Quanto ci costa dipendere dai combustibili fossili?
Il 74 per cento dell’energia che usiamo arriva dall’estero, e il conto si paga anche senza disastri climatici: nei prezzi del cibo spinti da caldo e siccità, in bollette e carburanti che pesano di più sulle famiglie con meno reddito, negli investimenti frenati e nel costo del debito pubblico. Chi ci perde e chi ci guadagna negli shock energetici, perché uno sconto alla pompa non basta e come si confrontano i costi della transizione con quelli del sistema attuale.

A settembre 2026 l’inflazione italiana ha raggiunto il 4,2 per cento, ma i prezzi dell’energia sono cresciuti del 22,6 per cento rispetto a un anno prima. L’inflazione di fondo, al netto dell’energia e degli alimentari freschi, si è fermata all’1,6 per cento. Sono numeri che mostrano quanto il costo della vita rimanga esposto agli shock energetici, anche se non permettono di attribuire ai combustibili fossili una quota esatta dei rincari.
In Italia petrolio e gas naturale rimangono le principali fonti di energia. Nel 2024 le rinnovabili rappresentavano il 21 per cento del consumo interno lordo; diversa è la situazione dell’elettricità, dove nel 2025 le rinnovabili hanno coperto il 41 per cento della domanda. La differenza è importante: trasporti, riscaldamento e molte attività industriali utilizzano ancora direttamente combustibili fossili. Nel solo settore dei trasporti, nel 2024 gasolio e benzina rappresentavano insieme oltre l’80 per cento dell’energia consumata.
I danni del clima arrivano anche al supermercato
Sappiamo che il cambiamento climatico provoca danni economici. Quelli più visibili sono le case allagate, le infrastrutture distrutte, i raccolti perduti. L’Agenzia europea dell’ambiente stima che gli eventi meteorologici e climatici estremi abbiano causato nell’Unione europea perdite per 822 miliardi di euro tra il 1980 e il 2024, calcolate ai prezzi del 2024. Non tutte sono direttamente attribuibili al riscaldamento globale: contano anche l’aumento dei beni esposti e la loro vulnerabilità.
Ci sono però costi meno immediati. Siccità e caldo riducono alcune produzioni agricole e fanno aumentare i prezzi alimentari; le alluvioni interrompono strade e ferrovie e possono rincarare il trasporto delle merci; i bassi livelli dei fiumi ostacolano la navigazione e la produzione idroelettrica. Aumentano anche le spese per riparazioni, protezione degli edifici e, nei territori più esposti, assicurazioni. Dove la copertura assicurativa manca, il costo ricade sulle famiglie, sulle imprese o sul bilancio pubblico.
Kotz e colleghi hanno stimato che il caldo estremo dell’estate 2022 abbia aggiunto fra 0,43 e 0,93 punti percentuali all’inflazione alimentare europea. Secondo una valutazione della BCE pubblicata il 20 ottobre 2026, caldo e siccità dell’ultima estate potrebbero aggiungere altri 0,3-0,8 punti percentuali ai prezzi alimentari dell’Eurozona nel corso del prossimo anno. Sono stime soggette a incertezza, ma chiariscono che il cambiamento climatico incide già sul potere d’acquisto, non soltanto sui danni materiali.
Eppure il problema non è soltanto il cambiamento climatico
Anche in assenza di eventi estremi rimarrebbe un altro costo: quello della dipendenza dai mercati internazionali di petrolio e gas. Secondo l’OCSE, nel 2024 il 74 per cento dell’energia consumata in Italia proveniva dall’estero. Nel 2025 il deficit commerciale energetico è stato di 46,9 miliardi di euro. Non sono soldi semplicemente perduti, perché compriamo risorse necessarie all’economia, ma il loro prezzo dipende da conflitti, decisioni dei produttori e interruzioni delle forniture che non controlliamo.
Quando queste risorse rincarano, aumentano i costi dei fertilizzanti, della trasformazione alimentare, della distribuzione, dell’acciaio e dei materiali da costruzione. La trasmissione ai prezzi finali può richiedere mesi. Nel 2022, secondo l’OCSE, il rincaro del gas contribuì a peggiorare il saldo delle partite correnti italiane di oltre tre punti percentuali di PIL. Anche dopo che le quotazioni internazionali scendono, i prezzi dei prodotti non tornano necessariamente ai livelli precedenti.
La conseguenza è anche sociale. Nel terzo trimestre 2026 l’ISTAT ha registrato un’inflazione del 4,4 per cento per le famiglie con minore capacità di spesa, contro il 2,9 per cento per quelle con maggiore capacità. Chi dedica gran parte del reddito a cibo, bollette e carburanti ha meno margine per assorbire i rincari; spesso ha anche meno risorse per isolare l’abitazione, installare il fotovoltaico o sostituire un veicolo energivoro. La disuguaglianza non riguarda soltanto quanto si paga oggi, ma la possibilità di ridurre la propria esposizione domani.
