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Emissioni in stallo: impossibile restare sotto 1,5°C, dice l’UNEP

Il nuovo Emission Gap Report dell'UNEP dice molto chiaramente che è ormai andata perduta la possibilità di restare sotto 1,5°C medi globali rispetto ai livelli preindustriali. Potremmo tornarci al fine secolo, solo se riusciamo a limitare la temperatura di picco a 1,7-1,8°C. Per farlo serve, tra le altre cose, ridurre del 18% le attuali emissioni globali entro il 2030, cioè entro quattro anni. Per ora sono in stallo.

cartello di manifestazione contro la crisi climatica
Crediti immagine: Kevin Maroto/Unsplash

La possibilità di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C per fine secolo con un superamento nullo o limitato (cioè entro 0,1°C) è andata perduta. Superare questa soglia è ormai inevitabile: lo scrive senza troppi giri di parole il nuovo Emission Gap Report 2026 appena uscito dell’UNEP. Quello che resta da fare è ridurre l’entità e la durata dell’overshoot (come già anticipato dal recente rapporto speciale dello stesso ente sul tema) per provare a riportare la temperatura media globale a 1,5°C entro il 2100.

Il documento identifica nello scenario più ottimista un picco di riscaldamento tra 1,7 e 1,8°C verso metà secolo, per poi appunti ricominciare a calare e rientrare nel grado e mezzo. Ma per farlo serve obbligatoriamente tagliare le emissioni di gas serra rispetto al 2025 del 18% al 2030, del 45% al 2035 e del 69% al 2040, per arrivare allo zero netto al 2050. Resta questo un obiettivo molto ambizioso, che siamo riusciti a ritardare con anni di azione climatica troppo debole, complice anche la forte pressione proveniente dagli abnormi interessi economici delle industrie di gas, petrolio e carbone. Badare bene che ogni cinque anni di emissioni ai livelli attuali alzano il picco di circa 0,1°C. È il motivo per cui non si può rimandare l’azione. Ed è lo stesso motivo per cui non si può rinunciare alle soluzioni tecnologiche anche più incerte e costose: nel corso del secolo infatti andrebbero rimosse dall’atmosfera circa 320 miliardi di tonnellate di CO₂.

Il mantra resta sempre quello: ogni frazione di grado e ogni anno in più sopra 1,5°C aumentano il rischio di cambiamenti irreversibili in calotte glaciali, permafrost, circolazione oceanica e coralli, con gravi conseguenze per salute e prosperità del genere umano.

Ci sono anche buone notizie, ma andiamo per gradi.

scenari unep

Com’è calcolato lo scenario più ottimista

L’UNEP spiega che il valore più ottimista di 1,7-1,8°C tiene in considerazione innanzitutto che i tagli alle emissioni cominciano nel 2025. Si simula in più un ritmo di diffusione delle tecnologie coerente con quello osservato finora e con i progetti già avviati. E nel lungo periodo il fabbisogno di bioenergia e il ricorso alla rimozione della CO₂ non devono compromettere biodiversità e sicurezza alimentare. Si cerca poi la fascia di picco più bassa per cui esistano prove scientifiche sufficienti e si cerca di includere “percorsi” climatici da più modelli indipendenti, così che le conclusioni non dipendano da un solo gruppo di ricerca. Il picco così ottenuto risulta più alto di 0,1-0,2°C rispetto agli scenari IPCC senza overshoot o con overshoot limitato, perché quelli presupponevano tagli già dal 2020. Partendo nel 2025 serve una riduzione media del 5,7% annuo, contro il 5% di allora.

Questa stima verrà ripetuta ogni anno per monitorare se l’azione climatica continuerà a slittare o meno.

Se si continuasse con le politiche attuali, il riscaldamento si fermerebbe a 2,8°C (che è comunque più basso di 3,2°C di qualche anno fa, ed è un bene che il massimo non sia schizzato in alto). Con la piena attuazione degli NDC si scenderebbe a 2,6°C, un risultato invece peggiore di quello dell’anno scorso proprio per l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi. Solo aggiungendo anche tutti i target di zero netto non contenuti negli NDC si arriverebbe a 2,1°C.

gradi previsti per fine secolo

Emissioni in stallo?

