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Scienze cognitive

Un gruppo di ricercatori britannici e belgi ne è fermamente convinto. Secondo un loro recente studio la risonanza magnetica funzionale è in grado di rilevare segni di attività cerebrale anche nei pazienti incapaci di comunicare, perché in coma e mostra che una piccola parte delle persone in stato vegetativo ha in realtà una forma di coscienza.

La ricerca, recentemente pubblicata sulla pagine del New England Journal of Medicine ha preso in esame cinquantaquattro soggetti in stato di coma e incapaci di comunicare  a causa di gravi danni cerebrali di diversa origine. Nella maggior parte dei casi il danno cerebrale era stato causato da trauma cranico o da anossia cerebrale, nei restanti da meningite, o infarto del tronco encefalo. Nello studio erano compresi pazienti con diverse alterazioni dello stato di coscienza: ventitré erano in stato vegetativo  mentre trentuno  in minimo stato di coscienza. Con questo ultimo termine i neurologi descrivono una condizione in cui il paziente, pur incosciente, mantiene una limitata e incostante capacità di rispondere a ordini o stimoli provenienti dall’ambiente esterno; nello stato vegetativo permanente, invece, il malato anche se mantiene gli occhi aperti dando l’impressione di essere sveglio, compie solo movimenti senza scopo o riflessi, come ruotare gli occhi o sbadigliare; lo stato vegetativo viene definito permanente quando la condizione persiste per più tre mesi dopo un danno anossico cerebrale  o per più di dodici mesi dopo un trauma cranico. Le persone prese in esame nella ricerca avevano durate di malattia molto differenti comprese tra un mese, anche quando la diagnosi era quella di stato vegetativo, a oltre i due anni.

risonanza magnetica stato vegetativo
Zoom In Figura 1 | Immagini della risposta del cervello
ai vari compiti assegnati 

La risonanza magnetica funzionale mostra le zone
di attività corrispondenti al comando di immaginare
una attività motoria (giallo e rosso) e al comando
di immaginare azioni (blu e verdi). Queste scansioni
sono state ottenuto da un gruppi di persone sane
e 5 pazienti con danni cerebrali provocati
da un trauma (Martin 2010).

I ricercatori hanno chiesto ai pazienti  di immaginare due situazioni differenti, una  che implicava una attività motoria, ovvero giocare una partita a tennis e una che utilizzava cognizioni spaziali, ovvero camminare in ambienti conosciuti. Nel mentre i ricercatori eseguivano una risonanza magnetica funzionale, che, quantificando l’aumento  del consumo di ossigeno che ogni funzione cerebrale provoca, permette di visualizzare quali aree cerebrali si attivando durante una determinata attività, come vedere una mela e immaginarne il nome.

Alla stessa prova sono stati sottoposti anche sedici soggetti sani.

In cinque pazienti, quattro in stato vegetativo e uno in minimo stato di coscienza, la richiesta degli esaminatori ha indotto un’attività cerebrale simile a quella delle persone sane: la risonanza magnetica funzionale infatti mostrava nei due gruppi l’attivazione di aree simili.

“Affermare che lo studio dimostra la presenza  di coscienza in pazienti in stato vegetativo  è quanto mai affrettato”, commenta Carlo Alberto Defanti, uno dei neurologi italiani che più ha studiato gli stati di  coma. “Dei cinquantaquattro casi presi in esame solo ventitré erano in stato vegetativo e solo cinque hanno risposto agli stimoli, ma tre erano stato diagnosticati male e si trattava di stato minimo di coscienza. In  conclusione solo due su ventuno, realmente in stato vegetativo, hanno risposto agli stimoli: il novanta per cento non ha reagito. Queste tecniche sono importanti per aiutare i medici a fare diagnosi più esatte”.

E’ noto inoltre che il pronunciare il nome proprio, ma non quello di altri, può indurre  nel soggetto in stato vegetativo l’attivazione di aree cerebrali. “Questo dato e quanto osservato dai colleghi europei non sono a mio avviso sufficienti a provare  che esiste una forma di coscienza" " commenta Parashkev Nachev, neurologo  dell’University college di Londra ed  esperto di risonanza magnetica funzionale su Science.  "Più precisamente l’osservare attivazione cerebrale non basta a dimostrare  che il soggetto in coma reagisce con una  risposta specifica a uno stimolo e che l’attivazione cerebrale osservata ne è il risultato. Nello studio europeo i ricercatori impartivano due  tipi di istruzioni ai pazienti: 'immagina la partita di tennis' oppure 'rilassati'. Secondo me la ricerca andava impostata dando due istruzioni differenti: 'immagina una partita di tennis' e 'non immaginare una partita di tennis'. Attualmente non possiamo escludere che quanto osservato con la risonanza magnetica funzionale  sia una risposta del tutto automatica e inconscia".

Martin M et al. Willful Modulation of Brain Activity in Disorders of Consciousness. N Engl J Med 2010; 362: 579.

28 febbraio, 2010 da Marica Eoli


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