Le COP, queste sconosciute

Le COP sono il luogo in cui il mondo prova, ogni anno, a mettersi d’accordo sul clima. Da Copenaghen nel 2009 a Belém nel 2025, Scienza in rete le ha seguite con resoconti, commenti e analisi di ricercatori e giornalisti. Questa raccolta mette in fila quei testi alla vigilia della COP31 di Antalya (9-20 novembre 2026). Gli Stati Uniti, usciti dall’Accordo di Parigi a gennaio 2026, sono il grande assente. Sul tavolo ci sono la roadmap per l’uscita dai fossili rimasta fuori dal testo di Belém, la finanza per l’adattamento e la “transizione giusta”, che dovrà decarbonizzare senza lasciare indietro nessuno, garantendo equità sociale per i lavoratori, le comunità locali e le fasce più vulnerabili. La presidenza della COP31 si è autodefinita “la COP dell’attuazione”: dopo dieci anni di promesse, il sistema deve dimostrare di produrre risultati misurabili. Questa raccolta di articoli serve a seguire questa COP e quelle a venire con la memoria di quello che è venuto prima. Letti uno dopo l’altro, i testi raccontano diciassette anni di negoziato, con i passi avanti, le frenate e le promesse mancate e mantenute. Accanto alle cronache dalle conferenze, la raccolta ospita gli articoli sui rapporti dell’IPCC e dell’UNEP che ne hanno preparato il terreno.
Ma facciamo un passo indietro. Cosa sono e come funzionano le COP? La Conference of the Parties, la Conferenza delle parti, è l’organo che riunisce i paesi che hanno ratificato la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), firmata al Summit della Terra di Rio nel 1992 e in vigore dal 1994. Segniamoci questa data, in cui già, alla luce del primo rapporto firmato dagli scienziati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), tutti i Paesi del mondo hanno convenuto sulla necessità di stabilizzare le concentrazioni di gas serra a un livello che eviti “interferenze antropogeniche pericolose” con il sistema climatico. Più di trent’anni fa. Le Parti che hanno firmato la Convenzione di Rio sono 198: i 193 stati dell’ONU, l’Unione europea, Niue, le Isole Cook, la Santa Sede e la Palestina. La prima COP si è tenuta a Berlino nel 1995, presieduta dall’allora ministra dell’ambiente Angela Merkel. Da allora la conferenza si riunisce ogni anno, con la sola eccezione del 2020, a causa della pandemia. Nel 1992, a Rio de Janeiro sono nate tre convenzioni sorelle, sul clima, sulla biodiversità e, poco dopo, sulla desertificazione, e ognuna ha la sua COP. Per questo la raccolta, accanto alle conferenze sul clima, ospita anche quelle della Convenzione sulla diversità biologica, che si riuniscono ogni due anni: da Montréal 2022, dove si è deciso di proteggere il 30% delle terre e dei mari entro il 2030, a Yerevan 2026.
Due trattati hanno fatto seguito alla Convenzione sul clima di Rio. Il Protocollo di Kyoto (COP3, 1997) imponeva tagli vincolanti, ma solo ai paesi industrializzati: gli Stati Uniti non lo ratificarono, Cina e India ne erano esentate. L’Accordo di Parigi (COP21, 2015) è andato ben oltre: tutti i paesi sono tenuti a presentare i propri piani nazionali (i Nationally Determined Contributions, NDC), da rivedere ogni cinque anni con l’obbligo di rivedere sempre al rialzo gli obiettivi. L’insieme di questi contributi dovrebbe convergere a raggiungere un obiettivo comune, restare ben sotto i 2 °C di riscaldamento puntando a 1,5 °C. L’Accordo di Parigi è vincolante secondo il diritto internazionale. In altre parole, obbliga a fare, ma non a raggiungere un risultato che infatti ci sta sfuggendo di mano. Qualcuno ha rappresentato le COP come riunione di condominio. L’analogia in effetti funziona: stesso livello di litigiosità fra i delegati dei diversi Paesi che negoziano le misure da perseguire, ma anche un accordo, spesso al ribasso, che alla fine si riesce a raggiungere. Si può anche dire che ogni paese ha i suoi millesimi, che potremmo misurare in emissioni e ricchezza. Questi, in generale sono tenuti a fare gli sforzi maggiori anche per gli altri, che occupano monolocali e sgabuzzini. Come già sosteneva la Convenzione di Rio, tutti sono tenuti a contribuire al contrasto del pericolo climatico, secondo le proprie responsabilità e capacità. Si chiama giustizia climatica. In questo condominio non ci sono solo gli amministratori e tecnici, vale a dire gli scienziati che con i loro modelli e scenari aggiornano il calendario di sventure che ci aspettano se non agiamo. Ci sono anche le aziende che vogliono accaparrarsi i lavori di ristrutturazione delle case, e coloro – che ingrossano il gruppo più numeroso – che difendono la vecchia caldaia a olio combustibile o a gas contro le più pulite pompe di calore. Infine nelle COP, parallelamente ai negoziati, troviamo migliaia di attiviste e attivisti e rappresentanti della società civile che manifestano, organizzano incontri e fanno di tutto per convincere le delegazioni ufficiali a darsi il coraggio per osare accordi e soluzioni più ambiziosi.
