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Umiltà ed empatia alla base della comunicazione della scienza

Tempo di lettura: 10 mins

Silvia D'Autilia intervista Pietro Greco per riflettere sulla comunicazione della scienza, sui suoi rapporti con la politica e quello che ci ha insegnato la pandemia di Covid-19, ma anche sull'influenza delle nuove tecnologie.

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Comunicazione della scienza, politica, Covid-19 e nuove tecnologie: abbiamo affrontato con Pietro Greco, giornalista scientifico e scrittore, questi temi e altri ancora.

Nella carenza di conoscenze consolidate attorno a SARS-CoV-2, l’atteggiamento più conveniente alla scienza è quello di tipo dialettico, che rievoca la prassi politica dei nostri sistemi democratici. Alcuni studiosi, come Robert Merton, già a metà ‘900 avevano fatto notare l’incompatibilità tra sistemi autoritari e lo sviluppo della scienza. È importante evocare i loro studi quando appena tre anni fa Roberto Burioni lanciava lo slogan “la scienza non è democratica”. Naturalmente bisogna intendersi sul concetto di democrazia legato alla scienza: se da una parte il metodo scientifico si basa sull’osservazione e l’evidenza sperimentale, dall’altra la divulgazione e la condivisione dei risultati, per definizione, non possono rinunciare alla dimensione comunitaria e collettiva. Come si può configruare quindi il rapporto fra scienza e democrazia?

La tua domanda ha tre diverse dimensioni: una di carattere filosofico, una di carattere storico e la terza legata appunto al momento che stiamo vivendo. Sul rapporto tra scienza e democrazia io la penso esattamente all’opposto di Burioni, che considero comunque un ottimo virologo. Credo che Burioni sbagli di principio, perché la scienza è profondamente democratica.

Come dice Merton, appunto, nella scienza nessuno può parlare ex cathedra, da un pulpito religioso o dallo scagno di un governo più o meno autocratico. Nella scienza tutte le idee possono essere portate da tutti senza discriminazione alcuna e la loro verifica consiste nella corrispondenza ai fatti, che per definizione non possono essere discussi proprio perché sono fatti. Anche in politica si fa della cattiva politica se si discutono i fatti. Come diceva John Ziman, un fisico teorico che si è occupato di sociologia della scienza, “la scienza è un’istituzione sociale il cui obiettivo è il raggiungimento di un consenso razionale di opinione”. Una buona politica cos’è? È il raggiungimento di un consenso su dei fatti che interessano i cittadini.

Ma allora qual è la differenza tra scienza e politica?

Nel modo in cui si combatte l’incertezza: se nella scienza si ricorre al peer review della comunità scientifica per raggiungere un consenso razionale d’opinione, questa stessa funzione in politica può essere svolta dalle elezioni. Ogni democrazia si sviluppa su processi e articolazioni: dai confronti nei parlamenti nazionali fino al parlamento europeo e alle Nazioni Unite, l’obiettivo è dare voce ai fatti. In questo senso non ci deve essere alcuna distinzione tra scienza e democrazia. Le cose invece si potrebbe pensare vadano diversamente dal punto di vista storico. La scienza si è sviluppata in regimi democratici ma anche in contesti autoritari. Sappiamo che nasce nel mondo ellenistico, nel bacino del Mediterraneo e in particolare nell’Egitto di Tolomeo, ad Alessandria d’Egitto, che per 700 anni è stata la capitale mondiale della scienza. Quel regime non era affatto un regime democratico. La stessa cosa la potremmo dire, saltando i secoli, per l’Unione Sovietica, che per certi versi ha sviluppato una scienza altrettanto importante di quella occidentale, benché in un ambito fortemente autoritario. Oppure pensiamo alla Cina attuale, dove scienza applicata e sviluppo tecnologico stanno rappresentando il vero motore della conoscenza. Mi pare possa bastare per dimostrare che la scienza ha preso avvio anche in cornici politiche non garantite dall’assetto democratico.

Quindi potremmo dire che storia e filosofia guardano in maniera diversa al rapporto tra scienza e democrazia?

Io credo di no. Quello di cui ha bisogno la scienza non è una democrazia assoluta, ma una democrazia per così dire “locale”, vale a dire che gli scienziati siano messi nella condizione di fare ricerca liberamente, a prescindere dal sistema politico. Qualcosa di analogo sta succedendo in Arabia Saudita, che ha concesso agli scienziati che vivono lì o arrivano lì per fare ricerca di poter comunque continuare ad adottare i costumi occidentali: l’Arabia Saudita è il caso emblematico di una democrazia locale concessa alla scienza all’interno di un regime politico che però democratico non è affatto. E infine il terzo punto della tua domanda, il Covid-19 e la democrazia scientifica. Quello che è accaduto in questi mesi ci impone di andare alle radici sociali della scienza e alla sua natura dialettica. Einstein quando ha proposto la sua teoria della relatività ristretta, ha fatto una certa fatica ad affermarla perché i suoi colleghi non ci credevano, non si raggiungeva un consenso scientifico sulle sue posizioni. Ma come lui tanti grandissimi scienziati hanno incontrato queste difficoltà. Quando venne pubblicato il “De rivoluzionibus” di Copernico l’editore scrisse di fare attenzione, che si trattava di un modello matematico e non della realtà. Newton ha avuto un confronto asperrimo con Leibniz sul calcolo differenziale, un confronto che ha segnato lo sviluppo della matematica sia nel Regno Unito che nel continente europeo, sfociando in uno scontro d’idee che ha continuato a viaggiare per anni su strade diverse.

