Montagne, confini e incontri: cosa racconta il DNA del Ladakh
Dieci individui vissuti 1.500 anni fa raccontano un mescolamento tra popolazioni indiane e tibetane. E ci portano un po’ oltre l’analisi paleogenetica, verso un modo per ripensare le montagne - dalle valli dell’Appennino ai monti Altai - come luoghi d’incontro.

A 4.000 metri di altitudine, sopra il villaggio di Yogma Kharbu, nel Ladakh (India del nord), c’è una grotta che nasconde un’incredibile concentrazione di ossa umane. La gente del posto la chiama Abi Srinjamo Bao, ma è nota anche come Old Lady Spider Cave. Entrando nella seconda sala ci si trova davanti a centinaia e centinaia di ossa raggruppate in due grandi cumuli.
Su alcune ci sono ancora dei tessuti mummificati, comprese due mani perfettamente conservate.
L’analisi di questi reperti suggerisce che i corpi vennero adagiati sul pavimento e mai più mossi. Poi secoli di visite e passaggi all’interno della grotta hanno finito per mescolare tutto insieme.
Il DNA, però, può aiutare a fare un po’ di chiarezza in più sulla realtà di questi resti. Nel 2021, l’Archaeological Survey of India ha guidato una campagna di scavo sul sito: alcuni campioni sono volati dritti ad Harvard, nel laboratorio di paleogenetica di David Reich, e i risultati dell’analisi, pubblicati su Science Advances a luglio 2026, sono interessanti.
Il gruppo di ricerca è riuscito a estrarre i dati genomici di dieci individui (sei donne e quattro uomini) i cui resti, secondo il radiocarbonio, risalgono a un periodo compreso tra 1.690 e 1.350 anni fa. Alcuni erano imparentati tra loro, ma quello che stupisce è soprattutto il loro profilo genetico: molto omogeneo e di un tipo rarissimo oggi nell’Asia meridionale. Infatti, metà dell’ascendenza è simile a quella dei nord indiani odierni, metà è legata agli antichi abitanti dell’altopiano tibetano. C’è anche un altro dettaglio che spiazza: la linea mitocondriale (aplogruppo U5a1d1) è tipica di antichi nordeuropei.
Un salto indietro di 2.800 anni
Se i corpi trovati nella grotta risalgono a circa 1.500 anni fa, il loro DNA custodisce la memoria di un evento avvenuto quasi un millennio prima: il mescolamento genetico tra la componente indiana e quella tibetana è iniziato infatti attorno a 2.800 anni fa.
Ma come si fa a esserne così sicuri? La risposta sta nel modo in cui il DNA “registra” il tempo. Quando due popolazioni con storie e origini geografiche diverse si incontrano e iniziano a riprodursi, il DNA dei loro figli è un vero e proprio mosaico di grandi blocchi genetici ereditati dall’uno e dall’altro gruppo. A ogni generazione, però, la ricombinazione spezzetta questi blocchi in frammenti sempre più corti, un po’ come mescolare continuamente un mazzo di carte in cui i semi finiscono per alternarsi in pezzi microscopici. Misurando la lunghezza di questi segmenti nei genomi della grotta, il gruppo di ricerca ha fatto un vero viaggio a ritroso e stabilito che l’incrocio di queste popolazioni, una indiana e una tibetana, è iniziato almeno 50 generazioni prima della vita degli individui analizzati, circa 2.800 anni fa, ben prima che sorgesse l’Impero tibetano. L’andamento dei dati suggerisce inoltre che la popolazione sia rimasta a lungo isolata, protetta dalle alte quote, senza nuovi apporti significativi dall’esterno.
Il risultato, però, non dice dove sia avvenuto questo incontro. Gli stessi autori e autrici precisano che il mescolamento potrebbe essere avvenuto altrove, per esempio nell’attuale Nepal, e che poi i discendenti si possano essere spostati in Ladakh.
Attenzione comunque a non reificare questi “due ingredienti”: non stiamo parlando di due etnie definite o di popoli con una precisa identità culturale. La componente “tibetana” e quella “indiana” sono astrazioni statistiche, cioè modelli di confronto che chi si occupa di paleogenetica usa per ricostruire l’affinità dei genomi.
E allo stesso tempo, il gruppo umano di Abi Srinjamo Bao non è nemmeno un “fantasma genetico” scomparso nel nulla senza lasciare eredi. Tracce profonde del suo genoma sopravvivono infatti nelle popolazioni locali di oggi: i Minero, una comunità del Ladakh, conservano circa il 56% di quell’ascendenza, e i Balti (popolazione della vicina regione del Baltistan), tra i quali la quota si attesta attorno al 45%.
