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Studi clinici in "fase zero"

Scopri gli studi clinici di fase zero, una rivoluzione nella ricerca oncologica che utilizza microdosi per validare il meccanismo d'azione dei farmaci e accelerare lo sviluppo di nuove terapie.

I ‘fase 0’ sono nuovi studi clinici che rappresentano uno spartiacque rispetto ai tradizionali metodi di sperimentazione di un agente antineoplastico nell’uomo, poiché si basano sulla somministrazione di microdosi di farmaco in un numero limitato di pazienti e per un tempo inferiore alla settimana. Questa innovazione è resa possible dai nuovi sviluppi della ricerca in oncologia molecolare, che si concentra ora su bersagli molecolari ben definiti. Infatti, i farmaci antineoplastici di nuova generazione non mirano, a differenza delle terapie tradizionali (chemio e radio), a colpire tutte le cellule proliferanti del nostro corpo, ma a bloccare una singola proteina coinvolta nella deregolazione tumorale. I trial di fase 0 sono concepiti per confermare nell’uomo il meccanismo d’azione molecolare osservato nell’animale. Quindi, i trial di ‘fase 0’, per definizione, non hanno alcuna intenzione terapeutica, poiché attraverso la somministrazione di dosi subfarmacologiche vanno a misurare solo l’effetto biologico sulla proteina bersaglio e non l’efficacia della molecola sul tumore, che verrà valutata a uno stadio successivo.

Secondo le linee guida emanate da FDA ed EMEA nel 2004, i trial di fase 0  dovrebbero ridurrre i lunghi tempi di sviluppo e lo spreco di risorse che, nonostante gli ingenti investimenti, hanno caratterizzato quest’area di ricerca negli ultimi anni.

Un aspetto etico problematico degli studi clinici precoci è la percezione distorta che i partecipanti  hanno della probabilità di ottenere un concreto beneficio terapeutico. Infatti, per i farmaci oncologici, questa probabilità si aggira intorno al 5%. Studi di bioetica mostrano, però, come i pazienti dei trial di fase I, credendo tale percentuale più alta, siano vittime di una sorta di ‘fraintendimento terapeutico’. Da questo punto di vista, i trial di fase 0 appaiono, in teoria, eticamente meno controversi, in quanto esplicitamente privi di scopi terapeutici.

D’altra parte, rispetto agli altri studi clinici, i fase 0 presentano una peculiarità  che potrebbe inficiarne la stessa giustificazione etica, poiché gli interessi della società sembrano giocare un ruolo maggiore rispetto a quelli dei partecipanti. A questo riguardo, alcuni bioeticisti sostengono che la ricerca di fase 0 violi la Dichiarazione di Helsinki, che regolamenta la ricerca scientifica sull’uomo a livello internazionale. In particolare, verrebbe infranto il paragrafo # 6, secondo cui gli interessi dei partecipanti devono sempre avere la precedenza sugli interessi della scienza e della società. Il problema bioetico, in questo contesto, consiste nella corretta interpretazione del concetto di ‘interesse’. Infatti, se questo viene inteso in in senso stretto, cioè come ‘beneficio terapeutico per il paziente’, diventa allora plausibile affermare che vi sia una infrazione della Dichiarazione di Helsinki. D’altra parte, tale opinione non è condivisa da tutti gli studiosi di etica medica. Per esempio, l’inglese John Harris invoca un’accezione più ampia del termine, che includa l’interesse a vivere in una società che continui a fare ricerca a beneficio delle generazioni future. Harris sostiene, inoltre, che il singolo abbia un dovere morale a contribuire alla ricerca biomedica, non solo in modo indiretto attraverso il pagamento di tasse, ma attivamente in qualità di partecipante.

Altri studiosi, tra cui l’americano George Annas, argomentano invece a favore di un ‘dovere a escludere’ i soggetti particolarmente vulnerabili, come i pazienti oncologici terminali, da una ricerca priva di di benefici terapeutici ‘ragionevoli’, come è la ricerca di fase 0. Naturalmente, un’attenzione particolare deve essere posta alla questione del reclutamento a un trial clinico di pazienti che hanno esaurito tutte le opzioni terapeutiche, ma in linea generale questi dovrebbero essere lasciati liberi di decidere autonomamente se parteciparvi, qualora lo ritengano nei propri interessi, siano essi intesi in senso stretto o meno.

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