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COVID-19/Immunità

Anche l'immunità risente dell'età

Salvo rare eccezioni, i bambini rispondono meglio degli adulti all'infezione da SARS-CoV-2. Quest'osservazione ha dei precedenti nei casi di SARS e MERS; ma da cosa potrebbe dipendere la diversa risposta dei bambini? In che modo l'età influenza il nostro sistema immunitario?
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Si è visto che anche in Italia, come nel resto del mondo, i bambini, salvo rare eccezioni, rispondono all’infezione da virus SARS-CoV-2 meglio degli adulti (i quali, a loro volta, sviluppano meno degli anziani forme letali di Covid-19). Secondo l’analisi di Epicentro basata su un campione di 31.096 pazienti positivi deceduti, l’età media di chi è morto è 80 anni, di quasi 20 anni più alta del totale di quelli diagnosticati infetti (62 anni).

Plasmaterapia per Covid-19. Perché sì, perché no

Sono in fase di partenza studi nazionali e locali sull'impiego della plasmaterapia per i pazienti con Covid-19. Ma cosa sappiamo dell'efficacia di questa strategia?
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Sono ai blocchi di partenza uno studio nazionale e diversi studi locali sul potenziale uso terapeutico della pratica clinica nota come “plasmaterapia”. Consiste nell’infondere ai pazienti il plasma, la parte priva di cellule del sangue, dei soggetto che sono guariti da Covid-19.

Fase 2: quale test scegliere?

La gara indetta dal governo per i test sierologici è sta vinta dall'azienda Abbott, che ne fornirà un primo quantitativo gratuitamente. La Regione Lombardia ha deciso invece d'impiegare un kit diagnostico dell'italiana Diasorin che, oltre agli anticorpi totali, rileva la presenza di anticorpi neutralizzanti, ossia quelli che sono in grado non solo di riconoscere ma anche di bloccare il virus (sebbene la loro presenza non influenzi per forza l'andamento dell'infezione verso la risoluzione). La domanda sorge spontanea: perché non è stata scelto per un test nazionale il kit più completo, che oltre alla positività agli anticorpi può informare sullo stato di effettiva protezione per sé e per gli altri? L'opinione dell'immunologo Guido Poli del San Raffaele di Milano.
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Il 20 marzo ho scritto per questo giornale un articolo in cui sostenevo: 

SARS-CoV-2 visto dal sistema immunitario

Per capire l'epidemia, vale la pena capire innanzitutto il "punto di vista" del sistema immunitario: come interagisce con i virus, il lungo processo di coevoluzione tra i due, le basi della memoria immunologica.
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Il comportamento dell’uomo, di fronte all’insorgere di epidemie o pandemie, è più o meno lo stesso dalla notte dei tempi: ogni volta, è sorpreso e angosciato della propria disperazione nel non comprendere il perché dell’avvento di una nuova calamità.

Facciamo in tutta Italia come a Vo’ (e in Corea del Sud)?

Uno studio epidemiologico effettuato nel paese veneto di Vo’ Euganeo ha mostrato che la maggioranza delle persone infettate da SARS-CoV-2 è asintomatica, ma rappresenta una formidabile fonte di contagio: l'isolamento di tutti i soggetti infettati, asintomatici compresi, ha permesso non solo di proteggere dal contagio altre persone ma anche in grado di proteggere dalla evoluzione grave della malattia nei soggetti contagiati. Sulla base di questo risultato, scrive l'immunologo Sergio Romagnani, nella battaglia contro il virus appare cruciale cercare di scovare le persone asintomatiche ma comunque già infettate, che hanno una maggiore probabilità di contagiare visto che nessuno le teme o le isola.

Mi permetto di sottoporre all’attenzione generale un punto che credo meriti di essere preso in considerazione. Mi riferisco ai risultati dello studio epidemiologico effettuato nel paese veneto di Vo’ Euganeo su suggerimento e sotto la direzione di Andrea Crisanti, Direttore della Cattedra dell’Unità Diagnostica di Microbiologia e Virologia dell’Università di Padova [1].