Il ritorno dell'aviaria

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L'influenza aviaria torna al centro dell'attenzione, dopo il recente caso dell'allevamento di galline colpite dall'influenza aviaria a Ferrara e il primo caso, riportato da uno studio pubblicato dal British Medical Journal, di probabile passaggio da uomo a uomo del virus H7N9 che ha colpito la Cina, causando finora 44 morti su 135 casi accertati. Si tratta di un sottotipo del virus influenzale H7, presente nei volatili, che circola nel Paese asiatico dal 30 marzo. Secondo le autorità cinesi il virus è stato trovato in alcuni piccioni al mercato di Shanghai. 

Sul fronte della comunicazione sono stati compiuti alcuni importanti passi in avanti. A differenza di 10 anni fa, infatti, quando la Cina nascose i primi casi di Sars favorendo di fatto la diffusione del virus in tutto il mondo, oggi Pechino ha attivato un sistema di collaborazione e condivisione delle informazioni elogiato dall’OMS. Questa volta è stata condivisa immediatamente la sequenza genetica del virus ed è uscito un dettagliato report sul New England Journal of Medicine. A fine aprile, il Governo cinese ha stanziato l’equivalente di 48,6 milioni di dollari «per prevenire l’infezione umana dell’influenza aviaria H7N9».

Abbiamo chiesto a Donato Greco, epidemiologo, consulente dell’Istituto Superiore di Sanità e fondatore del Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute, nonché coinvolto in progetti europei sui temi della sorveglianza epidemica, un commento sulla situazione.

Cosa si sa di questa nuova influenza aviaria che sta colpendo la Cina?

D.G. Il virus è stato caratterizzato e addirittura ne è stata identificata la sequenza genomica. Appartiene alla famiglia dei virus aviari H7N9, che sono noti da circa cinquant’anni. La variante circolante al momento in Cina ha purtroppo subito due mutazioni che hanno reso il virus capace di infettare anche l’uomo. È infatti possibile che i virus, se inalati in grandi quantità, riescano a superare le barriere immunitarie della gola e a raggiungere gli alveoli polmonari, dove possono dare origine a polmoniti. Casi del genere possono accadere fra quelle persone che lavorano a stretto contatto con il pollame, ed è proprio quello che è successo in Cina.

Questo virus colpisce tutti gli uccelli indiscriminatamente o ha alcuni bersagli preferiti?

Il virus H7N9 colpisce soprattutto i polli. Non bisogna però dimenticare che la trasmissione da una specie di uccelli a un’altra può avvenire con maggior facilità di quella fra uccelli e uomini. Detto questo, oggi non abbiamo prove della  diffusione del virus in uccelli diversi dai polli.

Simili epidemie hanno un forte impatto anche a livello economico: la soluzione che viene adottata per limitare la diffusione di un virus aviario implica l’uccisione di un’enorme quantità di polli. Esistono strategie alternative?

L’Italia ha sicuramente pagato un prezzo altissimo a causa delle epidemie di aviaria, non solo per i polli uccisi, ma anche perché i consumi di carne di pollo negli anni successivi sono crollati. Un grande problema per un paese che produce circa 900 milioni di polli ogni anno. L’impatto economico è dunque formidabile, ma il rischio sanitario è tale che anche pochi casi tra gli esseri umani potrebbero causare danni ancora maggiori, come la chiusura dei mercati o la sospensione di certe relazioni internazionali. Per questo, l’eliminazione dei volatili negli allevamenti colpiti da un virus è una pratica internazionale ormai consolidata, tenendo anche conto del fatto che non ci sono vaccini per questo virus nei polli. Purtroppo non esistono alternative.

Com’è la situazione in Italia?

L’Italia sembra aver imparato la lezione e si è dotata di una sorveglianza “micidiale” dal punto di vista veterinario. Inoltre, abbiamo anche la fortuna di avere grandi laboratori, come quello di Ilaria Capua, dediti allo studio di questi virus. Per questo motivo possiamo dire di essere certi che, al momento, questo virus in Italia non c’è, sebbene ciò non significhi che non possa arrivare.

Le precedenti influenze aviarie sono state classificate come epidemie, quella suina del 2009 come pandemia. Qual è la differenza fra queste due definizioni?

Intanto è bene ricordare che il virus del 2009 era un virus “umanizzato”, cioè che conteneva dei frammenti genomici umani, cosa che non avviene in quello circolante adesso in Cina. Per quanto riguarda la differenza fra epidemia e pandemia, si ha pandemia quando il virus si diffonde in due continenti in un breve periodo di tempo.

