Le vie tortuose dell’accreditamento dei dottorati

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Da qualche settimana una sparuta minoranza di professori universitari è alle prese con un incubo. Si tratta di coloro che sono alle prese con il problema dell’accreditamento dei dottorati presso il ministero, in particolare i coordinatori dei dottorati stessi. Che cosa significhi bene questo accreditamento, non è chiaro, e soprattutto nessuno pare sappia rispondere alla domanda: che cosa succede a un dottorato che non viene accreditato?

Questa procedura si sta rivelando un percorso a ostacoli informatici, burocratici, perfino logici, con l’aggravante che, in questa giungla inestricabile, capire di chi è la vera responsabilità di questa o quella bella pensata, è impossibile, capire se quella è una regola di legge, un decreto attuativo, o un’interpretazione di qualcuno, sia al Ministero sia ai piani più bassi, diventa impossibile. È un pantano che riflette quello più ampio in cui si trova tutto il Paese, contro cui occorre reagire in tutte le maniere possibili.

Anche perché non è solo un problema di dottorati. Fosse solo un problema dell’Università, pazienza. Molto male, ma forse si sopravvive. Ma se, come credo, questa mentalità, ormai, si è diffusa dappertutto, ebbene come le metastasi porterà alla morte il paziente.

Sia chiaro, la maggioranza dei docenti è convinta che essere sottoposti a valutazione possa portare vantaggi, e poi di quelli che ci perdono non ci deve importare nulla. Ma le valutazioni devono essere serie. E in un prodotto di nicchia come il dottorato, è facile fare delle valutazioni serie.

Dunque, oggi per accreditare un dottorato occorre compilare un certo numero di voci sul sito del MIUR. Lasciamo perdere il fatto, pur non trascurabile, che il 30% delle volte non si riesce a compiere l’operazione programmata. Lasciamo perdere tutte le sciocchezze informatiche che comunque ingolfano la nostra attività. Consideriamo il resto.

Bene, il primo punto essenziale da chiarire, è che i vincoli posti dalle varie voci del ministero, rendono il problema inammissibile. Le interessanti discussioni tra colleghi in realtà si concentrano sui quali vincoli violare. Un esempio? I membri del Collegio, cioè del board dei professori che decide dei contenuti dei corsi e del percorso di apprendimento-ricerca di ogni dottorando, devono essere un numero pari al massimo tra tre numeri: uno è 16, gli altri due dipendono dal dottorato. Ebbene, per fare un semplice esempio, per un dottorato del Politecnico di Milano, questo numero diventa 60. Chiunque capisce che un Collegio di 60 persone è ridicolo. Ma facciamo finta di nulla. Peccato che un’altra norma imponga di indicare i cosiddetti settori scientifico-disciplinari (SSD) caratteristici del Dottorato, con la raccomandazione che siano pochissimi, per identificare meglio il dottorato stesso. Ora se si devono mettere 60 persone in un Collegio (ecco una norma che sarà comunque ovviamente violata), come si fa a indicare pochi SSD, tenendo conto, per esempio, che solo quelli di matematica sono poco meno di una decina? Non finisce qui. Ogni membro del Collegio deve segnalare 5 proprie pubblicazioni degli ultimi anni. Di queste almeno due, secondo un altro vincolo devono essere “attinenti” ai SSD caratteristici del Dottorato. Pena violare il punto c del 4 criterio dell’accreditamento. Anche se si ammettesse che di default si può immaginare che ogni professore il cui SSD di appartenenza è uno dei caratteristici del dottorato non venga controllato, come si fa a controllare gli altri? E’ ovvio che si tratta di una norma che non ha nessuna possibilità seria di essere verificata, ma soprattutto in molti casi culturalmente sbagliata: molto spesso la presenza di colleghi di altri settori è di stimolo per aprire nuove, interessanti collaborazioni. Per non tediare ancora a lungo con queste norme ridicole, concludo dicendo che come coordinatore devo presentare quattro curriculum: in italiano e in inglese, e in italiano e inglese, in forma breve. Forma breve significa non più di 2000 battute e se credete di poter fare copia-incolla, proprio no, perché se per caso quando salvate ce ne sono 2005, vi taglia le ultime 5 (in realtà un amico mi ha detto che lui ha avuto un taglio anche se il suo file word gli diceva che ne aveva 1990). E’ possibile tutto questo? Perché dobbiamo accettarlo?

Siccome qualcuno in questi casi obbietta che criticare non basta, se non si fanno anche proposte, ecco due piccole, banali idee su cui si potrebbe pensare di cominciare a fare un esame serio delle caratteristiche del dottorato. Con la premessa, chiara a moltissimi, che i controlli devono essere soprattutto ex post, non ex ante!

1) Che cosa fanno i neodottori? Come si piazzano nel mercato nazionale e internazionale? Ogni Università ha in genere un Ufficio che si occupa di queste statistiche. Se non c’è, ecco una cosa che sarebbe utile richiedere!

2) Sono soddisfatti i neodottori del loro percorso? Un test in questo senso non dovrebbe essere difficile da inventarsi.

3) Quanti studenti ha un dottorato, ad esempio in rapporto alle borse ministeriali erogate? Perché se un dottorato ha 4 borse ministeriali e 15 studenti, questo è un indicatore evidente della sua attrattività.

4) Che relazioni nazionali e internazionali ha un dottorato? E sottolineo anche nazionali, un’Università estera qualunque non può essere automaticamente considerata meglio di qualsiasi Università o centro di ricerca nazionali. Questo si può verificare monitorando cotutele, dottorati congiunti, doppi dottorati

5) Quanta esperienza internazionale fanno gli studenti? Questo è un evidente indicatore del fatto se un dottorato è autoreferenziale, o se al contrario è immerso nella realtà nazionale e internazionale.

E chi più ne ha più ne metta. E’ chiaro che questi criteri mi sono venuti in mente perché io coordino uno specifico dottorato. Altri potrebbero proporne di diversi. Non dovrebbe importare. Purché siano ragionevoli, vanno bene tutti.

Per far questo però, occorre cambiare radicalmente modo di pensare attorno a queste cose. Dobbiamo cominciare noi attori in prima linea, e poi combattere una battaglia che secondo me sarà durissima. Perché la burocrazia, questa burocrazia, ha più resistenza della specie dei tardigradi (per chi non conoscesse questi simpatici animaletti, copio una citazione da Wikipedia)

I tardigradi sono in grado di sopravvivere in condizioni che sarebbero letali per quasi tutti gli altri animali, resistendo in particolare a:

* mancanza d'acqua (possono sopravvivere quasi un decennio in condizioni di totale disidratazione);

* temperature alte o bassissime (possono resistere per pochi minuti a 151 °C, per parecchi giorni a -200 °C (~73K) o per pochi minuti a ~1K);

* alti livelli di radiazione (anche centinaia di volte quelli che ucciderebbero un uomo);

* basse o alte pressioni (anche sei volte maggiori a quelle dei fondali oceanici);

* mancanza di ossigeno;

* raggi UV-A e alcuni tipi perfino ai raggi UV-B.

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