Adolescenti dietro le sbarre: che cosa dicono gli studi sul carcere minorile
Mentre il governo annuncia nuovi posti negli istituti penali per minorenni, un commento su The Lancet Child & Adolescent Health ricostruisce le evidenze sugli effetti della detenzione in adolescenza: più disturbi psichiatrici, più psicofarmaci, più recidiva. E ricorda che l’Italia, per anni, aveva indicato all’Europa una strada diversa.

Per oltre trent’anni la giustizia minorile italiana è stata considerata un riferimento in Europa. Il codice del processo penale minorile del 1988 (DPR 448/1988) aveva posto al centro il recupero educativo dei ragazzi e le ragazze: la sospensione del processo con messa alla prova, l’irrilevanza del fatto, il carcere come misura di ultima istanza. Il titolo di un lavoro pubblicato nel 2025 sulla rivista Epidemiologia & Prevenzione sintetizza il cambiamento avvenuto da allora: la detenzione minorile in Italia sarebbe passata da modello di protezione ammirato in Europa a luogo criminalizzante e patogeno.
La stessa tesi è ora al centro di un commento pubblicato a settembre su The Lancet Child & Adolescent Health da dieci clinici e ricercatori attivi in cinque Paesi europei, dal titolo The pathogenic illusion of youth incarceration: a call for abolition medicine in Europe.
Testo che è tornato d’attualità dopo che il ministro della Giustizia Carlo Nordio, in seguito ai disordini delle scorse settimane, ha annunciato l’intenzione di ampliare la capienza degli istituti penali per minorenni (IPM) e di destinare ai minori alcune sezioni delle carceri per adulti.
Un’inversione di rotta europea
Gli autori collocano il caso italiano in una tendenza continentale. In Svezia, da maggio 2026, i quindicenni possono essere trasferiti in strutture gestite dall’amministrazione penitenziaria per adulti; in Francia, dopo una legge del giugno 2025 che ha inasprito la risposta penale verso i minori, si discute di abbassare a 16 anni la maggiore età penale. In Italia il decreto Caivano del 2023 ha ampliato i presupposti della custodia cautelare e il pacchetto sicurezza estende ai minori il fermo preventivo amministrativo; alcune proposte di legge prevedono inoltre una presunzione automatica di capacità per gli adolescenti tra 14 e 17 anni.
Gli effetti sono già visibili nei numeri. Secondo i dati dell’osservatorio di Antigone richiamati nel commento, tra il 2023 e il 2024 la popolazione degli istituti minorili è cresciuta dell’80 per cento in Italia, del 50 per cento in Germania e di quasi il 20 per cento in Francia. Sul fronte delle condizioni di detenzione, il Comitato europeo per la prevenzione della tortura ha chiesto alla Spagna di abbandonare la contenzione meccanica dei ragazzi detenuti, cioè la loro immobilizzazione a letti o strutture con cinghie o fascette.
Un cervello in costruzione in un ambiente patogeno
L’argomento centrale del commento è di natura evolutiva. L’adolescenza è una fase di intensa riorganizzazione cerebrale, nella quale le capacità di autoregolazione e di valutazione delle conseguenze sono ancora in maturazione e l’ambiente circostante incide in misura particolare sulla traiettoria di sviluppo. Gli autori, richiamando una revisione del 2020, definiscono il carcere un ambiente strutturalmente incompatibile con uno sviluppo adolescenziale sano.
A rendere il quadro più grave è la popolazione che vi entra. Una metaregressione di 25 indagini pubblicata nel 2008 aveva documentato, tra gli adolescenti detenuti, prevalenze di disturbi psichiatrici – disturbo della condotta, depressione, disturbo da deficit di attenzione e iperattività, uso di sostanze – molto superiori a quelle dei coetanei.
Il Northwestern Juvenile Project, che ha seguito per 15 anni giovani entrati nel circuito della giustizia minorile negli Stati Uniti, ha mostrato che questi disturbi tendono a persistere in età adulta. Alla vulnerabilità preesistente si sommano sovraffollamento, violenza e isolamento disciplinare, oltre all’esposizione indiretta al trauma: assistere all’autolesionismo di un compagno o a una contenzione fisica, osservano gli autori, destabilizza a sua volta.
