Sei domande al ministro della Ricerca

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Ci sono almeno sei questioni che riguardano la politica della ricerca, che il governo non ha risolto e che ci consigliano quanto meno di sospendere il giudizio sui buoni propositi annunciati dal Ministro Mariastella Gelmini quando ha presentato le bozze del Piano nazionale per la Ricerca.

  1. 80 Milioni per l'assunzione di ricercatori nel 2009.  Lo scorso 13 novembre l'Osservatorio sulla Ricerca (assieme ad altri) denunciava (anche basandosi su documenti parlamentari ufficiali, in particolare l'interrogazione parlamentare a firma Ghizzoni) il rischio di veder tornare nelle casse del Dicastero dell'Economia gli 80 milioni già stanziati nella finanziaria del 2007 per un piano triennale di giovani ricercatori. Il Ministro Mariastella Gelmini rassicurava, il giorno successivo, sulla pronta disponibilità da parte del MIUR a impegnare quella quota per via amministrativa, denunciando un equivoco irrilevante ai fini dell'impegno. A tutt'oggi non ci sono tracce del piano di riparto e della disponibilità di quei soldi. Ad aggravare la situazione è la Legge 1/2009 che all'art. 1, comma 5, recita: «In attesa del riordino delle procedure di reclutamento dei ricercatori universitari e comunque fino al 31 dicembre 2009, le commissioni per la valutazione comparativa dei candidati di cui all'articolo 2 della legge 3 luglio 1998, n. 210, sono composte da un professore ordinario o da un professore associato nominato dalla facoltà che ha richiesto il bando e da due professori ordinari sorteggiati in una lista di commissari eletti tra i professori ordinari appartenenti al settore disciplinare oggetto del bando, in numero triplo rispetto al numero dei commissari complessivamente necessari nella sessione». Quindi tutti i bandi che, nell'eventualità di una conferma (anche parziale) di co-finanziamento dovessero partire dopo il 31 dicembre, rischierebbero di essere bloccati di fatto per assenza di una normativa sulle procedure di reclutamento. Siamo quindi vicinissimi alla scadenza effettiva e riteniamo che solo un'efficace mobilitazione dell'opinione pubblica possa permettere ad altri 2100 scienziati italiani di vedere soddisfatte le proprie aspettative che corrispondono sempre più con gli interessi reali del Paese. Invitiamo a questo proposito a sottoscrivere la Petizione dell'ADI sul sito che la stessa ADI (Associazione Dottorandi e Dottori d'Italia) ha appena lanciato.
  2. A quando l'emanazione dei bandi PRIN? I Programmi di ricerca di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN), rappresentano una delle poche risorse che la ricerca pubblica ha a disposizione per avviare significativi progetti di ricerca (data la scarsità di risorse ordinarie a disposizione di università e enti). L'importanza di questi programmi è anche data dalla loro cadenza annuale e dall'opportunità che essi offrono in maniera costante alle attività di ricerca. C'è purtroppo un grave ritardo nelle valutazioni dei PRIN 2008, non ancora disponibili, mentre non si ha notizia (e siamo a dicembre!) dei nuovi bandi PRIN 2009.
  3. Che succede del FIRST e dei fondi a esso assegnati? Ci sono 370 milioni per l'anno 2009 che erano stanziati dalla finanziaria 2007 sul nuovo fondo FIRST (Fondo per gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica) e che andranno in economia dato che i provvedimenti attuativi del fondo non sono stati realizzati.
  4. Tagli al fondo ordinario dell'università. Come promesso nella finanziaria dello scorso anno (che come sempre ha un quadro prospettico triennale) si procede ai tagli al Fondo di finanziamanto ordinario (FFO) delle università, che per il 2010 ammonta a 678 milioni di euro! Come farà l'università pubblica non a coltivare il merito, ma anche solo a sopravvivere in condizioni dignitose?
  5. La ricerca per la prevenzione. Un guaio grave sembra affacciarsi all'orizzonte della sicurezza per i nostri territori. Non discutiamo qui della pessima prospettiva di privilegiare gli investimenti per le opere faraoniche a dispetto di una costante messa in sicurezza del territorio (come anche recentemente denunciato dal Presidente della Repubblica); quanto piuttosto della decisione di separare le funzioni di sorveglianza sismica del territorio nazionale e di coordinamento delle reti sismiche regionali e locali, dall'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV) in cui sono oggi incluse, portandole sotto il Dipartimento della protezione civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri. L'ipotesi viene ventilata da un, per ora fantasma, decreto legge (denunciato in un articolo della rivista Left). Si tratterebbe in sostanza di produrre una gravissima cesura tra le funzioni di monitoraggio sismico e le attività di ricerca. In tutto il mondo queste funzioni vengono tenute assieme in quanto la loro intensa correlazione mette in grado il sistema complessivo di svilupparsi e di crescere qualitativamente, mentre una loro separazione porterebbe a breve allo scadimento di entrambe queste funzioni, con ricadute negative sulla sicurezza dei territori e di chi vi abita.
  6. L'Istituto Italiano di tecnologia: isola felice. C'è una curiosa anomalia nel quadro tetro della riduzione di risorse per il settore della conoscenza: l'Istituto italiano di tecnologia (IIT). L'IIT è una fondazione di diritto privata che riceve risorse consistenti e costanti nel tempo. Non usa questa fortuna unica: infatti non spende i fondi ottenuti (dal 2004 ha ricevuto 518 milioni e ne ha spesi 108,5). Inoltre svolge un ruolo di agenzia (mai definito nella sua missione), che non viene valutato: o meglio quando - una sola volta - è stato valutato ha potuto permettersi di non pubblicizzare la (non propriamente positiva) valutazione. Inoltre (e ciò forse offre una spiegazione ad alcuni dei nostri dubbi) ha un Presidente che è contemporaneamente direttore generale del Tesoro e un Direttore scientifico che contemporaneamente è anche direttore del Laboratorio nazionale di nanotecnologia (NNL) di Lecce.

Concludendo. Ci spiace aver posto così tante questioni di rilevanza significativa in un solo articolo. Il rischio è sottovalutare fatti anche molto gravi che se messi a fuoco singolarmente assumerebbero una maggiore visibilità e una maggiore valenza. Al contempo, però, riteniamo che la visione d'insieme delle politiche messe in atto in questo settore rende più evidente sia il quadro complessivo sia i rischi cui il Paese continua a essere sottoposto.

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Sono state rese pubbliche il 5 dicembre scorso tre nuove mappe che mostrano le aree del pianeta più esposte al rischio sismico e quelle che, nel caso di un terremoto, subirebbero i danni maggiori in termini di morti, edifici crollati, danni all'economia (in particolare le tre mappe si riferiscono a hazard, risk ed exposure). A realizzarle, dopo quasi dieci anni di lavoro, è il Global Earthquake Model, un consorzio di università e industrie fondato dall'OCSE con sede a Pavia. Per la prima mappa i ricercatori hanno incorporato oltre 30 modelli nazionali e regionali di attività sismica con l'obbiettivo di calcolare la probabilità che un certo evento sismico con determinate caratteristiche si verifichi in ciascuna zona. Per la seconda hanno svolto un'indagine sui materiali e l'architettura degli edifici, mentre per la terza hanno misurato la distribuzione e la densità delle costruzioni. Nell'immagine i danni provocati dal terremoto del 28 settembre scorso a Petobo, un villaggio a sud della capitale Palu nella provincia centrale dell'isola di Sulawesi, Indonesia. Credit: Devina Andiviaty / Wikipedia. Licenza: CC BY-SA 3.0

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