Psicoanalisi: da Popper a disciplina scientifica

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Il celebre attore Stefano Accorsi ha recentemente dichiarato in un’intervista: “Mi intendo di inquietudine, di quel piccolo inferno personale che ciascuno di noi si porta dentro. E per un po’ ho avuto anche bisogno di uno psicanalista”.
Dunque, se anche dare chiarimenti sulla scientificità della psicoanalisi è una questione per i soli epistemologi, farsene un giudizio in merito e, magari, esternarlo è qualcosa di abbastanza diffuso anche a livello di mainstream e cultura popolare.

Psicoanalisi, le critiche di Popper

In generale la critica più famosa alla psicoanalisi è stata quella di Karl Popper, giunta peraltro nel momento di massima ascesa della disciplina, con Alfred Adler, Carl Gustav Jung e, soprattutto, Sigmund Freud. A tutt’oggi possiamo ritenere il dilemma dello status delle discipline psicoanalitiche non completamente risolto. Molti propendono per il superamento[i] della tesi popperiana, soprattutto per le verifiche empiriche dei risultati clinici svolte negli anni ’80 e ’90 e per le progressive integrazioni della disciplina con le altre linee di ricerca psicologica, psichiatrica e neuro scientifica; va comunque notato che nella tesi del filosofo austriaco sia ancora possibile rintracciare vari spunti interessanti.
Gli anni in cui Popper elaborava la propria teoria erano quelli dell’ormai largamente analizzato fermento innovatore dei primi del Novecento. Dai contatti con Einstein e dall’ammirazione per il nascente edificio teorico della relatività generale (con il suo enorme potenziale esplicativo ma anche con la sua intrinseca fragilità) Popper ricavò l’idea di un sapere scientifico più simile alla doxa aristotelica che alla episteme: sforzo di capire, dunque, piuttosto che sapere forte e immutabile[ii].

In quel periodo, del resto, non era solo la fisica (newtoniana) a entrare in crisi ma anche la geometria euclidea con i lavori di Henri Poicarè. Dal matematico e fisico francese Popper ricavò l’idea del ruolo fondamentale dalle convenzioni assunte dallo sperimentatore nel meccanismo della scoperta scientifica e, probabilmente, anche la consapevolezza della necessità di vedere anche le verità scientifiche apparentemente più intoccabili in una prospettiva storica.
Nell’articolata visione di Popper il convenzionalismo di Poincarè trovò un adeguato bilanciamento nel neo positivismo del Circolo di Vienna. Il filosofo non ne apprezzò la visione dogmatica (di una scienza portatrice di verità contrapposta a una metafisica inutile e piena d’inganni) ma ne incorporò la centralità del problema della demarcazione, consapevole che, fra scienza e non scienza, importanti differenze c’erano ed erano innegabili.
Nello sviluppo della sua visione fu certamente importante anche l’esperienza presso la clinica di Adler su cui Popper scriverà[iii] quanto segue: "Una volta, nel 1919, ho riferito a lui un caso che a me non sembrava particolarmente adleriano, ma che non trovò difficoltà ad analizzare nei termini della sua teoria dei sentimenti di inferiorità, anche se non aveva nemmeno visto il bambino. Leggermente scioccato, gli chiesi come potesse essere così sicuro. «A causa della mia esperienza di mille casi», rispose, al che non potei far altro che dire: «E con questo nuovo caso, suppongo, la tua esperienza è diventata di mille-e-uno.»"

Tutto questo brodo primordiale generò in Popper la seguente domanda: “che cosa non va [nel marxismo], nella psicanalisi e nella psicologia individuale? Perché queste dottrine sono così diverse dalle teorie fisiche, dalla teoria newtoniana, e soprattutto dalla teoria della relatività?”

Per rispondere mancavano, comunque, ancora due elementi.

Il primo era l’evidenza del legame fra discipline speculative e scienze empiriche, specie se ci si concentrava sulle fasi iniziali di sviluppo di queste ultime: le scienze naturali nascevano, ad esempio, in Aristotele come metafisica delle trasformazioni riuscendo soltanto molto dopo a acquisire piena dignità scientifica.

Il secondo tema fu il collegamento fra i problemi della demarcazione e dell’induzione[iv].
In cosa consisteva, infatti, il metodo scientifico? Nella raccolta di dati, in numero necessariamente finito, nella formulazione di ipotesi di validità generale e di teorie e, infine, nella loro verifica (induzione, deduzione, riscontro sperimentale). Di questi tre passi il primo gli sembrò il più delicato. Popper argomentò con un esempio ancora famoso: quello di una ipotetica teoria secondo cui tutti i cigni sarebbero bianchi. Che cadrebbe subito – anche in presenza di moltissime osservazioni con essa coerenti – con un sola osservazione di cigno nero (o, comunque, non bianco).

Il principio di falsicabilità

A questo punto il quadro necessario all’introduzione del principio di falsificabilità era completo. Il suo enunciato poteva suonare così: una teoria è scientifica se falsificabile, ossia se presenta delle ipotesi che, se smentite, la renderebbero falsa. Era un principio probabilmente un po’ anti-intuitivo e assumeva una posizione diametralmente opposta rispetto al principio di verificabilità dei neo positivisti, a prima vista più convincente (“una teoria è scientifica se è, almeno in linea di principio, verificabile sperimentalmente”). Eppure, mentre il principio di verificabilità cadeva malamente sull’impossibilità pratica di testare infiniti casi, il suo opposto riusciva facilmente a includere fra le scientifiche tutte le teorie che così venivano considerate, relatività generale e evoluzione in primis.

