em>Should adaptation be a distinct field of science?</em> in Climate and development 2013, 3, pp. 187-188; M. D. ZINN, <em>Adapting to Climate Change: Environmental Law in a Warmer World,</em> in Ecology Law Quarterly, Quarterly, Vol. 34, 2007, pp. 61-105.</h4>]]></content:encoded></item><item><title>L’adattamento al cambiamento climatico nella scienza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/adattamento-cambiamento-climatico-scienza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/adattamento-cambiamento-climatico-scienza/</guid><pubDate>Thu, 02 May 2024 10:01:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici è stato approvato dopo sei anni e quattro governi a fine 2023.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici è stato approvato dopo sei anni e quattro governi a fine 2023, consta di un documento di sintesi di 106 pagine seguito da 4 appendici: due di natura giuridica e amministrativa (2023), uno di approfondimento scientifico degli impatti e vulnerabilità (2018), e un Excel finale in cui vengono elencate 361 misure, molte delle quali “soft” e al momento senza portafoglio.</p>
<p>A parte l’aspetto e il linguaggio respingente da tesi di laurea, con pagine in cui le note superano il testo, il confronto con i Piani di adattamento di altri paesi quali Francia, Spagna e Germania mette in luce differenze importanti¹: laddove gli altri hanno iniziato a metà del primo decennio del Duemila e a questo punto hanno pubblicato una nuova edizione del Piano che fa tesoro di diversi cicli di monitoraggio e un collaudo più che decennale, quello italiano è al suo inizio, e si limita a un’analisi degli impatti e vulnerabilità e ad abbozzare la metodologia di quella che sarà nei prossimi anni la messa in campo di una pianificazione a livello regionale e locale ancora da costruire e coordinare a livello centrale.</p>
<p>Venendo alla scienza, il Piano italiano finalmente approvato dedica uno spazio rilevante (le prime ottanta pagine del documento) all’analisi degli scenari climatici e alla caratterizzazione dei rischi. Rispetto alla versione del 2018, per esempio, dove veniva usato un solo modello, nella versione finale si è deciso di utilizzare un insieme di modelli climatici regionali disponibili in letteratura alla risoluzione di 12 km, sotto 3 diversi scenari emissivi (“alte emissioni” RCP8.5; “scenario intermedio” RCP4.5 e “mitigazione aggressiva” RCP 2.6), così da ottenere simulazioni dei possibili cambiamenti e impatti nelle cinque partizioni territoriali del Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Sud e Isole.</p>
<p>I principali impatti e vulnerabilità da qui a fine secolo vengono caratterizzati correttamente nei diversi settori: acqua, criosfera, mari, biodiversità, foreste, agricoltura, pesca, economia, turismo, salute, città, energia, trasporti, beni culturali e altro ancora. Come analizzato nei contributi a seguire, nonostante la buona qualità scientifica dell’analisi, per molti di questi ambiti non mancano lacune anche di rilevo, com&rsquo;è d&rsquo;altronde inevitabile in un documento di sintesi². La dimensione dell’incertezza, cruciale in questi modelli, viene citata ma poco spiegata. E in generale il tono del documento è di tipo accademico e ostico anche per uno strato acculturato della popolazione³. Al contrario di piani come quello francese e spagnolo, chiaramente concepiti, scritti e impaginati per un pubblico generale, mancano o sono assai deboli i richiami alle disuguaglianze sociali e di genere, a una prospettiva di giustizia climatica e di pace (come sottolineato in particolare del piano spagnolo), alla dimensione transdisciplinare alla base dei processi di adattamento e una adeguata valorizzazione delle conoscenze e competenze locali che possono utilmente integrare quelle strettamente scientifiche in un dominio come quello dell’adattamento, per sua natura locale.</p>
<p>Per alcuni ambiti - come quello relativo al dissesto geo-idrologico (frane, alluvioni, erosioni costiere), valgono le considerazioni del contributo specifico a cui rimandiamo, in cui si rileva la vaghezza delle misure di riduzione dell’esposizione e vulnerabilità, concentrate soprattutto sulle azioni di monitoraggio, allerta ed educazione della popolazione. Ma non su quelle di delocalizzazione di edifici posti nelle aree più a rischio, e su politiche più stringenti di governo del territorio, e altre misure praticate altrove dove vi è ormai un ampio consenso tecnico-scientifico.</p>
<p>Infine, la parte su comunicazione, educazione e partecipazione - davvero cruciale per una matura cittadinanza scientifica sull’adattamento climatico - non è compiutamente elaborata, come descritto nel contributo specifico che pubblichiamo, e debole soprattutto nei meccanismi di partecipazione (demandati a un forum) «che si riducono a mera cassa di risonanza e non a gruppi di lavori territoriali di ascolto e confronto, visto che molte opere e azioni inevitabilmente creeranno conflitto sociale ed economico»⁴.</p>
<p>Nonostante questi limiti, il PNACC italiano è un punto di partenza che ora va riempito di contenuti, strumenti di governance e risorse, con cicli serrati di monitoraggio, di prove, errori e correzioni, anche per evitare il rischio concreto di mal-adattamenti. E accompagnato da una attività scientifica che andrà a sua volta orientata e finanziata adeguatamente.</p>
<h4 id="note">Note</h4><h4 id="1-a-questo-link-le-diverse-situazioni-nazionali--2-in-particolare-nei-settori-biodiversità-salute-e-geo-idrologia-3-il-compito-di-aggiungere-stakeholders-e---naturalmente-tutta-la-popolazione---viene-demandato-alla-piattaforma-nazionale-adattamento-al-cambiamento-climatico-di-ispra--4-si-veda-il-commento-al-link">1. A questo link le diverse situazioni nazionali: <a href="https://climate-adapt.eea.europa.eu/#t-countries" rel="noopener">https://climate-adapt.eea.europa.eu/#t-countries</a> 2. In particolare nei settori biodiversità, salute e geo-idrologia. 3. Il compito di aggiungere stakeholders, e - naturalmente tutta la popolazione - viene demandato alla Piattaforma Nazionale Adattamento al Cambiamento Climatico di ISPRA: <a href="https://climadat.isprambiente.it/" rel="noopener">https://climadat.isprambiente.it/</a> 4. Si veda il commento al link: <a href="https://www.renewablematter.eu/articoli/article/arriva-pnacc-piano-nazionale-adattamento-cambiamenti-climatici-delude-tutti" rel="noopener">https://www.renewablematter.eu/articoli/article/arriva-pnacc-piano-nazionale-adattamento-cambiamenti-climatici-delude-tutti</a></h4>]]></content:encoded></item><item><title>L’adattamento al cambiamento climatico nel diritto comunitario</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/adattamento-cambiamento-climatico-diritto-comunitario/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/adattamento-cambiamento-climatico-diritto-comunitario/</guid><pubDate>Thu, 02 May 2024 10:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luciano Butti</dc:creator><category>ambiente</category><description>Nel paragrafo relativo al diritto internazionale, sono state ben chiarite l’evoluzione del concetto di adattamento negli anni e le diverse possibili concezioni.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Nel paragrafo relativo al diritto internazionale, sono state ben chiarite l’evoluzione del concetto di adattamento negli anni e le diverse possibili concezioni di adattamento, che oggi ha un duplice significato: quello di contenere gli effetti del cambiamento climatico sui territori e le popolazioni (potremmo parlare di adattamento precauzionale) e quello di realizzare riforme utili a creare un futuro diverso e meno ingiusto, nel contesto di un clima che cambia (qui l’adattamento è visto come opportunità da cogliere). Come l’Unione europea ha affrontato la questione dell’adattamento?</p>
<p>Occorre al riguardo considerare, come premessa fondamentale, che la legge europea sul clima del 2021 (Regolamento europeo approvato dal Consiglio Ue il 28 giugno 2021 dopo il voto del 4 giugno del Parlamento Ue)¹ definisce i cambiamenti climatici come una “minaccia esistenziale” per l’ambiente e per la salute. Direttamente da ciò consegue (insieme con la fissazione di stringenti obiettivi per la mitigazione delle emissioni e per il contenimento dell’aumento di temperatura) la natura “essenziale” delle misure di adattamento per ridurre la vulnerabilità degli Stati rispetto ai cambiamenti climatici ed in particolare agli eventi estremi, resi più frequenti e imprevedibili dal riscaldamento in corso.</p>
<p>L’art. 5 del Regolamento – nel disciplinare l’adattamento² - incarica le istituzioni competenti dell’Unione e gli Stati membri di assicurare “il costante progresso nel miglioramento della capacità di adattamento, nel rafforzamento della resilienza e nella riduzione della vulnerabilità ai cambiamenti climatici” in conformità dell’articolo 7 dell’accordo di Parigi e concentrandosi, in particolare, anche nei piani nazionali, “sulle popolazioni e sui settori più vulnerabili e più colpiti” (in questa osservazione è evidente la considerazione delle misure di adattamento anche come strumenti di cambiamento sociale).</p>
<p>La menzionata legge europea sul clima - strumento normativo primario - si basa su una serie di precedenti di “soft law” europea. Fra tali precedenti, il più rilevante per quanto riguarda l’adattamento è la comunicazione della Commissione europea del 24 febbraio 2021 dal titolo «Plasmare un’Europa resiliente ai cambiamenti climatici — La nuova strategia dell’UE di adattamento ai cambiamenti climatici», con la quale è stato istituito un osservatorio europeo per il clima e la salute nell’ambito della piattaforma europea sull’adattamento ai cambiamenti climatici. Ciò in quanto “L&rsquo;UE e la comunità mondiale non sono attualmente sufficientemente preparate all&rsquo;aumento di intensità, frequenza e pervasività degli effetti dei cambiamenti climatici, in particolare considerato il continuo aumento delle emissioni”.</p>
<p>Questa strategia europea si fonda su quattro priorità. La prima mira ad un adattamento più intelligente, migliorando le conoscenze e gestendo le incertezze, attraverso il supporto di basi scientifiche sempre più solide. La seconda persegue un adattamento più sistemico, con lo sviluppo di piani attuativi di adattamento a livello degli Stati membri, anche stimolando il monitoraggio, la comunicazione e la valutazione per misurare i progressi compiuti, promuovere la resilienza locale e individuale in maniera giusta ed equa (importante, in sede locale, lo strumento del Patto dei sindaci per il clima e l’energia). La terza priorità consiste in un adattamento maggiormente rapido, fra l’altro accelerando l’introduzione delle varie misure e inserendo l’adattamento nella più ampia azione di prevenzione e riduzione del rischio. La quarta priorità fa riferimento ad un adattamento cooperativo, poiché l’ambizione europea in materia di adattamento ai cambiamenti climatici deve andare di pari passo con la leadership globale dell’Unione nella mitigazione dei cambiamenti climatici. Si tratta di un elemento trasversale nelle azioni esterne dell&rsquo;UE e degli Stati membri, che abbraccia ambiti quali la cooperazione internazionale, la migrazione, l&rsquo;agricoltura e la sicurezza (a questo ultimo riguardo, già nel 2008 la Commissione e l&rsquo;Alto rappresentante avevano sottolineato che i cambiamenti climatici sono un moltiplicatore di minacce, perché acuiscono tensioni e instabilità già esistenti). E per questo la Commissione espressamente dichiara di rivolgersi “all&rsquo;opinione pubblica, alle città, alle imprese, alle parti sociali e alle regioni, al fine di incoraggiare tutti a partecipare attivamente all&rsquo;attuazione di questa strategia e a unire le forze per affrontare la sfida dell&rsquo;adattamento”.</p>
<p>Come espressamente riconosciuto nella Comunicazione della Commissione europea, cruciale è il tema dei finanziamenti. A livello globale, tradizionalmente la schiacciante maggioranza dei finanziamenti del settore pubblico e di quello privato a favore dell&rsquo;azione per il clima è destinato alla mitigazione. Peraltro in ambito europeo nel 2019 l&rsquo;UE e gli Stati membri hanno incrementato del 7,4 % il sostegno finanziario complessivo per il clima a favore dei paesi terzi che ha raggiunto 21,9 miliardi di EUR, di cui il 52 % è stato speso per azioni di adattamento. La Commissione si propone di aumentare le risorse e di mobilitare ulteriormente i finanziamenti per l&rsquo;adattamento su scala più ampia, anche tramite meccanismi innovativi, quali il Fondo europeo per lo sviluppo sostenibile, nonché mobilitando le risorse nei canali bilaterali e attraverso gli Stati membri.</p>
<p>Come per la mitigazione, anche per l’adattamento è di importanza centrale la costante verifica, in sede europea, dei piani e programmi nazionali. Sulla base del menzionato Regolamento europeo 2021/1119, ogni 5 anni a partire dal 2023 la Commissione deve valutare i progressi compiuti dagli Stati membri sia verso l’obiettivo della neutralità climatica che per quanto concerne l’adattamento. Con le medesime tempistiche, la Commissione dovrà riesaminare la coerenza delle misure dell’Unione rispetto ad entrambi gli obiettivi (neutralità climatica e adattamento). Anche i progetti di misure legislative di vario genere, comprese le proposte di bilancio, verranno valutate dalla Commissione per quanto concerne la loro coerenza con tutte le politiche climatiche. Ma che cosa può fare la Commissione se le misure e strategie di uno Stato membro non sono adeguate? La risposta è, come sempre nel caso dell’Unione europea, piuttosto complessa e per certi aspetti persino faticosa, ma tutt’altro che banale. La Commissione infatti, se, dopo aver debitamente considerato i progressi collettivi, “constata che le misure di uno Stato membro non sono coerenti con il conseguimento dell’obiettivo di neutralità climatica … o … nell’assicurare i progressi in materia di adattamento … può formulare raccomandazioni rivolte a tale Stato membro” . Tutto qui? No, per fortuna, perché:</p>
<ol>
<li>queste raccomandazioni vengono rese disponibili al pubblico, consentendo così il pieno e informato controllo democratico sull’operato dei Governi;</li>
<li>si apre poi una sorta di negoziazione tra lo Stato interessato e la Commissione, in uno spirito significativamente definito di “solidarietà tra Stati membri e Unione e tra gli Stati membri”. Lo Stato membro deve quindi precisare “in che modo ha tenuto in debita considerazione le raccomandazioni; se lo Stato membro interessato decide di non dare seguito alle raccomandazioni o a una parte considerevole delle stesse, fornisce le sue motivazioni alla Commissione”.</li>
</ol>
<p>Tutto questo è troppo poco? Si, è certamente poco. Ma è molto più di quanto sino a qualche tempo fa ci si poteva aspettare. Ed è molto più di quanto qualsiasi altra Unione di Stati, in giro per il mondo, sta realizzando. Certo, occorre che l’azione della Commissione sia coraggiosa. Occorre che l’Europa riprenda un ruolo importante e unitario nel mondo, potendo così ispirare altre aree geopolitiche a seguirne l&rsquo;esempio . Occorre soprattutto, a livello interno europeo, che i cittadini seguano i progressi compiuti e siano “dalla parte della Commissione” quando questa, inevitabilmente, si troverà a doversi scontrare con Governi troppo pigri. Tutto questo per realizzare l’obiettivo scolpito nelle conclusioni della menzionata Comunicazione della Commissione europea del 24 febbraio: “Nel 2050 l&rsquo;UE sarà una società resiliente ai cambiamenti climatici, del tutto adattata ai loro inevitabili impatti”.</p>
<h4 id="note">Note</h4><h4 id="1-regolamento-ue-20211119-del-parlamento-europeo-e-del-consiglio-del-30-giugno-2021-che-istituisce-il-quadro-per-il-conseguimento-della-neutralità-climatica-e-che-modifica-il-regolamento-ce-n-4012009-e-il-regolamento-ue-20181999-normativa-europea-sul-clima-v-su-di-esso-per-un-primo-commento-sd-bechtel-symbolic-law-or-new-governance-framework-7-luglio-2021-in-">1. REGOLAMENTO (UE) 2021/1119 DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 30 giugno 2021, che istituisce il quadro per il conseguimento della neutralità climatica e che modifica il regolamento (CE) n. 401/2009 e il regolamento (UE) 2018/1999 («Normativa europea sul clima»). V. su di esso, per un primo commento, S.D. BECHTEL, <em>Symbolic Law or New Governance Framework?</em>, 7 luglio 2021, in <a href="https://verfassungsblog.de/the-new-eu-climate-law/" rel="noopener">https://verfassungsblog.de/the-new-eu-climate-law/</a>.</h4><h4 id="2-come-si-legge-nel-considerando-31-ladattamento-è-un-elemento-essenziale-della-risposta-mondiale-di-lungo-termine-ai-cambiamenti-climatici">2. Come si legge nel Considerando 31, “L’adattamento è un elemento essenziale della risposta mondiale di lungo termine ai cambiamenti climatici”.</h4>]]></content:encoded></item><item><title>La comunicazione dell’adattamento al cambiamento climatico nel PNACC</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/comunicazione-dell-adattamento-cambiamento-climatico-pnacc/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/comunicazione-dell-adattamento-cambiamento-climatico-pnacc/</guid><pubDate>Thu, 02 May 2024 10:00:00 +0100</pubDate><dc:creator>Simona Re</dc:creator><category>ambiente</category><description>La diversità degli impatti del cambiamento climatico e degli attori coinvolti nell’adattamento fanno della comunicazione un tassello fondamentale nel percorso.</description><content:encoded><![CDATA[<h2 id="1-introduzione">1. Introduzione</h2><p>La diversità degli impatti del cambiamento climatico e degli attori coinvolti nell’adattamento fanno della comunicazione un tassello fondamentale nel percorso di attuazione del PNACC¹. È attraverso la comunicazione che si informano e si consultano la società civile e i portatori di interesse, coinvolgendo cittadini, imprese ed enti locali nelle decisioni, e costruendo un consenso attorno a politiche e azioni che hanno a venire. È attraverso la comunicazione che si supportano anche l’esatta definizione e il buon funzionamento della governance dell’adattamento, in direzione di un’efficace azione di sistema.</p>
<p>Materiali e spunti sulle possibili azioni di comunicazione e partecipazione non mancano. Il PNACC parla di informazione, divulgazione e campagne di sensibilizzazione, di educazione nelle scuole e di formazione di amministratori pubblici, organizzazioni di categoria e professionisti, ma anche di processi organizzativi e partecipativi, dello sviluppo di reti a supporto del processo decisionale e politico, e dell’istituzione di un Forum permanente dedicato all’informazione e al coinvolgimento dei portatori di interessi e della società civile (PNACC, p. 101). A oggi tuttavia le maggiori urgenze riguardano l’individuazione delle risorse necessarie a supportare queste azioni di comunicazione. Dall’attivazione dell’Osservatorio nazionale nella definizione delle specifiche fonti di finanziamento, alle professionalità che, pur non specificate nel Piano, si auspica contribuiranno a costituire e supportare il Forum. Pensiamo in particolare al ruolo di comunicatori della scienza, esperti di comunicazione del rischio, psicologi e sociologi. Detto questo le azioni di comunicazione nel PNACC si articolano su due grandi fronti, che sono le azioni di Informazione, e quelle relative ai Processi organizzativi e partecipativi.</p>
<h2 id="2-per-decidere-bisogna-conoscere">2. Per decidere bisogna conoscere</h2><p>Per quanto riguarda le azioni di informazione² come la divulgazione, l’educazione e la formazione, fondamentale per la comunicazione dell’adattamento è puntare sulla chiarezza di obiettivi e messaggi, coerentemente con gli scopi del PNACC e dei Piani di azione, e sull’efficace diffusione e condivisione delle informazioni. Il PNACC fornisce alcune indicazioni sulla comunicazione di Strategie e Piani di Azione (Allegato I, pp. 53-54; Allegato II, pp. 132-134) e del monitoraggio dell’implementazione (Allegato I, pp. 130-133; Allegato II, pp. 161-162). A questo proposito, si segnala, per le campagne informative e di sensibilizzazione sarebbe utile fornire alle Regioni e alle Pubbliche Amministrazioni prodotti editoriali personalizzabili per la predisposizione del Quadro Climatico e per la produzione di materiali informativi sintetici sugli scenari climatici, gli impatti a livello locale, le Strategie, i Piani di Azione e il significato delle azioni di adattamento. Inoltre, per promuovere l’accessibilità e la condivisione delle informazioni, è importante che le campagne di comunicazione tengano conto delle caratteristiche della popolazione, e quindi dell’effetto dei numerosi fattori che sono noti influenzare la partecipazione e l’accettazione delle politiche di adattamento (quali età, genere, educazione, status economico, orientamento politico, credenze e consapevolezza ambientale)³. Questa indicazione sarebbe da riferirsi anche all’“elaborazione di piani di comunicazione specifici per ogni settore”, nell’ambito delle attività di comunicazione di Strategie e Piani di Azione (Allegato I, p. 54). Inoltre, quanto alla citazione nel PNACC degli ottimi consigli del manuale sviluppato da Climate Outreach su commissione dell’IPCC nel 2018 per una buona comunicazione del cambiamento climatico (Allegato I, p. 132), è utile osservare che su questo importante tema è disponibile oggi una letteratura scientifica più ampia e aggiornata con numerosi suggerimenti e raccomandazioni dalla sociologia, psicologia e comunicazione del rischio⁴.</p>
<p>Per finire, da un punto di vista strategico, si segnala che puntare ad alimentare una forte sinergia tra Forum e Comitato⁵ consentirebbe di sviluppare azioni di Informazione studiate appositamente per supportare i Processi organizzativi e partecipativi, in funzione degli obiettivi e attività programmate dal Comitato.</p>
<h2 id="3-la-partecipazione-non-è-un-optional">3. La partecipazione non è un optional</h2><p>I Processi organizzativi e partecipativi⁶ rappresentano il cuore delle attività di comunicazione nell’attuazione di un Piano tanto sfidante e complesso. Fondamentale è prevedere obiettivi concreti di partecipazione della società sia ai processi decisionali sia alle delicate fasi di implementazione delle politiche. Ciò che serve è quindi organizzare e avviare effettivi percorsi di partecipazione della società civile e degli stakeholder, con particolare attenzione anche al settore privato⁷, superando di gran lunga i più basilari e pur necessari obiettivi di divulgazione “su quanto sta succedendo” e “su quanto è stato deciso”, per puntare a un vero e proprio dialogo con la società, le comunità, le imprese e gli enti locali, in grado di dare concretezza alle azioni di comunicazione e agli obiettivi di partecipazione fin dalle prime fasi dell’attuazione.</p>
<p>Per supportare i processi decisionali in Italia urge da tempo animare un dibattito pubblico a diverse scale sull’individuazione e l’implementazione di soluzioni ad hoc di adattamento a livello regionale e locale. Parliamo di quel dibattito pubblico che avrebbe sicuramente giovato di un maggior impegno nella comunicazione collegata alla consultazione pubblica del 2023. A questo proposito e di buon auspicio per il futuro si ricorda che, come indicano le “Linee guida sulla consultazione pubblica in Italia” (Direttiva 31 maggio 2017), le attività di comunicazione e la diffusione di un rapporto di sintesi degli esiti della consultazione rappresentano strategie preziose per supportare i processi consultivi e favorire il coinvolgimento dei cittadini.</p>
<p>Dal punto di vista metodologico è utile puntare al coinvolgimento di comunità, associazioni e reti preesistenti, oltre che alla creazione di nuovi gruppi. A proposito di metodi, le strategie suggerite nel PNACC includono l’organizzazione di conferenze, workshop, focus group, consultazioni pubbliche e assemblee cittadine (Allegato I, Scheda A.4.2 , p. 6-7 di 71; Allegato II, Scheda A.4.2, p. 13 di 58) . Di supporto per queste attività sarebbe quindi lo sviluppo di manuali user-friendly per la comunicazione di indicazioni e buone pratiche di partecipazione, a partire da quanto enunciato nei capitoli A.4.1, A.4.2 e nelle rispettive Schede Operative degli Allegati I-II sui temi della selezione e integrazione degli stakeholder. Inoltre la Piattaforma nazionale sull’adattamento ai cambiamenti climatici, considerata lo strumento informatico di riferimento per i lavori del Forum, può rappresentare un ottimo punto di partenza per lo sviluppo di strumenti operativi, oltre che informativi, a supporto della comunicazione tra cittadini e tra portatori di interesse, per agevolare la condivisione di contatti, metodi e buone pratiche. A questa osservazione si potrebbe collegare l’azione di “sviluppo di una piattaforma online per lo scambio di informazioni ed esperienze” citata tra le attività di comunicazione di Strategie e Piani di Azione (Allegato I, p. 54).</p>
<h2 id="4-coerenza-urgenza-e-fiducia">4. Coerenza, urgenza, e fiducia</h2><p>Badando alle priorità, a viaggiare a braccetto con il tema a oggi irrisolto delle risorse è sicuramente quello della coerenza, nodo cruciale di un’efficace comunicazione. Secondo molti il PNACC necessiterebbe fin da ora di una sostanziale riformulazione per passare da quello che è definito un documento di indirizzo a un vero e proprio programma e piano di azioni concrete. Ragionevolmente, nel rispetto della partecipazione attiva della società e delle specifiche caratteristiche e vulnerabilità dei territori, le maggiori criticità comunicative del Piano sembrano riguardare più la carente definizione e comunicazione delle “regole del gioco” – dai target generali di adattamento e le priorità alla definizione della governance – che non le azioni da mettere in campo. I maggiori rischi riguardano i possibili ritardi e la dispersione nell’ambito di decisioni, azioni e risorse, e una più limitata capacità di neutralizzare e rimuovere gli ostacoli all’implementazione⁸. Rispetto alla garanzia della congruità degli interventi in direzione di obiettivi di adattamento chiari e condivisi, centrale sarà quindi la cura dedicata all’elaborazione del piano di comunicazione per la pubblicazione e diffusione dei risultati delle attività del Sistema di Monitoraggio, Reporting e Valutazione (Allegato I, p. 131-133; Allegato II, p. 162).</p>
<p>Infine, a proposito di coerenza, la comunicazione del rischio insegna che la credibilità delle istituzioni è fondamentale per coltivare e nutrire il senso di fiducia delle persone, contribuendo a una risposta efficace ai pericoli climatici⁹. Per questo motivo sarebbe urgente partire da subito con una pulizia del dibattito politico dalle insidie del negazionismo e dell’inattivismo , e dalla pubblica assunzione di responsabilità e impegno dei decisori politici nel supportare un dibattito vivo e informato sulle soluzioni dell’adattamento (e non solo) ai cambiamenti climatici nel nostro Paese.</p>
<h4 id="note">Note</h4><h4 id="1-le-azioni-di-comunicazione-previste-dal-pnacc-rientrano-nella-tipologia-di-azioni-di-tipo-a-soft-con-lobiettivo-di-una-maggiore-conoscenza-o-lo-sviluppo-di-un-contesto-organizzativo-istituzionale-e-legislativo-favorevole-e-sono-considerate-propedeutiche-alla-realizzazione-delle-azioni-di-tipo-b-non-soft-pnacc-p-90-2-si-intende-qui-la-macrocategoria-delle-azioni-informazione-id-i-con-particolare-riferimento-alla-categoria-divulgazione-percezione-consapevolezza-e-formazione-id-f-pnacc-p-90-tabella-8-3-schwirplies-c-2018-citizens-145-march-2018-pp-308-22-johnson-e-nemet-gf-2010-willingness-to-pay-for-climate-policy-a-review-of-estimates-in-la-follette-school-working-paper-no-2010-011-la-follette-school-of-public-affairs-madison-wi-4-re-s-2021-la-transizione-ecologica-un-impegno-di-rinnovamento-sociale-non-più-revocabile-scienza-in-rete-9-aprile-2021-5-distinzione-spiegata-a-pag-100-del-pnacc-6-si-intende-qui-la-macrocategoria-processi-organizzativi-e-partecipativi-id-sss-con-particolare-riferimento-alla-categoria-partenariato-e-partecipazione-id-pp-pnacc-p-90-tabella-8-7-klein-j-et-al-2018-the-role-of-the-private-sector-and-citizens-in-urban-climate-change-adaptation-evidence-from-a-global-assessment-of-large-cities-global-environmental-change-53-november-2018-pp-127-36-8-cioè-gli-ostacoli-di-carattere-normativo-regolamentare-e-procedurale-da-mitigare-e-laddove-possibile-rimuovere-pnacc-p-86-9-per-pericoli-climatici-si-intendono-quelle-variazioni-delle-diverse-caratteristiche-del-clima-che-assumono-unentità-tale-da-poter-causare-impatti-negativi-sui-sistemi-ambientali-e-socioeconomici-pnacc-p-18-10-il-climatologo-michael-mann-ci-è-stato-fatto-questo-fantastico-dono-la-terra-abbiamo-il-dovere-etico-di-non-distruggerla-per-le-generazioni-future-intervista-di-stella-levantesi-a-michael-mann-valigia-blu-22-aprile-2022-wwwvaligiabluitcrisi-climatica-guerra-combustibili-fossili">1. Le azioni di comunicazione previste dal PNACC rientrano nella tipologia di azioni di tipo A (soft), con l’obiettivo di “una maggiore conoscenza o lo sviluppo di un contesto organizzativo, istituzionale e legislativo favorevole” e sono considerate propedeutiche alla realizzazione delle azioni di tipo B (non soft) (PNACC, p. 90). 2. Si intende qui la macrocategoria delle azioni “Informazione” (ID I), con particolare riferimento alla categoria “Divulgazione, percezione, consapevolezza e formazione” (ID F) (PNACC, p. 90, Tabella 8). 3. Schwirplies C (2018) <em>Citizens&rsquo; Acceptance of Climate Change Adaptation and Mitigation: A Survey in China, Germany, and the U.S. Ecological Economics</em>, 145, March 2018, pp. 308-22. Johnson E, Nemet GF (2010) Willingness to pay for climate policy: a review of estimates. In: La Follette School Working Paper No. 2010-011. La Follette School of Public Affairs, Madison, WI. 4. Re S (2021) <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/transizione-ecologica-impegno-rinnovamento-sociale-piu-revocabile/">La transizione ecologica, un impegno di rinnovamento sociale non più revocabile</a>. <em>Scienza in rete</em>, 9 aprile 2021. 5. Distinzione spiegata a pag. 100 del PNACC. 6. Si intende qui la macrocategoria “Processi organizzativi e partecipativi” (ID SSS), con particolare riferimento alla categoria “Partenariato e partecipazione” (ID PP) (PNACC, p. 90, Tabella 8). 7. Klein J et al. (2018) The role of the private sector and citizens in urban climate change adaptation: Evidence from a global assessment of large cities. Global Environmental Change, 53, November 2018, pp. 127-36. 8. Cioè gli ostacoli “di carattere normativo, regolamentare e procedurale da mitigare e, laddove possibile, rimuovere” (PNACC, p. 86). 9. Per “pericoli climatici” si intendono quelle variazioni delle diverse caratteristiche del clima che assumono un’entità tale da poter causare impatti negativi sui sistemi ambientali e socioeconomici (PNACC, p. 18). 10. “Il climatologo Michael Mann: «Ci è stato fatto questo fantastico dono: la Terra. Abbiamo il dovere etico di non distruggerla per le generazioni future»”, intervista di Stella Levantesi a Michael Mann, <em>Valigia Blu</em>, 22 aprile 2022; <a href="http://www.valigiablu.it/crisi-climatica-guerra-combustibili-fossili/" rel="noopener">www.valigiablu.it/crisi-climatica-guerra-combustibili-fossili/</a></h4>]]></content:encoded></item><item><title>La dimensione regionale e locale dell’adattamento ai cambiamenti climatici</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/dimensione-regionale-locale-dell-adattamento-cambiamenti-climatici/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/dimensione-regionale-locale-dell-adattamento-cambiamenti-climatici/</guid><pubDate>Thu, 02 May 2024 09:58:00 +0100</pubDate><dc:creator>Lorenzo Ugolini</dc:creator><category>ambiente</category><description>Il PNACC rappresenta un documento programmatorio di rilevanza fondamentale ai fini della identificazione delle misure di adattamento al climate change da.</description><content:encoded><![CDATA[<p>Il PNACC rappresenta un documento programmatorio di rilevanza fondamentale ai fini della identificazione delle misure di adattamento al <em>climate change</em> da implementare nel territorio italiano¹, la cui pubblicazione era ormai attesa da anni e, in particolare, dal giugno 2015, quando è stata approvata la “Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici” (della quale il PNACC rappresenta di fatto l’atto di impulso ed attuazione).</p>
<p>Agli operatori più attenti che hanno intrapreso la lettura del PNACC non potrà essere sfuggita la rilevanza posta dal Ministero alle amministrazioni sub-statali ed al contributo che Regioni ed enti locali possono fornire nell’implementazione delle misure di adattamento al cambiamento climatico.</p>
<p>Alla “dimensione regionale e locale dell’adattamento ai cambiamenti climatici”, infatti, non solo è dedicato il paragrafo 1.5 del documento di piano (da cui il presente contributo prende la denominazione), ma ai piani regionali e locali di adattamento sono stati specificamente riservati due allegati (rispettivamente allegato I e II) volti a dettare – tra le altre cose - le indicazioni metodologiche per la redazione del piano a ciascun livello e per i monitoraggi dell’efficacia delle rispettive azioni.</p>
<p>Se da un lato il rilievo posto dal PNACC alle amministrazioni sub-statali si rivela un elemento di indubbia importanza (considerata altresì la scarsa attenzione che per lungo tempo è stata prestata al ruolo di tali amministrazioni nel contesto dell’adattamento al cambiamento climatico, non di rado ritenuto unicamente una “questione da risolvere tra Stati”²), dall’altro lato detto rilievo non può – e non deve – stupire, e ciò per una serie di ragioni.</p>
<p>In primo luogo, da un punto di vista “sistemico”, è innegabile che il tema dei cambiamenti climatici coinvolga differenti aspetti, ivi inclusi profili in relazione ai quali le amministrazioni regionali e locali sono dotate di significative competenze. Sul punto meritano una particolare menzione gli aspetti correlati alla difesa del suolo, all’uso delle risorse idriche ed all’economia circolare: materie, queste, che necessitano dapprima di un “pensiero globale”, per “agire poi a livello locale”³.</p>
<p>Inoltre, con riferimento alla organizzazione amministrativa, la scelta del legislatore europeo in materia di “climate change” è andata chiaramente nella direzione di sposare “un disegno proprio dell’amministrazione che fa fare”, identificando obiettivi concreti (in primis la neutralità climatica dell’Unione Europea entro il 2050) e lasciando agli attori nazionali una “maggiore autonomia decisionale interna”⁴, anche a fronte della diversità di impatti che il cambiamento climatico può produrre in relazione a ciascuno Stato⁵.</p>
<p>Tale quadro organizzativo ha dunque favorito – quantomeno con riferimento all’ordinamento italiano – la valorizzazione del principio di sussidiarietà, attribuendo agli enti prossimi al territorio il compito di fornire le risposte più efficaci alle esigenze di adattamento delle comunità locali, pur all’interno di una cornice programmatoria unitaria assicurata dal livello nazionale.</p>
<p>Alla luce di quanto sopra esposto, si rivela pertanto agevole comprendere le ragioni dello spazio riservato dal PNACC alle amministrazioni sub-statali, le quali sono chiamate ad adottare strategie di adattamento al cambiamento climatico (e conseguenti piani di azione) a livello regionale e locale, recependo le linee-guida nazionali ad un livello di maggior dettaglio sulla base delle specifiche caratteristiche dei territori interessati⁶ ed integrando – laddove necessario – gli atti di pianificazione di rispettiva competenza (si pensi, ad esempio, ai piani regionali di tutela delle acque, piani energetici, piani paesaggistici e piani regolatori) con gli “interessi climatici” tramite un processo di “mainstreaming”.</p>
<p>L’approccio seguito dal Ministero si pone dunque sostanzialmente in linea con gli indirizzi “top-down”, in cui, man mano che si scende “nei rami più bassi dell&rsquo;ordinamento, gli obiettivi divengono sempre più pregnanti, condizionando la programmazione economica, sociale e ambientale delle Regioni e degli enti locali”⁷.</p>
<p>In tale contesto un ruolo rilevante sarà svolto dalle indicazioni che saranno fornite dall’“Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici”⁸, a cui spetterà declinare le modalità e gli strumenti funzionali ad introdurre i principi e le misure di adattamento ai cambiamenti climatici all’interno della pianificazione regionale e locale (e che, a loro volta, saranno adeguati su base locale dalle strutture di governance sub-nazionali).</p>
<p>In attesa della formale istituzione dell’Osservatorio e della pubblicazione delle “linee-guida” a cui in precedenza si accennava⁹, è bene comunque evidenziare come ad oggi le amministrazioni regionali, provinciali e comunali, pur agendo in un contesto maggiormente frammentario, non abbiano esitato a intraprendere iniziative degne di nota al fine di individuare ed attuare misure di adattamento.</p>
<p>Differenti regioni, ad esempio, oltre all’approvazione di documenti espressamente previsti ex lege (ivi incluse le strategie regionali di sviluppo sostenibile ai sensi dell’art. 34 del d.lgs. 152/2006), hanno già adottato atti di pianificazione strategica in questo senso, deliberando proprie strategie regionali di adattamento al cambiamento climatico¹⁰.</p>
<p>Allo stesso tempo, anche molte amministrazioni comunali hanno fatto ricorso ad atti di carattere volontario¹¹.</p>
<p>Particolare attenzione – ad esempio - è stata riservata dalla dottrina ai “Piani d’Azione per l’Energia Sostenibile ed il Clima” (PAESC), ovvero documenti elaborati dai Comuni aderenti al c.d. “Covenant of Mayor “(Patto dei Sindaci) al fine di identificare strumenti implementabili a livello locale per contribuire al raggiungimento degli obiettivi in esso declinati (tra cui, nella versione originaria, il raggiungimento dell&rsquo;obiettivo minimo del 20% in termini di riduzione delle emissioni di CO2 entro l&rsquo;anno 2020)^(12,13).</p>
<p>Ad ogni buon conto, allo stato attuale risulta naturalmente difficile prevedere l’efficacia che le azioni programmate dal PNACC recentemente approvato produrranno sul breve e sul medio-lungo periodo.</p>
<p>Ciò che si può tuttavia anticipare è che, già alla semplice lettura dei suoi contenuti, traspare il chiaro intento ministeriale di incidere in maniera maggiormente significativa - anche rispetto al quadro preesistente - sulle azioni di adattamento al cambiamento climatico da sviluppare a livello locale, contemplando l’inclusione di tali misure all’interno di atti di pianificazione declinanti indicazioni vincolanti (rectius, ad effetti conformativi) per i destinatari, tra cui il piano regolatore ovvero i piani paesaggistici.</p>
<p>Tale approccio da parte del Ministero – anche in tal caso - non deve sorprendere.</p>
<p>Infatti, da un lato, l’adozione di misure di adattamento (si pensi, ad esempio, a interventi correlati a finalità di messa in sicurezza idraulica, o di prevenzione di incendi boschivi) rappresenta ormai una urgenza anche nell’ottica del soddisfacimento di interessi pubblici primari, quali la tutela della salute. Inoltre, dall’altro lato, è innegabile come l’adattamento al climate change configuri un “settore” in cui le discussioni prettamente politiche si rivelano essere di intensità minore rispetto a quanto accade nel contesto della identificazione delle azioni di mitigazione (dove, agendosi direttamente sulle cause del cambiamento climatico, gli “interessi politici” emergono in misura più rilevante), agevolando così una presa di posizione maggiormente significativa.</p>
<p>In ogni caso, l’auspicio è che le tempistiche di attuazione previste nel PNACC vengano finalmente rispettate, e che i meccanismi di concertazione tra differenti livelli (nazionale, regionale e locale) previsti dal documento in questione possa favorire la celerità degli interventi.</p>
<h4 id="note">Note</h4><h4 id="1-in-merito-alla-distinzione-tra-misure-di-misure-di-mitigazione-e-misure-di-adattamento-si-veda-f-franceschelli-il-diritto-al-clima-criticità-limiti-e-possibili-soluzioni-in-federalismiit-4-agosto-2023-sul-punto-lautore-ricorda-che-mentre-le-misure-di-mitigazione-intervengono-sulle-cause-del-cambiamento-climatico-perseguendo-una-riduzione-delle-emissioni-climalterantie-un-aumento-o-potenziamento-delle-fonti-di-assorbimento-le-misure-di-adattamento-agiscono-invece-sugli-effetti-o-impatti-dei-cambiamenti-climatici-e-sulle-vulnerabilità-la-circostanza-che-il-pnacc-sia-principalmente-preordinato-a-dettare-misure-di-adattamento-emerge-alla-luce-del-contenuto-del-medesimo-pnacc-il-quale-afferma-espressamente-che-il-suo-obiettivo-principale-è-fornire-un-quadro-di-indirizzo-nazionale-per-limplementazione-di-azioni-finalizzate-a-ridurre-al-minimo-possibile-i-rischi-derivanti-dai-cambiamenti-climatici-a-migliorare-la-capacità-di-adattamento-dei-sistemi-socioeconomici-e-naturali-nonché-a-trarre-vantaggio-dalle-eventuali-opportunità-che-si-potranno-presentare-con-le-nuove-condizioni-climatiche-2-come-evidenziato-anche-da-n-bertuzzi-f-cittadino-g-giacomini-a-meier-climate-change-integration-in-the-multilevel-governance-of-italy-and-austria-the-key-role-of-vertical-and-horizontal-coordination-in-issirfa-cnr-32022-secondo-cui-the-role-of-subnational-governments-in-the-fight-against-climate-change-is-still-largely-understudied-3-cfr-ma-sandulli-cambiamenti-climatici-tutela-del-suolo-e-uso-responsabile-delle-risorse-idriche-in-rivista-giuridica-delledilizia-fasc-42019-p-291-e-ss-4-d-bevilacqua-la-normativa-europea-sul-clima-e-il-green-new-deal-una-regolazione-strategica-di-indirizzo-in-riv-trim-dir-pubbl-2022-2-297-ss-in-merito-si-veda-anche-b-marchetti-vincoli-sovranazionali-e-discrezionalità-amministrativa-in-riv-it-dir-pubbl-com-2022-721-ss-5-è-stato-infatti-correttamente-affermato-che-ogni-stato-membro-sperimenterà-diversi-impatti-dei-cambiamenti-climatici-a-fronte-di-una-vulnerabilità-specifica-per-paese-derivata-da-caratteristiche-ambientali-sociali-ed-economiche-castellari-s-e-altri-analisi-della-normativa-comunitaria-e-nazionale-rilevante-per-gli-impatti-la-vulnerabilità-e-ladattamento-ai-cambiamenti-climatici-mattm-roma-2014-p-16-tale-affermazione-è-stata-espressamente-ripresa-anche-nei-documenti-del-pnacc-6-passaggio-significativo-in-merito-è-contenuto-nellallegato-i-del-pnacc-in-cui-si-afferma-che-le-strategie-regionali-di-adattamento-devono-essere-complementari-con-quelle-nazionali-e-indirizzare-le-azioni-locali-7-f-fracchia-p-pantalone-verso-una-contrattazione-pubblica-sostenibile-e-circolare-secondo-l-in-riv-it-dir-pubbl-com-2022-243-ss-8-di-prossima-istituzione-da-parte-del-mase-9-il-pnacc-prevede-che-listituzione-dellosservatorio-entro-tre-mesi-dallapprovazione-del-pnacc-medesimo-mentre-lindividuazione-delle-modalità-degli-strumenti-e-dei-soggetti-competenti-per-lintroduzione-di-principi-misure-e-azioni-di-adattamento-ai-cambiamenti-climatici-nei-piani-e-programmi-nazionali-regionali-e-locali-entro-sei-mesi-dallapprovazione-10-tra-le-altre-si-segnala-regione-lombardia-che-già-nel-2012-ha-predisposto-apposite-linee-guida-per-un-piano-di-adattamento-ai-cambiamenti-climatici-alle-quali-successivamente-hanno-fatto-seguito-la-strategia-regionale-2014-ed-il-relativo-documento-di-azione-2016-sul-punto-il-pnacc-menziona-tra-gli-altri-anche-gli-esempi-di-regione-emilia-romagna-sardegna-val-daosta-piemonte-molise-e-liguria-aggiungendo-altresì-che-ulteriori-regioni-hanno-formalmente-intrapreso-liter-verso-ladozione-di-un-piano-o-di-una-strategia-predisponendo-gli-atti-funzionali-ad-essi-11-in-aggiunta-ai-tradizionali-strumenti-contemplati-dai-testi-normativi-tra-cui-i-piani-urbani-della-mobilità-sostenibile-pums-di-ambito-comunale-e-di-area-vasta-i-piani-del-verde-urbano-i-piani-di-emergenza-comunale-i-regolamenti-edilizi-climate-proof-i-piani-urbanistici-generali-i-piani-strategici-e--per-quanto-attengano-ad-un-livello-territoriale-superiore---i-piani-territoriali-metropolitani-12-cfr-tra-gli-altri-e-ferrero-le-smart-cities-nellordinamento-giuridico-in-foro-amministrativo-fasc4-2015-p-1267-ss-in-cui-si-evidenzia-che-il-patto-dei-sindaci-esprime-unindubbia-moral-suasion-nei-confronti-degli-organi-di-governo-delle-comunità-locali-perlomeno-da-un-punto-di-vista-degli-scopi-da-raggiungere-entro-un-determinato-periodo-di-tempo-13-sulla-base-delle-prassi-sviluppate-dai-comuni-interessati-nei-paesc-sono-rinvenibili-sia-azioni-di-mitigazione-ad-esempio-misure-atte-a-garantire-un-maggiore-risparmio-energetico-degli-edifici-sia-di-adattamento-ad-esempio-la-messa-in-sicurezza-di-infrastrutture">1. In merito alla distinzione tra misure di misure di mitigazione e misure di adattamento, si veda F. FRANCESCHELLI, <em>Il diritto al clima: criticità, limiti e possibili soluzioni</em>, in Federalismi.it, 4 agosto 2023. Sul punto l’autore ricorda che, mentre le misure di mitigazione “intervengono sulle cause del cambiamento climatico, perseguendo una riduzione delle emissioni climalteranti…e un aumento o potenziamento delle fonti di assorbimento”, le misure di adattamento “agiscono, invece, sugli effetti (o impatti) dei cambiamenti climatici e sulle vulnerabilità”. La circostanza che il PNACC sia principalmente preordinato a dettare misure di adattamento emerge alla luce del contenuto del medesimo PNACC, il quale afferma espressamente che il suo obiettivo principale “è fornire un quadro di indirizzo nazionale per l&rsquo;implementazione di azioni finalizzate a ridurre al minimo possibile i rischi derivanti dai cambiamenti climatici, a migliorare la capacità di adattamento dei sistemi socioeconomici e naturali, nonché a trarre vantaggio dalle eventuali opportunità che si potranno presentare con le nuove condizioni climatiche”. 2. Come evidenziato anche da N. BERTUZZI, F. CITTADINO, G. GIACOMINI, A. MEIER, <em>Climate change integration in the multilevel governance of Italy and Austria: the key role of vertical and horizontal coordination</em>, in ISSiRFA-CNR, 3/2022, secondo cui “the role of subnational governments in the fight against climate change is still largely understudied”. 3. Cfr. M.A. SANDULLI, <em>Cambiamenti climatici, tutela del suolo e uso responsabile delle risorse idriche</em>, in <em>Rivista Giuridica dell’Edilizia</em>, fasc. 4/2019, p. 291 e ss. 4. D. BEVILACQUA, <em>La normativa europea sul clima e il green new deal. Una regolazione strategica di indirizzo</em>, in Riv. trim. dir. pubbl., 2022, 2, 297 ss. In merito si veda anche B. MARCHETTI, Vincoli sovranazionali e discrezionalità amministrativa, in Riv. it. dir. pubbl. com., 2022, 721 ss. 5. È stato infatti correttamente affermato che “ogni Stato Membro sperimenterà diversi impatti dei cambiamenti climatici, a fronte di una vulnerabilità specifica per Paese, derivata da caratteristiche ambientali, sociali ed economiche” (CASTELLARI S. e altri, <em>Analisi della normativa comunitaria e nazionale rilevante per gli impatti, la vulnerabilità e l’adattamento ai cambiamenti climatici</em>, MATTM, Roma, 2014, p. 16). Tale affermazione è stata espressamente ripresa anche nei documenti del PNACC. 6. Passaggio significativo in merito è contenuto nell’Allegato I del PNACC, in cui si afferma che “le strategie regionali di adattamento devono essere complementari con quelle nazionali e indirizzare le azioni locali”. 7. F. FRACCHIA, P. PANTALONE, <em>Verso una contrattazione pubblica sostenibile e circolare secondo l&rsquo;Agenda ONU 2030</em>, in Riv. it. dir. pubbl. com., 2022, 243 ss. 8. Di prossima istituzione da parte del MASE. 9. Il PNACC prevede che l’istituzione dell’Osservatorio entro tre mesi dall’approvazione del PNACC medesimo, mentre l’“individuazione delle modalità, degli strumenti e dei soggetti competenti per l’introduzione di principi, misure e azioni di adattamento ai cambiamenti climatici nei Piani e Programmi nazionali, regionali e locali” entro sei mesi dall’approvazione. 10. Tra le altre, si segnala Regione Lombardia che, già nel 2012, ha predisposto apposite “Linee Guida per un Piano di Adattamento ai Cambiamenti Climatici”, alle quali successivamente hanno fatto seguito la strategia regionale (2014) ed il relativo documento di azione (2016). Sul punto, il PNACC menziona, tra gli altri, anche gli esempi di Regione Emilia-Romagna, Sardegna, Val d’Aosta, Piemonte, Molise e Liguria, aggiungendo altresì che ulteriori regioni hanno “formalmente intrapreso l’iter verso l’adozione di un piano o di una strategia, predisponendo gli atti funzionali ad essi”. 11. In aggiunta ai tradizionali strumenti contemplati dai testi normativi, tra cui i Piani Urbani della Mobilità Sostenibile (PUMS) di ambito comunale e di area vasta, i Piani del verde urbano, i Piani di emergenza comunale, i Regolamenti edilizi «climate proof», i Piani Urbanistici Generali, i Piani strategici e – per quanto attengano ad un livello territoriale superiore - i Piani territoriali metropolitani. 12. Cfr. tra gli altri, E. FERRERO, <em>Le smart cities nell’ordinamento giuridico</em>, in <em>Foro Amministrativo</em>, fasc.4, 2015, p. 1267 ss, in cui si evidenzia che il Patto dei Sindaci “esprime un&rsquo;indubbia moral suasion nei confronti degli organi di governo delle comunità locali, perlomeno da un punto di vista degli scopi da raggiungere entro un determinato periodo di tempo”. 13. Sulla base delle prassi sviluppate dai comuni interessati, nei PAESC sono rinvenibili sia azioni di mitigazione (ad esempio, misure atte a garantire un maggiore risparmio energetico degli edifici), sia di adattamento (ad esempio, la messa in sicurezza di infrastrutture).</h4>]]></content:encoded></item><item><title>L’applicazione al clima dei principi sull’ambiente e la tutela dei diritti umani</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/applicazione-clima-principi-sull-ambiente-tutela-diritti-umani/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/applicazione-clima-principi-sull-ambiente-tutela-diritti-umani/</guid><pubDate>Thu, 02 May 2024 09:57:00 +0100</pubDate><category>ambiente</category><description>Sullo sfondo della progressiva emersione dell’obiettivo di adattamento ai cambiamenti climatici sul piano internazionale e sul piano eurounitario.</description><content:encoded><![CDATA[<h2 id="1-considerazioni-introduttive">1. Considerazioni introduttive</h2><p>Sullo sfondo della progressiva emersione dell’obiettivo di adattamento ai cambiamenti climatici sul piano internazionale e sul piano eurounitario, culminata rispettivamente nell’Accordo di Parigi¹ e nel Regolamento (UE) 2021/1119², nonché nelle Strategie europee di adattamento³, e sullo sfondo del quadro conoscitivo definito a livello nazionale dalla Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici⁴, è stato (finalmente) approvato il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici con decreto del Ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica del 21 dicembre 2023, n. 434.</p>
<p>Con l’approvazione del Piano è stata così avviata una seconda fase finalizzata ad assicurare l’immediata pianificazione e l’attuazione delle azioni di adattamento nei diversi settori attraverso la definizione di priorità, ruoli, responsabilità e fonti/strumenti di finanziamento dell’adattamento, nonché la rimozione degli ostacoli all’adattamento, sia riconducibili al mancato accesso a soluzioni praticabili, sia agli ostacoli di carattere normativo/regolamentare/procedurale. Siffatta fase, i cui risultati convergeranno nei piani settoriali o intersettoriali, sarà gestita da un’apposita struttura di governance, ovverosia dall’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, la cui istituzione era prevista entro tre mesi dal decreto ministeriale di approvazione del PNACC, secondo il prospetto temporale definito nel Piano.</p>
<p>La prima parte del Piano è riservata alla ricostruzione del quadro giuridico di riferimento, con l’indicazione dei principali atti adottati a livello internazionale, europeo e nazionale che vertono nello specifico sull’adattamento ai cambiamenti climatici e dei principi in materia ambientale e per fini di salvaguardia dei diritti umani che troverebbero applicazione anche con riferimento al tema dei cambiamenti climatici. Con il presente contributo si propone pertanto di specificare in quali termini i principi in materia ambientale rilevino in materia di adattamento ai cambiamenti climatici, nonché di meglio precisare l’intersezione tra i diritti umani e il cambiamento climatico.</p>
<h2 id="2-ladattamento-ai-cambiamenti-climatici-e-i-principi-in-materia-ambientale">2. L’adattamento ai cambiamenti climatici e i principi in materia ambientale</h2><p>L’esigenza di precisare in quali termini debba intendersi il rilievo dei principi espressamente richiamati nel documento di Piano⁵ rispetto all’obiettivo di adattamento ai cambiamenti climatici deriva non solo dal fatto che tale aspetto appare tutt’altro che messo a fuoco, ma anche perché dal documento medesimo risulta che i principi espressamente richiamati interessino più in generale il tema del cambiamento climatico e non specificatamente l’obiettivo in questione.</p>
<p>Chiarito ciò, tra i diversi principi richiamati dovrebbe assumere rilevanza il principio di prevenzione. Anzi, nella misura in cui si individua l’essenza del principio nell’anticipazione delle diverse azioni di tutela al fine di scongiurare perdite irreversibili, si dovrebbe ritenere che l’obiettivo di adattamento ai cambiamenti climatici discenda (anche) da questo principio. Aderendo alla definizione offerta dall’IPCC⁶, così come condivisa nel Piano⁷, se per taluni versi l’adattamento può apparire un processo attivato esclusivamente in sede postuma, come adeguamento al constatato mutamento delle condizioni attuali del sistema climatico, per altri versi la finalità ultima del processo medesimo rimane quella di moderare, preventivamente appunto, i danni da ciò derivanti, ovvero di sfruttarne le opportunità benefiche. Peraltro, seguendo le medesime coordinate definitorie, l’adattamento andrebbe altresì inteso come un processo di adeguamento al clima, non solo attuale, ma anche previsto e ai relativi effetti, quale declinazione che mette ulteriormente in luce la natura preventiva di tale processo. Il corollario di una simile lettura dell’adattamento conduce a constatare come quest’ultimo costituisca un processo che si confronta con una dimensione di incertezza, a più riprese richiamata nei documenti che compongono il Piano, riferibile sia alla portata del mutamento delle condizioni fisiche del sistema climatico, essendo comunque variabilmente condizionata dall’efficacia delle politiche di mitigazione⁸, sia in ordine agli impatti stimati del mutamento medesimo⁹. Alla luce di queste considerazioni pertanto tra i diversi principi in materia ambientale rilevanti nell’ambito dei processi di adattamento c’è altresì il principio di precauzione, riferibile, come noto, alle ipotesi che vertono sulle probabilità di un rischio individuato nel quadro di un’incertezza scientifica, come per taluni versi potrebbe declinarsi la stima degli impatti del cambiamento climatico.</p>
<p>Tra gli altri principi richiamati che rilevano rispetto all’adattamento ai cambiamenti climatici va inoltre annoverato il principio dello sviluppo sostenibile, il cui fondamento si rinviene nelle stesse disposizioni dell’Accordo di Parigi, in conformità alle quali l’obiettivo dell’adattamento apparirebbe legato allo sviluppo sostenibile secondo un nesso di strumentalità¹⁰. In questo senso, quindi, a partire dalla constatata incidenza del mutamento del sistema climatico sulle condizioni favorevoli per un percorso che miri alla composizione delle istanze sottese alla tutela dell’ambiente, alla crescita economica e al benessere sociale, nelle relative diverse sfumature, l’adattamento dovrebbe essere configurato come un obiettivo strumentale a quest’ultimo valore-obiettivo. A ben osservare, si potrebbe peraltro aggiungere che il legame tra adattamento ai cambiamenti climatici e sviluppo sostenibile possa intendersi come una forma di limite del secondo rispetto al primo. Invero, coerentemente con la tradizionale lettura del principio, dallo stesso deriverebbero doveri delle generazioni attuali nei confronti delle generazioni future, che, nel caso di specie, si imporrebbero come limite alla predisposizione da parte delle prime di soluzioni di adattamento ad un clima attuale (o previsto) basate su un impiego (eccessivo) di risorse che contragga le possibilità delle seconde, ovvero che differiscano nel tempo la vulnerabilità ai cambiamenti climatici (c.d. <em>maladaptation</em>)¹¹.</p>
