Epigenetica della disuguaglianza

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Si può iniziare a parlare del libro di Michael Marmot (La salute disuguale, Il Pensiero Scientifico editore, Roma 2016) citando alcune delle tante agghiaccianti statistiche: un ragazzo di 15 anni che vive in Russia ha una probabilità di soli due terzi di arrivare a 60 anni, e la Russia si colloca a livelli simili a quelli di molti paesi africani dal punto di vista sanitario. Ma gli USA non vanno certo benissimo: usando la stessa statistica del ragazzo quindicenne, gli Stati Uniti si collocano solo al 50esimo posto mondiale. Sempre negli USA una ragazza su 1.800 morirà di parto nell’età fertile, contro una su 17.000 in Italia. E’ più che evidente che i paesi che hanno le migliori prestazioni dal punto di vista sanitario sono quelli con un Welfare State, compresa l’Italia, mentre l’attuale ondata di populismo di destra può avere conseguenze semplicemente tragiche se arriva a indebolire fortemente  il Welfare. D’altra parte questo sta già avvenendo in alcuni paesi in cui la destra è al potere da tempo: in Inghilterra (la quinta potenza industriale del mondo), se ancora non vediamo un chiaro impatto sulla salute dei tagli alla spesa, un milione di persone usufruiscono delle banche del cibo per cibarsi. (E se qualcuno rimpiange i “politici di una volta” invito a leggere la citazione di Robert Kennedy in calce).

L’aumento delle disuguaglianze sociali

Ma il libro di Marmot è ricco di informazioni soprattutto sulle disuguaglianze sociali all’interno dei paesi. Ormai è noto a tutti che le disuguaglianze nei paesi sviluppati sono crescenti. Il libro di Piketty, Il capitale nel XXI secolo, ha giocato un ruolo fondamentale, ma molti altri dati (spesso accessibili ai soli addetti ai lavori, come quelli della Luxembourg Income Survey), mostrano chiaramente un aumento delle disuguaglianze in Europa nel medio-lungo termine: c’è una tendenza alla riduzione della quota di ricchezza che spetta alla forza lavoro (rispetto alle varie forme di rendita), ma anche un incremento delle disparità salariali. Oltre a questo scenario che riguarda le persone e le classi sociali, vi sono crescenti disuguaglianze tra stati membri della Comunità Europea, aggravate dalle politiche di austerità. Inoltre, negli ultimi decenni è completamente cambiata la struttura dell’economia, diventata (come tutto) più volatile e virtuale e meno “materiale”. Secondo i rapporti sulla struttura bancaria della Banca Centrale Europea, gli “assets” del settore finanziario si sono duplicati tra il 2000 e il 2013, raggiungendo i 57 miliardi di euro, sei volte il prodotto lordo dell’area euro. L’effetto netto di questi stravolgimenti dell’economia è un’inversione di tendenza nella distribuzione del reddito nonostante gli aumenti di produttività: negli USA dal 1980 l’ultimo 90% dei contribuenti ha visto un aumento del reddito al netto delle tasse e dell’inflazione dell’1,9% in totale in 28 anni (cioè meno dello 0,1% l’anno). Simile la situazione in Europa.

L’ingiustizia ha un documentato impatto sulla salute

Questi freddi dati economici potrebbero dirci abbastanza poco (se non indicare un’ingiusitizia planetaria), se non fosse che le disuguaglianze economiche e sociali hanno un impatto molto tangibile sullo stato di salute delle persone. L’ingiustizia si incarna nei corpi. In Inghilterra, dopo i 60 anni, lo stato di salute di una persona appartenente allo strato sociale inferiore è pari a quello di una persona di 8 anni più anziana appartenente allo strato superiore (secondo la classificazione inglese basata sull’occupazione). Divergenze analoghe o maggiori si osservano per numerosi indicatori, come la speranza di vita, le capacità funzionali (incluse quelle cognitive), la salute mentale e la salute percepita.

