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Ambiente Raccolta · 45 capitoli

Le COP, queste sconosciute

Un uomo con occhiali e capelli argentati, in abito scuro, applaude al centro del tavolo della presidenza, con il cartello «COP PRESIDENT» davanti; attorno a lui altri delegati applaudono.
Il presidente della COP29 di Baku, Mukhtar Babayev, alla chiusura dei lavori.

Le COP sono il luogo in cui il mondo prova, ogni anno, a mettersi d’accordo sul clima. Da Copenaghen nel 2009 a Belém nel 2025, Scienza in rete le ha seguite con resoconti, commenti e analisi di ricercatori e giornalisti. Questa raccolta mette in fila quei testi alla vigilia della COP31 di Antalya (9-20 novembre 2026). Gli Stati Uniti, usciti dall’Accordo di Parigi a gennaio 2026, sono il grande assente. Sul tavolo ci sono la roadmap per l’uscita dai fossili rimasta fuori dal testo di Belém, la finanza per l’adattamento e la “transizione giusta”, che dovrà decarbonizzare senza lasciare indietro nessuno, garantendo equità sociale per i lavoratori, le comunità locali e le fasce più vulnerabili. La presidenza della COP31 si è autodefinita “la COP dell’attuazione”: dopo dieci anni di promesse, il sistema deve dimostrare di produrre risultati misurabili. Questa raccolta di articoli serve a seguire questa COP e quelle a venire con la memoria di quello che è venuto prima. Letti uno dopo l’altro, i testi raccontano diciassette anni di negoziato, con i passi avanti, le frenate e le promesse mancate e mantenute. Accanto alle cronache dalle conferenze, la raccolta ospita gli articoli sui rapporti dell’IPCC e dell’UNEP che ne hanno preparato il terreno.

Ma facciamo un passo indietro. Cosa sono e come funzionano le COP? La Conference of the Parties, la Conferenza delle parti, è l’organo che riunisce i paesi che hanno ratificato la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), firmata al Summit della Terra di Rio nel 1992 e in vigore dal 1994. Segniamoci questa data, in cui già, alla luce del primo rapporto firmato dagli scienziati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), tutti i Paesi del mondo hanno convenuto sulla necessità di stabilizzare le concentrazioni di gas serra a un livello che eviti “interferenze antropogeniche pericolose” con il sistema climatico. Più di trent’anni fa. Le Parti che hanno firmato la Convenzione di Rio sono 198: i 193 stati dell’ONU, l’Unione europea, Niue, le Isole Cook, la Santa Sede e la Palestina. La prima COP si è tenuta a Berlino nel 1995, presieduta dall’allora ministra dell’ambiente Angela Merkel. Da allora la conferenza si riunisce ogni anno, con la sola eccezione del 2020, a causa della pandemia. Nel 1992, a Rio de Janeiro sono nate tre convenzioni sorelle, sul clima, sulla biodiversità e, poco dopo, sulla desertificazione, e ognuna ha la sua COP. Per questo la raccolta, accanto alle conferenze sul clima, ospita anche quelle della Convenzione sulla diversità biologica, che si riuniscono ogni due anni: da Montréal 2022, dove si è deciso di proteggere il 30% delle terre e dei mari entro il 2030, a Yerevan 2026.