Una COP dura due settimane, quasi sempre con i tempi supplementari. La sede ruota tra i cinque gruppi regionali dell’ONU e il paese ospitante esprime il presidente, che guida i lavori, scrive le bozze finali e decide quando battere il martello licenziando la decisione definitiva. Nella prima settimana lavorano i tecnici, nella seconda arrivano i ministri. Una prima bozza di testo parte dalla assemblea plenaria, le sue parti vengono distribuite ai gruppi di contatto, che attraverso una serie di consultazioni con diversi livelli di segretezza pervengono a una bozza via via più avanzata dell’accordo che infine, dopo una serie infinita di tira e molla viene approvato in plenaria. La regola è che «nulla è concordato finché tutto non è concordato».
Soprattutto, non si vota, non esistono maggioranze e minoranze. Le regole di procedura non sono mai state adottate formalmente, e la norma sul voto è rimasta sospesa perché alcuni paesi, a cominciare dai produttori di petrolio, non hanno mai accettato di poter finire in minoranza. Si decide quindi per consenso, cioè in assenza di obiezioni: ogni paese ha di fatto un potere di veto, e i testi finali sono spesso al ribasso. I quasi duecento paesi negoziano in gruppi (G77 e Cina, Unione europea, piccoli stati insulari, paesi meno sviluppati, Gruppo arabo, BASIC), e anche le parole hanno il loro peso: shall obbliga, urges esorta, invites appena invita; phase out vuol dire eliminare, phase down ridurre (il carbone, COP di Glasgow), transition away, invece vuol dire “allontanarsi”, mirabile invenzione per intendere che ci dobbiamo liberare, ma con calma, dei combustibili fossili (COP di Dubai).
Scienza in rete comincia a scrivere di COP con Copenaghen – la numero 15 - nel dicembre 2009, anno di nascita della rivista. Alla vigilia del vertice Pietro Greco chiedeva trasparenza totale sul clima, dopo il furto delle email della Climate Research Unit, e il chimico Vincenzo Balzani avvertiva che Copenaghen chiamava più energia solare. Copenaghen è stato forse il fallimento più clamoroso nella storia delle COP, poiché nonostante le attese non si è riusciti a fissare nessun obiettivo di riduzione delle emissioni climalteranti, né una roadmap con obiettivi a breve e lungo termine. Da questa delusione parte il racconto di Scienza in rete: l’economista ambientale Massimo Tavoni spiega come a Cancún, un anno dopo, «si premia la modestia»; il climatologo Stefano Caserini racconta l’incerto futuro del Protocollo di Kyoto; il ricercatore Gabriele Messori scrive da Varsavia, dove il negoziatore filippino Yeb Sano, pochi giorni dopo il tifone Haiyan, dice che la crisi climatica «è follia» e che si può fermare.