<p>Indirizzando lo sguardo nei confronti dei principi di più recente gestazione, assume rilevanza il principio del DNSH, nella misura in cui tra gli obiettivi ambientali di cui all’art. 9 del Regolamento (UE) 2020/852 cui esso si riferisce è espressamente annoverato l’adattamento ai cambiamenti climatici. Sul punto, come noto, il Regolamento Delegato della Commissione 2021/2139 ha precisato i criteri di vaglio tecnico che consentono di determinare a quali condizioni si possa considerare che un’attività economica non arrechi un danno significativo all’obiettivo in questione e contribuisca in modo sostanziale al medesimo. Ebbene, ciò che potrebbe in via di mera ipotesi ritenersi è che il quadro di indirizzo così come risultante dal Piano potrebbe costituire un solido punto di riferimento ad integrazione dei richiamati criteri di vaglio tecnico, utile per comprendere se un’attività/misura si ponga nella direzione di contribuire nel territorio nazionale all’obiettivo in questione, anche considerando che le specifiche redatte a livello nazionale hanno precisato i termini del contributo sostanziale di una misura al solo obiettivo della mitigazione dei cambiamenti climatici, e non anche dell’adattamento¹².</p>
<h2 id="3-lintersezione-tra-i-diritti-umani-e-il-cambiamento-climatico">3. L’intersezione tra i diritti umani e il cambiamento climatico</h2><p>Come anticipato, il PNACC affronta parimenti il tema della tutela dei diritti umani (e nella fattispecie, il diritto alla vita, il diritto alla salute, il diritto all’acqua e ad un’alimentazione adeguata, il diritto alla casa) nell’ottica dell’adattamento al cambiamento climatico. In particolare, l’Allegato I al Piano specifica che risultano rilevanti le norme del diritto internazionale convenzionale attraverso cui la comunità internazionale ha affrontato la questione le cause e gli impatti dei cambiamenti climatici (p. 11).</p>
<p>Poiché gli impatti riguardano i singoli territori con effetti molto differenti l’uno dall’altro, da un lato, il Piano dispone l’intervento dei livelli più alti di governo (azioni di indirizzo, coordinamento, supporto e risorse); dall’altro, in ossequio al principio di sussidiarietà, al fine di intercettare le esigenze delle comunità territoriali, il Piano dispone che le azioni vengano concretamente realizzate su scala regionale e locale (p. 12). Con riguardo, in particolare, ai diritti umani, il Piano ribadisce la sussistenza di obblighi di protezione e promozione a carico degli Stati e dei loro organi, sanciti dal diritto internazionale consuetudinario e convenzionale, oltreché dalle Carte costituzionali. A tal proposito, è notoria la giurisprudenza interna e internazionale che verte sulla violazione da parte dello Stato e dei suoi organi delle norme sui diritti umani contenute negli ordinamenti interni e nelle fonti internazionali causata dall’inerzia (o dall’insufficiente impegno) nel contrastare la crisi climatica in corso.</p>
<p>Le numerose controversie climatiche intersecano il tema dell’adattamento ai cambiamenti climatici, che assume rilievo primario allorché gli eventi climalteranti potrebbero essere scongiurati o attenuati tramite adeguate misure di adattamento.</p>
<p>In sintesi, il PNACC si presenta come un manifesto di impegno al rispetto della disciplina nazionale e internazionale nella gestione del territorio minacciato dall’emergenza climatica; è questo il suo merito rispetto ai precedenti atti di pianificazione riguardanti il clima, non altrettanto espliciti nel coniugare sistematicamente cambiamento climatico e tutela del territorio nazionale in nome della vita e della salute umana in proiezione intragenerazionale e intergenerazionale. Ma ne costituisce anche il limite: difatti, il PNACC resta uno strumento di prevenzione secondaria rispetto alla prevenzione primaria dei danni da cambiamento climatico, garantita esclusivamente dalla mitigazione climatica.</p>
<p>Ne deriva che l’adattamento climatico è perseguito in assenza di un meccanismo conoscibile e verificabile di quantificazione delle cause da cui dipende l’efficacia stessa di quell’adattamento. Non a caso, il Parere n. 13/2021 della Commissione VIA-VAS aveva già evidenziato questa lacuna, non in linea con le previsioni normative sulla sequenza mitigazione-adattamento.</p>
<p>In questo modo, il PNACC rischia di tradursi nell’ennesimo documento simbolico di lotta insufficiente al degrado del territorio; prevedere i danni senza prevenirli significa esporre Stato ed enti territoriali a responsabilità future, oltre che accentuare responsabilità già presenti, dato che lo Stato italiano è soggetto di contenziosi climatici in cui si deduce, tra l’altro, proprio l’assenza di linee guida di quantificazione della mitigazione climatica necessaria a non ledere i diritti umani, tutelati dagli artt. 2 e 8 CEDU.</p>
<p>In conclusione, la prima occasione di applicare l’art. 9 Cost. appare – neanche troppo latamente – sprecata.</p>
<p><em>Il presente contributo è il frutto di una collaborazione tra i due autori. Il paragrafo n. 2 è stato redatto da Riccardo Stupazzini, mentre il paragrafo n. 3 da Fabio Cusano. Il paragrafo n. 1 è il frutto di una riflessione comune.</em></p>
<h4 id="note">Note</h4><h4 id="1-cfr-art-7-dellaccordo-di-parigi-2-2cfr-art-5-del-regolamento-ue-20211119-3-cfr-com2013-216-final-e-com2021-82-final-4-decreto-direttoriale-del-16-giugno-2015-n-86-emanato-dal-direttore-generale-della-ex-dg-clima-ed-energia-del-ministero-dellambiente-e-della-tutela-del-territorio-e-del-mare-5-nello-specifico-allinterno-del-documento-di-piano-sono-espressamente-richiamati-i-principi-di-salvaguardia-dellambiente-di-prevenzione-di-precauzione-del-chi-inquina-paga-delle-responsabilità-comuni-ma-differenziate-e-rispettive-capacità-di-equità-intergenerazionale-e-intragenerazionale-dello-sviluppo-sostenibile-di-non-regressione-dintegrazione-di-sviluppo-resiliente-al-clima-di-conoscenza-scientifica-e-integrità-nel-processo-decisionale-di-solidarietà-del-divieto-di-arrecare-un-danno-significativo-allambiente-dnsh-6-ipcc-annex-ii-glossary-in-ipcc-2022-climate-change-2022-impacts-adaptation-and-vulnerability-contribution-of-working-group-ii-to-the-sixth-assessment-report-of-the-intergovernmental-panel-on-climate-change-2022-7-cfr-lintroduzione-dellallegato-i-del-piano-metodologie-per-la-definizione-di-strategie-e-piani-regionali-di-adattamento-ai-cambiamenti-climatici-8-su-questo-si-cfr-il-capitolo-n-2-del-documento-di-piano-nel-quale-vengono-definiti-i-lineamenti-del-quadro-climatico-nazionale-che-si-compone-non-solo-dellanalisi-del-clima-sul-periodo-di-riferimento-1981-2010-ma-anche-delle-variazioni-climatiche-attese-sul-trentennio-centrato-sullanno-2050-2036-2065-rispetto-allo-stesso-considerando-i-tre-scenari-ipcc-rcp85-ad-elevate-emissioni-rcp45-scenario-intermedio-rcp26-mitigazione-aggressiva-per-ciascuno-di-essi-quindi-lanalisi-degli-indicatori-climatici-considerati-è-stata-corredata-da-una-valutazione-delle-variazioni-medie-attese-in-futuro-riportando-le-informazioni-relative-allincertezza-9-su-tale-punto-si-cfr-invece-lallegato-iii-del-piano-che-riporta-il-quadro-delle-conoscenze-sugli-impatti-dei-cambiamenti-climatici-in-italia-la-dimensione-dellincertezza-circa-la-stima-degli-impatti-della-variazione-del-regime-climatico-è-esplicitamente-richiamata-tra-laltro-con-riferimento-alla-proiezione-delle-precipitazioni-alla-quantificazione-dellimpatto-del-cambiamento-in-atto-sul-ciclo-idrologico-nonché-alla-stima-della-variazione-di-occorrenza-e-magnitudo-dei-fenomeni-di-dissesto-10-art-7-par-1-dellaccordo-i-parigi-11-si-tratta-di-un-aspetto-che-non-è-stato-trascurato-allinterno-del-piano-invero-le-azioni-di-adattamento-settoriali-sono-state-valutate-rispetto-a-cinque-criteri-e-sulla-base-di-tale-valutazione-è-stato-associato-a-ciascuna-di-esse-un-giudizio-di-valore-tra-di-essi-è-stato-incluso-il-criterio-dei-cd-effetti-di-secondo-ordine-finalizzato-a-valutare-gli-effetti-positivi-e-negativi-che-deriverebbero-dallattuazione-delle-azioni-di-adattamento-che-tuttavia-non-costituirebbero-il-fine-principale-ed-esplicito-ebbene-come-risulta-dalle-precisazioni-di-cui-al-paragrafo-n-424-del-documento-di-piano-le-ipotesi-di-effetti-di-secondo-ordine-negativi-consisterebbero-propriamente-nella-fattispecie-della-cd-maladaptation-12-cfr-la-guida-operativa-per-il-rispetto-del-principio-di-non-arrecare-danno-significativo-allambiente-cd-dnsh-elaborata-dal-dipartimento-della-ragioneria-dello-stato-del-mef">1. Cfr. art. 7 dell&rsquo;Accordo di Parigi. 2. 2. Cfr. art. 5 del Regolamento (UE) 2021/1119. 3. Cfr. COM(2013) 216 final e COM(2021) 82 final. 4. Decreto Direttoriale del 16 giugno 2015, n. 86, emanato dal Direttore Generale della ex DG Clima ed Energia del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. 5. Nello specifico, all’interno del documento di Piano, sono espressamente richiamati i principi: di salvaguardia dell’ambiente, di prevenzione, di precauzione, del “chi inquina paga”, delle responsabilità comuni ma differenziate e rispettive capacità, di equità intergenerazionale e intragenerazionale, dello sviluppo sostenibile, di non regressione, d’integrazione, di sviluppo resiliente al clima, di conoscenza scientifica e integrità nel processo decisionale, di solidarietà, del divieto di arrecare un danno significativo all’ambiente (DNSH). 6. IPCC, Annex II: Glossary, in IPCC 2022: Climate Change 2022: Impacts, Adaptation, and Vulnerability. Contribution of Working Group II to the Sixth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change, 2022. 7. Cfr. l&rsquo;introduzione dell&rsquo;Allegato I del Piano (Metodologie per la definizione di strategie e piani regionali di adattamento ai cambiamenti climatici). 8. Su questo si cfr. il capitolo n. 2 del documento di Piano nel quale vengono definiti i lineamenti del quadro climatico nazionale, che si compone non solo dell&rsquo;analisi del clima sul periodo di riferimento 1981-2010, ma anche delle variazioni climatiche attese sul trentennio centrato sull’anno 2050 (2036-2065) rispetto allo stesso, considerando i tre scenari IPCC: RCP8.5 “ad elevate emissioni”, RCP4.5 “scenario intermedio”, RCP2.6 “mitigazione aggressiva”. Per ciascuno di essi, quindi, l&rsquo;analisi degli indicatori climatici considerati è stata corredata da una valutazione delle variazioni medie attese in futuro, riportando le informazioni relative all&rsquo;incertezza. 9. Su tale punto si cfr. invece l&rsquo;Allegato III del Piano, che riporta il quadro delle conoscenze sugli impatti dei cambiamenti climatici in Italia. La dimensione dell&rsquo;incertezza circa la stima degli impatti della variazione del regime climatico è esplicitamente richiamata, tra l&rsquo;altro, con riferimento alla proiezione delle precipitazioni, alla quantificazione dell’impatto del cambiamento in atto sul ciclo idrologico, nonché alla stima della variazione di occorrenza e magnitudo dei fenomeni di dissesto. 10. Art. 7, par. 1, dell&rsquo;Accordo i Parigi. 11. Si tratta di un aspetto che non è stato trascurato all&rsquo;interno del Piano. Invero, le azioni di adattamento settoriali sono state valutate rispetto a cinque criteri e, sulla base di tale valutazione, è stato associato a ciascuna di esse un giudizio di valore. Tra di essi, è stato incluso il criterio dei c.d. effetti di secondo ordine, finalizzato a valutare gli effetti, positivi e negativi, che deriverebbero dall&rsquo;attuazione delle azioni di adattamento che tuttavia non costituirebbero il fine principale ed esplicito. Ebbene, come risulta dalle precisazioni di cui al paragrafo n. 4.2.4 del documento di Piano, le ipotesi di effetti di secondo ordine negativi consisterebbero propriamente nella fattispecie della c.d. maladaptation. 12. Cfr. la Guida operativa per il rispetto del principio di non arrecare danno significativo all&rsquo;ambiente (cd. DNSH) elaborata dal Dipartimento della Ragioneria dello Stato del MEF.</h4>]]></content:encoded></item><item><title>L’urgenza nascosta: gli eventi climatici estremi e la salute mentale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/urgenza-nascosta-eventi-climatici-estremi-salute-mentale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/urgenza-nascosta-eventi-climatici-estremi-salute-mentale/</guid><pubDate>Tue, 30 Apr 2024 09:20:00 +0100</pubDate><dc:creator>Alessandra Tognolli</dc:creator><category>ambiente</category><description>All&amp;amp;rsquo;aumentare degli eventi estremi a causa delle crisi climatica, diventa evidente che il loro impatto si ripercuote anche sulla nostra salute mentale. Si tratta di un legame che solo da poco la ricerca ha iniziato a indagare, ma che evidenzia la necessità di considerare anche la salute mentale nello sviluppare azioni preventive e di tutela.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/urgenza-nascosta-eventi-climatici-estremi-salute-mentale-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/urgenza-nascosta-eventi-climatici-estremi-salute-mentale-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel maggio del 2016 la città canadese di Fort McMurray è stata colpita da un grave incendio, le cui cause risultano ancora oggi ignote. Il disastro, uno dei più grandi nella storia del paese, ha ridotto in cenere 3200 edifici e ha costretto all’evacuazione quasi 90.000 residenti. Complici i venti forti e il clima secco, i piccoli roghi presenti nelle zone limitrofe alla cittadina hanno continuato a divampare fino ad agosto del 2017, mese in cui l’incendio è stato ufficialmente dichiarato estinto.</p>
<p>Durante quell&rsquo;estate, mentre le fiamme continuavano imperterrite a distruggere le foreste canadesi, un team di psicologi e psichiatri guidato da Genevieve Belleville ha realizzato una serie di <a href="https://www.mdpi.com/1660-4601/16/9/1604" rel="noopener">interviste</a> per valutare la salute mentale dei cittadini colpiti dal disastro. Dei 379 partecipanti, più della metà mostrava alcuni dei segnali tipicamente associati allo stress post traumatico: difficoltà ad addormentarsi, flashback ricorrenti nei quali rivivevano l’evento e un costante stato di vigilanza ansiosa. Anche leggere un libro o vedere un film era diventata improvvisamente un’attività difficile da svolgere.</p>
<p>Tra ottobre e novembre dello stesso anno, quando oramai la maggior parte dell’incendio era stato estinto e iniziavano le operazioni di ricostruzione, lo psichiatra Vincent I. O. Agyapong e i suoi colleghi svolsero una nuova <a href="https://www.frontiersin.org/journals/psychiatry/articles/10.3389/fpsyt.2018.00345/full#B9" rel="noopener">indagine</a> per verificare il processo di guarigione degli abitanti di McMurray. Dei 500 nuovi intervistati, più del 20% presentava un disturbo di ansia generalizzato esacerbato da saltuari attacchi di panico.</p>
<h2 id="un-futuro-di-eventi-estremi">Un futuro di eventi estremi</h2><p>Il cambiamento climatico in corso sta aumentando la frequenza e l’impatto degli eventi estremi, soprattutto in alcune aree del pianeta più vulnerabili - vedi <a href="https://www.rescue.org/" rel="noopener">Turchia e Siria</a>. Uragani, incendi e inondazioni, lasciano dietro di sé distruzione materiale, ma hanno anche delle ripercussioni sulla nostra salute mentale. Ripercussioni che solo di recente abbiamo iniziato a indagare.</p>
<p>Tra i disturbi psicologici più frequenti, proprio come abbiamo visto per i cittadini di Fort McMurray, ci sono lo stress post traumatico (PTSD), la depressione e l’ansia.</p>
<p>Per capire meglio il fenomeno, gli esperti hanno diviso i fattori di rischio in tre categorie principali: demografici, legati all’evento traumatico e associati alla fase di recupero.</p>
<p>Nei <a href="https://www.cambridge.org/core/journals/psychological-medicine/article/abs/associations-of-pretrauma-attributes-and-trauma-exposure-with-screening-positive-for-ptsd-analysis-of-a-communitybased-study-of-2085-young-adults/6DFFB107C7A63E8DA2CE0B93635BD827" rel="noopener">fattori demografici</a>, rientrano il genere, l&rsquo;età, i disagi psicologici preesistenti, lo status sociale e il reddito. Sono <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S003335061630436X" rel="noopener">legati all’evento</a> la perdita della propria abitazione, i danni materiali ai propri beni e la morte di una persona cara. Infine, si accompagnano alla <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0013935115001255" rel="noopener">fase di recupero</a> il supporto fornito dal governo e quello ricevuto dai familiari superstiti, la presenza di traumi ripetuti nel tempo – come ad esempio città soggette a inondazioni frequenti - e lo stress cronico che deriva dalla vita dopo il disastro: dover cambiare casa, adattarsi a una quotidianità diversa e gestire le conseguenze che il disastro naturale ha lasciato dietro di sé.</p>
<p>Per chi si è trovato di fronte a un evento estremo, che si tratti di uragani, incendi o inondazioni, poter contare sul supporto del <a href="https://ore.exeter.ac.uk/repository/bitstream/handle/10871/37649/Butler-SSM-2018.pdf?sequence=3" rel="noopener">governo</a> – tramite i fondi stanziati per le emergenze – e delle associazioni locali – tramite iniziative di riabilitazione per la comunità – può mitigare il rischio di sviluppare disturbi psicologici e la loro gravità.</p>
<p>Al contrario, se i cittadini non hanno fiducia nel governo, e pensano che i decisori politici non stiano investendo abbastanza nella prevenzione contro futuri disastri naturali, questo ha un impatto negativo sul loro processo di recupero. Lo stesso vale per assistenza economica e terapeutica: se un individuo crede che i fondi stanziati non siano equi, e si sente abbandonato dalle autorità, avrà un rischio maggiore di sviluppare la depressione.</p>
<p>In Europa, l’evento estremo più frequente <a href="https://op.europa.eu/en/publication-detail/-/publication/b81de496-9653-11ea-aac4-01aa75ed71a1/language-en" rel="noopener">sono le inondazioni</a>. Ogni anno <a href="https://www.nature.com/articles/s41558-020-0697-0" rel="noopener">più di 250.000 persone</a> sono esposte ai rischi fluviali e costieri.</p>
<p>Tra il 2013 e il 2015, l&rsquo;Inghilterra <a href="https://assets.publishing.service.gov.uk/media/5e6bb75fd3bf7f2695546ba8/Summary_of_findings_NSFH_January_2020_Final_for_DsPH__3_.pdf" rel="noopener">è stata colpita</a> da una serie di inondazioni che hanno causato danni significativi alle abitazioni, alle infrastrutture stradali e ai ponti, generando notevoli disagi e costi di ripristino. Alcune città nelle aree meridionali e settentrionali del paese sono state evacuate, rimanendo inagibili per diversi giorni. La salute mentale dei cittadini inglesi coinvolti è stata messa a dura prova.</p>
<p>Per comprendere meglio la durata degli impatti delle inondazioni sul benessere generale della popolazione, la Public Health England (PHE) ha istituito lo Studio Nazionale Inglese di Coorte sulle Inondazioni e sulla Salute.</p>
<p>L’indagine, che ha seguito un campione di cittadini per tre anni, ha evidenziato un lento processo di recupero: coloro che avevano dovuto abbandonare senza preavviso le proprie abitazioni vivevano con la paura costante che quanto accaduto in passato potesse ripetersi. E nei casi più estremi, una giornata di pioggia poteva provocare ripetuti attacchi di panico e rendere difficile uscire di casa. Tornare alla normalità dopo un evento traumatico non è mai semplice, e gli effetti sulla salute mentale possono <a href="https://www.researchgate.net/publication/259240413_Psicopatologia_Post_Traumatica_da_Stress_8_anni_dopo_un%27alluvione_in_Italia" rel="noopener">perdurare nel tempo</a>. Al termine dello studio più del 25% dei partecipanti manifestava ancora segni di disagio psicologico: 11,8% PTSD, 8,1% ansia e 5,7% depressione.</p>
<p>Negli ultimi anni, psicologi e psichiatri hanno evidenziato come alcune fasce di popolazione siano <a href="https://www.floodsite.net/html/partner_area/project_docs/T10-09-02_Health_Impacts__Model_v1_1_Pn10.pdf" rel="noopener">più colpite</a> dalle conseguenze di un evento climatico estremo. Coloro che appartengono a un basso status socioeconomico o che hanno una storia pregressa di salute mentale risultano essere più vulnerabili a causa della minore accessibilità alle risorse sanitarie e alla mancanza di un adeguato supporto sociale. Anche i giovani, che si trovano ad affrontare il peso di una crisi ambientale ereditata, sono stati inseriti nelle categorie più a rischio di sviluppare un disturbo psicologico: la preoccupazione per i cambiamenti causati dall’azione dell’uomo unita alla sensazione di non poter fare nulla per un futuro migliore, generano uno stato di ansia e depressione crescente.</p>
<p>In un mondo sempre più soggetto a eventi climatici estremi, la necessità di considerare la salute mentale alla stessa stregua della salute fisica diventa ogni giorno più urgente. A oggi la ricerca ha solo scalfito la superficie di tutto ciò che influenza un individuo nel suo percorso di recupero post trauma. In futuro, per poter sviluppare azioni preventive e tutelare nella maniera corretta i cittadini colpiti da disastri naturali, sarà fondamentale comprendere appieno i fattori di rischio e le dinamiche dei disturbi psicologici.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ecco la nuova mappa della crisi climatica europea firmata WMO e Copernicus</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/ecco-nuova-mappa-crisi-climatica-europea-firmata-wmo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/ecco-nuova-mappa-crisi-climatica-europea-firmata-wmo/</guid><pubDate>Sat, 20 Apr 2024 13:46:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>clima</category><description>Nel 2023 in Europa le temperature sono state superiori alla media per undici mesi, con il settembre più caldo mai registrato.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/ecco-nuova-mappa-crisi-climatica-europea-firmata-wmo-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/ecco-nuova-mappa-crisi-climatica-europea-firmata-wmo-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2023 in Europa le temperature sono state superiori alla media per undici mesi, con il settembre più caldo mai registrato. È uno dei tanti dati riportati dal nuovo rapporto <em><a href="https://climate.copernicus.eu/esotc/2023" rel="noopener">European State of the Climate 2023</a></em> del Servizio europeo Copernicus e dell&rsquo;Organizzazione meteorologica mondiale, che analizza il clima europeo del 2023 con più dettaglio rispetto all’<a href="https://climate.copernicus.eu/global-climate-highlights-2023" rel="noopener">aggiornamento uscito a gennaio</a>, che in ogni caso assegnava al 2023 il record dell’anno più caldo a livello globale. Qui di seguito una sintesi del rapporto.</p>
<p>Ecco come appare la variazione di temperatura media sul territorio europeo, tra il 1900 e il 2023.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/ecco-nuova-mappa-crisi-climatica-europea-firmata-wmo-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/ecco-nuova-mappa-crisi-climatica-europea-firmata-wmo-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/ecco-nuova-mappa-crisi-climatica-europea-firmata-wmo-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1440" height="1560" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Come noto, il bacino del Mediterraneo è un cosiddetto “<a href="https://www.unep.org/unepmap/resources/factsheets/climate-change" rel="noopener">hotspot</a>” del cambiamento climatico, cioè un’area che si riscalda più rapidamente rispetto alla media globale (un altro è <a href="https://wmo.int/media/news/arctic-report-card-documents-evidence-of-accelerating-climate-change" rel="noopener">l’Artico</a>). Come dichiara  Giampaolo Balsamo, direttore dell&rsquo;Organizzazione meteorologica mondiale: «L’innalzamento delle temperature europee rispetto all’era preindustriale (prima delle imponenti emissioni di gas serra) è di 2,3°C, superiore quindi alla media globale che al momento è di circa 1,45°C». E gli obiettivi dell’Accordo di Parigi chiedono di restare ben al di sotto di 2°C, possibilmente 1,5°C, a livello globale. Siamo quindi in Europa già oltre questo limite.</p>
<p>Nel luglio scorso <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/caso-necessita-tutto-questo-caldo/">avevamo scritto</a> qui su <em>Scienza in rete</em> dell’eccessivo caldo che stava colpendo la nostra estate, con punte fino ai 40°C in Calabria, Puglia e Sicilia. Il rapporto ci ricorda che in Sicilia si è arrivati al record di ben 49°C! E gli effetti di questo caldo hanno una ricaduta pesante innanzitutto sulla nostra salute. «Il caldo estremo è l’evento killer per eccellenza. Se si confrontano gli effetti negativi di tutti gli eventi climatici estremi, il caldo da solo batte tutti gli altri perché influisce direttamente sulla fisiologia del corpo umano» ricorda Balsamo, che continua: «Questo impatto negativo del clima deve essere gestito in maniera urgente non solo per le nuove generazioni, ma anche per la popolazione attuale che si trova a fronteggiare un numero sempre maggiore di giornate “bollenti”».</p>
<p>Nell’immagine che segue sono raffigurati i giorni con stress da caldo classificato come “molto forte”, ovvero tra i 38°C e i 46°C (più ce ne sono stati più il colore è scuro). Come si può osservare, Sud e Isole e Pianura Padana sono tra i territori più colpiti in Italia, ma la situazione è ben peggiore in Grecia e nel Sud della Spagna (si vede un colore preoccupante anche nelle parti visibili dell’Africa e del Medio Oriente).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/ecco-nuova-mappa-crisi-climatica-europea-firmata-wmo-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/ecco-nuova-mappa-crisi-climatica-europea-firmata-wmo-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/ecco-nuova-mappa-crisi-climatica-europea-firmata-wmo-body-2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="3024" height="2210" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Negli ultimi vent’anni, scrive il rapporto, «la mortalità legata al caldo è aumentata di circa il 30% e si stima che i decessi legati al caldo siano aumentati nel 94% delle regioni europee monitorate».</p>
<p>Le temperature in crescita di mari e oceani, oltre ad avere un impatto sulla biodiversità marina, sono particolarmente preoccupanti, «perché l’oceano è una vasta massa d’acqua che ha un’inerzia termica e trattiene il calore per un periodo molto prolungato». Anche in questo caso, nel 2023, la temperatura media della superficie marina è stata la più alta mai registrata. E questo influenza tra le altre cose anche lo sviluppo di fenomeni atmosferici violenti e distruttivi.</p>
<p>Di seguito riportiamo un grafico elaborato da <em><a href="https://www.carbonbrief.org/mapped-how-climate-change-affects-extreme-weather-around-the-world/" rel="noopener">Carbon Brief</a></em> che rappresenta quanto gli eventi estremi siano correlati con le temperature sempre maggiori.</p>
<p>Da segnalare anche che nel 2023 «l&rsquo;Europa nel suo complesso ha registrato circa il 7% di precipitazioni in più rispetto alla media». E in più, un terzo dei fiumi ha registrato flussi superiori alla soglia di alluvione &ldquo;elevata&rdquo; (cioè con periodo di ritorno di cinque anni) e il 16% ha superato la soglia di alluvione &ldquo;grave&rdquo; (con periodo di ritorno di vent’anni). Il periodo di ritorno è un indicatore di quanto è probabile che si verifichi un certo evento: c’è qualcosa che non va se, per l’appunto, si registrano troppo frequentemente fenomeni con periodo di ritorno elevato.</p>
<p>Nell’immagine seguente, invece, è rappresentata la variazione nella perdita della massa glaciale europea, tra il 1976 e il 2023. L’anno scorso, «le Alpi hanno registrato un&rsquo;eccezionale perdita di ghiaccio nei ghiacciai, legata all&rsquo;accumulo di neve invernale inferiore alla media e alla forte fusione estiva dovuta alle ondate di calore».</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/ecco-nuova-mappa-crisi-climatica-europea-firmata-wmo-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/ecco-nuova-mappa-crisi-climatica-europea-firmata-wmo-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/ecco-nuova-mappa-crisi-climatica-europea-firmata-wmo-body-3.png.webp 1240w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1240" height="1098" loading="lazy" decoding="async">
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<p>«Se non si pone un limite al riscaldamento climatico i ghiacciai sulle Alpi potrebbero non sopravvivere oltre il 2050», spiega Sandro Fuzzi, ricercatore per l&rsquo;Istituto di scienze dell&rsquo;atmosfera e del clima del CNR. Tutti questi dati, «per chi si occupa di clima non sono risultati inaspettati. Con i modelli climatici che abbiamo a disposizione le tendenze registrate da Copernicus erano già previste».</p>
<p>Fuzzi ci ricorda anche come sia complesso lo stravolgimento del comportamento regionale delle precipitazioni con il riscaldamento globale crescente. Durante l’alluvione che ha colpito l’Emilia-Romagna nel maggio scorso, «in alcuni giorni sono caduti ben 350 milioni di metri cubi di acqua in un’areale di circa 800 chilometri quadrati, un evento tragicamente epocale. Di contro, in altre aree geografiche si è avuta una notevole riduzione delle precipitazioni che hanno causato siccità e fenomeni di desertificazione».</p>
<p>Il rapporto Copernicus affianca, ai molti dati degli impatti climatici crescenti, alcuni segnali cha fanno ben sperare. Per esempio il tasso via via crescente di impianti di energia rinnovabile per la produzione elettrica: nel 2023 l’Europa ha toccato il 43%, rispetto al 36% del 2022. Una progressione importante ma al momento ancora troppo lenta per realizzare a pieno gli obiettivi di neutralità climatica che l&rsquo;Europa si è posta.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/ecco-nuova-mappa-crisi-climatica-europea-firmata-wmo-body-4.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/ecco-nuova-mappa-crisi-climatica-europea-firmata-wmo-body-4.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/ecco-nuova-mappa-crisi-climatica-europea-firmata-wmo-body-4.png.webp 1240w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="" width="1240" height="1424" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Anche la mobilità è protagonista della transizione energetica ed ecologica. Ecco di quanto è cresciuta la vendita di veicoli elettrici (alla faccia del flop spesso presente nella narrazione mediatica italiana). In questo caso sono dati <a href="https://www.iea.org/energy-system/transport/electric-vehicles" rel="noopener">dell’Agenzia internazionale per l’energia</a> che segnala in aggiunta gli importanti risultati della Cina (il 60% dei nuovi veicoli elettrici nel 2022 al mondo è suo), dell’Europa (che ha fissato nuovi standard per l’eliminazione dei veicoli termici entro il 2035) e degli Stati Uniti (i produttori di veicoli elettrici e batterie, <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/ira-biden-inaugura-corsa-armamenti-energia-pulita/">grazie all’IRA di Biden</a>, hanno annunciato investimenti per 52 miliardi di dollari).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/ecco-nuova-mappa-crisi-climatica-europea-firmata-wmo-body-5.png.webp" alt="" width="612" height="556" loading="lazy" decoding="async">
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<p>Chiaramente non sono queste le uniche soluzioni da mettere in campo. <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/punto-siamo-transizione-energetica-aggiornamento-iea/">Sappiamo</a> che serve anche aumentare l’efficienza energetica e ristrutturare la rete elettrica, elettrificare i sistemi di riscaldamento, ridurre i consumi energetici. Altrettanto va fatto anche dal lato dell’adattamento, che ha una ricaduta pratica molto più locale; si pensi all’istituzione di <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/aree-protette-opportunita-sviluppo-turistico/">aree marine protette</a>, alla protezione dall’aumento del livello del mare e delle ondate di calore cittadine, e in generale a tutti quei provvedimenti che si differenziano a seconda del territorio. Ricordiamo, su questo, le <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/piano-nazionale-adattamento-cambiamenti-climatici-carenze-piano-strategico/">osservazioni critiche</a> raccolte su <em>Scienza in rete</em> sul <a href="https://www.mase.gov.it/sites/default/files/PNACC_DOCUMENTO_DI_PIANO.pdf" rel="noopener">Piano di adattamento climatico italiano</a>.</p>
<p>Tutto questo costa - comunque molto meno di quanto costerebbe il non far niente - ecco perché, come dice Sandro Fuzzi, «il ruolo delle imprese e della finanza è però molto importante», queste devono collaborare con il settore pubblico negli investimenti per la transizione. Il climatologo continua: «Ci sono ovviamente anche aspetti che riguardano le responsabilità personali di ogni cittadino. Il cittadino dovrebbe innanzitutto essere sensibile a questa importante tematica e pretendere una corretta informazione. Su questa base, ognuno di noi può quindi operare la necessaria pressione sia sulla politica che sul mondo economico perché agiscano al più presto nei riguardi di questa emergenza planetaria».</p>
<p>Ecco perché è importante ricordare gli appuntamenti elettorali che si terranno nel 2024, dalle elezioni per il nuovo Parlamento europeo dell’8 e 9 giugno a quelle per il Presidente e il Congresso degli Stati Uniti di novembre. Due esiti non scontati dove il clima e la transizione ecologica saranno quanto meno coprotagonisti, così come per le imponenti elezioni indiane (si vota nell&rsquo;arco di più settimane). A giugno si voterà anche per il rinnovo di circa <a href="https://dait.interno.gov.it/documenti/elenco-enti_amministrative-primo-semestre-2024-al-12-04-2024.pdf" rel="noopener">3700 Comuni</a> italiani, cioè circa la metà del totale. Sono per la maggior parte piccoli paesi con meno di 15mila abitanti, ma non per questo da sottovalutare, perché sono proprio loro - alla fine della catena di decisioni globali che inizia alle COP delle Nazioni Unite - a dover mettere in pratica tutte quelle azioni che servono alla transizione ecologica.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Biodiversità urbana: com'è cambiata e come proteggerla</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/biodiversita-urbana-cambiata-proteggerla/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/biodiversita-urbana-cambiata-proteggerla/</guid><pubDate>Mon, 25 Mar 2024 22:32:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><category>ambiente</category><description>Anche le metropoli possono essere ambienti ricchi di specie: secondo un recente studio sono ben 51 le specie di mammiferi che vivono a Roma, alcune di esse sono specie rare e protette. Nel corso degli ultimi due secoli, però, molte specie sono scomparse, in particolare quelle legate alle zone umide, stagni, laghetti e paludi, habitat importantissimi per la biodiversità e altamente minacciati.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/biodiversita-urbana-cambiata-proteggerla-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/biodiversita-urbana-cambiata-proteggerla-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Circa la metà della popolazione mondiale, vale a dire ben <a href="https://ourworldindata.org/urbanization#:~:text=How%20many%20people%20live%20in,world%20lives%20in%20urban%20settings" rel="noopener">4 miliardi di persone</a>, oggi vive nelle città, un fenomeno che è andato via via intensificandosi nell’epoca moderna: nell’Unione Europea, per esempio, dal 1961 al 2018 c’è stato un costante abbandono delle zone rurali e una crescita dei cittadini, che oggi sono circa i <a href="https://knowledge4policy.ec.europa.eu/foresight/topic/continuing-urbanisation/developments-and-forecasts-on-continuing-urbanisation_en" rel="noopener">due terzi</a> degli europei. Necessariamente crescono le aree urbane: dagli anni Settanta a oggi sono più che duplicate. Questa rapida espansione è una grandissima minaccia per la biodiversità, perché l’urbanizzazione significa perdita e frammentazione degli habitat, inquinamento (incluso quello sonoro e luminoso), pericoli mortali come strade e superstrade, variazione del microclima. Ma non necessariamente città fa rima con deserto naturalistico: anzi, soprattutto in alcune situazioni, le aree verdi cittadine possono fornire habitat idonei per la presenza delle specie selvatiche, incluse alcune di rilievo per la conservazione.</p>
<p>È quindi molto importante individuare gli ambienti che ospitano una maggiore biodiversità urbana e cercare di tutelarli dalla pressione della crescita urbanistica, e al contempo ripristinare ambienti degradati. Un <a href="https://royalsocietypublishing.org/doi/10.1098/rspb.2024.0079" rel="noopener">nuovo studio</a>, pubblicato su <em>Proceeding of The Royal Society B.</em> ricostruisce la numerosità e distribuzione dei mammiferi a Roma negli ultimi due secoli, dimostrando che la città eterna è (o è stata) casa per un numero elevato di specie, incluse quelle rare. Tuttavia, l’espansione della città, l’inquinamento e, soprattutto la perdita o il degrado delle aree umide hanno causato la scomparsa di molte specie “romane” nel tempo.</p>
<h2 id="capitale-verde">Capitale verde</h2><p>«Pur essendo una città enorme e caotica, Roma ha mantenuto una serie di spazi verdi molto diversificati: dalle ville storiche a interi pezzi di agro romano che sono rimasti come incastonati all&rsquo;interno della città mentre questa cresceva nei secoli», spiega Leonardo Ancillotto, ricercatore del <a href="https://www.iret.cnr.it/it/" rel="noopener">CNR – IRET</a> e primo autore dello studio. «È attraversata da tre fiumi, di cui due molto grandi,  che in alcuni tratti hanno mantenuto delle caratteristiche di naturalità, fungendo da corridoio di ingresso o di spostamento delle specie all&rsquo;interno del tessuto cittadino. Solo considerando la zona che ricade all’interno del Grande raccordo anulare, si trovano boschi anche ad alta naturalità, un tessuto agricolo più o meno intensivo, aree naturali, zone di abbandono… Un mosaico di ambienti molto diversificati che può ospitare tante specie diverse, non solo di mammiferi».</p>
<p>I ricercatori hanno raccolto oltre 6300 dati di presenza di mammiferi a Roma, in un periodo che va dal 1832 al 2023, unendo dati di monitoraggio, collezioni museali, centri di recupero; a questo hanno unito i dati raccolti attraverso la piattaforma di citizen scienze iNaturalist in un <a href="https://www.inaturalist.org/projects/mammiferi-di-roma/" rel="noopener">progetto</a> dedicato ai mammiferi romani. Sono ben 51 le specie di mammiferi trovate, un numero più elevato di quello misurato in altre capitali europee come Berlino o Varsavia. Le specie più comunemente segnalate sono il riccio, la volpe, il pipistrello di Savi e quello albolimbato. Nel tempo la ricchezza di specie trovate non è variata in modo drammatico, ma sono diminuite di molto le specie presenti nelle aree umide: se negli anni Cinquanta ce n’erano nove, oggi se ne contano quattro. «Il nostro lavoro dimostra che le specie che abbiamo perso negli ultimi duecento anni sono quelle prettamente acquatiche come la lontra, o il vespertilio di Capaccini, ma anche specie associate agli ambienti ripariali, per esempio la puzzola e l’arvicola d’acqua. Queste specie vivevano all’interno della città perché era presente l&rsquo;habitat acquatico, ovvero paludi e stagni, ed era di buona qualità. Le abbiamo perse presumibilmente perché questo habitat è stato sostituito, asciugato, cementificato o coltivato. Oppure, se è rimasto, è diminuita la qualità ambientale: penso per esempio alle sponde dei fiumi all&rsquo;interno della città che vengono spesso regimentate e ripulite dalla vegetazione» afferma Ancillotto. Un altro grosso problema per le specie legate alle aree umide è la presenza di specie esotiche invasive: «La nutria ha un grosso impatto sulla stabilità degli argini e sulla qualità e quantità della vegetazione acquatica e delle sponde e in alcune situazioni può essere severamente impattante sulle specie presenti in un&rsquo;area, e questo vale non solo per i mammiferi, ma anche per gli uccelli».</p>
<p>Le zone umide urbane sono habitat delicati e cruciali non solo per la ricchezza di specie che possono ospitare, ma anche per la loro importante funzione di assorbimento delle precipitazioni piovose (particolarmente utile in caso di piogge torrenziali), e di regolazione della temperatura (assorbono calore d’estate, mitigano il freddo d’inverno) nonché di riduzione degli inquinanti. Bonifiche, cementificazione e inquinamento sono le principali minacce alla loro esistenza. La Convenzione di Ramsar, accordo internazionale per la protezione delle aree umide, siglato nel 1971 e che include 172 Stati firmatari, promuove a questo proposito il <a href="https://www.ramsar.org/our-work/activities/wetland-city-accreditation" rel="noopener">Wetland City Accreditation</a>, che valorizza le aree umide cittadine, promuovendone la conservazione e ripristino, nonché favorendo campagne di sensibilizzazione verso i cittadini per far comprendere la crucialità di questi habitat.</p>
<p>Cosa fare per favorire le aree umide urbane e la biodiversità che ospitano? «Sicuramente bisogna  evitare l&rsquo;alterazione degli ambienti acquatici che ancora sono presenti, quindi la cementificazione delle sponde, la regimentazione delle acque, ma anche l&rsquo;introduzione di specie aliene o specie ornamentali all&rsquo;interno dei corsi d&rsquo;acqua, quali pesci rossi, testuggini palustri americane, anatidi domestici», spiega Ancillotto. «Molto spesso perdiamo le aree di abbandono, che includono ex parchi, ex ville o cortili, così come altre zone naturali, che vengono riconvertite a altri usi, perché considerati spazi inutilizzati che portano sporco, una situazione molto frequente in una città come Roma. In realtà si tratta di porti sicuri per la biodiversità, non solo delle specie acquatiche, e andrebbero quindi mantenute. Infine, in termini proattivi, sarebbe consigliabile creare dei nuovi habitat idonei per le specie legate agli ambienti umidi, il che aumenta la probabilità che riescano a perdurare nel tempo: se sono ancora presenti all&rsquo;interno di un territorio possono colonizzare i nuovi spazi in tempi relativamente rapidi. È chiaro che far tornare le specie che abbiamo perso è più complicato, ma favorire quelle che ancora ci sono sicuramente è una buona strategia».</p>
<h2 id="biodiversità-urbana-pro-e-contro">Biodiversità urbana: pro e contro</h2><p>Nel tempo, a Roma, sono aumentate le specie di mammiferi generaliste, ovvero più adattabili sia in termini di habitat che di alimentazione, a discapito di quelle più selettive. Di fatto, la città è un ambiente sfidante e particolare, e disparate analisi svolte nei diversi angoli del mondo giungono alla conclusione che le città funzionino come una sorta di filtro, che seleziona determinate caratteristiche degli animali come vincenti. Caratteristiche comuni dei mammiferi che abitano le aree urbane, secondo un <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/ele.13199" rel="noopener">recente articolo</a> di cui Ancillotto è coautore,  sono la prolificità e la dimensione della cucciolata, la plasticità comportamentale e la versatilità nell’uso di nuovi ambienti. Ciò, però, non esclude la presenza di specie più rare: «Alcune aree verdi all&rsquo;interno di una città possono rappresentare dei veri e propri residui di habitat fondamentali per certe popolazioni di specie di grande interesse conservazionistico, quindi preservare questi habitat assume una grande importanza», commenta Ancillotto. A Roma sono presenti diverse specie protette dalla direttiva europea Habitat, tra cui figurano alcuni chirotteri, come il vespertilio maggiore, il vespertilio smarginato e il ferro di cavallo maggiore, nonchè il moscardino, piccolo roditore “imparentato” con i ghiri.</p>
<p>Anche le metropoli possono quindi essere luoghi importanti per la conservazione. Favorire la biodiversità in ambiente urbano ha molti aspetti positivi. Spazi verdi, fiumi e specchi d’acqua aiutano a regolare le temperature locali, assorbendo il calore e mantenendo le temperature più miti. I boschi urbani aiutano anche ad assorbire il particolato dell’aria, e proteggono da fenomeni meteorologici intensi. Ma non solo: sono spazi importanti per il benessere delle persone, fisico e psicologico, e per aiutare i cittadini a superare il senso di distacco dalla natura; inoltre la conoscenza della biodiversità urbana aiuta a sensibilizzare verso questo argomento. Ma come in tutte le cose, non è tutto bianco o nero e, in alcuni casi, la presenza di alcune specie animali può invece rivelarsi molto problematica e conflittuale: nella stessa Roma, basti pensare al caso dei cinghiali, che si addentrano nella città proprio grazie agli spazi verdi ripariali che portano la natura dentro la metropoli causando non pochi problemi e dissidi sociali (su <em>Scienza in rete</em> ne abbiamo parlato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/straordinaria-invasione-cinghiali-citta/">qui</a>) . E non solo i cinghiali possono creare qualche problema per la coesistenza. Per esempio diverse specie di pipistrelli, incluse quelle più rare, possono scegliere come rifugi estivi palazzi antichi o abbandonati, sottotetti delle chiese, soffitte, solai e cantine, il che richiede una attenzione nel caso si volesse intervenire, per esempio, con una ristrutturazione dell’edificio, per evitare di disturbare la colonia o di far perdere il sito di rifugio, cosa molto importante, dato che il 70% delle specie di chirotteri presenti in Italia è strettamente protetta e rischia l’estinzione.</p>
<h2 id="verso-le-città-verdi-del-futuro">Verso le città verdi del futuro</h2><p>Per contrastare la crisi climatica le città del futuro dovranno cercare di essere più sostenibili nelle emissioni e aumentare la superficie naturale, come indicato da varie linee guida, incluse <a href="https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg3/downloads/report/IPCC_AR6_WGIII_Chapter08.pdf" rel="noopener">quelle dell’IPCC</a>. La Nature Restoration Law, recentemente approvata all’Europarlamento e in attesa della convalida finale del Consiglio europeo (attesa per il 25 marzo 2024 e <a href="https://www.euronews.com/green/2024/03/22/future-of-nature-restoration-law-uncertain-amid-further-delay" rel="noopener">purtroppo slittata</a> a causa dell&rsquo;opposizione di diversi Paesi europei, Italia inclusa), prevede, tra le misure, il ripristino delle zone umide degradate, e una spinta verso un aumento degli spazi verdi cittadini e della copertura arborea. Se queste indicazioni verranno rispettate, ci si può dunque attendere un aumento della naturalità negli ambienti urbani, e di conseguenza l’aumento degli spazi idonei per ospitare la fauna. Secondo Ancillotto, sarà cruciale orientare le scelte per la progettazione urbanistica futura, tenendo conto in questa anche della presenza di fauna selvatica: «Il punto chiave è decidere cosa vogliamo nelle nostre città: si fa presto a dire ‘piantiamo milioni di alberi’, ma poi chi passerà in quel bosco urbano? Cosa entrerà in città? Vogliamo più biodiversità? Se, come mi auguro, la risposta è &ldquo;sì&rdquo;, abbiamo i mezzi per filtrare le specie che vogliamo in maniera tale da limitare il conflitto? Sono domande enormi, che richiedono un attento studio e pianificazione. Ancora non riusciamo a rispondere, perché l&rsquo;ecologia urbana dei vertebrati è una disciplina piuttosto giovane, quindi sicuramente una delle grandi domande emergenti è come gestire effettivamente il paesaggio urbano in maniera tale da favorire il nostro target specifico. E per le specie di pregio, bisogna preparare la popolazione, perché la loro esistenza comporta dei vincoli di tutela: se c’è una specie altamente protetta in un parco urbano, le cose che si possono fare in quel parco urbano sono limitate proprio dalla sua presenza».</p>
<p>Ci troviamo quindi in una nuova fase, che può essere, se la sappiamo cogliere, una grande opportunità per superare il distacco dalla natura che ci fa assumere una visione dicotomica: o noi o gli animali. Perché la fauna entra in città, a volte in modo dirompente, generando stupore, conflitti, e in alcuni casi impatti, o al contrario costringendoci (è il caso delle specie più rare e protette) a fare attenzione anche nelle giungle urbane a non disturbare. La grande opportunità è imparare innanzi tutto a rapportarci a questa natura che viene tra le nostre case, capire che un selvatico, anche tra i palazzi e le strade rimane tale, e non sarà mai un cane o un gatto, ma un animale che sfugge e deve sfuggire al nostro desiderio di addomesticarlo, e quindi si deve cercare di coesistere mantenendo alte le distanze. Vale per animali potenzialmente molto problematici, come i cinghiali cittadini, che non vanno alimentati o avvicinati. Vale per le specie più timide e rare, che possiamo tutelare rinunciando a alcune comodità, e non è sempre facile. Ma è sicuramente una bella sfida.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Una correlazione tra l’accumulo di plastica e il rischio cardiovascolare</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/correlazione-accumulo-plastica-rischio-cardiovascolare/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/correlazione-accumulo-plastica-rischio-cardiovascolare/</guid><pubDate>Fri, 22 Mar 2024 07:58:00 +0100</pubDate><dc:creator>Anna Romano</dc:creator><category>ambiente</category><description>Che la plastica costituisca un enorme problema ambientale è ormai del tutto riconosciuto; così come sono riconosciuti i danni che causa a molte specie.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/correlazione-accumulo-plastica-rischio-cardiovascolare-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/correlazione-accumulo-plastica-rischio-cardiovascolare-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Che la plastica costituisca un enorme problema ambientale è ormai del tutto riconosciuto; così come sono riconosciuti i danni che causa a molte specie, soprattutto marine, che finiscono intrappolate da frammenti di reti, o i cui stomaci sono così pieni di rifiuti da impedire loro di alimentarsi. È anche del tutto noto che le plastiche sono ubiquitarie: non solo sono ormai presenti in ogni ambiente, anche <a href="https://www.nature.com/articles/s43017-022-00279-8" rel="noopener">dove non vi sono sostanzialmente attività antropiche</a>, ma frammenti più piccoli, quelli detti micro- e nanoplastiche, sono stati rilevati in svariati tessuti umani, dai polmoni alla placenta.</p>
<p>Così, l’avvertimento dei possibili effetti dannosi anche per la salute umana si moltiplicano, e sono numerosi gli studi per indagarli. Tuttavia, i dati disponibili sono molto limitati, e rendono difficile stabilire con chiarezza gli effetti clinici delle plastiche sulla salute umana: ora, però, uno <a href="https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa2309822" rel="noopener">studio</a> pubblicato sul <em>New England Journal of Medicine</em> e guidato da medici e ricercatori dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli, riesce a stabilire per la prima volta la correlazione tra la presenza di plastiche nell’organismo umano e aumento del rischio cardiovascolare.</p>
<h2 id="plastica-e-salute-umana-cosa-sappiamo">Plastica e salute umana: cosa sappiamo</h2><p>«Il peso delle prove scientifiche fornite dagli attuali dati sugli effetti avversi di micro- e nanoplastiche sulla salute umana è scarso, a causa delle limitazioni sostanziali delle informazioni disponibili», scrive il <a href="https://iris.who.int/bitstream/handle/10665/362049/9789240054608-eng.pdf?sequence=1" rel="noopener">report</a> dell’Organizzazione mondiale della sanità dedicato all’esposizione alla plastica e alle possibili implicazioni per la nostra salute, pubblicato nel 2022. Parte del problema è legato alla mancanza di metodi standardizzati per le indagini, cui si uniscono una serie di altri limiti: per esempio, la difficoltà a combinare le informazioni sull’esposizione alla plastica con quelle sulla tossicità, perché gli studi sulla presenza di plastiche nelle bevande o nel cibo tendono a rilevare particelle relativamente grandi, mentre gli studi tossicologici si concentrano sulle microparticelle che possono essere assorbite dall’organismo.</p>
<p>Stanno, comunque, emergendo alcuni effetti della plastica nell’organismo: studi in vitro e su modelli animali hanno evidenziato come questi materiali possano causare stress ossidativo e infiammazione; uno <a href="https://www.pnas.org/doi/full/10.1073/pnas.2104610118#sec-1" rel="noopener">studio</a> del 2021, condotto su membrane lipidiche che simulano quelle cellulari ne ha evidenziato anche un possibile danno meccanico diretto. Soprattutto, sappiamo che molte delle sostanze usate come additivi per i prodotti in plastica, usati come ritardanti di fiamma, per renderle più stabili o flessibili, per influenzarne la resistenza ai raggi UV eccetera, sono possono avere effetti neurotossici, cancerogeni e d’interferenza endocrina. È il caso, per esempio, del bisfenolo A, il cui uso in alcuni ambiti (come quello cosmetico o la produzione di biberon) è infatti oggi vietato nell’Unione europea. Ancora, nel 2023 uno <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0304389423003722?via%3Dihub" rel="noopener">studio</a> negli uccelli marini ha portato a coniare un nuovo termine, “plasticosi”, a indicare l’effetto di fibrosi che si verifica nel proventricolo di questi animali a seguito dell’ingestione di plastica.</p>
<p>Sono informazioni già di per loro inquietanti, tanto più se si considera che un altro aspetto ormai ben noto delle plastiche, e soprattutto delle particelle più piccole, quelle note come micro- e nanoplastiche, è che si possono accumulare in moltissimi tessuti umani. Gli studi ne hanno evidenziato la presenza nel circolo sanguigno, nel fegato, nei polmoni, nel colon, perfino nella placenta. E, tuttavia, cosa la loro presenza significhi in termini clinici non è ancora chiaro: le particelle di plastica sono presenti, sì, ma cosa implica la loro presenza?</p>
<h2 id="i-rapporti-tra-plastiche-infiammazione-e-rischio-cardiovascolare">I rapporti tra plastiche, infiammazione e rischio cardiovascolare</h2><p>Il nuovo studio inizia proprio a rispondere a questa domanda. Gli autori hanno analizzato 257 pazienti che si sono dovuti sottoporre a endoarterectomia carotidea, un intervento che consiste della rimozione di placche aterosclerotiche che, restringendo il lume dei vasi, limitano l’apporto di sangue al cervello. Le analisi delle placche rimosse hanno rilevato quello che rappresenta il primo importante risultato del lavoro: «Per il 58% dei pazienti, le placche contenevano micro- e nanoplastiche – e soprattutto queste ultime, a ulteriore conferma del fatto che l’assorbimento di queste particelle aumenta al diminuire della loro dimensione», spiega Raffaele Marfella, primo autore dell’articolo, medico internista e professore ordinario all’Università della Campania Luigi Vanvitelli.</p>
<p>Il gruppo di ricerca non si è fermato alla constatazione della presenza di queste particelle, rappresentate per lo più da polietilene e polivinilcloruro, ma ha anche cercato di capirne il significato clinico. «Da molti anni lavoriamo con pazienti ad alto rischio cardiovascolare. Ci siamo resi conto come, pur migliorando molti dei parametri associati a un rischio aumentato, come il diabete e l’ipertensione, rimanga una certa percentuale di rischio residuo, intorno al 30%, che non riusciamo a spiegare», racconta Marfella. «Data la riconosciuta ubiquità della plastica, ci siamo chiesti se questo materiale potesse avere un ruolo».</p>
