I data center e quella bilancia da raddrizzare
In Lombardia come in Scozia, in Finlandia e negli Stati Uniti, cittadini e comitati si mobilitano contro i data center: consumo di suolo, energia e acqua, e poco ritorno per i territori. La protesta ha già spinto la Regione a nuovi vincoli, ma mancano ancora programmazione, valutazione degli impatti cumulativi e soprattutto dialogo. Ne parliamo con il sociologo Giorgio Pirina.
Luglio 2025
Ottobre 2026
In Scozia, a settembre, centinaia di persone si sono radunate davanti al Parlamento a Edimburgo chiedendo una moratoria nazionale contro il boom dei data center. A ottobre, a Muhos in Finlandia, gli ambientalisti sono scesi in piazza contro il disboscamento illegale di una foresta condotto da Google per fare spazio a un grande impianto. Ma la mobilitazione attraversa anche l’Irlanda, il Cile, gli Stati Uniti, i Paesi Bassi e ora la Lombardia. Il fulcro delle contestazioni risiede nelle pesanti ricadute generate dai data center sulla salute dei cittadini e sull’ambiente circostante. Tra le ragioni in USA e Irlanda si aggiungono i rincari record delle bollette domestiche.
Tutt’altro che una nuvola
Nate negli anni Sessanta come grandi computer aziendali ad alte prestazioni, oggi le “cattedrali dei dati” si sono trasformate in enormi infrastrutture di proprietà di big tech come Amazon, Google e Microsoft e servono a gestire il cloud globale e l’intelligenza artificiale. Gli hyperscale in particolare sono impianti di grandi dimensioni con una potenza elettrica installata superiore ai 100 megawatt, dedicati all’addestramento dell’intelligenza artificiale.
A partire dalle imponenti concentrazioni negli USA e in Cina, la diffusione degli hyperscale ha raggiunto il Nord Europa, espandendosi rapidamente verso sud e investendo anche l’Italia che, emersa come hub digitale per il Mediterraneo, attrae ora massicci capitali. Come spiega Giorgio Pirina, ricercatore in Sociologia dell’Università di Bologna «con data center di queste dimensioni non abbiamo più a che fare con la metafora della nuvola che richiama qualcosa di etereo, leggero, e immateriale. Adesso abbiamo a che fare con un vero e proprio regime industriale, che territorializza il digitale. Cemento, connessioni di rete, infrastrutture ad alta tensione, sistemi di raffreddamento, generatori diesel, e consumo di suolo. È questo regime ad aver attivato i cittadini a organizzarsi in comitati». Parliamo di impianti ingombranti, rumorosi e fortemente energivori che generano isole di calore, rumore ed emissioni dai generatori a gasolio, ed enormi consumi di suolo, energia e acqua. Insomma, tutt’altro che una nuvola.
Governo, Comuni, comitati: chi decide
Sono tanti i protagonisti del movimentato dibattito pubblico italiano sui data center. Da un lato ci sono gli operatori digitali, che chiedono tempi certi e il sostegno delle istituzioni, e c’è il governo, che accelera lo sviluppo dei data center. A febbraio il Decreto Bollette ha introdotto il dimezzamento dei tempi di VIA e un procedimento autorizzativo unico (PUCD) che supera i blocchi di Comuni, Regioni, Terna e Soprintendenze. Sempre a febbraio il governo ha incassato il via libera della Camera alla legge delega DDL S.1821, ancora all’esame del Senato, che riconosce i progetti di data center come opere di “pubblica utilità, indifferibili e urgenti”. Su questo punto spicca la strategia della possibile nomina, d’intesa con la Regione, di un commissario straordinario di Governo con potere sostitutivo di enti locali e uffici tecnici, di deroga alle regole locali, e di rilascio di un’autorizzazione unica, che include varianti urbanistiche automatiche a PRG/PGT e potere di esproprio, per progetti strategici di grandi dimensioni.
Poi ci sono i Comuni, penalizzati quindi dallo scarso potere decisionale, oltre che negoziale nei confronti delle big tech che alimentano il timore di un nuovo colonialismo digitale; e ci sono i cittadini lombardi organizzati in comitati che denunciano il sacrificio della salute pubblica e dell’ambiente a vantaggio di insediamenti sempre più rapidi e invasivi.
La legge lombarda e le sue falle
Infine abbiamo la Regione Lombardia, che ospita i due terzi della capacità nazionale dei data center e ha anticipato la legge nazionale parlamentare.
«La Regione ha percepito, ascoltato e annusato le tensioni dei cittadini organizzati in comitati» spiega Pirina «proprio perché stava emergendo sempre di più una questione di concorrenzialità, di non cooperazione, tra diversi interessi». Così è nata la legge regionale lombarda sui data center, approvata lo scorso giugno. «La Regione ha deciso di muoversi ponendo delle questioni interessanti, che però non sono state sufficienti a risolvere le controversie. Ovvero è andata incontro alle esigenze degli operatori» commenta il sociologo.