Due trattati hanno fatto seguito alla Convenzione sul clima di Rio. Il Protocollo di Kyoto (COP3, 1997) imponeva tagli vincolanti, ma solo ai paesi industrializzati: gli Stati Uniti non lo ratificarono, Cina e India ne erano esentate. L’Accordo di Parigi (COP21, 2015) è andato ben oltre: tutti i paesi sono tenuti a presentare i propri piani nazionali (i Nationally Determined Contributions, NDC), da rivedere ogni cinque anni con l’obbligo di rivedere sempre al rialzo gli obiettivi. L’insieme di questi contributi dovrebbe convergere a raggiungere un obiettivo comune, restare ben sotto i 2 °C di riscaldamento puntando a 1,5 °C. L’Accordo di Parigi è vincolante secondo il diritto internazionale. In altre parole, obbliga a fare, ma non a raggiungere un risultato che infatti ci sta sfuggendo di mano. Qualcuno ha rappresentato le COP come riunione di condominio. L’analogia in effetti funziona: stesso livello di litigiosità fra i delegati dei diversi Paesi che negoziano le misure da perseguire, ma anche un accordo, spesso al ribasso, che alla fine si riesce a raggiungere. Si può anche dire che ogni paese ha i suoi millesimi, che potremmo misurare in emissioni e ricchezza. Questi, in generale sono tenuti a fare gli sforzi maggiori anche per gli altri, che occupano monolocali e sgabuzzini. Come già sosteneva la Convenzione di Rio, tutti sono tenuti a contribuire al contrasto del pericolo climatico, secondo le proprie responsabilità e capacità. Si chiama giustizia climatica. In questo condominio non ci sono solo gli amministratori e tecnici, vale a dire gli scienziati che con i loro modelli e scenari aggiornano il calendario di sventure che ci aspettano se non agiamo. Ci sono anche le aziende che vogliono accaparrarsi i lavori di ristrutturazione delle case, e coloro – che ingrossano il gruppo più numeroso – che difendono la vecchia caldaia a olio combustibile o a gas contro le più pulite pompe di calore. Infine nelle COP, parallelamente ai negoziati, troviamo migliaia di attiviste e attivisti e rappresentanti della società civile che manifestano, organizzano incontri e fanno di tutto per convincere le delegazioni ufficiali a darsi il coraggio per osare accordi e soluzioni più ambiziosi.

Una COP dura due settimane, quasi sempre con i tempi supplementari. La sede ruota tra i cinque gruppi regionali dell’ONU e il paese ospitante esprime il presidente, che guida i lavori, scrive le bozze finali e decide quando battere il martello licenziando la decisione definitiva. Nella prima settimana lavorano i tecnici, nella seconda arrivano i ministri. Una prima bozza di testo parte dalla assemblea plenaria, le sue parti vengono distribuite ai gruppi di contatto, che attraverso una serie di consultazioni con diversi livelli di segretezza pervengono a una bozza via via più avanzata dell’accordo che infine, dopo una serie infinita di tira e molla viene approvato in plenaria. La regola è che «nulla è concordato finché tutto non è concordato».

Soprattutto, non si vota, non esistono maggioranze e minoranze. Le regole di procedura non sono mai state adottate formalmente, e la norma sul voto è rimasta sospesa perché alcuni paesi, a cominciare dai produttori di petrolio, non hanno mai accettato di poter finire in minoranza. Si decide quindi per consenso, cioè in assenza di obiezioni: ogni paese ha di fatto un potere di veto, e i testi finali sono spesso al ribasso. I quasi duecento paesi negoziano in gruppi (G77 e Cina, Unione europea, piccoli stati insulari, paesi meno sviluppati, Gruppo arabo, BASIC), e anche le parole hanno il loro peso: shall obbliga, urges esorta, invites appena invita; phase out vuol dire eliminare, phase down ridurre (il carbone, COP di Glasgow), transition away, invece vuol dire “allontanarsi”, mirabile invenzione per intendere che ci dobbiamo liberare, ma con calma, dei combustibili fossili (COP di Dubai).

Scienza in rete comincia a scrivere di COP con Copenaghen – la numero 15 - nel dicembre 2009, anno di nascita della rivista. Alla vigilia del vertice Pietro Greco chiedeva trasparenza totale sul clima, dopo il furto delle email della Climate Research Unit, e il chimico Vincenzo Balzani avvertiva che Copenaghen chiamava più energia solare. Copenaghen è stato forse il fallimento più clamoroso nella storia delle COP, poiché nonostante le attese non si è riusciti a fissare nessun obiettivo di riduzione delle emissioni climalteranti, né una roadmap con obiettivi a breve e lungo termine. Da questa delusione parte il racconto di Scienza in rete: l’economista ambientale Massimo Tavoni spiega come a Cancún, un anno dopo, «si premia la modestia»; il climatologo Stefano Caserini racconta l’incerto futuro del Protocollo di Kyoto; il ricercatore Gabriele Messori scrive da Varsavia, dove il negoziatore filippino Yeb Sano, pochi giorni dopo il tifone Haiyan, dice che la crisi climatica «è follia» e che si può fermare.

Parigi 2015 è il cuore della raccolta. L’autore IPCC Sandro Fuzzi giudica l’accordo un buon risultato, ricordando però che «la COP è un evento politico nel quale la scienza […] rimane solo sullo sfondo». L’avvocato ambientale Stefano Nespor ci legge la rivincita della politica globale sull’ambiente, dopo anni in cui sembrava «finita l’epoca delle conferenze». Di nuovo Balzani, mettendo l’Accordo accanto all’enciclica Laudato si’, scrive che finalmente «è cambiato il vento». Poi vengono le regole di Katowice, nella ricostruzione del sito Climalteranti, e la delusione di Madrid: l’epidemiologo Paolo Vineis paragona il pianeta a un malato grave affidato «a un’equipe di chirurghi litigiosi, invidiosi e pasticcioni», mentre l’attivista Chiara Soletti difende comunque il multilateralismo come «un’opzione migliore del vuoto internazionale».

