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Home » Scienza e società » Politica della ricerca

L’ANVUR: si parte. Finalmente!

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Valutazione

Signori, si parte. Cinque anni dopo la sua costituzione, l’ANVUR – l’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca – ha pubblicato lo scorso 7 novembre il bando per la «Valutazione della Qualità della Ricerca 2004-2010 (VQR 2004-2010). Un passo importante, auspicato anche dal Gruppo 2003 nei suoi sette suggerimenti al neopresidente del Consiglio Mario Monti (vedi editoriale).

Lo screening coinvolgerà 65.000 tra docenti universitari (circa 57.000) ricercatori degli Enti pubblici di ricerca (circa 8.000) e valuterà 216.000 prodotti (articoli scientifici, libri, review, brevetti e altro). Sarà un lavoro enorme, che impegnerà oltre 450 esperti in un processo che si concluderà tra un anno e mezzo abbondante, il 30 giugno 2013, con la pubblicazione di un Rapporto Finale. Il costo dell’operazione è di 5 milioni di euro.

Lo scopo non è quello di dare un voto ai singoli operatori dell’intero settore pubblico dell’alata educazione e della ricerca scientifica, ma di valutare le strutture: università, dipartimenti universitari, istituti di ricerca). La valutazione dovrebbe poi essere la base per una politica di finanziamento dell’università e della ricerca non fondata più unicamente sul metodo a pioggia, ma anche sul merito. Ai più bravi dovrebbero andare più soldi.

Il meccanismo di valutazione è imponente. A tratti farraginoso. In alcuni punti, controverso. In altri, forse, sbagliato in linea di principio. Ciò non toglie che l’annuncio di pubblicazione del bando debba essere accolto con un chiaro «Finalmente!».

Scienzainrete e il Gruppo 2003 hanno da sempre considerato essenziale stabilire chiari criteri di merito nel sistema universitario e della ricerca italiana. E dunque i motivi del «Finalmente!» sono noti ai nostri lettori.

Conviene allora prendere in considerazione il “discorso sul metodo”. Come avverrà la valutazione? Il bando è chiaro. Sono state individuate 14 aree disciplinari, ciascuna delle quali potrà contare su un numero di Esperti della Valutazione compreso tra un minimo di 9 (area “Scienze della Terra”) e un massimo di 79 (area “Scienze mediche”).

Questa struttura – GEV, Gruppo di Esperti della Valutazione (a proposito, come e da chi verranno scelti?) – prevede la partecipazione anche di alcuni referees non italiani e prenderà in esame un certo numero di “prodotti” (articoli su riviste scientifiche, libri, capitoli di libri, atti di congressi, edizioni critiche, traduzioni, commenti scientifici, brevetti, composizioni varie) realizzati dai “soggetti” da valutare: ricercatori (a tempo determinato e indeterminato), assistenti, professori associati e professori ordinari delle università; ricercatori e tecnologi degli Enti pubblici di ricerca.

Ciascuno dei “soggetti” – ahi, il linguaggio burocratico – dovrà presentare un numero definito di “prodotti”: i docenti universitari ne dovranno presentare 3, i ricercatori “senior” degli Enti pubblici 6. La differenza è dovuta al fatto che nelle università la ricerca è una parte del lavoro, l’altra parte è la didattica. E, dunque, la valutazione scientifica di un docente universitario è solo la metà della sua valutazione complessiva.

Alla fine la somma dei risultati ottenuti dai singoli ricercatori consentirà una valutazione credibile e comunque oggettiva di università, dipartimenti e istituti di ricerca.

Ciascun “prodotto” sarà sottoposto a una serie di valutazioni: sia di tipo bibliometrico (per esempio numero di citazioni ottenute da un articolo scientifico) sia di peer review.

La valutazione fondata su indicatori bibliometrici suscita molte perplessità, soprattutto (ma non solo) negli ambienti umanistici. In questo ambito disciplinare, infatti, la valutazione secondo criteri bibliometrici è meno affidabile e meno collaudata.