Un aspetto riguarda il tentativo di disincentivazione al consumo di suolo attraverso l’aumento fino al 200% degli oneri di urbanizzazione per la realizzazione di data center su greenfield (terreni agricoli e naturali, mai edificati) anziché su brownfield (aree industriali e capannoni dismessi). Questo disincentivo però non funziona, perché alletta molto le casse dei Comuni e pesa pochissimo sui budget stellari delle big tech, alle quali conviene pagare la penalità per costruire su un’area libera evitando costi e tempi di bonifica delle aree industriali dismesse.
Come se non bastasse la “fretta legislativa” ha aperto una scorciatoia decisiva, cioè l’approvazione di progetti su terreni agricoli tramite procedure semplificate, bypassando governi territoriali e cittadini.
La protesta corregge il tiro
Queste due falle normative, unite all’assenza di programmazione e di valutazione degli impatti cumulativi, si sono concretizzate a fine settembre attraverso i decreti attuativi e le notifiche dei nuovi grandi progetti nel milanese, scatenando la protesta di decine di sindaci e comitati della Città Metropolitana di Milano e spingendo la Regione a correggere il tiro. «Attraverso un pregevole lavoro di analisi della documentazione tecnica presentata dagli operatori digitali al Ministero, anche su spinta trasversale dei partiti della sinistra e in parte di quelli della destra, i comitati hanno evidenziato le criticità della legge regionale, e si è arrivati a proposte di modifica sostanziali» spiega Pirina. Le modifiche del 22 ottobre, che si applicano ai nuovi data center e all’ampliamento di quelli esistenti, vietano il consumo di acqua per i sistemi di raffreddamento e impongono l’uso di rinnovabili, dando una prima risposta alle istanze ambientali. Ma soprattutto, escludono le procedure semplificate per i terreni agricoli e introducono l’obbligo di varianti urbanistiche al PGT con il coinvolgimento dei Consigli Comunali e l’apertura di periodi di osservazione pubblica. Così si intravede uno spiraglio di trasformare la tutela del greenfield da sanzione economica a vincolo di controllo pubblico sul territorio. Si tratta, nelle parole di Pirina, di «stabilire un dialogo prima, e non dopo», valorizzando la partecipazione democratica.
Una bilancia da raddrizzare
Le resistenze locali ai data center producono effetti anche all’estero, dai blocchi di progetti e le moratorie di città e contee negli USA, agli interventi normativi in Scozia, fino al blocco dei cantieri Google e l’apertura di un’indagine in Finlandia. Questi risultati però non risolvono ancora la questione centrale, non solo lombarda, che riguarda la bilancia su cui posano i diversi interessi. I benefici diretti per le popolazioni locali infatti restano limitati: il teleriscaldamento dal riutilizzo del calore dei server, servizi cloud e di intelligenza artificiale per le imprese, e un dubbio ritorno occupazionale, che si riduce drasticamente dopo la fase di cantiere – mentre un’inchiesta giornalistica internazionale, che ha coinvolto anche l’Italia, solleva un polverone sulle scarse condizioni di salute e sicurezza dei lavoratori. Sul secondo piatto della bilancia pesano ancora i costi sociali e ambientali per la collettività, che vanno ad aggravarsi ulteriormente laddove le infrastrutture insistono su territori già in sofferenza per cementificazione, inquinamento dell’aria e isole di calore, come nel caso dell’area milanese e della Pianura Padana. Il tutto in un quadro normativo fumoso e privo di programmazione che lascia gli amministratori locali stretti tra le offerte milionarie delle grandi aziende e le preoccupazioni dei cittadini per l’impatto su salute, verde e occupazione. «Gli investimenti in data center sono desiderabili o accettabili a livello sociale e ambientale?» si domanda Pirina. «Questa è la domanda a cui bisognerebbe rispondere e alla quale ad oggi, perlomeno in Italia, le norme, leggi e regolazioni non sono ancora riuscite a rispondere».
Altri casi studio in Italia
Sardegna – Ferreli L (2026) Data center a Nuraxi Figus: dalle carte qualcosa non torna. Sardegna Oltre La Cronaca, 27 ottobre 2026
Puglia – Cantalino R (2026) Una valle di server. Il grande affare dei data center in Puglia. Pubblico, La newsletter n.93, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 10 luglio 2026
Trentino Alto Adige – Gaeta F (2026) In Trentino hanno messo un data center dentro una montagna. Il Post, 13 ottobre 2026
La newsletter di Scienza in rete
Ogni settimana, gratis, scienza scelta a mano: ricerca, salute, ambiente. E un commento sui fatti di attualità nell’editoriale del direttore, o di un altro o un’altra di noi, riservato alle persone iscritte alla newsletter.


