A Santa Marta per dire addio alle fonti fossili ai tempi della crisi energetica
Nella cornice della città colombiana di Santa Marta si discute di come abbandonare carbone, petrolio e gas, strategia complessa soprattutto ora che è bastato chiudere Hormuz per prenderci alla gola.

A Santa Marta, in Colombia, dal 24 al 29 aprile si tiene la prima conferenza internazionale dedicata all’abbandono delle fonti fossili. Il contesto è noto: la guerra in Iran ha provocato il terzo shock energetico in meno di un decennio, dopo la pandemia e l’invasione russa dell’Ucraina. È l’ennesima crisi a mostrare la fragilità dei sistemi fondati su petrolio, gas e carbone: “costosi, volatili, esposti ai conflitti, ostaggi della geopolitica”, dunque necessaria la transizione.
I dati dell’Agenzia internazionale dell’energia delineano uno scenario di cambiamento: nel 2025 la domanda di petrolio, carbone e gas è cresciuta più lentamente rispetto al 2024, mentre la domanda globale di elettricità è aumentata circa 2,3 volte più rapidamente della domanda energetica complessiva.
Dalla COP 28 a Santa Marta
Santa Marta si inserisce in una storia più lunga di diplomazia climatica. Per decenni petrolio, carbone e gas sono rimasti “l’elefante nella stanza dei negoziati sul clima”. Solo alla COP 28 di Dubai il tema è entrato esplicitamente nel linguaggio multilaterale con la formula “transitioning away from fossil fuels”. Tuttavia, dopo quel negoziato rimane aperta la questione centrale: che cosa significhi davvero, sul piano politico e operativo, abbandonare i combustibili fossili. Molti Paesi si aspettavano una risposta dalla COP 30 di Belém, ma quella risposta non è arrivata.
Il summit di Santa Marta risulta da questa incognita, che dipende in parte dal meccanismo di voto nei processi decisionali delle COP: “non si vota a maggioranza, ma per consenso, cioè un testo viene approvato solo se nessuno dei 198 Paesi partecipanti solleva obiezioni”. È questo meccanismo che finora ha impedito di raggiungere un accordo formale sull’abbandono dei combustibili fossili.
Alla COP di Belém, alcuni petrostati si sono opposti a un’implementazione formale del transitioning away from fossil fuels. Da quel tentativo fallito, Colombia e Paesi Bassi hanno promosso il forum di Santa Marta. Alla conferenza partecipano circa sessanta Paesi, tra cui Italia e Unione europea, ma anche produttori di petrolio e gas come Australia, Canada e Brasile. Assenti: Stati Uniti, Cina, India e i principali Paesi del Golfo, sebbene i governi coinvolti rappresentino comunque circa un terzo della domanda globale di combustibili fossili, un quinto della produzione mondiale e un PIL combinato di 42 mila miliardi di dollari.
Cosa non è Santa Marta
Per capire questa conferenza, bisogna partire da cosa non è Santa Marta: “non è un mini negoziato ONU, non produrrà un testo multilaterale vincolante e non intende sostituire il percorso delle COP”. I documenti ufficiali insistono su questo punto: la conferenza è pensata come uno spazio complementare, orientato all’implementazione, per Paesi già disposti a discutere in termini concreti una transizione “giusta, ordinata ed equa”.
Il summit è organizzato con una serie di segmenti: quello accademico, quello della società civile e quello ministeriale, che chiuderà i lavori. Da lì dovrebbe emergere un documento conclusivo con proposte destinate a confluire nel percorso che porterà dalla COP 30 alla COP 31. Il chair’s summary non dovrebbe essere pubblicato nell’ultimo giorno della conferenza: anche questo dettaglio conferma che Santa Marta va letta più come una tappa di un processo che come un evento risolutivo in sé.
Dodici azioni chiave dagli scienziati
Il documento finale sarà costruito anche a partire da un rapporto commissionato a un gruppo internazionale di scienziati e scienziate, dal titolo Action insights for the Santa Marta process. Il report propone dodici azioni chiave: l’eliminazione dei sussidi alla produzione e al consumo di combustibili fossili, l’avvio di un percorso legale per vietarne la pubblicità, lo stop ai nuovi progetti di estrazione e alle nuove infrastrutture fossili, forti tagli alle emissioni di metano, l’accelerazione dell’elettrificazione e l’inserimento di obiettivi di riduzione dei fossili nei piani climatici nazionali. Non considerare il gas naturale come combustibile di transizione.
Come ha osservato Valeria Zanini, analista di diplomazia climatica di Ecco: “la vera sfida di Santa Marta non è fare una semplice lista della spesa, ma far confluire le proposte per la transizione nei lavori della roadmap per l’abbandono delle fonti fossili portata avanti dalla presidenza della COP 30”.
Il nodo del debito
Santa Marta è il primo passo, ma la trasformazione dei sistemi energetici dipenderà anche da un nodo cruciale: il debito. Un rapporto pubblicato dalla campagna Fossil Fuel Treaty Initiative sostiene che “l’attuale architettura finanziaria stia intrappolando molti Paesi del Sud globale in un circolo vizioso”. Dal 2010 i Paesi a basso e medio reddito hanno più che raddoppiato il proprio debito estero, arrivato nel 2024 a quasi 9 mila miliardi di dollari.
Molti Stati, per ripagare il debito, usano proprio i proventi di petrolio, carbone e gas, mentre la stessa espansione fossile impone nuovo indebitamento e restringe lo spazio fiscale necessario a investire in alternative energetiche. In alcuni casi, come la Colombia, le misure di austerità collegate ai programmi di prestito del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale limitano gli investimenti pubblici nelle rinnovabili.
Dunque, la transizione non potrà essere soltanto una sostituzione energetica, ma richiederà anche una revisione delle strutture finanziarie. Se il summit colombiano avrà un valore, sarà misurabile soprattutto nella sua capacità di portare la discussione dell’abbandono delle fonti fossili su un piano operativo e sulle condizioni materiali necessarie alla sua realizzazione, incluso il superamento del debito dei Paesi più poveri verso quelli più ricchi.
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