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Home » Campi del sapere » Scienze della Terra

Il terremoto dell’Aquila e la geofisica in tribunale

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Geologia

La notizia è rimbalzata su tutti i giornali italiani nei giorni scorsi. La Procura della Repubblica dell’Aquila accusa di omicidio colposo la Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile per il “mancato allarme” nei giorni precedenti il forte terremoto dell’Aquila dello scorso anno. Sotto accusa ci sono tra gli altri: Franco Barberi, geofisico di grande esperienza e presidente vicario della Commissione; Enzo Boschi, presidente dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV); Bernardo De Berardinis, vice direttore della Protezione Civile; Mauro Dolce, direttore dell'ufficio rischio sismico della Protezione Civile; Giulio Selvaggi, direttore del Centro Nazionale Terremoti. 

Secondo l’accusa la Commissione avrebbe sottovalutato i precursori del terremoto: in particolare lo sciame sismico che ha preceduto la scossa di magnitudo 6,2 del 6 aprile 2009. La “grave negligenza” avrebbe concorso a causare molte vittime. Sotto accusa è, in particolare, una riunione della Commissione Grandi Rischi che si è tenuta la settimana prima, il 31 marzo 2009, del forte terremoto che ha devastato il capoluogo abruzzese. In quella riunione si disse che non c’erano elementi sufficienti per preannunciare un terremoto devastante.

Non è nostra intenzione entrare nel merito specifico delle accuse. Sarà la magistratura a stabilire se e da chi sono stati commessi reati. Sotto accusa, tuttavia, ci sono le più alte autorità scientifiche in materia di geofisica e le più alte autorità per la prevenzione degli effetti dei terremoti. Cosicché è opportuno interrogarci su tre questioni del tutto generali: qual è la capacità che abbiamo di prevedere un terremoto; quale deve essere la politica di prevenzione sulla base di questa capacità; se la controversia è scientifica, è il tribunale il luogo può adatto a dirimerla?

Sono domande che rilanciamo agli esperti, nella speranza di aprire una discussione.

La prima domanda – allo stato attuale delle conoscenze – è relativamente semplice. Abbiamo una capacità statistica ma non deterministica di prevedere un terremoto. Sappiamo che l’Italia è quasi tutta a rischio. Sappiamo quali sono le aree a rischio più elevato (e L’Aquila è certamente un’area a rischio) per un forte terremoto. Sappiamo quale sarà, più o meno, l’intensità massima: possiamo escludere con sufficiente confidenza la possibilità che in una qualche zona d’Italia si verifichi un terremoto di magnitudo superiore a 8,5 per esempio. Perché sappiamo che terremoti di questa potenza si verificano in altre zone del pianeta. Tuttavia non sappiamo quando avverrà esattamente un forte terremoto, né quale sarà la sua specifica potenza. In breve: sappiamo dove avverrà, ma non quando né con che forza. Non abbiamo, in altri termini, una capacità di previsione deterministica dei terremoti. Né in Italia, né nel resto del mondo.

C’è il problema degli sciami sismici. La presenza di uno sciame di scosse a intensità relativamente bassa preannuncia, a breve, un terremoto più forte? Ne parla nell’articolo di Giuseppe Grandori, grande esperto di ingegneria sismica e professore emerito di Teoria delle Strutture del Politecnico di Milano. Una qualche correlazione esiste. Ma, ancora una volta, è statistica, non deterministica. Varia da zona a zona, da faglia a faglia. Grandori ha verificato, per esempio, che, nel caso di alcuni specifiche aree (l’Irpinia, il Friuli, la Garfagnana), talvolta gli sciami sismici sono seguiti, relativamente a breve, da forti terremoti. Su cento sciami sismici solo 2 sono stati seguiti in passato da forti terremoti. È presumibile che anche in futuro su 100 sciami sismici 98 si risolveranno senza conseguenze e due saranno seguiti a breve da un forte terremoto. Il guaio è che non sappiamo quali.