A Glasgow, nel 2021, Scienza in rete era in sala: Giorgio Vacchiano e Luca Carra si sono passati il testimone, una settimana ciascuno, raccontando «la prima COP a nominare il carbone». Seguono Simonetta Pagliani sulla salute e sul «secchio vuoto» di Sharm el-Sheikh, la conferenza che istituisce il fondo per perdite e danni. Luca Carra su Dubai, dove «doveva essere un petroliere a dire addio ai fossili»; su Baku, con i 300 miliardi di dollari l’anno promessi contro i 1.300 necessari, e su Belém, che tace sull’eliminazione dei combustibili fossili. Belém viene raccontata anche da Novella Gianfranceschi, Francesca Radicioni e di nuovo da Nespor. Sul fronte della biodiversità, l’ecologa Laura Scillitani ha seguito il percorso da Montréal a Cali e a Roma, e Giorgio Vacchiano presenta la COP17 di Yerevan. Insomma, una sinfonia di voci dal mondo della scienza e del giornalismo per raccontare una storia che dura da più di trent’anni con risultati alterni. Per alcuni un avvicendarsi di delusioni, per altri un cammino tortuoso ma non inutile.

Rilette in fila, le cronache mostrano alcune costanti che torneranno utili per la lettura delle COP successive. La prima è lo scarto tra scienza e politica: a ogni conferenza i rapporti dell’IPCC e dell’UNEP dicono quanto manca ancora per raggiungere gli obiettivi fissati a Parigi, e i testi finali concedono sempre meno del necessario. Antalya, in Turchia, è la trentunesima COP, dopo trent’anni di negoziati in cui le emissioni globali sono cresciute di oltre il 50%. Secondo l’Emissions Gap Report 2026 dell’UNEP, anche se tutti i nuovi piani nazionali fossero attuati il riscaldamento arriverebbe a circa un aumento di temperatura globale media di 2,6°C a fine secolo. Il che in alcuni hotspot del pianeta, come il nostro Mediterraneo, può significare un riscaldamento quasi doppio. Uno sproposito. La seconda costante è la domanda su chi paga. Dai 100 miliardi promessi a Copenaghen al fondo per perdite e danni di Sharm el-Sheikh, fino ai 300 miliardi di Baku, la finanza per i paesi più vulnerabili è il filo che lega tutte le conferenze.

Molti dubitano dell’efficacia delle COP. Eppure il processo avanza, per piccoli passi che a volte diventano svolte: la soglia di 1,5 °C, il carbone nominato a Glasgow, i combustibili fossili scritti per la prima volta in una decisione a Dubai. Le COP non sono il governo mondiale del clima che con mano ferma piega la curva delle emissioni, ma restano l’unico luogo in cui tutti i paesi, grandi e piccoli, siedono allo stesso tavolo e rendono conto dei propri impegni. Il fatto che in questi 31 anni le emissioni globali di gas serra non abbiano fatto che crescere per arrivare forse a un punto di svolta solo ora, non ci deve far dimenticare che questo è dovuto al poderoso aumento di paesi in via di sviluppo come Cina (+340%) e India (+230%), compensate solo in parte dalla discesa di emissioni per scelta o per necessità dell’Europa (-35%), della Russia (-50%), degli Stati Uniti (-15%) e altri ancora. Le COP non sono state risolutive, ma nemmeno un fallimento. Senza la costante tessitura delle diplomazie climatiche, sorrette dallo straordinario sforzo scientifico di migliaia di ricercatori e ricercatrici e la maturazione delle tecnologie verdi, oggi ci troveremmo in acque ben più agitate. La transizione è in corso, nonostante tutto.