<p>Così, i ricercatori hanno analizzato i dati dei pazienti operati, e si sono accorti che proprio i pazienti nelle cui placche erano state rilevate le micro- e nanoplastiche erano anche coloro nei quali si rilevava una maggior incidenza di ictus, infarto miocardico e morte nei 34 mesi successivi di follow up. «Abbiamo insomma potuto evidenziare una correlazione clinica tra l’accumulo di plastica e un aumento del rischio cardio-vascolare. Quindi, per cercare di valutare, sebbene in modo indiretto, il meccanismo alla base di questo aumentato rischio, abbiamo indagato alcuni parametri associati all’infiammazione», spiega Marfella. «In effetti, i nostri risultati mostrano come, sempre nei pazienti in cui sono state trovate le micro- e nanoplastiche, si riscontrino anche livelli più elevati di specifiche interleuchine e altre proteine associate alla presenza di infiammazione».</p>
<p>«Questo dato ci dà contezza di un possibile meccanismo patogenetico delle plastiche, basato appunto sull’infiammazione», continua il professore. «Infatti, micro- e nanoplastiche sono facilmente assorbite dall’organismo, che però non è in grado di degradarle. L’accumulo di questo materiale estraneo rappresenta un continuo stimolo infiammatorio e questo, a sua volta, ha un ruolo importante nelle patologie cardiovascolari. L’infiammazione, infatti, è nota per essere un importante fattore di progressione dell’aterosclerosi e delle sue complicanze. Per esempio, rende le placche più prone alla rottura, che causa la formazione di trombi».</p>
<h2 id="domande-aperte-e-direzioni-certe">Domande aperte e direzioni certe</h2><p>È importante sottolineare, come fanno gli stessi autori e autrici nel loro articolo, che lo studio rientra nel vecchio adagio <em>correlation is not causation</em>. La correlazione tra la presenza di plastica nelle placche e l’aumento del rischio cardiovascolare non prova che ne sia la causa: possono entrare in gioco altre variabili, comprese lo stato generale di salute o l’esposizione a inquinanti quali i PM10 e PM2.5. Tuttavia, lo studio ha il grande merito di puntare il riflettore su una correlazione la cui rilevanza apre la strada a studi mirati, per capire se in effetti le plastiche possano essere considerate fattori di rischio cardiovascolari, quali altri organi potrebbero risentirne, e come.</p>
<p>«Diventa anche sempre più importante capire come possiamo ridurre l’esposizione a micro- e nanoplastiche. Nel nostro lavoro ci sono alcuni limiti: per esempio, non abbiamo potuto indagare la presenza di additivi associati alle plastiche, troppo complesso dal punto di vista tecnico; né abbiamo valutato da dove derivassero le plastiche rilevate nei pazienti, anche se l’ipotesi è che provengano soprattutto da acqua e alimentazione», specifica Marfella. «Inoltre, noi stessi stiamo ora cercando di raccogliere maggiori dati per capire quanta plastica è necessario si accumuli perché possa diventare un fattore di rischio, e per quanto tempo deve permanere nell’organismo».</p>
<p>I risultati dello studio aprono, insomma, una vasta serie di domande. Allo stesso tempo, sono un’ulteriore conferma di quella che è da tempo una certezza: dobbiamo cambiare, e in fretta, il nostro rapporto (in termini di produzione, uso e smaltimento) con la plastica. Cosa possono fare, si chiede l’editoriale del <em>New England Journal</em> pubblicato in concomitanza con lo studio, i medici e gli operatori del settore sanitario? Innanzitutto riconoscere che i costi contenuti e la convenienza dei prodotti in plastica mascherano rischi più grandi; incoraggiare una riduzione del loro uso, sia nei singoli sia a livello istituzionale; e poi esprimere il massimo supporto per il Global Plastics Treaty, l’accordo internazionale, legalmente vincolante, per la riduzione dell’inquinamento da plastica proposto dalle Nazioni Unite e tutt’oggi in discussione – purtroppo, finora, <a href="https://enb.iisd.org/plastic-pollution-marine-environment-negotiating-committee-inc3-summary" rel="noopener">con risultati limitati</a>.</p>
<p>Indicazioni senz’altro valide anche al di fuori del settore medico. Perché certo, in un mondo che vede la crescita della plastica progredire di pari passo con le prove dei suoi danni, non si può non sottoscrivere la conclusione dell’editoriale: «Inaction is no longer an option», l’inerzia non è più un’opzione.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Comunità energetiche: un libro per capire la loro valenza ecologica e sociale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/comunita-energetiche-libro-capire-loro-valenza-ecologica-sociale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/comunita-energetiche-libro-capire-loro-valenza-ecologica-sociale/</guid><pubDate>Fri, 15 Mar 2024 11:29:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>energia</category><description>Le comunità energetiche rinnovabili segnano una svolta nella produzione e nel consumo di energia, puntando su fonti sostenibili e su una distribuzione decentralizzata. Gli incentivi economici, quali i contributi a fondo perduto del PNRR, facilitano l&amp;amp;rsquo;adozione di queste soluzioni che, oltre a diminuire le emissioni di CO 2, contribuiscono all&amp;amp;rsquo;indipendenza energetica. Una strategia che promuove l&amp;amp;rsquo;innovazione e la responsabilità ambientale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/comunita-energetiche-libro-capire-loro-valenza-ecologica-sociale-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/comunita-energetiche-libro-capire-loro-valenza-ecologica-sociale-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il libro <a href="https://www.pacinieditore.it/prodotto/comunita-energetiche/" rel="noopener"><em>Comunità Energetiche: Esperimenti di generatività sociale e ambientale</em></a> (New Fabric, 2024) offre una panoramica approfondita sulle comunità energetiche rinnovabili (CER), partendo dalla definizione di autoconsumo singolo, collettivo, fino alla loro concretizzazione. La filosofia di fondo delle comunità energetiche è, infatti, quello da un lato di rendersi autonomi dal punto di vista dei consumi energetici, dall’altro quello di arrivare addirittura a erogare in rete le eccedenze, passando da uno schema centralizzato e ad uno distribuito della generazione e del consumo di elettricità, vuoi che questo avvenga per iniziativa d’un singolo, di un condominio (come il caso pionieristico di autoconsumo di <a href="https://www.aceapinerolese-energia.it/2021/05/14/inaugurato-a-pinerolo-il-primo-condominio-autoconsumatore-collettivo-operativo-ditalia-una-passo-avanti-verso-la-transizione-energetica/" rel="noopener">Pinerolo</a>) o di comunità territoriali più ampie (CET).</p>
<p>Ma il valore del libro non sta solo nell’approfondimento dei dati tecnici ed economici che rendono la soluzione delle comunità energetiche rinnovabili così importante per una prospettiva di rivoluzione verde anche in Italia. Come richiamato anche dal titolo, il libro di Giuseppe Milano (ingegnere e urbanista che si occupa di governo del territorio e di pianificazione energetica da anni) insiste anche sulla dimensione di attivazione sociale di queste comunità, che abilitano il passaggio dei suoi membri da semplici consumatori individuali a produttori e consumatori collettivi di energia (<em>prosumer</em>), con ciò che questo comporta in termini di consapevolezza economica ed ecologica. Tanto da richiamare su queste anche l’attenzione da parte del magistero cattolico, a partire dalla lettera enciclica <em>Laudato sì</em> di Papa Francesco.</p>
<h2 id="bollette-più-leggere-e-altri-benefici-economici-e-ambientali">Bollette più leggere e altri benefici economici e ambientali</h2><p>I benefici che lo sviluppo delle comunità energetiche, che da poco tempo grazie ai nuovi decreti e alle recentissime linee guida del Gestore dei servizi energetici (GSE) sono finalmente realizzabili anche nel nostro Paese, sono, quindi, di due ordini. Prima di tutto quello pratico, economico e ambientale, che di fatto rende questa soluzione conveniente oltre che allineato alla transizione verde. Milano sottolinea, infatti, come le comunità energetiche possono portare a una «riduzione delle bollette annuali di almeno il 15%-20%», ma anche al contrasto alla povertà energetica, al sostegno alle micro-imprese locali e a una significativa riduzione di CO2. Se si arrivasse all’obiettivo considerato minimo di installare grazie a queste comunità impianti di una potenza complessiva di 5GW entro il 2030 (ma secondo alcune previsioni si potrebbero anche sfiorare i 10 Gw ove fossero coinvolte anche le aziende più energivore), le emissioni di anidride carbonica si ridurrebbero di 1,35 milioni di tonnellate all’anno, con un beneficio economico annuo tra i 1,3 e 1,5 miliardi di euro. </p>
<p>Il libro passa in rassegna le principali leggi europee e nazionali che stanno aprendo una strada prima molto impervia e ancora oggi non del tutto spianata. Anche perché installare un impianto – o un sistema di impianti associati alla cabina primaria con potenza massima nominale di 1 Mw – di energie rinnovabili che serva una comunità, anche un solo condominio, richiede un investimento riassorbibile in un certo numero di anni. In italia al momento esiste grazie al PNRR un «contributo a fondo perduto, con cui coprire fino al 40% del costo sostenuto per realizzare un nuovo impianto al servizio di una comunità energetica o per potenziarne uno esistente, con una dote di 2,2 miliardi di euro», ma che riguarda i comuni più piccoli (le cosiddette aree interne che hanno una popolazione inferiore alle 5mila abitanti). D’altra parte gli incentivi all’autoconsumo rappresenteranno solo la punta dell’iceberg di un fenomeno destinato a crescere attraverso forme imprenditoriali a carattere mutualistico destinate a vivere di economie di scala, servizi ancillari e forme di trading energetico con la gestione dello <em>storage</em> dell’energia e l’eventuale distribuzione delle eccedenze alla mobilità elettrica. </p>
<p>Come spiega nel libro Sergio Olivero, responsabile dell’Energy Center del Politecnico di Torino, «le comunità energetiche (…) andranno viste come piccole aziende che non redistribuiscono dividendi, ma vantaggi sociali ed economici alla comunità, chiamata a organizzarsi attraverso cluster capaci di mantenere i flussi di cassa sul territorio. Ad esempio, installare un MW di fotovoltaico comporta un investimento di circa un milione di euro e, dunque, ove nascessero comunità energetiche territoriali più grandi da 4-5 MW verrebbero coinvolti più ingegneri e progettisti, più avvocati e fiscalisti, più installatori e manutentori di impianti, più informatici. Si creerebbero economie di scala virtuose e occasioni inedite di innovazione, oltre che di occupazione».</p>
<h2 id="gli-esempi-europei-e-i-prossimi-passi-in-italia">Gli esempi europei e i prossimi passi in Italia</h2><p>Dalla ricognizione del settore effettuata da Giuseppe Milano si capisce che l’Italia non è certo all’avanguardia in un movimento che ormai conta in Europa - soprattutto in Germania - circa due milioni  di cittadini per un totale di più 7.000 comunità energetiche, fra cui esperienze ormai storiche di “ecoquartieri” come quelli di Amburgo e Friburgo, ma anche nuove iniziative di democrazia energetica dove «sono particolarmente diffusi i sistemi di teleriscaldamento a biomassa, ai quali, per una efficiente gestione dei consumi domestici nel corso dell’anno, si stanno sempre più integrando gli impianti solari termici e i contatori digitali di ultima generazione per monitorare i consumi quotidiani».</p>
<p>Tutto questo ben presto sarà possibile anche in Italia: in attesa della pubblicazione entro il prossimo 8 aprile delle piattaforme attraverso le quali sarà possibile presentare le domande di ammissione alle tariffe incentivanti, è già disponibile il portale che ospita le «mappe rilasciate da E-Distribuzione che geolocalizzano le infrastrutture di alta tensione a cui dovranno collegarsi gli impianti di nuova o vecchia generazione che abiliteranno le configurazioni di autoconsumo diffuso e delle comunità energetiche». Grazie al movimento scaturito dal Green Deal europeo e le leggi che ne sono seguite, si sta quindi diffondendo anche nel nostro Paese un nuovo metodo di concepire la produzione comunitaria e distribuita di energia, che potrebbe non fermarsi all’energia, ma stimolare forme più integrate e avanzate di innovazione sociale e ambientale. Se ben progettate e realizzate, le comunità energetiche potrebbero quindi trasformarsi nella modalità più inclusiva e generativa per valorizzare l’istituto della partecipazione, per una cittadinanza attiva più consapevole, nonché nella testimonianza più efficace di democratizzazione dell’energia pulita.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Le emissioni crescono meno: cosa fanno i ricchi e i poveri</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/emissioni-crescono-meno-cosa-fanno-ricchi-poveri/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/emissioni-crescono-meno-cosa-fanno-ricchi-poveri/</guid><pubDate>Wed, 13 Mar 2024 09:04:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>energia</category><description>I paesi ricchi, cioè i membri del G7, stanno riducendo le proprie emissioni anno dopo anno.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/emissioni-crescono-meno-cosa-fanno-ricchi-poveri-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/emissioni-crescono-meno-cosa-fanno-ricchi-poveri-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>I paesi ricchi, cioè i membri del G7, stanno riducendo le proprie emissioni anno dopo anno. E questo è un bene perché significa che chi ha maggiori possibilità tecnologiche ed economiche riesce a ridurre la propria presenza fossile nel mondo. Tuttavia, come già <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/combustibili-fossili-troppi-soldi-mani-sbagliate/">avevamo detto su <em>Scienza in rete</em></a>, estendendo il sottoinsieme planetario al G20, la situazione si modifica. Infatti, a far crescere ancora le emissioni globali sono proprio Cina e India: nel 2023 nel mondo sono aumentate dell'1,1% rispetto al 2022, ovvero aggiungendo 410 milioni di tonnellate equivalenti di CO₂. Questo quanto scrive il recente <a href="https://www.iea.org/reports/co2-emissions-in-2023" rel="noopener">rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia</a>, relativamente alle emissioni provenienti dalla produzione di energia per lo scorso anno.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/emissioni-crescono-meno-cosa-fanno-ricchi-poveri-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/emissioni-crescono-meno-cosa-fanno-ricchi-poveri-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/emissioni-crescono-meno-cosa-fanno-ricchi-poveri-body-1.png.webp 1200w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="riduzioni emissioni a livello globale" width="1200" height="1000" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Grafico IEA: Variazione delle emissioni di CO₂ derivanti dalla combustione di energia e delle emissioni evitate grazie alla diffusione delle principali tecnologie pulite, 2019-2023. L&rsquo;unità di misura sono i miliardi di tonnellate (Gt CO₂eq).</p>
<p>La colpa è principalmente del carbone, che contribuisce al 65% di queste emissioni, con 270 milioni di tonnellate CO₂ equivalenti: dal 2019 ha gettato in atmosfera 900 milioni di tonnellate.<br>
In aggiunta, il cambiamento climatico è particolarmente seccante, purtroppo, quando indebolisce le tecnologie che dovrebbero mitigarlo: la siccità, infatti, ha colpito pesantemente la produzione di energia idroelettrica generando 170 milioni di tonnellate di CO₂ in più, come illustrato nel grafico che segue. E le temperature più alte sono anche responsabili di una maggiore richiesta di energia per il raffrescamento (+50 milioni di tonnellate), ma di una minore energia per il riscaldamento (-170 milioni di tonnellate). Il bilancio, nel 2023, è stato negativo (quindi &ldquo;positivo&rdquo; per l&rsquo;ambiente) nonostante <a href="https://climate.copernicus.eu/copernicus-2023-hottest-year-record" rel="noopener">sia stato l&rsquo;anno più caldo mai registrato</a>: è stato rilevante il modo in cui le temperature locali si sono distribuite.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/emissioni-crescono-meno-cosa-fanno-ricchi-poveri-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/emissioni-crescono-meno-cosa-fanno-ricchi-poveri-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/emissioni-crescono-meno-cosa-fanno-ricchi-poveri-body-2.png.webp 1111w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="fattori di riduzione e aumento emissioni, meteorologici e infrastrutturali" width="1111" height="537" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Grafico IEA</p>
<p>Il merito maggiore di un tasso comunque in diminuzione è innanzitutto di fotovoltaico ed eolico – che hanno generato 540 Gigawatt di potenza nel 2023, il 75% in più del 2022 – e, in misura minore, del nucleare. L’Agenzia sottolinea anche il ruolo importante delle nuove pompe di calore e dei veicoli elettrici (+35%). Senza tutte queste tecnologie pulite le emissioni sarebbero state ben tre volte maggiori.</p>
<p>Nel grafico che segue sono rappresentate le emissioni per tipo di combustibile (carbone, petrolio e gas) e per gruppi di paesi.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/emissioni-crescono-meno-cosa-fanno-ricchi-poveri-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/emissioni-crescono-meno-cosa-fanno-ricchi-poveri-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/emissioni-crescono-meno-cosa-fanno-ricchi-poveri-body-3.png.webp 825w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="suddivisione contributi di emissioni per tipologia di combustibile e per gruppi di paesi" width="825" height="489" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Grafico IEA</p>
<p>Nella fattispecie, le emissioni nei paesi ricchi sono diminuite del 4,5%: qui, la domanda di carbone è tornata ai livelli del 1900 e le emissioni annue sono scese ai livelli del 1973. Invece, le emissioni cinesi sono cresciute di 545 milioni di tonnellate nel 2023 (cioè +4,7%), più degli altri anni: il carbone domina ancora la fortissima crescita di rinnovabili in Cina. Infatti, nel 2023 la Cina ha contribuito a circa il 60% di produzione aggiunta tra impianti eolici e fotovoltaici e veicoli elettrici. </p>
<p>In Cina, «dal 4% nel 2015, la quota di energia solare fotovoltaica e eolica nella generazione totale di elettricità ha raggiunto il 15% nel 2023, vicino al livello delle economie avanzate (17%). La quota di veicoli elettrici nelle vendite totali di auto della Cina era più del doppio rispetto al livello delle economie avanzate nel 2023».</p>
<p>Per l’India il discorso è analogo: il paese ha aggiunto 190 milioni di tonnellate di CO₂ lo scorso anno, pur con delle emissioni pro capite di 2 tonnellate, cioè meno della metà della media mondiale di 4,6 tonnellate. Per altro, le temperature maggiori dovute ai monsoni hanno spinto in alto la domanda di energia.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/emissioni-crescono-meno-cosa-fanno-ricchi-poveri-body-4.png.webp" alt="influenza dei monsoni nella domanda indiana di energia" width="603" height="526" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Grafico IEA</p>
<p>Tuttavia, non è affatto scontato che i paesi ricchi continuino a guidare la transizione energetica. <a href="https://www.carbonbrief.org/analysis-trump-election-win-could-add-4bn-tonnes-to-us-emissions-by-2030/" rel="noopener">Un’analisi di <em>Carbon Brief</em></a> mette in guardia dall’eventuale rielezione di Trump e dagli effetti nefasti che avrebbe sulle politiche climatiche. Far rientrare Trump nello Studio Ovale significherebbe, secondo le stime, «4 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente in più entro il 2030, che causerebbe un danno globale di più di 900 miliardi di dollari» – stando al più recente “costo sociale” del carbonio che si aggira sui 230 dollari a tonnellata. Il <em>think tank</em> di approfondimento climatico ha effettuato l’analisi «aggregando modelli sviluppati da vari gruppi di ricerca statunitensi» e tiene conto delle politiche messe in atto da Biden e la maggioranza democratica, tra cui il noto Inflaction Reduction Act «che Trump ha promesso di eliminare». Non sono incluse le promesse come il «drill, baby, drill» (trivellare, baby, trivellare) di Trump che potrebbe peggiorare lo scenario, così come non sono conteggiate le eventuali politiche future di Biden se dovesse confermarsi Presidente.</p>
<p>Ecco il grafico che esplicita le due differenti stime sulle emissioni.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/emissioni-crescono-meno-cosa-fanno-ricchi-poveri-body-5.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/emissioni-crescono-meno-cosa-fanno-ricchi-poveri-body-5.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/emissioni-crescono-meno-cosa-fanno-ricchi-poveri-body-5.png.webp 1024w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="trump porterebbe a maggiori emissioni entro il 2030 rispetto a biden" width="1024" height="763" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>È quindi necessario che gli attori globali più influenti si impegnino maggiormente per la transizione ecologica, senza limitarsi ad aggiungere energie rinnovabili al mix energetico, ma anche eliminando i combustibili fossili, senza cancellare i progressi fatti. L&rsquo;Agenzia internazionale per l&rsquo;energia segnala anche che, nonostante sia la Cina a dominare l&rsquo;aumento di emissioni globali, sono ancora gli Stati Uniti a dominare la quantità di emissioni pro capite, seppure in diminuzione. L&rsquo;Europa, invece, dal 2011 circa, produce meno emissioni pro capite anche della Cina. Insomma, il ruolo della produzione di energia nel grande marasma delle emissioni di gas serra è complesso, e vanno tenuti in considerazione tutti i fattori citati, compresa l&rsquo;instabilità meteorologica, le possibilità tecnologiche e le responsabilità storiche, per programmare al meglio la transizione ecologica.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La fusione dei ghiacci: il Plateau Rosa</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/fusione-ghiacci-plateau-rosa/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/fusione-ghiacci-plateau-rosa/</guid><pubDate>Wed, 06 Mar 2024 08:49:00 +0100</pubDate><dc:creator>Nicole Chatrian</dc:creator><category>ambiente</category><description>Il Plateau Rosa (3 500 m s.l.m) è un ghiacciaio situato nella Valtournenche, in Valle d’Aosta, al confine italo-svizzero con il comune di Zermatt nel cantone.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/fusione-ghiacci-plateau-rosa-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/fusione-ghiacci-plateau-rosa-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il Plateau Rosa (3 500 m s.l.m) è un ghiacciaio situato nella Valtournenche, in Valle d’Aosta, al confine italo-svizzero con il comune di Zermatt nel cantone Vallese. Questo ghiacciaio si presenta come un pianoro perennemente ghiacciato, delimitato a Nord dal Piccolo Cervino (3 883 m), a Est dal Breithorn Occidentale (4 165 m), a Sud dalla Gobba di Rollin (3 899 m) e a Ovest dalla Testa Grigia (3 480 m) e dal Colle del Teodulo (3 290 m). Oltre all’essere una meta ampiamente frequentata durante la stagione invernale, il ghiacciaio del Plateau Rosa è particolarmente noto e apprezzato per lo sci estivo. La sua altitudine, infatti, permette di avere piste da sci disponibili tutto l’anno. I primi ad arrivare sul ghiacciaio con degli impianti di risalita furono gli italiani, con l&rsquo;apertura nel 1938 della prima funivia da Breuil-Cervinia (Valtournenche). Dagli anni Sessanta e Settanta si iniziò a praticare lo sci estivo sul ghiacciaio grazie alla costruzione di alcuni skilift gestiti dalla società Cervino S.p.A. della famiglia Cravetto. Nel 1981, contemporaneamente all&rsquo;inaugurazione della Funivia del Piccolo Cervino dal versante di Zermatt, gli skilift passarono in gestione agli svizzeri, essendo il ghiacciaio in territorio elvetico.</p>
<p>Le temperature sempre più alte degli ultimi decenni, però, hanno reso arduo il mantenimento dell’apertura estiva del ghiacciaio portando a una chiusura anticipata e a tanti lavori di manutenzione. Nelle aree di montagna, nelle Alpi e quindi anche in Valle d’Aosta, il riscaldamento è maggiore rispetto ad altre parti del pianeta (IPCC 2019). Dal periodo preindustriale nelle Alpi le temperature medie annue sono aumentate di circa 2°C, più del doppio di quanto misurato a livello globale (1,1 ± 0,1°C). In Valle d’Aosta, nello specifico, si è verificato un riscaldamento di circa 1,7°C rispetto al periodo 1974-1995. In assenza di adeguate politiche di contenimento dell’emissione di gas serra l’incremento medio delle temperature potrà arrivare a +4,1°C al 2050, generando effetti irreversibili sulle attività antropiche. Se le condizioni climatiche continueranno a essere simili a quelle degli ultimi anni, la vita dello sci estivo volgerà presto al suo termine.</p>
<p>Per far fronte a queste problematiche, la Regione Autonoma Valle d’Aosta ha sviluppato una Strategia Regionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici con la volontà dell’Amministrazione regionale di dotarsi di uno strumento adeguato alla definizione di una visione partecipata e condivisa del territorio tesa a promuovere, in un orizzonte di breve/medio periodo, uno sviluppo sostenibile adattato alle nuove condizioni climatiche. L’obiettivo principale è, dunque, quello di riuscire ad adattarsi a questo cambiamento e a capire come modificare il turismo legato a queste località di alta montagna.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>I negazionisti climatici cambiano tattica, ma sono sempre loro</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/negazionisti-climatici-cambiano-tattica-sempre-loro/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/negazionisti-climatici-cambiano-tattica-sempre-loro/</guid><pubDate>Thu, 29 Feb 2024 14:17:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Ormai non si può più dire (e credere) che il riscaldamento globale non esiste o che non è causato dall’uomo.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/negazionisti-climatici-cambiano-tattica-sempre-loro-hero.png" type="image/png" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/negazionisti-climatici-cambiano-tattica-sempre-loro-hero.png" medium="image" type="image/png"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ormai non si può più dire (e credere) che il riscaldamento globale non esiste o che non è causato dall’uomo. Le evidenze sono <a href="https://www.ipcc.ch/report/sixth-assessment-report-cycle/" rel="noopener">schiaccianti</a> da decenni e purtroppo, come previsto, stiamo già iniziando a osservarne gli impatti sul nostro benessere, molto mal distribuiti geograficamente e socialmente. La strategia dei negazionisti climatici è quindi cambiata, come ha <a href="https://counterhate.com/wp-content/uploads/2024/01/CCDH-The-New-Climate-Denial_FINAL.pdf" rel="noopener">conteggiato</a> il Center for Countering Digital Hate (CCDH) relativamente all’offerta mediatica di YouTube. Il “nuovo” negazionismo ora diffonde altre tipologie di false informazioni: la scienza non è affidabile, le soluzioni non funzionano e tutto sommato non c’è molto da temere per gli impatti climatici. In parte questo è visibile anche nelle <a href="https://youtu.be/Qet8meIV6n4?feature=shared" rel="noopener">parole</a> del nostro Ministro per l’ambiente, che prende atto dell’esistenza del cambiamento climatico ma ancora dubita delle cause umane (ma questo è anche un problema di scelta delle competenze nella formazione dei governi).</p>
<p>Meccanismi del tutto simili a quelli che si sono riscontrati in pandemia da chi voleva creare scompiglio sociale generando dubbi prima sull’esistenza del virus e poi anche sull’efficacia dei vaccini. Per altro, il CCDH si occupa anche di questo e di altri temi ancora, come gli episodi crescenti di antisemitismo, su cui pure occorre prestare <a href="https://www.ipsos.com/it-it/27-gennaio-giorno-memoria-2022-conoscenza-italiani-olocausto" rel="noopener">attenzione</a>, purtroppo.</p>
<p>La ricerca sul “nuovo” negazionismo ha riguardato circa 12mila video sul clima caricati su YouTube pubblicati da 96 canali notoriamente negazionisti, per il periodo che va dal 1° gennaio 2018 al 30 settembre 2023 (l’elenco completo dei canali è riportato nel rapporto). La copertura mediatica è stata di circa 325 milioni di visualizzazioni complessive. Le oltre 4000 ore di video sono state analizzate grazie a un sistema di intelligenza artificiale che ha prodotto risultati con un’accuratezza del 78%.</p>
<p>Ecco come appaiono le modifiche nei contenuti dei messaggi veicolati dagli account.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/negazionisti-climatici-cambiano-tattica-sempre-loro-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2024/negazionisti-climatici-cambiano-tattica-sempre-loro-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2024/negazionisti-climatici-cambiano-tattica-sempre-loro-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="negazionismo" width="1653" height="1497" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>I valori sono percentuali. Dati di CCDH, grafico dell’autore. I vecchi negazionismi sono “Il riscaldamento globale non sta avvenendo” e “Le emissioni antropiche di gas serra non causano riscaldamento globale”; quelli nuovi: “Gli impatti del riscaldamento globale sono benèfici o innocui”, “Le soluzioni climatiche non funzionano” e “La scienza climatica e i movimenti climatici sono inaffidabili”.</p>
<p>I messaggi del “nuovo negazionismo” sono passati da un 35% del totale nel 2018 a un 70% nel 2023; al contempo, quelli relativi al “vecchio negazionismo” dal 65% al 30%.</p>
<p>Per esempio, a <a href="https://youtu.be/x_nUz_Z7YQQ" rel="noopener">questa iniziativa</a> del <em>think tank</em> negazionista <em>The Heartland Institute</em> si afferma come le energie rinnovabili siano pericolose e costose per i cittadini; quando in <a href="https://www.climatemediacenteritalia.it/wp-content/uploads/2022/08/IPCC_AR6_WGIII_FigureSPM7_IT_rev-1581x2048.png" rel="noopener">realtà</a> sono molto efficaci e poco costose. Oppure, il video seguente spiegherebbe come le politiche climatiche siano dannose per la società - realizzato con una grafica gradevole ed efficacie, che darebbe del filo da torcere ai contenuti comunicativi della stessa Convenzione ONU sul clima.</p>

<figure class="art-embed">
  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/vEFmVgjdLfs" data-titolo="Video: The Real Climate Crisis | 5-Minute Videos" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">The Real Climate Crisis | 5-Minute Videos</p>
  <button type="button" class="player-avvia">
    <svg viewBox="0 0 16 16" aria-hidden="true"><path d="M3 1.5v13l11-6.5z" fill="currentColor"/></svg>Carica il video da YouTube</button>
  <p class="player-nota">Il video sta su YouTube. Se lo carichi, YouTube riceve il tuo indirizzo IP e può salvare dati nel tuo browser (<a href="https://www.scienzainrete.it/privacy/">privacy e cookie</a>). Oppure <a href="https://www.youtube.com/watch?v=vEFmVgjdLfs" target="_blank" rel="noopener">aprilo su YouTube</a>.</p>
</div>
</figure>

<p>Uno dei casi studio riguarda il noto negazionista Jordan Peterson, che organizza interviste e dibattiti per decostruire tutto quello che riguarda il clima, dalle cause fisiche alle soluzioni. Vestito di tutto punto, video di qualità e soprattutto con moltissimo seguito: i suoi iscritti sono 7,5 milioni. I titoli dei video sono, tra gli altri, &ldquo;La grande truffa del clima&rdquo;, &ldquo;Uccidere i poveri per salvare il pianeta&rdquo; e &ldquo;Le previsioni sono sbagliate&rdquo;.</p>
<p>«La negazione della scienza è diventata insostenibile» afferma John Cook, uno dei principali ricercatori sullo scetticismo climatico. «Così, inevitabilmente, gli oppositori dell&rsquo;azione climatica stanno strategicamente passando alla disinformazione che ha come obiettivo le soluzioni climatiche, al fine di ritardare la politica climatica». Anche il noto climatologo e geofisico Michael Mann ha scritto che i negazionisti del clima si sono allontanati dalla negazione vera e propria e sono passati a quello che lui chiama “inattivismo”, tramite la promozione delle “cinque D”: deviazione, ritardo, divisione, disperazione e catastrofismo (in inglese: <em>deflection, delay, division, despair and doomism</em>). Lo scopo è diventato quindi quello di rallentare l’azione climatica tramite il dubbio e la sfiducia.</p>
<p>Al riguardo, la guida <a href="https://www.climatemediacenteritalia.it/wp-content/uploads/2023/11/crisi-climatica-e-come-comunicarla-okclima.pdf" rel="noopener"><em>Crisi climatica e come comunicarla</em></a> a cura di <em>Climate Media Center Italia</em> scrive:</p>
<blockquote>
<p>Il negazionismo del cambiamento climatico è un fenomeno organizzato e alimentato dagli interessi dell’industria dei combustibili fossili e da settori politici che spesso fanno leva su inerzie e <em>bias</em> personali (ideologici, religiosi o politici) difficilmente scardinabili, i cui obiettivi sono quelli di demolire la scienza e di minare il sostegno all’azione climatica. Per fare questo si sono serviti spesso, e ancora si servono, proprio dei media stessi.</p></blockquote>
<p>Bisognerebbe chiedersi quindi se anche i singoli negazionisti rispondano agli interessi dei combustibili fossili oppure no. Negazionismo che va a braccetto, come noto, con le numerose pratiche di <em>greenwashing</em>, come <a href="https://www.editorialedomani.it/ambiente/eni-sanremo-greenwashing-e345v25x" rel="noopener">sostenuto da Greenpeace</a> e altre associazioni in merito ai sempreverdi <a href="https://youtu.be/amx72W5JMwk?feature=shared" rel="noopener">spot</a> di Eni trasmessi al Festival di Sanremo a più di 11 milioni di telespettatori (<a href="https://appunti.substack.com/p/gli-annunci-troppo-green-e-la-realta?utm_campaign=email-post&amp;r=bji7c&amp;utm_source=substack&amp;utm_medium=email" rel="noopener">qui</a> un&rsquo;analisi, su <em>Appunti</em> di Stefano Feltri, di Duilio Giammaria, conduttore della trasmissione di RAI 3 &ldquo;Petrolio&rdquo;). Le grandi multinazionali legate ai combustibili fossili hanno anch’esse modificato strategia: da un lato si descrivono attori verdi della transizione ecologica, ma dall’altro affermano che serve estrarre più gas metano, che le rinnovabili non sono così affidabili e via dicendo, come ha <a href="https://www.desmog.com/2024/02/19/eni-climate-trial-greenpeace-italy-recommon-global-warming-lawsuit-report-climate-denial/" rel="noopener">scritto</a>, tra gli altri, Stella Levantesi per <em>Desmog</em>.</p>
<p>Queste pratiche di manipolazione dell’informazione fanno leva sulla complessità della scienza climatica e sulle convinzioni più o meno profonde delle persone. Laddove può esserci scarsa conoscenza o magari anche paura del cambiamento (per il proprio posto di lavoro, per esempio), il dubbio si insinua più facilmente.</p>
<p>Ecco perché l’attività dei mezzi d’informazione, compreso YouTube, è essenziale. Il rapporto di CCDH, per questo, ha suggerito alcune raccomandazioni. Innanzitutto, occorre modificare le policy di Google per YouTube. Andrebbero aggiornate da «We do not allow content that contradicts authoritative scientific consensus on climate change», che si riferisce solo alla base scientifica, a «We do not allow content that contradicts the authoritative scientific consensus on the causes, impacts, and solutions to climate change», comprensiva anche degli impatti e delle soluzioni. CCDH chiede anche di non monetizzare i video che diffondono contenuti negazionisti; secondo il rapporto, infatti, YouTube «è potenzialmente in grado di guadagnare fino a 13,4 milioni di dollari all&rsquo;anno in entrate pubblicitarie» dai video che diffondono false informazioni su clima e transizione ecologica.</p>
<p>Più la transizione ecologica si farà seria più gli interessi dei combustibili fossili cercheranno di ostacolarla con negazionismo e <em>greenwashing</em>, come si è visto durante la <a href="https://www.scienzainrete.it/podcast/bicchiere-mezzo-pieno-cop28/">COP28</a>, anche nel gran numero di <a href="https://www.editorialedomani.it/ambiente/cop28-accordo-cosa-significa-impzev5z" rel="noopener">lobbisti</a> fossili. Saranno essenziali da questo punto di vista le prossime <a href="https://www.reuters.com/world/europe/opinion-polls-signal-eu-election-result-could-hamper-climate-action-research-2024-01-23/" rel="noopener">elezioni</a> europee a giugno (e pure quelle americane), che dovranno per lo meno confermare l’ambizione dell’attuale Green Deal, se non migliorarla ancora. L’esito non è affatto scontato, vista l’ondata crescente di movimenti di destra, che hanno costruito malcontento e sfiducia nella scienza contro le politiche climatiche – implementate durante il periodo già parecchio stressante del Covid-19. In ogni caso, chi si occupa di comunicazione del cambiamento climatico non può in alcun modo permettersi di trasmettere pessimismo: la <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/punto-siamo-transizione-energetica-aggiornamento-iea/">transizione è già iniziata</a> e gli scenari catastrofici sono oggi meno probabili di qualche anno fa. Ora o mai più.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Auto elettriche: occorre ripensare il modello di mobilità</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/auto-elettriche-occorre-ripensare-modello-mobilita/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/auto-elettriche-occorre-ripensare-modello-mobilita/</guid><pubDate>Wed, 28 Feb 2024 09:37:00 +0100</pubDate><dc:creator>Riccardo Lo Bue</dc:creator><category>ambiente</category><description>Da un punto di vista sia economico sia ambientale, la parte più costosa di un’auto elettrica è la batteria, pertanto è bene sfruttare tutta la sua vita utile. Tuttavia, il modello di mobilità attuale, basato su molte auto private poco utilizzate, non è né efficiente né sostenibile per un parco auto completamente elettrificato: occorre passare verso un modello di mobilità basato sul car sharing di veicoli a guida autonoma.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/auto-elettriche-occorre-ripensare-modello-mobilita-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/auto-elettriche-occorre-ripensare-modello-mobilita-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2023, in Italia le immatricolazioni di auto elettriche sono state 66.276, con una quota di mercato del 4,22%, contro le 49.053 del 2022 e una quota di mercato del 3,71%. Il parco circolante BEV si attesta così a 220.188 unità.</p>
<p>Su base regionale, le immatricolazioni sono così ripartite: in testa il Trentino-Alto Adige con 12.807 veicoli immatricolati, seguito da Lombardia con 12.509 immatricolazioni, Lazio 7.533 veicoli, Toscana con 6.410, Veneto con 5.327, Emilia-Romagna 5.025 veicoli e Piemonte con 4.299 veicoli.</p>
<p>Nel confronto con gli altri principali Paesi europei nel periodo gennaio-novembre 2023 con lo stesso periodo del 2022 si continua a notare un incremento della quota di mercato delle auto elettriche in tutti i maggiori Paesi europei, con l’Olanda sempre in testa con il 29,99% di quota di mercato, seguita da Belgio (19,02%) Germania (18,07%), Regno Unito (16,29%), Francia (16,39%) Spagna (5,56%), mentre l’Italia, si ferma al 4,07%. (Dati <a href="https://www.motus-e.org/analisi-di-mercato/dicembre-2023/" rel="noopener">Motus-E</a>)</p>
<p>Nonostante la quota di mercato delle auto elettriche stia crescendo, seppur più lentamente in Italia rispetto ad altri Paesi europei, il dibattito su alcuni aspetti delle auto elettriche è ancora molto acceso. Abbiamo provato ad affrontare alcune di queste tematiche con Sergio Savaresi, professore ordinario presso il Dipartimento di elettronica, informazione e bioingegneria del Politecnico di Milano che guida il gruppo di ricerca mOve, che si occupa di controlli automatici in veicoli terrestri. Con il team PoliMOVE, nato in seno al gruppo mOve, ha vinto due edizioni della <a href="https://www.polimi.it/in-evidenza/dettaglio-news/home/lauto-del-politecnico-batte-tutti-a-las-vegas-nella-gara-a-guida-autonoma" rel="noopener">Indy Autonomous Challenge</a>, un torneo per auto da corsa a guida autonoma.</p>
<h2 id="sicurezza-delle-auto-elettriche">Sicurezza delle auto elettriche</h2><p>Uno degli aspetti frequentemente dibattuto in rete è la sicurezza, in particolare rispetto al rischio incendio. La questione torna ciclicamente alla ribalta ogniqualvolta la cronaca riporta di incendi in cui sono stati coinvolti veicoli elettrici.</p>
<p>Nelle batterie a litio si possono verificare delle reazioni chimiche indesiderate che determinano il cosiddetto <em>thermal runaway</em>. Come spiega Savaresi: «Si tratta di un’instabilità termica dovuta a un cortocircuito, a un danneggiamento della cella oppure a un&rsquo;alterazione dei parametri nominali e che può innescare un incendio e propagarsi alle altre celle vicine».</p>
<p>L’agenzia svedese per le emergenze civili (<a href="https://www.msb.se/sv/aktuellt/nyheter/2023/maj/brander-i-eltransportmedel-under-2022" rel="noopener">MSB Myndigheten för samhällsskydd och beredskap</a>) ha rilevato che nel 2022 si sono verificati 3,8 incendi ogni 100.000 auto elettriche o ibride, rispetto ai 68 incendi ogni 100.000 auto prendendo in considerazione tutti i tipi di carburante. Tuttavia, queste ultime cifre includono gli incendi dolosi, rendendo i confronti complicati.</p>
<p>Il Dipartimento della Difesa australiano ha finanziato <a href="https://www.evfiresafe.com/ev-fire-key-findings" rel="noopener">EV FireSafe</a> per esaminare la questione. Si è scoperto che c’è una probabilità dello 0,0012% che la batteria di un veicolo elettrico prenda fuoco, rispetto allo 0,1% di probabilità per le auto con motore a combustione interna.</p>
<p>Come spiega Savaresi, «È difficile fare una comparativa». Secondo il professore, l’allarmismo sarebbe dovuto all&rsquo;Ansia da nuova tecnologia. «C’è una vecchia tecnologia che è chiaramente rischiosa, perché portare in giro decine di litri di benzina è pericoloso, ma ci siamo abituati. Le auto elettriche sono una tecnologia relativamente nuova, non siamo abituati a questo tipo di rischio e quindi si è creato dell’allarmismo; ma è difficile affermare che le batterie sono più pericolose di un serbatoio di benzina. Non fa assolutamente notizia se un’auto a benzina prende fuoco a seguito di un incidente, lo si ritiene normale; fa notizia se un veicolo elettrico prende fuoco a valle di un incidente».</p>
<h2 id="le-materie-critiche-per-la-produzione-delle-auto-elettriche">Le materie critiche per la produzione delle auto elettriche </h2><p>Un altro aspetto, che riguarda sempre le batterie, è la reale disponibilità dei materiali per la loro produzione. Le quantità variano a seconda del tipo di batteria e del modello del veicolo ma, secondo i dati dell&rsquo;<a href="https://www.nature.com/articles/d41586-021-02222-1" rel="noopener">Argonne National Laboratory</a>, un singolo pacco batteria agli ioni di litio per auto potrebbe contenere circa 8 kg di litio, 35 kg di nichel, 20 kg di manganese e 14 kg di cobalto.</p>
<p>L’<a href="https://pubs.usgs.gov/periodicals/mcs2024/mcs2024.pdf" rel="noopener">U.S. Geological Survey, Mineral Commodity Summaries 2024</a> stima che, grazie alla continua esplorazione, le risorse di litio siano aumentate sostanzialmente in tutto il mondo e ammontino a circa 105 milioni di tonnellate. Tuttavia, solo 28 milioni si possono considerare riserve, ossia effettivamente sfruttabili.</p>
<p>Mentre per il cobalto si stima che le risorse terrestri siano di 25 milioni di tonnellate, per lo più concentrate tra Congo e Zambia, cui si aggiungono 120 milioni di tonnellate sui fondali oceanici sottoforma di noduli polimetallici. L&rsquo;estrazione di queste ultime è però controversa, poiché <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/regolamentazione-deep-sea-mining-siamo-ancora-alto-mare/">manca una regolamentazione</a> per lo sfruttamento di tali risorse che in parte ricadono in acque internazionali.</p>
<h2 id="il-riciclo-delle-batterie-delle-auto-elettriche">Il riciclo delle batterie delle auto elettriche</h2><p>Una via per ridurre il consumo di materie prime è il ricorso al riciclaggio delle batterie, che, come spiega Savaresi, «È ancora all’inizio. È chiaro che va sviluppata una filiera e tutti i Paesi che stanno puntando sull’elettrico si stanno attrezzando. Non è ancora ben sviluppato perché la stragrande maggioranza delle batterie per uso automotive non hanno bisogno di essere riciclate: la necessità di riciclarle la vedremo non prima di cinque, dieci anni».</p>
<p>L’industria si sta già preparando ad affrontare lo <a href="https://www.science.org/content/article/millions-electric-cars-are-coming-what-happens-all-dead-batteries" rel="noopener">smaltimento delle batterie dei veicoli elettrici</a>, anche perché il riciclaggio non solo preverrebbe l’inquinamento ma aiuterebbe anche i governi a rafforzare la loro sicurezza economica, aumentando le forniture di metalli chiave per le batterie, controllati da una o poche nazioni. Dunque, se da un lato lo smaltimento delle batterie dei veicoli elettrici è un problema di gestione dei rifiuti, dall&rsquo;altro, è un&rsquo;opportunità per produrre un flusso secondario sostenibile di materiali critici.</p>
<p>Tuttavia, non manca qualche difficoltà. Le batterie differiscono notevolmente tra i vari costruttori, sia in termini di composizione chimica sia nel modo in cui sono costruite, il che rende difficile creare sistemi di riciclaggio efficienti. Ciò fa sì che spesso per i produttori di batterie sia più economico acquistare metalli estratti piuttosto che utilizzare materiali riciclati.</p>
<p>Inoltre, le batterie dei veicoli elettrici hanno una struttura annidata: un pacchetto principale contiene diversi moduli, ciascuno dei quali è costituito da numerose celle più piccole. All&rsquo;interno di ciascuna cella, gli atomi di litio si muovono attraverso un elettrolita tra un anodo di grafite e un foglio catodico composto da un ossido di metallo. Le batterie sono solitamente definite dai metalli nel catodo. Esistono tre tipi principali: nichel-cobalto-alluminio, ferro-fosfato e nichel-manganese-cobalto.</p>
<p>Le aziende che si occupano del riciclaggio sono più interessate ai metalli del catodo, come il cobalto e il nichel, che hanno prezzi elevati, ma a causa delle piccole quantità presenti nelle batterie sono difficili da trovare e recuperare.</p>
<p>La tecnica più comune per il recupero dei metalli è la pirometallurgia, in cui la cella viene prima distrutta meccanicamente e poi bruciata, per procedere infine al recupero dei metalli. Il principale vantaggio di questa tecnica è che chi ricicla non ha bisogno di conoscere la struttura e la chimica della batteria; lo svantaggio è che si tratta di una tecnica altamente energivora. L’idrometallurgia, invece, prevede l’immersione dei materiali delle batterie in soluzioni acquose acide, producendo un liquido carico di metalli. Questa tecnica consente il recupero di materiali non recuperabili tramite la prima, ma talora rende difficile il recupero di altri metalli dal liquido ottenuto. Inoltre, occorre che la batteria sia scarica e vengono utilizzate sostanze pericolose per la salute. Infine, va tenuto conto che entrambi i processi producono grandi quantità di rifiuti ed emettono gas serra.</p>
<p>Una tecnica alternativa è il recupero diretto del materiale catodico nella sua composizione chimica e fisica originaria e riutilizzarlo direttamente per la produzione di nuove celle agli ioni di litio. Ciò consente di evitare le costose procedure ad alta intensità energetica per la separazione dei materiali della batteria e il successivo riassemblaggio.</p>
<p>La ricerca per il riciclaggio completo delle batterie continua, sia da parte di chi le deve riciclare sia da parte di chi le produce per realizzare batterie che siano più semplici da riciclare.</p>
<h2 id="il-problema-delle-batterie-non-è-lautonomia-ma-il-rischio-di-non-sfruttarne-la-vita-utile">Il problema delle batterie non è l&rsquo;autonomia ma il rischio di non sfruttarne la vita utile</h2><p>Un aspetto forse poco conosciuto, invece, riguarda l’autonomia delle batterie. «Non è un problema dare lunghe autonomie alle batterie delle auto elettriche. Se volessimo delle batterie che abbiano autonomie reali di 500-600 chilometri, non sarebbe un problema costruirle», spiega Savaresi. «Ma, ironicamente, queste batterie durerebbero troppo. Supponiamo di avere un’auto elettrica con un’autonomia di 500 chilometri: una batteria a litio può essere ricaricata circa 1.500 volte, il che vuol dire che la vita della batteria sarebbe 750mila chilometri».</p>
<p>Secondo dati riportati nello studio <em><a href="https://unrae.it/files/Studio%20UNRAE%20L_automobile%20Italiani%20a%20confronto_6336ab4170253.pdf" rel="noopener">L’automobile: italiani a confronto</a>,</em> condotto nel 2022 da UNRAE, Unione nazionale rappresentanti autoveicoli esteri, la percorrenza media annua per vettura è pari a 10.712 chilometri. Questo vorrebbe dire che un’auto elettrica potrebbe durare teoricamente circa 75 anni; ma il deterioramento della batteria non dipende solo del numero di volte che viene ricaricata ma anche da quello che viene chiamato <em>calendar aging</em>, ossia l’invecchiamento dovuto al trascorrere del tempo. Dunque, secondo Savaresi, il rischio paradossalmente è quello di non sfruttare integralmente la vita utile della batteria: «L’auto elettrica ha senso solo se usata molto intensamente, quindi 50, 60, 70 mila chilometri l’anno, ma questi non sono chilometraggi da utilizzo privato».</p>
<h2 id="un-nuovo-modello-di-mobilità-per-le-auto-elettriche">Un nuovo modello di mobilità per le auto elettriche</h2><p>Per sfruttare a pieno il potenziale delle auto elettriche occorre quindi cambiare il modello di mobilità. «L’attuale modello di mobilità si basa su moltissime auto private, utilizzate pochissimo, mentre l’auto elettrica, per quanto detto prima, si presta molto bene a un utilizzo intensivo compatibile con il car sharing. L’elettrificazione di massa delle auto ha senso solo se si va verso un modello di mobilità basato largamente sul car sharing. Per un pieno sviluppo del car sharing occorre lo sviluppo dei veicoli a guida autonoma», spiega Savaresi.</p>
<p>Secondo il ricercatore, l’elettrificazione delle auto è certamente il punto di arrivo, ma inverte l’ordine con cui questo traguardo sarà raggiunto: prima occorre lo sviluppo dei veicoli a guida autonoma, che permetterà la diffusione del car sharing in modo capillare, e questo consentirà di sfruttare a pieno le potenzialità dei veicoli elettrici. «Un’elettrificazione completa su un parco veicolare privato è sostanzialmente infattibile e insostenibile. Dunque meno macchine ma più utilizzate: questa è la direzione che dobbiamo prendere».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Cambia il clima, cambiano anche i pipistrelli?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cambia-clima-cambiano-pipistrelli/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cambia-clima-cambiano-pipistrelli/</guid><pubDate>Wed, 21 Feb 2024 09:54:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><category>ambiente</category><description>Con l&amp;amp;rsquo;aumento di temperature, alcune specie di chirotteri stanno diventando più grandi e modificano la loro distribuzione: sta succedendo nel Parco Nazionale d&amp;amp;rsquo;Abruzzo, Lazio e Molise al vespertilio di Daubenton. Un cambiamento che potrebbe avere effetti negativi per la conservazione di questa specie.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/cambia-clima-cambiano-pipistrelli-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/cambia-clima-cambiano-pipistrelli-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il cambiamento climatico costringe tutti a fare i conti con nuove condizioni di vita e a trovare strategie per sopravvivere, incluso un <em>restyling</em> di caratteristiche fisiche e fisiologiche. Così le api selvatiche in Spagna stanno diventando sempre <a href="https://www.newscientist.com/article/2384886-wild-bees-are-rapidly-shrinking-due-to-global-warming/" rel="noopener">più piccole</a>, e lo stesso sta accadendo a diverse <a href="https://www.audubon.org/news/many-birds-are-shrinking-and-growing-longer-wings-world-warms-why" rel="noopener">specie di uccelli</a> sparse per il globo, a <a href="http://https://theconversation.com/the-worlds-fish-are-shrinking-as-the-climate-warms-were-trying-to-figure-out-why-207729" rel="noopener">pesci oceanici</a> e <a href="https://www.science.org/content/article/large-beetles-are-shrinking-thanks-climate-change" rel="noopener">insetti</a>. Alcune specie, al contrario, con l’aumento delle temperature diventano più grandi. È quanto <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0048969723083638" rel="noopener">sta succedendo</a> a una specie di chirottero nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, il vespertilio di Daubenton (nome scientifico <em>Myotis daubentonii</em>),  che vive lungo i corsi d’acqua, dove si nutre di insetti che pesca a pelo d’acqua grazie alla membrana mobile sviluppata attorno alla coda.</p>
<p>«Abbiamo osservato un aumento delle dimensioni dell&rsquo;avambraccio, un buon indicatore delle dimensioni corporee generali. Ciò non significa che i vespertili di questa popolazione siano triplicati di taglia: parliamo di variazioni dell&rsquo;ordine del millimetro, ma l’aumento c’è stato ed è significativo», afferma Danilo Russo, professore di ecologia presso il dipartimento di Agraria dell’Università di Napoli Federico II e primo autore dello studio. Russo e il suo team di ricerca monitorano la popolazione di <em>Myotis daubentonii</em> che vive lungo il fiume Sangro da più di vent’anni, il che consente di avere una robusta serie storica di dati che permette di operare confronti e misurare gli effetti del cambiamento climatico. Analizzando i dati meteo forniti di una stazione metereologica (<a href="https://meteomont.carabinieri.it/" rel="noopener">meteomont</a>), posta a 1.450 m di quota sul confine tra Abruzzo e Lazio, precisamente a Forca D’Acero, i ricercatori hanno infatti rilevato dal dicembre 1999 al maggio 2023 un aumento della temperatura media di ben 4 gradi. Grazie al monitoraggio ventennale si è potuto documentare un secondo effetto dell’aumento delle temperature su questa popolazione, che potrebbe avere implicazioni sulle interazioni sociali. Infatti, in contesti ambientali caratterizzati da un gradiente altitudinale come nel caso del fiume Sangro, le femmine vivono solo <a href="https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0134573" rel="noopener">al di sotto di una certa quota</a>, mentre i maschi si separano in due gruppi: alcuni vivono insieme alle femmine, e hanno un maggiore accesso all’accoppiamento, altri vivono a quote più elevate e non si mescolano con gli altri. Le analisi indicano uno spostamento verso l’alto delle femmine: nel 2000 non superavano mai i 900 m, oggi sono presenti anche a 1.100 metri di altitudine. Questo spostamento potrebbe essere spiegato sia con l’aumento delle temperature, che potrebbe aver modificato anche la distribuzione degli insetti di cui i vespertili si nutrono, sia col fatto che le femmine preferiscono in generale zone più calde e, quindi, abbiano potuto ampliare la zona da frequentare beneficiando per così dire di un clima più mite. Resta da capire se questo abbia implicazioni nelle interazioni con i maschi.</p>