Spesso, nella percezione pubblica, l’influenza non è altro che una seccatura, nulla più di un raffreddore

È una grande sciocchezza, perché l’influenza è la malattia infettiva più letale del mondo occidentale, che causa centinaia di migliaia di morti ogni anno nel mondo, più di 8000 solo in Italia. In sé sarebbe anche una malattia relativamente lieve, però ci sono milioni di individui a rischio nei quali può facilmente causare complicazioni fatali o comunque molto gravi.

Considerando la rapidità con cui il genoma virale muta e si evolve, quali sono le strategie migliori per individuare questi nuovi ceppi di virus per i quali non si dispone ancora di un vaccino?

La strategia migliore è quella della sorveglianza biologica. Esiste nel mondo una rete di 166 laboratori di virologia, che fa capo a quattro centri di raccolta dell’OMS e che monitora costantemente la situazione, identificando e caratterizzando i nuovi ceppi virali (vedi box). Non abbiamo strategie più efficaci di questa.

Quanto è importante la comunicazione per limitare i danni di un’epidemia? 

Il consorzio TellMe di cui faccio parte è legato a un progetto di ricerca del Settimo Programma Quadro dell’Unione Europea ed è composto da otto paesi europei più gli Stati Uniti e Israele. Il nostro obiettivo è di affrontare il tema delicato della comunicazione delle malattie infettive. Ormai abbiamo capito da anni che può far più male la cattiva comunicazione della malattia stessa. Questo progetto si articola in tre anni e ora siamo nel pieno del secondo. Ci occupiamo di epidemie, pandemie, del problema dei vaccini e di altre tematiche simili, con un approccio multidisciplinare, senza quindi limitarsi all’aspetto medico-sanitario. È ormai dimostrato che un’efficace e tempestiva comunicazione – non solo rivolta al pubblico, ma anche a chi opera nella sanità – può dare un grande contributo nel limitare la diffusione di un agente infettivo, consentendo così di salvare molte vite umane. Per raggiungere questo scopo, la comunicazione deve saper creare empatia e fiducia, deve rispettare le paure dei cittadini senza limitarsi a rassicurarli, dev’essere trasparente, aperta e diretta a tutte le persone coinvolte, deve saper riconoscere l’incertezza di una situazione, e deve dare indicazioni pratiche sul cosa fare, qui e ora. In poche parole, deve imbrigliare le paure dei cittadini invece che sguazzarci dentro. Basta vedere a quello che è successo con la SARS a Singapore, dove la comunicazione è stata eccellente e, avendo seguito queste regole, è riuscita a limitare sia la diffusione del virus, sia il panico.

Pandemia e prevenzione: regole aggiornate

A partire dal 2005 i Paesi membri dell’OMS hanno iniziato l’aggiornamento dell’International Health Regulations, un insieme di regole che prevede anche piani di prevenzione pandemica. Lo scopo del testo è quello di aiutare la comunità internazionale a prevenire le minacce alla salute e a rispondere tempestivamente qualora si concretizzino. L’abbattimento delle frontiere e i continui spostamenti della popolazione mondiale hanno reso necessario un aggiornamento. La prima edizione del documento risaliva infatti al 1969. I suoi tre limiti fondamentali erano l’indirizzo mirato ad alcune malattie diffuse all’epoca (come colera, peste e febbre gialla), la dipendenza dalla comunicazione ufficiale di uno Stato e la mancanza di cooperazione internazionale.  

Il nuovo testo, completamente operativo da 15 giugno 2007, prevede invece l’immediata segnalazione all’Oms di ogni rischio patogeno individuato all’interno dei propri confini, la dissuasione dall’attuazione di restrizioni non necessarie su viaggi e commercio (motivo che in passato ha spinto molti Stati a non dare l’allarme per evitare che venissero chiuse le frontiere) e l’attuazione di piani di prevenzione interna. 

Il Piano di Prevenzione Pandemica italiano è redatto seguendo le sei fasi pandemiche individuate dall’OMS, che sono divise in tre periodi: quello interpandemico, all’interno del quale si trovano le fasi del basso rischio e quello della rilevazione del nuovo virus, il periodo di allerta, con le fasi auto-limitante, trasmissione da uomo a uomo e infezione epidemica, e infine il periodo pandemico, che con l’omonima fase è il momento di maggiore diffusione del virus.

Il Piano fornisce le linee guida necessarie per stilare quelli regionali. L’obiettivo è preparare la popolazione nazionale e locale ad affrontare il rischio pandemia. Ciò è possibile grazie a un’azione di prevenzione, monitoraggio e controllo dell’infezione affiancata a un piano di formazione e a strategie di comunicazione adeguate.

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