Ma ci sono critiche anche sul processo di peer review. Infatti verranno valutate di nuovo articoli che hanno già superato un processo internazionale di referaggio. È possibile che, su un certo numero di casi, ci siano divergenze. Ma è giusto ripetere con commissioni prevalentemente italiane un processo che è giunto già a buon fine con commissioni internazionali? Si può considerare più affidabile una peer review “italiana” rispetto a una peer review internazionale?

Ancora: cosa succederà se qualcuno tra i tanti attori – ricercatori, valutatori, università. Enti - non rispetterà i tempi?

In definitiva, non mancano le questioni aperte. Ma la presenza di tutte queste domande legittime – e altre ancora – non devono far dimenticare che la valutazione dell’università e della ricerca italiana è partita. Finalmente! 

16 novembre, 2011 da Pietro Greco


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#1 Questo inciderà sul 20% del FFO, e il restante 80% ??

ritratto di Michele Ciavarella
28 dicembre, 2011 - 18:57 da Michele Ciavarella
La valutazione "virtuosa" finalmente si avvicina agli standard inglesi, per tempi e preavviso di criteri. Tuttavia, questo vale per il quale percentuale premiale del FFO? E il restante parte, come verrà assegnata? Non può il Ministro Profumo, che è persona estremamente corretta e competente, annunciare GIA' DA ORA il totale dei criteri su cui verrà ripartito FFO in anticipo, in modo che i Rettori si orientino? E' con il cosiddetto “Pacchetto Università” varato nel Luglio 2009, che si introducono norme “meritocratiche” sulla ripartizione del FFO (Fondo di Funzionamento Ordinario) con il fondo premiale del 7% alle Università “virtuose” . Molti hanno contestato la mancanza di trasparenza, di tempistica e di confusione generata dal MIUR nella messa in opera della valutazione, nonostante la parziale comunicazione con CRUI. Se non fosse stato per lavoce.info, non è chiaro se oggi potremmo discutere nel dettaglio dei criteri. Nel 2009, la divisione del FFO era in 93% su base “storica” e non meritocratica, e il 7% su base “meritocratica” – se i 500Ml sono stati prelevati dal fondo generale quindi in parti corrispondenti alla dimensione, si può avere la situazione paradossale di una valutazione meritocratica positiva, e un risultante taglio di bilancio e posizionamento nella parte non virtuosa della classifica! Errori madornali da principianti della meritocrazia, ma per questo la polemica è rimasta aperta su lavoce.info . Ora forse si vuole fare un 20% meritocratico. Ma con quali fattori? Ma il punto che voglio sottolineare non è ancora stato sollevato, almeno non in senso compiuto. A mio avviso infatti, in assenza di altri controlli, come nelle università italiane oggi, è davvero difficile pensare dei parametri di qualità dell’insegnamento che siano affidabili. Un sistema semplice sarebbe fare dei test standard in ingresso sulle materie di base (come già si fanno in alcune sedi a solo scopo di orientamento), e poi ripeterle dopo un anno, e studiare la variazione. Dal prodotto di risultati medi e di numero di promossi, verrebbe un parametro che non permette trucchi e regali. Naturalmente, ci deve essere serietà nel fare i tests, e su questo si possono predisporre software statistici che permettono di scoprire probabili imbrogli. Mi riferisco qua ai parametri del 2009, purtroppo non conosco, se ce ne sono, informazioni su quelli degli anni futuri. SCIRE potrebbe chiedere al Ministro ragguagli? Quelli del 2009 erano ingenui relativamente alla “qualità della didattica” (che pesano per 1/3):- 1) quasi la metà (il 40%) dipende della quantità degli studenti che si iscrivono al secondo avendo fatto almeno i 2/3 degli esami del primo anno. Questo “per premiare le Università che curano la didattica e in generale gli atenei che limitano la dispersione”. Ma non ci vorrebbe molto a regalare tutti gli esami del primo anno, andando al massimo del punteggio! In che pericolo si incorre? Chi punisce i docenti che facessero così? Io, se fossi Rettore “sleale”, lo suggerirei (magari