Un giornalismo dal basso fa le pulci alle elezioni USA

Read time: 5 mins

Quis custodiet ipsos custodes? Chi controllerà i controllori? A chiederselo è Giovenale in una delle sue Satire. Siamo fra il I e il II secolo dopo Cristo, la Colonna Traiana illustra le gesta di un Impero Romano che si estende fino al Danubio. Nel poco soleggiato indomani delle elezioni americane, la domanda ritorna con tutta la sua urgenza, e un punto di partenza lo fornisce la rete. La democrazia nell'era di Internet ha assunto nuove forme, e una di queste – forse la più autentica – è il fact checking, la possibilità di un processo dal basso di controllo sui meccanismi di controllo stessi. Un'accezione di partecipazione nuova, per lo meno numericamente.

Matt Groening e colleghi – la satira da sempre anticipa i tempi – raccontarono brillantemente il fenomeno durante le elezioni del 2008, con un Homer Simpson accigliato davanti alla “voting machine” mentre cerca di votare per Obama, finendo solo per regalare una marea di voti al senatore Mc Cain.

 

ElectionLand

Se nel 2008 i media venivano usati come satira sull'argomento, otto anni dopo, internet è diventato uno strumento per andare oltre. Si chiama ElectionLand, un progetto di ProPublica che ha coinvolto oltre 250 redazioni di quotidiani americani, fra cui anche il New York Times che ne è partner, Google News Lab, 450 giornalisti e 13 scuole di giornalismo.

Il primo obiettivo di questa “social catena” è controllare che i meccanismi di voto avvengano senza irregolarità, evidenziando e raccontando eventuali fenomeni sospetti, grazie all'operato di un migliaio di volontari in tutto il paese, che segnalano storie poco chiare. Il risultato è una mappa aggiornata in tempo reale e navigabile con i dati raccolti da questi volontari, stato per stato, intorno alle 5 categorie di problemi che possono aver influenzato il voto. Parliamo per esempio di tempi di attesa sospetti perché molto lunghi, numeri troppo elevati di “provisional ballots”, schede elettorali provvisorie utilizzate nei casi in cui non sia possibile dimostrare l'idoneità al voto di un determinato elettore, come per esempio quando elettore si rifiuta di mostrare un documento di identità, o se quest'ultimo contiene informazioni imprecise, o il suo nome non compaia nelle liste elettorali di un dato distretto. E ancora troppi votanti inattivi, problemi con la Voting Machine, fino a episodi di intimidazione.

Ma obiettivo di ElectionLand è anche fare fact checking sulle notizie che vengono date sui social a proposito delle elezioni, come soffiate su presunte frodi o manomissioni. Partire dai dati raccolti dai cittadini volontari, verificarli grazie al lavoro della multi-redazione organizzata da ProPublica, per scovare a raccontare nuove storie.

Giornalismo e democrazia

Il mondo del giornalismo, grazie anche all'avvento della rete si sta dotando di nuovi sistemi per leggere la realtà, affrontare criticamente l'alienazione, sempre presente anche nei migliori sistemi democratici. Lo fa da sempre, non solo grazie a internet, ma le potenzialità della rete ampliano sicuramente lo spettro di possibilità di fare informazione in modo nuovo. Ne parlava già Alberto Moravia in un suo articolo uscito su L'Espresso, era il 1962. “Quali vie seguono gli scrittori per oggettivare l'alienazione, ossia la crisi del rapporto con la realtà? Due vie principalmente, quella del realismo e quella dello sperimentalismo. […] lo sperimentalismo si studia invece d'inventare nuove tecniche del linguaggio allo scopo di raggiungere quel rapporto fresco e autentico con la realtà che le vecchie tecniche oramai esaurite non possono più assicurare.” Questa nuova sperimentale “alleanza” - come la definisce Angelo Paura in una sua bella riflessione su Medium – fra diverse voci - quelle del mainstream come il NYT, delle scuole di giornalismo, di realtà come Pro-Publica e di colossi come Google News Lab – è senza dubbio un tentativo di sperimentazione della democratica degno di nota. Una forma di giornalismo che ha come punto di partenza il citizen journalism, il contributo cioè dei cittadini che volontariamente diventano reporter sul campo, documentando che cosa accade seggio per seggio, e un board multidisciplinare dove non mancano i poteri forti, che vuole fare sintesi.

