Nei giorni di Fukushima non si debbono dimenticare i giorni di Cernobil. Riporto allora un brano da un mio romanzo (La gerarchia di Ackermann, Mobydick editore, Faenza, 1998, cap. 3).
Giorni fa sono stato invitato a partecipare a una trasmissione della sede Rai di Trieste che verteva sulle parole della lingua italiana che rischiano di scomparire dall’uso: secondo i lessicografi è un elenco di lunghezza impressionante. Ho accettato molto volentieri: sono stato sempre animato da un grande interesse per le lingue, in particolare per l’italiano, inoltre la mia attività di scrittore mi ha sempre messo in contatto con quei segni miracolosi che ci consentono di comunicare e di esprimerci.
La catastrofe nucleare che ha colpito in questi giorni il Giappone mi suggerisce alcune riflessioni sulla paura, sul rischio e sul principio di precauzione. Ai disastri di origine naturale (eruzioni, terremoti, inondazioni, maremoti), cui l’uomo è esposto da sempre, si sono aggiunti di recente quelli di origine tecnologica (Chernobyl, Seveso, Bhopal, Three Mile Island, Fukushima...) che con le crescenti quantità di energia in gioco e con la pericolosità dei prodotti sono diventati sempre più temibili.
Padre - Che stai guardando? Figlia - Papà, vieni qui, guarda che
tramonto! Non è magnifico? Guarda che
colori! P - Sì, è davvero bello... F - Bello... non ti sembra una parola
un po'... P - Un po'?... F - Sì, un po' generica. Inespressiva.
Ci sono tanti altri termini più precisi, più... appropriati. P - Credi? A me sembra che ‘bello’ esprima
il bello nel modo migliore. Nel modo più semplice e diretto. F - Dici?