a voce, ad uno per uno), ai miei docenti.. Riguardo ai rimanenti tre parametri da 20%: 2) la “percentuale dei laureati che trovano lavoro a 3 anni dal conseguimento della laurea”. Ma lavoro di che tipo? Oggi abbiamo visto che con i tipi di contratto “flessibili”, il mercato del lavoro può proporre lavoro da inserire ai minimi livelli. Sotto gli 800 euro mensili (calcoli Ires) c'è il 28,2 per cento dei laureati (mentre solo il 14 per cento dei licenziati elementari, e il 14,1 dei diplomati), un chiaro indice che conviene cominciare a lavorare presto piuttosto che cercare il “pezzo di carta”. Infine, nei paesi Ocse siamo quello che paga meno i laureati tra i 30 e i 40 anni. La carta è quindi valutata dal mercato di qualità ormai infima, per cui laurearsi costa forse meno che in altri paesi ma è comunque un errore in termini di tempo e denaro. Spesso di parla della mancata percezione da parte delle famiglie povere del valore dell’istruzione, per cui occorrerebbe fare promozione culturale, specie per l’istruzione di base (come dimostrato dagli studi della brillante economista Paola Giuliano di Harvard). A leggere questi dati, sembra che le famiglie (povere o non) non perdono una grande informazione, se il valore della laurea italiana è ormai ridotto a zero, anzi a negativo. Se conviene entrare subito nel mercato del lavoro anche a costo di farlo dal basso, ecco allora spiegato che la percentuale di “lavoratori-studenti” su scala nazionale appare in costante rialzo eccetto nelle lauree a ciclo unico (intorno al 2%), percepite “storicamente” impossibili senza frequentare. Siamo ormai al 10% del totale studenti, e in alcune zone la crescita è a velocità allarmante (uno studio pubblicato dalla provincia di Torino che mostra la percentuale sia schizzata a 14,2 per cento, il triplo rispetto a dieci anni fa ). Potenziando l’opportunità offerta dalla riforma di iscriversi a tempo non pieno, che ora incontra qualche difficoltà ad affermarsi (2,3%), la percentuale ha grossi margini per salire ancora. Data infine la possibilità di spesa di questa categoria che può evitare di gravare sulle famiglie, l’università più virtuosa di Italia, misurata con questo parametro, sarà quella che riuscirà ad accaparrarsi lavoratori-studenti in massa. La cosa di per sè non è nociva, diranno i soliti ottimisti, ma in assenza del criterio di qualità, può essere inseguita dal Rettore “virtuoso” italiano con agevolazioni sleali a chi non frequenta regolarmente, magari sfruttando le risorse telematiche in modo pretestuoso. Intanto, il mercato del lavoro ovviamente precipiterà ulteriormente i laureati italiani meritevoli ad essere tutti dei lavoratori da “call center”. Un fenomeno interessante e che sembra farci allineare più alla Russia del dopo crollo, dove si vede oggi una percentuale di studenti-lavoratori a tempo pieno intorno al 50% . 3) “per il 20% delle Università che tengono corsi con i propri insegnanti di ruolo e che limitano il ricorso a contratti e docenti esterni”. In questo modo “si vuole limitare la pratica non virtuosa della proliferazione di corsi ed insegnamenti non necessari e affidati a personale non di ruolo”; ma chi ha creato questa proliferazione, se non l’idea iniziale di attrarre più studenti possibili? Si è certo accentuata la italica tendenza a studiare “sotto casa” (51,3% nel 2008 invece che 46,4% nel 2001), particolarmente fra i laureati di primo livello, meno nelle lauree specialistiche, dove gli studenti forse sentono la necessità di muoversi. Occorrerà forse tagliare, e per ora un esempio di decisionismo sembra essere stato quello del Rettore del Politecnico di Torino, che nello stupore e con proteste diffuse, ha chiuso di un colpo tutte le sedi periferiche del suo Ateneo, anticipando i tempi. Ma se quest’anno è stato tra i più virtuosi, dall’anno prossimo questa modifica potrebbe perturbare il primo dei parametri (sulla quantità di studenti che si iscrivono al secondo anno avendo...) ed Egli potrebbe scendere in classifica! Per fortuna che il trend di studenti –lavoratori a Torino è in fase