Nel 2025 le emissioni globali di gas serra hanno toccato i 58,4 GtCO2e (miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente), praticamente invariate rispetto al 2024, con un calo di appena 0,1 Gt. La crescita delle fonti fossili è stata compensata dal calo di 0,5 Gt delle emissioni legate all’uso del suolo, dovuto soprattutto a un minor numero di incendi. Purtroppo non si può capire se l’umanità abbia raggiunto o meno un picco emissivo, perché l’incertezza dei dati è ancora ampia. Gli Stati Uniti governati da Donald Trump hanno registrato l’aumento più consistente di emissioni, con 133 Mt (milioni di tonnellate) in più, a causa anche della domanda elettrica, in parte dovuta alla crescita dei data center, e di politiche che favoriscono il carbone rispetto alle fonti pulite. Tra quelli che hanno ridotto le proprie emissioni troviamo invece India, Russia e Unione europea. In ogni caso, su dieci anni il bilancio emissivo resta sfavorevole per il clima mondiale, perché a fronte di 63 paesi che le hanno ridotte, 124 le hanno aumentate. Con un protagonista assoluto che conferma la sua preponderante presenza: il G20, che genera ancora il 76% delle emissioni globali.

Di seguito un’immagine tratta dal rapporto che suddivide la variazione di emissioni per settori.

variazioni emissioni per settore

Rinnovabili in forte crescita

Nel 2025 per la prima volta le rinnovabili hanno superato il carbone nel mix elettrico mondiale, con il 33,8% contro il 33,0%. Attenzione: stiamo parlando di energia elettrica, non di energia in generale. Anche i trasporti mostrano segnali di cambiamento, con le auto elettriche che rappresentano circa un quarto delle vendite globali. Il fatto molto positivo è che dal 2015 la capacità rinnovabile è cresciuta tre volte più in fretta del previsto, e il solare sette volte. L’offerta di energia da carbone e petrolio è al contempo cresciuta meno del previsto. In più, l’occupazione nelle energie pulite ha raggiunto circa 40 milioni di posti di lavoro.

Dall’altro lato della medaglia, la transizione per uscire dai combustibili fossili è in ritardo e i sussidi fossili continuano a crescere, arrivando a 920 miliardi di dollari nel 2024, e la deforestazione richiederebbe poi un’accelerazione di oltre dieci volte rispetto alla riduzione attuale.

progressi climatici fatti

A che punto sono gli NDC?

Dal punto di vista degli impegni nazionali ufficiali, cioè gli NDC appunto, sono 124 i paesi che hanno presentato nuovi NDC, e che coprono circa tre quarti delle emissioni, contro i 57 a cui eravamo arrivati l’anno scorso. Per il 2035 questi piani comportano tuttavia emissioni inferiori di appena 3,5-4 GtCO2e rispetto agli obiettivi fissati per il 2030. Rispetto ai livelli del 2025, i tagli previsti sono del 5-8% al 2030 e dell'11-15% al 2035. Tra i Paesi del G20, solo sei sono sulla buona strada per il 2030: Cina, India, Indonesia, Russia, Sudafrica e Turchia. Russia e Turchia, tuttavia, hanno fissato per il 2035 obiettivi meno stringenti delle politiche già in vigore. Argentina, Arabia Saudita e Stati Uniti non hanno alcun target per quell’anno, mentre il Messico è l’unico ad aver rafforzato l’obiettivo per il 2030.

emissioni per paesi

Quanto ha pesato Hormuz?

L’effetto netto sulle emissioni del 2026 resta, per ora, indeterminabile, ci spiega il rapporto UNEP. Questo fondamentalmente perché il passaggio che la chiusura dello Stretto ha causato verso altri combustibili, il ritorno al carbone e l’aumento dei sussidi spostano le emissioni verso l’alto; il calo della domanda e l’accelerazione di rinnovabili ed elettrificazione verso il basso.

Prima di febbraio transitava da Hormuz circa il 25% del petrolio trasportato via mare e il 19% del gas naturale liquefatto scambiato nel mondo. L’interruzione ha ridotto bruscamente l’offerta e fatto salire i prezzi, colpendo soprattutto i Paesi importatori, l’agricoltura e le piccole e medie imprese manifatturiere. Molti Stati asiatici hanno risposto con misure di contenimento della domanda, dallo smart working ai limiti per l’aria condizionata; altri hanno ampliato i sussidi o tagliato le tasse sui carburanti.

