La scienza di base alla prova delle sirene pragmatiste

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C’è un’idea di politica della ricerca che si sta facendo strada in Italia e anche in Europa: dobbiamo fare come negli Stati Uniti d’America. Farci guidare dalla legge dura ma efficiente del mercato. Niente più lussi, dunque. Niente più ozi intellettualmente appaganti. Per far crescere l’economia occorre rinunciare a finanziare la “bella” scienza di base, che produce conoscenze non immediatamente utili, e finanziare con fondi pubblici, mobilitando gli scienziati pagati con soldi pubblici, lo sviluppo rapido di prodotti innovativi che possono essere immediatamente messi sul mercato. Il tutto sarà anche esteticamente meno appagante, ma è molto più redditizio.

Questa idea è quasi sempre solo abbozzata. È più uno slogan che un piano. Tuttavia produce effetti concreti. Anche perché molti economisti e soprattutto molti commentatori di economia, più o meno autorevoli, pensano che non c’è migliore regolatore possibile, anche in fatto di produzione di nuova conoscenza, che il mercato. Sebbene sia solo abbozzata, sebbene sia poco più che uno slogan, quest’idea produce effetti concreti. In Italia, per esempio, i finanziamenti alla ricerca di base – o, come si dice oggi curiosity-driven – tendono a diminuire fino a rischiare di scendere, in molti settori, sotto la soglia della sopravvivenza, come ha denunciato tra gli altri e con più forza degli altri Fernando Ferroni, il presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) proprio mentre i suoi ricercatori ottenevano risultati scientifici di assoluto valore, contribuendo in maniera determinante a quella “cattura” del bosone di Higgs di cui ha parlato il mondo intero. Ma l’idea sta producendo effetti concreti anche in Europa. A questa filosofia pragmatista, infatti, è largamente ispirato Horizon 2020, il piano di investimenti dell’Unione Europea che dovrà sostituire, a partire dal 2014 e fino, appunto, al 2020, il VII Programma Quadro.

Ebbene, questa idea è tre volte sbagliata. Predica il falso quando afferma che, per muovere l’economia, occorre un investimento pubblico e una mobilitazione degli scienziati accademici nello sviluppo rapido di prodotti innovativi da immettere sul mercato. Predica il falso quando dice che la ricerca di base o curiosity-driven è un lusso che non possiamo permetterci in tempi di vacche magrissime. E predica il falso, infine, quando sostiene che questo è il modello market-oriented che ha successo negli Stati Uniti d’America.

Scienzainrete ha, anche di recente, cercato di smascherare i primi due falsi, quelli relativi al valore decisivo, anche economico, della scienza di base finanziata con fondi pubblici. Conviene ora smascherare il terzo falso, quello secondo cui negli Stati Uniti la grande capacità di innovazione tecnologica è il frutto di investimenti diretti da parte del governo federale. È vero, invece, il contrario. Dall’immediato dopoguerra a oggi negli Stati Uniti c’è stato un patto chiaro tra governo federale e imprese: lo stato finanzia la scienza di base o curiosity-driven e le imprese finanziano lo sviluppo tecnologico.

Da oltre sei decenni il patto funziona. Il governo federale investe ormai ogni anno in ricerca ben oltre 100 miliardi di dollari. Le imprese investono in sviluppo tecnologico ben oltre 200 miliardi di dollari. Gli investimenti pubblici riguardano sia la ricerca militare che quella civile. Limitiamoci, per semplicità, a quella civile. Il governo federale ha due agenzie principali attraverso cui finanza la ricerca di base o curiosity-driven: il National Institutes of Health (NIH), che seleziona e finanzia progetti in ambito biomedico e la National Science Foundation (NSF) che seleziona e finanzia i progetti di ricerca nell’ambito delle altre discipline scientifiche. 
Sono questi le due più grandi officine di produzione di nuova conoscenza negli Stati Uniti e nel mondo. Il meccanismo di finanziamento è semplice. Tutti possono presentare progetti: gruppi e singoli che lavorano in università e laboratori, pubblici e privati. I progetti vengono finanziati sulla base della loro qualità scientifica, non sulla base delle loro possibili applicazioni immediate. La competizione per i grants (per i finanziamenti) è durissima, ma tutti sanno che la selezione è fondata sul merito. Il combinato disposto di grandi risorse disponibili e di efficacia della selezione garantisce un’elevata qualità media della ricerca. In campo biomedico, per esempio, il 90% delle formule completamente nuove nella produzione dei farmaci sono state prodotte, come rileva Marcia Angell, per molti anni alla direzione del New England Journal of Medicine, da ricercatori finanziati dagli NIH, sebbene gli investimenti in ricerca e sviluppo delle imprese private sia quasi dieci volte superiore. 