Ciò ci porta direttamente alla seconda domanda: quale deve essere la politica di prevenzione? Ora abbiamo due scenari possibili. Da un lato la probabilità che in una zona a rischio si verifichi senza precursore alcuno un forte terremoto. Dall’altra la probabilità che in una zona a rischio uno sciame sismico annunci un forte terremoto (2% dei casi). La migliore prevenzione, in entrambi i casi, è costruire edifici antisismici e assicurarsi che le norme siano rispettate. Altro da fare, nel primo scenario, non c’è.

Ma che fare nel secondo scenario, in presenza di uno sciame sismico? Far evacuare la zona, sapendo che nel 98% dei casi si tratterà di un falso allarme, ma sapendo anche che il rischio che il terremoto si verifichi è 200 volte superiore a quello di “tempi normali”?

In nessun paese al mondo uno sciame sismico ha porta finora all’evacuazione automatica di una popolazione. In Italia è successo una sola volta e si è trattato di un “falso allarme”. E tuttavia siamo in presenza di un rischio maggiore rispetto ai “tempi normali”. Se l’evacuazione fosse automatica il costo dei 98 casi di “falsi allarmi” sarebbe enorme, sia in termini economici sia in termini di percezione pubblica del rischio. Ne abbiamo avuto una prova con la pandemia da H1N1: una minaccia che non si è concretizzata ha creato disincanto. E ciò ha avuto conseguenze non solo nella vaccinazione contro il virus H1N1, ma anche nell’aumento dei rifiuti a vaccinarsi per altre malattie. Dopo che hai gridato “Al lupo! Al lupo!” e il lupo non si presenta – che tu abbia avuto ragione o no a lanciare l’allarme – la gente non ti crede più. 

Che fare, allora? Lo strumento migliore, forse, è la “democrazia del rischio”: chiamare gli stakeholders (coloro che hanno una posta in gioco) alla compartecipazione alle scelte. Nel caso di uno sciame sismico, ciò significa comunicare la situazione dalla popolazione e lasciare che sia essa a decidere il proprio comportamento (restare a casa o dormire fuori). Siamo convinti che la comunicazione pubblica della scienza è elemento primario di democrazia nell’era della conoscenza e della percezione “enorme” del rischio. E da questo punto di vista molti, soprattutto in Italia, sono i ritardi da colmare.

Non ci sfuggono, naturalmente, i limiti e i rischi associati alla «democrazia del rischio», soprattutto in un paese come l’Italia particolarmente esposto ai venti della demagogia. Di certo occorre una più attenta riflessione sulla gestione dell’incertezza. E sul ruolo che devono avere nella gestione dei rischi ambientali gli scienziati, i tecnici, i politici, gli stakeholders. Sulle norme che devono regolare la gestione del rischio. Democrazia non significa che tutte le posizioni e tutte le responsabilità sono uguali. Al contrario, significa ricerca del miglior equilibrio tra ruoli e funzioni diverse..

Ci piacerebbe che Scienzainrete divenisse sede in cui si avvia una simile discussione. Ma una cosa ci sembra certa: la scienza migliore e la migliore gestione del rischio non possono essere stabilite nelle aule dei tribunali.

7 giugno, 2010 da Pietro Greco


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#1 non c'è dubbio che la previsione deterministica è impossibile!