<p>«Le variazioni dimensionali costituiscono una delle potenziali risposte al cambiamento climatico, e per un certo tempo si è proposto un paradigma secondo il quale, se il clima si riscalda, è più conveniente essere più piccoli, perché si riesce a dissipare calore più rapidamente. Quindi, ci si dovrebbe aspettare un pattern opposto rispetto a quello che abbiamo trovato. In realtà, essere più grandi significa anche avere una maggiore capacità di ritenzione idrica; una taglia maggiore potrebbe quindi essere utile per trattenere l&rsquo;acqua e difendersi dalle ondate di calore», spiega Russo. E le ondate di calore sono un grosso rischio, specialmente per le specie cittadine: uno <a href="https://www.mdpi.com/2079-7737/12/4/543" rel="noopener">studio</a> dimostra infatti che, nelle giornate più torride, aumentano i ricoveri di pipistrelli disidratati o in shock termico presso i centri di recupero della fauna selvatica.</p>
<p>Ma qual è il collegamento tra aumento delle dimensioni e caldo? «I chirotteri, quando vogliono risparmiare energia, mettono il motore al minimo e vanno in torpore. Le femmine gravide o in allattamento non possono però farlo, perché ciò interferirebbe con la riproduzione (per esempio potrebbe compromettere lo sviluppo fetale). Ma questo comporta per loro un grosso costo energetico per mantenere la termoregolazione. Ora, se si trovano in un rifugio più caldo, le femmine risparmiano energia sulla loro termoregolazione e producono piccoli di dimensioni maggiori. Questo è un fenomeno di plasticità fenotipica», spiega Russo. Fenomeno dimostrato da un <a href="https://www.cell.com/current-biology/abstract/S0960-9822%2823%2901047-3" rel="noopener">esperimento</a> condotto in Germania sul vespertilio di Bechstein: i ricercatori hanno artificialmente riscaldato alcuni rifugi e marcato gli animali, dimostrando così che i pipistrelli cresciuti a temperature più elevate erano più grandi degli altri. L&rsquo;aumento di dimensioni potrebbe rivelarsi un&rsquo;arma a doppio taglio, perché comporta anche un maggiore fabbisogno energetico, e resta anche da vedere se la disponibilità di prede sia adeguata per soddisfarlo. Uno studio condotto in Baviera (ne abbiamo parlato su <em>Scienza in rete</em> <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/pipistrelli-piu-grossi-meno-longevi-causa-riscaldamento-globale/">qui</a> ), per esempio, dimostrava che la speranza di vita dei vespertili più grandi era più bassa di quelli di taglia usuale. «Questo aumento di dimensioni potrebbe diventare quasi una trappola riproduttiva: se le condizioni di allevamento sono tali da rendere gli individui più grandi, perché la risposta fenotipica è immediata e rapida ed è legata alle temperature del rifugio, poi però resta il problema per questi animali di procacciarsi il cibo per l’intera durata della loro vita, che può essere di quindici-vent’anni. La cosa che preoccupa dal punto di vista della conservazione è che c&rsquo;è un crollo globale della potenziale disponibilità di prede, con il drammatico declino degli insetti, dovuto all’uso di pesticidi», commenta il ricercatore.</p>
<p>Non tutte le specie di chirotteri stanno però aumentando di dimensioni. In un altro lavoro pubblicato su <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/ece3.10872" rel="noopener"><em>Ecology and Evolution</em></a> e svolto in collaborazione con l’Università dell’Insubria, Russo ha analizzato i dati relativi a quindici specie di chirotteri italiani, riferiti a vent&rsquo;anni di monitoraggio, rilevando un aumento di dimensioni in sole tre specie: oltre al vespertilio di Daubenton, la nottola di Leiser e il più piccolo chirottero europeo, il pipistrello pigmeo. «Il quadro complessivo è che l&rsquo;aumento dimensionale non è un trend universale e che ogni specie fa storia a sé», commenta Russo. «Va poi considerata la struttura del campione analizzato: per esempio, mettere insieme i dati di più popolazioni per le analisi potrebbe mascherare alcuni effetti dovuti a fattori locali. Verosimilmente il tipo di rifugio riproduttivo che i pipistrelli utilizzano gioca una differenza: se è meno protetto rispetto alle alterazioni di temperatura, probabilmente il risultato è meno marcato».</p>
<p>Non è mai semplice né scontato comprendere la natura, e gli effetti dei cambiamenti climatici possono essere variegati. I chirotteri sono specie sensibili, perché sono suscettibili ai cambiamenti di temperatura, e hanno diete altamente specializzate, ma una <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/brv.12893" rel="noopener">recente revisione della letteratura</a> esistente dimostra una scarsità di studi che misurino concretamente questi impatti. Come mostrano le ricerche di Russo e collaboratori, è invece estremamente importante condurre studi sul lungo termine per identificare i possibili effetti del riscaldamento globale, e le interazioni tra questo e altri fattori che possono avere un impatto sui pipistrelli, come la frammentazione degli habitat e la gestione dei terreni agricoli.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Noi, le piante e l'intelligenza</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/noi-piante-lintelligenza/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/noi-piante-lintelligenza/</guid><pubDate>Fri, 16 Feb 2024 11:19:00 +0100</pubDate><dc:creator>Paola Bonfante</dc:creator><category>ambiente</category><description>Le piante sono finalmente uscite dal cono d&amp;amp;rsquo;ombra in cui la plant blindness, la dispercezione per cui tendiamo a non notarle in un determinato ambiente, le aveva confinate. Ma spesso sono raccontate attraverso una lente antropomorfica. È da questa che nasce anche la domanda: le piante sono intelligenti?</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/noi-piante-lintelligenza-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/noi-piante-lintelligenza-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sono comparse sulla terra 450 milioni di anni fa. Dominano il nostro pianeta con la loro imponente biomassa: <a href="https://www.pnas.org/doi/full/10.1073/pnas.1711842115" rel="noopener">450 gigatonnellate di carbonio</a> contro le minimali 0,06 degli umani. Dipendiamo da loro per l&rsquo;ossigeno che producono e per il cibo che ci danno. Sono le cruciali mediatrici della concentrazione di anidride carbonica nell&rsquo;atmosfera, e questo valore <a href="https://nph.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/nph.15283" rel="noopener">è strettamente legato al cambiamento climatico</a>. Sono le piante le attrici che - in ipotetico triangolo - legano la salute umana con la salute dell&rsquo;ambiente nel contesto del One Health, la cui visione olistica è attualmente alla base di molte agenzie internazionali e nazionali.</p>
<p>Molti dei Sustainable Developmental Goals hanno direttamente o indirettamente identificato le piante come target di azioni specifiche. Importanti progetti europei come <a href="https://food.ec.europa.eu/horizontal-topics/farm-fork-strategy_en" rel="noopener">From Farm to Fork</a> si fondano su un incrocio di ricerca, tecnologia, management il cui obiettivo è mantenere alta la produttività delle piante coltivate, pur riducendo drasticamente l&rsquo;uso di pesticidi e fertilizzanti. La politica spesso usa il green come bandiera. Diamo spazio alla natura; usiamo un approccio rigenerativo. Nei paesi ancora fuori dalla guerra, questi sono gli imperativi per le generazioni più giovani e sensibili all&rsquo;ambiente.</p>
<p>Per tutti questi motivi, da alcuni anni le piante <a href="https://nph.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/ppp3.51" rel="noopener">sono finalmente uscite</a> dal cono d&rsquo;ombra in cui la <em>plant blindness</em>, la dispercezione per cui molti esseri umani tendono a non notare le piante in un determinato ambiente, le aveva confinate. Anche in Italia i non specialisti guardano alle piante con rinnovato interesse e rispetto. Tuttavia, a differenza della ricerca scientifica e dei testi universitari, dove l&rsquo;obiettivo è capire i meccanismi, nella comunicazione stampata, nel web o nella pubblicità, lo spazio dato alle piante e al mondo, che ruota attorno a esse, mostra due letture dominanti. C&rsquo;è una visione utilitaristica, per la quale le piante nei campi, nei boschi e nei giardini, sono viste non solo come sorgenti di cibo &ldquo;naturale&rdquo; che richiama il buon tempo antico, ma anche di bellezza, grazie a profumi e colori che allietano la vita. Grazie all&rsquo;architettura contemporanea che sostiene boschi verticali, tetti verdi e orti urbani, le piante diventano le compagne della vita degli umani anche nell&rsquo;ambiente urbano. Da sempre elementi ornamentali nella storia umana, dalle antiche civiltà del Mediterraneo al Liberty del XX secolo, le piante nel nostro XXI sono diventate ora attrici reali, come fossero dei mattoni, una parte integrante dell&rsquo;architettura. L&rsquo;altra lettura dominante guarda invece alle piante attraverso una lente antropomorfica, che permette la costruzione di sentimenti e relazioni: in questa narrazione le piante si arricchiscono di sfumature &ldquo;new age&rdquo; diventando portatrici di doti taumaturgiche e di benefici psicofisici. È il potere del verde.</p>
<p>In questo contesto si pone un dibattito che vede contrapposti divulgatori e ricercatori con competenze diverse: le piante sono intelligenti? Google indica decine di titoli di libri sull&rsquo;argomento, che spaziano dalla vita segreta delle piante, alla loro sensibilità, alla loro capacità di avere intenzionalità e memoria, identificando anche una nuova disciplina, la neurobiologia delle piante illustrata in un <a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/16843034/" rel="noopener">saggio</a> da Brenner e colleghi nel 2006. <a href="https://www.edizioninottetempo.it/it/cosi-parlo-la-pianta" rel="noopener">Alcuni di questi libri</a> introducono elementi estremi: le piante non solo apprendono, ma anche &ldquo;parlano&rdquo; all&rsquo;essere umano facendo rivivere elementi di un vitalismo/animismo arcaico.</p>
<p>Tuttavia, se un&rsquo;analisi simile è condotta usando un motore di ricerca scientifico (<em>plant intelligence</em>) i risultati sono molto limitati: lavori sull&rsquo;intelligenza delle piante pubblicati su riviste scientifiche con un buon valore di impatto sono pochi. Sono, inoltre, per lo più, lavori di riflessione teorica, con pochi dati sperimentali. Negli ultimi anni, <a href="https://doi.org/10.3390/biology12060819" rel="noopener">alcuni di questi lavori</a> sono stati scritti da filosofi o da psicologi, ma certamente le scuole di biologia vegetale che indicano le direttive attuali in un settore così <a href="https://doi.org/10.1093/plcell/koac303" rel="noopener">fondamentale per il bene dell&rsquo;umanità</a>, non sviluppano tale domanda.</p>
<p>Può essere interessante <a href="https://www.lindiceonline.com/l-indice/sommario/gennaio-2024/" rel="noopener">cercare di trovare una spiegazione</a> su questa diversa percezione. Tutto parte dalla definizione di intelligenza. Se intelligenza è la capacità di un individuo di affrontare e risolvere i problemi, promuovendo la propria fitness individuale, senza dubbio le piante sono intelligenti, esattamente come lo sono tutti gli organismi viventi. Ogni cellula vivente, dal batterio <em>Escherichia coli</em> all&rsquo;alga unicellulare e agli individui multicellulari, come un delfino o una <em>Ginkgo biloba</em>, possiede una membrana cellulare che separa l&rsquo;ambiente interno da quello esterno. Grazie a essa, la cellula si interfaccia con il proprio ambiente, ne riconosce gli stimoli, li decodifica, li interpreta, e mette in atto delle risposte regolando il proprio metabolismo. Le piante quindi rispondono agli stimoli esterni e si adattano a un ambiente mutevole. Colonizzano tutti gli ambienti, dai deserti agli oceani, quindi la loro capacità di adattamento è straordinaria, come ben dimostrato dalla loro storia evolutiva.</p>
<p>Tuttavia, questa è la caratteristica insita nella definizione biologica di vivente: un individuo che non si adatta al cambiamento perisce. Un eccellente esempio è dato dalla cosiddetta &ldquo;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Catastrofe_dell%27ossigeno" rel="noopener">catastrofe dell&rsquo;ossigeno</a>&rdquo;: l&rsquo;estinzione di massa delle primitive forme di vita anaerobica della Terra causata dall&rsquo;accumulo di ossigeno che si creò nell&rsquo;atmosfera terrestre con la comparsa dei cianobatteri circa 2 miliardi di anni fa. Nelle nostre condizioni attuali, i batteri rappresentano il gruppo di viventi di maggiore successo nel nostro pianeta come plasticità metabolica e capacità di occupare ogni nicchia, superando meglio di tutti gli altri le difficoltà della vita sulla terra. Una definizione strettamente biologica di intelligenza (capacità di adattamento) porterebbe a mettere i batteri in testa alla classifica degli organismi più intelligenti.</p>
<p>La capacità di adattamento delle piante si realizza anche attraverso una serie di movimenti: sono sessili per natura, ma in grado di muovere alcune parti del loro corpo, grazie alla tipicità della cellula vegetale e alla sua capacità di richiamare e perdere acqua, acquisendo e perdendo turgore. Le piante rispondono quindi alla luce incurvandosi verso la sorgente luminosa (fototropismo); spingono le loro radici verso il basso (gravitropismo) e il fusto verso l&rsquo;alto (gravitropismo negativo); piante come <em>Mimosa pudica</em> e alcune piante carnivore rispondono al contatto scattando rapidamente (tigmonastia), altre lo fanno lentamente, avvolgendosi intorno a un sostegno come le rampicanti, che hanno imparato a sfruttare i supporti disponibili (tigmotropismo). Il vantaggio evolutivo per queste piante è che esse risparmiano le risorse necessarie per costruirsi un solido tessuto meccanico che ne sostenga il peso, anche se devono, come nel caso di <em>Parthenocissus tricusposata</em>, produrre dei cuscinetti adesivi, delle vere e proprie ventose. Sono le piante rampicanti ad avere affascinato Charles Darwin, che nel suo saggio <em>I movimenti e le abitudini delle piante rampicanti</em>, tradotto in italiano già nel 1878, individua nelle radici una sorta di cervello delle piante. Proprio per questo Darwin, insieme al figlio Francis, <a href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2819436/#:~:text=The%20Darwins%27%20%27Root%2DBrain,like%20organ%20%28Box%201%29." rel="noopener">è citato</a> come il primo ad aver parlato di intelligenza delle piante con la sua <em>root-brain hypothesis</em>.</p>
<p>Le molteplici e differenziate risposte delle piante all&rsquo;ambiente da una parte si possono riassumere - come in una facile divulgazione - dicendo che le piante posseggono i sensi come gli animali, dall&rsquo;altra - e non c&rsquo;è contraddizione - si possono spiegare attraverso una serie di eventi genetico-molecolari-fisiologici che permettono di chiarire la risposta fenotipica (l&rsquo;incurvarsi della pianta verso la luce, per esempio). In questo caso, il processo parte dai recettori che catturano la luce blu, il cui segnale porta alla sintesi di proteine specifiche, oltre che dell&rsquo;auxina, l&rsquo;ormone vegetale che controlla la distensione cellulare, fino ad arrivare all&rsquo;organo bersaglio, che è il tessuto epidermico del fusticino. Qui, le cellule si distendono in modo irregolare (si accumula più auxina nella parte in ombra) in modo tale da incurvarsi verso la luce. Quindi tutti i movimenti sia quelli più rapidi quanto quelli più lenti sono sempre riconducibili a processi di percezione di uno stimolo attraverso recettori che attivano specifiche vie di segnalazione. Nelle piante, un ruolo cruciale di secondo messaggero è svolto dal calcio che, cambiando la sua concentrazione all&rsquo;interno della cellula, regola svariati processi, come anche nelle interazioni <a href="https://doi.org/10.1093/jxb/erad360" rel="noopener">tra piante e microorganismi</a>. L&rsquo;approccio riduzionistico permette quindi ai ricercatori di spiegare molti dei processi che le piante realizzano nelle loro risposte all&rsquo;ambiente senza la necessità di coinvolgere meccanismi cognitivi, di intenzionalità o di apprendimento.</p>
<p>L&rsquo;intelligenza è infatti associata a un complesso di facoltà psichiche mentali, che permettono di elaborare modelli astratti della realtà, fare previsioni, esprimere giudizi, avere consapevolezza di sé e apprendere. La definizione di intelligenza non è pertanto strettamente legata a un organo, ma certamente la neurobiologia dimostra come molti dei comportamenti cognitivi siano associati al funzionamento del sistema nervoso, del cervello e della complessa rete di neuroni. La neurobiologia ha anche identificato come precise funzioni (il linguaggio, per esempio) corrispondano all&rsquo;attività di specifiche aree cerebrali. Parlare di neurobiologia vegetale sembra pertanto essere una metafora insidiosa e potenzialmente fuorviante, visto che per certo le piante non posseggono anatomicamente tali sistemi, avendo avuto una storia evolutiva del tutto lontana da quella dei metazoi. Inoltre l&rsquo;intelligenza (nell&rsquo;essere umano come negli animali) ha anche un&rsquo;importante componente emotiva, basata sulla capacità di mettersi in relazione con l&rsquo;altro da sé, attuando comportamenti altruistici o cooperativi.</p>
<p>Questi aspetti emotivi sono colti da Susanne Simard, una famosa ricercatrice canadese, nel suo libro <em>L&rsquo;albero madre</em> (2023). Partendo da rigorosi studi in cui dimostrava il passaggio di carbonio marcato da una pianta donatrice a una ricevente, messe in connessione grazie al micelio di un fungo micorrizico, ora la ricercatrice racconta di una foresta in connessione (il WWW dei boschi), di una comunità in cui vige la cooperazione, e dove le piante madri nutrono i loro piccoli (i germogli nati dai suoi semi) attraverso la rete sotterranea che i funghi simbionti costruiscono nel suolo. Tale visione è diventata molto popolare e di successo e risponde certamente al nostro bisogno di vedere un disegno &ldquo;buono&rdquo; nella natura, attribuendo valori positivi al mondo vegetale. Tuttavia, questa narrazione è fortemente criticata in quanto i lavori su cui si poggia <a href="https://doi.org/10.1038/s41559-023-01986-1" rel="noopener">mostrano debolezze sperimentali</a>, e spesso non hanno avuto un corretto referaggio.</p>
<p>Al di là dei commenti tecnici, la critica maggiore è sempre quella di un <a href="https://www.cell.com/trends/plant-science/fulltext/S1360-1385%2823%2900272-8" rel="noopener">eccesso di antropormorfizzazione</a>. Il tema del WWW degli alberi rimane pertanto aperto e richiede sicuramente una più accurata sperimentazione. Non ci sono dubbi: oggi le piante attirano attenzione da settori diversi. Oltre alla divulgazione, i ricercatori delle scienze cognitive si pongono interrogativi carichi di valore filosofico: come si chiede il filosofo Emanuele Coccia (in <em>La vita delle piante</em>, 2018) le piante sono il respiro, il pneuma del mondo? Dall&rsquo;altro lato, i biologi vegetali scendono sempre più in profondità nel decifrare la complessità dei meccanismi che controllano l&rsquo;operatività delle piante. Tuttavia, se fate loro una domanda sull&rsquo;intelligenza nel mondo vegetale, pensano - per lo più in accordo con Karl Popper e con il suo principio di falsificabilità - che al momento l&rsquo;attività cognitiva e di apprendimento delle piante non sia sperimentalmente dimostrata. Se si valuta come attualmente il concetto di rigenerazione alla base della forestazione e dell&rsquo;agricoltura sia <a href="https://easac.eu/fileadmin/PDF_s/reports_statements/Regenerative_Agriculture/EASAC_RegAgri_Web_290422.pdf" rel="noopener">importante per le politiche europee</a>, e non solo, il problema dell&rsquo;intelligenza delle piante appare non come un ozioso dibattito, ma assume rilevanza politica. La governance penserà al WWW delle piante che si parlano e comunicano con l&rsquo;essere umano grazie alla loro intelligenza o seguirà le visioni più riduzionistiche dei ricercatori (Eckert et al, 2023)?</p>
<p><em>Si ringrazia la <a href="https://regenerativesocietyfoundation.com/" rel="noopener">Regenerative Society Foundation</a> per il permesso di pubblicare questo testo</em></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Di cosa parliamo quando parliamo di agricoltura rigenerativa</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-parliamo-quando-parliamo-agricoltura-rigenerativa/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cosa-parliamo-quando-parliamo-agricoltura-rigenerativa/</guid><pubDate>Wed, 14 Feb 2024 10:24:00 +0100</pubDate><dc:creator>Stefano Bocchi</dc:creator><category>alimentazione</category><description>L&amp;amp;rsquo;agricoltura rigenerativa è un approccio emergente ma molto promettente per il nostro sistema agroalimentare, che appare ormai insostenibile sotto diversi aspetti: ne ripercorriamo le caratteristiche principali.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/cosa-parliamo-quando-parliamo-agricoltura-rigenerativa-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/cosa-parliamo-quando-parliamo-agricoltura-rigenerativa-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>I recenti episodi di contestazione da parte degli agricoltori mettono in evidenza come ormai il sistema agroalimentare, così come è stato progettato dai fautori della cosiddetta rivoluzione verde del secolo scorso, sia oggi insostenibile per gli aspetti ecologici, economici e sociali e – perché no ? - etici.</p>
<p>In questa situazione di disagio generale, le proposte che si pongono l’obiettivo di elaborare un modello diverso di produzione e consumo si moltiplicano. Alcune provengono dalla comunità scientifica, altre dalle aziende agricole stesse o da centri di innovazione che sviluppano ricerche partecipate che coinvolgono diversi componenti delle filiere agroalimentari. Tutte queste esperienze, di diversa natura e potenzialità, stanno sperimentando e applicando nuovi principi e pratiche, sviluppando proprie tecnologie. Chi non è del settore non sempre riesce a orientarsi e seguire il dibattito interno.</p>
<p>Tra le molte “agricolture del cambiamento” l’agricoltura rigenerativa (AR) appare promettente perché propone non solo di cambiare alcune parti del sistema, ma di elaborare e applicare nuovi principi e pratiche al fine di dare nuova vita, rigenerare gli agroecosistemi degradati, restituendo loro la capacità di produrre diffusamente alimenti sani e ricchi di elementi nutritivi. Vediamo quali sono le sue caratteristiche. </p>
<h2 id="gli-esordi-dellagricoltura-rigenerativa">Gli esordi dell&rsquo;agricoltura rigenerativa</h2><p>I ricercatori Gabel e Ho-Ping utilizzarono per primi l’espressione &ldquo;agricoltura rigenerativa&rdquo; nel lontano 1979, per indicare una svolta del sistema agro-alimentare all’interno dello scenario internazionale. Negli stessi anni il termine fu utilizzato anche da Robert Rodale, figlio del fondatore del Rodale Institute, dove si erano avviate sperimentazioni per valutare in pratica i principali caratteri e i risultati dell’agricoltura biologica rigenerativa. Si rivoluzionava il sistema allora predominante attraverso alcuni forti cambiamenti: era adottato un approccio olistico per superare un riduzionismo considerato controproducente e per integrare gli aspetti di miglioramento ambientale e sociale, escludendo l&rsquo;uso di fertilizzanti e fitosanitari di sintesi (vedi i <a href="https://rodaleinstitute.org/it/blog/principi-originali-dell%27agricoltura-rigenerativa" rel="noopener">sette principi dell’agricoltura rigenerativa</a>). In seguito, Rodale e molti altri scienziati utilizzarono il termine &ldquo;rigenerativo&rdquo; per indicare qualcosa che potesse andare oltre al concetto di sostenibile.</p>
<p>Questa prima fase pionieristica, seguita da un periodo di interesse non particolarmente acceso, è comunque stata un trampolino di lancio per il forte risveglio avvenuto con il nuovo secolo.</p>
<h2 id="le-tante-definizioni">Le tante definizioni</h2><p>La più recente fioritura di pubblicazioni scientifiche che riportano l’attenzione sull’agricoltura rigenerativa s&rsquo;inserisce all’interno del dibattito sulla sostenibilità in generale e sulle forme di agricoltura sostenibile, alternative all’agricoltura convenzionale di stampo industriale. Il numero di articoli di ricerca che utilizzano il termine &ldquo;agricoltura rigenerativa&rdquo; è aumentato esponenzialmente nell’ultimo decennio e ciò ha determinato un forte incremento di definizioni non sempre concordanti. Alcuni autori <a href="http://www.amazingcarbon.com/%20PDF/JONES%20RecogniseRelateInnovate.pdf" rel="noopener">la descrivono</a> sulla base dell’approccio sistemico basato su principi e pratiche necessarie per ripristinare le risorse e aiutare gli agricoltori a gestire la complessità; Ravenscroft, professore all&rsquo;International Agriculture University, <a href="https://www.researchgate.net/publication/257511462_Beyond_agriculture_The_counter-hegemony_of_community_farming" rel="noopener">la definisce</a> «una forma di impresa che coinvolge una comunità di persone impegnate nel lavoro collettivo di produzione e fruizione del cibo, di coltivazione della terra, di cura del paesaggio e di spazi di ricreazione». <a href="https://www.semanticscholar.org/paper/Organic-Agricultural-Crop-Nutrient-Malik-Verma/c3467c72292488f0afaac8cd46c2eac0178be6aa" rel="noopener">Secondo Malik e Verma</a>, l&rsquo;agricoltura rigenerativa è un insieme di tecniche modificate che si evolve nel tempo che prevede l&rsquo;uso di metodi di agricoltura biologica. Altri autori la descrivono attraverso l’insieme dei principi su cui si basa: (i) l&rsquo;abbandono della lavorazione del terreno; (ii) la riduzione degli eventi spazio-temporali di suolo nudo; (iii) il miglioramento della fertilità del suolo; (iv) la diversificazione dei sistemi colturali con l&rsquo;integrazione del bestiame; (v) l&rsquo;aumento della biodiversità; (vi) l&rsquo;aumento del sequestro del carbonio; e (vii) la riduzione o l&rsquo;eliminazione dei prodotti chimici di sintesi. Alcuni ricercatori <a href="https://doi.org/10.3390/su10093337" rel="noopener">sostengono</a> che l&rsquo;agricoltura rigenerativa , grazie a un nuovo approccio, ha la capacità di auto-rinnovamento e di resilienza, contribuisce alla salute del suolo, aumentando l’immagazzinamento idrico, migliorando e conservando la biodiversità e sequestrando il carbonio. Anche Schreefel e colleghi <a href="http://https://doi.org/10.1016/j.%20gfs.2020.100404" rel="noopener">sottolineano</a> il carattere di nuovo approccio dell&rsquo;agricoltura rigenerativa che utilizza la conservazione del suolo come punto di partenza per rigenerare e contribuire a molteplici servizi ecosistemici.</p>
<p>L&rsquo;agricoltura rigenerativa è un «approccio olistico ai sistemi agricoli che incoraggia l&rsquo;innovazione continua <a href="https://www.cabidigitallibrary.org/doi/pdf/10.1079/9781786399601.0021" rel="noopener">per il benessere ambientale, sociale, economico e spirituale</a>». Il ricercatore Christopher Rhodes <a href="https://journals.sagepub.com/doi/10.3184/003685017X14876775256165" rel="noopener">la propone</a> come sistema alternativo per la produzione di cibo con impatto ambientale e/o sociale ridotto o addirittura positivo: «L&rsquo;agricoltura rigenerativa ha al centro l&rsquo;intenzione di migliorare la salute del suolo o di ripristinare il suolo altamente degradato, che migliora simbioticamente la qualità dell&rsquo;acqua, della vegetazione e della produttività del terreno; un progetto olistico a lungo termine che cerca di coltivare la maggior quantità di cibo utilizzando il minor numero possibile di risorse in modo da rivitalizzare il suolo anziché impoverirlo, offrendo al contempo una soluzione per il sequestro del carbonio». Secondo Rhodes, l&rsquo;obiettivo generale è quello di sfruttare i processi naturali, anche attraverso le seguenti azioni:</p>
<ul>
<li>Catturare il carbonio nel suolo attraverso la fotosintesi di piante ad alta produzione di biomassa</li>
<li>Migliorare le interazioni simbiotiche suolo-microbiota-pianta</li>
<li>Utilizzare i sistemi biologici per migliorare la struttura del suolo e la ritenzione idrica</li>
<li>Includere il bestiame, con un impatto positivo previsto sui servizi ecosistemici</li>
</ul>
<p>All’interno del <a href="https://drawdown.org/" rel="noopener">Drawdown Project</a> del 2017, <a href="https://www.science.org/doi/pdf/10.1126/science.aan6076" rel="noopener">presentato sulla rivista <em>Science</em></a> come il piano più completo mai proposto per invertire il riscaldamento globale, si utilizza il termine agricoltura rigenerativa per riferirsi a sistemi di coltivazione che includono almeno quattro di sei pratiche sostenibili senza che il sistema sia necessariamente biologico. Il <a href="https://www.ipcc.ch/srccl/" rel="noopener">rapporto speciale <em>Climate Change and Land</em></a> dell’IPCC (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico) indica l&rsquo;agricoltura rigenerativa come una «pratica di gestione sostenibile del territorio» incentrata sulle funzioni ecologiche che «può essere efficace nel costruire la resilienza degli agro-ecosistemi». Sherwood e Uphoff propongono di definire l&rsquo;agricoltura rigenerativa come sistema costruito su principi biologici che cerca di migliorare sia la produttività che la gestione ambientale, al contrario dei i sistemi che riducono la fertilità del suolo, l&rsquo;immagazzinamento del carbonio e la biodiversità, da considerare in termini di agricoltura degenerativa. L&rsquo;agricoltura rigenerativa è «un <a href="http://www.regenerativeagriculturedefinition.com/" rel="noopener">sistema di principi e pratiche agricole</a> che aumenta la biodiversità, arricchisce i terreni, migliora i bacini idrici e migliora i servizi ecosistemici»; Giller e colleghi (2021) <a href="https://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/0030727021998063" rel="noopener">la definiscono</a> come un approccio che mira a combinare agroecologia e intensificazione sostenibile per far fronte al degrado del territorio.</p>
<h2 id="lagricoltura-rigenerativa-nel-concreto">L&rsquo;agricoltura rigenerativa nel concreto</h2><p>Di seguito alcuni esempi concreti delle tecniche agronomiche considerate dall’agricoltura rigenerativa: minima lavorazione, vale a dire ridurre le lavorazioni del terreno fino alla semina diretta sul terreno sodo; ampie rotazioni e ricche consociazioni; colture di copertura, vale a dire piante coltivate da inserire tra una coltura principale e l’altra per non lasciare nudo il terreno; biostimolanti, anche di autoproduzione aziendale; allevamento estensivo con pascolo rotazionale; forte riduzione di prodotti di sintesi.</p>
<p>Tutto ciò per raggiungere gli obiettivi di miglioramento della salute del terreno, di miglioramento della qualità degli alimenti prodotti, di mantenimento del reddito aziendale, di riduzione degli impatti sulle risorse a partire dalla emissione dei gas serra. Tutte queste pratiche sono espressione concreta di alcuni chiari principi di base: riduzione al minimo del disturbo arrecato al terreno coltivato; cura sistematica di quest’ultimo da mantenere sempre coperto con vegetazione di vario tipo; cura della fertilità del terreno e della vita della rizosfera; aumento dell’agrobiodiverstità e della biodiversità in genere; integrazione della coltivazione con l’allevamento e ottimizzare dei loro rapporti nel tempo e nello spazio. Hargreaves-Mendez e colleghi <a href="https://doi.org/10.1017/awf.2023.2" rel="noopener">sottolineano</a>, infatti, l’importanza di includere il benessere animale nelle analisi che riguardano l’agricoltura rigenerativa. In quanto iniziativa più che sostenibile ed emergente, questa forma di agricoltura dovrebbe colmare questa lacuna e rendere espliciti i suoi impatti sul benessere degli animali, mostrando prove dei potenziali risultati positivi in termini di benessere animale, umano e ambientale. Senza queste prove, un sistema non dovrebbe essere considerato rigenerativo.</p>
<p>Khangura e colleghi la <a href="https://www.mdpi.com/2071-1050/15/3/2338#:~:text=The%20literature%20suggests%20that%20agricultural,biodiversity%20loss%20and%20ecosystem%20degradation." rel="noopener">definiscono</a> in termini di strategia agricola che utilizza i processi naturali per aumentare l&rsquo;attività biologica, migliorare la salute del suolo, migliorare il ciclo dei nutrienti, ripristinare la funzione del paesaggio e produrre cibo e fibre, preservando o aumentando la redditività dell&rsquo;azienda.</p>
<p>Le diverse rassegne bibliografiche recentemente pubblicate sul tema sottolineano la persistente mancanza di una visione organica e completa che possa aiutare a definire in modo chiaro l’agricoltura rigenerativa. Soloviev <a href="https://medium.com/@ethansoloviev/lineages-of-regenerative-agriculture-short-version-55ab41627e11" rel="noopener">osserva</a> che queste differenze sono il prodotto delle diverse origini e tradizioni culturali: una definizione può evolvere nel tempo e può variare tra i gruppi di persone. Ciò non contraddice la necessità di riconoscere l&rsquo;importanza di usare le parole in modo preciso e non ambiguo per un determinato contesto ed evitare strumentalizzazioni.</p>
<h2 id="le-classificazioni">Le classificazioni</h2><p>Alcuni studiosi hanno tentato di collocare tutte queste diverse definizioni all’interno di uno schema di tipologie che possa aiutare a capire meglio. Sono state riconosciute tre tipologie di definizione:</p>
<ul>
<li>definizioni basate sul processo, a partire dall’inclusione o esclusione di uno o più principi e/o pratiche agricole come, per esempio, l&rsquo;integrazione di colture e allevamenti, l&rsquo;uso di minima lavorazione o semina su sodo, l&rsquo;uso di colture di copertura, che definirebbero, nel loro insieme, quali tipi di agricoltura possono essere considerati rigenerativi</li>
<li>definizioni basate sui risultati, concentrate su uno o più esiti ottenuti con i processi come ad esempio il sequestro di carbonio, i cambiamenti nella salute del suolo, i cambiamenti nella biodiversità</li>
<li>definizioni ibride, basate sui processi e sui risultati</li>
</ul>
<p>Le recenti rassegne bibliografiche evidenziano, quindi, un&rsquo;ampia eterogeneità nel modo in cui viene definita l&rsquo;agricoltura rigenerativa, con varie combinazioni di principi, pratiche e/o risultati interpretati come rigenerativi. Rimane la difficoltà di classificazione, anche perché <a href="https://doi.org/10.3390/su10093337" rel="noopener">alcuni autori</a> riconoscono definizioni contrastanti.</p>
<h2 id="le-organizzazioni-internazionali">Le organizzazioni internazionali</h2><p>Diverse sono le associazioni e le organizzazioni internazionali che concentrano la propria attività sull&rsquo;agricoltura rigenerativa, come per esempio la Regenerative Organic Alliance, alleanza fra agricoltori, aziende ed esperti, che ha istituito un programma di certificazione per l&rsquo;agricoltura rigenerativa; la Regeneration International, che lavora «per promuovere, facilitare e accelerare la transizione globale verso un&rsquo;alimentazione, un&rsquo;agricoltura e una gestione del territorio rigenerative»; e il Savory Institute, che opera per diffondere la conoscenza e promuovere l&rsquo;adozione di sistemi di produzione che incorporano l&rsquo;agricoltura rigenerativa nelle praterie.</p>
<h2 id="alcune-riflessioni-tratte-dalla-bibliografia-internazionale">Alcune riflessioni tratte dalla bibliografia internazionale</h2><p>La Canne e Lundgren <a href="https://doi.org/10.7717/%20peerj.4428" rel="noopener">sostengono</a> che l&rsquo;agricoltura rigenerativa occupi una posizione intermedia fra i movimenti agricoli più vicini agli agricoltori o ai consumatori (agroecologia e sovranità alimentare) e le alternative che propongono innovazioni dell’attuale sistema più favorevoli all&rsquo;industria. Alle sue origini, quindi, l&rsquo;agricoltura rigenerativa era più allineata con le priorità e i valori multidimensionali dell&rsquo;agroecologia. Alcune definizioni del termine hanno mantenuto le basi socio-economiche presenti agli esordi, mentre altre le hanno abbandonate per abbracciare una logica più ristretta dal punto di vista ecologico o economico.</p>
<p>Emerge quindi in bibliografia una separazione tra le definizioni di agricoltura rigenerativa originate da visione più olistica, <a href="https://stud.epsilon.slu.se/17330/" rel="noopener">descritta</a> da Daverkosen e Holzknecht come il «movimento agroecologico-ruralista che persegue una ristrutturazione fondamentale dei sistemi alimentari», rispetto alle definizioni riferibili ad una visione più specialistica, basata sulla pratica, rappresentata da un «movimento tecno-economico, che aspira ad aumentare la produzione». Tittonel e colleghi <a href="https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fsufs.2022.844261/full" rel="noopener">descrivono</a> diverse tipologie di agricoltura rigenerativa e sottolineano il fatto che queste spesso trascurano le dimensioni politiche e sociali della sostenibilità.</p>
<p>Viene quindi osservato da diversi ricercatori che, se da un lato è meritorio rivolgersi ai tanti e diversi attori presenti all&rsquo;interno del sistema agroalimentare, dall&rsquo;altro questa intrinseca variabilità di obiettivi e procedure espone il termine “agricoltura rigenerativa&quot; a essere utilizzato in modo strumentale a fini economici puramente di mercato. Quanto meno si definiscono i caratteri dell’agricoltura rigenerativa, quanto più appare maggiormente esposta ai tentativi di greenwashing, con un crescente rischio di depotenziamento del contenuto di trasformazione globale e sistemica proposto alle sue origini.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Animali alpini a rischio per il riscaldamento climatico</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/animali-alpini-rischio-riscaldamento-climatico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/animali-alpini-rischio-riscaldamento-climatico/</guid><pubDate>Mon, 05 Feb 2024 16:05:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><category>animali</category><description>In tutto il mondo, le montagne sono uno degli ambienti in cui gli effetti del riscaldamento globale si fanno sentire con più prepotenza.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/animali-alpini-rischio-riscaldamento-climatico-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/animali-alpini-rischio-riscaldamento-climatico-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>In tutto il mondo, le montagne sono uno degli ambienti in cui gli effetti del riscaldamento globale <a href="https://www.ipcc.ch/srocc/chapter/chapter-2/" rel="noopener">si fanno sentire con più prepotenza</a>. Diminuzione delle precipitazioni nevose, innalzamento della linea di copertura nevosa nonché dello zero termico, scioglimento dei ghiacciai, aumento del rischio idrogeologico e di fenomeni estremi sono solo alcune delle conseguenze di questi cambiamenti. Le Alpi non fanno certo eccezione: basti pensare che, lo scorso luglio, per ben due volte lo zero termico si è assestato sopra i cinquemila metri. Il ritiro dei ghiacciai alpini è sotto gli occhi di tutti. Tutto questo, come ben sappiamo, ha un deciso impatto sulla qualità della vita di chi abita in queste aree, che vanno ben oltre il problema di piste da sci senza neve. Ma non solo per le persone le cose si fanno complicate. Specie animali uniche dell’arco alpino, perfettamente adattate al clima rigido montano, oggi faticano infatti a sopravvivere, costrette a fare fronte a ondate di calore e a un costante innalzamento delle temperature cercando di adattarsi come meglio possono, nei limiti della loro biologia.</p>
<h2 id="stambecchi-nottambuli">Stambecchi nottambuli</h2><p>«Quando fa più caldo, gli stambecchi aumentano l&rsquo;attività notturna», afferma Francesca Brivio, ricercatrice dell’Università di Sassari e prima autrice di <a href="https://royalsocietypublishing.org/doi/pdf/10.1098/rspb.2023.1587" rel="noopener">uno studio</a> realizzato in collaborazione con l’Università di Ferrara, che esamina in quali ore del giorno gli stambecchi sono attivi o riposano in relazione alle temperature diurne nel Parco Nazionale del Gran Paradiso e nel Parco Nazionale Svizzero. Lo sa bene chi di noi vive in città: nelle giornate più torride, l’unico modo per sfuggire al caldo è quello di uscire dopo il tramonto, confidando nella frescura serale. I risultati di questo studio indicano che lo stambecco alpino, una delle specie simbolo delle Alpi, sta mettendo in pratica una strategia molto simile. Gli stambecchi hanno uno spesso strato adiposo sottocutaneo, un fitto pelo scuro isolante e non hanno ghiandole sudoripare: sono tutte caratteristiche evolutive che lo hanno aiutato a superare le temperature più rigide senza dissipare il calore corporeo nelle giornate fredde. Adattamenti, però, decisamente controproducenti nell’era del riscaldamento globale. «Fino a qualche anno fa, per i mammiferi di alta quota il periodo più critico della giornata era la notte, perché la temperatura scendeva sotto il range ottimale e quindi per mantenere la temperatura corporea dovevano stare fermi, sdraiarsi, rannicchiarsi per conservare il calore, mentre si spostavano di giorno. Con l&rsquo;aumento delle temperature, questa cosa non è più vera, perché durante il giorno le temperature sono troppo elevate», spiega Brivio. Insomma un caldo insopportabile, che modifica le abitudini diurne forgiate in migliaia di anni dall’evoluzione. «In <a href="https://academic.oup.com/beheco/article/28/3/908/3111591?login=false" rel="noopener">analisi precedenti</a> avevamo osservato che, nelle ore più calde delle giornate, lo stambecco modifica il proprio comportamento per cercare di termoregolare: riduce la propria attività e si sposta ad altitudini maggiori per riposare in luoghi freschi. In queste aree, però, il foraggio è di minore qualità, e quindi non fornisce il necessario introito energetico. Abbiamo quindi indagato per capire se fossero capaci di compensare questa carenza energetica durante le ore diurne con degli studi basati sull’osservazione diretta del loro comportamento, che hanno però dimostrato che non era così, anzi: mangiano per un tempo minore e non scelgono erbe più nutrienti. Abbiamo quindi testato in quest&rsquo;ultimo articolo l&rsquo;ipotesi che ridistruibuissero le attività in altri orari, confermata dal risultato principale: quando fa caldo gli stambecchi riposano di giorno e sono attivi la notte, il che, sostanzialmente, indica che si alimentano».</p>
<p>Diventare notturni potrà forse aiutare a non patire il caldo, ma espone ad altri rischi, per esempio l&rsquo;essere più vulnerabili nei confronti dei predatori, come il lupo, attivi prevalentemente di notte, un problema soprattutto per i capretti. «Ci aspettavamo che gli stambecchi fossero più notturni in Svizzera dove, all’epoca della raccolta dati, i lupi non erano presenti, ma abbiamo riscontrato l’esatto contrario», commenta Brivio. «Quando fa caldo durante il giorno, sia i maschi che le femmine aumentano l&rsquo;attività di notte. E questo è vero anche quando le femmine hanno il piccolo, anche se è il momento in cui il rischio di predazione da parte del lupo è maggiore. Quindi, nel <em>trade off</em>  fra lo stress da calore e  il rischio di predazione, è più importante per lo stambecco evitare il primo». Una scelta non facile, quella di capire cosa convenga di più fare per sopravvivere. Uno <a href="https://www.nature.com/articles/s41559-020-1218-2" rel="noopener">studio simile</a>, condotto in Sudafrica, dimostra al contrario che antilopi, zebre e gnu preferiscono evitare di finire nelle fauci dei leoni, ma si espongono così a un sole sempre più rovente e quindi al pericolo di uno shock termico. Andare di notte a osservare gli stambecchi è per ovvi motivi complicato per i ricercatori, quindi i dati sono raccolti grazie a dei sensori che si trovano all’interno di radiocollari applicati agli stambecchi, che permettono appunto di comprendere se gli animali sono fermi o si spostano, ovvero se sono a riposo o sono attivi. «Lo studio ci dice che sono attivi di notte, ma non ci dice dove. Potrebbe essere che per evitare i predatori scelgano di essere attivi in aree più sicure, che per lo stambecco vuol dire vicino alle pareti o addirittura sulle pareti, dove è possibile che la qualità del foraggio sia meno buona» spiega la ricercatrice. Ulteriori studi potranno quindi svelare dove esattamente vanno questi stambecchi costretti a essere nottambuli, e se riescono a nutrirsi in modo adeguato. Un problema non secondario per fare fronte ai mesi più freddi dell’anno, quando la neve copre ogni cosa ed è più difficile procurarsi del cibo. Lo spessore del manto nevoso è infatti storicamente il principale <a href="https://esajournals.onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1890/02-0753" rel="noopener">fattore limitante</a> per le popolazioni di stambecco, ovvero il periodo in cui la sopravvivenza dei singoli individui è messa a dura prova, o almeno lo era prima del riscaldamento climatico. «La ricerca è stata fatta appositamente da inizio maggio a fine ottobre, il periodo che per lo stambecco è più importante per l&rsquo;acquisizione delle risorse energetiche e l&rsquo;accumulo di grasso prima dell&rsquo;inverno ed è anche il periodo più caldo, quindi interessante per vedere l&rsquo;effetto dello stress da calore. Lo <em>step</em> successivo che vorremmo fare è quello di analizzare l&rsquo;attività diurna e notturna su tutto l&rsquo;arco dell&rsquo;anno e vedere cosa succede in inverno».</p>
<p>Chissà se, in questo caso, le temperature più miti possano rivelarsi d’aiuto, rendendo l’inverno meno difficile da superare. Non è però facile essere ottimisti, perché di certo, e questo è già stato dimostrato per diverse specie di erbivori di montagna o che vivono in latitudini nordiche (su <em>Scienza in rete</em> ne abbiamo parlato <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/animali-prese-riscaldamento-artico/">qui</a>), un inverno più breve e meno nevoso vuol dire primavera anticipata, che ancora una volta si traduce in uno svantaggio. Infatti il periodo delle nascite è sincronizzato con la crescita dell’erba fresca, i primi germogli garantiscono alle femmine un latte ricco di nutrienti per i loro piccoli. Ma se la primavera inizia prima, quando nascono i piccoli, l’erba è già più secca e meno sostanziosa, e a questo si somma il fatto che, con l’aumento delle temperature è più corta la stagione vegetativa. Insomma, ancora una volta c’è un problema di adattamenti biologici raggiunti in lunghi tempi evolutivi, che si scontrano con la rapidità dei cambiamenti climatici. Gli ungulati alpini come gli stambecchi possono cercare frescura salendo di quota e diventando notturni, oppure, come fanno i camosci, scendendo di quota e cercando refrigerio all’ombra del bosco, scegliendo aree dove la vegetazione è più densa e possibilmente esposte a nord, come indica <a href="https://movementecologyjournal.biomedcentral.com/articles/10.1186/s40462-024-00449-x" rel="noopener">uno studio</a> condotto nel Parco Nazionale Svizzero, ma possono fare ben poco per anticipare la gestazione.</p>
<h2 id="fatti-più-in-là-come-la-lepre-europea-minaccia-la-lepre-alpina">Fatti più in là: come la lepre europea minaccia la lepre alpina</h2><p>Al contrario di animali tipici delle alte quote come lo stambecco, per alcune specie comuni nei fondovalle e a basse altitudini, come la lepre europea, gli inverni miti, corti e poco nevosi sono una opportunità di ampliare gli spazi in cui vivere. Uno studio recentemente pubblicato su <em><a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s10531-023-02664-1" rel="noopener">Biodiversity and Conservation</a></em> ha analizzato la distribuzione delle due specie di lepre presenti in quest’area (la lepre europea e quella variabile, detta anche alpina) in Valle Orco, nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, attraverso l’analisi genetica degli escrementi raccolti lungo percorsi standardizzati. La raccolta dati è stata condotta nel 2021, in maniera analoga a un precedente lavoro del 2009, in modo da poter verificare cosa fosse cambiato nel corso di questi 12 anni. I risultati parlano chiaro, le lepri europee in passato si trovavano raramente al di sopra dei 2.000 metri di altitudine, mentre oggi sono presenti a quote superiori ai 2.700 metri. Diverso è il discorso per le lepri alpine, che stanno invece diventando più rare.</p>
<p>«Se guardiamo ai dati di distribuzione a livello globale, riportati nella letteratura scientifica, vediamo che, nella maggior parte dei casi in cui la lepre europea è presente, la lepre variabile è relegata alle alte quote o alle foreste più fitte a seconda dei contesti», commenta Valentina La Morgia, ricercatrice dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (<a href="http://www.isprambiente.gov.it" rel="noopener">ISPRA</a>), prima autrice della ricerca condotta in Valle Orco. Entrambe le specie di lepre sono erbivore e caratterizzate da un ampio spettro alimentare. La lepre alpina, per esempio, si nutre principalmente di piante erbacee, ma durante i mesi invernali si adatta alle risorse disponibili, come cortecce, foglie, muschi, licheni e funghi. «In natura la competizione tra due specie spesso è molto difficile da documentare e nella nostra area di studio non abbiamo potuto testare questa ipotesi nello specifico. Tuttavia, sappiamo che sicuramente esistono i presupposti per la competizione tra le due specie. La lepre alpina e quella comune hanno esigenze ecologiche molto simili in termini di nicchia trofica, cioè dal punto di vista alimentare, e si osserva spesso un fenomeno detto di “esclusione competitiva”: dove c&rsquo;è una specie l&rsquo;altra tende a non esserci. Il fatto che le lepri comuni si alzino di quota potrebbe quindi sfavorire la lepre variabile, cui resterebbe meno spazio da occupare in maniera esclusiva. Più in generale, questo si verifica in diverse specie di lepri. Così ad esempio in Canada la lepre artica cede il passo all’ americana». Secondo <a href="https://link.springer.com/article/10.1016/j.mambio.2015.06.002" rel="noopener">uno studio</a> dell&rsquo;Università dell&rsquo;Insubria, che ha cercato di prevedere l’evoluzione futura della distribuzione delle due specie sulle Alpi italiane con l’impiego di modelli, questo problema è destinato ad aumentare in futuro.</p>
<p>Ma la possibile competizione alimentare è solo uno dei problemi di questa risalita dei fondovalle delle lepri europee: le due specie sono in grado di accoppiarsi tra loro, generando ibridi fertili, che rischiano di sostituire via via la specie selvatica originale. Questa  ibridazione, un tempo piuttosto rara, potrebbe diventare comune  a causa dell’espansione della lepre europea verso quote più elevate. «Se con il passare del tempo e con l’esacerbarsi del cambiamento climatico questo fenomeno si estenderà fino alle quote più alte, rischieremo di assistere ad un fenomeno che gli esperti chiamano “estinzione per ibridazione” in cui la lepre variabile come la conosciamo oggi cederà il passo agli ibridi con la lepre europea», spiega La Morgia.</p>
<h2 id="la-scomparsa-delle-specie-alpine">La scomparsa delle specie alpine?</h2><p>La lepre alpina è detta variabile perché il suo aspetto cambia nel corso dell’anno solare: in inverno il folto mantello è completamente bianco, fatta eccezione per la punta delle orecchie che è nera, e ricopre le zampe consentendo all’animale di spostarsi nella neve. Si tratta di un esempio di “mimetismo criptico”: il manto bianco aiuta la lepre a sfuggire agli occhi di predatori sulla neve. Nei mesi caldi si spoglia di questo candido mantello e diventa marroncina, più simile a una lepre europea. Ancora una volta però, un adattamento sviluppatosi nel corso dell’evoluzione  si trova a fare i conti con la rapidità del riscaldamento climatico. «Se oggi apriamo i social network vediamo moltissime foto di lepri variabili che sono diventate bianche perché siamo nella stagione invernale, ma che si stagliano molto chiaramente contro lo sfondo scuro di un terreno invernale non innevato. Sono foto comuni, molte delle quali scattate qui, sulle nostre Alpi», commenta La Morgia. «Una delle domande classiche che ci poniamo come ricercatori, soprattutto se ci occupiamo di conservazione, è quella di sapere se una specie sarà in grado di restare al passo con i cambiamenti ambientali. Così, per quanto riguarda in generale lepri artiche, è venuto spontaneo chiedersi se la riduzione del periodo con neve al suolo fosse seguita da una variazione dei periodi di muta della lepre variabile. La risposta è no: la muta avviene sempre con le stesse tempistiche, anno dopo anno, ma la neve al suolo c&rsquo;è per meno giorni. Sono state fatte delle ricerche, in particolare in Scozia dove i ricercatori hanno mostrato che le lepri variabili con un manto candido, si stagliano appunto su uno scuro suolo nudo mediamente per 35 giorni in più all&rsquo;anno. Questo significa essere più visibili ai predatori per un periodo lungo. In altre aree geografiche, per esempio in Montana, era già stato dimostrato che questo espone i singoli individui a un maggior rischio di predazione, il che a cascata, comporta conseguenze a livello di dinamica delle popolazioni». Studi analoghi condotti <a href="https://esajournals.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/ecs2.1722" rel="noopener">in Norvegia</a>, spiega La Morgia, indicano che l’abbondanza delle lepri variabili è influenzata dalla durata della copertura nevosa e dall’abbondanza di predatori generalisti come la volpe, con la previsione di una diminuzione della densità delle lepri variabili, se non “saranno capaci” di adattarsi al cambiamento climatico. «Non sappiamo perché le lepri non siano state e non siano tuttora in grado di adattarsi a questi inverni meno nevosi, ma indubbiamente sono rimaste indietro e questo le espone a un grande rischio» commenta la ricercatrice.</p>
<p>Anche lo stambecco ha un futuro alquanto incerto: secondo <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-019-39450-5" rel="noopener">uno studio</a> realizzato dall’Università di Sassari, la specie è destinata a salire sempre più di quota, in cerca di temperature sopportabili. «In base ai dati che attualmente sono disponibili sui modelli climatici, le simulazioni ci dicono che gli stambecchi si sposteranno sempre più in alto, se le attività umane che causano il riscaldamento globale rimarranno stabili, nel giro di 90 anni, quindi verso il 2100, l’estensione delle aree utilizzate dallo stambecco si ridurrebbe a meno della metà di quella attuale», spiega Francesca Brivio. «Se si pensa poi a uno scenario più pessimistico, cioè a un ulteriore incremento del riscaldamento globale, la previsione è che in 90 anni gli stambecchi saranno presenti solo in un terzo dell’areale attuale. Va però detto che abbiamo fatto delle simulazioni che tengono conto solo delle temperature, non altre variabili quali la variazione delle precipitazioni o lo spostamento della temperatura».</p>
