Ha ragione Sergio Rizzo, che nel suo editoriale di oggi sul Corriere della Sera mette in luce l'avvilente primato di città italiane come Roma o Napoli che spediscono la spazzatura agli inceneritori sparsi per il continente perché non sanno più dove metterli. Che strano paese l'Italia: i Grilli parlanti predicano da anni i "rifiuti zero", ma intanto si oppongono agli inceneritori e lasciano lievitare le discariche a soluzione preistorica per più del 50% dei rifiuti nostrani (solo il 3% finisce in discarica in Germania).
Facciamo bene a opporci agli inceneritori? Come è noto, Il movimento 5 stelle ha sbancato a Parma proprio opponendosi all'inceneritore, anche con argomentazioni sanitarie. L'agitazione anti inceneritore è sostenuta da molti comitati e anche da qualche "medico per l'ambiente" disposto a giurare su epidemie di tumori nella popolazione che vive vicino ai camini brucia rifiuti. In realtà gli studi epidemiologici più seri come quelli di Moniter in Emilia Romagna e Eras in Lazio (di prossima pubblicazione), ravvisano deboli segnali nel settore della salute materno-infantile (aumenti modesti di nascite pretermine, abortività spontanea) e nelle ospedalizzazioni per malattie respiratorie, ma non per i tumori. L'allarme è esagerato, insomma, soprattutto per gli impianti di nuova generazione caratterizzati da emissioni molto modeste. Ma ciò non toglie che i termovalorizzatori non siano la soluzione all'emergenza rifiuti in Italia.
Riduzione, riuso e riciclo hanno potenzialità senz'altro maggiori. Non sono controversi, e rappresentano un'occasione di sviluppo economico non indifferente. Ma qui l'Italia segna il passo. La raccolta diffenziata media del paese è ferma al 35%. Ma si sbaglia chi pensa che tutto quanto viene raccolto in questa forma venga corettamente riciclato, perché molto spesso bottiglie e imballaggi di plastica vengono poi ributtati indiscarica perché non hanno le caratteristiche chimico-fisiche e di omogeneità favorevoli al recupero. Per questo l'Associazione Comuni Virtuosi, Italia Nostra e Adiconsum hanno lanciato durante la settimana europea per la riduzione dei rifiuti (17-25 novembre) un decalogo da proporre a comuni e, in particolare alla Grande Distribuzione, ancora troppo poco attenta al tema. Eccolo. Mandiamolo a mente e diffondiamolo:
1) Sostituire tutti gli imballaggi non riciclabili;
2) Ridurre il peso degli imballaggi con l’eliminazione dei doppi imballaggi e componenti accessori all’imballaggio superflui e mettere in commercio di prodotti iperconcentrati o allo stato solido;
3) Sostituire o eliminare negli imballaggi quelle componenti che ne impediscono o complicano il riciclaggio come le etichette sleeves e l’uso di additivi, coloranti e composti esterni.
4) Ottimizzare l’impiego dei materiali e del design dei contenitori ai fini di un riciclo efficiente.
5) Promuovere l’uso di contenitori a rendere (anche in plastica infrangibile)
6) Utilizzare ove possibile materiale riciclato per realizzare il packaging al posto di materia vergine.
7) Adottare un sistema di marcatura/etichettatura degli imballaggi che possa comunicare in modo chiaro e trasparente al consumatore il grado di riciclabilità dell’imballaggio stesso.
8 ) Nei punti vendita della GDO: favorire la nascita di circuiti specifici a “filiera breve” raccolta-riciclo-riprodotto, anche con sistemi a cauzione come avviene ad esempio in molte catene GDO centro europee.
9) Nei punti vendita della GDO: eliminare l’imballaggio eccessivo e ridurre il consumo di sacchetti monouso per l’ortofrutta introducendo soluzioni riutilizzabili.
10) Nei punti vendita della GDO: favorire un cambio di abitudini che spinga i cittadini consumatori al riutilizzo di contenitori portati da casa e all’adozione di prodotti con parti intercambiabili adatti all’uso multiplo in quanto unica strategia possibile ed efficace per ridurre il consumo usa e getta. (luca carra)