In Italia il caso dell’IPM Cesare Beccaria di Milano, dove nel 2024 tredici agenti sono stati arrestati con l’accusa di abusi sistematici, è citato come esempio estremo di questa dinamica.
Minori stranieri e accertamento dell’età
Una parte rilevante della crescita riguarda i minori stranieri non accompagnati, che arrivano spesso con esperienze migratorie traumatiche e finiscono in detenzione in misura sproporzionata anche per la carenza di soluzioni di accoglienza alternative.
Per questi ragazzi il problema si pone già all’ingresso: l’accertamento dell’età si basa ancora in larga parte su radiografie del polso e parametri biometrici, metodi con margini di errore ampi che, secondo gli autori, non dovrebbero sostituire una valutazione multidisciplinare di tipo psicosociale. Un errore di stima può determinare l’assegnazione a un circuito per adulti e l’esclusione dalle tutele previste per i minori.
Il farmaco come strumento di gestione
Il dato più netto riguarda i farmaci. Nei principali IPM italiani la somministrazione di psicofarmaci – soprattutto benzodiazepine, antipsicotici e ipnotici – è aumentata tra il 2023 e il 2024 in media del 41 per cento, misurata in dosi definite giornaliere (DDD), l’unità standard dell’OMS che consente di confrontare i consumi indipendentemente dalle dimensioni delle confezioni o dal numero di prescrizioni.
Gli autori distinguono la cura psicofarmacologica appropriata dall’uso sistematico di sedativi per contenere le tensioni interne, una forma di contenzione farmacologica che medicalizza un disagio in larga parte situazionale ed espone i ragazzi al rischio di dipendenza iatrogena.
Sul piano degli esiti a lungo termine, le evidenze raccolte nel commento convergono: la detenzione in adolescenza aumenta il rischio di depressione grave, disturbo post-traumatico da stress e disturbi da uso di sostanze, e si associa a tassi di recidiva più elevati, anche per reati violenti, rispetto ai programmi di diversione nella comunità. La misura adottata in nome della sicurezza tende quindi a produrre l’effetto opposto.
Medici tra cura e custodia
Il commento dedica attenzione anche alla posizione dei professionisti sanitari. Negli istituti di pena medici, infermieri e psicologi sono esposti a un conflitto di doppia lealtà, tra gli obblighi verso il paziente e le esigenze di sicurezza dell’istituzione: la richiesta di prescrivere sedativi a fini di gestione comportamentale, o la subordinazione della riservatezza e dell’indipendenza clinica ai protocolli di custodia, ne sono esempi.
È una tensione che Scienza in rete ha già discusso a proposito dei medici coinvolti nelle valutazioni di idoneità al trattenimento nei CPR, e che riguarda in generale ogni contesto in cui la medicina opera all’interno di un dispositivo di privazione della libertà, compresa la condizione dei bambini che vivono in carcere con le madri detenute.
Che cosa propone l’abolition medicine
La proposta degli autori è il quadro dell’abolition medicine: una pratica sanitaria fondata sul presupposto che la sicurezza pubblica e la salute dei minori si ottengano rafforzando le infrastrutture sociali e sanitarie, non con la reclusione. In concreto, gli autori chiedono di disinvestire dalle strutture detentive minorili e di destinare le risorse pubbliche a servizi territoriali di salute mentale, all’advocacy pediatrica e a programmi non custodiali gestiti da équipe multidisciplinari. Ricordano inoltre che l’Ufficio regionale europeo dell’OMS e l’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali considerano da tempo la detenzione dannosa per lo sviluppo e da limitare ai casi estremi.
La richiesta di chiudere gli istituti penali minorili va oltre il principio di ultima istanza condiviso dalle istituzioni europee, e si tratta di una presa di posizione dichiarata più che di una sintesi sistematica delle evidenze. Il richiamo, tuttavia, interpella direttamente il caso italiano: gli strumenti alternativi alla detenzione esistono già nel nostro ordinamento, e per decenni hanno prodotto risultati riconosciuti a livello internazionale. La questione posta dal commento non riguarda dunque l’invenzione di un modello nuovo, ma la scelta di continuare a investire in quello che l’Italia aveva costruito.
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