<h2 id="che-fare">Che fare?</h2><p>Stambecco e lepre variabile sono due esempi delle tante specie che purtroppo rischiano di diventare un ricordo in un futuro non troppo lontano. Si stima che l’84% degli endemismi terrestri (cioè specie che esistono solo in una determinata area geografica) <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0006320721001221" rel="noopener">possa scomparire</a> a causa del riscaldamento climatico. È possibile agire su scala locale, per cercare di non peggiorare la già stressante situazione che si trovano a vivere questi animali. «A livello di conservazione si potrebbe limitare l&rsquo;accesso ai turisti nelle aree più sensibili per gli stambecchi, quelle che utilizzano di più per l&rsquo;alimentazione. Anche perché il disturbo antropico accentua l&rsquo;attività notturna di molte specie di mammiferi, e quindi va a sommarsi al problema delle alte temperature» commenta Brivio. In tutte le latitudini, moltissime specie cercano di fare fronte ai cambiamenti climatici spostandosi in aree idonee alla loro sopravvivenza, e la presenza di <a href="https://www.nature.com/articles/s41559-020-1198-2" rel="noopener">barriere antropiche ne ostacola il movimento</a>: strade, attività economiche, attività ricreative sommano i loro effetti negativi a un cambiamento climatico difficile da affrontare, il che pone l’accento sulla necessità di intervenire in modo combinato: a scala globale con la limitazione di emissioni, a livello locale cercando di favorire corridoi ecologici che rendano possibili le migrazioni delle specie, e cercando di limitare l’impatto delle attività antropiche sulle specie più vulnerabili al clima che cambia. Gli esempi dello stambecco e della lepre ci dicono anche che è fondamentale incrementare gli studi sulla distribuzione e il comportamento delle specie più sensibili, per comprendere meglio le loro difficoltà e il modo in cui cercano di risolverle, nell’ottica di intervenire per la loro conservazione.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Come diventare più sostenibili per l’ambiente: le cinque raccomandazioni ISDE per i cittadini</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/diventare-piu-sostenibili-ambiente-cinque-raccomandazioni-isde-cittadini/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/diventare-piu-sostenibili-ambiente-cinque-raccomandazioni-isde-cittadini/</guid><pubDate>Fri, 19 Jan 2024 09:31:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natalia Milazzo</dc:creator><category>ambiente</category><description>L’inizio di un anno nuovo coincide spesso con i buoni propositi. Se la COP28 ha previsto scelte importanti per i governi, diamo una ripassata anche alle cinque raccomandazioni per avere uno stile di vita più sostenibile rivolte ai cittadini, stilate dall’ISDE nel quadro del progetto Choosing Wisely Italy, Fare di più non significa fare meglio, coordinato da Slow Medicine, l’organizzazione che si batte per una medicina sobria, rispettosa e giusta. Si tratta di modifiche delle proprie abitudini che possono essere in sé anche piccole, ma che, se adottate da milioni di cittadini, contribuiscono a fare la differenza.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/diventare-piu-sostenibili-ambiente-cinque-raccomandazioni-isde-cittadini-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/diventare-piu-sostenibili-ambiente-cinque-raccomandazioni-isde-cittadini-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La campagna <a href="https://choosingwiselyitaly.org/" rel="noopener">Choosing Wisely Italia</a> di <a href="https://www.slowmedicine.it/" rel="noopener">Slow Medicine</a> lavora da molti anni per diffondere un cambiamento prima di tutto culturale, che porti la medicina a eliminare o almeno ridurre il più possibile le pratiche inappropriate, ovvero eseguite in mancanza di fondamenti precisi a sostegno della loro utilità.<br>
Sono molti i motivi per cui una pratica medica può essere utilizzata senza un vero motivo e in assenza di evidenze scientifiche che la raccomandino: scarsa diffusione dell’informazione indipendente, resistenza di vecchie abitudini e tradizioni dure a morire, pressione commerciale dell’industria, timore dei medici di poter essere accusati di negligenza o trascuratezza (la cosiddetta medicina difensiva). Proprio per portare alla luce il persistere di pratiche spesso eseguite senza un fondato motivo né una vera utilità, il progetto di Slow Medicine, lanciato nel 2012 in analogia alla campagna <a href="https://www.choosingwisely.org/" rel="noopener">Choosing Wisely</a> negli Usa, di cui oggi rappresenta la sezione italiana, ha chiesto alle società scientifiche italiane di definire cinque raccomandazioni su esami, trattamenti e procedure che non sono necessari e possono procurare danni ai pazienti, oltre che rappresentare uno spreco di risorse, pubbliche o private che siano, e un aggravio del peso della sanità sull’ambiente.<br>
Da allora, in collaborazione con decine di società scientifiche, sono state stilate <a href="https://choosingwiselyitaly.org/raccomandazioni/" rel="noopener">oltre 300 raccomandazioni</a> rivolte ai professionisti della sanità, in un certo numero di casi completate da <a href="https://choosingwiselyitaly.org/pazienti-e-cittadini/" rel="noopener">schede per i cittadini,</a> volte a segnalare, nei diversi ambiti specialistici, le cinque pratiche maggiormente a rischio di essere svolte anche quando non sono appropriate, ovvero non sono utili e possono essere dannose.<br>
Con l’aumentare dell’allarme relativo al cambiamento climatico e il crescere della consapevolezza sulla necessità di alleggerire il peso delle attività umane, soprattutto in occidente, sull’ambiente, le raccomandazioni di Choosing Wisely si sono orientate in misura maggiore verso una sanità esercitata in modo quanto più possibile sostenibile. È nato in questo modo <a href="https://choosingwiselyitaly.org/verso-una-green-choosing-wisely-italy/" rel="noopener">Green Choosing Wisely</a>, in collaborazione con l<a href="https://www.isde.it/" rel="noopener">&lsquo;ISDE</a>, Associazione dei medici per l’ambiente, nell’intento di spingere verso un’assunzione di responsabilità da parte dei professionisti della sanità riguardo al peso sull’ambiente dei servizi sanitari. <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/sanita-piu-sostenibile-cinque-raccomandazioni-medici-medicina-generale/">Abbiamo recentemente pubblicato le raccomandazioni rivolte ai medici di medicina generale per una medicina più sostenibile.</a></p>
<h2 id="scegliere-uno-stile-di-vita-sostenibile">Scegliere uno stile di vita sostenibile</h2><p>Ma, naturalmente, la responsabilità del proprio peso sull’ambiente non riguarda soltanto i professionisti della salute. Al contrario, sono proprio i cambiamenti nello stile di vita dei cittadini che possono contribuire a fare la differenza. Per questo l’ISDE, ha stilato cinque raccomandazioni rivolte direttamente ai cittadini, che propongono cinque modifiche dello stile di vita utili per l’ambiente e anche per la salute di ciascuno: perché nella maggior parte dei casi ciò che giova all’ambiente giova anche alla salute. Abbiamo pensato di riproporle all’inizio di questo nuovo anno, che ha seguito molto da vicino le recenti decisioni della COP28: se su queste i cittadini possono sentirsi impotenti nei confronti di governi inadempienti, sul proprio stile di vita la palla l’ha in mano ciascuno di noi.<br>
Le cinque raccomandazioni dell’ISDE riguardano aria, acqua, biodiversità, radiazioni ionizzanti e alimentazione. <a href="https://www.isde.it/wp-content/uploads/2021/09/Scheda-ISDE-2021.pdf" rel="noopener">Sono disponibili sul sito dell’ISDE,</a> dove si può consultare anche la bibliografia fornita a sostegno. Qui le presentiamo in forma sintetica.</p>
<h2 id="1-aria-ridurre-quanto-possibile-il-consumo-di-carburanti-di-derivazione-fossile">1) Aria: ridurre quanto possibile il consumo di carburanti di derivazione fossile</h2><p>Non consumare carburanti di derivazione “fossile” (carbone, petrolio, gas), ma quando possibile ricorrere a energie rinnovabili (solare, fotovoltaico, eolico, geotermico, edifici a risparmio energetico). Ridurre l’uso di auto private in città, favorendo l’impiego di biciclette, mezzi pubblici, mezzi privati condivisi, mobilità pedonale. Limitare il più possibile spostamenti in aereo, privilegiando l’uso del treno. Contrastare la moda del turismo crocieristico.</p>
<p>L’inquinamento dell’aria è alla base di molte patologie respiratorie (asma bronchiale, BPCO) cardiocircolatorie (infarto, trombosi, ictus) e neoplastiche (tumore del polmone). Le principali cause d’inquinamento atmosferico sono l’attività industriale, il riscaldamento domestico e le forme di mobilità non sostenibili. Il medico deve indirizzare il paziente verso stili di vita più salubri: attività fisica (minor impiego dell’automobile e dei mezzi di trasporto meccanici tipo ascensore, ecc.) e astensione dal fumo.</p>
<h2 id="2-acqua-bere-quella-del-rubinetto-e-fare-attenzione-a-non-sprecarla">2) Acqua: bere quella del rubinetto e fare attenzione a non sprecarla</h2><p>Non bere acqua in bottiglia ma, ove possibile, privilegiare quella del rubinetto che spesso ha ottime caratteristiche organolettiche ed è sottoposta a rigorosi controlli di qualità. Usare sempre l’acqua con parsimonia.</p>
<p>L’impiego di acque minerali in bottiglia rappresenta una spesa ingiustificata e una fonte di inquinamento, sia a causa delle bottiglie di plastica o vetro sia a causa dei trasporti. L’acqua dell’acquedotto è sottoposta a periodici controlli di qualità e possiede caratteristiche sovrapponibili e spesso migliori di quelle dell’acqua venduta in bottiglie. La necessità di assumere acqua povera di sostanze minerali (oligominerale) non ha fondamento scientifico: è indicata soltanto in rare patologie, quali le malattie renali. L’acqua è un bene comune, molto prezioso e non deve essere mai sprecata: bisogna eliminare le perdite lungo le condutture degli acquedotti e annullare tutti gli sprechi domestici.</p>
<h2 id="3-biodiversità-usare-gli-antibiotici-solo-quando-sono-indispensabili">3) Biodiversità: usare gli antibiotici solo quando sono indispensabili</h2><p>Per le comuni infezioni respiratorie (raffreddore, rinosinusite, tosse/bronchite, sindromi influenzali), che sono perlopiù provocate da virus sui quali gli antibiotici non hanno effetto, e quando si riscontra la presenza di batteri nelle urine senza sintomi, non è il caso di prescrivere antibiotici. Di regola sono inutili, ed espongono a rischi, presenti e futuri, paziente e familiari. La norma è evitarli, lasciando all’autonomia del medico decidere eventuali eccezioni.</p>
<p>I microrganismi sono essenziali nell’ecosistema: la simbiosi tra germi saprofiti e il nostro organismo è importante sempre, e in particolare nei primi anni dello sviluppo. Pochi germi sono patogeni: molti ci aiutano a vivere e crescere in salute. L’uso improprio di antibiotici oltre che inefficace e con effetti avversi a lungo termine, causa antibioticoresistenze in grado di persistere e trasmettersi a familiari, con rischi seri in soggetti fragili o in gravidanza. In Europa, l’Italia è in vetta al consumo complessivo di antimicrobici (esseri umani + animali) in mg per biomassa. Il 30% dei consumi è per uso umano, su cui il medico incide in modo diretto; il 70% per zootecnia, in allevamenti intensivi. Su questi il medico può influire, consigliando di ridurre i consumi di carne, privilegiando quella che, nell’interesse della salute e dell’ecosistema, dovrà provenire in ogni caso da animali allevati all’aperto. È dimostrato che proprio gli allevamenti intensivi di animali sono tra i maggiori responsabili dello “spillover” che è alla base di pandemie come Ebola, SARS, COVID-19.</p>
<h2 id="4-radiazioni-ionizzanti-non-eseguire-mai-radiografie-senza-una-specifica-indicazione-clinica">4) Radiazioni ionizzanti: non eseguire mai radiografie senza una specifica indicazione clinica</h2><p>Gli esami radiologici sono un prezioso ausilio diagnostico, ma va tenuto conto dei possibili danni che possono provocare al paziente stesso, alle generazioni future e all’ambiente. In particolare data la mutagenicità e cancerogenicità delle radiazioni ionizzanti le radiografie e le TAC di qualunque distretto corporeo non devono essere richieste senza una precisa indicazione clinica: ad esempio l’esecuzione di routine della radiografia preoperatoria del torace non appare appropriata.</p>
<p>L’esecuzione di test diagnostici inappropriati può comportare risultati falsi positivi, nonché l’individuazione di casi che non si sarebbero mai manifestati (sovradiagnosi), che richiedono ulteriori esami diagnostici anche invasivi e interventi terapeutici spesso non necessari e potenzialmente dannosi.</p>
<h2 id="5-alimentazione-limitare-i-cibi-di-origine-animale-e-quelli-trasformati-di-produzione-industriale">5) Alimentazione: limitare i cibi di origine animale e quelli trasformati di produzione industriale.</h2><p>Privilegiare frutta, verdura, cereali e legumi integrali, meglio se freschi, locali, di stagione e coltivati in modo biologico. L’ alimentazione deve essere sana, varia e moderata, scegliendo quando possibile gli alimenti che comportano un minor impiego di risorse ed un minor inquinamento.</p>
<p>Il cittadino, in qualità di consumatore responsabile, deve essere consapevole del fatto che la filiera agro-alimentare, in tutte le sue fasi, dalla produzione alla distribuzione al consumo, è responsabile di importanti conseguenze anche a livello sociale (dalle sofisticazioni alimentari al caporalato, dalle monocolture intensive alla siccità in vaste zone del Pianeta). Limitare il consumo di carne, ad esempio, rappresenta un vantaggio in termini di salute per l’essere umano e un vantaggio per l’ambiente (per produrre un chilo di carne bovina si consumano circa 15.000 litri di acqua).</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Giulio Boccaletti: l'acqua è politica</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/giulio-boccaletti-lacqua-politica/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/giulio-boccaletti-lacqua-politica/</guid><pubDate>Wed, 17 Jan 2024 10:45:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><category>libri</category><description>Siccità di Giulio Boccaletti, direttore scientifico del Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici, è un&amp;amp;rsquo;opera che si colloca all&amp;amp;rsquo;intersezione tra politica, storia, geologia ed ecologia. Il libro analizza il tema dell&amp;amp;rsquo;acqua e della sua gestione, sottolineando come, dopo millenni di stabilità climatica, l&amp;amp;rsquo;Europa si trovi ora di fronte a nuove sfide relative alla risorsa idrica, causate da eventi estremi come siccità e alluvioni. Boccaletti enfatizza la necessità di una &amp;amp;ldquo;modernizzazione&amp;amp;rdquo; su larga scala, che richiede solidarietà internazionale e un approccio politico, per una gestione della risorsa più preziosa all&amp;amp;rsquo;altezza dei cambiamenti climatici in corso.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/giulio-boccaletti-lacqua-politica-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/giulio-boccaletti-lacqua-politica-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><em>Siccità</em> (Mondadori, 2023) è un libro politico, anche se intessuto di dati e notazioni storiche geologiche ed ecologiche. E ci serviva proprio. Soprattutto adesso che il governo italiano ha finalmente liberato il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc), peraltro oggetto di non poche critiche. E l’autore, Giulio Boccaletti, direttore scientifico del Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici, non lo nasconde. Dopo millenni di stabilità climatica, ora le risorse idriche nel continente europeo si comportano in un modo diverso rispetto al passato. I ghiacciai che si fondono, e che fra non molto spariranno, gli eventi estremi come siccità e alluvioni, gli eventi estremi in generale chiamano a nuove sfide. Ora ci tocca mettere mano una nuova “modernizzazione” - spiega Boccaletti - «la cui scala non si è vista in oltre un secolo. La nuova frontiera richiederà solidarietà tra le nazioni. Un progetto interamente politico».</p>
<p>Da sempre il territorio è stato &ldquo;ingegnerizzato&rdquo; per domare l&rsquo;acqua che lo percorre, che a tratti manca, che a volte lo sommerge con violenza esondando dai fiumi. La storia di città come Milano e del suo contado dal Quattrocento in poi, a cui l&rsquo;autore dedica alcune pagine, mostra quanto l&rsquo;acqua, incanalata e asservita ai bisogni di trasposto, agricoli e industriali, ma anche ricreativi, costituisca l&rsquo;infrastruttura delle nostre società ed economie. E così il patto che sta alla base del rifornimento di acqua potabile di New York e tante altre storie mostrano la necessità di governare le risorse idriche. Le mutate condizioni climatiche, che peraltro sembrano subire ogni anno che passa una preoccupante accelerazione, richiedono dunque una nuova &ldquo;ingegnerizzazione&rdquo;.</p>
<p>Le tecnologie sono importanti, ovviamente, ma le decisioni da prendere a livello europeo e italiano (per restare nel nostro) sono tali da richiedere un patto fra diversi portatori di interesse. E una governance non frammentata in un dedalo di enti, o demandata a autorità di bacino con scarse autonomia politica e capacità di spesa. C&rsquo;è molto da fare, insomma, e il tempo stringe.</p>
<h2 id="potere-e-gestione-dellacqua">Potere e gestione dell’acqua</h2><p>La gestione delle acque è sempre stato un requisito del potere dai tempi delle grandi inondazioni narrate dalla Bibbia o dagli antichi miti mesopotamici. Anche allora si trattava di mettersi in salvo, bonificare, e garantire l’acqua da bere e per coltivare. I grandi Imperi del passato - racconta Boccaletti anche nel suo altro monumentale libro, <em>Aqua: una biografia</em>, hanno edificato la loro potenza sul governo dell’acqua e del territorio.</p>
<p>Ancora oggi i paesi che hanno mantenuto in parte le <em>forma mentis</em> imperiale ne sono consapevoli. E’ il caso degli Stati Uniti che periodicamente intervengono con grandi investimenti per garantire al paese una sicurezza idrica sempre in forse. Non a caso parte dei 700 miliardi di dollari dell’<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Infrastructure_Investment_and_Jobs_Act" rel="noopener">Infrastructure Investment and Jobs Act</a> del 2021 è stato investito nello stoccaggio e convogliamento delle acque verso Ovest, in nuove reti di distribuzione potabile e nel risanamento di acque e terreni contaminati. Niente di simile o pochi spiccioli troviamo invece nel Next Generation EU, che in questo secondo l’autore rivela la mancanza di ambizione politica del progetto europeo.</p>
<h2 id="insicurezza-idrica-italiana">Insicurezza idrica italiana</h2><p>A scorrere i dati che Boccaletti rammenta in uno dei saggi iniziali di <em>Siccità</em>, si colgono la plasticamente le falle della sicurezza idrica italiana. L’acqua che ci piove in testa è sempre più o meno quella, 250-300 miliardi di metri cubi all’anno, ma distribuita durante l’anno in modo sempre più capriccioso e verrebbe da dire malevolo: ce n’è troppa quando non serve, poca quando manca. Da un terzo alla metà delle precipitazioni viene intercettato dalla vegetazione, per poi tornare in atmosfera come vapore, mentre il resto finisce nei fiumi e nelle falde (100-150 di metri cubi). Di questa, una buona metà resta a beneficio degli ecosistemi e l’altra viene impiegata per l’uso potabile (una quota piccola, il 3%) e molta di più per l’irrigazione (10-30 miliardi di metri cubi all’anno). Sembrerebbe che ci siamo e invece no, perché tutto si gioca in quel maledetto pendolo fra stagioni bagnate e stagioni asciutte, quando il sistema entra in crisi, i fiumi vanno in secca, ed esplode il conflitto fra usi in competizione fra loro: civili, industriali e agricoli. E nell’agricoltura fra colture insostenibili come le risaie (quasi la metà del consumo irriguo nazionale), le cerealicole, gli allevamenti intensivi, si gioca una partita difficile. L’incapacità di gestire gli usi idrici nelle stagioni siccitose segna il fallimento della politica, che in Italia non ha sviluppato un sistema abbastanza dinamico di licenze e diritti per rendere l&rsquo;acqua un bene fungibile e quindi cedibile a chi ne ha più bisogno. E nemmeno è riuscita, anche per opposizioni delle popolazioni locali, a garantire all’agricoltura e agli altri usi invasi e raccolte d’acqua sufficienti per i periodi di magra. L’insieme delle dighe e bacini italiani raccoglie infatti circa 10 miliardi di metri cubi d’acqua, la metà del fabbisogno agricolo, mentre la Spagna con i suoi 50 miliardi garantisce due anni e mezzo e gli Stati Uniti, con i suoi 700 miliardi, copre 4 annate. </p>
<h2 id="le-scelte-da-compiere">Le scelte da compiere</h2><p>Le soluzioni ingegneristiche tradizionali non sono le sole ad essere deficitarie. Affrontare la sicurezza idrica nel nuovo quadro climatico - in tempi di siccità ma specularmente anche nell’immancabile seguito di alluvioni - imporrebbe alla politica di pianificare la scelta delle colture più idonee, così come di gestire i boschi e gli altri habitat sempre in chiave di sicurezza idrogeologica. Ma i boschi che ricadono nei confini dei circa 8.000 comuni italiani sono in buona parte privati, come lo è di fatto la quasi totalità dei campi agricoli. Per questo motivo Boccaletti precisa che quando parla di politica non si riferisce solo a chi governa al centro e a livello locale, ma anche alla sensibilità, la conoscenza e l’educazione civica della popolazione, per buona parte da costruire o comunque aggiornare al nuovo quadro ambientale. Il paesaggio italiano non può in ragione della sua storicità e bellezza essere considerato intoccabile, per il semplice fatto che se non lo adatteremo noi al clima che cambia sarà il clima a sfigurarlo.</p>
<p>Buona parte della antologia degli scritti di Boccaletti affronta la natura politica, scientifica e culturale della gestione dell’acqua nel nostro paese, soffermandosi anche sulla tensione fra competenze tecnico-scientifiche e legittimità politica, a sua volta divisa fra pretese direttive del centro e istanze locali. «Serviranno una sintesi politica che descriva il paesaggio nazionale e una forte sussidiarietà che nella gestione assicuri la centralità dell’esperienza locale (l’acqua è sempre locale)», scrive Boccaletti. «E servirà che istituzioni preposte a coordinare, come le autorità di bacino, abbiano le risorse e il potere di negoziare».</p>
<h2 id="grandi-fiumi-grandi-risorse-grandi-problemi">Grandi fiumi, grandi risorse, grandi problemi</h2><p>La parte finale del libro è dedicato allo scenario internazionale, dove i problemi italiani scoloriscono davanti alla strutturale insicurezza idrica di molti paesi in via di sviluppo, nonostante i progressi registrati negli utlimi decenni in campo ambientale e sanitario. Un denso capitolo è dedicato anche alle guerre, che se non è corretto dire siano causate dall’acqua, hanno spesso trasformato fiumi e dighe in strumenti e occasioni belliche (si pensi al crollo della diga di Nova Kachovka nel giugno 2023 in Ucraina per mano russa). </p>
<p>Si ripercorrono così in una carrellata che a tratti ricorda il grande respiro storico di un Braudel le vicende politico-diplomatiche che si sono giocate in riva all’Indo, al Brahmaputra, al Mekong, al Nilo e al Giordano. Le trasformazioni che hanno interessato i grandi fiumi del pianeta ricapitolano infatti le grandi civiltà da cui sono scaturite, le loro epopee, il loro attuale disagio.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Rapporto ISPRA 2023: meno rifiuti, più raccolta differenziata</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/rapporto-ispra-2023-meno-rifiuti-piu-raccolta-differenziata/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/rapporto-ispra-2023-meno-rifiuti-piu-raccolta-differenziata/</guid><pubDate>Wed, 10 Jan 2024 10:39:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natalia Milazzo</dc:creator><category>ambiente</category><description>In diminuzione la produzione di rifiuti su tutto il territorio, nonostante PIL e spesa per consumi siano cresciuti. Aumenta da Nord a Sud la raccolta differenziata, anche se c’è ancora da lavorare per raggiungere i tassi di riciclaggio richiesti dalla normativa europea. La sensibilizzazione dei cittadini è fondamentale per ottenere una raccolta differenziata omogenea e quindi riciclabile.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/rapporto-ispra-2023-meno-rifiuti-piu-raccolta-differenziata-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2024/rapporto-ispra-2023-meno-rifiuti-piu-raccolta-differenziata-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Prevenire, ridurre, riciclare, usare per produrre energia. Questi i quattro passi fondamentali nella strategia per gestire i rifiuti in Europa, peraltro oggetto di discussioni e scontri di interessi confliggenti nella sua declinazione pratica.<br>
Se il primo passo è prevenirne la produzione, comunque, è una buona notizia quella che emerge dal <a href="https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/rapporto-rifiuti-urbani-edizione-2023" rel="noopener">Rapporto sui rifiuti urbani ISPRA 2023,</a> presentato a fine dicembre scorso: in controtendenza rispetto alla crescita del PIL e della spesa per consumi delle famiglie, rispettivamente aumentati del 3,7% e 6,1% nel 2022, nello stesso anno la produzione nazionale dei rifiuti urbani in Italia è risultata in calo dell’1,8% (544 mila tonnellate) rispetto al 2021, attestandosi in circa 29,1 milioni di tonnellate.<br>
Sul fronte del riciclo e della produzione di energia, cresce nel frattempo la raccolta differenziata, che tocca ormai a livello nazionale il 65,2%: un dato molto positivo, vista la situazione italiana, è che la crescita nel 2022 si è registrata su tutto il territorio nazionale, anche nelle aree del Sud storicamente arretrate da questo punto di vista, con la Sicilia che finalmente supera la soglia del 50% (nell’ultimo quinquennio ha registrato un aumento di 22 punti percentuali).<br>
Si è realizzato dunque almeno temporaneamente il disaccoppiamento tra crescita economica e produzione dei rifiuti. È presto per parlare di un trend, anche perché, come specifica il rapporto, l’andamento altalenante della produzione dei rifiuti può essere correlato a diversi fattori, anche combinati tra loro, tra cui l’introduzione di nuove disposizioni normative o motivazioni sanitarie o socio-economiche, tra cui la pandemia del 2020, che vide un marcato calo della produzione di rifiuti, e la crisi internazionale del 2022. In termini generali il dato del 2022 sembra, in ogni caso, riflettere l’andamento tendenzialmente in calo riscontrato nel lungo periodo.</p>
<h2 id="in-aumento-la-raccolta-differenziata">In aumento la raccolta differenziata</h2><p>Nella conferenza stampa di presentazione del rapporto Stefano La Porta, presidente dell’ISPRA, ha sottolineato due dati, per certi versi incoraggianti: «La percentuale di raccolta differenziata a livello nazionale nel 2022 è arrivata al 65,2%, con un incremento dell’1,2% rispetto all’anno precedente: avere superato quota 65% è un obiettivo significativo; per quanto riguarda il riciclaggio, la normativa europea individua obiettivi sfidanti per i rifiuti urbani: 50% nel 2020, 55% nel 2025 e 60% nel 2030. Nel 2022 abbiamo superato il 49%, arrivando quindi quasi a toccare il primo obiettivo. Ma è importante sottolineare che per quanto riguarda in particolare il riciclo di imballaggi abbiamo superato ampiamente il target del 70% previsto dalla normativa europea per il 2030 per questi rifiuti».<br>
Secondo i dati che emergono dal rapporto ISPRA tutte le province o città metropolitane nel 2022 raggiungono percentuali di raccolta differenziata superiore al 30%. Complessivamente, nell’ultimo anno, l’87% dei Comuni intercetta oltre la metà dei propri rifiuti urbani in modo differenziato (nel 2021 la percentuale era dell’85%).<br>
I maggiori livelli di raccolta differenziata per i comuni con popolazione residente superiore a 200mila abitanti, si osservano per Padova (64,3%), Bologna (63,2%), Venezia (62,7%) e Milano (62,1%). Superano il 50% anche Firenze, Torino, Verona e Messina i cui tassi si attestano, rispettivamente, al 55%, 54,4%, 53,7% e 53,5%.<br>
Roma, in leggera crescita rispetto al 2021, si attesta al 45,9%, mentre Genova, Napoli e Bari raggiungono o superano di poco il 40% (rispettivamente, 42,8%, 40,4% e 40%). <br>
A livello regionale, le percentuali più alte si registrano in Veneto, con il 76,2%, e in Sardegna (75,9%). Supera per la prima volta la soglia del 50% la regione Sicilia (51,5%), che nell’ultimo quinquennio fa registrare un aumento di 22 punti percentuali.<br>
Come ha osservato Maria Siclari, direttrice generale dell’ISPRA, è particolarmente interessante che la crescita della raccolta differenziata nel 2022 riguardi tutto il territorio: «La raccolta differenziata è cresciuta in tutte le macroaree: siamo al 71,8% al Nord, 61,5% al Centro e 57,5 al Sud; nel 2022 però anche al Sud c’è stata una crescita dell’1,7%, che finalmente modifica la traiettoria rispetto quanto da sempre si ripete, che bisogna colmare il gap tra Nord e Sud in questo settore».<br>
Rimane comunque essenziale ridurre i gap esistenti a livello territoriale. Misure importanti in merito sono contenute sia nel Programma Nazionale di Gestione dei Rifiuti (PNGR) che nel Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Quest’ultimo, infatti, ha inserito tra le proprie missioni il miglioramento della gestione dei rifiuti come strumento fondamentale per l’attuazione dell’economia circolare, rafforzando le infrastrutture per la raccolta differenziata, ammodernando e sviluppando nuovi impianti per il trattamento dei rifiuti e colmando il divario esistente tra il Nord ed il Centro-Sud, al fine di raggiungere gli obiettivi di riciclo fissati dalla normativa europea. In particolare, ha previsto fondi per il potenziamento dei sistemi di riciclaggio della plastica mediante riciclo meccanico e chimico in appositi “Plastic Hubs”. Il PNRR ha messo a disposizione 2,1 miliardi di euro destinandoli a due linee di investimento per le attività di gestione dei rifiuti e i progetti innovativi di economia circolare.</p>
<h2 id="che-cosa-si-differenzia-e-come-si-gestisce">Che cosa si differenzia e come si gestisce</h2><p>Tra i rifiuti differenziati, l’organico si conferma la frazione più raccolta in Italia (38,3% del totale), seguita dalla carta e cartone con il 19,3% del totale, dal vetro (12,3%) e dalla plastica (9%). La raccolta differenziata della frazione cellulosica supera 3,6 milioni di tonnellate, con un incremento dell’1% rispetto al 2021. La raccolta differenziata del vetro supera i 2,3 milioni di tonnellate, in aumento rispetto al 2021 (+3,4%). Per questa frazione, si stima che gli imballaggi rappresentino la tipologia prevalente di rifiuto (il 92% della raccolta totale). La plastica in crescita seppur in misura più moderata rispetto al precedente biennio.<br>
La percentuale di riciclaggio dei rifiuti urbani si attesta al 49,2%, in crescita rispetto al precedente anno (48,1%), ma non ancora sufficiente per raggiungere l’obiettivo del 50% previsto dalla normativa per il 2020 (al 2030 l’obiettivo è peraltro ben più ambizioso e pari al 65%).<br>
I rifiuti urbani complessivamente smaltiti in discarica rappresentano il 17,8% del quantitativo dei rifiuti prodotti a livello nazionale (in termini quantitativi circa 5,2 milioni di tonnellate, in calo del 7,9% rispetto al 2021): occorre quindi ridurre ancora questa forma di smaltimento per raggiungere gli obiettivi europei.<br>
Dal rapporto emerge che resta un’ampia forbice tra la percentuale di raccolta differenziata e i tassi di riciclaggio, anche se nell’ultimo anno in modo meno evidente, a riprova del fatto che la raccolta, pur rappresentando uno step di primaria importanza, deve necessariamente garantire la produzione di flussi di alta qualità, e deve essere, in ogni caso, accompagnata dalla disponibilità di un adeguato sistema impiantistico di gestione. Osserva ancora Maria Siclari: «La strategia nazionale per l’economia circolare ha messo al centro le abitudini al consumo e i comportamenti dei consumatori: questa è l’unica strada per migliorare la raccolta differenziata e arrivare a un flusso omogeneo di rifiuti che apre la strada al loro riciclo. In questa ottica l’ISPRA ha lanciato quest’anno la campagna “Facciamo circolare”, che tocca due temi rilevanti come quello della raccolta differenziata e dello spreco alimentare. Una campagna che vuole arrivare a tutti i cittadini. Un grande merito del PNRR è avere inserito il miglioramento della gestione dei rifiuti come missione fondamentale».<br>
Uno dei flussi più monitorati dall’Europa è quello degli imballaggi e rifiuti di imballaggio, con ambiziosi obiettivi di riciclaggio fissati al 2025 e al 2030. Tutte le frazioni merceologiche hanno già ampiamente raggiunto i target fissati a livello europeo per il 2025, ad eccezione della plastica che comunque è prossima all’obiettivo (48,9% a fronte di un obiettivo del 50%). Nel 2022, il recupero complessivo dei rifiuti di imballaggio è pari all’80,5% dell’immesso al consumo (80,9% nel 2021). Tutte le frazioni fanno registrare un aumento del recupero totale, ad eccezione dei rifiuti di imballaggio in carta e di quelli in legno.</p>
<h2 id="la-produzione-di-rifiuti-cala">La produzione di rifiuti cala</h2><p>La produzione di rifiuti urbani diminuisce in tutto il territorio nazionale: il Nord fa registrare il calo percentuale più consistente (-2,2%), ma anche in questo caso è interessante sottolineare – come fa Maria Siclari presentando i dati, che la diminuzione riguarda tutto il territorio: «Se è vero che al Nord la diminuzione è maggiore, vediamo che finalmente il Centro e il Sud hanno valori similari: la diminuzione è dell’1,5% per entrambi».<br>
La produzione pro capite si attesta quindi nel 2022 a 494 chilogrammi per abitante, facendo registrare una variazione percentuale negativa dell’1,6%, rispetto al 2021: disaggregando per macroaree, il Centro produce 532 chilogrammi per abitante, il valore medio del Nord si attesta a 506 chilogrammi per abitante e il dato del Sud è pari a 454 chilogrammi per abitante.<br>
Ad eccezione della Valle d’Aosta, la cui produzione nel 2022 ha registrato un lieve aumento, tutte le regioni italiane hanno fatto rilevare un calo dei rifiuti prodotti. In particolare, tra le regioni settentrionali, le maggiori contrazioni si osservano per il Trentino-Alto Adige (-3,7%), la Lombardia (-3,3%) e il Veneto (-2,5%); al Centro, per le Marche (-2,7%) e la Toscana (-2,1%) e al Sud per il Molise (-3,2%), la Calabria e la Sardegna (-2,5% per entrambe) e la Puglia (-1,9%).<br>
L’andamento è opposto in alcune grandi città. Circa il 16% della popolazione italiana, l’insieme delle 14 municipalità aventi ciascuna, nel complesso più di 200 mila abitanti fa rilevare, tra il 2021 e il 2022, un aumento della produzione totale dello 0,4%. Venezia e Napoli mostrano aumenti del 5,7% e 3,1%, seguite da Catania e Padova, entrambe con un aumento del 2,3%; gli incrementi registrati per Messina e Milano sono inferiori, rispettivamente pari all’1,5% e all’1%.</p>
<h2 id="il-sistema-paga-per-quello-che-butti-fa-risparmiare-sui-costi">Il sistema “Paga per quello che butti” fa risparmiare sui costi</h2><p>Nel 2022 il costo medio nazionale annuo pro capite di gestione dei rifiuti urbani è stato pari a 192,30 euro/abitante, in diminuzione di 2,20 euro/abitante (nel 2021 era 194,50). Al Centro il costo più elevato: 228,30 euro/abitante; segue il Sud con 202,30 euro/abitante e infine il Nord con un costo pari a 170,30 euro/abitante. Tra le città che presentano il maggior costo si segnalano Venezia con 404,40 euro/abitante, Cagliari con 296 euro/abitante e Perugia con 286 euro/abitante. I costi minori si rilevano per Campobasso, 166,50 euro/abitante, Trento, 172,30 euro/abitante e Catanzaro con 174,40 euro/abitante. Per la città di Roma si è riscontrato un costo di 270,40 euro/abitante.<br>
Interessante l’analisi effettuata sul sistema di tariffazione puntuale di un campione di 1.072 comuni, con una popolazione di circa 7,7 milioni di abitanti, che ha confermato anche per il 2022 quanto rilevato nelle precedenti indagini sul sistema <em>Pay-As-You-Throw,</em> ovvero che rileva i rifiuti prodotti da ciascun nucleo familiare e fa pagare in proporzione: si è riscontrato che il costo totale medio pro-capite è per questi comuni inferiore rispetto a quelli che applicano la Tari normalizzata. Il dato medio rilevato sul campione si attesta a 167,50 euro/abitante per anno.</p>
<h2 id="la-responsabilità-dei-cittadini">La responsabilità dei cittadini</h2><p>Il riciclaggio dei rifiuti parte da una raccolta differenziata fatta in modo corretto. Come osserva Claudia Chiozzotto, esperta di temi ambientali nell’organizzazione di consumatori Altroconsumo: «Bisogna aumentare la consapevolezza dei cittadini. Per esempio un dato recente dice che nel 2022 è diminuita la raccolta dei RAEE, ovvero dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, rispetto all’anno precedente. Si tratta di rifiuti che provengono anche da oggetti come telefoni, pc, console per videogiochi. Sono oggetti che i ragazzi hanno sempre in mano, ma poi non sono consapevoli che devono essere smaltiti in modo corretto, riportandoli in negozio o alla piazzola ecologica: in questo modo si evita che diventino rifiuti molto dannosi per l’ambiente e si consente il recupero e riciclo del materiale che contengono».<br>
Proponiamo a questo proposito una serie di consigli per una raccolta differenziata corretta contenuti in un podcast della serie <em>Storie di sostenibilità,</em> realizzato all’interno del progetto <a href="https://smartfood.ieo.it/" rel="noopener">Smartfood</a> dell’IEO, Istituto europeo di Oncologia, di Milano.</p>
<p><a href="https://www.spreaker.com/user/15512598/ep8-storiedisostenibilita-nataliamilazzo" rel="noopener">Ascolta &ldquo;STORIE DI SOSTENIBILITÀ - Ep8. Natalia Milazzo - Raccolta differenziata: istruzioni per un uso consapevole&rdquo; su Spreaker.</a></p>
]]></content:encoded></item><item><title>La salvezza delle ultime tartarughe. Intervista a Carl Safina</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/salvezza-ultime-tartarughe-intervista-carl-safina/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/salvezza-ultime-tartarughe-intervista-carl-safina/</guid><pubDate>Fri, 29 Dec 2023 11:27:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><category>animali</category><description>Secondo una leggenda dei nativi nordamericani, il nostro pianeta era un tempo interamente coperto d’acqua.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/salvezza-ultime-tartarughe-intervista-carl-safina-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/salvezza-ultime-tartarughe-intervista-carl-safina-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Secondo una leggenda dei nativi nordamericani, il nostro pianeta era un tempo interamente coperto d’acqua. Quando un Signore del cielo sradicò un albero, la moglie si sporse curiosa a guardare le stelle, cadendo. Gli animali aiutarono la dea perché non si facesse male: strolaghe e anatre accompagnarono la sua discesa, e la posarono sul guscio di una tartaruga. Castori, lontre e topi muschiati coprirono con la terra presa dal fondo dei mari il carapace, per fare riposare la signora del cielo in modo confortevole. La terra si espanse, si formarono montagne, foreste e fiumi. La dea si svegliò e benedì il mondo, che altro non è, quindi, che una grande tartaruga che galleggia sul mare.</p>
<p>Esistono sette specie di tartarughe marine, fatta eccezione per una, sono tutte a rischio di estinzione. Tutte per cause umane. Alla più antica e grande di tutte, la tartaruga liuto, a chi la studia e soprattutto ai suoi tanti misteri è dedicato <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845987069" rel="noopener"><em>Il viaggio della tartaruga</em></a>, avvincente saggio di <a href="https://www.carlsafina.org/" rel="noopener">Carl Safina</a> pubblicato da Adelphi nella collana Animalia.</p>
<p>La tartaruga liuto deve il suo nome scientifico, <em>Dermochelis coriacea</em>, al fatto che l’intero corpo è ricoperto da uno spesso strato di pelle nero-bluastra punteggiata di bianco. Non ha quindi il classico carapace (quello che è volgarmente detto <em>guscio</em>) duro delle tartarughe, ma una serie di ossa morbide, tenute insieme da questa pelle spessa come cuoio, che formano sette creste longitudinali, che l’aiutano a essere idrodinamica e ad affrontare la sua perenne migrazione. Le liuto infatti depongono le uova su spiagge calde, ma si spingono nei freddi mari nordici per cibarsi di meduse. Le tartarughe liuto, scrive Safina, sono animali per cui “i superlativi si sprecano”: sono le tartarughe più grandi e pesanti (possono superare i due metri di lunghezza e arrivare a quasi una tonnellata di peso), nuotano velocissime, compiono migrazioni eccezionali, tollerano le acque fredde, prossime allo zero (il che per un rettile è complicato) e si immergono a profondità di oltre 1200 m, comparabili solo a quelle raggiunte dagli immensi capodogli. Ah, sono anche le tartarughe con il più ampio areale: sono presenti in tutti e tre gli Oceani: Atlantico, Pacifico e Indiano.</p>
<h2 id="la-conservazione-funziona-se-si-fa">La conservazione funziona, se si fa</h2><p>La luce, insieme allo sviluppo turistico delle spiagge è uno dei più grossi problemi delle tartarughe. Le neonate, infatti devono affrontare la spiaggia per arrivare al mare, faticando non poco e sperando di non finire nel becco di gabbiani e compagnia che si radunano alla schiusa per pasteggiare. Si spostano verso le acque faticando, spesso restando intrappolate da rifiuti plastici lasciati lì o portati a riva dalle onde. A guidarle, il chiarore del mare, naturalmente sempre più luminoso dell’entroterra…prima dell’invenzione delle luci artificiali. Luci che disorientano le minuscole tartarughine, che seguono la luce finendo su strade, piscine, parchi, o restano in spiaggia a girare su se stesse, rendendo molto facile il gioco ai loro predatori. Ma l’effetto è reversibile, come ci racconta nel suo libro Safina, la conservazione e la tutela partecipata possono davvero fare la differenza: «Sono stato a Trinidad per vedere le tartarughe liuto e come le persone proteggono i loro nidi. Un tempo uccidevano le tartarughe per la carne, e scavavano molti dei loro nidi per prendere le uova. Ma il lavoro di conservazione è stato molto, molto efficace negli ultimi 25 anni. Ora a Trinidad ci sono molte più liuto di quante ce ne fossero prima. A volte, di notte, le spiagge sono davvero affollate! Prima, se si camminava su e giù per la spiaggia, forse se ne trovavano una o due, mentre ora alcuni punti sono davvero gremiti» racconta Safina.</p>
<p>In Florida, tra le spiagge zeppe di turisti e le coste industrializzate, c’è chi si batte per le tartarughe e cerca di aiutarle a riprodursi e a riguadagnare il mare. Sono tante, le ong che lavorano per le tartarughe. E tante le persone che volontariamente vanno sulle spiagge per aiutarle, mettono in sicurezza i nidi perché non vengano distrutti, sorvegliano le spiagge perché non arrivino i bracconieri, raccolgono la plastica. A Boca Raton, gli sforzi dei conservazionisti sono stati premiati: hanno ottenuto <a href="https://myfwc.com/wildlifehabitats/wildlife/sea-turtle/lighting/" rel="noopener">una illuminazione a led da terra</a>, che ha permesso di azzerare gli impatti dell’inquinamento luminoso. Il libro di Safina è pieno di queste storie di ostinate lotte per la tutela delle tartarughe, e di successi ottenuti. Nella Carolina del Sud, per esempio, incontra la zoologa Sally Murphy, che per oltre vent’anni si è battuta per proteggere le tartarughe dall’annegamento nelle reti da pesca per gamberi. Scontrandosi con una lobby per niente incline al cambiamento, l’industria della pesca, la ricercatrice ha infine ottenuto l’utilizzo delle TED, <a href="https://www.fisheries.noaa.gov/southeast/bycatch/turtle-excluder-devices" rel="noopener"><em>turtle excluder devices</em></a>, reti da pesca studiate per consentire alle tartarughe di scappare, senza però intaccare l’efficacia della pesca di crostacei.</p>
<h2 id="colonialismo-e-estinzioni">Colonialismo e estinzioni</h2><p>«I problemi delle tartarughe sono stati causati dagli occidentali, dai discendenti degli europei. Non dai nativi o dalle popolazioni indigene», spiega Safina. Le tartarughe sono animali venerati sin dagli albori delle nostre civiltà, seppur consumate e usate come ornamento. Forse i carapaci delle tartarughe sono stati tra le prime monete di scambio, nelle Americhe come nell’Oceano Indiano. Ma la loro disgrazia è stato l’arrivo dei coloni europei. Safina ci racconta che Cristoforo Colombo riportava nei suoi scritti di mari “densi di tartarughe”. Le isole che oggi si chiamano Cayman, vennero chiamate Las Tortugas, a indicare l’elevata quantità di tartarughe marine che vi nidificavano. Massacrate dai coloni, golosi delle loro carni e uova, nonché delle potenzialità commerciali. Nel 1711, ci fu un tentativo di arrestare il declino (ci si era accorti di star terminando la ricca risorsa), con una legge che ne regolamentava il prelievo, poco rispettata. Oggi le tartarughe dei Caraibi sono il 5% di quelle originarie. Se nell&rsquo;Atlantico la situazione per le tartarughe è molto migliorata rispetto a una trentina di anni fa,  nel Pacifico ci sono ancora grossi problemi: qui, dal 1980 ad oggi, le tartarughe liuto sono <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2351989420309124#fig1" rel="noopener">diminuite dell'80%</a>.</p>
<p>«Il successo delle azioni di conservazione nell’Atlantico sta nel fatto che oggi c’è un nuovo desiderio di coesistenza. Le persone sono state efficacemente &ldquo;educate&rdquo;, anche se non mi piace questo termine, credo che sia quello giusto. Le tartarughe gli piacciono, vogliono continuare ad averle intorno, e non vogliono far loro del male senza una buona ragione» commenta Safina. «Nel Pacifico è un po&rsquo; diverso, ma è anche molto simile. Le persone che danneggiano le tartarughe nel Pacifico, nell&rsquo;America Centrale, sono anche loro discendenti degli europei. Non sono i nativi. In effetti, in Messico, c&rsquo;è un gruppo di nativi che, come si legge nel libro, letteralmente adora la tartaruga liuto. E, certamente, il problema non si pone in alcun modo con loro. Nel Pacifico occidentale le popolazioni asiatiche fanno ormai parte dell&rsquo;economia globale. Quindi, anche lì i problemi hanno a che fare con la troppa gente, l&rsquo;eccessivo sviluppo delle spiagge, l&rsquo;illuminazione eccessiva e con l&rsquo;escavazione dei nidi per le uova di cui cibarsi. L&rsquo;idea che le tartarughe sono preziose e che devono essere protette non è stata recepita così profondamente».</p>
<h2 id="il-puro-valore-dellesistenza">Il puro valore dell’esistenza</h2><p>Insomma, in questo mondo così alterato dall’azione antropica, sperare di ritornare a quei mari pullulanti di tartarughe, è un’utopia. Ma molto possiamo fare perché non spariscano tra i flutti, falciate dall’elica di una nave, annegate tra le reti o soffocate da un sacchetto di plastica scambiato per una medusa. I libri di Safina trasmettono l’immenso amore e fascinazione che l’autore prova per il mondo animale, le sue parole ti trascinano nei luoghi che visita e ti portano a sperare di poter cambiare le cose. Può l’empatia per gli altri viventi aiutarci a invertire la sesta estinzione di massa, quella che stiamo causando? Risponde Safina: «ci sono molte persone che dimostrano che è possibile dare valore all’esistenza di tartarughe e altri esseri viventi di ogni tipo, lasciargli i loro spazi, e rendersi conto che la loro rilevanza non è determinata dalle opinioni della gente. E siamo in molti a pensarla così. Il problema è che, in questo momento, la maggior parte delle persone non sa o non si preoccupa di queste cose e non è un grande argomento di conversazione. Non sembra urgente per la maggior parte della gente. Quindi l’empatia aiuta a tutelare gli animali? Credo che molti di noi dimostrino che è possibile. È sufficiente? In questo momento non è chiaramente abbastanza per molte specie. Ma come ho detto, per la tartaruga liuto, in particolare nell&rsquo;Atlantico, è sufficiente perché si sta riprendendo. Ci sono molte più tartarughe marine nell&rsquo;Atlantico, molte più di quante ce ne fossero trent’anni fa, perché un numero sufficiente di persone si è preoccupato di apportare i cambiamenti necessari perché ciò accadesse».</p>
<p>Preoccuparci di quello che sta succedendo alle tante specie che vivono il pianeta e che stanno scomparendo per nostra mano, o che per un soffio non sono scomparse è dunque fondamentale. Se ci interessiamo davvero a un problema, se siamo massa critica, possiamo fare la differenza. «Più le persone hanno ottenuto e fatto ciò che volevano, più gli animali sono diminuiti di numero e si sono estinti. Io penso che tutto ciò sia lontano dall&rsquo;idea che noi abbiamo bisogno di loro» commenta Carl Safina. «La maggior parte di ciò che vogliamo, in realtà è un male per le altre specie. E questo non importa alle persone. Allora in realtà il punto sta nel fatto che non abbiamo bisogno della maggior parte delle specie di uccelli selvatici. Non abbiamo bisogno della maggior parte delle specie di mammiferi selvatici, o degli anfibi, o dei rettili, e così via. Ma a questo punto della storia, loro hanno bisogno di noi o non esisteranno. E quello di cui hanno bisogno è che ci prendiamo cura di loro e che lasciamo loro spazio per vivere. Non è una questione pratica. È una questione di principi morali. Non credo che spetti a noi dire che le creature che sono nate su questo pianeta abbiano un determinato valore o meno. Penso che la loro esistenza le renda a prescindere preziose e che quindi dovremmo dare valore a questa esistenza. E penso che, nella misura in cui non lo facciamo, ciò dimostra che siamo una specie intellettualmente immatura ed emotivamente impoverita, e che se fossimo più saggi, se pensassimo più profondamente, se comprendessimo meglio le nostre connessioni spirituali e la nostra relazione organica con il resto della vita sulla terra, non ci sarebbe da chiedersi se vorremmo assicurarci che tutto ciò che è sulla terra abbia spazio per rimanere sulla terra e esistere».</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La moda sostenibile: il ruolo della ricerca scientifica e la cattiva comunicazione</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/moda-sostenibile-ruolo-ricerca-scientifica-cattiva-comunicazione/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/moda-sostenibile-ruolo-ricerca-scientifica-cattiva-comunicazione/</guid><pubDate>Sat, 23 Dec 2023 09:08:00 +0100</pubDate><category>ambiente</category><description>Nel settore moda, numerose iniziative per la sostenibilità hanno indotto cambiamenti, ma non garantiscono ancora una sostenibilità reale. La comunicazione gioca un ruolo cruciale, influenzando la percezione e le decisioni dei consumatori. Tuttavia, pratiche come il greenwashing possono diffondere informazioni ingannevoli, e l&amp;amp;rsquo;adozione di materiali alternativi senza evidenze scientifiche forti può essere controproducente. Un dibattito inclusivo e basato sulla scienza è essenziale per affrontare efficacemente le sfide ambientali.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/moda-sostenibile-ruolo-ricerca-scientifica-cattiva-comunicazione-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/moda-sostenibile-ruolo-ricerca-scientifica-cattiva-comunicazione-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le problematiche ambientali impongono spesso un modo di ragionare non intuitivo, sia perché si tratta di tematiche complesse sia perché non esistono soluzioni migliori se non all’interno di uno specifico contesto. Al contrario, l&rsquo;eccessiva semplificazione può avere un effetto controproducente. Un esempio emblematico è rappresentato da alcuni trend nel mondo della <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Moda_sostenibile" rel="noopener">moda sostenibile</a>. Come in altri settori industriali in questi anni, le iniziative da parte di produttori, consumatori, associazioni e singoli attivisti sono state innumerevoli e hanno innescato cambiamenti del contesto di mercato: sebbene non sia possibile affermare che il settore moda operi già entro i limiti di una <a href="https://hbr.org/2022/01/the-myth-of-sustainable-fashion" rel="noopener">sostenibilità reale</a>, la proliferazione di esempi e le policy più strutturate sia a livello <a href="https://environment.ec.europa.eu/topics/circular-economy/reset-trend/how-eu-making-fashion-sustainable_en" rel="noopener">politico</a> che di <a href="https://www.mffashion.com/news/il-fashion-green-varra-8-25-miliardi-nel-2023-202102151713285181" rel="noopener">mercato</a> hanno indotto un approccio più articolato e <a href="https://www.forbes.com/sites/joanneshurvell/2023/08/18/sustainable-fashion-at-its-best-highlights-from-oslo-runway-2023/?sh=668ac92877a1" rel="noopener">trasparente</a> soprattutto da parte delle grandi aziende. Quindi l’impegno esiste ed è tangibile.</p>
<p>Rispetto al passato, i produttori del mondo della moda si trovano a operare in un contesto con un numero crescente di richieste relative agli aspetti di sostenibilità. Questo ha comportato per esempio una <a href="https://unctad.org/system/files/official-document/ditctab2022d8_en.pdf" rel="noopener">crescita</a> del numero di standard relativi ad aspetti di sostenibilità in molti settori, tra cui quello della moda. Sebbene da soli <a href="https://dirty-fashion.files.svdcdn.com/production/assets/reports/THE_FALSE_PROMISE_OF_CERTIFICATION_FINAL_WEB.pdf" rel="noopener">non garantiscano</a> necessariamente la sostenibilità del prodotto, si tratta di pratiche riconosciute a livello internazionale.</p>
<p>In termini strettamente tecnici, si è posta maggiore attenzione al <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0959652621030481" rel="noopener">ciclo di vita</a> dei prodotti moda nel loro complesso; inoltre le aziende della moda dispongono oggi di una serie di <a href="https://www.weforum.org/agenda/2021/10/these-materials-are-replacing-animal-based-products-in-the-fashion-industry/" rel="noopener">materiali</a> e <a href="https://www.undp.org/blog/digital-technologies-timeless-sustainable-fashion" rel="noopener">strumenti</a> per ripensare l’impatto del loro prodotto. Come risultato di questo trend vengono proposti frequentemente prodotti di abbigliamento moda con almeno una caratteristica di sostenibilità nel portfolio verso i clienti.  </p>
<p>La mole di iniziative però non deve <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/cb.1852#pane-pcw-references" rel="noopener">ingannare</a>. Alcuni studi pongono anche l’accento sulla competizione tra aziende per posizionarsi su un <a href="https://econpapers.repec.org/article/tafjgsmks/v_3a29_3ay_3a2019_3ai_3a1_3ap_3a15-24.htm" rel="noopener">podio virtuale</a> della sostenibilità. Questa forma di competizione verde, la cosiddetta <em><a href="https://www.e3s-conferences.org/articles/e3sconf/pdf/2021/10/e3sconf_icies2020_00004.pdf" rel="noopener">green competitiveness</a></em>, non è dissimile da altri meccanismi di competizione di mercato e non è necessariamente negativa. In questo passaggio assume un ruolo primario la <a href="https://link.springer.com/chapter/10.1007/978-3-030-76255-1_8" rel="noopener">comunicazione</a>, sia delle aziende verso la società sia quella di <a href="https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/1362704X.2021.2017213?journalCode=rfft20" rel="noopener">gruppi di consumatori</a> che agiscono come leva per il cambiamento. La comunicazione sembra influire su aspetti rilevanti come il riconoscimento sociale delle pratiche di sostenibilità, sull’orientamento del consumo e, in chiave negativa, sulla diffusione di informazioni errate.</p>
<h2 id="il-ruolo-della-comunicazione-nella-sostenibilità-dal-green-washing-al-trend-washing">Il ruolo della comunicazione nella sostenibilità: dal green washing al trend-washing</h2><p>Un aspetto sicuramente critico riguarda il ruolo che la comunicazione può occupare nel dibattito sulla sostenibilità tagliando fuori proprio il mondo della scienza, che spesso si posiziona in maniera subalterna rispetto a un ambito tematico importante. Questo aspetto assume un ruolo particolarmente critico quando si comunicano le iniziative di sostenibilità sui prodotti. Se da un lato è vero che è necessario semplificare la comunicazione per un pubblico di non addetti, dall’altro utilizzare temi semplificati come chiave di risoluzione del problema può essere la soluzione meno indicata. </p>