Parigi 2015 è il cuore della raccolta. L’autore IPCC Sandro Fuzzi giudica l’accordo un buon risultato, ricordando però che «la COP è un evento politico nel quale la scienza […] rimane solo sullo sfondo». L’avvocato ambientale Stefano Nespor ci legge la rivincita della politica globale sull’ambiente, dopo anni in cui sembrava «finita l’epoca delle conferenze». Di nuovo Balzani, mettendo l’Accordo accanto all’enciclica Laudato si’, scrive che finalmente «è cambiato il vento». Poi vengono le regole di Katowice, nella ricostruzione del sito Climalteranti, e la delusione di Madrid: l’epidemiologo Paolo Vineis paragona il pianeta a un malato grave affidato «a un’equipe di chirurghi litigiosi, invidiosi e pasticcioni», mentre l’attivista Chiara Soletti difende comunque il multilateralismo come «un’opzione migliore del vuoto internazionale».
A Glasgow, nel 2021, Scienza in rete era in sala: Giorgio Vacchiano e Luca Carra si sono passati il testimone, una settimana ciascuno, raccontando «la prima COP a nominare il carbone». Seguono Simonetta Pagliani sulla salute e sul «secchio vuoto» di Sharm el-Sheikh, la conferenza che istituisce il fondo per perdite e danni. Luca Carra su Dubai, dove «doveva essere un petroliere a dire addio ai fossili»; su Baku, con i 300 miliardi di dollari l’anno promessi contro i 1.300 necessari, e su Belém, che tace sull’eliminazione dei combustibili fossili. Belém viene raccontata anche da Novella Gianfranceschi, Francesca Radicioni e di nuovo da Nespor. Sul fronte della biodiversità, l’ecologa Laura Scillitani ha seguito il percorso da Montréal a Cali e a Roma, e Giorgio Vacchiano presenta la COP17 di Yerevan. Insomma, una sinfonia di voci dal mondo della scienza e del giornalismo per raccontare una storia che dura da più di trent’anni con risultati alterni. Per alcuni un avvicendarsi di delusioni, per altri un cammino tortuoso ma non inutile.
Rilette in fila, le cronache mostrano alcune costanti che torneranno utili per la lettura delle COP successive. La prima è lo scarto tra scienza e politica: a ogni conferenza i rapporti dell’IPCC e dell’UNEP dicono quanto manca ancora per raggiungere gli obiettivi fissati a Parigi, e i testi finali concedono sempre meno del necessario. Antalya, in Turchia, è la trentunesima COP, dopo trent’anni di negoziati in cui le emissioni globali sono cresciute di oltre il 50%. Secondo l’Emissions Gap Report 2026 dell’UNEP, anche se tutti i nuovi piani nazionali fossero attuati il riscaldamento arriverebbe a circa un aumento di temperatura globale media di 2,6°C a fine secolo. Il che in alcuni hotspot del pianeta, come il nostro Mediterraneo, può significare un riscaldamento quasi doppio. Uno sproposito. La seconda costante è la domanda su chi paga. Dai 100 miliardi promessi a Copenaghen al fondo per perdite e danni di Sharm el-Sheikh, fino ai 300 miliardi di Baku, la finanza per i paesi più vulnerabili è il filo che lega tutte le conferenze.
Molti dubitano dell’efficacia delle COP. Eppure il processo avanza, per piccoli passi che a volte diventano svolte: la soglia di 1,5 °C, il carbone nominato a Glasgow, i combustibili fossili scritti per la prima volta in una decisione a Dubai. Le COP non sono il governo mondiale del clima che con mano ferma piega la curva delle emissioni, ma restano l’unico luogo in cui tutti i paesi, grandi e piccoli, siedono allo stesso tavolo e rendono conto dei propri impegni. Il fatto che in questi 31 anni le emissioni globali di gas serra non abbiano fatto che crescere per arrivare forse a un punto di svolta solo ora, non ci deve far dimenticare che questo è dovuto al poderoso aumento di paesi in via di sviluppo come Cina (+340%) e India (+230%), compensate solo in parte dalla discesa di emissioni per scelta o per necessità dell’Europa (-35%), della Russia (-50%), degli Stati Uniti (-15%) e altri ancora. Le COP non sono state risolutive, ma nemmeno un fallimento. Senza la costante tessitura delle diplomazie climatiche, sorrette dallo straordinario sforzo scientifico di migliaia di ricercatori e ricercatrici e la maturazione delle tecnologie verdi, oggi ci troveremmo in acque ben più agitate. La transizione è in corso, nonostante tutto.
Luca Carra
Capitoli
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