Comunicazione della scienza · dal 2009 · Venerdì 30 ottobre 2026
Cerca EN
Scienza in reteDona
Politica + Società

Cosa insegna il caso dei Cornell 7

Il caso dei “Cornell 7”, sette studenti accusati di violenza sessuale in una delle più prestigiose università americane, ha riacceso i riflettori sul lato oscuro delle confraternite studentesche, quello fatto di abusi, omertà e solidarietà maschile, e di una cultura che troppo spesso antepone la fedeltà al gruppo al rispetto delle donne. La vicenda solleva però anche una questione ancora più profonda: il consenso basta a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato? Oltre le responsabilità penali, emerge l’urgenza di recuperare un’etica delle relazioni fondata sul rispetto, sulla responsabilità individuale e sul coraggio di intervenire

la sede della confraternita Chi Phi della Cornell

La vicenda  dei Cornell 7 è nota e ha riacceso il dibattito sulle aggressioni sessuali nei campus universitari degli Stati Uniti: la notte del 19 ottobre 2024, alla Cornell University, una giovane donna sotto l’effetto di alcol e ketamina stava nuda in una stanza al piano superiore della residenza di una confraternita mentre un gruppo di coetanei compiva a turno atti sessuali su di lei e scambiava messaggi brutali in un gruppo Snapchat con più di 50 uomini.

Dal punto di vista legale, l’epilogo è ancora in alto mare: la ragazza aveva a suo tempo presentato una denuncia agli organi di sicurezza interni, affermando di poter dire “con assoluta certezza” di essere stata violentata, ma il documento che la polizia universitaria condivise con la procura non includeva tale dichiarazione e, di conseguenza, fu deciso di non procedere. Nel settembre di quest’anno, l’ex studentessa ha intentato una causa contro la dirigenza dell’università e contro sette giovani, che negano l’addebito sostenendo la tesi del rapporto consensuale. I pubblici ministeri hanno dichiarato che riapriranno le indagini e la Cornell prevede di incaricare una squadra esterna di esaminare il caso. Nel frattempo, nessuno degli uomini è stato incriminato.

La storia è una delle più universali in assoluto (la violenza sessuale, le narrazioni contrastanti e il fallimento degli organismi di vigilanza si riscontrano in tutto il mondo), ma il contesto in cui si sono svolti i fatti è quello di un’istituzione tipicamente statunitense, antica quasi quanto gli Stati Uniti stessi: le confraternite studentesche, circoli sociali residenziali tradizionalmente designati con lettere greche. La confraternita protagonista del caso Cornell 7, fondata nel 1824 (forse la più antica) si chiama ΧΦ (Chi Phi).

Le confraternite, nate nell’Europa centro-occidentale all’inizio dell’undicesimo secolo, dai primi decenni dell’Ottocento si diffusero negli Stati Uniti, dove ormai sono presenti in tutti i campus universitari, sostenute finanziariamente dagli studenti associati; in Europa, invece, ricevono finanziamenti dallo Stato per le università pubbliche o dagli stessi atenei per le università private e la differenza è rilevante per quanto riguarda gli organi di controllo.

La costituzione delle confraternite avrebbe il significato di offrire agli studenti un senso di appartenenza, contribuendo a migliorare i tassi di permanenza nell’università e quindi di conseguimento della laurea e, in seguito, una salda rete professionale. Nella realtà, le confraternite sono spesso sotto inchiesta per reati che vanno dall’abuso di sostanze stupefacenti ai pericolosi riti d’iniziazione e alla violenza sessuale. Un rapporto ufficiale pubblicato proprio dalla Cornell in marzo segnala che il 52% delle studentesse dell’università coinvolte con organizzazioni studentesche “greche” dichiara di aver subito violenza sessuale, mentre tra le non coinvolte la quota scende al 29%.

Le confraternite sono spesso composte esclusivamente da uomini, selezionati con riti d’iniziazione, che condividono la residenza e che fanno delle loro feste (dove le sostanze stupefacenti sono onnipresenti e l’alcol scorre a fiumi) il fulcro della vita sociale del campus.

