La guerra dei buchi neri

Read time: 3 mins
Traduzione: 
Franco Ligabue
Pagine: 
418
Prezzo: 
35,00
Titolo: 
La guerra dei buchi neri
2009
Autore: 
Leonard Susskind
Adelphi
Anteprima: 
Non è un libro facile. E per fortuna: se Susskind, pur grandissimo teorico ed eccellente divulgatore, sapesse presentare la fisica (e anche un po’ la metafisica…) di un buco nero in un libro di facile lettura, verrebbe un terribile complesso di inferiorità.
Miniatura: 

Non è un libro facile. E per fortuna: se Susskind, pur grandissimo teorico ed eccellente divulgatore, sapesse presentare la fisica (e anche un po’ la metafisica…) di un buco nero in un libro di facile lettura, verrebbe un terribile complesso di inferiorità a chi (come me, per esempio) cerca di capirla da decenni. Diciamocelo: molti di noi credono nel buco nero per fede ripetuta … cioè, a furia di sentirle dire, in certe cose uno poi crede. Se Hawking dice che l’informazione evapora insieme al buco nero e scompare come la neve dell’anno scorso, (o come il solito gatto del Cheshire, che però lascia lì il sorriso) noi ci crediamo, perbacco. Susskind no, lui è pronto a battersi: lui sostiene che la neve non evapora con l’inverno … ma, chissà, difficile decidere, almeno per noi, comuni mortali. Però alcuni concetti del libro sono nuovi e affascinanti, come il paragone tra la biblioteca di Tolomeo e quella che potrebbe essere contenuta in un egual volume di volumetti di Planck. Per fortuna che ci viene in soccorso la teoria delle stringhe: il buco nero è un gomitolo di stringhe semplicemente troppo compresso, spinto al di là di un orizzonte dal quale non si può ritornare … affascinante, se non fosse che, confesso, l’uso dell’anglismo “stringhe” stringe, anzi stride, un po’. Perché, diciamolo chiaro, dell’ennesimo errore di traduzione si tratta, anche se certo non dovuto all’eccellente traduttore di Susskind. L’italiano “stringa” rende l’inglese “shoelace”, mentre l’inglese “string” si traduce con “filo, spago” (caso mai, spaghetto). Le “strings” non hanno scarpe intorno a loro, le “stringhe” invece sì … C’è un altro anglismo nel libro che, invece, è non solo interessante ma rappresenta un arricchimento culturale per tutti noi. E’ il verbo “groccare”, direttamente dall’inglese “to grok”, inventato da Heinlein quaranta anni fa. Vuol dire più di capire, vuol dire capire così bene una cosa che tu diventi parte di essa e la cosa di te. Su Marte, per esempio, c’è poca acqua, si sa, e allora i Marziani la “groccano” non la bevono. Perché l’acqua diventa parte del Marziano così come il Marziano dell’acqua. Vabbè, ma prima di groccare i buchi neri … chissà quanti sono al mondo che pensano come un buco nero, che li groccano.

Mi sembra però un allenamento indispensabile per capire davvero Susskind. Oltre a Hawking, l’altro combattente della guerra (tutti contro tutti, naturalmente) e personaggio cardine del libro è il grandissimo fisico olandese Gerard ‘t Hooft, definito “l’ultimo grande fisico europeo, erede di Einstein e Bohr” (e scusate se è poco…). Ma anche Hawking, dopotutto, ha dato un discreto contributo alla fisica europea. Forse un po’ di sano bias USA c’è in tutto il libro, ma non guasta. Ci sono anche momenti umani tra i racconti di buchi neri nel libro di Susskind. Andava ad Aspen, all’inizio, più per pescare trote che per fare fisica, e la sua descrizione è quasi hemingwayana. Ma subito dopo, si passa alla fotocopiatrice quantistica, un altro concettino che richiede una bella ginnastica mentale. Ecco: fortemente raccomandabile, il libro, a chi non ha paura di un po’ di astrazione e di ginnastica mentale. In cambio, forse, si acquista un po’ più di cultura su come si fa (o si racconta) la fisica teorica, cantata in una nuova versione della Ma carena.

altri articoli

Le notizie di scienza della settimana #104

Il biologo molecolare russo Denis Rebrikov ha dichiarato che ha intenzione di impiantare nell'utero di una donna embrioni geneticamente modificati con la tecnica CRIPSR entro la fine dell'anno. L'obiettivo sarebbe quello di prevenire che la madre, colpita da una forma di HIV resistente ai farmaci antiretrovirali, trasmetta il virus ai propri figli. Per farlo, Rebrikov userebbe la tecnica CRISPR-Cas9 per disattivare il gene CCR5, in modo simile a quanto fatto dallo scienziato cinese He Jiankui che lo scorso novembre aveva annunciato di essere stato il primo a far nascere una coppia di gemelle con questo procedimento (He voleva però evitare la trasmissione del virus dell'HIV dal padre alle figlie). La legislazione russa proibisce l'editing del genoma umano in senso generale, ma la legge sulla fertilizzazione in vitro non vi fa esplicito riferimento, e dunque Rebrikov potrebbe trovarsi di fronte un vuoto normativo che conta di colmare chiedendo l'autorizzazione di una serie di agenzie governative, a partire dal Ministero della salute. Scienziati ed esperti di bioetica si dicono preoccupati. La tecnologia non è ancora matura, motivo per cui qualche mese fa un gruppo di importanti ricercatori del campo avevano chiesto di mettere a punto una moratoria sul suo utilizzo in embrioni destinati all'impianto in utero. Non è chiaro poi se i rischi superino i benefici. In primo luogo, la disattivazione del gene CCR5 protegge dalla trasmissione del virus dell'HIV nel 90% dei casi. In secondo luogo, il rischio di mutazioni off-target e on-target indesiderate è ancora molto alto. Rebrikov sostiene che la sua tecnica ne riduca drasticamente la frequenza, ma finora non ha pubblicato alcuno studio scientifico che lo dimostri. Nell'immagine: lo sviluppo di embrioni umani geneticamente modificati con la tecnica CRISPR per correggere una mutazione responsabile della cardiomiopatia ipertrofica (lo studio, condotto nel laboratorio di Shoukhrat Mitalipov presso la Oregon Science and Health University di Portland, risale al 2017 ed è stato pubblicato su Nature). Credit: Oregon Science and Health University. Licenza: OHSU photos usage

Dove finisce la plastica dei ricchi?

Ogni anno gli Stati Uniti producono 34,5 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica. 1 milione di tonnellate vengono spedite fuori dal continente. Fino a qualche anno fa la maggior parte veniva spedita in Cina e Hong Kong, ma nel 2017 la Cina ha chiuso le porte a questo tipo di importazioni, autorizzando solo l'arrivo della plastica più pulita e dunque più facile da riciclare.