I marchi della povertà nei corpi delle persone

L’ultimo libro di Michael Marmot è un affascinante (se si può usare questo termine) viaggio attraverso tutti i marchi che la povertà e le disuguaglianze lasciano nei corpi delle persone. Il pregio maggiore del libro – tra i tanti – è la chiarezza con cui Marmot coniuga “ideologia” e prove scientifiche. Marmot non nega il presupposto ideologico, cioè una forte presa di posizione a favore delle persone povere e disagiate. Ma non c’è (probabilmente) affermazione nel libro che non sia sorretta da prove; e se queste non esistono o non sono sufficientemente solide Marmot ne evidenzia i limiti. La rinuncia all’ideologia è un inganno, perché essa stessa è una forma (oggi molto diffusa) di ideologia. E l’ideologia vincente, quella neo-liberista, spesso è contraddetta dalle prove e si regge su presupposti teorici deboli. Nel libro di Marmot invece le prove scientifiche e l’ideologia a favore di interventi strutturali per correggere le diseguaglianze si rinforzano a vicenda.

Insomma il libro dovrebbe essere ampiamente letto e costituire la base di interventi volti alla correzione delle diseguaglianze nella salute.  “Marmot reviews”, miranti a fotografare la situazione ma anche a proporre interventi correttivi, sono state condotte in diversi paesi. In Italia il maggiore contributo in tal senso è venuto da Giuseppe Costa, autore di un’utile post-fazione al libro.

Le prove scientifiche che usa Marmot non sono solo aride statistiche (sempre usate in modo intelligente) ma si ancorano a un solido costrutto teorico sulla biologia sottostante all’impatto delle disuguaglianze. Probabilmente alcuni dei concetti biologici usati per interpretare l’impatto sui corpi hanno una portata pratica e teorica molto più ampia di quella affrontata nel libro. Uno di questi concetti è quello di “allostatic load”, il sovraccarico allostatico. L’allostasi è il processo attraverso cui l’organismo mantiene la stabilità fisiologica cambiando i parametri dell’ambiente interno e modulandoli appropriatamente in base alle domande provenienti dall’ambiente esterno.  

Il prezzo degli stress ambientali e del sovraccarico allostatico

Questa risposta agli stress ambientali è adattativa se è di breve durata e c’è un tempo sufficientemente lungo per la ricostituzione delle riserve fisiologiche, cioè se gli stress ambientali non sono troppo frequenti e ripetutti. Esposizioni prolungate o incontrollabili portano a un indebolimento delle resistenze dell’organismo (per esempio quelle immunitarie), che entra così in una fase di esaurimento e di più rapido invecchiamento (secondo i concetti sviluppati in particolare da Sapolski negli anni ’80). E’ naturale che questi concetti non riguardano solo la componente fisica della salute e del benessere, ma anche quella mentale: si può resistere anche a lungo a stress (o sovraccarichi emotivi), ma prima o poi non solo la riserva viene superata, ma il sovrappiù di energia destinata al mantenimento e all’utilizzo della riserva si traduce in uno squilibrio e sfocia in una patologia. Il “sovraccarico allostatico” è il prezzo che tessuti e organi pagano per tenere sotto controllo gli stress ambientali cronici, ovvero il costo dell’adattamento all’ambiente.

Oggi siamo sottoposti tutti a sovraccarichi molteplici, dalla pressione delle informazioni tramite i social media (con una perenne confusione tra vero e falso), alla pressione consumistica che plasma le nostre aspettative e l’immagine dei nostri corpi, alle pressioni lavorative in un mondo in cui tutti sono raggiungibili in qualunque momento. In questo contesto sovraccarico, confuso e confondente mantenere non solo la forma fisica ma anche una solida identità personale diventa quasi una sfida. Una sfida che vince chi ha una maggiore riserva, cioè le classi sociali più alte: non per nulla  i figli dei guru di Silicon Valley frequentano scuole private dove sono tenuti lontani dai social media

“Gross National Product counts air pollution and cigarette advertising, and ambulances to clear our highways of carnage. It counts special locks for our doors and the jails for the people who break them. It counts the destruction of the redwood and the loss of our natural wonder in chaotic sprawl... Yet the gross national product does not allow for the health of our children, the quality of their education or the joy of their play. It does not include the beauty of our poetry or the strength of our marriages, the intelligence of our public debate or the integrity of our public officials. It measures neither our wit nor our courage, neither our wisdom nor our learning, neither our compassion nor our devotion to our country, it measures everything in short, except that which makes life worthwhile.”

Robert F. Kennedy, University of Kansas, - 18 March 1968

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