Come osserva il documento, le crisi di approvvigionamento possono spingere di solito i Paesi a cercare fonti alternative e a consumare meno, ma possono anche dirottare risorse per gonfiare i sussidi alle importazioni fossili. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Unione europea ha tagliato i consumi di gas del 19% tra il 2022 e il 2024, e quasi il 30% di quel calo è venuto dal riscaldamento domestico, grazie a minori consumi e a un maggiore ricorso alle pompe di calore. Restando in Europa, il pacchetto REPowerEU ha anticipato di anni la svolta verso eolico e solare, riducendo al 28% la quota di fossili nella generazione elettrica, che rappresenta a oggi un minimo storico. Una parte del calo si deve però alla contrazione dell’industria causata dall’aumento dei prezzi del gas, e diversi Paesi hanno come noto prorogato la chiusura – o riattivato – centrali a carbone. Solo in Europa comunque la tendenza alla riduzione è accelerata.

Dal punto di vista globale, un dato incoraggiante arriva dai numeri sugli investimenti: quelli in energia pulita fatti nel 2026 sono stimati in 2,2 trilioni di dollari, che sono quasi il doppio di quelli fossili.

Cosa fare, in soldoni

Gli appuntamenti più importanti che il rapporto identifica nel prossimo futuro per confermare l’ambizione climatica sono ovviamente la COP31 di Antalya a novembre 2026, e il secondo Global Stocktake previsto per il 2028 (e per cui i produttori di fossili stanno cercando di posticipare l’uscita del prossimo mega rapporto IPCC per arrivare al 2028 con i dati vecchi). In queste sedi, bisognerebbe fissare nuovi obiettivi climatici, tra cui: triplicare la capacità rinnovabile entro il 2035 e raggiungere almeno 4,5 volte il livello attuale nel 2040; ridurre l’offerta di carbone, petrolio e gas di almeno il 55%, il 15% e il 5% entro il 2035, e del 75%, il 30% e il 35% entro il 2040; eliminare il carbone entro il 2040 dalla faccia della Terra; ridurre le emissioni di metano di almeno il 25% al 2035 e del 40% al 2040. Tutte le percentuali sono riferite rispetto al 2025.

Il rapporto invita inoltre a spendere soldi nella valutazione delle politiche climatiche, perché solo di una piccola parte di quelle adottate è stato studiato l’effetto sul clima. Cioè bisogna vedere quanto si riesca effettivamente a trasformare la politica economica in fisica.
Le evidenze disponibili sono comunque incoraggianti: 63 grandi riduzioni di emissioni risultano collegate all’introduzione o al rafforzamento di politiche climatiche, e oltre 220 valutazioni confermano un effetto causale. Per esempio, l’introduzione della carbon tax e di sistemi cap-and-trade portano a tagli medi delle emissioni del 5-13%.

La percezione del rischio climatico si intreccia con altre crisi

C’è un recente rapporto redatto dalla compagnia assicurativa AXA, il Future Risks Report, e condotto tra maggio e giugno 2026, che restituisce elementi interessanti dal punto di vista della percezione del rischio climatico. Per altro, osservare le analisi delle realtà assicurative è interessante, dal momento che sta inevitabilmente crescendo la domanda verso coperture assicurative per danni causati da eventi meteo-climatici distruttivi.
Tra la popolazione generale il cambiamento climatico resta il primo rischio in tutte le fasce d’età, collocandosi al centro di una “policrisi” trasversale che tocca anche intelligenza artificiale e rischi sociali: il 95% degli esperti (che per lo più sono dipendenti AXA) e il 94% dei cittadini intervistati ritiene che le crisi siano aumentate, e i rischi appaiono sempre più intrecciati. Le tensioni geopolitiche, legate alla chiusura dello Stretto di Hormuz e alla guerra in Ucraina, appunto, rafforzano le preoccupazioni sull’energia: il 77% di chi la indica tra i rischi principali si sente personalmente vulnerabile.

Il timore principale riguarda la distruzione causata da eventi estremi (54% degli esperti, 48% dei cittadini), a fronte di una preparazione giudicata scarsa: solo il 13% degli esperti e il 30% della popolazione ritiene adeguata la risposta delle autorità. Si aggiunge una dimensione sociale e intergenerazionale, per cui solo il 24% pensa che le nuove generazioni staranno meglio (e il clima è tra le cause di questo pessimismo). In questo quadro, il 70% degli intervistati dichiara di aver vissuto almeno una crisi nell’ultimo anno e il 46% pensa di doversi forse trasferire per rischi climatici o di sicurezza (percentuale che schizza al 72% in Africa).

Se quindi la politica ritiene che fare la transizione climatica sia una scelta non popolare, sbaglia di grosso, perché la percezione del rischio climatico è ben consolidata e in crescita rispetto anche a pochi lustri fa. Non ci sono motivi concreti per cui non si debba quindi accelerare la transizione e provare a stare comunque «ben al di sotto di 2°C».

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