Il prezzo dell’incertezza: investimenti e spread
L’instabilità energetica pesa anche sulle decisioni delle imprese. Se è difficile prevedere i costi di produzione, diventa più rischioso investire in nuovi impianti, ricerca o assunzioni. Uno studio della BCE ha stimato che a uno shock dell’offerta petrolifera associato a un aumento iniziale del 7 per cento del prezzo del petrolio segua una riduzione dell’1,5 per cento degli investimenti aggregati europei dopo due anni; quelli in beni immateriali, compresa la ricerca, diminuiscono di circa l’1 per cento. L’effetto è più intenso nelle imprese energivore e finanziariamente fragili. Non dimostra che il petrolio sia la causa della precarietà del lavoro, ma indica un canale attraverso cui gli shock possono frenare produzione, innovazione e opportunità occupazionali.
Un rischio ulteriore riguarda il costo del finanziamento. Se gli investitori si aspettano che danni climatici e trasformazioni economiche compromettano crescita o conti pubblici, possono chiedere rendimenti maggiori sui titoli di stato. È la componente che talvolta si chiama «spread climatico». Capriotti e Muzzioli, studiando i titoli decennali dell’Eurozona, trovano che alcuni indicatori di intensità delle emissioni e rischio climatico sono associati a spread più elevati: un’unità aggiuntiva nell’indicatore delle emissioni pro capite corrisponde, nel loro modello, a circa 3,7 punti base. Non è una stima dello spread climatico italiano né una prova di causalità, ma suggerisce che la vulnerabilità ambientale possa incidere sul costo del debito prima che i danni si verifichino.
Chi perde e chi guadagna dagli shock energetici
I rincari non sono un costo uguale per tutti. Quando i prezzi di petrolio e gas salgono molto più rapidamente dei costi di estrazione, i produttori possono ottenere rendite straordinarie. L’utile netto adjusted di ENI, per esempio, è passato da 4,33 miliardi di euro nel 2021 a 13,30 miliardi nel 2022. Non significa che le compagnie abbiano causato intenzionalmente i rincari (prezzi e profitti possono essere conseguenze dello stesso shock), ma rivela che una crisi può trasferire reddito dai consumatori ai produttori.
Secondo uno studio del FMI, i profitti interni hanno rappresentato contabilmente il 45 per cento della crescita del deflatore dei consumi dell’Eurozona tra il primo trimestre 2022 e il primo trimestre 2023. Quel 45 per cento non misura l’inflazione «causata dagli extraprofitti fossili»: comprende tutti i settori e non dimostra un aumento generalizzato dei margini dovuto al potere di mercato. Resta la questione di come distribuire le rendite eccezionali. Il contributo di solidarietà introdotto dall’Unione europea nel 2022 ha raccolto 26,15 miliardi di euro per gli esercizi 2022 e 2023, impiegati in larga parte per sostenere i consumatori.
Uno sconto alla pompa risolve il problema?
I governi possono contenere i rincari riducendo le accise sui carburanti o rimborsando i maggiori costi alle categorie più esposte. In Italia, il decreto del 22 ottobre 2026 ha previsto ulteriori crediti d’imposta per l’autotrasporto e aiuti ad agricoltura e pesca. Sono misure che possono evitare difficoltà immediate e interruzioni delle forniture, ma la loro efficacia dipende anche da quanta parte dell’agevolazione arriva effettivamente al prezzo finale.
Un taglio generalizzato delle accise beneficia chi acquista carburante, compreso chi ne consuma molto e non è necessariamente povero. Comporta inoltre un costo per le finanze pubbliche e non riduce l’esposizione futura ai prezzi internazionali. I sostegni mirati, calibrati in base al reddito e alle necessità lavorative, possono proteggere meglio chi non ha alternative, mentre gli investimenti in efficienza e mobilità riducono il consumo di combustibili. Non sono strumenti intercambiabili: uno compensa lo shock, gli altri cercano di limitarne le conseguenze nelle crisi successive.
I costi della transizione sono davvero un’alternativa migliore?
Si obietta spesso che siano le politiche climatiche stesse a far aumentare il costo della vita. Una carbon tax può effettivamente rincarare i combustibili, e la trasformazione di reti, edifici e trasporti richiede investimenti. Secondo simulazioni del FMI, un forte aumento programmato del prezzo del carbonio potrebbe aggiungere fra 0,2 e 0,4 punti percentuali all’inflazione annua nell’Eurozona nel periodo 2022-2030: un effetto non trascurabile, ma inferiore agli shock energetici eccezionali del 2022. Il confronto non è automatico, perché dipende da come i costi vengono trasferiti ai consumatori e da come sono redistribuite le entrate fiscali.
Il punto, allora, non è sostenere che la decarbonizzazione sia gratuita. È riconoscere che anche mantenere il sistema attuale comporta costi economici e distributivi, spesso poco visibili. Una strategia industriale che riduca i combustibili importati, migliori l’efficienza, renda più stabile il prezzo dell’energia e permetta anche alle famiglie meno abbienti di accedere alle nuove tecnologie può ridurre una vulnerabilità che oggi pesa su consumatori, imprese e finanza pubblica. Le emissioni evitate non sono il suo unico beneficio: conta anche quanto meno saremo esposti alle prossime crisi.
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