Fra le vittime più illustri della falsificabilità ricadde, per l’appunto, la psicoanalisi, colpevole, come il marxismo, di avere sempre una spiegazione per tutto. Popper in Congetture e Confutazioni sostenne l’argomento mostrando che due comportamenti opposti (“quello di un uomo che spinge un bambino nell'acqua con l'intenzione di affogarlo e quello di un uomo che sacrifica la propria vita nel tentativo di salvare il bambino”) risultavano per la teoria ugualmente plausibili. E, come in logica formale la coerenza di una teoria è assente se nel suo ambito può essere vera sia una formula sia la sua negazione, ciò lo portò subito a giudicare la psicoanalisi una “cattiva scienza”.

Il principio di falsificabilità diventò presto uno dei nuovi cardini dell’epistemologia; non mancarono, ovviamente, delle critiche, ma queste non misero mai veramente in crisi l’impianto. Una, ad esempio, fu quella dei convenzionalisti più rigidi che osservarono che, se poteva bastare un solo “cigno nero” a togliere valore probatorio alle procedure di verifica, ciò doveva valere anche per quelle di controllo della falsificazione. Con la generazione di un loop logico infinito e, quindi, la trasformazione del principio di falsificabilità in una procedura praticamente inattuabile.
Popper respinse al mittente questa affermazione puntando sull’idea di scelta condivisa. Anche la verifica della falsificabilità era, a livello puramente logico, falsificabile ma, parimenti, in ogni momento storico, potevano essere trovati degli asserti che la comunità scientifica riteneva, di comune accordo, palesi. Proprio questi avrebbero reso la verifica della falsificabilità attuabile assumendo il ruolo di ultima matrioska.

Psicoanalisi moderna, oltre Popper

Come si diceva, il lapidario parere di Popper su psicoanalisi e psicologia individuale è stato, in parte, superato dagli ultimi sviluppi. La teoria odierna risulta, del resto, molto diversa da quella freudiana[v] con l’abbandono del modello pulsionale, il ridimensionamento del ruolo dell’insight e del conflitto, la riformulazione dei concetti di meccanismo di difesa, trasfert e controtrasfert e via dicendo[vi]. Risulta, inoltre, molto differente anche l’approccio, oggi basato non solo su dati comportamentali ma anche su dati empirici, ricavati, ad esempio, con le tecniche di neuro imaging.

Il giudizio popperiano, inoltre, letto come parte del logos complessivo del filosofo, risulta molto meno rigido di quanto potrebbe sembrare a prima vista. Intanto perché è tutto pervaso dalla dimensione del dubbio e della permeabilità fra le dottrine fisiche e quelle metafisiche[vii]. Poi perché è di carattere esclusivamente epistemologico e non affronta gli aspetti di terapia, evidentemente basilari in una disciplina di tipo medico. Richard Feynman, che come fisico avrebbe potuto trovare la sua posizione “naturale” nella condanna tout court della psicoanalisi, nel 1963, argutamente osservò[viii]: “se per psicanalisi intendiamo la tecnica terapeutica, possiamo dire che essa possiede un livello di efficacia e un tipo di approccio che possono consentire di annoverarla tra le discipline scientifiche. Al contrario l'edificio teorico sul quale la tecnica si basa è molto meno scientifico e per poter aspirare allo status di scientificità deve sicuramente percorrere ancora parecchia strada”.

Siamo dunque ai nostri giorni. Tutti sono concordi nel ritenere la psicoanalisi una disciplina scientifica? Forse no. Ma probabilmente nemmeno per negare che sia prossima a diventarlo, specie se considerata con logica interdisciplinare.

Un giudizio critico ma aperto, dunque, come quello che oggi, forse, Popper avrebbe sostenuto.

Bibliografia e referenze:

[i] D. De Robertis, Epistemologia e psicoanalisi, Società Italiana di Psicoanalisi della Relazione, 2001 
[ii] D. Zucchello, Introduzione: Alle origini della epistemologia di Popper, 2006. 
[iii] K. R. Popper, Congetture e confutazioni, trad. it. di G. Pancaldi, Il Mulino, Bologna, 1972.
[iv] K.R. Popper, I due problemi fondamentali della teoria della conoscenza, Il Saggiatore, Milano 1987.
[v] M. Eagle, Da Freud alla psicoanalisi contemporanea Critica e Integrazione, Raffaello Cortina Editore, 2012.
[vi] V. Lingiardi, “Teorie e Terapie, una guida critica”, Il Sole 24 Ore, domenica 20 maggio 2012
[vii] H. Weinheimer, Rationalität und Begründung. Dal Grundproblemen in der Philosophie Karl Poppers, 1986.
[viii] S. Fuso, Pinocchio e la scienza. Come difendersi da false credenze e bufale scientifiche, Edizioni Dedalo, 2006.

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