Secondo la giornalista d’inchiesta del New York Times Emma Goldberg, la miscela di questi ingredienti innesca una dinamica per cui alcuni membri possono sentirsi incoraggiati a “comportarsi male”, mentre altri si sentono in obbligo di sostenere i “fratelli” a prescindere da ciò che fanno: indagando alla Cornell, Goldberg ha scoperto che gli studenti che entrano a far parte di una confraternita a volte firmano un giuramento di fedeltà per proteggerne i segreti.

Questi elementi tossici, d’altronde, permeano universalmente le aggregazioni a predominanza maschile (che siano squadre sportive o unità militari o chat di gruppo sui social): il sociologo australiano Michael Flood, che ne studia le dinamiche sociali, nota che gli uomini che ne fanno parte tengono più all’approvazione degli altri uomini che alla dignità femminile e ritengono di acquisire status attraverso la conquista sessuale o il maltrattamento delle donne. Alcol e droga accendono la miccia dei comportamenti deviati, coadiuvati dal facile accesso internet alla pornografia, da cui i giovani maschi imparano che il sesso non è intimità, né manifestazione d’amore, bensì un atto interamente egoistico e intrinsecamente sfruttatore.

Non sorprende che i genitori delle matricole femmine si congedino dalle figlie all’ingresso dell’università con raccomandazioni per prevenire lo stupro: «Non lasciare il tuo drink incustodito a una festa; non tornare a casa da sola a tarda notte; assicurati che qualcuno sappia dove sei; presta attenzione alle tue amiche» (nei campus, la consuetudine di avere una ragazza del gruppo che non beve per badare alle altre è invalsa quanto quella del guidatore sobrio).

Il rettore della Wesleyan University Michael Roth, dopo aver realizzato una decina di anni fa che una quota sproporzionata di infrazioni disciplinari era legata a feste organizzate nelle grandi sedi di tre confraternite residenziali maschili, impose loro di diventare miste o di sciogliersi. Per il permanere di gravi episodi due di esse furono comunque chiuse, ma la terza acconsentì ad ammettere le studentesse. Obbligare queste organizzazioni a includere donne, così come studenti trans e non binari, sembra essere un passo nella giusta direzione per rendere i campus più sicuri per chi ci vive, indipendentemente dal genere.

Nel 2011, sotto l’amministrazione Obama, l’Ufficio per i diritti civili del Dipartimento dell’istruzione inviò alle università nuove e rigorose linee guida su come gestire i casi di molestie e aggressioni sessuali, che abbassavano lo standard probatorio. I tempi, però, sono cambiati: proprio nel picco del movimento MeToo (quando gli studenti accusati alla Cornell erano adolescenti) paradossalmente un candidato presidenziale, parlando delle donne e della sua libertà di accedere ai loro genitali, diceva: «Se sei una star puoi fare qualsiasi cosa». E lo dimostrava venendo eletto. L’amministrazione Trump ha indebolito le norme e abrogato le tutele in materia di identità di genere e orientamento sessuale e Susan Dominus, giornalista e lettrice a Yale, teme che, dato l’attuale assetto dell’esecutivo, la rabbia e il disgusto per quanto accaduto alla Cornell possano essere solo l’ennesimo rito di purificazione con effetti di breve durata.

Dal punto di vista legale, la vicenda della Cornell sembra strettamente legata alla questione se il rapporto fosse o meno consensuale: si è verificato uno stupro o si è trattato di semplicemente di una brutta esperienza di cui ci si è pentite a posteriori?

Nello Stato di New York, la prova delle accuse di stupro è molto rigorosa: una persona che volontariamente ha assunto droghe o alcol non è considerata incapace di intendere e di volere, a meno che non sia priva di sensi.
In un impoverito vocabolario morale, si duole la scrittrice Christine Emba, il «consenso» è il parametro di compromesso tra la scelta e la violenza sessuale: il sesso senza consenso è stupro e lo stupro è un reato, ma tutto il resto è una questione privata. 

Un rapporto sessuale non consensuale è sempre sbagliato; tuttavia, un rapporto consensuale non è sempre giusto.