ritratto di Michele Ciavarella
8 giugno, 2010 - 10:21 da Michele Ciavarella
Questa dell'accusa dei tribunali agli scienziati mi pare sull'onda dei processi a Galileo. Un conto sarebbe avere in tempo informazioni di un terremoto in mare aperto e riuscire ad evacuare la popolazione nel giro di pochi ore o anche minuti se viene provocato uno tsunami (cosa per la quale si sta lavorando), un conto "prevedere" un terremoto una settimana prima, come implicitamente chiede il tribunale alla Commissione Grandi Rischi. Questo sembra farlo solo qualche "isolato" scienziato, tipicamente di interesse a trasmissioni para-pseudo-scientifiche come quella purtroppo in onda su Rai Due "Voyager" su un personaggio diventato famoso per le sue "previsioni di terremoti" - Raffaele Bendandi. Nel novembre del 1923 avrebbe dichiarato davanti a un notaio che ci sarebbe stato un terremoto il successivo 2 gennaio e, dopo il sisma, il "Corriere della Sera" lo celebrò come "l'uomo che prevede i terremoti". Tuttavia non fornì mai spiegazioni sufficienti delle modalità impiegate e non ottenne quindi un riconoscimento da parte della comunità scientifica. Affermava anche di aver individuato un terremoto che aveva causato la fine di Atlantide nel 10431 a.C. e prevedeva un altro fenomeno catastrofico per il 2521! Bendandi attribuiva persino al Sole una particolare influenza sulle cellule cerebrali umane. E che in Italia su Rai Due vengano questi reportage, vuol dire che la competenza e la cultura scientifica è davvero minima. Non serve essere un esperto, per diffida di tali affermazioni, e piuttosto leggere Nature dove facilmente si incontrano modelli e studi, ogni volta dimostrando la complessità enorme del problema, per es. negli studi di Stein di sotto la interazione nello spazio e nel tempo tra i terremoti, ma mai si pretende la "previsione" deterministica del terremoto. Mi pare piu' giusto che i tribunali si occupino, al contrario, dei casi come Giuliani che si è preso una denuncia per procurato allarme. Non saremo ancora un paese fermo alla Scienza del periodo della "Inquisizione"? Cordiali Saluti. Michele Ciavarella Rai Due "Voyager" L'uomo dei terremoti, "Voyager", Rai Due, 28 settembre 2009 http://www.youtube.com/watch?v=Ln8Rbi-fW24&feature=related Francesco Alberti, «Prevedo un terremoto». E un ricercatore scatena la psicosi tra l’Aquila e Sulmona, Corriere.it, 1 aprile 2009: http://www.corriere.it/cronache/09_aprile_01/terremoto_psicosi_fbd94050-1e82-11de-9011-00144f02aabc.shtml * Geminello Alvi, Bendandi, l' uomo che anticipava i terremoti, "Corriere della Sera", 5 novembre 2004, p.37: http://archiviostorico.corriere.it/2004/novembre/05/Bendandi_uomo_che_anticipava_terremoti_co_9_041105085.shtml * Pagina di Alessandro Gelagi su Bendandi, Vialattea.net, 14 marzo 2005: http://vialattea.net/esperti/php/risposta.php?num=7059 http://www.nextearthquake.com/index.htm Ross S. Stein The role of stress transfer in earthquake occurrence, Nature, 402, 9 dec.1999 Nature News: Past quakes cause future shocks http://www.nature.com/news/2009/090930/full/news.2009.964.html Published online 30 September 2009 doi:10.1038/news.2009.964 Seismic waves from earthquakes might make distant fault lines more slippery. It has long been known that earthquakes can trigger new quakes from afar. A magnitude-7.9 tremor that struck Alaska in 2002, for example, caused small earthquakes as far away as Wyoming and California. But these earthquakes occurred within hours of the triggering event, presumably caused when the vibrations induced other faults to give way. Many of the ones at Parkfield, by contrast, occurred months later. The only way that could have happened is if a distant earthquake somehow weakened the San Andreas fault, says the study's first author, Taka'aki Taira, a seismologist at the University of California, Berkeley. "Weakening the fault means the fault can store less stress before [it] fails," Taira explains. Slippery slope In addition to observing more small earthquakes, Taira and his colleagues also saw changes in a phenomenon called seismic scattering, in which incoming seismic waves are reflected in multiple directions, like sunlight from a wind-rippled pond. Such changes, the team believes, are associated with the movement of groundwater deep within the fault zone. The water would, in essence, lubricate the fault, making it weaker and more likely to move for as long as the water remained. Their research is published this week in Nature1. “We've been wondering for a long time about why, sometimes, earthquakes occur in bunches.” Seth Stein Northwestern University How exactly this process occurs has yet to be determined. "We need lab experiments to see how fluids migrate after the ground is shaken," Taira says. This means that accurate earthquake forecasting is not yet a possibility. "We still have to do many things," says Taira. Nevertheless, the team's finding is an important step in the process of determining earthquake risk. "We only looked in Parkfield, but we speculate that this happens at many places in the world," Taira adds. The researchers also counted the number of large earthquakes — classed as magnitude 8.0 or greater — in the years following the Sumatra–Andaman earthquake. They found that worldwide, the three years from 2005 to 2007 saw more large earthquakes than any comparable period since at least 1900 — a strong indication that other faults have been affected, Taira says.
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#2 All'aquila c'è stato un problema di comunicazione