Il grande assente: EPAS1, Denisova e il “gene dell’alta quota”
Tra i geni che ci si aspetterebbe di trovare in una grotta a 4.000 metri ce n’è uno in particolare: EPAS1. Molti abitanti attuali del Tibet, così come le popolazioni antiche dell’altopiano, portano nel DNA una variante di questo gene che aiuta l’organismo a respirare e vivere ad alta quota senza soffrire la carenza di ossigeno, ereditata per incrocio dai Denisoviani. Eppure, nei genomi di Abi Srinjamo Bao il gruppo di ricerca ne ha trovata una sola copia, su un solo cromosoma tra i nove leggibili: una frequenza compatibile con il puro caso.
Con dieci individui e così pochi dati utilizzabili, non si può concludere che la variante mancasse davvero nella popolazione: il campione è troppo piccolo per dirlo. Ma in questi resti di persone che vivevano a 4.000 metri di quota, con metà dell’ascendenza legata all’altopiano tibetano, la variante del gene che per eccellenza associamo a quello stile di vita, sembra mancare.
L’adattamento all’alta quota, insomma, non è un pacchetto che arriva in blocco con un’ascendenza e la storia di chi ha imparato a vivere lassù comincia molto prima di noi.
Perché la montagna isola… e crea diversità
Che le vette e i rilievi lascino un’impronta indelebile nel DNA lo aveva capito, ben prima della paleogenomica, il grande genetista Luigi Luca Cavalli-Sforza. Nel 1951, a Parma, il sacerdote e biologo Antonio Moroni gli fece notare la miniera d’oro custodita nei registri parrocchiali di nascite e matrimoni. Analizzando quei dati insieme a campioni di sangue prelevati in 75 villaggi della Val di Parma, Cavalli-Sforza notò un fenomeno chiaro: nei paesini di montagna, piccoli e isolati, si accumulavano differenze genetiche che in pianura non esistevano.
Era quella che gli addetti ai lavori definiscono deriva genetica: quando una popolazione è piccola e non riceve nuovi arrivi dall’esterno, il caso decide quali tratti genetici si riproducono o scompaiono.
In questo senso, la montagna funziona come un muro. Ma i muri della storia umana finiscono sempre per rivelarsi dei ponti: il Ladakh, a 4.000 metri di altitudine, è da sempre un incrocio strategico dove si incrociavano le rotte tra l’altopiano tibetano, il bacino del Tarim, il corridoio dell’Hindu Kush, il Pamir e la valle del Kashmir. Persino i petroglifi dell’età del Bronzo scoperti nella regione mostrano legami con le culture della Siberia meridionale e dell’Altai.
I dati della grotta indicano contatti con il Tibet, avvenuti circa un secolo prima della nascita dell’Impero tibetano.
Una storia antica quanto l’umanità
Se allarghiamo lo sguardo, vediamo che questa dinamica di incontro e isolamento attraversa l’intera storia del genere Homo. Sui monti Altai, il genoma del piccolo frammento osseo Denisova 11 ha svelato l’esistenza di una ragazza di 13 anni con madre neandertaliana e padre denisoviano, dimostrando che gli incroci di prima generazione erano possibili quando i gruppi si incontravano.
Sull’altopiano tibetano, a Baishiya, una mandibola trovata nel 1980 da un monaco buddista a 3.280 metri di quota è stata identificata nel 2019 come denisoviana e datata ad almeno 160.000 anni fa. È la prova che le popolazioni arcaiche frequentavano le vette ben prima di noi.
Persino in Italia, nella Grotta di Fumane, tra le Prealpi venete, l’alternanza di strati neandertaliani e sapiens e le analisi isotopiche mostrano due umanità diverse che frequentavano e sfruttavano lo stesso territorio montuoso, calpestando lo stesso suolo e, probabilmente, condividendo le loro tecnologie.
Che questi incontri ci siano stati davvero lo conferma il nostro stesso DNA: tutti noi europei portiamo una piccola percentuale di eredità neandertaliana e in Asia si trovano tracce di DNA denisoviano in alcune popolazioni attuali.
La memoria delle vette e l’illusione dei confini
Le montagne non sono dunque né semplici muri né semplici ponti. Isolano, e per questo fanno accumulare differenze ai nostri genomi; ma sono anche valichi, rifugi e crocevia. Il DNA, a 4.000 metri come nelle nostre valli, conserva memoria di entrambe le cose.
È qui che la paleogenetica finisce per interrogare il nostro presente. Oggi viviamo in un’epoca ossessionata dalle barriere, in cui la politica contemporanea si affanna a tracciare linee sulla mappa, a sventolare concetti di “purezza” o “identità originaria” e a trasformare le frontiere in dogmi inviolabili. Guardare dentro una grotta del Ladakh ci dimostra quanto questa retorica sia miope ed effimera rispetto al tempo profondo della nostra specie. I veri confini non sono mai stati barriere impermeabili, ma linee fluide che l’umanità ha continuamente attraversato, negoziato e ridisegnato fin dalla preistoria. Ciò che la politica odierna fatica ad accettare, il nostro genoma lo grida con chiarezza: non siamo mai stati “puri” e le nostre radici più profonde si reggono proprio sull’incontro e sulla mescolanza.
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