Cosa dice la chiesa sul cambiamento climatico?

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Agli inizi del 2007, quando John Brockman, curatore del forum scientifico Edge, si rivolse a illustri scienziati, scrittori, filosofi e artisti chiedendo loro What are you optimistic about and why?, alcuni non disdegnarono di affrontare le questioni del clima e dell’energia, fonte generalmente  di preoccupazione più che di ottimismo. Tra loro c’era William Calvin, neuropsicologo presso la University of Washington a Seattle e autore del libro How Brains Think: Evolving Intelligence, Then and Now (1996), il quale rispose: “Penso che sia possibile che i leader dei principali gruppi religiosi vedranno presto il cambiamento climatico come un serio fallimento delle istituzioni. E, una volta che vedranno il nostro attuale utilizzo dei combustibili fossili come un’imposizione profondamente immorale sugli altri e sulle generazioni future, i loro argomenti vinceranno sulle obiezioni economiche”.  

La risposta completa di Calvin è riportata nel libro che lo stesso Brockman pubblicò nel corso dello stesso anno e che fu tradotto da Il Saggiatore con il titolo 153 ragioni per essere ottimisti (2010). Può essere utile rileggerlo oggi, anche per verificare la fondatezza delle ragioni addotte dai protagonisti. Secondo Calvin, che quasi dieci anni dopo pubblicherà un libro dedicato proprio al clima Global Fever: How to Treat Climate Change (2008), quelle obiezioni economiche erano fatte di discorsi-infiniti-per prendere-tempo e gli argomenti morali avrebbero prevalso come quando finì la schiavitù del XIX secolo.

E’ facile verificare che quella sorta di profezia trova puntuale riscontro in recenti, autorevoli, prese di posizione della Chiesa Cattolica, passate purtroppo quasi inosservate a causa del bailamme mediatico che accompagna le nostre giornate. Si può cominciare da quella più recente, come il richiamo lanciato  il 9 Giugno u.s. da Benedetto XVI in occasione della presentazione collettiva delle lettere credenziali di sei ambasciatori e plenipotenziari presso la S. Sede.  Il Papa ha ricordato che Dio ha affidato all’uomo la buona gestione della natura e che “l’ecologia umana è una necessità imperativa”, perciò, “adottare in ogni circostanza un modo di vivere rispettoso dell’ambiente e sostenere la ricerca e lo sfruttamento di energie adeguate che salvaguardino il patrimonio del creato e non comportino pericolo per l’uomo, devono essere priorità politiche ed economiche”.

Naturalmente, non era la prima volta che il Magistero si occupava di ambiente e della sua tutela.  Già nel 1986, il predecessore dell’attuale Pontefice, riferendosi al noto passo della Genesi (1:28): "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra” precisava che “soggiogare” non  significa affatto “devastare”. La presa di posizione dell’attuale Papa, manifestata, tra l’altro,  alla vigilia del referendum italiano che ha voltato pagina sul nucleare, appariva sostenuta dal Rapporto del Gruppo di Lavoro incaricato dalla Pontificia Accademia delle Scienze intorno a “Il destino dei ghiacciai di montagna nell’Antropocene”, reso pubblico l’11 maggio 2011. Il Gruppo era composto da glaciologi, climatologi, fisici, chimici, alpinisti e esperti giuridici, ed era incaricato di occuparsi del regresso dei ghiacciai d’alta montagna. I co-organizzatori del gruppo di lavoro erano L. Bengtsson, P.J. Crutzen e V. Ramanathan.  Ne facevano parte anche gli italiani Carlo Rubbia e Sandro Fuzzi.  Si trattava di personalità di prim’ordine, infatti,  P.J. Crutzen ha diviso con Mario J. Molina e F. Sherwood Rowland il premio Nobel per la Chimica 1995 per la scoperta del buco dell’ozono. Dopo un’analisi articolata del problema dei cambiamenti climatici sia di origine astronomica che antropica, il documento afferma con chiarezza che non è possibile un futuro sostenibile basato sull’uso di carbone, petrolio e gas naturale sia per l’esaurimento delle risorse che per i danni ambientali collegati. Formula quindi tre raccomandazioni, che si possono così riassumere:

  • Ridurre senza indugi le emissioni di biossido di carbonio, usando tutti i mezzi possibili e impegnarsi su una rapida transizione alle fonti di energia rinnovabili.
  • Ridurre per lo meno del 50% la concentrazione di inquinanti atmosferici che contribuiscono al riscaldamento globale (particelle carboniose, metano, ozono troposferico e idrofluorocarburi).
  • Prepararsi ad adattarsi ai cambiamenti climatici, sia graduali che improvvisi, che la società non sarà in grado di mitigare.

Se si vuole la pace e la giustizia, occorre proteggere l’habitat che ci sostiene, perché occorre essere consapevoli che viviamo tutti in una stessa casa. Questa è l’esortazione principale scaturita dal workshop vaticano e che un domani non lontano diventerà, forse, patrimonio di tutti e quindi motivo di fondato ottimismo.

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Sono state rese pubbliche il 5 dicembre scorso tre nuove mappe che mostrano le aree del pianeta più esposte al rischio sismico e quelle che, nel caso di un terremoto, subirebbero i danni maggiori in termini di morti, edifici crollati, danni all'economia (in particolare le tre mappe si riferiscono a hazard, risk ed exposure). A realizzarle, dopo quasi dieci anni di lavoro, è il Global Earthquake Model, un consorzio di università e industrie fondato dall'OCSE con sede a Pavia. Per la prima mappa i ricercatori hanno incorporato oltre 30 modelli nazionali e regionali di attività sismica con l'obbiettivo di calcolare la probabilità che un certo evento sismico con determinate caratteristiche si verifichi in ciascuna zona. Per la seconda hanno svolto un'indagine sui materiali e l'architettura degli edifici, mentre per la terza hanno misurato la distribuzione e la densità delle costruzioni. Nell'immagine i danni provocati dal terremoto del 28 settembre scorso a Petobo, un villaggio a sud della capitale Palu nella provincia centrale dell'isola di Sulawesi, Indonesia. Credit: Devina Andiviaty / Wikipedia. Licenza: CC BY-SA 3.0

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