Il consenso è un criterio legale, non etico; è un livello minimo, non un limite massimo. Definisce il minimo indispensabile, ma non il bene. È in quel divario tra “legale” e “decente” che la critica morale trova la sua applicazione, ma la mancanza di un linguaggio morale ci priva delle sfumature necessarie per empatizzare con le vittime e per elaborare una risposta sociale, non solo giuridica. Senza questo vocabolario, è difficile esprimere come vorremmo che fosse la nostra cultura sessuale condivisa. Il “consenso” non ci aiuta a tenere conto delle differenze di potere dovute all’età, al genere, all’esperienza o allo stato di ebbrezza. Non s’interroga se la presunta vittima abbia partecipato all’incontro per genuino desiderio o a causa di pressioni sociali, né dove finisce l’uno e iniziano le altre. Non lascia spazio al riconoscimento che anche una “semplice” esperienza spiacevole può causare danni duraturi e che la donna coinvolta merita compassione. Cosa dobbiamo gli uni agli altri? Non esiste uno standard più elevato cui possiamo aspirare? Un’eventuale sentenza del tribunale non curerà una cultura in cui la misoginia sta prendendo piede ai massimi livelli del governo e della società, incarnata da un presidente che ha protetto misogini violenti ed è stato egli stesso ritenuto responsabile di abusi. Non rassicurerà le giovani donne scettiche sul fatto che dovrebbero fidarsi dei loro coetanei maschi. Ma ripristinare un quadro morale entro cui spiegare perché certe credenze e comportamenti sono buoni o cattivi ci renderebbe più capaci di chiedere conto alle nostre istituzioni e a noi stessi.

Alla stessa stregua, le decine di membri della confraternita che hanno ricevuto un invito su Snapchat alla “free pussy” («Adoro il Chi Phi», ha scritto un fratello. «Tipo, puoi entrare e tirarlo fuori» e «Il negozio è ancora aperto?», ha chiesto un altro) non avevano alcun obbligo legale di intervenire per porre fine all’abuso, ma il loro non intervento è sicuramente un fallimento morale.

È proprio sul piano morale che focalizza la sua attenzione David French, commentatore politico e giurista americano, al punto di citare in parallelo, nel corso di Diritto bellico che tiene alla Lipscomb University di Nashville, un episodio apparentemente distante anni luce sul piano degli effetti reali. Durante la famigerata azione nel villaggio di My Lai, in Vietnam, il pilota di elicottero dell’esercito Hugh Thompson, che vide il massacro dall’alto, atterrò frapponendo il suo velivolo tra i commilitoni e un gruppo di civili che essi stavano inseguendo e persino ordinando al suo equipaggio di aprire il fuoco sui soldati americani se avessero tentato di uccidere quelle persone. Sfidare il disprezzo dei suoi compagni d’armi, cui impedì di continuare a commettere crimini di guerra, richiese molto più coraggio di quanto ne occorresse per intervenire quella notte alla Cornell. Tuttavia, nessuno dei “fratelli” lo fece: per loro, “fica gratis” era un invito, non un campanello d’allarme. «Il Coraggio - conclude French, citando il pensiero di CS Lewis, l’autore delle Cronache di Narnia - non è semplicemente una delle virtù, ma la forma di ogni virtù nel momento della prova, ovvero nel momento della massima realtà».

In Italia, per fortuna, non esistono confraternite universitarie: fa eccezione la Società della Taula, fondata nel 1947 all’Università Bocconi di Milano, che riunisce studenti ed ex studenti in seminari, conferenze e cene, con prevalente scopo di networking. In compenso, ci sono associazioni studentesche riconosciute dagli atenei, liste universitarie, collettivi politici e club legati a specifiche facoltà o attività. 

Chi scrive spinge la sua critica anche oltre le confraternite, al concetto stesso di campus universitario, augurandosi che in Italia, culla di alcune dei più antichi atenei del mondo, le università restino un faro di cultura posto all’interno delle città, in modo che queste ultime diventino sempre più luoghi aperti e inclusivi di aggregazione multiculturale giovanile.

La newsletter di Scienza in rete

Ogni settimana, gratis, scienza scelta a mano: ricerca, salute, ambiente. E un commento sui fatti di attualità nell’editoriale del direttore, o di un altro o un’altra di noi, riservato alle persone iscritte alla newsletter.

Passiamo l’indirizzo a Substack già compilato: ti resta un clic per confermare. È gratis, ci si disiscrive quando si vuole.

Continua a leggere

Errori e suggerimenti

Un errore nel testo, un link che non funziona, un suggerimento: arriva in redazione.

Di cosa si tratta