<p>Difatti non tutte le comunicazioni ambientali possono essere corrette: il <a href="https://circulareconomy.europa.eu/platform/sites/default/files/greenwashing-policy-paper.pdf" rel="noopener">greenwashing</a>, ovvero l’uso di comunicazioni ingannevoli da parte delle organizzazioni sono documentati da prima degli anni &lsquo;80 e includono pratiche che vanno da comunicazioni inesatte fino a comunicazioni fraudolente e sanzionabili. Anche nell’ipotesi di un loro utilizzo virtuoso il focus può focalizzarsi su aspetti parziali o <a href="https://www.greenplanner.it/2023/01/12/casi-clamorosi-greenwashing-2022/" rel="noopener">poco influenti</a> in termini di impatto ambientale globale.</p>
<p>Questo aspetto sembra riguardare in particolare il ricorso sistematico a soluzioni senza prove scientifiche importanti sulla base della accettazione di mercato da parte dei consumatori (potremmo denominare meglio questa pratica come “trend-washing”). A dispetto degli intenti, questa pratica può creare effetti opposti rispetto a quelli desiderati.</p>
<h2 id="il-caso-dei-materiali-alternativi">Il caso dei materiali alternativi</h2><p>Un caso emblematico riguarda la politica su alcuni materiali (per esempio lana e pelle bovina, oppure i materiali di origine fossile) di diverse case di moda e gruppi di <a href="https://www.slay.film/" rel="noopener">attivisti</a>. A partire da un dibattito non legato a temi scientifici, le aziende di moda hanno iniziato a sostituire progressivamente i materiali tradizionali ma senza evidenze univoche. Al di là delle intenzioni più che condivisibili relativi all&rsquo;eliminazione di problemi importanti, come i maltrattamenti animali e l’inquinamento, l’idea che emerge è che sia sufficiente cambiare un materiale all’interno di un prodotto per renderlo sostenibile. In casi più estremi la sostituzione dei materiali diviene quindi il principale mezzo di legittimazione della sostenibilità dei prodotti moda. In tale dibattito mancano diverse considerazioni importanti che riportano il dibattito su temi diversi. Di seguito è possibile riportare alcuni punti, che peraltro non esauriscono l’argomento.</p>
<ul>
<li>Sostituzione degli aspetti di sostenibilità di un prodotto – I temi sociali, ambientali ed etici sono importanti ma non vanno confusi tra loro e soprattutto non possono essere utilizzati per nascondere altri effetti (per esempio non è possibile dire che le fibre di origine vegetale non implichino impatti ambientali o sociali). Occorre quindi sempre una visione di insieme che, per quanto difficile, coglie tutti i problemi. Mentre questo processo può essere estremamente <a href="https://link.springer.com/chapter/10.1007/978-94-024-0855-3_2" rel="noopener">complesso</a> in termini scientifici, viene spesso notevolmente semplificato nei dibattiti pubblici.</li>
<li>Il mito dell’impatto ambientale come numero associato a un materiale – Ogni materiale ha un suo impatto ambientale descritto secondo una <a href="https://eplca.jrc.ec.europa.eu/lifecycleassessment.html" rel="noopener">metodologia specifica</a> e assunzioni specifiche. Senza aver definito in maniera omogenea i presupposti dello studio, le comparazioni possono essere falsate. Lo stesso concetto di “impatto zero” recentemente molto in voga è in genere riferito al bilanciamento di una sola categoria di impatto (l’effetto sul clima espresso in CO2 equivalente) attraverso l’acquisto di crediti. Introdurre il concetto che esistano materiali senza nessun impatto ambientale è in definitiva un falso scientifico.</li>
<li>I materiali sostenibili “a priori” – La <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Sostenibilit%C3%A0" rel="noopener">sostenibilità</a> di un prodotto o di un servizio è collegato a come questo viene impiegato all’interno del prodotto (per esempio all’interno di una scarpa o di un capo di vestiario) e del <a href="https://ecochain.com/blog/cradle-to-grave-in-lca/" rel="noopener">ciclo di vita</a> del prodotto stesso. Per potere affermare che un materiale sia “più sostenibile” occorre riferirlo alla stessa modalità di utilizzo (esaminando per esempio anche effetti di <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0959652622007685" rel="noopener">sistema</a>) ed estendere le analisi a diverse categorie di impatto. In assenza di studi adeguati sui materiali alternativi non è quindi ancora possibile effettuare confronti. </li>
<li>Produzione dei materiali e filiere produttive – Non tutti i problemi di una filiera produttiva sono attribuibili a un materiale che ne fa parte. Un esempio è la pelle bovina conciata che deriva dalla filiera della carne e del latte. Non essendo il <a href="https://consequential-lca.org/clca/determining-or-dependent-co-products/" rel="noopener">prodotto principale</a>, non è possibile sperare di eliminare il macello se non eliminando il consumo di carne e latte, che appare in <a href="https://ourworldindata.org/grapher/global-meat-projections-to-2050" rel="noopener">crescita</a> e in maniera del tutto indipendente dall’uso della pelle nella moda. In una prospettiva di ecodesign, bisogna quindi modificare le caratteristiche del ciclo di vita dei prodotti su cui si può effettivamente incidere.</li>
<li>Il mito dell’impatto ambientale unico per tipologia di materiale. Mentre le proprietà fisiche di un materiale sono simili e anche la relativa composizione chimica, invece il ciclo di vita di un materiale commercializzato dipende strettamente da come una impresa si è regolata nell’approvvigionamento e nella produzione di quel materiale. Per esempio, il cotone può essere ricavato con diversi <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Organic_cotton" rel="noopener">metodi</a> o da coltivazioni in aree diverse con uso di fertilizzanti, pesticidi e consumo d’acqua molto diverso. Non bisogna dunque parificare tutti i materiali ma incentivare le buone pratiche all’interno di una famiglia in particolare quelle che sono in grado di produrre una analisi quantitativa dell’effetto delle loro pratiche.</li>
</ul>
<p>Per concludere, l’impatto ambientale della produzione di beni non ci riguarda solo come consumatori ma anche come società. In questo, un dibattito che non include la considerazione di studi scientifici produce nel tempo effetti a catena. Come ribadito in un recente editoriale di <em><a href="https://www.nature.com/articles/d41586-022-02914-2" rel="noopener">Nature</a>,</em> il coinvolgimento dei ricercatori su tematiche relative alla moda, allo sviluppo di nuovi materiali, al loro utilizzo e analisi all’interno del ciclo di vita dei prodotti non sembra solo necessario ma urgente.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Ma 1, 5 gradi è ancora un obiettivo realistico?</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/1-5-gradi-ancora-obiettivo-realistico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/1-5-gradi-ancora-obiettivo-realistico/</guid><pubDate>Thu, 14 Dec 2023 08:17:00 +0100</pubDate><category>ambiente</category><description>Keep 1.5 within reach, “tenere gli 1,5 gradi a portata di mano”. Questo lo slogan con cui si è aperta la COP28.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/1-5-gradi-ancora-obiettivo-realistico-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/1-5-gradi-ancora-obiettivo-realistico-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><em>Keep 1.5 within reach</em>, “tenere gli 1,5 gradi a portata di mano”. Questo lo <a href="https://unfccc.int/news/cop28-opens-in-dubai-with-calls-for-accelerated-action-higher-ambition-against-the-escalating" rel="noopener">slogan</a> con cui si è aperta la COP28, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si è appena conclusa a Dubai. La fattibilità di questo obiettivo, però, oggi pare incerta più che mai, anche se molti consideravano questo proposito troppo ambizioso fin dalla prima proposta. Già nell’ambito della <a href="https://insideclimatenews.org/news/18112022/is-cop27-the-end-of-hopes-for-limiting-global-warming-to-1-5-degrees-celsius/" rel="noopener">COP</a> dell’anno scorso erano sorti dubbi sulla possibilità di stare sotto 1,5 gradi. Col passare del tempo un numero sempre più folto di scienziati <a href="https://10insightsclimate.science/" rel="noopener">sostiene</a> che superare gli 1,5 gradi stia diventando inevitabile e lo dichiarava nel 2022 lo stesso <a href="https://ipccitalia.cmcc.it/overshoot-climatico/" rel="noopener">IPCC</a>. </p>
<p>Non si tratta più di rimanere sotto una certa temperatura, quanto di riuscire ad annullare una parte del riscaldamento: entra in gioco l’<em>overshoot climatico</em>, la differenza fra il picco di temperature che raggiungeremo e il punto più basso verso cui riusciremo a tornare. Johan Rockström, presidente di The Earth League e direttore del Potsdam Institute of Climate Impact Research, lo ha spiegato nel corso di una <a href="https://unfccc.int/event/future-earth-wcrp-earth-league-10-new-insights-in-climate-science-2023" rel="noopener">conferenza stampa</a> che si è tenuta alla COP28. “Nel migliore dei casi, in tre o quattro decenni avremo un riscaldamento di 1,8 gradi prima di tornare a 1,5 alla fine di questo secolo” ha detto. “E per tornare a 1,5 alla fine del secolo bisogna fare tutto nel modo giusto. Eliminare gradualmente i combustibili fossili, trasformare il sistema alimentare a livello globale, mantenere tutti i pozzi e i depositi di carbonio, sulla terra e negli oceani, e implementare la rimozione dell’anidride carbonica”.</p>
<p>Negli scenari previsti per mantenere l’aumento delle temperature globali sotto 1,5 gradi si prevede una forte riduzione nell’uso dei combustibili fossili. <a href="https://www.carbonbrief.org/qa-why-defining-the-phaseout-of-unabated-fossil-fuels-is-so-important-at-cop28/" rel="noopener">Entro il 2050</a> bisognerebbe ridurre il consumo di carbone del 95%, di petrolio del 60% e di gas del 45%, ma questi obiettivi sono in contrasto con le politiche realmente messe in atto. Come mostra l’ultimo <a href="https://globalcarbonbudget.org/" rel="noopener">Global Carbon Budget</a>, il sistema energetico globale è tuttora fortemente dipendente dai combustibili fossili, e le rinnovabili, nonostante i passi avanti, non hanno ancora un ruolo sufficiente.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/1-5-gradi-ancora-obiettivo-realistico-body-1.svg" alt="" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>I tempi sono stretti. Che non ci sia tempo da perdere lo ha ricordato spesso Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite. Ad aprile ha definito il clima “<a href="https://www.reuters.com/business/environment/un-chief-urges-faster-shift-net-zero-after-report-highlights-climate-threat-2023-03-20/" rel="noopener">una bomba a orologeria pronta a esplodere</a>” e lo hanno ricordato nello stesso periodo gli attivisti di Extinction Rebellion che a Trieste, in Piazza Unità d&rsquo;Italia, hanno disegnato sul pavimento un conto alla rovescia. Tra meno di sette anni, dicevano, le temperature globali saranno aumentate di oltre 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Da quel momento non sarà più possibile tornare indietro. Numeri come questi sono fondamentali per segnare il passo della crisi climatica, per darci tempistiche su ciò che ci attende e per dare il necessario senso di urgenza. Segnano anche obiettivi che i governi possono inseguire. Nei negoziati l’obiettivo è rimasto al centro del dibattito, tanto che il presidente della COP28 Al Jaber l’ha definito “<a href="https://unfccc.int/news/cop28-opens-in-dubai-with-calls-for-accelerated-action-higher-ambition-against-the-escalating" rel="noopener">la stella polare</a>” che doveva guidare stati e aziende negli accordi. Fino ad ora, tuttavia, queste ambizioni non sono state accompagnate dalla riduzione necessaria delle emissioni, che all’attuale stato degli impegni porterebbe <a href="https://www.unep.org/resources/emissions-gap-report-2023" rel="noopener">ad un aumento di 2,5 gradi</a>.</p>
<p>In realtà, i tempi per restare sotto un aumento di 1,5 gradi rispetto alle temperature preindustriali sono sempre stati stretti. Questo obiettivo ha fatto la sua prima comparsa nel 2009 all’interno di accordi diplomatici e secondo Mike Hulme, geografo umano dell’Università di Cambridge ed uno dei massimi esperti sugli studi sociali sull’IPCC, gli 1,5 gradi furono proposti per motivazioni politiche: “Non fu una scoperta scientifica. Nessuno ha scoperto che gli 1,5 gradi erano la soglia sotto cui stare. Fu il risultato della mobilitazione di una varietà di interessi e argomenti politici.” </p>
<p>Nel corso della preparazione della COP15 nel 2009, si stava già prendendo in considerazione l’obiettivo dei 2 gradi, come hanno descritto le ricercatrici Béatrice Cointe e Hélène Guillemot in uno <a href="https://wires.onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1002/wcc.824" rel="noopener">studio</a> uscito a gennaio 2023 per <em>WIREs Climate Change</em>. Ma nel corso della conferenza a Copenaghen levarono la voce le Least Developed Countries e l’organizzazione intergovernativa AOSIS, l’Alleanza dei piccoli Stati insulari – nata proprio per dare voce agli interessi di paesi vulnerabili ai cambiamenti climatici. Sostennero che raggiungere i  2 gradi era troppo rischioso. Paesi come quelli insulari corrono rischi più gravi a fronte di un maggiore aumento delle temperature.</p>
<p>Un <a href="https://unfccc.int/resource/docs/2015/sb/eng/inf01.pdf" rel="noopener">documento</a> riassuntivo, rilasciato nel giugno 2015 dopo due anni di dialoghi fra esperti, invitava le parti ad agire in via precauzionale, dal momento che la scienza non era ancora chiara sulle reali differenze fra i due obiettivi. Al tempo stesso, però, nel documento si notava che la riduzione delle emissioni non stava procedendo secondo i piani: i paesi erano in ritardo e bisognava agire in fretta. Il 2015 fu anche l’anno della COP21 e degli Accordi di Parigi, che – dopo intensi negoziati adottarono l’obiettivo degli 1,5 gradi. “1,5 o 2 gradi sono metriche precise, ma l’idea degli Accordi di Parigi è di stare ‘il più possibile vicino’: sono stati scelti anche per il loro valore simbolico. Quindi, è importante tenerli come obiettivo ed essere consapevoli che la crisi climatica non è un interruttore acceso-spento, successo-fallimento”, ci ha detto  a ottobre Ferdinando Cotugno, giornalista esperto di ambiente e crisi climatica.</p>
<p>Subito dopo Parigi, l’obiettivo fu accolto con <a href="https://wires.onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1002/wcc.824" rel="noopener">sorpresa e scetticismo</a> da una parte della comunità scientifica, che considerava il target come irrealistico, soprattutto perché ad esso non corrispondeva un impegno in linea sulla riduzione delle emissioni. I politici che in prima linea spinsero per il target, invece, lo videro come <a href="https://www.climatechangenews.com/2015/12/10/a-brief-history-of-the-1-5c-target/" rel="noopener">un successo</a> poiché permetteva ai paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici di tirare un respiro di sollievo.</p>
<p>L’esitazione e le controversie non cessarono quando dalla stessa COP21 emerse la richiesta di produrre un report per indagare la differenza degli impatti e dei percorsi fra gli 1,5 gradi e i 2. La <a href="https://wires.onlinelibrary.wiley.com/doi/epdf/10.1002/wcc.824" rel="noopener">comunità scientifica</a> temeva che ciò rappresentasse un’invasione di campo della politica sulla scienza ed un uso strumentale dell’IPCC per sostenere obiettivi politici. Queste tensioni mostrano come l’obiettivo, suggerisce Hulme, sia un esempio di “<em>policy-based evidence</em>”, che è il contrario del più noto “<em>evidence-based policy</em>”. “Le prove scientifiche e le norme politiche si danno forma a vicenda e non esistono prove scientifiche allo stato puro, così come forse non esiste alcuna norma politica allo stato puro”.</p>
<p>Nel 2018 infine arrivarono le evidenze: uscì il <a href="https://ipccitalia.cmcc.it/ipcc-special-report-global-warming-of-1-5-c/" rel="noopener">report speciale</a> dell’IPCC sugli impatti degli 1,5 gradi. Ebbe un’eco mediatica senza precedenti, con una <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S259033221930140X" rel="noopener">copertura inedita</a> per il lavoro del gruppo. Cambiò anche la percezione degli scienziati. Gli scienziati iniziarono a considerare legittima e scientificamente autorevole la ricerca sugli scenari degli 1,5 gradi, riportano Cointe and Guillemot. Oggi è ben noto che limitare il riscaldamento a 1,5 gradi ridurrebbe i rischi per il settore agroalimentare, per le barriere coralline, per l’innalzamento del livello dei mari e per la fusione dei ghiacci artici e antartici.</p>
<p>Dopo l’uscita del report del 2018, gli 1,5 gradi si sono cementati nell’immaginario come il tetto da non sfondare, lo strapiombo oltre cui non sporgersi. Lo slogan divenne “<a href="https://www.theguardian.com/environment/2018/oct/08/global-warming-must-not-exceed-15c-warns-landmark-un-report" rel="noopener">We have 12 years to limit climate change catastrophe</a>” (adesso, secondo il <em>Carbon clock</em>, si è ridotto a <a href="https://climateclock.net/" rel="noopener">7 anni per il superamento</a>). Gli scienziati hanno spesso messo in guardia da una interpretazione ristretta del target, che talvolta è considerato come una data di scadenza dopo la quale i rischi climatici diventano insostenibili. Jim Skea, allora co-chair del report speciale, lo spiegò bene nel 2019, quando <a href="https://apnews.com/article/fe7c9d4a9f8f458c827677d31230f594" rel="noopener">disse che il report</a> ‘‘non ha stabilito che abbiamo ancora dodici anni per salvare il mondo. Più il clima diventa caldo, peggio è, ma non c’è nessun punto di precipizio”.</p>
<p>Scienziati e politici non hanno mai cessato di dire che, se davvero vogliamo evitare di superare questa soglia, quello che stiamo facendo non è abbastanza e richiede una trasformazione radicale del sistema energetico globale.</p>
<p>Un recente <a href="https://www.nature.com/articles/s41467-023-41105-z" rel="noopener">articolo</a> pubblicato su Nature Communications ha analizzato gli <a href="https://interactive.carbonbrief.org/one-point-five-pathways/index.html" rel="noopener">scenari valutati dall’IPCC</a> compatibili con 1,5 gradi di temperatura o un lieve e temporaneo superamento della soglia. Fra il 2020 e il 2050 la fornitura di carbone, petrolio e gas dovrebbe calare in media del 95%, 62% e 42%. Stando agli Accordi di Parigi, nella seconda metà di questo secolo, per ogni molecola di CO2 emessa sarà necessario rimuoverne una dall’aria. E, dal momento che non ci è possibile rinunciare del tutto alle emissioni di gas climalteranti, si presuppone l’utilizzo di tecnologie che rimuovano il carbonio dall’atmosfera. Molti scenari però assumono una quantità di cattura e stoccaggio del carbonio e di tecnologie di rimozione <a href="https://theconversation.com/cop28-president-is-wrong-science-clearly-shows-fossil-fuels-must-go-and-fast-219128" rel="noopener">superiore a ciò che potrebbe essere fattibile</a>. Queste tecnologie negli ultimi anni sono state al centro di un acceso dibattito nella comunità scientifica. Una delle <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.aah4567" rel="noopener">critiche più diffuse</a> è che rimandino la mitigazione rapida e immediata di cui c’è bisogno, in nome di una promessa futura, e danno così spazio al largo consumo di combustibili fossili. Anche nello scenario migliore comunque “saranno necessari la cattura e lo stoccaggio del carbonio e la rimozione dell’anidride carbonica atmosferica per mitigare e compensare le restanti emissioni”, <a href="https://www.iea.org/reports/credible-pathways-to-150c" rel="noopener">riporta</a> la International Energy Agency. “Occorre realizzare progetti in grado di catturare circa 1,2 gigatonnellate di CO2 entro il 2030, contro le circa 0,3 gigatonnellate di CO2 ad oggi previste per il 2030”. </p>
<p>Le tecnologie esistono, funzionano e sono in corso di sviluppo. Ma la fattibilità su larga scala e l’accettabilità di un loro diffuso impiego <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2542435121004323" rel="noopener">non è certa</a>: sarebbe un problema dipendere da esse, se poi rischiano di rivelarsi insufficienti o inefficaci. Senza la rimozione del carbonio, invece, la fornitura di combustibili fossili fra il 2020 e il 2050 le emissioni dovrebbe calare in maniera <a href="https://www.carbonbrief.org/guest-post-why-all-fossil-fuels-must-decline-rapidly-to-stay-below-1-5c/" rel="noopener">ancora più drastica</a>: 99% per il carbone, 70% per il petrolio e 84% per il gas.</p>
<p>Quel che sta succedendo è che l’utilizzo dei combustibili fossili continua ad aumentare, anziché  diminuire in linea con i percorsi studiati dall’IPCC, e <a href="https://www.scientificamerican.com/article/the-world-will-likely-miss-1-5-degrees-c-why-isnt-anyone-saying-so/" rel="noopener">sempre più scienziati</a> mettono in discussione la possibilità di stare sotto gli 1,5 gradi. Invece nei negoziati rimangono ancora protagonisti delle discussioni e degli accordi siglati. “C’è un tacito accordo di continuare a parlare di questi target”, suggerisce Hulme. “Ma in realtà sappiamo che li supereremo&quot;.</p>
<p>Dacché l’uomo ha iniziato a misurare le temperature della Terra, <strong>giugno, luglio e agosto</strong> non sono mai stati <a href="https://www.nasa.gov/press-release/nasa-announces-summer-2023-hottest-on-record" rel="noopener">così caldi</a> come nel 2023. In questi tre mesi le temperature hanno superato di 1,2 gradi la media globale. Per un terzo dei giorni di quest&rsquo;anno, la temperatura del pianeta <a href="https://www.bbc.com/news/science-environment-66857354?utm_source=cbnewsletter&amp;utm_medium=email&amp;utm_term=2023-10-13&amp;utm_campaign=DeBriefed&#43;Israel&#43;and&#43;Hamas&#43;conflict&#43;hits&#43;oil&#43;prices&#43;1&#43;5C&#43;breached&#43;Lessons&#43;from&#43;India&#43;s&#43;flash&#43;floods" rel="noopener">superava le medie pre-industriali di oltre 1,5 gradi</a>. E nuovi record ci attendono nel futuro. Tutto fa pensare che le temperature continueranno ad aumentare e a portarci sempre più lontano dal clima che conosciamo. Forse, nei prossimi cinque o dieci anni ve ne sarà almeno uno in cui la temperatura media globale supera di 1,5 gradi le temperature dell&rsquo;era preindustriale. Se questo succede, “non dobbiamo disperare e cadere in uno stato di shock”, <a href="https://www.dw.com/en/climate-change-do-not-overstate-15-degrees-threat/a-66386523" rel="noopener">ha detto</a> Jim Skea lo scorso luglio a <em>Der Spiegel</em>. Sarà un mondo più pericoloso, ma non sarà la fine ed è necessario continuare a percorrere le strade che ci portano ad affrontare la crisi climatica. </p>
<p>Per infrangere gli Accordi di Parigi non è sufficiente che la soglia di temperatura sia superata per un giorno o per una settimana: bisogna guardare le misurazioni sul lungo periodo. Tuttavia, ancora <a href="https://www.nature.com/articles/d41586-023-03775-z" rel="noopener">non c’è accordo</a> su quale metrica sarebbe meglio usare per capire quando abbiamo superato gli 1,5 gradi, dato che la naturale variabilità del clima rende difficile capire con precisione quando la soglia è superata. “Superare il limite una volta non significa che il cambiamento sia definitivo. È possibile tornare sotto, l’IPCC lo dice chiaramente”, dice Ferdinando Cotugno. Per ora, alla luce delle attuali decisioni politiche e dei tassi di emissione registrati, restare sotto 1,5 sembra possibile ma non probabile. </p>
<p>Nonostante la crescente perdita di credibilità del target, anche alla COP28 gli 1,5 gradi sono stati al centro dei negoziati appena conclusi. In particolare, l’attenzione è sul <a href="https://www.accordodiparigi.it/cma2023_L17_adv.pdf" rel="noopener">First Global Stocktake</a>, considerato un <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/cop28-tocca-petroliere-dire-addio-fossili/">documento storico</a>. Per la prima volta si dichiara che per limitare il riscaldamento globale bisogna abbandonare (<em>transitioning away</em>) i combustibili fossili. In parallelo, per rimanere sotto gli 1,5 gradi, servono altri sforzi: la triplicazione delle rinnovabili al 2030 e l’uso delle tecnologie di rimozione per i settori più difficili da decarbonizzare. Nei <a href="https://www.climatechangenews.com/2023/12/13/no-phase-out-but-dubai-deal-puts-oil-and-gas-sector-on-notice/" rel="noopener">prossimi mesi</a> sarà importante capire come questi impegni si tradurranno concretamente nei piani nazionali.</p>
<p>Una cosa è certa: la distanza fra le ambizioni politiche e la loro fattibilità sarà sempre più difficile da gestire per i governi, visto che il tempo è sempre più stretto. Come suggerisce la giornalista <a href="https://www.theatlantic.com/science/archive/2023/02/climate-change-paris-agreement-15-degrees-celsius-goal/672909/" rel="noopener">Emma Marris</a> c’è la possibilità che gli 1,5 gradi: “cesseranno presto di essere un target e diventeranno un fatto storico”.</p>
<p>Se questo dovesse accadere, come una parte della comunità scientifica si aspetta, cosa accadrebbe ai negoziati? Quali conseguenze avrebbe l’abbandono di un obiettivo così cementato nell’immaginario collettivo? Quel che conta, a prescindere dalle oscillazioni delle temperature globali che ci attendono, è che i governi non perdano di vista l’obiettivo reale: lavorare per un mondo che sia il più abitabile possibile. Ha detto Ferdinando Cotugno: “Fra un decennio magari avremo di nuovo questa conversazione e sapremo di non essere riusciti a stare sotto 1,5. Ma allora diremo che possiamo ancora salvare i 2 gradi. Se arriviamo a 1,5 allora bisogna fare in modo di non arrivare a un aumento di 2, 3, 4 gradi”. Per ora, attendiamo di vedere se la COP appena conclusa segna davvero il momento in cui iniziamo a lasciarci alle spalle i combustibili fossili.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>COP28: tocca al petroliere dire addio ai fossili</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/cop28-tocca-petroliere-dire-addio-fossili/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/cop28-tocca-petroliere-dire-addio-fossili/</guid><pubDate>Wed, 13 Dec 2023 17:05:00 +0100</pubDate><dc:creator>Luca Carra</dc:creator><description>Fonte: UNFCCC.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/cop28-tocca-petroliere-dire-addio-fossili-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/cop28-tocca-petroliere-dire-addio-fossili-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Doveva essere un petroliere a dire addio ai fossili, come il tabagista a spegnere l’ultima sigaretta e l’alcolista a rinunciare al Negroni. E così è stato: per la prima volta in una Conferenza delle parti delle Nazioni unite sul clima, dichiariamo nero su bianco di voler abbandonare carbone gas e petrolio. La COP28 si è tenuta Dubai in uno dei Paesi più dipendenti dalle fonti fossili, ed è stata coordinata dal peraltro abilissimo Sultan al-Jaber, presidente della più grande compagnia petrolifera, la ADNOC. Sembra uno scherzo, ma forse la cosa si può anche leggere come la presa d’atto che la transizione climatica fuori dal fossile è proprio inevitabile per tutti. È stato un addio lungo e travagliato, che ci farà penare prima di poter finalmente mettere la parola fine su carbone, gas e petrolio. Ma tornare indietro pare ormai impossibile. A Dubai, proprio nella Dubai delle allucinanti Burj Khalifa e Palm Islands, si è fatto un pezzo di storia della sostenibilità. </p>
<h2 id="gli-impegni">Gli impegni</h2><p>La rivoluzione industriale per arrivare in tempo utile a una neutralità climatica per metà secolo deve quindi continuare riconoscendo finalmente che non basta aumentare le rinnovabili. Bisogna per forza rinunciare alle fonti fossili. Il<a href="https://www.accordodiparigi.it/cma2023_L17_adv.pdf" rel="noopener"> Global Stocktake</a> lo dice così: </p>
<blockquote>
<p>Transitioning away from fossil fuels in energy systems, in a just, orderly and equitable manner, accelerating action in this critical decade, so as to achieve net zero by 2050 in keeping with the science.</p></blockquote>
<p>Abbandonare le fonti fossili nei sistemi energetici in modo giusto, equo e ordinato, accelerando l’azione in questa decennio così da raggiungere la neutralità climatica al 2050, in linea con la scienza.</p>
<p>Il documento prosegue invitando a triplicare da qui al 2030 le rinnovabili e raddoppiare l’efficienza energetica. Si prosegue con i buoni propositi anche sulle necessarie misure di adattamento, che riguardano in primis i paesi più vulnerabili, così come si entra nel merito dei risarcimenti per i danni e le perdite (<em>loss and damage</em>) patite dai Paesi più colpiti dagli effetti del disordine climatico. Il documento ricorda la quantità stellare di risorse finanziarie necessarie per rendere concrete queste promesse, e osserva con “significativa preoccupazione”, che stante gli impegni presi dai diversi paesi, il mondo sarebbe destinato a stabilizzarsi sui 2,5-2,8°C di riscaldamento anziché ben sotto i 2 gradi, cioè 1,5°C dell’Accordo di Parigi. Peraltro, nota sempre il documento che ha ricevuto il consenso di tutti i Paesi, il budget di carbonio ancora spendibile per stare sotto la soglia di 1,5°C (con una probabilità del 50%) è veramente risicato: meno di 500 miliardi di tonnellate di CO2, vale a dire 1/5 del budget calcolato.</p>
<h2 id="lasciamoci-con-un-transition-away-non-con-un-phase-out">Lasciamoci con un <em>transition away</em>, non con un <em>phase out</em></h2><p>La bozza finale del documento è arrivato all’alba del 13 dicembre dopo una notte di negoziati che si sono trascinati fino alle 4 di mattina. Si è riusciti anche - sotto l’occhio attento del presidente - a evitare di menzionare il <em>phase-out</em> dalle fonti fossili, sostituito dalla brillante alternativa “<em>transition away</em>”, che è meno netta di <em>phase out</em> ma più impegnativa di <em>phase down</em>, una mera riduzione dei combustibili che compariva nella prima bozza del testo. L’OPEC, che raduna i principali paesi produttori di petrolio, era dovuto intervenire con una lettera minacciosa per dettare la linea di resistenza verso formulazioni più ambiziose. Tuttavia, verso la fine della Conferenza le ambizioni sono tornate a farsi strada cristallizzandosi in un documento finale che per la prima volta menziona un itinerario di uscita dal fossile, anche se con molte circonvoluzioni e qualche omissione. Pesante per esempio che del carbone si parli solo di una progressiva &ldquo;riduzione&rdquo; e non di farlo fuori prima degli altri.</p>
<h2 id="obiettivi-lunari">Obiettivi lunari</h2><p>Il Global Stocktake si spinge anche a riconoscere che per stare entro la soglia di sicurezza di 1,5°C, secondo l’IPCC dovremmo arrivare al picco delle emissioni dei gas climalteranti entro il 2025. Ma soprattutto arrivare al 2030 con una loro riduzione del 43% rispetto alle emissioni del 2019, e al 2035 del 60%. Obiettivi lunari, che implicherebbero una sorta di palingenesi che contrasta con le tortuosità e le cautele del documento. Il quale peraltro riconosce che sarebbe ora di togliere i sussidi (ma solo quelli “inefficienti) alle fonti fossili, che bisognerebbe anche puntare sul nucleare (ma senza una particolare enfasi), l’idrogeno e la cattura e sequestro della CO2, e avallare anche i combustibili di transizione in attesa di una compiuta decarbonizzazione. Concessioni queste ultime a chi cercherà in ogni modo di diluire il più possibile l’uscita definitiva dall’era delle fonti fossili.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Sanità più sostenibile: cinque raccomandazioni per i medici di medicina generale</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/sanita-piu-sostenibile-cinque-raccomandazioni-medici-medicina-generale/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/sanita-piu-sostenibile-cinque-raccomandazioni-medici-medicina-generale/</guid><pubDate>Wed, 13 Dec 2023 08:56:00 +0100</pubDate><dc:creator>Natalia Milazzo</dc:creator><category>ambiente</category><description>Incoraggiare scelte mediche appropriate non solo perché basate sulle evidenze scientifiche, ma anche perché il più possibile sostenibili per l’ambiente. Sono uscite quest’anno cinque raccomandazioni per i medici di medicina generale, stilate dall’ISDE. Il contesto è l’iniziativa Green Choosing Wisely Italy, che focalizza la ormai consolidata riflessione sulle scelte mediche dello storico progetto Choosing Wisely sugli aspetti più legati alla sostenibilità ambientale.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/sanita-piu-sostenibile-cinque-raccomandazioni-medici-medicina-generale-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/sanita-piu-sostenibile-cinque-raccomandazioni-medici-medicina-generale-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Da quest’anno il progetto <a href="https://choosingwiselyitaly.org/" rel="noopener">Fare di più non significa fare meglio - Choosing Wisely Italy</a> di <a href="https://www.slowmedicine.it/" rel="noopener">Slow Medicine</a> ha scelto di focalizzare l’attenzione sul tema della sostenibilità ambientale, per una sanità più sostenibile per il Pianeta, lanciando <a href="https://choosingwiselyitaly.org/verso-una-green-choosing-wisely-italy/" rel="noopener">Green Choosing Wisely Italy</a>, in collaborazione con l’<a href="https://www.isde.it/" rel="noopener">ISDE</a> – Associazione medici per l’ambiente.</p>
<p>Ideato da Slow Medicine nel 2012 in analogia alla campagna <a href="https://www.choosingwisely.org/" rel="noopener">Choosing Wisely</a> negli Usa, di cui oggi rappresenta la sezione italiana, il progetto ha invitato le società scientifiche italiane a definire raccomandazioni su esami, trattamenti e procedure che non sono necessari e possono procurare danni ai pazienti. Da allora in collaborazione con decine di società scientifiche sono state stilate <a href="https://choosingwiselyitaly.org/raccomandazioni/" rel="noopener">oltre 300 raccomandazioni</a> rivolte ai professionisti della sanità, in una selezione di casi completate da <a href="https://choosingwiselyitaly.org/pazienti-e-cittadini/" rel="noopener">schede per i cittadini,</a> volte a segnalare, nei diversi ambiti specialistici, le cinque pratiche maggiormente a rischio di essere svolte anche quando non sono appropriate, ovvero non sono utili e possono essere dannose.</p>
<p>Scopo della nuova iniziativa Green Choosing Wisely è proseguire a lavorare nel solco di Choosing Wisely, con suggerimenti che oltre all’appropriatezza basata sulle evidenze scientifiche sono fondati sulla sostenibilità ambientale, nella crescente consapevolezza dell’impatto dei sistemi sanitari sull’ecosistema e sul cambiamento climatico e dell’importante ruolo che i medici possono e devono rivestire su questo aspetto.</p>
<h2 id="rendere-più-sostenibili-i-sistemi-sanitari">Rendere più sostenibili i sistemi sanitari</h2><p>Come spiega Sandra Vernero, tra i fondatori e past president di Slow Medicine e coordinatrice di Choosing Wisely Italy: «Abbiamo lanciato Green Choosing Wisely partendo dalla considerazione dell’importanza che ci sia un’assunzione di responsabilità da parte dei professionisti della sanità riguardo al peso sull’ambiente dei servizi sanitari: i dati non mancano, c’è stata tra l’altro una pubblicazione sul Lancet, <a href="https://www.thelancet.com/article/S0140-6736%2820%2932290-X/fulltext" rel="noopener">The 2020 report of the Lancet Countdown on health and climate change: responding to converging crises</a>. E gli studi dicono che il settore sanitario contribuisce per il 4-5% alle emissioni totali di gas serra in atmosfera, con trend in costante crescita. Ci sono anche importanti differenze tra Paesi: se in Italia contribuisce per il 4%, negli Usa l’impatto arriva al 7,6%. In generale per contrastare questi effetti si pensa alle infrastrutture: a isolare gli edifici, a migliorare l’efficienza energetica e via dicendo. E si pensa meno alla necessità di rendere più sostenibili anche le cure, attraverso un’assunzione di responsabilità che porti a scelte più sostenibili anche da parte dei singoli professionisti».</p>
<p>Tra le azioni più importanti che possono portare avanti i clinici, c’è una linea di intervento che è totalmente in linea con la filosofia di fondo di Choosing Wisely: la scelta appropriata delle cure. Evitare esami, trattamenti e procedure non necessarie comporta infatti non soltanto un risparmio sulle risorse economiche dei servizi sanitari e un vantaggio per la salute dei pazienti, che non sono sottoposti ai danni diretti e indiretti legati a pratiche inutili, ma alleggerisce anche il peso dei servizi sanitari sull’ambiente.</p>
<p>«In questo senso - spiega Sandra Vernero -  Choosing Wisely ha anticipato questi temi ed è di per sé green, perché da sempre ha puntato a evitare lo spreco di risorse. Ora abbiamo voluto aumentare questa consapevolezza, concentrandoci sullo sconsigliare le pratiche che portano maggiori danni all’ambiente: per esempio l’uso di gas anestetici, come il desflurano, o di spray per inalazioni, che possono essere sostituiti da prodotti in polvere con analogo impiego ed impatto ambientale minore. La strategia green prevede tre pilastri: evitare tutti i trattamenti non necessari, ridurre quelli che provocano maggior danno all’ambiente ed enfatizzare l’importanza della prevenzione, in modo che si riduca il carico di malattia e di conseguenza l’impatto delle cure».</p>
<h2 id="dalla-prevenzione-alla-scelta-di-trattamenti-più-sostenibili">Dalla prevenzione alla scelta di trattamenti più sostenibili</h2><p>Proprio su questi principi si basa la scheda con le raccomandazioni rivolte ai medici di Medicina generale, che insieme a quella con le <a href="https://choosingwiselyitaly.org/nuove-raccomandazioni-aigo-sulla-endoscopia-green/" rel="noopener">raccomandazioni per una endoscopia green</a> stilata dalla <a href="https://www.webaigo.it/" rel="noopener">AIGO</a> (Associazione italiana gastroenterologi ed endoscopisti digestivi) ha aperto la serie delle raccomandazioni green.</p>
<p>La scheda è stata redatta in collaborazione con l’ISDE, in particolare con la sezione che raccoglie i medici più giovani, che si sono dimostrati molto sensibili al tema.</p>
<p>Ecco i cinque suggerimenti per i medici di medicina generale.</p>
<h3 id="1-la-salute-prima-della-malattia-non-trascurare-la-prevenzione-primaria-e-la-valorizzazione-della-salute">1) La salute prima della malattia: non trascurare la prevenzione primaria e la valorizzazione della salute.</h3><p>La salute dipende in larga misura dall’ambiente fisico e sociale in cui viviamo e dagli stili di vita che adottiamo. Il Medico di Medicina Generale ha un rapporto previlegiato con il paziente e lo segue per una vita intera. Ogni incontro può quindi essere utilizzato per aiutarlo ad assumere abitudini di vita salutari (per lui e per l’ambiente) quali: seguire una dieta prevalentemente vegetariana, svolgere attività fisica moderata, avere un maggior contatto con la natura. Può risultare utile: parlarne con i cittadini, mettere a disposizione materiale informativo nello studio e diffondere la consapevolezza della sostenibilità ambientale, promuovere attività di sostegno (advocacy) e aderire a progetti in rete come la Rete Italiana dei Medici Sentinella per l’ambiente.</p>
<h3 id="2-non-prescrivere-esami-di-routine-senza-una-precisa-ipotesi-diagnostica">2) Non prescrivere esami di routine, senza una precisa ipotesi diagnostica.</h3><p>Prescrivere esami inutili è dannoso per i pazienti e per l’ecosistema e rappresenta un deprecabile spreco di risorse. Ad eccezione dei tre programmi di screening oncologici raccomandati dal ministero della Salute (cancro della mammella, della cervice uterina e del colon retto), non è appropriato prescrivere esami periodici di routine, senza una correlazione clinica o una logica di case finding, cioè l’approccio secondo il quale, in base alla visita, all’anamnesi e alla presenza di fattori di rischio (età, sesso, lavoro, ambiente&hellip;) il medico ipotizza la presenza di determinate patologie. I motivi sono almeno tre: statistici, perché il valore predittivo positivo e negativo di un test è funzione della probabilità pre-test, ossia della prevalenza della malattia; ripetere gli esami a tutti è il miglior modo per aumentare i falsi positivi; etici, perché ogni esame presenta il rischio di sovradiagnosi e di eventi avversi; vanno quindi prescritti solo quelli che offrono un reale beneficio al paziente, anche perché ogni esame inutile ritarda un esame necessario; ambientali: ogni esame contribuisce ad aumentare le emissioni di gas-serra e a riscaldare il pianeta.</p>
<h3 id="3-non-prescrivere-in-molte-patologie-croniche-farmaci-come-primo-step-terapeutico-ma-promuovere-il-cambiamento-degli-stili-di-vita">3) Non prescrivere in molte patologie croniche farmaci come primo step terapeutico, ma promuovere il cambiamento degli stili di vita.</h3><p>Ipertensione, diabete mellito e dislipidemie, le tre patologie frequentemente più trattate dal medico di Medicina generale, si giovano di un trattamento educazionale in fase di prevenzione e come terapia, in associazione o meno con la farmacoterapia: un&rsquo;attività fisica moderata, una dieta migliore a maggiore componente vegetale e l&rsquo;attenzione a un ambiente meno inquinato riducono l&rsquo;impronta carbonica, migliorano la qualità di vita, la sopravvivenza e, in alcuni casi, riducono o azzerano la necessità di terapia farmacologica. Non mancano azioni vincolanti in questo senso: l&rsquo;Agenzia Italiana del Farmaco, nella nota 13, riferisce che il medico è tenuto a proporre un cambiamento di stile di vita in caso di rischio cardiovascolare medio prima della terapia farmacologica.</p>
<h3 id="4-non-prescrivere-di-routine-inalatori-spray-ma-inalatori-in-polvere">4) Non prescrivere di routine inalatori spray, ma inalatori in polvere.</h3><p>Asma e broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) si giovano di farmaci per via inalatoria, disponibili in due formulazioni farmaceutiche: con erogatore spray e con erogatore in polvere. Vanno prescritti di preferenza i secondi per tre motivi: facilità di utilizzo, infatti essi non necessitano di distanziatori o di particolari accorgimenti; efficacia, perché le polveri raggiungono meglio le vie aeree distali rispetto agli spray; sostenibilità ambientale, perché gli inalatori spray contengono come propellenti idrofluorocarburi, gas a forte effetto serra, e hanno una impronta carbonica oltre 40 volte superiore agli erogatori in polvere. L&rsquo;impatto è così forte che si stima che nel Regno Unito siano causa del 4% di tutta l&rsquo;impronta carbonica di tutto il servizio sanitario. La scelta va comunque condivisa con i pazienti e basata su benefici e rischi individuali, anche in funzione dell’età e delle condizioni generali.</p>
<h3 id="5-non-rilasciare-impegnative-cartacee-ma-dematerializzare-tutte-le-impegnative">5) Non rilasciare impegnative cartacee ma dematerializzare tutte le impegnative.</h3><p>In media un Medico di Medicina Generale prescrive oltre 20.000 impegnative all&rsquo;anno: la dematerializzazione permette di ridurre notevolmente il consumo di carta, energia e inchiostro e di conseguenza l’impatto sull’ecosistema. La situazione tra le varie regioni italiane è molto variabile con diversi gradi di digitalizzazione in corso. Ad esempio in Piemonte si è già raggiunta la dematerializzazione totale, con 43 milioni di ricette dematerializzate nel 2022.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>La decarbonizzazione del trasporto marittimo</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/decarbonizzazione-trasporto-marittimo/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/decarbonizzazione-trasporto-marittimo/</guid><pubDate>Mon, 04 Dec 2023 09:22:00 +0100</pubDate><dc:creator>Riccardo Lo Bue</dc:creator><category>ambiente</category><description>Il 7 novembre 2022, durante la COP27, il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre e l’inviato speciale degli Stati Uniti per il clima John Kerry hanno.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/decarbonizzazione-trasporto-marittimo-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/decarbonizzazione-trasporto-marittimo-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il <a href="https://www.state.gov/u-s-announcements-under-the-green-shipping-challenge-at-cop27/" rel="noopener">7 novembre 2022</a>, durante la COP27, il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre e l’inviato speciale degli Stati Uniti per il clima John Kerry hanno lanciato la <a href="https://greenshippingchallenge.org/" rel="noopener">Green Shipping Challenge</a>. L’iniziativa ha il fine di incoraggiare paesi, porti, aziende e altri attori nella catena del valore del trasporto marittimo a impegnarsi concretamente annunciando iniziative per la riduzione delle emissioni del settore. Durante la COP27 paesi, porti e aziende hanno fatto più di <a href="https://greenshippingchallenge.org/cop27/" rel="noopener">40 importanti annunci</a> riguardanti innovazioni per le navi, diffusione dei carburanti a basse o zero emissioni e politiche per contribuire a promuovere l’adozione delle navi di nuova generazione. La Norvegia, per esempio, ha annunciato che si impegnerà a ridurre le emissioni derivanti dal trasporto marittimo del 50% entro il 2030 rispetto al livello del 2005, il che richiederebbe 700 navi a basso consumo energetico 400 navi a emissioni zero solo in Norvegia. La sfida prosegue anche durante la COP28 in corso, per indirizzare il settore del trasporto marittimo in questo decennio su un percorso in linea con l’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi Celsius. Ma qual è il peso del traffico marittimo sulle emissioni climalteranti e quali sono le iniziative per ridurle?</p>
<p>Nel 2022, secondo dati dell’<a href="https://www.iea.org/energy-system/transport/international-shipping" rel="noopener">Agenzia internazionale dell’energia</a> (IEA), il traffico marittimo internazionale è stato responsabile di circa il 2% delle emissioni globali di CO₂. Focalizzando l’analisi sul <a href="https://www.iea.org/data-and-statistics/charts/global-co2-emissions-from-transport-by-sub-sector-in-the-net-zero-scenario-2000-2030-2" rel="noopener">settore dei trasporti</a>, il traffico marittimo ha avuto un peso dell’11% circa.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/decarbonizzazione-trasporto-marittimo-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2023/decarbonizzazione-trasporto-marittimo-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/decarbonizzazione-trasporto-marittimo-body-1.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="decarbonizzazione del trasporto marittimo" width="1655" height="1001" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Figura 1 Emissioni globali di CO2 nel settore dei trasporti 2022. Fonte <a href="https://www.iea.org/data-and-statistics/charts/global-co2-emissions-from-transport-by-sub-sector-in-the-net-zero-scenario-2000-2030-2" rel="noopener">Agenzia internazionale dell&rsquo;energia</a>. Le percentuali sono state calcolate utilizzando i dati del grafico dell’Agenzia internazionale dell’energia riferiti al solo 2022.</p>
<p>Tuttavia, come osserva il report <a href="https://www.oecd-ilibrary.org/docserver/bc2f7599-en.pdf?expires=1700266094&amp;id=id&amp;accname=guest&amp;checksum=11362547FF5A030B4B267475BC957298" rel="noopener">CO2 emissions from global shipping</a> realizzato dall’OCSE il livello di emissioni di CO₂ prodotte dal trasporto marittimo nel 2022 potrebbe essere stato influenzato dall’interruzione del trasporto marittimo a seguito del conflitto tra Ucraina e Russia e dalle relative sanzioni commerciali a carico di quest’ultima.</p>
<p>I dati del report mostrano inoltre che circa la metà delle emissioni totali provengono da navi portacontainer e navi portarinfuse, un quinto proviene dal trasporto di combustibili fossili, petroliere e navi per il trasporto del gas naturale liquefatto (GNL). Infine, le navi di stazza più piccola, come le navi da crociera, hanno un impatto relativamente modesto sulle emissioni totali.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/decarbonizzazione-trasporto-marittimo-body-2.png.webp" alt="decarbonizzazione del trasporto marittimo" width="600" height="434" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 2 Quote di emissioni di CO2 derivanti dal trasporto marittimo globale (%) per tipo di nave, 2019-2022. Fonte <a href="https://www.oecd-ilibrary.org/docserver/bc2f7599-en.pdf?expires=1700266094&amp;id=id&amp;accname=guest&amp;checksum=11362547FF5A030B4B267475BC957298" rel="noopener">CO2 emissions from global shipping</a></p>

<p>Il 63% delle emissioni derivanti dal trasporto marittimo provengono da navi gestite da società con sede nei paesi OCSE. Le emissioni sono altamente concentrate in alcuni paesi, con i primi dieci paesi che rappresentano il 50% del totale delle emissioni mondiali. I primi tre paesi sono la Grecia, con 87 milioni di tonnellate, il 10% del totale delle emissioni mondiali, il Giappone con 68 milioni di tonnellate e gli Stati Uniti con 50 milioni.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/decarbonizzazione-trasporto-marittimo-body-3.png.webp" alt="decarbonizzazione del trasporto marittimo" width="702" height="507" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 3 Quote di emissioni di CO2 derivanti dal trasporto marittimo globale (%) per paese, 2019-2022. Fonte <a href="https://www.oecd-ilibrary.org/environment/co2-emissions-from-global-shipping_bc2f7599-en" rel="noopener">CO2 emissions from global shipping</a> OCSE</p>

<h2 id="le-emissioni-di-co-del-trasporto-marittimo-nellue">Le emissioni di CO₂ del trasporto marittimo nell’UE</h2><p>Secondo lo <a href="https://climate.ec.europa.eu/system/files/2023-03/swd_2023_54_en.pdf" rel="noopener">Fourth Annual Report from the European Commission on CO2 Emissions from Maritime Transport</a>, a livello dell’UE, il trasporto marittimo rappresenta dal 3 al 4% delle emissioni totali di CO₂ dell’UE, ovvero oltre 124 milioni di tonnellate di CO₂ nel 2021. Nel confrontare i dati del 2021 con quelli degli anni precedenti, va tenuto conto che i dati del 2021 risentono ancora della Brexit, poiché le rotte all’interno del Regno Unito e tra il Regno Unito e i paesi al di fuori dello Spazio economico europeo (SEE) non sono più riportati nel report</p>
<p>In secondo luogo, gli effetti di lunga durata della crisi COVID-19 hanno continuato a incidere sul commercio marittimo e sui trasporti marittimi di passeggeri, che hanno registrato solo una parziale ripresa a partire dal 2020, ancora al di sotto dei livelli del 2019.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/decarbonizzazione-trasporto-marittimo-body-4.png.webp" alt="decarbonizzazione del trasporto marittimo" width="703" height="416" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 4 Emissioni totali per tipo di nave; dal 2018 al 2021 Fonte: <a href="https://climate.ec.europa.eu/system/files/2023-03/swd_2023_54_en.pdf" rel="noopener">Fourth Annual Report from the European Commission on CO2 Emissions from Maritime Transport (period 2018-2021)</a></p>

<p>La quota di emissioni derivanti dai viaggi all&rsquo;interno del SEE sulle emissioni totali ha raggiunto il livello più basso, 26%, contro il picco del 33% nel 2019, mentre i viaggi extra-SEE, sia in entrata sia in uscita, contribuiscono ora per la quota più elevata, rispettivamente 35% e 33%. La percentuale delle emissioni derivanti dalle navi ormeggiate in porto è rimasta sostanzialmente stabile nel periodo 2018-2021.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/decarbonizzazione-trasporto-marittimo-body-5.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2023/decarbonizzazione-trasporto-marittimo-body-5.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/decarbonizzazione-trasporto-marittimo-body-5.png.webp 868w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="decarbonizzazione del trasporto marittimo" width="868" height="563" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 5 Il grafico mostra le emissioni totali di CO2 del trasporto marittimo per tipologia di viaggio e per le navi ormeggiate. Fonte: <a href="https://climate.ec.europa.eu/system/files/2023-03/swd_2023_54_en.pdf" rel="noopener">Fourth Annual Report from the European Commission on CO2 Emissions from Maritime Transport (period 2018-2021)</a></p>

<h2 id="provvedimenti-normativi-per-la-decarbonizzazione-del-trasporto-marittimo">Provvedimenti normativi per la decarbonizzazione del trasporto marittimo</h2><p>Nel luglio 2023 l&rsquo;Organizzazione marittima internazionale (IMO) ha adottato una versione rivista della sua <a href="https://www.imo.org/en/MediaCentre/PressBriefings/pages/Revised-GHG-reduction-strategy-for-global-shipping-adopted-.aspx" rel="noopener">strategia sulle emissioni di gas serra</a>, che mira a raggiungere lo zero netto per il settore entro il 2050. L’obiettivo strategico del 2018 invece fissava una riduzione del 50% delle emissioni rispetto ai livelli del 2008. Gli Stati membri hanno concordato degli obiettivi intermedi che richiedono di ridurre le emissioni totali di gas serra del 20% e di puntare al 30%, entro il 2030 e al 70%, e di puntare all’80%, entro il 2040, entrambi rispetto al 2008.</p>
<p>La IEA rileva che, sebbene gli obiettivi di riduzione delle emissioni recentemente annunciati dall’IMO siano in linea con gli obiettivi stabiliti nell’accordo di Parigi, saranno necessarie misure giuridicamente vincolanti per l’attuazione della strategia per orientare il settore del trasporto marittimo verso un percorso coerente con lo scenario Net Zero Emissions entro il 2050 (NZE), che richiede una riduzione di quasi il 15% delle emissioni dal 2022 al 2030.</p>
<p>Nell’ambito della strategia europea per ridurre le emissioni derivanti dal trasporto marittimo, nel 2023 l’Unione Europea ha raggiunto due importanti accordi: uno prevede l’inclusione del trasporto marittimo nel sistema di scambio di quote di emissioni dell’UE (ETS) e l’altro è l’iniziativa FuelEU Maritime.</p>
<p>Il meccanismo dell’ETS definisce la quantità massima di gas serra che può essere emessa nell’ambito dei settori regolamentati da questo sistema. Il tetto viene ridotto nel tempo per garantire che tutti i settori ETS contribuiscano agli obiettivi climatici dell’UE. Ciò incentiverà l’efficienza energetica, soluzioni a basse emissioni di carbonio e la riduzione della differenza di prezzo tra combustibili alternativi e combustibili marittimi tradizionali.</p>
<p>Nel gennaio 2024, il <a href="https://climate.ec.europa.eu/eu-action/transport/reducing-emissions-shipping-sector_en" rel="noopener">sistema di scambio delle quote di emissione dell&rsquo;UE</a> (EU ETS) sarà esteso per coprire le emissioni di CO₂ di tutte le grandi navi di stazza lorda pari o superiore a 5 000 tonnellate che entrano nei porti dell&rsquo;UE, indipendentemente dalla bandiera da loro battente.</p>
<p>Il sistema copre:</p>
<ul>
<li>50% delle emissioni derivanti da viaggi che iniziano o terminano al di fuori dell&rsquo;UE;</li>
<li>100% delle emissioni che si verificano tra due porti dell’UE e quando le navi si trovano all’interno dei porti dell’UE.</li>
</ul>
<p>L’EU ETS copre le emissioni di CO₂, metano (CH₄) e protossido di azoto (N₂O), ma queste ultime due solo a partire dal 2026.</p>