ritratto di Nico Pitrelli
12 giugno, 2010 - 10:38 da Nico Pitrelli (non verificato)
Credo che la polemica sulla possibilità di prevedere i terremoti non sia il punto centrale della questione. Molto più rilevante è chiedersi cosa dire, come dirlo, a chi dirlo nella situazione di rischio in cui si sono trovati i tecnici della protezione civile. Giustino Parisse, secondo quanto riportato da il Centro, sostiene che il problema "non è se il terremoto si può o meno prevedere. La questione è che il messaggio uscito da quella "famosa" e vorrei aggiungere (col senno del poi) tragicomica riunione era: aquilani state tranquilli prima o poi le scosse finiranno." (http://ilcentro.gelocal.it/laquila/cronaca/2010/06/04/news/ho-firmato-l-esposto-ma-non-per-vendetta-chiedo-chiarezza-sul-mancato-allarme-2059419) I cittadini duramente provati dal terremoto si lamentano della mancanza di informazione e comunicazione trasparente. Si lamentano del fatto che non sono stati considerati punti di vista diversi da quelli tecnico-scientifici. Senza entrare nel merito delle responsabilità che verranno accertate dalla magistratura non si può dire che mettere sotto il tappeto le voci discordanti abbia sortito gli effetti sperati di rassicurazione. La Protezione civile ha fatto affidamento a una nozione di fiducia molto fragile in una società aperta e mediatizzata. Hanno pensato che rassicurare la popolazione facendo appello a un'expertise scientifica considerata indiscutibile fosse sufficiente ad avere il sostegno pubblico nei confronti delle scelte molto difficili che hanno dovuto effettuare. Per avere credibilità l'expertise da sola non è sufficiente. La credibilità si conquista anche con la fiducia, con una combinazione tra expertise e fiducia. La crisi di credibilità degli scienziati implicati nella vicenda del terremoto ci permette di dare una chiave di lettura dell'intervento della magistratura, difficilmente spiegabile altrimenti all'interno della polemica: è possibile/non è possibile prevedere i terremoti. E' sulla riduzione di credibilità che si crea il varco perché la giustizia "inventi" qualcosa rispetto alle responsabilità degli scienziati. Non certo sulla competenza tecnica in materia di prevedibilità dei terremoti. La crisi di credibilità sottolinea i diversi aspetti del concetto di epistemologia civica elaborato dalla studiosa Sheila Jasanoff. Un concetto che include la combinazione dei modi in cui la conoscenza è presentata, testata, verificata e utilizzata nell'arena pubblica.
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#3 terremoto dell'Aquila-legali interessati

ritratto di Angelo Gastaldi
26 settembre, 2011 - 09:03 da Angelo Gastaldi (non verificato)
Una avvocatessa appartenente al Gruppo "Japan Science and Tecnology Agency" di Tokyo mi ha chiesto se è possibile contattare qualche legale che si occupa del caso dell'Aquila. E' necessario che parli inglese. Mi potete aiurare? Grazie.
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