Guerra e clima: l’ecocidio resta nel tempo
Nel suo nuovo saggio "Guerra e clima - L'ecocidio che distrugge la Terra" (Il Saggiatore), la giornalista Stefania Divertito firma un'inchiesta sui danni ambientali dei conflitti e su come gli atti di guerra, che talvolta danno corpo a veri e propri ecocidi, continuino ad affamare, a far ammalare e a uccidere anche dopo la fine delle ostilità. Divertito parte dalla storia e dalle storie e realizza interviste esclusive, muovendosi tra scienza e geopolitica e mostrando come il diritto internazionale stia recependo una nuova sensibilità sull'ambiente.

L’impatto ambientale della guerra, a uno sguardo distratto, può sembrare un tema a tratti controverso. O perché appare come ovvio - della serie: la guerra porta distruzione, è palese che anche l’ambiente venga danneggiato e preoccuparsene è un esercizio di stile - o perché viene percepito, in una certa misura, come poco rispettoso, in termini di priorità, verso chi muore, chi resta ferito, chi perde persone care, chi perde la casa, chi perde tutto.
Per non incappare in questo ragionamento ci arrivano in soccorso le 212 pagine di Guerra e clima. L’ecocidio che distrugge la Terra, il nuovo libro della giornalista scientifica Stefania Divertito e pubblicato da Il Saggiatore. A due anni dall’uscita di Uccidere la Natura. Come l’umanità distrugge e salva il Pianeta, Divertito firma un’altra inchiesta a tema ambientale. Autrice attiva nel campo del giornalismo e della saggistica scientifica d’inchiesta, Divertito ha anche una riconosciuta esperienza in ambito politico e istituzionale: è stata portavoce del Ministro dell’Ambiente Sergio Costa e, contestualmente, capo ufficio stampa del Ministero dell’Ambiente durante la XVIII legislatura.
Guerra e clima. L’ecocidio che distrugge la Terra è un libro che si muove tra scienza, storia, diritto, istituzioni, geopolitica. È un saggio sul futuro e lo si capisce sin dalla dedica a Irene, la nipote dell’autrice, nominata anche nel finale del libro. È un libro sul presente, sulla drammatica attualità geopolitica, ma è un saggio che parte dal passato, tanto che Divertito porta subito chi legge in medias res parlando di un campo di battaglia sventrato a Verdun, in Francia, durante quella immane tragedia che è stata la Prima Guerra Mondiale.
Cosa ci dice il suolo di Verdun? Che un conflitto del passato ha conseguenze ancora visibili e concrete sul presente: basti pensare all’uso di napalm in Vietnam o di uranio impoverito nei Balcani e alle malattie che ne sono seguite. Il saggio si sviluppa attorno a una scaletta organizzata e coerente che va a fondo su cosa voglia dire parlare di danni climatici della guerra. Capiamo che le guerre di oggi non sono solo un dramma del presente, ma anche del futuro: una bomba sganciata oggi ha conseguenze immediate, drammatiche, assassine; ma continuerà ad averne a medio e lungo termine. Questo vale anche per la distruzione delle foreste, per gli sversamenti in mare, per la demolizione degli edifici, per l’avvelenamento del suolo, per la distruzione di centrali o di pozzi petroliferi.
Il saggio di Divertito è un saggio scientifico rigoroso: ci sono studi, dati, definizioni, dubbi. Divertito elenca molti dati, per esempio, sugli ecocidi in Ucraina e nella Striscia di Gaza: sono dati inevitabilmente incompleti, sia perché è difficile calcolarli sia perché le guerre sono in corso, e quindi offrono dati parziali, ma che sono certamente validi e danno un orizzonte di senso.
Divertito non dà mai per scontato l’intreccio tra i dati di oggi e gli scenari di domani, ma lo affronta dedicando un’intera sezione, di 30 pagine, ai numeri: come si calcola il danno ambientale di un conflitto, oggi e per il futuro? La risposta arriva da esperienze concrete e tuttora in corso, frutto del lavoro e della competenza di persone come Anna Berti Suman, Doug Weir e Lennard De Klerk, che Divertito intervista nel saggio. Divertito ha realizzato interviste esclusive, come quella a Borys Indichenko, Capo della Procura Specializzata per l’Ambiente in Ucraina. All’interno di questa ampia sezione si torna a capire, con estrema chiarezza, perché il conteggio dei danni ambientali non è né ovvio né tantomeno irrispettoso.
Non è ovvio perché, oltre a stimolare le conoscenze che servono a studiare questo danno, il filone di studi sugli impatti ambientali delle guerra sta facendo nascere un diritto espressamente legato a questo tema; non è irrispettoso perché, come scrive Divertito, è stato proprio un rappresentante delle istituzioni di un paese aggredito - cioè Pavlo Kartashov, viceministro ucraino dell’Economia, dell’Ambiente e dell’Agricoltura - a portare alla COP 30 di Belém, nel 2025, i dati che mostravano il peso dell’aggressione russa anche sull’ambiente del loro stato: «Un Paese aggredito, che avrebbe potuto fermarsi alle proprie vittime, decideva di contare anche il suolo, l’acqua, gli animali, ciò che la guerra distrugge senza che nessuno ne raccolga la voce, e allargava la definizione stessa del crimine che subiva». Solo considerando, erroneamente, Homo sapiens come una specie che non ha a nulla a che fare con l’ecosistema in cui vive e opera ci può essere una giustificazione nel considerare i crimini di guerra ambientali come semplici danni collaterali ai crimini di guerra più strettamente “umani”. Anche perché, come emerge chiaramente nel saggio, sono anche gli umani, anche quelli che per il momento sono sopravvissuti, a essere messi in pericolo dalle conseguenze degli ecocidi.
Un ecocidio non può riguardare l’ambiente ma esentare dai danni la nostra specie: riguarda entrambi, anzi, non c’è nessun “entrambi”, perché Homo sapiens è parte dell’ambiente. L’ipotesi-Gaia di James Lovelock e Lynn Margulis, elaborata alla fine degli anni Settanta, sostiene che la Terra è il sistema di cui tutti siamo ingranaggi insieme ai viventi e agli elementi che compongono ciò che esiste. Un’idea che eredita anche la tradizione di pensiero del XIX secolo e le visioni di grandi scienziati come Alexander Von Humboldt o Charles Darwin. Non si capisce perché, quindi, per la guerra questa idea sia messa in stand by, creando un doppio standard (come quello delle emissioni dei reparti delle difese di tutto il mondo che non sono conteggiate come emissioni dai report ufficiali) che appare inconciliabile non solo con la morale, ma anche con la scienza stessa.
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