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ERC 2018, l'Italia si ripete

Seconda in assoluto per numero di vincitori, dopo la Germania, prima in assoluta nella classifica (negativa) dei paesi che vedono i propri ricercatori andare.

Pixabay . Licenza: CC0 Creative Commons

Seconda in assoluto per numero di vincitori, dopo la Germania, prima in assoluta nella classifica (negativa) dei paesi che vedono i propri ricercatori andare all’estero a spendere i grant assegnati dall’ERC, il Consiglio Europeo della Ricerca.

L’Italia, dunque, si ripete. Anche quest’anno sono molti (42) i ricercatori italiani che, dopo dura selezione, hanno vinto un ERC Starting Grant. Ma anche quest’anno la maggioranza dei vincitori ( 27 su 42) spenderanno fuori dai confini italiani quel notevole gruzzolo (1,5 milioni di euro in cinque anni).

 Nazionalità vincitoriPaese ospiteDifferenza
    
Germania7376+ 3
Italia4215- 27
Francia3337+ 3
Olanda3346+ 13
Israele2533+ 8
Regno Unito2267+ 45
Spagna1718+ 1
Stati Uniti14--
Belgio1316+ 3
Svezia1117+ 6
Danimarca917+ 8
Polonia94-5
Canada8  
Cina7  
Cechia75- 2
Portogallo75- 2
Finlandia610+ 4
Austria59+ 4
Grecia50- 5
Norvegia510+ 5
Romania51- 4
Svizzera4  
India4  
Ungheria30- 3
Iran3  
Russia3  
Slovenia31- 2
Australia2  
Bulgaria20- 2
Giappone2  
Serbia20- 2
Taiwan2  
Argentina1  
Cipro10- 1
Croazia10- 1
Macedonia10- 1
Malesia1  
Messico1  
Nuova Zelanda1  
Pakistan1  
Turchia10- 1
Vietnam1  
Sud Africa1  
Lussemburgo01+ 1

Nella prima colonna, dopo quella dei paesi, i vincitori per nazione di provenienza; nella seconda colonna i paesi dove verranno spesi i grants; nella terza colonna la differenza per ciascun paese tra numero di vincitori nazionali e numero di grants ospitati. Fonte: ERC.

Qualche notizia utile, prima di un commento scontato che si ripete, uguale a se stesso, da troppo tempo. Le domande per gli Starting Grants 2018 – un bando che lo European Research Council rivolge a ricercatori con un’esperienza compresa tra i 2 e i 7 anni dopo il PhD – sono state 3170, in tre settori disciplinari: scienze fisiche e ingegneristiche; scienza della vita; scienze umane.

I vincitori sono stati 397. Dunque la selezione è stata dura: solo il 12,5% ha superato la prova. Come ha rilevato il presidente dell’ERC, Jean-Pierre Bourguignon, il 40% tra loro sono donne. È il secondo anno consecutivo che si raggiunge una tale percentuale. Segno che il tetto di cristallo se non è stato ancora infranto, ha iniziato a essere scalfito. E la prospettiva è al miglioramento, visto che il tasso di successo delle ricercatrici che hanno applicato, ovvero fatto domanda (13,7%) è maggiore di quello dei colleghi maschi (12,4%).

Per quanto riguarda gli aspetti geografici, il presidente dell’ERC sottolinea come la domande vengono da ogni parte del mondo (da 44 paesi in totale, molti non europei). Ricordiamo che gli ERC possono essere spesi solo nei paesi dell’Unione Europea o in quelli classificati come associati.

Gli italiani fuggono in Gran Bretagna

Curiosamente, Jean-Pierre Bourguignon nota l’ottimo successo dell’Olanda: sono molti i ricercatori che la scelgono come paese dove spendere il loro grant. I vincitori del centro e dell’est Europa, nota ancora il presidente, sono in crescita. Ma quasi tutti lo vanno a spendere, il loro grant, all’estero. Curiosamente, Jean-Pierre Bourguignon non commenta la situazione, molto più imbarazzante, dell’Italia. Una situazione speculare a quella del Regno Unito, che vanta la metà dei vincitori (appena 22), ma ne ospita poi 67. Se l’Italia registra il più alto saldo negativo (-27), il Regno Unito, malgrado la Brexit, registra il più alto saldo positivo (+45).

Dette in parole molto povere, i ricercatori scappano dall’Italia e corrono in Gran Bretagna.

Il motivo è da anni lo stesso: nel nostro paese trovano laboratori forse meno attrezzati e, soprattutto, burocrazie respingenti.

Questi ultimi dati confermano anche che il nostro paese, malgrado tutto e contrariamente a quanto molti sostengono, è un ottimo “generatore di cervelli”. Ma resta incapace di reagire al gap finanziario e organizzativo che nell’ambito della ricerca scientifica lo separa, sempre più, dal resto d’Europa e del mondo.

Il problema è che non solo la forbice si allarga, ma ben pochi – quasi nessuno tra le classi dirigenti politiche ed economiche – sono consapevoli di questa divaricazione e ne valutano le conseguenze strategiche da un punto di vista culturale, civile ed economico.

La scuola, l’università e la ricerca continuano a essere trascurate. Cosicché viene da chiedersi fino a quando il nostro resterà un paese che, per una strana alchimia, si propone come un notevole “generatore di cervelli”.

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