<p>Con l&rsquo;iniziativa <a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_23_1813" rel="noopener">FuelEU Maritime</a> l’UE ha adottato un nuovo regolamento per la decarbonizzazione del settore marittimo. Questa misura contribuirà a ridurre le emissioni di gas serra provenienti dai combustibili utilizzati del settore marittimo, passando dal 2% nel 2025 fino all'80% entro il 2050, promuovendo l’uso di combustibili ed energia più puliti.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/decarbonizzazione-trasporto-marittimo-body-6.jpg.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2023/decarbonizzazione-trasporto-marittimo-body-6.jpg.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/decarbonizzazione-trasporto-marittimo-body-6.jpg.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="decarbonizzazione del trasporto marittimo" width="1713" height="497" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 6 L&rsquo;iniziativa FuelEU Maritime prevede che le navi di stazza lorda superiore a 5.000 tonnellate che fanno scalo nei porti europei dal 2025 al 2050 riducano progressivamente le emissioni di gas serra. L&rsquo;infografica indica la percentuale di riduzione di emissioni di gas serra attesa per ogni anno. Fonte <a href="https://www.consilium.europa.eu/en/infographics/fit-for-55-refueleu-and-fueleu/?utm_source=linkedin.com&amp;utm_medium=social&amp;utm_campaign=20230426-ff55-refueleu&amp;utm_content=infographic-carousel" rel="noopener">Consiglio europeo</a></p>

<p>Gli obiettivi di riduzione delle emissioni sono stati resi leggermente più rigorosi rispetto alla proposta precedente, ma si teme ancora che i limiti a breve termine non siano sufficientemente ambiziosi e rendono il gas naturale liquefatto la soluzione a basse emissioni più economica, rischiando di rallentare la transizione verso il trasporto marittimo a emissioni zero.</p>
<p>Il Mediterraneo ospita alcune delle rotte marittime più trafficate del mondo, che supportano il 20% del commercio marittimo. Si stima che nel 2019, il 24% della flotta globale di navi e oltre il 17% delle crociere mondiali abbiano operato nel Mar Mediterraneo. Nel <a href="https://www.unep.org/unepmap/news/press-release/mediterranean-historic-milestone-MedSOxECA?%2Ffr%2Fnews%2Fpress-release%2Fmediterranee-ECA-SOx-adoptee=" rel="noopener">dicembre 2022</a>, la IMO ha adottato la zona di controllo delle emissioni nel Mar Mediterraneo (<em>Emission Control Area</em> ECA) per gli ossidi di zolfo e il particolato, che contribuirà indirettamente all’abbattimento delle emissioni di CO₂. Entrerà in vigore il 1° maggio 2025 e diventerà la quinta ECA al mondo. Una volta entrata in vigore, le navi che vi operano saranno tenute a rispettare un limite per il contenuto di zolfo nell&rsquo;olio combustibile pari a un quinto del limite legale al di fuori di quest&rsquo;area, ossia dello 0,10% m/m rispetto allo 0,50% m/m consentito al di fuori dell’ECA. Ciò si traduce in una riduzione del 78,7% delle emissioni di ossidi di zolfo e in una riduzione annua di 8,5 milioni di tonnellate di SO_(x) immesse nell’atmosfera. Inoltre, le emissioni di particolato (PM 2,5) verrebbero ridotte del 23,7%.</p>
<p>Negli Stati Uniti, l’<a href="https://www.congress.gov/117/plaws/publ169/PLAW-117publ169.pdf" rel="noopener">Inflation Reduction Act</a> (IRA), prevede un nuovo programma di sovvenzioni da 3 miliardi di dollari presso l’Environmental Protection Agency per fornire finanziamenti per attrezzature o tecnologie portuali a emissioni zero, insieme all’assistenza tecnica per l’elettrificazione e la pianificazione della riduzione delle emissioni e lo sviluppo di piani d’azione portuali per il clima. Inoltre, pur non mirando esplicitamente al settore marittimo, nell’IRA sono previsti ingenti sussidi per la produzione di idrogeno verde che potrebbero avere un impatto significativo sulla fornitura di carburante a basse e zero emissioni.</p>
<p>Nel luglio 2022, è stato presentato alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti il <a href="https://www.congress.gov/bill/117th-congress/house-bill/8336/text?r=7&amp;s=1" rel="noopener">Clean Shipping Act 2022</a>, che fissa gli standard per le emissioni di CO₂ per i combustibili delle navi. I limiti nella proposta degli Stati Uniti sono più stringenti di quelli proposti nell’Unione Europea, richiedendo il 100% di carburanti a emissioni zero a partire dal 2040. Nel giugno 2023, è stato presentato al Senato degli Stati Uniti l’<a href="https://www.whitehouse.senate.gov/news/release/on-world-oceans-day-whitehouse-and-padilla-introduce-pair-of-bills-to-reduce-ocean-shipping-emissions" rel="noopener">International Maritime Pollution Accountability Act</a>, con l’obiettivo di eliminare le emissioni di gas serra delle compagnie di navigazione che intrattengono rapporti commerciali con gli Stati Uniti.</p>
<h2 id="linnovazione-tecnologica-per-la-decarbonizzazione-del-trasporto-marittimo">L’innovazione tecnologica per la decarbonizzazione del trasporto marittimo</h2><p>Storicamente, i prodotti petroliferi hanno costituito oltre il 99% della domanda totale di energia per il trasporto marittimo internazionale. Nel 2022 i biocarburanti hanno soddisfatto meno dello 0,5% della domanda energetica globale del trasporto marittimo internazionale. Per essere in linea con lo scenario NZE, la penetrazione di carburanti alternativi a basse o a zero emissioni dovrà aumentare in questo settore raggiungendo il 15% entro il 2030.</p>
<p>Anche se nel 2030 circa la metà dei carburanti a basse emissioni utilizzati sarà sotto forma di biocarburanti, che potranno essere impiegati sulle navi già esistenti, per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili sarà necessario sviluppare tecnologie che consentano l’uso di altri carburanti. L’ammoniaca e l’idrogeno sono i principali combustibili al centro dell’attenzione. Il metanolo, essendo una tecnologia più matura, ha iniziato a passare alla fase di commercializzazione.</p>
<p>A causa delle incertezze sulla disponibilità di combustibili a basse emissioni, molti armatori hanno iniziato a includere nella propria flotta navi multicarburante, come le navi che possono funzionare sia a diesel sia a metanolo, e navi predisposte per i combustibili alternativi. Queste ultime sono navi che funzionano con combustibili tradizionali, ma non appena i protocolli di rifornimento saranno definiti e le infrastrutture portuali saranno pronte ad erogare combustibili a basse emissioni di nuova generazione, come per esempio l’ammoniaca, sarà sufficiente apportare delle modifiche relativamente piccole per permettere loro di utilizzare questi nuovi combustibili.</p>
<p><a href="https://insights.clarksons.net/green-technology-tracker-january-2023/" rel="noopener">Clarksons Research</a> ha riferito che nel 2022, 90 ordini (10,8% in termini di tonnellaggio) di nuova costruzione riguardavano navi predisposte per l’ammoniaca, 43 (7%) erano per navi a metanolo e 3 erano per navi predisposte per l’idrogeno “<em>hydrogen ready</em>”.</p>
<p>Il <a href="https://cms.globalmaritimeforum.org/wp-content/uploads/2023/05/Getting-to-Zero-Coalition_Mapping-of-Zero-Emission-Pilots-and-Demonstration-Projects_Fourth-edition.pdf" rel="noopener">Global Maritime Forum</a>, a maggio 2023, ha identificato oltre 200 progetti pilota e dimostrativi incentrati sulle tecnologie delle navi a emissioni zero, di cui: oltre 50 si basano su tecnologie di propulsione ad ammoniaca o a celle a combustibile a idrogeno; altri 30 si concentrano sulle navi alimentate a metanolo; circa altri 15 sfruttano la combustione dell&rsquo;idrogeno.</p>
<p>Giappone, Cina e Corea continuano a essere leader nella progettazione e costruzione di <a href="https://www.ammoniaenergy.org/articles/new-ammonia-powered-vessel-designs-win-aip/" rel="noopener">navi predisposte per l’ammoniaca</a>. Nel novembre 2022 la China Classification Society ha pubblicato le <a href="https://www.ccs.org.cn/ccswzen/file/download?fileid=202211300516472340" rel="noopener">Linee guida per la sicurezza delle navi che utilizzano l’ammoniaca come combustibile</a>. Diversi progetti di navi portarinfuse alimentate ad ammoniaca hanno recentemente ottenuto l&rsquo;<em>Approval in Principle</em> (AiP), ossia il primo passo del processo di certificazione di una nave da parte dell’agenzie preposta di Cina, Singapore e Giappone. Ciò significa che la nuova tecnologia è stata ritenuta accettabile per quanto riguarda la sicurezza.</p>
<p>Nell&rsquo;aprile 2022 tre membri della <a href="https://www.ammoniaenergy.org/articles/ammonia-vessel-updates-the-castor-initiative-ms-green-ammonia-post-panamax-bulkers/" rel="noopener">Castor Initiative</a> hanno firmato un Memorandum of Understanding per sviluppare e costruire due superpetroliere in grado di utilizzare come combustibile l’ammoniaca, da varare nel 2025 e nel 2026.</p>
<p>Nel marzo 2023, il primo traghetto commerciale elettrico alimentato da celle a combustibile a idrogeno, il <a href="https://www.switchmaritime.com/projects" rel="noopener">Sea Change</a> ha iniziato le sue <a href="https://www.power-technology.com/news/san-francisco-welcomes-worlds-first-hydrogen-powered-commercial-ferry/?cf-view" rel="noopener">ultime prove</a> a San Francisco. La sua entrata in servizio è prevista entro la fine del 2023.</p>
<p>Anche sul fronte della propulsione elettrica in ambito navale si segnala qualche novità. <a href="https://incat.com.au/incat-tasmania-builds-worlds-largest-zero-emission-ferry-for-buquebus/" rel="noopener">Incat Tasmania</a> si sta preparando a consegnare il più grande traghetto al mondo a emissioni zero, <a href="https://www.rivieramm.com/news-content-hub/news-content-hub/details-revealed-of-largest-fully-electric-ship-to-date-77642" rel="noopener">Hull 096</a>, che opererà per il marchio sudamericano Buquebus dal 2025, lungo una rotta di 72 km sul Rio della Plata, tra Argentina e Uruguay. Il traghetto, inizialmente progettato per la propulsione a GNL, è stato ripensato per utilizzare motori elettrici. Con una lunghezza di 130 metri e una capacità di 2100 passeggeri e 226 veicoli, la nuova ro-pax sarà alimentata da un pacco di batterie da 40 MWh.</p>
<p>Un ulteriore aiuto alla decarbonizzazione del trasporto marittimo arriva da un antico alleato: il vento. L&rsquo;<a href="https://www.wind-ship.org/en/news-media-4/" rel="noopener">International Windship Association</a> (IWSA) e i suoi oltre 150 membri hanno dichiarato il periodo 2021-2030 il &ldquo;<a href="https://www.decadeofwindpropulsion.org/" rel="noopener">Decennio della propulsione eolica</a>&rdquo;. Secondo uno <a href="https://cedelft.eu/publications/study-on-the-analysis-of-market-potentials-and-market-barriers-for-wind-propulsion-technologies-for-ships/" rel="noopener">studio</a> del 2016 commissionato dalla Directorate-General for Climate Action della Commissione europea e realizzato dal CE Delft e menzionato dal sito dell’iniziativa, stimava che nel 2030, il potenziale di mercato dei sistemi a propulsione eolica potrebbe raggiungere circa 3.700-10.700 sistemi installati su navi portarinfuse e petroliere, associati a circa 3,5-7,5 tonnellate di risparmio di CO₂ con 6.500-8.000 posti di lavoro diretti e 8.500-10.000 posti di lavoro indiretti creati.</p>
<p>Come spiega la stessa IWSA, lo sfruttamento dell’energia eolica non rappresenta da solo una soluzione per la decarbonizzazione, ma costituisce la chiave per facilitare l’adozione dei carburanti alternativi a basse emissioni di carbonio e a zero emissioni. A seconda delle condizioni meteorologiche e marine, infatti, i sistemi eolici possono ridurre il fabbisogno energetico delle imbarcazioni da un 10% a un 30% circa.</p>
<p>Le soluzioni tecnologiche implementate sono diverse: si va dal progetto <a href="https://wisamo.michelin.com/" rel="noopener">Wing Sail Mobility</a> (WiSaMo) di Michelin, che utilizza delle vele gonfiabili, alle vele pieghevoli della <a href="https://www.cargill.com/2023/cargill-bar-technologies-wind-technology-sets-sail" rel="noopener">Pyxis Ocean</a> che possono essere installate anche su navi già esistenti, alle vele fotovoltaiche dei progetti <a href="https://ecoship-pb.com/" rel="noopener">Ecoship</a> e <a href="https://www.ecomarinepower.com/en/energysail" rel="noopener">EnergySail</a>, fino a  soluzioni più avveniristiche come quella adottata da <a href="https://ladeas.no/" rel="noopener">Vindskip</a>, in cui è la particolare struttura dello scafo a sfruttare il vento.</p>
<p>Considerata la lunga durata delle navi e quindi il lento turnover delle flotte, saranno necessarie politiche di sostegno e la collaborazione lungo tutta la catena del valore per incentivare l’adozione di tecnologie e carburanti a basse emissioni e basso consumo.</p>
<h2 id="il-ruolo-dei-porti-la-decarbonizzazione-del-trasporto-marittimo">Il ruolo dei porti la decarbonizzazione del trasporto marittimo</h2><p>Anche nei porti saranno necessarie nuove infrastrutture di rifornimento, dette di bunkeraggio nel settore del trasporto marittimo, per consentire l’uso di carburanti alternativi a zero emissioni.</p>
<p>Nel 2021 ci sono stati numerosi annunci di <a href="https://www.ammoniaenergy.org/articles/sembcorp-marine-granted-aip-for-ammonia-bunkering-vessel/#:~:text=AiPs%20for%20ammonia%20bunkering&amp;text=In%20June%202021%20Oceania%20and,ammonia%20as%20a%20bunker%20fuel." rel="noopener">progetti di bunkeraggio predisposti per l&rsquo;ammoniaca</a>, mentre a a Glasgow è stato presentato il <a href="https://www.unitrove.com/media/press-release/2021/11/05/unitrove-unveils-world%27s-first-liquid-hydrogen-bunkering-facility" rel="noopener">primo impianto di bunkeraggio di idrogeno liquido al mondo</a>, anche se ancora in fase pre-commerciale. Il Global Maritime Forum <a href="https://cms.globalmaritimeforum.org/wp-content/uploads/2023/05/Getting-to-Zero-Coalition_Mapping-of-Zero-Emission-Pilots-and-Demonstration-Projects_Fourth-edition.pdf" rel="noopener">riferisce</a> che a maggio 2023 c’erano più di 50 progetti pilota e dimostrativi di infrastrutture di bunkeraggio per l’idrogeno e circa 50 per l’ammoniaca.</p>
<p>Nell’aprile 2023 il <em>Global Centre for Maritime Decarbonisation</em> <a href="https://www.gcformd.org/ammonia-bunkering-safety-study" rel="noopener">ha completato con successo lo studio di sicurezza</a> per un progetto pilota per il bunkeraggio di ammoniaca nel porto di Singapore, aprendo la strada a una sperimentazione entro la fine del 2023. </p>
<p>Nel marzo 2023 è stato raggiunto un <a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_23_1867" rel="noopener">accordo</a> tra il Parlamento europeo e il Consiglio europeo su un nuovo regolamento sulle infrastrutture per i combustibili alternativi, che ora include la fornitura di elettricità a terra nei porti che servono grandi navi passeggeri e portacontainer. </p>
<p>A livello nazionale a luglio 2021 è partito <a href="https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/363343.pdf" rel="noopener">Piano Nazionale Cold Ironing</a> e dovrebbe concludersi a giugno 2026. Obiettivo del piano è la riduzione delle emissioni di anidride carbonica nelle aree portuali interessate. I porti da elettrificare sono 40 e nella prima fase l’elettrificazione riguarderà le banchine a uso di crociere e ro/ro-pax. Gli investimenti previsti dal Piano sono pari a circa 782 mln €, per una potenza installata prevista di 712 MW da realizzarsi entro il 31 dicembre 2025. Tale iniziativa si inserisce in un ambito più ampio, denominato “Porti Verdi”, che prevede interventi in materia di energia rinnovabile ed efficienza energetica nei porti finanziati dal <a href="https://www.mase.gov.it/pagina/investimento-1-1-porti-verdi-green-ports" rel="noopener">PNRR</a></p>
]]></content:encoded></item><item><title>Instagram parla meglio di clima, ma non è immune dal negazionismo climatico</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/instagram-parla-meglio-clima-immune-negazionismo-climatico/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/instagram-parla-meglio-clima-immune-negazionismo-climatico/</guid><pubDate>Fri, 24 Nov 2023 10:06:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>comunicazione</category><description>Il nuovo aggiornamento dell&amp;amp;rsquo;Osservatorio di Pavia sui media e il clima relativo al quadrimestre maggio-agosto 2023. Si parla più di crisi climatica, probabilmente a causa delle alluvioni, incendi, ondate di calore dell&amp;amp;rsquo;estate, e di altre notizie a sfondo ambientale. Però aumenta anche il negazionismo. Anche Instagram, che pare performare meglio dei quotidiani e dei telegiornali, non ne è immune.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/instagram-parla-meglio-clima-immune-negazionismo-climatico-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/instagram-parla-meglio-clima-immune-negazionismo-climatico-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Gli eventi riconducibili alla crisi climatica avvenuti in estate hanno fatto crescere l’attenzione mediatica verso il tema. Il cambiamento climatico è senza dubbio la sfida del secolo, visti gli impatti che ha sul benessere umano globale: ci mancherebbe che non se ne parli. Però, nonostante l’alluvione in Emilia-Romagna, le varie ondate di calore, gli incendi in Sicilia e le notizie sui record globali di temperatura e simili, il mondo dell’informazione non è ancora sufficientemente attrezzato per parlare adeguatamente di clima. I <a href="https://www.greenpeace.org/italy/comunicato-stampa/19235/nuovo-studio-greenpeace-su-media-e-clima-piu-attenzione-a-eventi-estremi-su-giornali-e-tv-ma-si-diffonde-negazionismo-climatico/" rel="noopener">rapporti più recenti</a> a cura dell’Osservatorio di Pavia (commissionato da Greenpeace Italia) evidenziano che sono aumentati gli articoli, le notizie e i post che danno voce a negazionismi e resistenze, anche per colpa di esternazioni di esponenti di governo. Il periodo di riferimento va da maggio ad agosto 2023.</p>
<p>Tra le testate analizzate ci sono quelle diffuse anche su Instagram (con almeno 50mila follower), che spesso è molto più frequentato dalle generazioni giovani rispetto ai quotidiani e ai telegiornali. Qui, il 4,1% del totale dei post pubblicati riguardano la crisi climatica. Nei telegiornali il 2,7% delle notizie e nei quotidiani 882 articoli su 264 edizioni analizzate.</p>
<p>Parlare di clima, banalmente, non significa farlo bene. Nella stampa il 58,5% delle notizie sulla crisi climatica ne parla esplicitamente, nei quotidiani il 62,5%, su Instagram il 66,7%. Il resto degli articoli, pur citandola, ne danno solo qualche accenno a latere.</p>
<p>Parlare di clima e dei suoi impatti non basta a fare una comunicazione efficace. Serve anche esplicitare le cause per comprenderne meglio le soluzioni. Qui le carenze colpiscono molto tutti e tre i canali analizzati. Su Instagram il 76,8% dei post non cita nessuna causa della crisi climatica, percentuale che sale al 79,8% nei telegiornali e fino all’83,7% nei quotidiani. I combustibili fossili, cioè la causa principale del riscaldamento globale e quindi dei cambiamenti climatici, vengono ancora citati molto poco. Questo, probabilmente, perché si dà ancora troppo spazio a portatori di interessi fossili, tanto nelle pubblicità, quanto in qualità di soggetti coinvolti nelle notizie.</p>
<p>Come nelle precedenti edizioni, le analisi dell’Osservatorio di Pavia guardano anche alla presenza della pubblicità, per l&rsquo;appunto. Purtroppo, non sono poche le inserzioni pubblicitarie presenti nei media (in particolare nei cinque quotidiani più diffusi) che fanno riferimento ad aziende <a href="https://reclaimfinance.org/site/en/major-failure/" rel="noopener">notoriamente responsabili</a> di emissioni di gas serra. <a href="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/instagram-parla-meglio-clima-immune-negazionismo-climatico-report-pubblicita-q2-2023.pdf">Si veda qui</a> per l’elenco e alcuni esempi su spot ingannevoli.</p>
<p>Sui quotidiani, le aziende inquinanti (settore aereo, auto, crocieristico e Oil&amp;Gas) hanno una visibilità media del 16,1%, negli articoli dove si parla specificamente di crisi climatica del 19,7% e in quelli che trattano di decarbonizzazione addirittura del 55,7%. Situazione analoga nei telegiornali, ma che si modifica sensibilmente su Instagram, dove i soggetti di gran lunga più ascoltati nelle notizie di clima sono gli esperti e gli scienziati (quasi il 32%).</p>
<p>Su Instagram non sono stati analizzati solo i giornali tradizionali che hanno pure una copertura social, ma anche quelle pagine che esistono solo lì e spesso sono nate direttamente su Instagram. Pare proprio che queste siano tra i più attenti al tema climatico. Tra di loro emergono Will, Factanza e Torcha. Ecco la copertura climatica in percentuale alle notizie date per ciascuna delle pagine Instagram analizzate.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/instagram-parla-meglio-clima-immune-negazionismo-climatico-body-1.png.webp" alt="instagram" width="546" height="383" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Inoltre, a riprova di quanto detto, le testate che citano esplicitamente i combustibili fossili come causa della crisi climatica (ancora poco, ma almeno lo fanno) sono appunto Will, Torcha e Factanza, con anche l’ausilio delle tradizionali SkyTG24, TPI, Il Fatto Quotidiano, Il Post, Domani e Fanpage. Le altre non lo fanno mai. In più, su Instagram, diversamente dai canali tradizionali, si indicano anche i diretti responsabili delle emissioni di gas serra, facendo cioè “nomi e cognomi” di compagnie petrolifere e di altre aziende inquinanti. Avviene nel 4% dei post inerenti al clima.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/instagram-parla-meglio-clima-immune-negazionismo-climatico-body-2.png.webp" alt="instagram" width="587" height="347" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Citare molto spesso la crisi climatica può anche essere legato al volerne parlare in chiave negazionista. Tra i parametri analizzati dall’Osservatorio ci sono infatti le narrative di resistenza alle azioni per il clima. Purtroppo, ancora presenti e in crescita rispetto al quadrimestre precedente. Eccole.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/instagram-parla-meglio-clima-immune-negazionismo-climatico-body-3.png.webp" alt="instagram" width="551" height="438" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>In particolare, su Instagram il 19,1% dei post analizzati veicola una qualche narrativa di resistenza, il 18% degli articoli dei quotidiani e il 9,7% delle notizie dei telegiornali. Forse nei telegiornali non c’è tempo sufficiente, oltre la notizia, per approfondire e quindi esprimere eventualmente resistenze climatiche?</p>
<p>Ci sono anche canali che parlano direttamente delle soluzioni da mettere in campo, quindi di decarbonizzazione e riduzione delle emissioni, senza parlare della crisi climatica. Su Instagram, Factanza e Will sono quelle che in proporzione lo fanno di più. Il contesto in cui si inseriscono notizie, post e articoli è altrettanto importante per capire come possono essere comunicate le evidenze sul cambiamento climatico. In gergo si parla di <em>frame</em>. Su Instagram e sui telegiornali, le notizie che trattano esplicitamente di clima hanno un <em>frame</em> prevalentemente ambientale, nei quotidiani è invece politico. Considerando i contenuti che parlano di decarbonizzazione senza citare la crisi climatica, il <em>frame</em> prevalente sui quotidiani è economico, sui telegiornali ambientale (ma per poco anche politico ed economico), su Instagram è politico.</p>
<p>Le differenze tra i tre settori dell’informazione analizzati potrebbero essere spiegate sia dalla tipologia di format e quindi dallo spazio che si ha per approfondire, sia dalla sensibilità tipica di uno o dell’altro canale, ma anche inevitabilmente dall’influenza della già citata pubblicità.</p>
<p>Chi ne esce meglio sono le pagine Instagram che non hanno corrispettivi sui media tradizionali. In ogni caso, tutti e tre i settori devono impegnarsi di più a parlare di crisi climatica, inserendola nel giusto contesto, evitando di dimenticarsene quando non ci sono più emergenze ambientali in corso, ma soprattutto eliminando la presenza del negazionismo. Quest’ultimo aspetto, dopo decenni di ricerca scientifica e un consenso virtualmente certo su cause e responsabilità umane dell’innalzamento della temperatura, è assolutamente intollerabile. La responsabilità dei media nel formare la consapevolezza delle persone, ma anche nell’indirizzare l’agenda politica (sarebbe illusorio dire il contrario), è molto alta. Bisogna quindi alzare l’asticella.</p>
<h2 id="una-nuova-guida-per-la-comunicazione-climatica">Una nuova guida per la comunicazione climatica</h2><p>Segnaliamo che è stata da poco pubblicata la guida <em><a href="https://www.climatemediacenteritalia.it/wp-content/uploads/2023/11/crisi-climatica-e-come-comunicarla-okclima.pdf" rel="noopener">La crisi climatica e come comunicarla</a>,</em> come prodotto finale del progetto “Ok!Clima – Il clima si tocca con mano”, rivolto a ricercatori, tecnici ed esperti, giornalisti e comunicatori, docenti di scuola secondaria ed educatori ambientali, sviluppato con il supporto di Fondazione Cariplo, Università di Milano, Università di Pavia e <em>Italian Climate Network</em>, e la collaborazione di Zadig, <em>Scienza in rete</em> e la nuova associazione <em>Climate Media Center Italia</em>. La guida intende spiegare gli ostacoli e offrire, sulla base della letteratura scientifica, fonti, strumenti e raccomandazioni a tre categorie che hanno una grande responsabilità nella informazione e comunicazione di questi temi.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Azione per il clima: i piani vanno piano</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/azione-clima-piani-vanno-piano/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/azione-clima-piani-vanno-piano/</guid><pubDate>Wed, 22 Nov 2023 09:31:00 +0100</pubDate><dc:creator>Riccardo Lo Bue</dc:creator><category>ambiente</category><description>Secondo l’ultimo report UNFCCC, i piani nazionali di azione per il clima rimangono insufficienti per limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi Celsius e raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi. La Corte dei conti europea riferendosi agli obiettivi climatici ed energetici fissati per il 2030 parla di “poche indicazioni sul fatto che le azioni per raggiungere gli obiettivi climatici ed energetici del 2030 saranno sufficienti”. Anche sul fronte dell’adattamento si registrano rallentamenti, come spiega l’Adaptation Gap Report 2023, il fabbisogno di finanziamenti per l’adattamento nei paesi in via di sviluppo è da 10 a 18 volte superiore agli attuali finanziamenti pubblici internazionali.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/azione-clima-piani-vanno-piano-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/azione-clima-piani-vanno-piano-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Secondo l’ultimo <a href="https://unfccc.int/news/new-analysis-of-national-climate-plans-insufficient-progress-made-cop28-must-set-stage-for-immediate" rel="noopener">report UNFCCC</a>, pubblicato il 14 novembre, i piani nazionali di azione per il clima rimangono insufficienti per limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi Celsius e raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi.</p>
<p>Nonostante i maggiori sforzi da parte di alcuni paesi, il rapporto mostra che ora sono necessarie molte più azioni per piegare ulteriormente la traiettoria delle emissioni mondiali. Gli ultimi dati del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite indicano che le emissioni di gas serra devono essere ridotte del 43% entro il 2030, rispetto ai livelli del 2019. Ciò è fondamentale per limitare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi Celsius entro la fine di questo secolo ed evitare gli impatti peggiori del cambiamento climatico, tra cui siccità, ondate di caldo e precipitazioni più frequenti e intense.</p>
<p>Il report ha analizzato i <em>Nationally Determined Contributions</em> (NDC), i piani nazionali non vincolanti di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, di 195 Paesi che hanno aderito all’accordo di Parigi, rilevando che, sebbene le emissioni non aumenteranno più dopo il 2030, non stanno ancora dimostrando la rapida tendenza al ribasso che sarebbe necessaria in questo decennio. Inoltre, anche se venissero rispettati tutti gli impegni attualmente presi, le emissioni di gas serra aumenterebbero comunque di circa l’8,8% rispetto ai livelli del 2010. Si tratta di un miglioramento marginale rispetto alla valutazione dello scorso anno, secondo il quale i paesi stavano aumentando le emissioni del 10,6% entro il 2030 rispetto sempre al 2010.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/azione-clima-piani-vanno-piano-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2023/azione-clima-piani-vanno-piano-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/azione-clima-piani-vanno-piano-body-1.png.webp 1058w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="piani nazionali di azione per il clima - Intervallo previsto e progressione dei livelli di emissione in base ai contributi determinati a livello nazionale." width="1058" height="685" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 1 Intervallo previsto e progressione dei livelli di emissione in base ai contributi determinati a livello nazionale. Si stima che le emissioni globali totali di gas serra (senza LULUCF), tenendo conto dell’attuazione degli ultimi NDC, siano circa 53,2 Gt CO2 eq nel 2025 e 51,6 Gt CO2 eq nel 2030. Fonte <a href="https://unfccc.int/sites/default/files/resource/cma2023_12.pdf" rel="noopener">Nationally determined contributions under the Paris Agreement UNFCCC</a>.</p>

<p>Per raggiungere il picco delle emissioni prima del 2030, afferma il rapporto, è necessario implementare gli elementi condizionali degli NDC, che dipendono principalmente dall’accesso a maggiori risorse finanziarie, dal trasferimento di tecnologia, dalla cooperazione tecnica e dalla disponibilità di meccanismi basati sul mercato.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/azione-clima-piani-vanno-piano-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2023/azione-clima-piani-vanno-piano-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/azione-clima-piani-vanno-piano-body-2.png.webp 1058w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="piani nazionali di azione per il clima - Emissioni globali totali storiche e previste in base ai contributi determinati a livello nazionale" width="1058" height="588" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 2 Fonte <a href="https://unfccc.int/sites/default/files/resource/cma2023_12.pdf" rel="noopener">Nationally determined contributions under the Paris Agreement UNFCCC</a>.</p>

<p>Le stime sull’aumento delle temperature medie globali previste per la fine del secolo sono soggette a una notevole incertezza a causa dei dubbi sui livelli di attuazione degli NDC; si va da un aumento 2,1 e 2,3 °C, se si attuano integralmente gli NDC inclusi gli elementi condizionali, a 2,4-2,8°C se non si implementa nessuno degli elementi condizionali. Dunque, anche con la piena attuazione degli attuali NDC si andrebbe ben al di sopra dell’1,5°C, massimo 2°C, previsti dall’accordo di Parigi.</p>
<p>Il budget carbonico disponibile, ovvero la quantità massima di CO2 che può essere ancora emessa mantenendo comunque l’incremento della temperatura entra gli 1,5°C, è attualmente stimato in 500 Gt di CO2. Sulla base degli ultimi NDC le emissioni cumulative di CO2 previste per il decennio 2020-2030 utilizzerebbero probabilmente l’87% del budget di carbonio, lasciando un budget di carbonio post-2030 di circa 70 Gt di CO2, che equivale a circa due anni di emissioni globali totali di CO2.</p>
<p>Allo stesso modo, nello scenario in cui si vuole mantenere il riscaldamento al di sotto dei 2°C, il budget carbonico a disposizione dal 2020 in poi è stimato in 1.150 Gt di CO2. Le emissioni cumulative di CO2 nel 2020-2030 sulla base degli ultimi NDC utilizzerebbero probabilmente circa il 38% del budget carbonico.</p>
<p>Il report UNFCCC è solo il più recente di una serie di report pubblicati negli ultimi mesi che fotografano un generale rallentamento sia sul fronte dei piani nazionali per l’energia e il clima europei sia per i piani per l’adattamento climatico dei paesi in via di sviluppo.</p>
<p>Secondo l’<a href="https://www.catf.us/resource/bridging-planning-gap/" rel="noopener">analisi</a> dell’organizzazione ambientalista no-profit Clean Air Task Force, pubblicato a settembre, i piani nazionali per l’energia e il clima (PNEC) elaborati dagli Stati membri dell’UE nel 2019 sono obsoleti, mancano di dettagli chiave e non sono in linea con strategie a lungo termine. Anche la Corte dei conti europea e la Commissione europea hanno riscontrato che i PNEC del 2019 non ha fornito sufficiente chiarezza, coerenza e dettaglio in termini di politiche e investimenti e non erano abbastanza ambiziosi per facilitare la neutralità climatica. La Corte dei conti europea è tornata a ribadire il concetto anche <a href="https://www.eca.europa.eu/ECAPublications/SR-2023-18/SR-2023-18_IT.pdf" rel="noopener">recentemente</a>; se infatti gli obiettivi climatici ed energetici fissati per il 2020 sono stati raggiunti, per quanto riguarda il 2030 parla di “poche indicazioni sul fatto che le azioni per raggiungere gli obiettivi climatici ed energetici del 2030 saranno sufficienti”.</p>
<h2 id="obiettivi-emissioni-2020-raggiunti-anche-grazie-a-fattori-esterni">Obiettivi emissioni 2020 raggiunti anche grazie a fattori esterni </h2><p>Il 18 ottobre 2022 la Commissione ha <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52022DC0547&amp;from=EN" rel="noopener">comunicato</a> che l’UE aveva raggiunto i tre obiettivi per il 2020 in materia di energia e di clima. Tuttavia, una parte del rapporto della Corte dei conti europea analizza le cause che hanno permesso il raggiungimento di tali obiettivi, evidenziando come questi siano stati raggiunti anche “grazie” alla delocalizzazione delle industrie con elevati livelli di emissioni di gas serra al di fuori dell&rsquo;UE al fine di evitare proprio le stringenti normative europee sul clima. La contabilizzazione delle emissioni di gas a effetto serra dell’UE, infatti, non includeva le emissioni risultanti dagli scambi commerciali, prodotte dalla rilocalizzazione delle emissioni di carbonio, che, se incluse, si stima avrebbero comportato un aumento di circa l’8 %, e del trasporto aereo e marittimo internazionale, con un amento delle emissioni rispettivamente 3,4% e 3,6%. Inoltre, la Corte evidenzia come il “successo” del 2020 era in parte ascrivibile anche al contributo di fattori esterni, come la crisi economica del 2009 e la pandemia del 2020. La Commissione europea non ha esaminato in che misura questi fattori abbiano contribuito al raggiungimento degli obiettivi.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/azione-clima-piani-vanno-piano-body-3.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2023/azione-clima-piani-vanno-piano-body-3.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/azione-clima-piani-vanno-piano-body-3.png.webp 721w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="piani nazionali di azione per il clima - Evoluzione delle emissioni di gas a effetto serra prodotte dai settori dell’UE rientranti nell’ETS e dai settori che non vi rientrano" width="721" height="762" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Figura 3 Evoluzione delle emissioni di gas a effetto serra prodotte dai settori dell’UE rientranti nell’ETS e dai settori che non vi rientrano. Fonte: <a href="https://www.eca.europa.eu/ECAPublications/SR-2023-18/SR-2023-18_IT.pdf" rel="noopener">Obiettivi dell’UE in materia di energia e di clima Corte dei conti europea</a></p>

<p>Un altro punto messo in luce dalla Corte riguarda gli investimenti: l’UE si è impegnata a destinare all’azione per il clima almeno il 20% della dotazione del bilancio 2014-2020 e almeno il 30% per il bilancio 2021-2027, ossia circa 87 miliardi di euro all’anno. Tale importo equivale a meno del 10% degli investimenti totali necessari per raggiungere gli obiettivi per il 2030, stimati approssimativamente a 1000 miliardi di euro all’anno. La parte restante degli investimenti dovrebbe provenire da fondi privati e nazionali.</p>
<p>Tuttavia, la Commissione dispone solo di una panoramica parziale delle azioni che si sono rivelate efficaci per il raggiungimento degli obiettivi per il 2020. Essa ha individuato i settori che hanno prodotto risultati positivi, ossia quelli che rientravano nel sistema di scambio di quote di emissione, il cosiddetto <em>emissions trading system</em> (ETS) dell’UE, ma non dispone di informazioni sui costi e sugli effetti delle azioni. Non dispone nemmeno di dati sui costi che il conseguimento di tali obiettivi dell’UE comporta per il bilancio dell’UE, i bilanci nazionali e il settore privato. Neanche i Piani nazionali per l’energia e il clima (PNEC) forniscono dati sul fabbisogno di investimenti e sulle fonti di finanziamento, che consentano di valutare se tali piani costituiscano una base valida per conseguire gli obiettivi per il 2030.</p>
<h2 id="revisione-dei-pnec-2024-una-nuova-opportunità">Revisione dei PNEC 2024: una nuova opportunità</h2><p>Dato il riassetto del sistema energetico, causato dal mutamento dello scenario geopolitico, e gli obiettivi climatici sempre più ambiziosi che si è data l’Europa, l’UE richiede agli Stati membri di aggiornare i propri PNEC entro giugno 2024, con le bozze iniziali che erano previste per giugno 2023.</p>
<p>A ottobre 2023, tre mesi dopo la scadenza di giugno, ne mancano ancora 11: quelli di Germania, Francia, Polonia, Austria, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Irlanda, Grecia, Lettonia e Romania. Delle 16 bozze di PNEC inviate, secondo il gruppo no-profit <a href="https://energycoalition.eu/latest/planning-for-the-2023-eed/" rel="noopener">Coalition for Energy Savings</a>, nessuno è pienamente conforme alla direttiva aggiornata sull’efficienza energetica. Solo quattro paesi, Italia, Lituania, Lussemburgo e Spagna, hanno piani che sono quasi in linea con i requisiti della direttiva aggiornata; mentre, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi e Svezia, non riflettono affatto i requisiti della direttiva nei loro piani.</p>
<p>Clean Air Task Force, nel suo report, evidenzia come i paesi europei debbano colmare il vasto “gap di pianificazione” tra i loro obiettivi climatici e i piani d’azione. Per farlo devono sfruttare la finestra di revisione del PNEC 2023-2024, un’occasione per allineare piani e azioni con le politiche industriali ed economiche europee aggiornate e gli obiettivi di sicurezza energetica.</p>
<p>Al di là di questa revisione, sostiene il report, è necessario riformare la governance europea dell’energia, attualmente affidata alla cooperazione volontaria tra gli Stati membri. Ciò rappresenta un grave limite all’efficacia delle sue politiche. Secondo l’organizzazione occorre andare verso un modello di governance “più solido, responsabile e coordinato” per raggiungere gli impegni dell’UE in materia di clima ed energia. </p>
<p>Il rapporto invita gli Stati membri a utilizzare i loro piani d’azione per sostenere una gamma più ampia di tecnologie pulite, inviare segnali più chiari agli investitori su dove investire e pianificare infrastrutture transfrontaliere come elettrodotti e gasdotti per l’idrogeno.</p>
<p>Richiede inoltre una maggiore attenzione alla risoluzione di problemi pratici come la formazione di un numero sufficiente di lavoratori e la semplificazione dell’ottenimento dei permessi per progetti di energia pulita. Infine, invita i governi a “unire i punti” oltre il 2030, al 2040 e al 2050, e a monitorare meglio i progressi per raggiungere gli obiettivi prefissati. L’UE non ha ancora fissato un obiettivo per l’inquinamento da gas serra nel 2040, ma prevede di farlo prima delle elezioni del maggio 2024.</p>
<h2 id="lobiettivo-intermedio-del-2040">L’obiettivo intermedio del 2040</h2><p>Con l’adozione della <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32021R1119&amp;rid=8" rel="noopener">Legge europea sul clima nel 2021</a>, l’UE si è impegnata giuridicamente ad azzerare le emissioni nette entro il 2050 e a puntare a raggiungere successivamente emissioni negative, nel perseguimento dell’obiettivo stabilito nell’accordo di Parigi, ossia mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C, cercando di limitarlo a 1,5°C. La legge fissa, inoltre, l’obiettivo intermedio di ridurre le emissioni nette di gas serra di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli di emissione del 1990.</p>
<p>Per il periodo tra il 2030 e il 2050, la Legge europea sul clima impone all’UE di stabilire un obiettivo fondamentale per il 2040 per guidare la transizione verso un’economia climaticamente neutra e dà mandato alla Commissione europea di proporre questo obiettivo intermedio per il 2040 nella prima metà del 2024. La proposta terrà conto dei contributi provenienti dal Comitato scientifico consultivo europeo sui cambiamenti climatici, istituito per fungere da punto di riferimento per l&rsquo;UE sulle conoscenze scientifiche relative ai cambiamenti climatici.</p>
<p>Il <a href="https://climate-advisory-board.europa.eu/reports-and-publications/scientific-advice-for-the-determination-of-an-eu-wide-2040/scientific-advice-for-the-determination-of-an-eu-wide-2040-climate-target-and-a-greenhouse-gas-budget-for-2030-2050.pdf/@@display-file/file" rel="noopener">Comitato consultivo</a> ha raccolto e analizzato oltre 1.000 scenari di emissione dell&rsquo;UE e ne ha identificato tra questi 36 che:</p>
<ul>
<li>sono coerenti con l’obiettivo di limitare del riscaldamento globale a 1,5°C senza alcun superamento o con un superamento limitato;</li>
<li>sono coerenti con gli obiettivi di riduzione delle emissioni dell&rsquo;UE per il 2030 e il 2050;</li>
<li>non presentano dubbi per quanto riguarda la loro fattibilità.</li>
</ul>
<p>Dall’analisi di questi scenari è emerso che l’UE può ridurre le proprie emissioni di almeno l’88% e fino al 92%, pari a 16-14 Gt di CO2 equivalente per il periodo 2030-2050, tenendo conto dei rischi ambientali e delle sfide legate ai progressi tecnologici. Inoltre, sempre secondo il Comitato, è possibile ottenere riduzioni fino al 95%, pari ad altri 11 Gt CO2 equivalente per il periodo 2030-2050, se si riescono a superare le sfide legate alla maturazione delle tecnologie delle energie rinnovabili.</p>
<p>Gli obiettivi per la riduzione delle emissioni di gas serra dell’UE post-2030 devono tenere in considerazione anche della situazione politica, sociale ed economica oltre che dell’equità e della condivisione degli sforzi internazionali. Tenendo conto di tutti questi fattori, il Comitato consultivo raccomanda di mantenere le emissioni di gas serra dell’UE al di sotto di 11-14 Gt CO2 tra il 2030 e il 2050 e di ridurre le emissioni di gas serra dell’UE del 90-95% entro il 2040, rispetto al 1990.</p>
<p>Per illustrare le diverse strategie che l’UE potrebbe intraprendere per raggiungere tale obiettivo, il comitato consultivo ha selezionato tre “percorsi iconici” dai 36 scenari analizzati. I tre percorsi hanno caratteristiche chiave diverse:</p>
<ol>
<li>Il percorso focalizzato sulla domanda (linea gialla nella figura sotto) che si concentra su stili di vita a minore consumo di risorse è, fra i tre percorsi, quello che presenta la domanda di energia finale più bassa entro il 2040;</li>
<li>Il percorso che è caratterizzato da una diffusione relativamente elevata di energia rinnovabile (linea rossa nella figura sotto), tra i tre percorsi, è quello che nel 2040 avrà la quota più elevata di elettricità prodotta da fonti rinnovabili non derivante da biomassa.</li>
<li>Il percorso con opzioni mixate (linea blu nella figura sotto) presenta un maggiore dispiegamento dei sistemi di rimozione di carbonio, un aumento del contributo dell’energia nucleare rispetto agli altri percorsi e le emissioni nette più basse tra i tre percorsi nel periodo 2030-2050.</li>
</ol>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/azione-clima-piani-vanno-piano-body-4.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2023/azione-clima-piani-vanno-piano-body-4.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/azione-clima-piani-vanno-piano-body-4.png.webp 1058w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="piani nazionali di azione per il clima - Range raccomandato di riduzioni delle emissioni di gas serra entro il 2040 rispetto al 1990 e percorsi iconici che illustrano possibili strategie per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050" width="1058" height="690" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Figura 4 L’analisi dei tre “percorsi iconici” evidenzia che l’azione per il clima può contribuire a molteplici miglioramenti della salute e della protezione ambientale e che può anche comportare alcuni compromessi in questi stessi ambiti. Fonte: <a href="https://climate-advisory-board.europa.eu/reports-and-publications/scientific-advice-for-the-determination-of-an-eu-wide-2040/scientific-advice-for-the-determination-of-an-eu-wide-2040-climate-target-and-a-greenhouse-gas-budget-for-2030-2050.pdf/@@display-file/file" rel="noopener">European Scientific Advisory Board on Climate Change</a></p>
<p>Un aspetto importante che emerge dall’analisi è che gli scenari focalizzati sulla riduzione della domanda e su un minor sfruttamento delle risorse, insieme agli scenari che fanno ampio uso delle energie rinnovabili, hanno maggiori possibilità di massimizzare i benefici, in particolare legati alla salute e all’accessibilità economica dell’energia, attraverso la loro attenzione all’efficienza energetica. Allo stesso tempo, utilizzando meno i sistemi di cattura e stoccaggio del carbonio ed energia nucleare, questi scenari riducono alcuni compromessi legati ai rischi ambientali.</p>
<p>Il Comitato conclude che l’implementazione di questi scenari ridurrebbe i futuri rischi climatici, riducendo così sia i futuri costi necessari per gli eventuali danni provocati dai cambiamenti climatici, sia i costi per l’adattamento.</p>
<h2 id="anche-sul-fronte-delladattamento-si-registrano-rallentamenti">Anche sul fronte dell’adattamento si registrano rallentamenti</h2><p>Come spiega l’<a href="https://www.unep.org/resources/adaptation-gap-report-2023" rel="noopener">Adaptation Gap Report 2023</a> del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), nonostante i chiari segnali di accelerazione dei rischi e degli impatti climatici in tutto il mondo, il divario finanziario fra gli investimenti necessari per l’adattamento nei paesi in via di sviluppo e i flussi finanziari internazionali necessari per affrontare tali esigenze si sta ampliando e ora si attesta tra 194 e 366 miliardi di dollari all’anno. Il fabbisogno di finanziamenti per l’adattamento nei paesi in via di sviluppo è da 10 a 18 volte superiore agli attuali finanziamenti pubblici internazionali, almeno il 50% in più rispetto a quanto precedentemente stimato.</p>
<p>Anche raggiungendo l’obiettivo di raddoppiare i finanziamenti per l’adattamento entro il 2025 il divario si ridurrebbe solo tra il 5% e il 10%.</p>
<p>Ciononostante, osserva il rapporto, maggiori finanziamenti pubblici internazionali per l’adattamento potrebbero comunque ridurre efficacemente i rischi climatici e offrire elevati benefici. Ad esempio, gli studi indicano che 16 miliardi di dollari investiti in agricoltura ogni anno eviterebbero che circa 78 milioni di persone muoiano di fame o di fame cronica a causa degli impatti dei cambiamenti climatici. Allo stesso modo, ogni miliardo di dollari investito nell’adattamento contro le inondazioni costiere porta a una riduzione dei danni economici di 14 miliardi di dollari.</p>
<p>Il rapporto fornisce inoltre aggiornamenti sulla pianificazione e attuazione dell’adattamento e conclude che i progressi globali sull’adattamento stanno rallentando anziché mostrare l’accelerazione urgentemente necessaria.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Meno guerra: meno gas serra</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/meno-guerra-meno-gas-serra/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/meno-guerra-meno-gas-serra/</guid><pubDate>Wed, 15 Nov 2023 09:08:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>ambiente</category><description>Le forze armate di Stati Uniti e Regno Unito hanno emesso almeno 430 milioni di tonnellate di CO₂equivalente dal 2015, secondo il rapporto Less War.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/meno-guerra-meno-gas-serra-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/meno-guerra-meno-gas-serra-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le forze armate di Stati Uniti e Regno Unito hanno emesso almeno 430 milioni di tonnellate di CO₂equivalente dal 2015, secondo il rapporto <em><a href="https://assets-global.website-files.com/62306a0b42f386df612fe5b9/6543bc046810de2fe759cf8d_military%20emissions%20final.pdf" rel="noopener">Less War, Less Warming: A Reparative Approach to US and UK Military Ecological Damages</a></em> pubblicato da Common Wealth e Climate and Community Project. I dati sono difficilmente reperibili, perché non vengono forniti in modo trasparente dagli apparati militari. Una <a href="https://ceobs.org/wp-content/uploads/2022/11/SGRCEOBS-Estimating_Global_MIlitary_GHG_Emissions_Nov22_rev.pdf" rel="noopener">misura</a> delle emissioni di gas serra del settore militare a livello globale le stima tra 1,6 e 3,5 miliardi di tonnellate di CO₂equivalente, ovvero tra il 3,3% e il 7% delle emissioni globali, una quota non irrilevante e paragonabile ai <a href="https://ourworldindata.org/emissions-by-sector" rel="noopener">settori</a> come le costruzioni e l&rsquo;industria.</p>
<p>Il rapporto sostiene che il costo sociale di queste emissioni ammonta a 106 miliardi di dollari per le forze armate americane e a 5 miliardi per quelle inglesi. Per questo, gli autori suggeriscono che questi paesi debbano istituire dei fondi per &ldquo;risarcimenti climatici&rdquo;, soprattutto verso i paesi a basso reddito e più colpiti dal cambiamento climatico e dalle guerre. Un ragionamento simile a quanto detto quando <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/combustibili-fossili-troppi-soldi-mani-sbagliate/">avevamo parlato delle principali Big Oil mondiali</a>. L’auspicio è comunque e sempre che chi ha fatto danni debba pagare.</p>
<blockquote>
<p>Il costo sociale del carbonio non tiene conto degli impatti sulla salute delle comunità vicine alle attività militari, da Bikini Atoll nelle Isole Marshall, dove i test nucleari degli anni &lsquo;40 e &lsquo;50 hanno causato gravi danni ambientali, a Vieques, Porto Rico, dove decenni di inquinamento chimico della Marina americana hanno aumentato significativamente il rischio di malattie cardiovascolari e respiratorie per gli abitanti, all&rsquo;Iraq, dove l&rsquo;uso di uranio impoverito da parte delle truppe ha causato diffusi problemi di salute, compresi difetti alla nascita durante la guerra del Golfo e l&rsquo;invasione del 2003.</p></blockquote>
<p>Nel rapporto si ricorda che i governi e gli eserciti dei due paesi analizzati hanno costruito la loro politica militare, almeno dalle guerre mondiali, in modo da garantirsi una certa sovranità sui territori ricchi di combustibili fossili.</p>
<blockquote>
<p>Gli Stati Uniti cercarono anche di ottenere il controllo delle forniture di petrolio, costringendo gli inglesi e i francesi a rinegoziare il loro accordo originale per consentire alla Standard Oil di assicurarsi i suoi interessi in Mesopotamia. Questa strategia ha posto le basi per l&rsquo;espansione militare in Medio Oriente e altrove quasi un secolo dopo, soprattutto in Iraq e Afghanistan.</p></blockquote>
<p>La cruenta e infondata guerra operata in Iraq dagli Stati Uniti di Bush – contro armi di distruzione di massa che, <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/iraq-la-madre-di-tutte-le-bufale-16215" rel="noopener">come noto</a>, non esistevano affatto – è stata probabilmente motivata anche dalla ghiotta presenza di petrolio in quelle terre, si legge nel rapporto.</p>
<p>Interessante un dato: nel 2017 il Pentagono ha prodotto più emissioni del Portogallo.</p>
<p>Va detto che il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti nel 2020 ha annunciato di aver ridotto le proprie emissioni del 23% rispetto al 2008, anche se queste cifre non includono la navigazione, l’aviazione e i veicoli da combattimento altamente inquinanti.</p>
<p>L’amministrazione Biden ha varato forse il più importante <a href="https://www.cnbc.com/2022/08/16/watch-live-biden-to-sign-inflation-reduction-act-into-law-setting-15percent-minimum-corporate-tax-rate.html" rel="noopener">piano economico</a> per la transizione ecologica della storia, l’Inflaction Reduction Act, che mobilita quasi 800 miliardi di dollari (per cui si spera che i cittadini americani facciano le scelte giuste alle elezioni del prossimo anno). Ebbene, è triste constatare che un solo anno di bilancio del Dipartimento della Difesa USA supera di gran lunga «le stime più ottimistiche di un decennio di investimenti pubblici attraverso l&rsquo;Inflation Reduction Act e rappresenta la maggior parte della spesa discrezionale dell&rsquo;intero governo federale». È una lobby molto forte, così pare.</p>
<p>Il rapporto segnala, peraltro, che molte delle installazioni militari in giro per il mondo sono reliquie della Guerra Fredda, quindi ormai superflue «alla luce dei progressi tecnologici e logistici», e altre sono inutili per il «programma di politica estera americano che dà priorità alla pace e alla cooperazione».</p>
<p>D&rsquo;altra parte, gli Stati Uniti non sono gli unici a spendere molto in ambito militare. Ecco di seguito i quindici maggiori paesi per spesa militare nel 2022.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/meno-guerra-meno-gas-serra-body-1.png.webp" alt="militari" width="580" height="475" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Fonte: <a href="https://www.sipri.org/sites/default/files/2023-04/2304_fs_milex_2022.pdf" rel="noopener">Sipri, Trends in world military expenditure, 2022</a></p>

<p>Anche l’Italia può vantare un posto nella top 15: un primato poco lodevole, se confrontato con la spesa pubblica in ricerca scientifica, per esempio. Le cose cambiano abbastanza se invece si rapporta la spesa al PIL, che misura l’effettivo impegno dei paesi in funzione della propria disponibilità economica complessiva. L’Ucraina è purtroppo la prima: questo dato, come facile immaginare, è schizzato in alto nell’ultimo anno. Il grosso dei maggiori acquirenti si trova in Medio Oriente, dove – ricordiamolo – sono abbondanti gli idrocarburi nel sottosuolo. La Russia, rispetto al PIL, spende più degli Stati Uniti: 4,1% contro 3,5%.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/meno-guerra-meno-gas-serra-body-2.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2023/meno-guerra-meno-gas-serra-body-2.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/meno-guerra-meno-gas-serra-body-2.png.webp 1280w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="militari" width="1653" height="2376" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p class="didascalia">Fonte: <a href="https://www.sipri.org/sites/default/files/2023-04/2304_fs_milex_2022.pdf" rel="noopener">Sipri, Trends in world military expenditure, 2022</a> (rielaborazione dell’autore)</p>

<p>Si può osservare che in questa lista sono presenti i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza ONU - gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, la Francia e il Regno Unito - che bloccano da anni le misure anche militari più decisive con il loro esercizio del veto (si veda guerra in Ucraina). Inoltre, nei primi 40 paesi con la maggiore spesa militare al mondo sono presenti quasi tutti i membri del G20 (che sono <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/combustibili-fossili-troppi-soldi-mani-sbagliate/">responsabili</a> del grosso delle emissioni di gas serra al mondo) e sedici dei trentuno paesi appartenenti alla <a href="https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_52044.htm" rel="noopener">NATO</a> – che, per inciso, non hanno partecipato ai negoziati sul trattato di proibizione delle armi nucleari, come <a href="https://www.scienzainrete.it/articoli/100-secondi-mezzanotte-nucleare/">scrivevamo qui</a>.</p>