Perché allora le imprese investono ben oltre 200 miliardi di dollari ogni anno in ricerca e, soprattutto, sviluppo? Beh, perché cercano di tradurre in beni commerciali le nuove conoscenze fondamentali prodotte dagli scienziati con fondi pubblici. 

In realtà il cerchio dell’innovazione si chiude anche perché lo stato federale, al di là dei finanziamenti a NIH e NSF, propone in continuazione grandi progetti – dalla conquista spaziale negli anni ’60 alla guerra contro il cancro degli anni ’70 alla costruzione di nuovi sistema d’arma – che evocano una formidabile domanda di alta tecnologia. Domanda che le imprese sono stimolate a soddisfare. Ne deriva che proprio nella patria del liberismo economico la ricerca scientifica è sostanzialmente sottratta alla logica del mercato. Non è market-oriented. È lo sviluppo tecnologico che, invece, è lasciato al mercato, anche se la mano pubblica è tutt’altro che invisibile e tutt’altro che leggera.

Se dunque in Italia e in Europa si intende seguire il modello americano, è questo modello niente affatto pragmatista e niente affatto liberista che dovrebbe essere realizzato.

In realtà anche negli Stati Uniti, come in tutto il mondo, le sirene pragmatiste cantano. E, secondo alcuni, il loro canto sta ottenendo risultati concreti. Il professor Paolo Bianco, del Dipartimento di Medicina Molecolare dell’università La Sapienza di Roma, su Il Sole 24 Ore ha fatto di recente notare, per esempio, che la pressione delle grandi imprese farmaceutiche (Big Pharma) sta portando il governo federale lungo una strada inesplorata: il finanziamento dello «sviluppo rapido di prodotti rapidamente commerciabili, direttamente da parte di ricercatori accademici e startup companies create ad hoc». Ne sono un esempio il finanziamento, per 14 milioni di dollari, di strategie che rendano possibile l’acquisto della sequenza del proprio genoma con appena 1.000. O anche la nascita del National Center for Advancements in Translational Science (NCATS), con un bilancio di ben 2 miliardi di dollari per anno, il cui obiettivo è proprio quello di ottenere quello che le imprese private non riescono più a fare: la realizzazione di beni immediatamente utilizzabili e commerciabili.

L’approccio pragmatista sembra essere quello prevalente anche tra le potenze scientifiche emergenti (Cina, India, Brasile). Il rischio è evidente: è come se si portassero sempre nuovi cavalli ad abbeverarsi a una fiume (il fiume delle nuove conoscenze), mentre a monte si costruisce una diga sempre più alta. Prima o poi il fiume si inaridisce. E i cavalli non avranno più nulla da bere.

Non è un’ipotesi di scuola. In passato è già avvenuto. Come ha raccontato Lucio Russo in un bel libro di qualche anno fa, La rivoluzione dimenticata, l’eccesso di pragmatismo dei romani ha ucciso la scienza ellenistica. E mentre il delitto si consumava nessuno aveva più gli occhi per avvedersene. La fine della scienza è stata tra le cause della crisi economica plurisecolare che ha investito l’Europa in quelli che oggi chiamiamo i “secoli bui” del Medio Evo.

Sono passati quasi due millenni prima che la scienza venisse riscoperta. E l’economia ripartire.

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