Quest'ultimo aspetto è molto interessante, perché di fatto iniziative come ElectionLand sono una possibile risposta al dibattito intorno allo statuto del citizen journalism. È proprio vero che essere giornalisti è un diritto di ogni cittadino? Che basta uno smartphone per poter affermare di essere “mobile journalist”? Una bella riflessione in merito viene da un articolo pubblicato a inizio 2014 sul sito web dello European Journalism Observatory, che riporta i risultati di uno studio di Henrik Örnebring, docente presso la svedese Karlstad University, condotto, mentre lavorava presso l’Università di Oxford, che poneva la seguente domanda a una serie di giornalisti professionisti in giro per l'Europa: “cosa vi differenzia dai citizen journalist?” Le risposte sono state eterogenee e differenti da paese a paese, ma su die punti ci si è trovati d'accordo: il dovere del giornalista di verificare le fonti e quello di filtrare le informazioni. Dare una forma a numeri e notizie. “Oggi, i cambiamenti tecnologici ed economici all’interno dell’industria dei media  - si legge - hanno reso la natura collettiva del processo di creazione della notizia infinitamente più visibile”.

Informare fra professione e partecipazione

È evidente che in ballo c'è una definizione di giornalismo che vada oltre il fatto di dare le notizie, ma che offra una chiave di lettura critica per inquadrarne il significato e soprattutto per verificarne l'attendibilità. Oltre che per sorvegliare i sorveglianti. Il citizen journalism, ovvero la possibilità di partecipare liberamente e senza vincoli imposti dall'esterno è una forma di democrazia? Riecheggiano le secolari domande sul nesso fra libertà di espressione e democrazia. “L’autorità dei professionisti dei media – chiosano i professionisti europei intonando un canto corale - proviene dalla collaborazione con i colleghi e il coinvolgimento nel lavoro editoriale”. Serve insomma un controllo anche fra chi vuole controllare i controllori, e internet può essere un valido strumento per attuare questo scopo. Per questo nuove ibridazioni come ElectionLand sono indubbiamente esempio da tenere monitorati, anche una volta passato questo momento caldo.

altri articoli

Le notizie di scienza della settimana #104

Il biologo molecolare russo Denis Rebrikov ha dichiarato che ha intenzione di impiantare nell'utero di una donna embrioni geneticamente modificati con la tecnica CRIPSR entro la fine dell'anno. L'obiettivo sarebbe quello di prevenire che la madre, colpita da una forma di HIV resistente ai farmaci antiretrovirali, trasmetta il virus ai propri figli. Per farlo, Rebrikov userebbe la tecnica CRISPR-Cas9 per disattivare il gene CCR5, in modo simile a quanto fatto dallo scienziato cinese He Jiankui che lo scorso novembre aveva annunciato di essere stato il primo a far nascere una coppia di gemelle con questo procedimento (He voleva però evitare la trasmissione del virus dell'HIV dal padre alle figlie). La legislazione russa proibisce l'editing del genoma umano in senso generale, ma la legge sulla fertilizzazione in vitro non vi fa esplicito riferimento, e dunque Rebrikov potrebbe trovarsi di fronte un vuoto normativo che conta di colmare chiedendo l'autorizzazione di una serie di agenzie governative, a partire dal Ministero della salute. Scienziati ed esperti di bioetica si dicono preoccupati. La tecnologia non è ancora matura, motivo per cui qualche mese fa un gruppo di importanti ricercatori del campo avevano chiesto di mettere a punto una moratoria sul suo utilizzo in embrioni destinati all'impianto in utero. Non è chiaro poi se i rischi superino i benefici. In primo luogo, la disattivazione del gene CCR5 protegge dalla trasmissione del virus dell'HIV nel 90% dei casi. In secondo luogo, il rischio di mutazioni off-target e on-target indesiderate è ancora molto alto. Rebrikov sostiene che la sua tecnica ne riduca drasticamente la frequenza, ma finora non ha pubblicato alcuno studio scientifico che lo dimostri. Nell'immagine: lo sviluppo di embrioni umani geneticamente modificati con la tecnica CRISPR per correggere una mutazione responsabile della cardiomiopatia ipertrofica (lo studio, condotto nel laboratorio di Shoukhrat Mitalipov presso la Oregon Science and Health University di Portland, risale al 2017 ed è stato pubblicato su Nature). Credit: Oregon Science and Health University. Licenza: OHSU photos usage

Dove finisce la plastica dei ricchi?

Ogni anno gli Stati Uniti producono 34,5 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica. 1 milione di tonnellate vengono spedite fuori dal continente. Fino a qualche anno fa la maggior parte veniva spedita in Cina e Hong Kong, ma nel 2017 la Cina ha chiuso le porte a questo tipo di importazioni, autorizzando solo l'arrivo della plastica più pulita e dunque più facile da riciclare.