Luca Carra

Capitoli

45
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Energia

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Alla COP25 di Madrid i negoziati più lunghi nella storia dell’UNFCCC si sono conclusi con risultati deludenti per l’integrazione …

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Negoziati sul clima: prepariamoci per la COP26

Dal 1 al 12 novembre 2021 si terrà la tanto attesa COP26 durante la quale dovranno essere aggiornati, dopo cinque anni (più uno di …

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Annalisa Cherchi, Susanna Corti, Sandro Fuzzi ·
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COP 26: ultima chiamata contro l’inerzia climatica

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Simonetta Pagliani ·
Un uomo di spalle, con felpa scura e jeans, guarda da riva un lago alpino: davanti a lui una vetta innevata si specchia nell'acqua calma sotto un cielo rosato.
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COP 26 - Non dimentichiamo la salute nelle decisioni sul clima

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Insegna al neon arancione su parete chiara con la scritta «HURRY UP PLEASE IT'S TIME», la frase con cui nei pub si avvisa che è ora di chiudere; in basso a sinistra, una piccola targhetta con il titolo dell'opera.
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COP26, un altro (piccolo) passo avanti

Siamo stati entrambi alla COP 26 di Glasgow passandoci il testimone: uno di noi (Giorgio) la prima settimana, l’altro (Luca) la …

Luca Carra, Giorgio Vacchiano ·
Mano che stringe l'erogatore nero di una pompa di benzina e lo inserisce nel bocchettone del serbatoio di un'auto scura, in una scena notturna.

Il problema dei sussidi ambientalmente dannosi e la proposta della COP26

Per la transizione ecologica è necessario eliminare gradualmente, ma velocemente, i sussidi ambientalmente dannosi, così come …

Lorenzo Carta ·
Collage pittorico dai colori saturi, dal rosa al blu al verde, con figure umane dalle braccia alzate in primo piano, sovrapposte a paesaggi e a facciate di edifici in mattoni arancioni sul lato sinistro.
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Cambiamento climatico: cattive notizie su impatti, adattamento e vulnerabilità nel nuovo rapporto dell’IPCC

L’IPCC ha presentato ieri in conferenza stampa il lavoro della 12° sessione del contributo del Working Group II al Sesto …

Margherita Ghiara ·
Fila di case a schiera con tetti in lamiera coperti di pannelli solari e facciate blu e verdi; davanti, un giardino fiorito con aiuole rialzate, dove una persona con cappello di paglia lavora.
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Terzo rapporto IPCC sulla mitigazione del cambiamento climatico: al massimo tre anni per invertire la rotta

Anche per quanto riguarda il contrasto al cambiamento climatico, non siamo affatto sulla buona strada.

Jacopo Mengarelli, Margherita Ghiara ·
Logo della COP27 di Sharm El-Sheikh 2022: una pianta stilizzata con foglie verdi, raggi dorati di sole e radici azzurre, con il globo terrestre al posto della O di «COP».
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Il secchio vuoto di COP27

Dopo la COP 27 pare sempre più irrealistico poter contenere in questo secolo l’aumento della temperatura entro 1,5° C. La …

Simonetta Pagliani ·
Now later
Ambiente

Azione per il clima: i piani vanno piano

Secondo l’ultimo report UNFCCC, i piani nazionali di azione per il clima rimangono insufficienti per limitare l’aumento della …

Riccardo Lo Bue ·
Tre uomini in piedi applaudono davanti a un fondale verde: quello al centro, con occhiali e tunica chiara, sorride dietro un cartello che dice «COP PRESIDENT».

COP28: tocca al petroliere dire addio ai fossili

Fonte: UNFCCC.

Luca Carra ·
Un uomo con occhiali e capelli argentati, in abito scuro, applaude al centro del tavolo della presidenza, con il cartello «COP PRESIDENT» davanti; attorno a lui altri delegati applaudono.

La COP29 delude. Ma quanti soldi servono per fermare il cambiamento climatico?

Il presidente della COP 29 di Baku, Mukhtar Babayev, chiude i lavori con applausi più di sollievo che di entusiasmo. Per fortuna è …

Luca Carra ·
foresta amazzonica
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La Cop30 del popolo che esclude il popolo: le contraddizioni di Belém

Ospitare la Cop30 nella città amazzonica di Belém è una scelta simbolica potente: riconosce che il futuro del pianeta si gioca …

Novella Gianfranceschi ·
Panel alla COP 30 in una sala conferenze: sette relatori seduti dietro tavoli con microfoni, di fronte a una platea vista di spalle. Sullo schermo alle loro spalle si legge il logo «COP 30 Brasil Amazônia».
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COP 30: ancora silenzio sui combustibili fossili

La conferenza di Belém finisce con qualche piccolo passo avanti ma mancando gli obiettivi centrali della progressiva messa al …