di boom.. In generale, non molte Università avranno la determinazione di fare queste scelte, e probabilmente si creerà una gran confusione. Il Rettore “virtuoso” che non vuole scontentare nessuno applicherà i migliori geni italici a trovare delle soluzioni per aggirare il problema (“confederazioni” tra Atenei, corsi “inter-universitari”) con risultati ad oggi non prevedibili ma probabilmente vicini alla regola commutativa dell’algebra: cambiando l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia! Per carità, non potendolo risolvere data l’assenza di veri strumenti decisionali, come lo spostare i docenti da una Sede all’altra, che spetterebbero al Ministro, oppure ancora più drastici, di licenziare, che spetterebbero ad una Riforma di colossali dimensioni. Come succede (a volte dolorosamente) nelle aziende che vogliano dislocare le fabbriche. Certo, si perderà una buona parte degli studenti guadagnati per il Bologna process, e che vogliono restare sotto casa, e che nel frattempo vanno diminuendo demograficamente. A meno che il Rettore “Virtuoso” li convinca che la laurea si può ottenere senza frequentare e senza sforzo. Infine, pagare docenti esterni di prestigio magari dal mondo del lavoro, che poi era il primo e semplice intento dei contratti e delle supplenze nel sistema sano, con il corpo docente interessato ad avere pagate almeno in parte delle “supplenze” interne, e i deficit in bilancio, va invece evitato come la peste. 4) per il 20% delle Università che danno la possibilità agli studenti di valutare attraverso un questionario la qualità della didattica e la soddisfazione per i corsi di laurea frequentati. Ma per quanto conosca la “customer-satisfaction”, avete mai visto degli studenti (che non siano particolarmente selezionati all’ingresso) che non sarebbero ben contenti di avere regalati voti ed esami? Se il Rettore convince i docenti a “regalare” gli esami, anche questo parametro sarà altissimo. Con una convenienza anche in termini di fatica a insegnare e studiare. Ecco come i parametri “virtuosi” avranno ridotto l’Università Italiana, la più antica del mondo, con talenti che nonostante tutto nel loro complesso riescono ancora a collocarci all’ottava posizione per produzione di documenti scientifici di qualità al mondo , a un ufficio di impiegati. Quindi forse quello di cui si parla in questo articolo è relativo SOLO ai parametri legati alla qualità della ricerca (che pesano per i 2/3), essi ora sono già più seri, ma erano seri già nel 2009: • per il 50% delle valutazioni dell’agenzia Civr sulla qualità della ricerca in base a parametri internazionali. Ma con una valutazione “all’italiana”, quest’ultima ha assegnato la qualifica “eccellente” a ben il 30% dei prodotti presentati. • per il 20% del numero dei ricercatori e dei docenti che hanno partecipato a progetti di ricerca italiani valutati positivamente. Ma di nuovo, con la “Peer-review” interna, un parametro poco credibile. • per il 30% della capacità delle Università di intercettare finanziamenti europei per la ricerca. Direi che c’è su questi ultimi parametri, sui quali è abbastanza facile fare valutazione, eppure in Italia c’e’ stata enorme resistenza, c’è meno da fare nell’immediato, anche perchè le prospettive di assumere docenti nuovi validi o di trasferirne alcuni sono modeste, e vanno in contrasto con tantissime altre richieste, e con la mancanza di fondi, e un Rettore “Virtuoso”, non perderebbe troppo tempo. Peccato che su questi parametri sia più alto il peso, e che proprio su questi non ci siano indicazioni di come agire. Nemmeno le università premiate, potranno certo fare qualcosa di importante con pochi % in più di Finanziamento Ordinario, su questa voce. La più virtuosa delle Università di quest’anno, Trento (che aveva particolarmente alti finanziamenti dall’esterno, in particolare europei), ottenne 6 milioni in più, briciole. Ma mi dite allora come cambia tutto questo scenario? Basta chiedere al Presidente di ANVUR Fantoni, o al Ministro Profumo?
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