Il PNRR ha effettivamente agevolato l’avvio della transizione ecologica?
Il PNRR ha effettivamente aiutato ad avviare la transizione ecologica e digitale per gran parte delle aziende italiane. Ne abbiamo parlato con uno degli autori dello studio "Does the National Recovery and Resilience Plan Speed Up Firms' Twin Transition? Empirical Evidence from Italy" uscito sulla rivista della Società economica italiana.

È uscito uno studio sulla rivista Italian Economic Journal che cerca di capire, almeno fino al 2022, come il PNRR possa aver agevolato l’avvio della transizione verde e digitale in circa tremila imprese italiane. È stato scritto nell’ambito di un progetto di ricerca del Centro Studi Tagliacarne.
Ne parliamo con uno degli autori, Giovanni Ferri, professore ordinario di economia all’Università LUMSA.
A questo proposito segnaliamo l’utile piattaforma OpenPNRR di Openpolis, che monitora i progressi del PNRR settore per settore e missione per missione, evidenziando risultati e ritardi (non pochi) del Governo.
Innanzitutto, precisiamo se questo lavoro valuta il PNRR nel suo complesso
No. Lo studio non misura l’effetto complessivo del PNRR. Misura soprattutto l’effetto sull’avvio congiunto della transizione digitale e di quella verde, la cosiddetta twin transition. Ed è stato condotto nel 2022.
Quali imprese sono state analizzate?
Il campione è di 2971 imprese manifatturiere italiane con un numero di addetti tra 5 e 499 addetti, intervistate all’inizio del 2022. Il 32% sono microimprese (5-9 addetti), il 44% piccole imprese (10-49), quasi il 21% medie (50-249) e le restanti sono grandi imprese (250-499). Le imprese familiari sono dominanti, circa il 70%, quelle a partecipazione estera sono poco meno del 6%. Dal punto di vista geografico, il 32% è nel Nord-Ovest, il 31% nel Nord-Est, circa il 20% al Centro e meno del 17% nel Mezzogiorno (Sud e isole maggiori).
Dal punto di vista dei settori?
Dal punto di vista dei settori, il 30% è nella meccanica, il 23% nei beni per la persona e la casa, il 22% nell’alimentare e il 25% in altre attività manifatturiere. Abbiamo tenuto fuori le imprese dei servizi, le microimprese sotto i 5 addetti, le grandi imprese sopra i 500 addetti. Le società quotate e i grandi gruppi industriali sono inclusi ma in misura molto limitata. Il campione, in ogni caso, è casuale e stratificato in modo da essere rappresentativo a livello nazionale.
In che modo il PNRR avrebbe aiutato la doppia transizione? Cosa avete misurato?
Abbiamo guardato tre funzioni possibili del PNRR. Innanzitutto c’è l’attivazione: imprese che prima non erano attive né sul verde né sul digitale e che, in connessione con l’avvio di progetti PNRR, hanno cominciato ad agire su almeno uno dei due fronti. L’attivazione ovviamente poteva essere da nessuna a entrambe oppure da una a entrambe: nel secondo caso erano imprese che facevano solo green o solo digitale e che sono diventate attive su entrambi.
Poi abbiamo valutato la continuità: il PNRR ha aiutato a proseguire le imprese già impegnate nella doppia transizione? E infine l’inclusione: il PNRR ha coinvolto imprese normalmente meno propense all’innovazione, per esempio quelle meridionali?
Qual è l’effetto stimato?
L’avvio di un progetto collegato al PNRR si associa a un aumento tra 5,6 e 6,8 punti percentuali della probabilità che un’impresa diventi contemporaneamente investitrice nel digitale e nella sostenibilità, che è un risultato statisticamente significativo. Per le imprese che nel 2017-2021 non avevano investito né nel digitale né nel verde, l’effetto aggiuntivo stimato è arrivato a 14 punti percentuali. Con una definizione meno restrittiva del ritardo iniziale, includendo anche chi aveva investito in almeno una delle due transizioni, l’incremento è di circa 9 punti.
Ci sono differenze tra tipologie di impresa?
Dunque, le micro e piccole imprese hanno visto +9 punti percentuali, le medie e grandi +8,5. A livello geografico, anche se la stima è meno precisa perché la rappresentatività a livello territoriale non è solida come quella nazionale, abbiamo visto al Centro-Nord un +5,4 e al Mezzogiorno +11,2 punti, circa il doppio.
La doppia transizione conviene alle imprese? Avete trovato un legame con i risultati aziendali?