<p>Dal report di Common Wealth emerge quindi la realtà di un assetto globale controllato da poche decine di paesi (sui circa duecento sul pianeta) che collega potenza economica, militare e politica attraverso il filo rosso dei combustibili fossili. Eppure, a leggere i documenti fondativi delle Nazioni Unite, così come gran parte delle Costituzioni degli stessi paesi citati qua sopra, non sembrerebbero essere questi i valori universali che dovrebbero porsi a fondamento dell’ordine globale. La transizione ecologica è l’opportunità più grande che abbiamo per costruire un mondo di pace, dove al primo posto non c&rsquo;è il denaro o il potere, ma le persone: «<em>We the people</em>», come inizia la Costituzione della più antica democrazia dell’epoca moderna.</p>
<p>Il rischio di essere retorici dopo questa sfilza di dati è alto, e allora terminiamo con una purtroppo ancora attualissima poesia di Trilussa del periodo della Prima guerra mondiale. Forse, in tutto questo, l’arte può essere d&rsquo;aiuto.</p>
<h4 id="ninna-nanna-nanna-ninna-er-pupetto-vò-la-zinna-dormi-dormi-cocco-bello-sennò-chiamo-farfarello-farfarello-e-gujermone-che-se-mette-a-pecorone-gujermone-e-ceccopeppe-che-se-regge-co-le-zeppe-co-le-zeppe-dun-impero-mezzo-giallo-e-mezzo-nero">Ninna nanna, nanna ninna, er pupetto vò la zinna: dormi, dormi, cocco bello, sennò chiamo Farfarello Farfarello e Gujermone che se mette a pecorone, Gujermone e Ceccopeppe che se regge co le zeppe, co le zeppe d&rsquo;un impero mezzo giallo e mezzo nero.</h4><h4 id="ninna-nanna-pija-sonno-ché-se-dormi-nun-vedrai-tante-infamie-e-tanti-guai-che-succedeno-ner-monno-fra-le-spade-e-li-fucili-de-li-popoli-civili">Ninna nanna, pija sonno ché se dormi nun vedrai tante infamie e tanti guai che succedeno ner monno fra le spade e li fucili de li popoli civili</h4><h4 id="ninna-nanna-tu-nun-senti-li-sospiri-e-li-lamenti-de-la-gente-che-se-scanna-per-un-matto-che-commanna-che-se-scanna-e-che-sammazza-a-vantaggio-de-la-razza-o-a-vantaggio-duna-fede-per-un-dio-che-nun-se-vede-ma-che-serve-da-riparo-ar-sovrano-macellaro">Ninna nanna, tu nun senti li sospiri e li lamenti de la gente che se scanna per un matto che commanna; che se scanna e che s&rsquo;ammazza a vantaggio de la razza o a vantaggio d&rsquo;una fede per un Dio che nun se vede, ma che serve da riparo ar Sovrano macellaro.</h4><h4 id="chè-quer-covo-dassassini-che-cinsanguina-la-terra-sa-benone-che-la-guerra-è-un-gran-giro-de-quatrini-che-prepara-le-risorse-pe-li-ladri-de-le-borse">Chè quer covo d&rsquo;assassini che c&rsquo;insanguina la terra sa benone che la guerra è un gran giro de quatrini che prepara le risorse pe li ladri de le Borse.</h4><h4 id="fa-la-ninna-cocco-bello-finchè-dura-sto-macello-fa-la-ninna-chè-domani-rivedremo-li-sovrani-che-se-scambieno-la-stima-boni-amichi-come-prima">Fa la ninna, cocco bello, finchè dura sto macello: fa la ninna, chè domani rivedremo li sovrani che se scambieno la stima boni amichi come prima.</h4><h4 id="so-cuggini-e-fra-parenti-nun-se-fanno-comprimenti-torneranno-più-cordiali-li-rapporti-personali">So cuggini e fra parenti nun se fanno comprimenti: torneranno più cordiali li rapporti personali.</h4><h4 id="e-riuniti-fra-de-loro-senza-lombra-dun-rimorso-ce-faranno-un-ber-discorso-su-la-pace-e-sul-lavoro-pe-quer-popolo-cojone-risparmiato-dar-cannone">E riuniti fra de loro senza l&rsquo;ombra d&rsquo;un rimorso, ce faranno un ber discorso su la Pace e sul Lavoro pe quer popolo cojone risparmiato dar cannone!</h4>]]></content:encoded></item><item><title>Una replica digitale della Terra per “prevedere” il clima che cambia: una lezione di Peter Bauer</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/replica-digitale-terra-prevedere-clima-cambia-lezione-peter/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/replica-digitale-terra-prevedere-clima-cambia-lezione-peter/</guid><pubDate>Mon, 13 Nov 2023 15:04:00 +0100</pubDate><category>ambiente</category><description>Il tempo e il clima sono sistemi caotici, nel senso che piccole variazioni possono condurre a grandi mutamenti: il celebre effetto farfalla.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/replica-digitale-terra-prevedere-clima-cambia-lezione-peter-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/replica-digitale-terra-prevedere-clima-cambia-lezione-peter-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il tempo e il clima sono sistemi caotici, nel senso che piccole variazioni possono condurre a grandi mutamenti: il celebre effetto farfalla. La difficoltà di prevedere il tempo e ancora di più il clima dipende da quei dettagli (turbolenze dei venti, microfisica delle nuvole, correnti marine ecc.) che non siamo in grado di far entrare nei modelli se non attraverso approssimazioni e parametrazioni. Le previsioni del tempo hanno conquistato circa un giorno ogni decennio a costo di straordinari potenziamenti delle capacità di calcolo. E lo stesso sviluppo conoscono modelli climatici sempre più sofisticati e dettagliati, ma non ancora abbastanza per guidare al meglio le azioni di mitigazione e adattamento su scala locale.</p>
<p>Sarà mai possibile raffinare le simulazioni climatiche fino alla scala di 1km quadrato, ottenendo informazioni consistenti non solo sull’evoluzione decennale delle temperature, ma anche sul regime delle piogge, l’umidità del terreno a molti altri effetti locali? Un progetto simile è in atto da alcuni anni a livello europeo, si chiama <a href="https://stories.ecmwf.int/destination-earth/index.html" rel="noopener"><em>Destination Earth</em></a> ed è stato guidato fino a oggi da <strong>Peter Bauer</strong>, che in questa conferenza, tenuta il 6 novembre al CNR nell’ambito del Convegno del Gruppo 2003, ha raccontato con grande chiarezza ambizioni e limiti del progetto basato sulla creazione di una replica digitale della Terra. Buona visione!</p>

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  <div class="frame video player-clic" data-src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/eLh72T4gB-Y" data-titolo="Video: Peter Bauer: una replica digitale della Terra per prevedere il clima che cambia" data-allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share">
  <p class="player-titolo">Peter Bauer: una replica digitale della Terra per prevedere il clima che cambia</p>
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</div>
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]]></content:encoded></item><item><title>Capire il balenese: ascoltare per coesistere</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/capire-balenese-ascoltare-coesistere/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/capire-balenese-ascoltare-coesistere/</guid><pubDate>Fri, 03 Nov 2023 11:20:00 +0100</pubDate><dc:creator>Laura Scillitani</dc:creator><description>Se provate a cercare su un motore di ricerca come YouTube “whale sound” compariranno centinaia di video.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/capire-balenese-ascoltare-coesistere-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/capire-balenese-ascoltare-coesistere-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Se provate a cercare su un motore di ricerca come YouTube “whale sound” compariranno centinaia di video. Molti di questi hanno l’etichetta “canti di balene per rilassarsi” e sottotitoli come “un’ora di relax con suoni di cetacei non-stop e senza musica”. Se non lo avete mai fatto, provate a ascoltare <a href="https://youtu.be/5tRMqbPH_pk?si=GhCzeh9rzqfabbeJ" rel="noopener">il canto delle megattere</a> e fatevi trasportare. Con quei suoni nella testa, immaginate il blu dell’oceano, di immergervi cercando di non sentirvi in preda alla vertigine mentre sotto di voi il blu si approfondisce e diventa nero. Un suono arcaico e magnetico, che incanta e rilassa chiunque lo senta. Ma non è sempre stato così, e se oggi molti di noi conoscono i versi di balene e delfini, fino all’inizio degli anni Cinquanta dello scorso secolo, si pensava ai mari come a liquidi regni del silenzio. Poi, i primi idrofoni, microfoni che possono essere immersi in acqua e registrare i suoni, hanno rivelato un paesaggio acustico marino inaspettato, pieno di click, schiocchi, crepitii, fischi e melodie che niente hanno da invidiare ai canti degli uccelli e al frinire dei grilli che si librano nell’aria in boschi e campagne (in buona salute). A questo mondo sonoro e all’esplorazione del suo significato è dedicato <em>Come parlare il balenese</em>, il bel libro del biologo e documentarista inglese <a href="https://www.tommustill.com/" rel="noopener">Tom Mustill</a>, edito in Italia da <a href="https://www.ilsaggiatore.com/libro/come-parlare-il-balenese" rel="noopener">Il Saggiatore</a>.</p>
<p>Nel settembre del 2015, l’autore si trovava in vacanza nella baia di Monterey, in California, un posto famoso per la ricchezza di cetacei, dove ogni giorno partono numerose barche per portare i turisti a osservare balene e delfini di tante specie diverse. Mustill era su un kayak con una sua amica, incantato e anche un po’ intimorito di trovarsi a pelo d’acqua circondato da enormi cetacei. Poi il timore divenne paura reale: all’improvviso, dalla profondità dell’oceano si librò in aria, con un impressionante salto, una megattera, proprio sopra il kayak, per poi rituffarsi trascinando con sé i due malcapitati, risucchiati nel profondo e poi rispediti in superficie grazie alla spinta dell’enorme volume d’acqua spostata dal gigantesco cetaceo. Incredibilmente, Mustill e la sua amica erano usciti incolumi dall’incidente, anche se comprensibilmente scioccati, e si ritrovarono loro malgrado protagonisti di un <a href="https://youtu.be/8u-MW7vF0-Y?si=fn0WwIAC2ZnXLYop" rel="noopener">video virale</a> sul web. Rivedere la scena da un’altra prospettiva regalò a Mustill una sorta di maggiore veridicità all’incredibile accaduto, e lo pose di fronte a  martellanti interrogativi: perché la megattera aveva saltato vicino al kayak? E più in generale: perché le megattere saltano fuori dall’acqua? È vero, come commentaò una sua amica cetologa guardando al rallentatore il video, che la balena aveva invertito l’atterraggio per evitarli, accortasi di loro all’ultimo? Perché esistono tantissime storie di persone salvate in qualche modo dai giganti del mare? E come comunicano questi animali? Cosa si dicono? Alla ricerca di queste risposte Mustill incontra studiosi di cetacei sparsi in tutto il mondo, rendendosi conto che «di molte specie di cetacei non sappiamo nulla, solo piccoli pezzi delle loro vite, qualche avvistamento, ritrovamento di corpi spiaggiati, registrazioni di alcuni suoni».</p>
<h2 id="un-ascolto-che-salva-la-natura">Un ascolto che salva la natura</h2><p>La scoperta dei canti delle megattere si deve a <a href="https://rogerpayne.com/" rel="noopener">Roger Payne</a>, celebre biologo marino, che ha dedicato la sua vita allo studio e alla tutela dei cetacei. Nel 1967 Payne pubblicò su <em>Science</em> <a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.173.3997.585" rel="noopener">uno studio</a>  in cui rivelava che questi canti hanno una struttura, fatta di strofe e ritornelli che si alternano seguendo un ordine ben preciso. Ogni canto dura dai 5 ai 20 minuti, si interrompe quando la balena sale in superficie per respirare e poi ricomincia da capo. Prima della pubblicazione scientifica, però, Payne decise di fare arrivare la potenza delle sue scoperte al grande pubblico, convincendo una casa discografica a incidere *<a href="https://open.spotify.com/album/5h96FXOFTdfJxanqdzoczd" rel="noopener">Songs of the humpback whales</a>, *un disco con le registrazioni delle megattere. Il disco fu allegato alla quarta di copertina del National Geographic, arrivò nelle case delle persone, meravigliò e commosse gli ascoltatori con tutta la sua incantevole potenza. Come ha raccontato Mustill alla presentazione del suo libro al <a href="https://www.festivalscienza.it/programma-2023/come-parlare-il-balenese" rel="noopener">festival della scienza</a> di Genova: «prima della pubblicazione delle canzoni, le balene erano per tutti solo “stupidi pesci”. Quei suoni le hanno rese vicine a noi, e le persone hanno iniziato a usarle per protestare contro l’industria baleniera».</p>
<p>Tra il 1950 e il 1960 l’industria baleniera era infatti <a href="https://ourworldindata.org/whaling" rel="noopener">ai suoi massim</a>i con un prelievo annuo di decine di migliaia di cetacei, sfruttati per le carni e, soprattutto, per l’olio (che serve ai cetacei proprio per emettere e recepire i suoni e comunicare tra loro), in tempi antichi usato per dare luce alle lampade e poi riscoperto un ottimo lubrificante per macchinari industriali. Anche l’ambra grigia, un secreto solido e oleoso dell’intestino dei capodogli, era un ricercato ingrediente per l’industria dei profumi. «Il prelievo industriale è stato fermato perché abbiamo iniziato ad ascoltare le balene» dice Mustill. Roger Payne aveva intuito la potenza di quei suoni, e capì che era fondamentale usarla per salvare le balene, ormai decimate, per impedire che davvero gli oceani si tramutassero in regni silenziosi. Il suo fu un gesto visionario e anche anticonvenzionale per un ricercatore, che prima ancora di pubblicare i suoi studi e di restituirli alla comunità scientifica, decise di usarli come grido di allerta contro le nostre rovinose azioni.</p>
<h2 id="le-nuove-frontiere-per-la-conservazione">Le nuove frontiere per la conservazione</h2><p>Il progresso tecnologico è stato fondamentale nel campo dell’etologia, strumenti sempre più raffinati ci hanno permesso di scoprire cose un tempo impensabili della vita degli animali. Grazie a collari in grado di emettere segnali radio, abbiamo iniziato a seguire gli spostamenti degli animali con antenne simili a quelle televisive, usate a piedi o montate su jeep o aerei ultraleggeri. Oggi possiamo farlo comodamente seduti davanti al computer grazie ai GPS, raccogliendo dati precisissimi anche in posti in cui sarebbe stato impossibile andare di persona. Fototrappole nascoste in natura ci permettono di vedere gli animali mentre si muovono nel loro ambiente, telecamere a infrarosso ci consentono di vedere nell’oscurità, i bat detector rilevano gli ultrasuoni prodotti dai pipistrelli, i radar e gli idrofoni quelli dei cetacei. Abbiamo iniziato a studiare come si comportano gli animali in tempi recenti, la nascita dell’etologia risale agli anni Trenta del Novecento, e da allora abbiamo scoperto sempre più cose. Sappiamo che i delfini si chiamano per nome, con fischi firma che identificano i singoli individui, sappiamo che il barrito degli elefanti non è che uno dei suoni che i pachidermi usano per comunicare, sappiamo che molte specie, inclusi diversi cetacei, hanno una cultura, apprendono e si tramandano i canti, e hanno dialetti specifici in aree geografiche diverse. Abbiamo scoperto che gli altri esseri che con noi abitano il pianeta sono complessi, hanno identità e personalità distinte, comunicano, hanno sentimenti, sono immensamente lontani dagli oggetti animati descritti da Cartesio.</p>
<p>Quanto ancora ci può aiutare la tecnologia a approfondire la conoscenza degli animali è l’interrogativo che anima le pagine di <em>Come parlare il balenese</em>. Oggi abbiamo a disposizione una potenza computazionale incredibile, una tecnologia affascinante e a tratti inquietante, che, se ben governata, può permetterci di approfondire le nostre conoscenze del mondo animale. Un esempio è il progetto <a href="https://happywhale.com/home" rel="noopener">Happywhale</a> che combina <em>citizen science</em> e software di riconoscimento. Le code delle megattere sono infatti caratteristiche per ogni individuo, una sorta di impronte digitali, e un tempo i ricercatori si basavano su foto ben fatte da analizzare a schermo per identificarle a occhio. Happywhale raccoglie immagini caricate da utenti in tutto il mondo e usa un algoritmo per l’identificazione e la catalogazione. Ad oggi (ma il numero è in costante crescita) sono  state raccolte quasi 720000 immagini, che hanno permesso di identificare 103131 individui  e di ricostruire attraverso gli avvistamenti le migrazioni delle balene e la struttura dei gruppi. Grazie ai ricercatori di Happywhale, Mustill ha scoperto che la megattera che gli è piombata addosso era un maschio, nome in codice CRC12564.</p>
<p>E poi c’è chi sta proprio cercando di tradurre il balenese: è il progetto multidisciplinare <a href="https://www.projectceti.org/" rel="noopener">CETI</a> (Cetacean Translation Initiative) che raggruppa biologi, esperti di robotica, programmatori, analisti, linguisti e crittografi. Il focus delle <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2589004222006642" rel="noopener">ricerche</a> sono i capodogli , conosciuti ai più come Moby Dick, il leviatano del romanzo di Melville. Attraverso un software che lavora un po’ come i traduttori automatici, e che è in grado di decodificare automaticamente i suoni, il team di CETI sta cercando di creare una sorta di alfabeto dei capodogli. I primi risultati hanno già permesso di capire che i suoni dei capodogli sono molto più ricchi di quello che si credeva, e creati, come il nostro linguaggio, dalla combinazione di fonemi. I software permettono di distinguere e identificare i singoli individui, e così si è visto che hanno conversazioni che ricordano le nostre: un capodoglio aspetta che finisca di “parlare” un altro individuo prima di rispondere. Di più: combinando droni e uno speciale microfono che aderisce alla pelle dei cetacei simulando la presa a ventosa delle remore, i ricercatori possono accoppiare a riprese video i suoni emessi sott’acqua.</p>
<p>Insomma, la tecnologia, e l’AI in particolare, promette nuovi scenari, in cui forse saremo in grado di tradurre i linguaggi di alcuni animali. «Quello che troveremo cambierà la prospettiva filosofica su noi stessi» dice Tom Mustill. «La tecnologia ci aiuta a ridefinire le nostre idee. Per esempio, non sapevamo ci fossero microbi finchè non abbiamo usato i microscopi. Interagire con le altre specie potrebbe aiutarci a vivere in modo più collaborativo e mutualistico. D’altro canto, il rischio è che, se scoprissimo come dialogare con gli animali potremmo usare questo per manipolarli, inquinare i loro linguaggi, e utilizzarli per i nostri scopi». Cosa che d’altronde già succede, delfini e beluga purtroppo sono stati usati in diverse occasioni come <a href="http://https://www.nationalgeographic.com/animals/article/140328-navy-dolphin-sea-lion-combat-ocean-animal-science" rel="noopener">strumenti per le azioni militar</a>i. Ma il punto di Mustill sta nell’importanza di sperimentare, di tentare nuove strade guidati dall’obiettivo di tutelare il mondo naturale dalle costanti minacce che ancora rendono difficile il futuro di molte specie di cetacei. L’inquinamento acustico creato da barche, estrazione di petrolio e altre attrezzature umane ostacola le comunicazioni degli abitanti marini. Il passaggio delle imbarcazioni <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0003347215003735" rel="noopener">ammutolisce</a> letteralmente le megattere , per non parlare dei <a href="https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fmars.2017.00295/full" rel="noopener">sonar militari</a> che causano spiaggiamenti di massa di numerose specie di delfini. Moltissimi cetacei <a href="http://https://iwc.int/management-and-conservation/bycatch" rel="noopener">si impigliano e muoiono soffocati nelle reti da pesca</a>, siano esse in funzione o una delle tante fantasma che fluttuano nelle correnti: si stima che ogni anno nel mondo siano circa 300000 quelli che muoiono in questo modo. Il traffico nautico rende alquanto complessi gli spostamenti delle balenottere azzurre che devono letteralmente cercare di schivare le navi, come dimostra uno <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-021-82220-5" rel="noopener">studio</a> pubblicato su <em>Nature Scientific report</em>s dai ricercatori della ong cilena Ballena azul (qui <a href="http://https://www.instagram.com/p/CKwwplnpsDl/?utm_source=ig_web_copy_link&amp;igshid=MzRlODBiNWFlZA==" rel="noopener">una animazione</a> del percorso ad ostacoli che devono affrontare).</p>
<h2 id="lempatia-nasce-dalla-comprensione">L&rsquo;empatia nasce dalla comprensione</h2><p>Studiare la complessità degli animali e dei loro linguaggi ci cambia, in parte ci toglie quel senso di essere speciali in questo mondo, il che, per alcuni, è fastidioso. Ci pone domande etiche, rispetto alle azioni che compiamo, e ci mette in condizioni di poter essere più solidali. « L&rsquo;empatia può nascere solo dalla comprensione, e la comprensione deriva dall&rsquo;informazione e dalla comunanza. Non nasce dal nulla, ma quando si impara a conoscere la vita degli altri e si trovano dei parallelismi con la nostra vita» afferma Mustill. Uno dei rischi è passare dall’antropodiniego della scienza classica, che rifiuta la possibilità di pensieri complessi e sentimenti negli animali, all’antropomorfismo, ovvero a una totale umanizzazione e attribuzione agli animali di modi di interpretare il mondo uguale al nostro. «Credo che siano entrambi sintomi della mancanza di esposizione: dell&rsquo;immaginare gli animali piuttosto che viverli». E sono entrambi modi sbagliati di pensare all&rsquo;alterità animale. Se negare ogni forma di pensiero articolato e sentimento negli animali, riducendoli a oggetti animati  è riduttivo, è vero che ogni specie ha il suo universo sensoriale con cui esplora il mondo, e forzatamente non può avere lo stesso modo di percepire e sperimentare la vita di un essere umano. La chiave, come dice Mustill, è quella di ascoltare in modo acritico, liberandoci dai preconcetti. Uscire dall&rsquo;antropocentrismo che ci porta ad ascoltare solo noi stessi, e provare a sentire il mondo intorno a noi. Scrutiamo le stelle, esploriamo lo spazio alla ricerca di altre forme di vita, le immaginiamo in romanzi e film, attribuendo agli alieni abilità (il più delle volte mostruose) diverse dalla nostra. Ma poniamo poca attenzione a quello che c&rsquo;è di diverso intorno a noi, su questo pianeta.</p>
<p>Insomma, la conoscenza è la chiave della coesistenza e della tutela, come dimostra il disco di Payne, che ha salvato molte balene da una imminente estinzione negli anni Settanta. E poi ci vuole un po&rsquo; di fiducia nel futuro. «Spesso pensiamo di essere cattivi. Pensiamo di essere come un cancro sulla terra. Pensiamo di essere un problema terribile a causa delle cose terribili che facciamo. Ma il rischio, facendo così, è che diventi una profezia che si autoavvera: se gli animali sono condannati non c’è niente da fare e quindi li rendiamo ancora più condannati. Nell’ultima intervista che ho fatto a Roger, quando stava morendo, mi ha detto che era molto pessimista per la direzione in cui stiamo andando, ma al contempo ottimista, perché la natura umana può cambiare molto rapidamente nelle sue concezioni e quindi nelle azioni» commenta Tom Mustill.</p>
<p>Poco prima di morire, lo scorso giugno, Roger Payne ha scritto un <a href="https://time.com/6284884/whale-scientist-last-please-save-the-species/" rel="noopener">bellissimo articolo</a> per il Time. In esso afferma “la sfida consiste ora nel capire come motivare noi stessi e i nostri simili a fare della conservazione delle specie la nostra vocazione più alta, qualcosa che non potremo mai rimandare, sminuire o cancellare. Come possiamo trasmettere questa idea al mondo intero? La chiave è l&rsquo;ispirazione. […] Credo che forme di vita straordinarie come le balene possano farci focalizzare sull&rsquo;urgenza di porre fine alla nostra distruzione del mondo naturale. Molti dei problemi più gravi dell&rsquo;umanità sono causati dal disinteresse per le voci degli altri, compresi i non umani&quot;. Come dargli torto?</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Mosquito Alert, progetto di citizen science per il monitoraggio delle zanzare</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/mosquito-alert-progetto-citizen-science-monitoraggio-zanzare/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/mosquito-alert-progetto-citizen-science-monitoraggio-zanzare/</guid><pubDate>Fri, 27 Oct 2023 06:50:00 +0100</pubDate><dc:creator>Giorgia Mocilnik</dc:creator><description>Le temperature quasi estive di quest&amp;amp;rsquo;autunno hanno fatto sì che le zanzare fossero ancora attive a ottobre. Tra queste, molte sono specie alloctone e invasive, possibili vettori di patogeni virus come Dengue. Per monitorare diffusione e presenza delle zanzare sul territorio italiano è stata sviluppata Mosquito Alert, una app che permette, con un approccio di citizen science, di raccogliere dati come la localizzazione e la specie.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/mosquito-alert-progetto-citizen-science-monitoraggio-zanzare-hero.jpeg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/mosquito-alert-progetto-citizen-science-monitoraggio-zanzare-hero.jpeg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il primo mese d’autunno 2023 si è contraddistinto per le sue temperature estive, con picchi sopra i 30 gradi in gran parte d’Italia, e per l’assillante presenza delle zanzare: ovunque decidessimo di trascorrere del tempo all’aperto, loro erano sempre lì pronte a pungerci.</p>
<p>Tra queste vi sono le numerose specie di origine tropicale, che sempre più si stanno diffondendo nelle zone temperate in seguito alla globalizzazione e al loro trasporto involontario tramite le merci: si tratta delle specie del genere <em>Aedes</em>, che spesso veicolano malattie virali come Dengue, Ziga, Chikungunya e febbre gialla. L’Italia è stato il primo Paese europeo a essere raggiunto, negli anni Novanta, dalla zanzara tigre <em>Aedes albopictus; s</em>ono poi arrivate anche altre specie alloctone come la zanzara giapponese <em>Aedes japonicus</em> e quella coreana <em>Aedes koreicus</em>, registrate in alcune regioni italiane e nei Paesi confinanti, ma delle quali si sa ancora poco.</p>
<p>È per questo che nel 2020 arriva in Italia l&rsquo;app <a href="https://www.mosquitoalertitalia.it" rel="noopener">Mosquito Alert</a>, un progetto europeo di citizen science che mira a contrastare e controllare la diffusione delle zanzare alloctone invasive e di informare dei potenziali rischi che vanno oltre il disturbo creato dalla loro puntura. L&rsquo;iniziativa è coordinata da Alessandra della Torre, dell’Università Sapienza di Roma e coinvolge una task force nazionale, coordinata dal Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Università Sapienza di Roma, con la collaborazione dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), del MUSE -Museo delle Scienze di Trento, dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie e dell’Alma Mater Studiorum Università degli Studi di Bologna. Le informazioni ottenute grazie al coinvolgimento dei cittadini nel monitoraggio e nella raccolta dati attraverso l’app contribuiscono allo sviluppo di un sistema di previsione del rischio epidemiologico in tempo reale, partecipativo e dinamico.</p>
<p>Delle 3.500 specie di zanzare presenti sulla Terra, solo 200 sono ematofaghe (cioè che si nutrono di sangue), mentre le altre si alimentano per lo più di nettare e in questo modo contribuiscono alla dispersione e diffusione di pollini da una pianta all’altra. Il ruolo ecologico di questi insetti non si limita all’impollinazione: poiché vivono in ambiente acquatico per le prime tre fasi del loro ciclo vitale (uovo-larva-pupa) e in ambiente subaereo per l’ultimo stadio, risultano fonte di nutrimento di numerosi animali: pesci, anfibi, rettili, uccelli, mammiferi e altri insetti.</p>
<p>Il ciclo vitale delle zanzare impiega da una a tre settimane in relazione alla specie e alla temperatura dell’ambiente: per esempio, la zanzara tigre raramente vola più lontano di 150 metri dal suo luogo di nascita.</p>
<p>«Il caldo prolungato di questo inizio autunno permette loro di svilupparsi più rapidamente, portando a un incremento del numero di adulti in pochi giorni», spiega Eleonora Longo, ricercatrice dell’Università Sapienza di Roma. «Inoltre, gli inverni sempre più miti e le estati più torride permettono alle zanzare di raggiungere quote sempre più elevate rispetto al passato».</p>
<p><a href="https://www.iss.it/web/guest//news/-/asset_publisher/gJ3hFqMQsykM/content/id/8717545" rel="noopener">Secondo l&rsquo;ISS</a>, delle malattie virali trasmesse dalle zanzare <em>Aedes</em> in Italia dall’inizio del 2023 a oggi sono stati registrati 222 casi di Dengue importati da altri Paesi e 66 casi trasmessi localmente nel nostro Paese. «Al momento, in Italia il problema principale è quello dato dalla zanzara tigre e da quella comune, che possono trasmettere infezioni e causare malattie con manifestazioni cliniche diverse, da asintomatiche a letali. Questi insetti possono ricevere i patogeni pungendo umani infetti o altri animali», spiega Longo.</p>
<p>Nel 2015, in Spagna, grazie alle osservazioni registrate nell’app Mosquito Alert, i ricercatori hanno scoperto la presenza della zanzara giapponese, che ha permesso loro di iniziare un monitoraggio mirato nelle zone dove era stata rinvenuta. «In Italia sappiamo che la zanzara giapponese e quella coreana, molto più capaci a tollerare temperature più basse, sono presenti nelle regioni settentrionali», continua la ricercatrice.</p>
<p>Una volta scaricata l’app sul cellulare i cittadini possono segnalare una zanzara attraverso una fotografia, le zone del corpo dove è avvenuta la puntura o i siti di riproduzione larvale osservati. Allo stesso tempo, i partecipanti possono scegliere di inviare degli esemplari di zanzare morte ai ricercatori per un’analisi più approfondita dell’insetto. L’app inoltre offre la possibilità di acquisire, tramite delle guide apposite, le informazioni necessarie per il riconoscimento della specie raccolta tramite il colore e i disegni presenti sul torace e sulle zampe della zanzara. Sarà un team di esperti entomologi poi a convalidare i dati e le identificazioni avvisando i partecipanti. «Le osservazioni raccolte permettono di costruire mappe di distribuzione spaziale e temporale utili per monitorare l’arrivo di nuove specie pericolose come <em>Aedes aegypti</em> e l’espansione delle specie già presenti», spiega Longo.</p>
<p>Come sotto costola di Mosquito Alert Italia e in collaborazione con il MUSE, nel 2021 nasce <em>Mosquitos</em>, un progetto che mira a coinvolgere le scuole presenti sul territorio nazionale per una raccolta dati sulla presenza delle zanzare nei pressi del proprio istituto. «Per un mese gli e le studenti mettono in campo un protocollo scientifico avvalendosi di specifici strumenti come, per esempio, l’ovitrappola (per la raccolta delle uova) e la sticky trap (per la raccolta degli organismi adulti) per raccogliere campioni e l’app Mosquito Alert», spiega Maria Vittoria Zucchelli, coordinatrice del progetto del MUSE. «Il materiale campionato viene poi inviato ai ricercatori che una volta elaborato, comunicheranno i dati ottenuti direttamente alla scuola».</p>
<p><em>Mosquitos</em> è un progetto multidisciplinare, che permette a studenti e docenti di dare il proprio contributo alla ricerca scientifica e nello stesso tempo acquisire nuove conoscenze trasversali sia in ambito scientifico, che in altri ambiti disciplinari. Durante il percorso lo studente deve compilare un “diario di bordo” che arricchirà riportando i dati dei campionamenti svolti ma anche dando sfogo alla propria creatività. «Mettere il campo la multidisciplinarità permette di rendere anche uno degli insetti considerati più fastidiosi, argomento di stimolo e apprendimento», spiega Zucchelli. «In questi anni, grazie alla collaborazione con la prof.ssa Barbara Del Prete dell’IC Trento 7 di Trento, stiamo incentivando la peer education tra studenti per fare in modo che siano gli stessi ragazzi a insegnare ai loro coetanei e ad altre classi le modalità di campionamento».</p>
<p>I docenti interessati possono partecipare a un corso di formazione organizzato dal MUSE in cui i relatori, oltre a presentare il progetto <em>Mosquitos</em> e il funzionamento dell’app Mosquito Alert, forniscono informazioni anche su altri animali entomofagi come pulci, zecche e pidocchi, anch’essi potenziali vettori di malattie trasmissibili agli umani. Dall’avvio del progetto sono state coinvolte scuole provenienti da cinque regioni differenti quali Trentino-Alto Adige, Veneto, Emilia-Romagna e Lazio con l’obiettivo di aumentare le collaborazioni in tutto il paese. Le scuole coinvolte partono dal quarto anno della scuola primaria fino all’ultimo anno della secondaria di secondo grado.</p>
<p>Un’altra volta i cittadini vengono chiamati a scendere in campo a fianco dei ricercatori attraverso un progetto con lo scopo di informare, sensibilizzare ma soprattutto avvicinare le persone alla ricerca ed al monitoraggio ambientale tramite la citizen science. L’obiettivo finale di Mosquito Alert Italia è infatti quello di convincere quante più autorità pubbliche possibili a promuovere l’app all’interno del proprio comune, così da poter offrire consigli utili attraverso i dati raccolti dal grande pubblico, su come migliorare gli attuali sforzi di controllo delle zanzare all’interno del proprio territorio.</p>
]]></content:encoded></item><item><title>Migranti: più consapevolezza con "Le rotte del clima"</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/migranti-piu-consapevolezza-rotte-clima/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/migranti-piu-consapevolezza-rotte-clima/</guid><pubDate>Mon, 16 Oct 2023 13:21:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>societa</category><description>I migranti sono stati e sono oggetto di campagne elettorali permanenti e infiniti dibattici politici, spesso inconcludenti.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/migranti-piu-consapevolezza-rotte-clima-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/migranti-piu-consapevolezza-rotte-clima-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>I migranti sono stati e sono oggetto di campagne elettorali permanenti e infiniti dibattici politici, spesso inconcludenti. La questione è in questi mesi di nuovo sotto i riflettori, tra ennesime tragedie e visite internazionali, ma viene affrontata superficialmente e senza andare alla radice dei problemi che spingono le persone a migrare. Tra i fattori che influenzano la migrazione ci sono i cambiamenti climatici.</p>
<p>Il 27 settembre, in occasione della Milano Green Week, <a href="https://youtu.be/A0qjrMQEEG4?feature=shared" rel="noopener">è stato presentato al Museo Nazionale Scienza e Tecnologia di Milano</a> il progetto “Le Rotte del Clima. Crisi climatica e migrazioni: diritti in azione”, che approfondisce nella giusta direzione il tema e le sue sfaccettature. Il progetto è nato grazie alla collaborazione del <a href="https://www.systasis.it/" rel="noopener">Centro Studi Systasis per la prevenzione e la gestione dei conflitti ambientali</a> con il Tribunale di Milano, il contributo di Fondazione Cariplo e la presenza anche di altri attori del terzo settore.</p>
<p>Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre nella prima metà del 2020 ci sono stati quasi 10 milioni di persone spinte a migrare da fattori ambientali che, per altro, aggravano anche le già presenti disuguaglianze e conflitti sociali. Nel 2030, secondo le Nazioni Unite, il 47% della popolazione mondiale vivrà in zone a elevato stress idrico. Nel 2050 si potranno raggiungere potenzialmente 200 milioni di sfollati per cause ambientali; 143 provenienti dall’Africa subsahariana, dall’Asia meridionale e dall’America Latina, secondo la Banca Mondiale.</p>
<p>Ma ci sono ancora lacune nella mappatura del problema su scala globale e non esiste ancora una definizione univoca di “migrante climatico” a livello giuridico. Il progetto cerca di riempire questo vuoto in vari modi. Questa primavera-estate le associazioni Panafricando, Popoli Insieme, Teatro Utile il Viaggio, We World, Casa della Carità, Sa Domo de Totus hanno condotto un questionario rivolto agli stessi migranti in arrivo da Africa (tra cui Egitto e Mali), Sri Lanka, Bangladesh, Pakistan, Afghanistan, Filippine, Arabia, Ucraina, ottenendo alcuni risultati preliminari.</p>
<p>Innanzitutto, è presente una consapevolezza generale sulle cause climatiche come alluvione, allagamenti e fenomeni atmosferici violenti, si pensi alla regione del Punjab colpita intensamente nel 2022 o ai cicloni e tornado in Bangladesh nel 2020-2021. Ma anche siccità e gravi carenze idriche sono ricondotte agli sconvolgimenti climatici, come nelle persone provenienti dall’Africa orientale.</p>
<p>Anche nei casi in cui i migranti non esprimono direttamente un collegamento consapevole con i cambiamenti climatici, fanno comunque riferimento a problemi ambientali. «Gli intervistati riconoscono le caratteristiche degli eventi (sia a lenta che a rapida insorgenza) e le possibili ripercussioni, ma non li collegano al concetto di cambiamento climatico in sé. Molte delle persone intervistate riferiscono in prima istanza motivazioni economiche o persecutorie», dicono gli organizzatori.</p>
<p>Il progetto, in generale, si pone i seguenti obiettivi:</p>
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<p>aumento della consapevolezza, da parte dei migranti coinvolti nel progetto, dei propri diritti e degli strumenti disponibili per tutelarli</p>
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<li>
<p>raccolta di dati sulle caratteristiche e le criticità delle migrazioni connesse a ragioni ambientali e climatiche</p>
</li>
<li>
<p>raccolta di tali dati dal basso, direttamente dai migranti, attraverso le associazioni e i centri che li accolgono</p>
</li>
<li>
<p>ricerca, approfondimento e studio del fenomeno, a partire dai dati raccolti, dell’evoluzione delle problematiche e delle soluzioni che si prospettano soprattutto in un periodo climaticamente sensibile e instabile come quello attuale</p>
</li>
<li>
<p>istituzione del primo ‘Sportello Legale’ per migranti ambientali e climatici che garantisca assistenza, consulenza e supporto legale a operatori, comunità e persone migranti, associazioni e istituzioni</p>
</li>
<li>
<p>divulgazione, formazione ed educazione sul territorio</p>
</li>
<li>
<p>advocacy.</p>
</li>
</ol>
<p>La consapevolezza quindi è solo il primo passo, per approdare a un vero riconoscimento giuridico e una conseguente maggiore tutela, soprattutto considerato il fatto che sono state escluse le persone che migrano per motivi climatici dall’applicabilità della Convenzione di Ginevra del 1951. In Italia in particolare, il decreto sicurezza del 2018 ha eliminato la possibilità seppur parziale di protezione a questa categoria di migranti. Al suo posto è stata inserita la possibilità di soggiorno per “calamità naturale”, senza però qualificare il tipo di calamità che rendono difficile l’applicazione.</p>
<p>Sviluppare forme di tutele legale oggi non presenti chiedendo direttamente ai diretti interessanti è quindi un approccio sicuramente innovativo. In particolare, segnaliamo il concetto cosiddetto di <em><a href="https://brill.com/view/journals/jeep/18/1-2/article-p8_8.xml" rel="noopener">citizen sensing</a></em>, ovvero una raccolta dati che coinvolge non solo gli studiosi ma quanto le persone (come per la <em>citizen science</em>), con anche l’ausilio di vari strumenti tecnologici. Questo approccio darebbe ulteriore piena attuazione, tra le altre cose, della ancora poco nota <a href="https://unece.org/environmental-policy-1/public-participation" rel="noopener">Convenzione di Aahrus</a>, che sancisce il diritto all’informazione e partecipazione in materia ambientale da parte di tutti i cittadini.</p>
<p>Il progetto vuole infine stimolare nuovi filoni di ricerca sul tema attraverso la raccolta di nuovi dati, ma anche produrre materiale artistico e comunicativo in varie lingue e offrire offerte formative specifiche. Dalle persone alla ricerca, dalla consapevolezza alla politica e alla giustizia. Da <em>Scienza in rete</em> seguiremo con interesse l’evolversi delle attività.</p>
<h4 id="di-seguito-gli-interventi-dellincontro-al-museo">Di seguito gli interventi dell&rsquo;incontro al Museo</h4><h4 id="guido-viale-saggista"><a href="https://youtu.be/A0qjrMQEEG4?feature=shared&amp;t=1228" rel="noopener">Guido Viale, saggista</a></h4><h4 id="camilla-ioli-esperta-di-protezione-internazionale-asilo-in-europa"><a href="https://youtu.be/A0qjrMQEEG4?feature=shared&amp;t=2583" rel="noopener">Camilla Ioli, esperta di protezione internazionale, Asilo in Europa</a></h4><h4 id="paolo-giardullo-sociologo-università-degli-studi-di-padova"><a href="https://youtu.be/A0qjrMQEEG4?feature=shared&amp;t=3757" rel="noopener">Paolo Giardullo, sociologo, Università degli Studi di Padova</a></h4><h4 id="gianni-tartari-ambasciatore-italiano-del-patto-europeo-per-il-clima-segretario-euclipait-già-dirigente-di-ricerca-cnr--irsa"><a href="https://youtu.be/A0qjrMQEEG4?feature=shared&amp;t=4855" rel="noopener">Gianni Tartari, ambasciatore italiano del Patto Europeo per il Clima, Segretario EuCliPa.IT, già Dirigente di ricerca CNR – IRSA</a></h4><h4 id="elena-masetti-zannini-giudice-civile-sezione-specializzata-immigrazione-protezione-internazionale-e-libera-circolazione-dei-cittadini-dellunione-europea-tribunale-di-milano"><a href="https://youtu.be/A0qjrMQEEG4?feature=shared&amp;t=6097" rel="noopener">Elena Masetti Zannini, giudice civile, Sezione specializzata Immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea, Tribunale di Milano</a></h4><h4 id="domande"><a href="https://youtu.be/A0qjrMQEEG4?feature=shared&amp;t=7422" rel="noopener">Domande</a></h4>]]></content:encoded></item><item><title>A che punto siamo con la transizione energetica? L’aggiornamento IEA</title><link>https://www.scienzainrete.it/articoli/punto-siamo-transizione-energetica-aggiornamento-iea/</link><guid isPermaLink="true">https://www.scienzainrete.it/articoli/punto-siamo-transizione-energetica-aggiornamento-iea/</guid><pubDate>Mon, 09 Oct 2023 09:22:00 +0100</pubDate><dc:creator>Jacopo Mengarelli</dc:creator><category>energia</category><description>Ecco come appare nei minimi termini la transizione energetica per raggiungere zero emissioni nette di gas serra entro il 2050.</description><enclosure url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/punto-siamo-transizione-energetica-aggiornamento-iea-hero.jpg" type="image/jpeg" length="0"/><media:content url="https://www.scienzainrete.it/media/articoli/2023/punto-siamo-transizione-energetica-aggiornamento-iea-hero.jpg" medium="image" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ecco come appare nei minimi termini la transizione energetica per raggiungere zero emissioni nette di gas serra entro il 2050, secondo <a href="https://www.iea.org/news/the-path-to-limiting-global-warming-to-1-5-c-has-narrowed-but-clean-energy-growth-is-keeping-it-open" rel="noopener">l’aggiornamento dell’Agenzia internazionale per l’energia (IEA)</a> da poco uscito.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/punto-siamo-transizione-energetica-aggiornamento-iea-body-1.png.webp" srcset="https://www.scienzainrete.it/media/_web/720/articoli/2023/punto-siamo-transizione-energetica-aggiornamento-iea-body-1.png.webp 720w, https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/punto-siamo-transizione-energetica-aggiornamento-iea-body-1.png.webp 873w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 720px" alt="energia" width="873" height="341" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<h2 id="le-rinnovabili-innanzitutto">Le rinnovabili innanzitutto</h2><p>Il grosso della transizione lo devono fare le energie rinnovabili, in particolare il fotovoltaico, che fra 27 anni dovranno coprire il 90% della produzione di elettricità. Considerando insieme i pannelli fotovoltaici e i veicoli elettrici, questi serviranno a coprire un terzo della riduzione di emissioni già nel 2030. Ormai il mercato ha capito in che direzione andare, ma non può essere lasciato improvvisamente allo sbaraglio e necessita di chiare indicazioni statali e internazionali. Si dovrà infatti triplicare entro il 2030 la capacità rinnovabile istallata fino a 11 000 gigawatt.</p>
<p>Nel 2022, con 37 miliardi di tonnellate, le emissioni di CO₂ dal settore energetico sono state dell’1% sopra i livelli pre-pandemia, toccando un nuovo record. Tuttavia, il rapporto scrive che il picco delle emissioni dovrà avvenire in questo decennio. Le economie avanzate hanno il dovere e la capacità di raggiungere lo zero netto entro il 2045, per dare modo ai paesi poveri e in via di sviluppo di arrivarci un po’ dopo il 2050 (la Cina dovrà centrare l’obiettivo nel 2050 invece). È sempre bene ricordare che i paesi poveri sono quelli a oggi meno responsabili dell’attuale concentrazione di gas serra in atmosfera e sciaguratamente, per motivi sia geografici che infrastrutturali, quelli maggiormente colpiti dagli impatti del riscaldamento globale.</p>
<p>Tra gli interventi infrastrutturali da effettuare entro il 2030 segnaliamo l’espansione della rete energetica di trasmissione e distribuzione di circa 2 milioni di chilometri all’anno.</p>
<p>Nell’immagine seguente, alcuni punti cardine: le rinnovabili vanno triplicate entro il 2030 e gli investimenti sulla rete vanno raddoppiati entro il 2030. Il carbone deve dimezzarsi entro il 2030 e sparire insieme al gas entro il 2040. Anche se assai meno presente rispetto alle rinnovabili, il nucleare va comunque raddoppiato entro il 2050. È molto chiaro quindi che un eventuale sviluppo di tecnologia nucleare non può e non deve in alcun modo sovrastare o rallentare il ben più corposo e urgente impegno per le tecnologie rinnovabili (30 000 contro 900 gigawatt nel 2050).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/punto-siamo-transizione-energetica-aggiornamento-iea-body-2.png.webp" alt="energia" width="613" height="395" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Quelli che possono sembrare interventi costosi e pesanti in realtà vanno a ridurre moltissimo i costi del non fare niente e continuare a dipendere dai combustibili fossili. L’IEA riporta che, se si continuerà ad andare al rallentatore in questo decennio, avremo un costo addizionale di 1,3 trilioni di dollari all’anno: «il 50% in più di quanto investito nell&rsquo;approvvigionamento di combustibili fossili nel 2022».</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/punto-siamo-transizione-energetica-aggiornamento-iea-body-3.png.webp" alt="energia" width="581" height="564" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Differenze tra le due versioni della Roadmap per alcuni indicatori selezionati, è evidente come si sia dato più respiro all’abbattimento dei combustibili fossili, ma allo stesso tempo maggiore richiesta di capacità rinnovabile istallata.</p>
<h4 id="nota-si-segnala-che-nel-capitolo-2-a-p91-del-rapporto-è-presente-un-elenco-di-15-dashboard-su-specifiche-tecnologie-che-mette-insieme-il-vecchio-elenco-di-400-azioni-del-precedente-rapporto-rivelatesi-molto-utili-per-numerosi-stakeholder">Nota: si segnala che nel capitolo 2 a p.91 del rapporto è presente un elenco di 15 dashboard su specifiche tecnologie che mette insieme il vecchio elenco di 400 azioni del precedente rapporto, rivelatesi molto utili per numerosi stakeholder. </h4><h2 id="il-progresso-tecnologico">Il progresso tecnologico</h2><p>Una delle notizie migliori che ci arriva dall&rsquo;aggiornamento dell’IEA è che il divario tecnologico che ci separava dal 2050 per una completa decarbonizzazione si è ridotto. Nell’edizione del 2021, almeno la metà delle tecnologie per la transizione era da sviluppare o non esisteva, oggi la percentuale è arrivata al 35%. Tra le tecnologie che hanno registrato uno sviluppo maggiore ci sono le batterie e gli elettrolizzatori. Le già citate tecnologie che serviranno a coprire i due terzi dell&rsquo;abbattimento delle emissioni entro il 2030, fotovoltaico e veicoli elettrici, sono cresciute in linea con gli obiettivi.</p>
<p>In particolare, tra il 2015 e il 2022, si è aggiunto più del 400% della capacità fotovoltaica (circa 1 terawatt, quasi come la capacità elettrica installata in Europa); la vendita di auto elettriche è aumentata del 2000% con oltre 25 milioni di auto vendute (come la quantità di automobili sulle strade del Canada); le pompe di calore sono aumentate del 225% (tanto quanto tutto il riscaldamento domestico russo); la capacità di accumulo di batterie è aumentata del 2500% (come tutta l’elettricità installata in Argentina).</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/punto-siamo-transizione-energetica-aggiornamento-iea-body-4.png.webp" alt="energia" width="493" height="484" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<h2 id="linnovazione-necessaria">L’innovazione necessaria</h2><p>La maggior parte delle tecnologie necessarie per limitare il riscaldamento a 1,5°C sono disponibili già oggi, come abbiamo visto. Di seguito lo stato dell’arte di alcune delle tecnologie ancora non prodotte su larga scala. Le batterie a ioni di sodio e gli elettrolizzatori sono quelle più prossime alla maturazione. Invece, i reattori modulari nucleari difficilmente saranno diffusi su larga scala prima del 2035, dunque non possono essere considerati prioritari per la riduzione delle emissioni per la fine di questo decennio.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/punto-siamo-transizione-energetica-aggiornamento-iea-body-5.png.webp" alt="energia" width="613" height="434" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>I settori più interessati da un urgente sviluppo tecnologico sono gli “hard to abate”, difficili da abbattere, che richiedono grandi quantità di energia e potenza: sostanzialmente l’industria pesante e il trasporto pesante. Serve infatti spingere molto di più la ricerca in batterie più potenti, in combustibili meno emissivi e più efficienti, in metodi di cattura di CO₂ già in fase di produzione, e così via.</p>
<p>Assolutamente prioritario è anche il potenziamento del riciclo dei minerali come litio e nichel, oltre inevitabilmente all’espansione delle estrazioni che debbono diventare molto più diversificate geograficamente. Per prevenire l’obiezione per cui la transizione aumenterà i siti di estrazione sul pianeta, è bene ricordare che con l’abbattimento massiccio dell’industria dei combustibili fossili, le estrazioni complessive si ridurranno drasticamente, pesando molto meno sull’ambiente e le comunità locali.</p>
<blockquote>
<p>Il risultato netto è che per ogni unità di energia erogata nel 2050, il sistema energetico consumerà due terzi in meno di materiali (combustibili fossili e minerali critici insieme) rispetto a oggi.</p></blockquote>
<p>In ogni caso, aumentare i tassi di riciclo, dice l’IEA, «contribuirebbe a ridurre la pressione sull&rsquo;approvvigionamento primario e apporterebbe anche benefici in termini di sicurezza energetica, soprattutto alle regioni con una maggiore diffusione di tecnologie energetiche pulite e una dotazione limitata di risorse». Per ridurre la domanda di minerali del 3% nel 2030 e del 10% nel 2050, tra l’altro, è utile adottare più linee di trasmissione «ad alta tensione in corrente continua nelle reti elettriche». Per quanto riguarda i veicoli elettrici, una riduzione analoga del 7% nel 2030 e del 20% del 2050 può venire dall’uso di prodotti al litio-ferro-fosfato e di batterie agli ioni di sodio.</p>
<p>Secondo l’agenzia, nel 2023 spenderemo circa 1,8 trilioni di dollari in energia pulita. Ma non basta, perché gli investimenti dovranno salire a 4,5 trilioni di dollari all’anno entro i primi anni del 2030. Per assicurare la già citata triplicazione delle rinnovabili per il 2030, servono</p>
<blockquote>
<p>politiche più incisive e sostegno internazionale, in particolare nei mercati emergenti e nelle economie in via di sviluppo […] accelerare le autorizzazioni e la modernizzazione delle reti elettriche per integrare meglio la generazione rinnovabile variabile. […] I finanziamenti annuali agevolati per l&rsquo;energia pulita nei mercati emergenti e nelle economie in via di sviluppo dovranno raggiungere circa 80-100 miliardi di dollari entro i primi anni 2030.</p></blockquote>
<p>L’immagine mostra come è aumentata la spesa in ricerca applicata per l’energia pulita negli ultimi anni.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/punto-siamo-transizione-energetica-aggiornamento-iea-body-6.png.webp" alt="energia" width="610" height="418" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<h2 id="è-severamente-vietato-estrarre-ulteriori-combustibili-fossili">È severamente vietato estrarre ulteriori combustibili fossili</h2><p>In Italia l’ENI dice di voler aumentare le estrazioni di gas per ridurre la produzione degli altri idrocarburi, ma è in contraddizione con quanto afferma l’IEA. Non si possono continuare a estrarre altri combustibili fossili dal sottosuolo, altrimenti l’obiettivo di 1,5°C non potrà essere raggiunto. E lo <a href="https://reclaimfinance.org/site/en/major-failure/" rel="noopener">stesso vale</a> per Shell, TotalEnergies, BP, Equinor e Repsol, tutte con piani industriali incompatibili con l’obiettivo 1,5°C. Entro il 2030 la domanda dovrà ridursi del 25% e dell’80% entro il 2050. Per «evitare picchi di prezzo o di domanda potenzialmente dannosi», gli attuali progetti sono sufficienti.</p>
<p>In particolare, la domanda di carbone deve scendere dalle attuali 5800 milioni di tonnellate a 3250 nel 2030 e 500 nel 2050. Il petrolio: da 100 milioni di barili al giorno a 77 nel 2030 e 24 nel 2050. Il gas naturale, spesso presentato come combustibile “pulito” dagli spot <em>greenwashing</em> di aziende estrattrici e governi, deve scendere dagli attuali 4150 miliardi di metri cubi a 3400 nel 2030 a 900 nel 2050.</p>
<p>I mercati hanno già capito quale sia la direzione, come già detto: i costi delle tecnologie pulite stanno calando vertiginosamente. Per altro, è bene ricordare che, se i prezzi di beni e servizi avessero inglobato tutte le esternalità negative (dagli impatti sulla salute a quelli sull’ambiente), quelli riconducibili alle energie rinnovabili sarebbero probabilmente già stati da tempo di gran lunga più competitivi.</p>
<p>Con le attuali politiche, dice l’IEA,</p>
<blockquote>
<p>si prevede che nel 2030 le emissioni saranno inferiori di 7,5 miliardi di tonnellate rispetto allo scenario di riferimento pre-Parigi del 2015, di cui l&rsquo;espansione del solare fotovoltaico e dell&rsquo;eolico […] rappresenta 5 miliardi di tonnellate e i veicoli elettrici quasi 1 miliardo di tonnellate. […] Il riscaldamento previsto di 2,4 °C nel 2100 in base alle attuali impostazioni politiche, sebbene ancora preoccupantemente elevato, è ora inferiore di 1 °C rispetto a quanto previsto prima dell&rsquo;Accordo di Parigi del 2015.</p></blockquote>
<p>È molto importante, anche sul piano comunicativo, riconoscere i progressi fatti in questi anni, per poter pretendere un decisivo impegno ulteriore che centri l’obiettivo di riscaldamento massimo di 1,5°C. In questo modo, anche l’opinione pubblica e la classe politica si possono rendere conto che i negoziati climatici servono a qualcosa, anche se lunghi e faticosi, così come anche l’informazione e la sensibilizzazione scientifica.</p>
<p><img src="https://www.scienzainrete.it/media/_web/1280/articoli/2023/punto-siamo-transizione-energetica-aggiornamento-iea-body-7.png.webp" alt="energia" width="621" height="410" loading="lazy" decoding="async">
</p>
<p>Nell’immagine il confronto tra gli obiettivi climatici nazionali (NDCs) vecchi e nuovi, e i tre scenari STEPS (politiche attuali), APS (politiche annunciate), NZE (net zero emissions). Sono riferiti alle emissioni provenienti dai combustibili fossili nel 2030.</p>
]]></content:encoded></item></channel></rss>