Body Nature

Titolo originale: 
Body Nature
Data: 
25 February, 2011
Soggetto: 
Doppia personale di Marta De Menezes e Dario Neira al parco Arte Vivente di Tori

Intervista a Dario Neira

Claudio Cravero: Gli artisti inseriti nei cosiddetti filoni Bioarte, Biotech o Ecoarte in genere hanno alle spalle una formazione artistica tradizionale e un approdo al mondo scientifico per vie trasversali. Tu hai invece un percorso inverso, cioè dalla medicina all’arte. Come nasce questa prossimità all’arte contemporanea che si è poi trasformata in lavoro?

Dario Neira: Mi occupo di arte da sempre; non riesco infatti a definire un inizio della mia attività artistica: so che nel 1985 vinsi il mio primo concorso internazionale ed ero un giovane studente, entrambe le cose si sono sempre mescolate…

C.C.: Credo che la tua ricerca trovi significato nel connubio delle due attività che pratichi, quella di artista e di medico, e ne sia anzi imprescindibile. Come riesci a coniugarle e a farle dialogare?

D.N.: Inizierei col sostituire quella che tu chiami con una declinazione filosofica “attività”, con la parola “lavoro”, che meglio restituisce il ritmo di efficienza, operosità e fatica. E’ indubbiamente impegnativo fare due lavori, qualunque essi siano. Nel mio caso le due soluzioni si fondono “naturalmente”, per osmosi si parlano e danno vita ad un connubio trasversale, ibrido, che è la mia esistenza.

C.C.: Nei tuoi lavori c’è una forte componente organica spesso legata a strumentazioni mediche. Da una definizione di Jens Hauser (curatore della mostra L'Art Biotech, Lieu Unique, Nantes, Francia, nel 2003), “Lo scopo della arte biotech è sollevare il velo su quanto accade all'interno dei laboratori di genetica per interrogarsi sulle tecnologie e imparare a utilizzarle”. Ti ritrovi in quest’affermazione, nel senso che l’utilizzo del laboratorio è un vincolo che ti poni in termini di processualità e formalizzazione nell’allestimento? O si tratta di un espediente narrativo per raccontare altro?

D.N.: Direi di no, il punto di vista di Hauser è assolutamente dogmatico perché parte dal presupposto che esista un’arte biotech e non degli artisti che si esprimono con dei materiali. Non credo sia così interessante quello che succede nei laboratori oltre alla suggestione del luogo in sé che non può essere - o forse - non può più essere la forza del lavoro; tracciati, sensori, provette, monitor, spesso allontanano da una comprensione “emotiva” di un lavoro. Credo invece in una formalizzazione sottrattiva, dove il laboratorio, se c’è stato, sia solo un passaggio acquisito e venga relegato dietro le quinte.

C.C.: La tua narrazione - come altre dei tuoi colleghi, e non necessariamente in questo ambito artistico - è densa di riflessioni sulla vita e sulla morte. Pensieri sul mistero più grande e su cui, appunto in quanto mistero, nemmeno la scienza è in grado di fornire risposte. Nella recente Body Nature, mostra allestita al PAV di Torino, hai indagato questi temi in diverse installazioni, per arrivare infine a Claustrum, un percorso sonoro tratto dalla lettura de Le Ceneri di Gramsci di Pasolini. Com’è nato questo lavoro che tu stesso hai definito un’esplorazione del sacro e della sacralità?

D.N.: La sacralità è uno degli elementi più importanti e fondanti del mio lavoro. Ho realizzato spesso delle opere “oppositive”, che in qualche modo esprimevano quello che per me non era il sacro. In Claustrum ho voluto essere generativo, ho cercato di “rovesciare il guanto”. Così ho utilizzato la voce di Pasolini nella lettura del 1962 di Le Ceneri di Gramsci per realizzare un’installazione sonora in 12 sequenze che indagasse temi come il corpo, la natura, i sentimenti, il tempo… Il mio timore era quello di “profanare” Pasolini, come ormai sempre più spesso viene fatto, poi ho letto che lui stesso aveva chiesto al poeta Evtusenko di interpretare il ruolo di Cristo ne “Il Vangelo secondo Matteo” ed ho capito che ero sulla buona strada. Pasolini, in una sua lettera al poeta russo, spiegava le ragioni di questa scelta: per interpretare una figura così alta nella creazione “alla innocente espressività della natura bisognava aggiungere il lume della ragione; e allora ho pensato ai poeti…”.

Dario Neira, Torino, 1963
Attraverso la fotografia, il video e l’installazione, i lavori di Dario Neira si articolano spesso intorno all'uso del linguaggio, alla messa a punto di parole e frasi che indagano l'essere umano e i suoi stati d'animo in una sorta di celebrazione testuale in cui confluiscono l'arte e la scienza. La medicina è, per sua formazione, il mondo che l'artista pratica e dal quale egli attinge per formulare enunciati; parole che, sempre in lingua inglese, formano brevi statement, dichiarazioni intese come risposta a un’urgenza comunicativa a tutto ciò che soffoca inespresso nel corpo umano. Recuperando il sentimento, spesso nascosto e non svelato, nella natura umana, Neira ricrea suggestioni, narrazioni e situazioni di un vissuto quotidiano al tempo stesso straordinario.

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Arte e scienza
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