Sì, abbiamo trovato un’associazione positiva con i risultati aziendali. Rispetto alle imprese che non hanno fatto alcuna transizione, quelle impegnate nella twin transition hanno registrato una probabilità di resilienza (cioè di evitare cali di fatturato, ecc.) superiore di quasi 20 punti percentuali e una probabilità di crescita del fatturato superiore di circa 17 punti.
Quindi le spese per la transizione ecologica e digitale non sono solo un costo?
Almeno per le imprese analizzate, non è vero che siano obiettivamente solo costi. Si possono considerare investimenti che poi ripagano.
Come si fa a essere sicuri del fatto che un’impresa che avvia un progetto considerato parte della transizione, lo abbia fatto grazie al PNRR e non grazie ad altre circostanze?
In effetti anche altre condizioni dell’impresa potrebbero spiegare sia l’avvio del progetto sia la twin transition. Per questo abbiamo usato un’analisi con “variabili strumentali”, che serve sostanzialmente a isolare questi effetti di endogeneità, un po’ come quando in epidemiologia si ripuliscono i dati dai fattori confondenti. L’effetto resta statisticamente significativo, quindi siamo abbastanza tranquilli che l’impatto ci sia stato.
Lo studio si ferma al 2022. State facendo aggiornamenti?
Per quanto ne so, no. I dati ci sono e sarebbe interessante rifarlo, chiaramente.
E dopo il PNRR? Quando finiranno i fondi, le imprese ce la faranno da sole o serviranno altri investimenti pubblici?
Qui ci sono due tipi di risposta. La prima: i fondi pubblici sono giustificati soprattutto nella fase iniziale, quando le transizioni hanno bisogno di una spinta. Una volta che qualcosa si è mosso e diventa prassi, il sostegno pubblico dovrebbe essere meno cruciale.
Dipende da quanto facciamo durare questa fase iniziale
Esatto. E comunque ci sono anche altre “spinte” che agevolano le aziende a fare progetti.
Quali?
Almeno per la transizione verde. Ce ne sono due, a prescindere dal PNRR. Oggi la regolamentazione di banche e finanza fa sì che quasi tutti, tranne i piccolissimi, debbano dotarsi di un profilo ESG, altrimenti le banche ormai non concedono più credito. E poi c’è la filiera. Il capofila di una filiera produttiva, per dimensione e visibilità, è soggetta alla direttiva europea sulla rendicontazione di sostenibilità (CSRD). Quindi chiede ai fornitori un profilo ESG senza il quale non arrivano le commesse. Si può andare avanti senza credito, ma non senza commesse.
Queste spinte restano oggi?
Si sono un po’ indebolite. Anche seguendo i suggerimenti del Rapporto Draghi, il pacchetto Omnibus ha attenuato questi requisiti. Le politiche sono più deboli di tre-quattro anni fa, anche perché ci si è resi conto che noi europei non possiamo fare la transizione da soli. Ma le prassi ormai si sono mosse e credo che non si torni indietro.
Quali altri finanziamenti ci sono dopo il PNRR, che quest’anno termina?
Ci sono il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), il Just Transition Fund, InvestEU, i fondi della Banca europea per gli investimenti e il Clean Industrial Deal europeo. Non sono grandi come il PNRR, ma possono dare continuità. Inoltre, per ottenere i fondi del PNRR le imprese hanno dovuto migliorare la capacità progettuale e di rendicontazione, altrimenti i fondi non sarebbero arrivati o sarebbero stati da restituire. Sono stati salti anche culturali.
C’è bisogno di nuovo intervento pubblico o di nuove regole?
Mi rifaccio al rapporto Draghi: gli investimenti in Europa sono finanziati circa all'80% dal privato e al 20% dal pubblico. L’intervento pubblico è cruciale quando l’investimento produce benefici di cui l’impresa non si può appropriare integralmente oppure quando comporta rischi e costi iniziali troppo elevati.
Un esempio concreto?
L’intelligenza artificiale. Credo che, con il ritardo tecnologico rispetto a Cina e Stati Uniti, sia poco probabile che l’Europa riesca a inserirsi nell’hardware. Come è accaduto all’epoca con il computer, dove i servizi sono stati scorporati piano piano dall’hardware, che è diventato quasi irrilevante, anche con l’IA ci potrà essere un fornitore di una commodity (che è la capacità di calcolo) e poi ci saranno le applicazioni “sartoriali” per le singole produzioni. In quella “sartoria” potrebbero esserci grandi spazi, e l’Europa non può limitarsi a fare l’utente.
Grazie
Grazie a lei.
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