Luca Carra ·
Fronte di un ghiacciaio con seracchi e crepacci di ghiaccio azzurro, che emergono da una distesa bianca di neve; in basso a sinistra una fascia di detriti scuri, sotto un cielo grigio e nuvoloso.
Ambiente

La voce della criosfera alla COP30

La COP della verità scientifica - e politica -  si è conclusa con pochi strumenti di mitigazione e adattamento . Tutto questo …

Francesca Radicioni ·
Cartello di cartone alzato da due mani contro un cielo azzurro, con la scritta «PROTECT OUR PLANET!» e, al centro, un globo disegnato a mano in verde e viola.
Ambiente

Ancora qualche considerazione sulla COP30

Torniamo sulla COP30 di Belém, attesa come la “COP della verità”, che ha mostrato limiti e possibilità del negoziato climatico: …

Stefano Nespor ·
orologio nella sabbia
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Abbiamo ormai perso le speranze per restare sotto 1,5°C?

Ci vuole una certa pazienza a fare comunicazione climatica se bisogna continuare a ripetere ossessivamente quali sono le cose da …

Jacopo Mengarelli ·
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Ambiente

Emissioni in stallo: impossibile restare sotto 1,5°C, dice l’UNEP

Il nuovo Emission Gap Report dell’UNEP dice molto chiaramente che è ormai andata perduta la possibilità di restare sotto 1,5°C …

Jacopo Mengarelli ·
Una colonia numerosissima di pinguini reali, in gran parte giovani con il piumaggio bruno e soffice, si estende su una pianura di terra e neve fino a un lago; sullo sfondo, montagne innevate sono illuminate dal sole basso del tramonto.
Ambiente

Aspettando la COP 15: verso il nuovo accordo per la tutela della biodiversità

Dal 7 al 19 dicembre 2022 il Canada ospiterà la quindicesima Conferenza delle Parti della Convenzione sulla Diversità Biologica, …

Laura Scillitani ·
Interno di una foresta pluviale tropicale: in primo piano grandi foglie verdi lucide, poi tronchi scuri, palme e felci, e più in alto una chioma fitta immersa in una luce velata di foschia.
Ambiente

COP 15: un terzo del pianeta per la biodiversità

Fermare la perdita di biodiversità e invertire l’attuale andamento negativo entro il 2030.

Laura Scillitani ·
Giaguaro in primo piano, con il muso rivolto verso chi guarda e il pelo arancio a rosette nere, su fondo blu. A sinistra la scritta «CALI sede de la COP16»; in basso i loghi della COP16 Colombia e della Convenzione sulla diversità biologica.
Ambiente

COP16 di Cali: piani di azione sulla biodiversità, genetica e finanziamenti i temi caldi

Ed ecco la sedicesima conferenza delle parti per la Convenzione sulla diversità biologica, la COP16 della CBD, che si tiene a …

Laura Scillitani ·
uno scatto della cop16
Ambiente

COP16: l'ennesima occasione persa per la biodiversità

La COP16 si è conclusa senza accordi concreti sui finanziamenti per la biodiversità, lasciando in sospeso obiettivi cruciali per …

Laura Scillitani ·
Un colibrì verde smeraldo con gola viola e becco lungo e ricurvo è sospeso in volo accanto a fiori arancioni a tubo, su uno sfondo verde sfocato.
Ambiente

COP16 a Roma: la sfida di un approccio olistico per la biodiversità

Questa settimana, dal 25 al 27 febbraio, si svolge a Roma, presso la sede della FAO, i lavori della Conferenza delle Parti (COP) …

Laura Scillitani ·
Sala plenaria gremita: file di delegati con computer portatili davanti al tavolo dei relatori, sotto un soffitto decorato di blu e oro e una balconata di bandiere di molti paesi; a destra uno schermo mostra un oratore.

COP16 a Roma: un accordo sui fondi per la biodiversità

La COP16 di Roma si è chiusa dopo tre giorni di intense negoziazioni con l’approvazione dei documenti su finanziamenti e …

Laura Scillitani ·
Panoramica della città di Yerevan con montagne sullo sfondo
Ambiente

La COP17 di Yerevan sulla biodiversità alla prova dei risultati

La COP17 della Convenzione ONU sulla diversità biologica si svolge a Yerevan, in Armenia, dal 19 al 30 ottobre 2026. La riunione …

Giorgio Vacchiano ·

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