Tutti esempi per dire che non mi meraviglio se in questa fase, rispetto a un virus che sino a sei mesi fa neanche conoscevamo, ci siano forti scontri: è l’assenza di certezze che produce questo. Semmai quello che mi meraviglia è il modo in cui questi confronti si consumano nella comunicazione al grande pubblico. In omaggio all’idea di trasparenza va bene che ognuno esprima la sua posizione, ma bisogna sempre badare alle modalità. Entrare nell’agone mediatico o dei social con la pancia e l’emotività anziché con toni pacati ed effettivamente interlocutori non è segno di una buona scienza.

Oggi fare scienza senza aver una buona preparazione in comunicazione della scienza è possibile?

La vicenda del Covid-19 dimostra che la comunicazione della scienza è assolutamente indispensabile perché tutti devono poter attingere alla scienza e quindi essere messi nella condizione di comprenderla. È questa la caratteristica di una vera società della conoscenza, un’espressione di democrazia perché se veramente vogliamo una scienza inclusiva e che raggiunga ogni cittadino dobbiamo innanzitutto pensare a una buona comunicazione pubblica della scienza.

Ma per fare una buona comunicazione scientifica “bisogna andare a scuola”. È una materia a tutti gli effetti. Oggi in Italia abbiamo diverse scuole specializzate in questo, una delle più famose è proprio la Sissa di Trieste dove ci siamo incontrati. Purtroppo moltissimi scienziati si dimenticano di questa disciplina, sicché, anche se il contenuto è giusto e insindacabile, poi all’atto comunicativo inciampano, acuendo la distanza col pubblico. Nel nostro paese abbiamo la fortuna di avere una persona come Piero Angela, esemplare nel fare una buona comunicazione della scienza: la sfida è tenere incollate alla televisione milioni di persone senza correre il rischio dell’incomprensione delle parole e dei concetti. Un vero comunicatore della scienza è abile a cambiare registro se cambia il pubblico. Margherita Hack incarnava eccellentemente questo ideale: era forte coi forti, debole coi deboli; aveva la capacità di entrare immediatamente in sintonia col pubblico, di qualsiasi livello fosse.

È questa la sfida della comunicazione della scienza: l’adattamento al pubblico che è misto ed eterogeneo; proporsi di raggiungerlo, in tutti i suoi livelli, è un atteggiamento massimamente democratico. In sostanza due sono i valori fondamentali della comunicazione della scienza: la prima è l’umiltà, la seconda è l’empatia. Questi sono due capisaldi che permettono di entrare effettivamente in contatto con l’altro. L’assenza di arroganza, di saccenza e l’immedesimazione nell’interlocutore sono i veri punti di partenza della comunicazione scientifica perché permettono di convincere e non di vincere. Nella scienza non si deve vincere proprio nulla.

Se si può affermare che alla base di ogni scienza è necessaria un’economia che ne sostenga progetti e programmi di ricerca, sperimentazioni e divulgazioni, la stessa cosa si dice sempre con un certo riserbo a proposito della politica. È cioè innegabile che una minima saldatura tra scienza e politica ci debba essere, ma a quali condizioni ed entro quali standard?

Se ci riferiamo alle grandi democrazie occidentali alle quali apparteniamo, ormai è naturale che le classi dirigenti di una nazione inglobino membri importanti della ricerca scientifica all’interno dei loro uffici. Anzi, una democrazia inizia a soffrire proprio quando espelle dalla sua classe dirigente gli esperti e gli esponenti delle comunità scientifiche. Per esempio, un tema come l’emergenza climatica, che sta investendo l’intero pianeta e si sta pericolosamente prolungando nel tempo, ha fatto sì che le istituzioni politiche si avvicinassero alle organizzazioni scientifiche, al fine di redigere programmi di governo che non solo tengano conto del problema ma che ne coadiuvino la gestione politica: in questo senso la creazione dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha rappresentato il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici nell’ambito delle Nazioni Unite.

La stessa cosa è avvenuta anche in questa epidemia. Negli Stati Uniti, abbiamo visto che nonostante le divergenze di vedute, Donald Trump ha chiesto ad Anthony Fauci, immunologo di chiara fama, di supportarlo nelle decisioni politiche. Così, nel nostro paese, il governo si è affidato a degli scienziati.

Tuttavia occorre fare una puntualizzazione: i gruppi di tecnici che hanno affiancato la politica del nostro paese in questi mesi si sono sovrapposti agli altrettanti staff scientifici presenti nelle singole regioni. Quindi, se la liaison tra scienza e politica è assolutamente normale, quello che non lo è affatto è la confusione dovuta alla pluralità di voci. Si è verificata un’esplosione comunicativa senza precedenti, che ha veicolato messaggi a volte opposti e contraddittori. Ne è conseguito un disorientamento sociale considerevole.

Non solo. Oltre a una corretta catena di comando sarebbe stato fondamentale il coinvolgimento dei cittadini in prima persona, sia nella diffusione delle informazioni, sia nella valorizzazione dei territori. Partiamo dal primo aspetto. Nelle conferenze stampa della protezione civile, per esempio, sarebbe stato opportuno esporre delle analisi più approfondite a fianco dei numeri, in modo da permettere al pubblico di comprendere i criteri con cui si contavano i positivi e il rapporto con i tamponi effettuati. Si è persa un’occasione importante di alimentare cittadinanza scientifica a partire da un’emergenza che interessava tutti, nessuno escluso. Oggi non c’è speranza di progresso scientifico se non in termini partecipativi e inclusivi.

Infine, per quanto riguarda la valorizzazione dei territori, credo che nelle Regioni in cui si è messo da parte il modello ospedale-centrico a favore della presa in carico locale dei pazienti le cose siano andate in modo migliore: nel coinvolgimento dei medici di base, degli operatori sociali, delle organizzazioni assistenziali e perfino dei genitori degli anziani o dei parenti di pazienti con gravi problematiche si è veramente ravvisata una “democrazia sanitaria” in grado di collegare la decisionalità centrale con le esigenze particolari.

Negli ultimi anni la scienza è cambiata molto: grazie alla tecnologia è stata velocizzata la ricerca e grazie al digitale la sua comunicazione è divenuta più rapidamente fruibile. Ma quest’ultimo aspetto ha rappresentato un’arma a doppio taglio, a causa della facilità con cui il web permette di far circolare erronee informazioni. La lotta contro la disinformazione è divenuta una prerogativa irrinunciabile non solo e non tanto del fare scienza, ma soprattutto delle corrette strategie di comunicazione della scienza. Come possiamo ragionare su queste nuove sfide che la scienza deve affrontare?

Questo è un tema estremamente importante. Tuttavia quella che oggi chiamiamo “infodemia” non è un argomento nuovo. Già nel ‘500 esistevano i cosiddetti “ciarlatani”, ovvero coloro che tramite la chiacchiera vendevano medicamenti e false guarigioni, verità protoscientifiche rispetto a quelle proposte da medici e studiosi. Leggendo il testo “Le rivoluzioni del libro” di Elizabeth Eisenstein, si scopre che ci fu una reazione avversa da parte di molti intellettuali rispetto all’introduzione stessa del libro stampato. Il timore derivava dal fatto che quello strumento avrebbe potuto propagare una sottocultura di massa, dovuta alla facilità di diffondere un sapere non veritiero come ad esempio la superstizione. Effettivamente il libro ha rappresentato il primo mezzo per la realizzazione di una cultura di massa ma le cose non sono andate così tragicamente come si prevedeva. In quest’epoca, e precisamente nel 1610, vide la luce il “Sidereus Nuncius” di Galilei che per il filosofo Ernst Cassirer è stato un testo spartiacque tra un prima e un dopo del sapere, un libro che ha segnato irreversibilmente la cultura e la conoscenza.

Oggi, in modo analogo, le tecnologie stanno diventando molto potenti e come in tutte le più grandi rivoluzioni si verifica una prima “fase distruttiva” per poi raggiungere nuovi modelli ed equilibri. Ebbene, anche l’esplosione del digitale sta portando caos, ma anche un’accelerazione della comunicazione indispensabile a mettere in contatto tra loro persone lontanissime: ha in pratica annullato lo spazio aprendo la strada a un dialogo senza vincoli. Dunque, se è vero che il rischio di diffusione delle cosiddette fake news è più alto, è però altrettanto vero che abbiamo ulteriori possibilità di difendere il sapere reale, dimostrato su basi scientifiche, attraverso un’adeguata educazione scientifica. È un percorso molto impegnativo, si inizia chiaramente tra i banchi di scuola, ma poi si alimenta lungo tutta la vita con le relazioni culturali e interculturali. Certo, è molto faticoso creare questa cultura, perché la pars destruens è una minaccia sempre presente e perfino più potente della pars construens, ma la formazione di una corazza scientifica è l’arma migliore con la quale sia prevenire che curare questi mali. È per questo che sono molto ottimista, perché nonostante i venti della demagogia soffino sempre prepotentemente, tuttavia non hanno possibilità distruttiva laddove c’è pensiero critico e capacità di analisi.

 

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